martedì 6 maggio 2008

Gianfranco Fini parte male...




“Le contestazioni contro Israele dei centri sociali e della sinistra radicale alla Fiera del Libro di Torino sono ‘più gravi’ di quanto accaduto a Verona dove un gruppo di ragazzi di estrema destra ha aggredito e picchiato mortalmente Nicola Tommasoli. Con le parole pronunciate nel corso della prima apparizione televisiva da presidente della Camera, Gianfranco Fini scatena la durissima reazione di quella sinistra rimasta fuori dal Parlamento che arriva a sostenere che l'ex leader di Alleanza Nazionale ‘assolve i picchiatori fascisti e si prepara a scatenare nuove repressioni violente come quelle che egli comandò a Genova nel 2001’.
Ospite di Porta a Porta con il presidente del Senato, Renato Schifani, Fini invoca la ‘tolleranza zero’ contro ‘i pazzi criminali’ di Verona che ‘vanno messi in galera’ ma, fa notare, che ‘la violenza che c'è nei confronti di Israele è di tipo politico-ideologico. I due fenomeni non sono paragonabili’.
Quindi ‘nessun tipo di solidarietà’ verso gli aggressori neonazisti che hanno causato la morte del giovane Nicola ma le bandiere bruciate a Torino sono ‘molto più gravi perché non è la prima volta che frange della sinistra radicale danno vita ad azioni contro Israele che poi cercano di giustificare con una politica antisionista’. Episodi, questi, messi in atto ‘con il consenso della sinistra radicale’ che mantiene’una posizione di tipo preventivo verso gli ebrei che si nasconde dietro l'antisionismo’“.


Probabilmente, tempo poche ore, e Gianfranco Fini si rimangerà tutto. Di sicuro però è partito male. Una “terza carica” della Repubblica deve sempre mantenersi al di sopra delle parti politiche. E perciò condannare ogni tipo di violenza, da qualunque parte provenga. Ma soprattutto evitare inutili e fuorvianti associazioni e raffronti tra eventi completamenti diversi.
A Verona un ragazzo innocente è stato ucciso per futili motivi e in nome di un’ ideologia barbara e violenta. A Torino si sono registrate manifestazioni, certo non pacifiche, ma necessarie a richiamare la giusta attenzione etico-politica sulla questione palestinese.
Mettere i due eventi sullo stesso piano è improprio. Come è fuorviante accettare l’equazione tra antisemitismo e antisionismo: confondere l’ideologia barbara che ha causato la catastrofe della Shoah, con le critiche politiche a certo violento nazionalismo di stampo ottocentesco, che tuttora segna la politica estera dello stato di Israele. Fermo restando che le forme violente, talvolta assunte da queste critiche, vanno sempre condannate e respinte.
Se Fini vuole fare al meglio il suo “mestiere” di Presidente della Camera deve imparare a pesare le parole. E non cedere a riflessi pavloviani antisinistra; riflessi che appartengono alla tradizione da cui egli proviene… Altrimenti rischia di venir giudicato uomo di parte. Perdendo così l'occasione per trasformarsi in prezioso punto di riferimento metapartitico, come del resto imporrebbe la sua carica.

Speriamo che questa prima lezione possa servire a qualcosa.

Carlo Gambescia 

lunedì 5 maggio 2008

C'era una volta la (libreria) Feltrinelli...



Remo Ceserani sul manifesto ha parlato di americanizzazione dell'editoria italiana (1). Partendo da lontano, come gli è congeniale: il modello Usa del libro come merce, eccetera. Ma puntando, decisamente, il dito sulla Feltrinelli. E in particolare su quel processo di “crescita esponenziale delle [sue] librerie, che sempre più si allineano ai modelli Barnes & Noble in America, WH-Smith in Inghilterra e simili”. Tra l’altro Ceserani cita anche un documentario del regista Alessandro Rossetto: una co-produzione italo-svizzera-tedesca sulla casa editrice, intitolata Feltrinelli . E, pare, messo "al bando in Italia per volere della famiglia Feltrinelli, a cui il film, da loro stessi commissionato e contenente varie interviste sia a Inge che a Carlo, non è piaciuto”
Particolarmente sferzante la chiusa di Ceserani:

”Era un tema, quello del rapporto con il pubblico dei lettori, molto caro a Giangiacomo Feltrinelli, il quale aveva inventato tutta una serie di strumenti per raggiungere i suoi lettori. Non so quanto le attuali librerie rispondano a quei suoi programmi. Nel documentario, a un certo punto, al responsabile delle assunzioni dei commessi per le librerie viene posta questa domanda: ‘Ma lei, se deve scegliere fra una persona che è un buon lettore di libri e una che sa sorridere piacevolmente ai clienti, quale sceglie?’ E lui, tranquillo: ‘quella che sa sorridere, ovviamente’. “ .

Qui però, e dispiace contraddire Ceserani, il problema è un altro. I commessi delle librerie Feltrinelli, almeno a Roma e fatte salve alcune eccezioni, non solo non leggono i libri ma neppure sorridono… L’unica cosa che mostrano di saper fare a meraviglia è grugnire un mezzo saluto, sedersi sbuffando davanti al computer e digitare nervosamente sul motore di ricerca il nome dell’autore richiesto. Il più delle volte sbagliando, soprattutto quando si tratta di un libro non di cassetta: memorabile, tempo fa, uno scambio tra Engels ed Hegel.... Ma la peggiore accoglienza è quella che viene riservata alla cassa. Dove ragazzotte accigliate non degnano di uno sguardo il cliente in fila. Più o meno come al supermercato.
In effetti, stando a quel che si legge on line, i dipendenti della catena Feltrinelli, a loro volta, “incatenati” a contratti a termine, di motivi per sorridere ne avrebbero pochi (2)…
Stendiamo perciò un velo pietoso... Anche perché, in realtà, crediamo sia il modello della rete libraria all’americana a rendere difficile la vita di quei lettori, come chi scrive, non dediti al tossico consumo di bestseller.
Ad esempio, tra gli scaffali delle Feltrinelli si trovano solo le ultime novità ( delle stesse grandi case editrici, eccetera): libri spesso rilegati come elenchi telefonici che al massimo restano in libreria un mese. Le opere di catalogo vanno perciò ordinate, passando per le forche caudine dei commessi di cui sopra. Il che richiede possesso (nel cliente) di notevoli competenze relazionali. Ma anche pazienza: dal momento che una volta ordinato il libro, anche di un editore medio-grande, i tempi di attesa non sono mai brevi (spesso dieci-quindici giorni, se non di più). Di conseguenza le piccole case editrici, nonostante i fiumi di parole sull’editoria democratica, sono del tutto ignorate. A meno che non si occupino di filosofia new age. Oppure di viaggi, turismo, misteri, serial killer e sesso… In genere chi chiede qualche libro pubblicato da un piccolo editore, si sente rispondere che occorrono uno o due mesi per riceverlo. Come dire: se lo vuoi leggere, scrivi tu all'editore...
A metà anni Settanta andavamo dalla Feltrinelli al Babuino, perché c’era solo quella. E regolarmente compravamo qualche libro “scoperto” fra quelli di scaffale, lasciato lì a invecchiare come una buona bottiglia di vino… Nonché felici per aver potuto incrociare lo sguardo, scambiando due parole, con qualche commessa dagli occhi ridenti. Chissà... sospiravamo all'uscita, immaginando grandi conquiste …
Certo, oggi, abbiamo tutt’altro aspetto. Ma siamo sicuri che al solo accenno di un sorriso di pura circostanza, le ragazzotte accigliate chiamerebbero subito la vigilanza…
Colpa della nostra età (anagrafica) o di certo capitalismo oggi in voga? Mah… al lettore l’ardua sentenza.

Carlo Gambescia


(1)

(2)

sabato 3 maggio 2008


Il sabato del villaggio (15)


Riotteide
Le pagine (di giornale) preferite da Riotta: “Annunci di lavoro”.

Nuove Professioni
Ambasciatore del Made in Italy.

Incontro a New York tra Rushdie e Saviano
Il rumore degli innocenti.

La vittoria del centrodestra
Ritorno degli dei ? No, degli sghei.

Alemannismo 1
Ara Pacis? No, Ara senza Pacis.

Alemannismo 2
Rom senza Rum, con pochi Rem, espulsi da Rom.


                                             Carlo Gambescia

giovedì 1 maggio 2008

Festa del Lavoro 

Perché non riscoprire la cogestione?



Il passaggio di alcuni delegati sindacali della Pirelli Bicocca di Milano dalla Cgil alla Ugl (si veda la loro lettera al quotidano "il manifesto" http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/30-Aprile-2008/art3.html ), solleva alcuni importanti interrogativi sulla futura evoluzione del rapporto fra governo Berlusconi e mondo del lavoro e sindacale. Soprattutto alla luce del dibattito sull'importanza di una visione sociale dell'economia, apertosi intorno al libro di Tremonti (La paura e la speranza). Ma anche dell'invito bipartisan a "dare una mano", lanciato da Berlusconi, al professsor Ichino, di cui invece sono note  le posizioni più tradizionaliste sul  ruolo mediatore  del sindacato nelle imprese.
Ora, la domanda che ci poniamo, è se la cogestione può rappresentare una risposta - certo, da un punto di vista infrasistemico, mettiamo subito le mani avanti... - alla difficile congiuntura economica che sta attraversando l'economia italiana. Proprio nei termini di quella visione sociale dell' economia di mercato, che Giulio Tremonti, prossimo Ministro dell'Economia, sembra aver riscoperto nel suo libro. Sembra...
.
Che cos’è la cogestione?
Dal punto di vista della democrazia economica la cogestione consiste nella partecipazione dei lavoratori dipendenti alla vita economica dell’impresa, allo scopo di influire istituzionalmente, insieme ai rappresentanti dei datori di lavoro, sul suo governo economico.
La principale finalità della cogestione è quella garantire all’interno dell’impresa il massimo di democrazia gestionale, compatibile con l’economia di mercato. Concretamente la cogestione comporta l’assunzione di corresponsabilità decisionale nella politica imprenditoriale da parte dei lavoratori. Da attuarsi mediante la presenza, con poteri decisionali, di una loro rappresentanza nel consiglio di amministrazione della società; rappresentanza che può essere o meno di estrazione sindacale (i due ruoli possono anche non coincidere). Dove esiste una struttura dualistica della società per azioni (come in Germania ad esempio) la cogestione concerne l’inserimento di rappresentanti dei lavoratori nel Consiglio di Vigilanza. Se invece la struttura non è dualistica oppure di opzione tra le due, come in Francia, i rappresentanti dei lavoratori possono entrare a far parte del Consiglio di Amministrazione. Di riflesso, la cogestione si differenzia sia dall’autogestione che invece implica l’assunzione completa di poteri decisionali da parte dei lavoratori dell’impresa, sia dagli accordi sui sistemi di informazione che riconoscono ai lavoratori diritti di informazione o consultazione a livello locale, settoriale e di gruppo o di impresa, lasciando immutata l’autonomia imprenditoriale e separate le rispettive responsabilità dell’ imprenditore e delle maestranze. La cogestione va anche differenziata - fatto del resto fin troppo ovvio - da forme di cointeressenza (premi di produttività), compartecipazioni agli utili di impresa, piani aziendali di risparmio, azionariato dei dipendenti e sistemi di stock options . In definitiva i lavoratori che partecipano alla cogestione, a differenza delle altre forme appena citate, godono di un potere reale, e istituzionalizzato, sulle strategie aziendali.
.
“Stato dell’arte”: la cogestione sotto l’aspetto istituzionale, legislativo e “sperimentale” (con riferimento all’Italia)
A grande linee, in Italia, la partecipazione cogestionale dal punto di vista degli istituti giuridici, può essere ricondotta all’ attuazione e/o ricezione:
1) Dell’art. 46 della Costituzione, che consacra il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende, nei modi e nei limiti sanciti dalle leggi;
2) Degli articoli 21 e 22 della Carta sociale europea (resa esecutiva con legge 9 febbraio 1999, n. 30), che proclamano il diritto del lavoratore all’informazione, alla consultazione e alla partecipazione;
3) Della raccomandazione 92/443/CEE del Consiglio, del 27 luglio 1992, riguardante la promozione della partecipazione dei lavoratori subordinati ai profitti e ai risultati dell’impresa.
4) Della Direttiva 2002/14/CE dell’11 marzo 2002 (che istituisce un quadro generale relativo all’informazione e alla consultazione dei lavoratori) nonché alla Direttiva 2001/86/CE dell’8 ottobre 2001 (sul coinvolgimento dei lavoratori nella Società europea).
Tuttavia, per quanto ci risulta, dal punto di vista legislativo, sono invece ancora in fase di discussione, e dunque rinvenibili negli atti parlamentari (con particolare riferimento alla XIV legislatura), alcune proposte di legge alle quali rinviamo il lettore. In particolare la p.d.l. n. 3642, n. 3926 e n. 4039 che tra l’altro si limitano a introdurre, attraverso accordi collettivi aziendali o multiaziendali, piani di azionariato o di partecipazione finanziaria disgiunti da qualunque forma di partecipazione decisionale. Altre iniziative invece recepiscono entrambi questi aspetti (p.d.l. nn. 1003, 1943, 2023), prendendo a riferimento sia forme di coinvolgimento dei lavoratori limitate alla “informazione e consultazione” (n. 2023), sia forme di coinvolgimento che prevedono la designazione da parte dei lavoratori azionisti di alcuni membri degli organi sociali (nn. 1003, 1943).
Come si evince da questi accenni, per quanto riguarda il futuro della cogestione in Italia, la sperequazione tra input istituzionali, anche a livello europeo, e output legislativi nazionali, non fa ben sperare in una sua evoluzione positiva, almeno nell’immediato.
Una considerazione che può essere estesa anche al piano “sperimentale”. Si possono infatti ricordare, oltre a una dichiarazione di principio ( il Protocollo Iri, 1982-1983 ), solo alcuni sporadici tentativi, soprattutto nel settore pubblico, mai decollati completamente (Zanussi, 1993; Fincantieri; Azienda Ferrovie dello Stato 1985; Anas 1990, ma anche Alitalia, 1996, Dalmine 1998). E peraltro rivolti in alcuni casi, come ad esempio Alitalia e dal mine, a coinvolgere le maestranze limitatamente ai processi di ristrutturazione e privatizzazione, attraverso appunto la presenza di rappresentanti dei lavoratori nel consiglio di amministrazione (su questi ultimi aspetti si rinvia a La partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, Ottobre 2001, a cura del Dipartimento Economico - Ufficio Studi della Filt Cgil, scaricabile dal sito www.filtcgil.it/documenti/ust_1.pdf).
Del resto l’Italia sul piano europeo, per quel che riguarda la legislazione in in materia, si trova allo stesso livello di Cipro, Lettonia, Lituania. Oppure del Belgio e soprattutto della Gran Bretagna, nazioni, certo, di più antica tradizione liberal-democratica ma note, soprattutto quest’ultima, per l’ estrema frammentazione degli interessi sociali e il minimo coinvolgimento sindacale dei lavoratori. Probabilmente dovuto anche alle "innovazioni"  nell'ambito delle relazioni industriali introdotte dalla politica economica thatcheriana. Per certi aspetti poi continuata anche dal laburista Blair (sullo “stato dell’arte” della cogestione in Europa cfr. Norbert Kluge e Michael Stollt, The European Company – Prospects for Board-Level Partecipation in the Enlarged EU, Bruxelles 2006, in particolare le tabelle riassuntive).
.
Conclusioni
Sul piano sociologico, o meglio socioculturale, la cogestione richiede, e in misura imprescindibile, elevati livelli di fiducia tra gli attori sociali interagenti.
In primo luogo, li impone all’interno delle aziende. Dove si richiede come pre-requisito da parte dei soggetti dominanti, qualunque sia la tradizione proprietaria dell’impresa (capitalismo familiare, azionario, manageriale) correttezza e rispetto per la dignità e le capacità del lavoratore. Mentre da parte dei soggetti dipendenti si richiede, negli stessi termini, una rinuncia a impostazioni puramente rivendicative e utopiche basate su concezioni settoriali o rivoluzionarie. La cogestione richiede un salto di qualità: dal puro e semplice conflittualismo e/ ideologismo alla mutua e fiduciaria collaborazione in nome di valori condivisi.
In secondo luogo, all’esterno delle aziende, si richiede un quadro culturale, dove il profitto (pur economicamente importante) non sia visto come l’unico movente sociologico. E soprattutto s’impone un contesto socioculturale in grado di rivalutare il senso dell’onore professionale, a prescindere dalle mansioni individuali e dal ceto sociale di provenienza o appartenenza. Va acquisita a livello collettivo la cognizione precisa che sia sempre il lavoro ben svolto e socialmente onorato per tale ragione a “fare gli uomini” (se ci si passa questa espressione più letteraria che sociologica), e non tanto la sola retribuzione in termini di salari, stipendi e profitti monetizzati. E magari da “investire” in consumi di status, socialmente distonici.
E’ purtroppo ovvio, che in una società, come ad esempio quella italiana di oggi, dove prevalgono, rafforzandosi a vicenda, la cultura della conflittualità sindacale parcellizzata e/o ideologizzata e la cultura settoriale di certo capitalismo familiare privo di neutralità affettiva verso se stesso, la cogestione non potrà mai fiorire, nonostante le grandi enunciazioni di principio.
Sotto questo aspetto, alla politica intesa come decisione, e dunque capacità di creare un quadro normativo di riferimento, spetta il ruolo di fissare regole certe. E così favorire quella fiducia necessaria alla rinascita di un circuito reciprocitario che possa garantire e rafforzare la vita civile. Nonché, finalmente, un approccio alla vita economica delle imprese in termini di democratica cogestione. E qui, concludendo, sarebbe interessante conoscere il pensiero in materia del "colbertista" Tremonti. E' favorevole alla cogestione? Oppure no?
Carlo Gambescia
.
Post Scriptum

.
Sarkozy e la partecipazione agli utili. Novità dalla Francia?
L' accenno di Sarkozy a "que le niveau de la participation et de l'intéressement aux résultats des entreprises, pour les salariés, soit fortement relevé", accenno che risale a qualche mese fa (si veda http://www.lefigaro.fr/politique/2008/01/08/01002-20080108ARTFIG00442-nicolas-sarkozy-decline-sa-politique-de-civilisation.php ), riguarda non tanto la cogestione quanto la partecipazione agli utili.
Il presidente francese intende estenderla alle imprese al di sotto dei cinquanta dipendenti, introducendo sgravi fiscali per favorine l’applicazione. Accrescendo, per tutti i lavoratori dipendenti, gli attuali, chiamamoli così, fondi d’impresa (réserve de partecipation), nei quali finscono contabilizzati gli utili, poi ripartiti tra i lavoratori, in forma differita nel tempo e in base ai differenti livelli salariali.
Sarkozy, tra l’altro, prevede di « sbloccarne » l’utilizzazione, per far crescere la parte variabile del salario dei lavoratori, grazie appunto una più veloce redistribuzione degli utili.
In buona misura siamo davanti a un intervento anticiclico. E tutto sommato utile, soprattutto dal punto di vista imprenditoriale, a contenere la parte fissa del salario. Una provvedimento, insomma, che concerne più il contenimento dell’inflazione e dei costi salariali a carico delle imprese che l’allargamento dell’autentica democrazia economica.
Una finalità quest’ultima che, come gli studiosi sanno, può essere conseguita soltanto attraverso l’introduzione di un strumento di reale democrazia aziendale come la cogestione.
C. G.

mercoledì 30 aprile 2008

La crisi della sinistra

Un Bignami




Un tema così ampio non può essere affrontato in un post. Perciò ci accontenteremo di indicare alcune linee generali della questione. Offriremo al lettore una sorta di Bignami.
Da un punto di vista politologico il concetto di crisi indica l’incapacità di una forza politica, di regola un partito, di coordinarsi per conquistare il potere. Naturalmente la coordinazione concerne sia l’elasticità della struttura organizzativa (interna), sia la capacità (esterna) di intercettare il voto degli elettori. In Italia sulla sinistra ha inciso per anni il peso di una tradizione socialista e comunista: il che ha implicato, al suo interno, la necessità di coordinare dal punto di vista ideologico, programmatico ed elettorale, i principi, spesso rigidi, di una ideologia extra-sistemica con le regole della partecipazione sistemica e dunque democratica.
Tutte le principali tensioni interne alla sinistra (nelle diverse sfumature), sono perciò dipese, almeno fino al 1989, dalla necessità di coordinare ideologia e politica democratica. O se si vuole le rose con il pane. Non staremo qui a ripercorrere la storia delle scissioni e delle lotte interne, fondate sui diversi modi di intendere questa difficile relazione.
Con la caduta del Muro è venuta meno la componente ideologica, anche in quelle stesse frazioni ancora apparentemente legate alla tradizione socialista-comunista (si pensi alla scelta pacifista, molto borghese-illuminato, di Bertinotti). Di conseguenza la politica della sinistra, un volta gettatasi dietro le spalle l’ideologia, si è trasformata in puro e semplice pragmatismo. Una scelta che ha implicato sotto il profilo del reclutamento politico, l’apertura a singoli e gruppi appartenenti ad altre tradizioni (si pensi a cattolici e verdi). Il che ha provocato l' ulteriore annacquamento di programmi politici già non particolarmente "pesanti" sotto l'aspetto sociale.
Di qui la veloce accettazione del neoliberismo (nella componente riformista) e di un blando welfarismo (nella componente “rifondazionista”). Ma soprattutto il preventivo rifiuto di affrontare una questione fondamentale come quella della crescente precarizzazione del lavoro
Per quale ragione? Perché il solo parlare di un problema del genere impone la riapertura di una questione sistemica, e dunque ideologica, ormai considerata definitivamente chiusa dalla sinistra: quella della mercificazione. Una questione, e concludiamo, che può essere condensata in una sola domanda: può il capitalismo, in quanto tale, considerare il lavoratore qualcosa di completamente diverso da una pura e semplice merce?
Carlo Gambescia 

martedì 29 aprile 2008

Comunali Roma

La vittoria di Alemanno



Non volevamo commentare la vittoria di Alemanno. Ma è bastata un’occhiata ai giornali per cambiare idea. La grande stampa organica al centrosinistra, per non parlare di quella di sinistra, è già partita all’attacco definendo la vittoria del genero di Pino Rauti, come una specie di seconda “Marcia su Roma”.
Ora, noi non neghiamo, che vi siano sottopelle e spesso pure in superficie, in certi esponenti minoritari della destra post-missina nostalgie neo-fasciste, più ispirate però al fascismo-regime (ordine, sicurezza, eccetera), che al fascismo-movimento (socializzazione, eccetera). Ma crediamo che quel blocco di potere favorevole a Rutelli, si riposizionerà subito, passando a destra. E di conseguenza, i giornali di centrosinistra, a meno che Alemanno non commetta qualche errore spettacolare (ma a nostro avviso nulla cambierà, a parte qualche vigile in più in strada, qualche piccola concessione ai tassisti, e la solita manfrina sui fondi destinati al sociale ), assumeranno un atteggiamento più neutrale. Il potere è un collante fortissimo. E Alemanno ha sempre mostrato di capirlo: in cinque anni come ministro è riuscito a non farsi alcun vero nemico a sinistra (a cominciare da Pecorario Scanio...). Un fatto che spiega anche questa vittoria romana.
Poi c’è un altro problema che impedirà svolte “decisive”, anche sul piano dei grandi lavori pubblici promessi da Alemanno. La macchina comunale è completamente nelle mani di una dirigenza di centrosinistra che farà “melina”. E con la quale Alemanno, abile com’è, patteggerà. Nessuno, insomma, si farà male. Infine il blocco di potere romano, rappresentato, soprattutto dai costruttori, vuole soprattutto investire nell'edilizia privata e di lusso... Comunque staremo a vedere.
Pertanto non crediamo in alcuna “marea nera”. Al massimo Roma, sprofonderà nel grigiore post-democristiano …
I saluti romani, a parte il valore che continuano possedere all'interno di alcune lunatic fringes (minoranze che politicamente non contano nulla), sono ormai puro folclore, di cui i dirigenti post-missini ridono, trattando questi militanti come buffi bimbetti che giochino a imitare, con in testa un enorme cappello piumato, i nonni bersaglieri, morti e stramorti...
Piuttosto tutta la sinistra, invece di gridare al lupo fascista, incominci a riflettere sulle cause della sconfitta. I “padroni” di oggi come i “padroni” di ieri, troveranno un accordo anche con Alemanno, come con chi verrà dopo di lui.

Questo è il vero problema.

Carlo Gambescia 

lunedì 28 aprile 2008

Europa e Stati Uniti

Alle origini delle differenze





Qual è il fattore di fondo che ha differenziato lo sviluppo storico e politico americano da quello europeo? In molti si sono interrogati da Tocqueville a Marx, da Maritain a Molnar. E tutti, pur partendo da posizioni diverse, hanno ricondotto la diversità americana a un preciso fattore storico: l’assenza di feudalesimo, dello stato assoluto e delle altre istituzioni di ancien régime.
E qui vale la pena di ricordare un libro dello storico Louis Hartz, scritto negli anni Cinquanta del Novecento, proprio per documentare e comprovare questa tesi. Il succo di The Liberal Tradition in America (testo tradotto da Feltrinelli nel 1960, e mai più ristampato) è questo: il feudalesimo e lo stato assoluto hanno prodotto e difeso in Europa ingiusti privilegi, che a loro volta, hanno provocato rivoluzioni, giacobinismo, socialismo, e poi un bieco conservatorismo che non ha assolutamente giovato all’ordine sociale, perché è sfociato per reazione nel fascismo, nel comunismo e in due guerre mondiali. Per contro il “non feudalesimo” avrebbe prodotto in America una società di individui eguali e un liberalismo naturale, spontaneo, frutto di buon senso, che ha garantito libertà, progresso, crescita economica e ordine sociale.
Hartz, era un grande semplificatore (alcuni critici, ancora oggi, lo ritengono addirittura un fantasioso ideologo mancato: una specie di Oriani americano…) . Ma la tesi del “non feudalesimo” americano, che ha una sua consistenza almeno “cronologica” e un esercito di influenti sostenitori, non va sottovalutata, soprattutto sotto l’aspetto ideologico e storico. Vediamo perché.
In primo luogo, la consapevolezza ideologica di avere creato una società di individui eguali (esistente o meno, qui non importa), ha spinto l’America a considerare come arretrate e ingiuste tutte le società non ritenute all’altezza dei suoi standard culturali, tutti basati su valori individualistici ed egualitari. Di qui però è scaturita l’incomprensione statunitense di eventi piuttosto complessi : il ruolo giocato dalla Chiesa Cattolica nel medioevo; la funzione storica delle aristocrazie europee; e da ultimo, l’influenza esercitata dalla religione islamica nel mondo arabo come elemento identitario, e non come fattore puramente folcloristico o terroristico.
In secondo luogo, questa consapevolezza ha prodotto sul piano storico, la volontà di “esportare”, o meglio di imporre a tutto il mondo il modello Usa di vita sociale. “Siamo i migliori, perché non dovremmo farlo?”: ecco l‘espressione preferita dai politici americani, quando si rivolgono ai propri elettori per giustificare la politica estera bellicista. Alcuni analisti hanno scorto in ciò addirittura un sostrato religioso dai forti accenti messianici: il popolo americano come il nuovo popolo, di individui eguali, eletto da Dio. Comunque sia, il calore (e a volte anche lo stupefacente candore) con cui presidenti di orientamento diverso come Clinton o Bush difendono i valori americani, è sicuramente di origine religiosa, o per dirla con Costanzo Preve, di natura “ideocratica”: termine che indica una specie di religione secolarizzata, con una sola idea-guida, America First.
Dovrebbe perciò ora essere chiaro, su quale potente idea-forza sia stato costruito il “secolo americano” (tutto il Novecento ed oltre…). Messo così, il rapporto tra Europa e Stati Uniti , ricorda, soprattutto sul piano culturale e ideologico, quello hegeliano tra servo e signore. Infatti se si accetta la visione americana del “popolo eletto“, e molti in Europa hanno da tempo sposato supinamente tale tesi, ci si pone subito in una posizione di inferiorità. E lo si scopre appena si prova a contestare qualsiasi scelta politica o economica Usa: subito scatta l’accusa (spesso primo gradino di una pericolosa escalation) di non capire il senso degli eventi, di essere nemici del progresso storico, ovviamente incarnato dai valori americani, e soprattutto (ecco che il cerchio si chiude) di essere difensori di un aristocratico “tribalismo premoderno“: in una parola feudale.
Per contro, più si indica nella società americana e nelle sue articolazioni sociali (che poi egualitarie non sono, ma questa è un’altra storia…) il mondo del futuro, tutto latte e miele, più lo squilibrio culturale e persuasivo cresce. Perché non è facile convincere la gente del contrario. Il secolo è americano, soprattutto perché gli Stati Uniti, e in particolare la sua industria dell’intrattenimento ( cinema, editoria, musica, televisione) hanno conquistato l’immaginario collettivo. E non è semplice persuadere milioni di spettatori che dietro le star del rock e di Hollywood c’è una società che crede solo nel dio dollaro, e poco tenera verso deboli e poveri.
Perciò una buona battaglia, anche se apparentemente di minor rilievo, può essere quella di limitare o sostituire ai “prodotti culturali” made in Usa (film, serial, programmi musicali, libri, ecc.), opere di autori e registi europei, come ad esempio si tenta di fare in Francia. E qui purtroppo sorge un problema di tipo politico: le classi dirigenti europee e americane hanno formazione e frequentazioni simili . Molti economisti, funzionari di livello, operatori economici, e spesso anche uomini politici si sono formati nelle università americane: conoscono e frequentano gli stessi ambienti dei “colleghi” americani. E praticamente parlano la stessa lingua del ”popolo eletto”, perfino all’interno di quella che una volta si chiamava la stanza dei bottoni.
Certo, non va sottovalutato il ruolo di una possibile e auspicabile “controideologia”. Ovviamente, non basata sulla rivalutazione acritica del medioevo europeo e sul confronto inventato tra un “vecchio” popolo eletto (quello europeo), e un “nuovo” popolo eletto (quello americano): sarebbe ridicolo. Anche perché l’Europa ha comunque altre magnifiche e “moderne” carte da giocare: si pensi ai valori della socialità racchiusi nell’idea europea di diritti sociali, oppure al principio di sussidiarietà, difeso non solo dalla Chiesa, ma anche da pensatori, mai stati in sintonia col cattolicesimo, come Proudhon. Ma il punto purtroppo è un altro, e non è materia di articoli, ma di vita: ci sono ancora uomini (politici e non) disposti ad ascoltare, capire e agire?

Carlo Gambescia