Genealogia e significato di una parola
Competitività

Ormai, periodicamente, si parla di favorire la crescita
della competitività, in particolare quella economica. Ma al tempo stesso ci si
rifiuta di inquadrare la questione dal punto di vista sociologico. Cerchiamo di
spiegarci meglio.
Cominciamo col dire che dal punto di vista filologico il termine competizione
viene dal latino cum petere e significa cercare con, o detto
altrimenti, cercare insieme. Si dirà, ma questo che significa sotto l’aspetto
concettuale? Una cosa molto precisa. Che la competizione implica la condivisione
(si cerca insieme), e che, visto che si sta sempre insieme sulle base di scelte
valoriali, quel che si cerca in comune, nel bene o nel male, ha sempre una
curvatura socioculturale. Si impongono perciò due riflessioni.
Primo punto. Cercare insieme vuol dire organizzarsi, e i processi organizzativi
rinviano sempre a un concetto sociologico per eccellenza, quello della
divisione sociale del lavoro. La competizione, insomma, è organizzazione.
Secondo punto. Come detto, il fatto che ci sia qualcosa da cercare (insieme)
implica un riferimento ai valori. E in particolare ai valori culturali che
ispirano il gruppo sociale, attraverso i quali, e al di là della presenza di un
minimo oggettivo di risorse puramente materiali, si indica quel che è giusto o
che comunque si “deve” cercare insieme. La competizione, insomma, è cultura.
In conclusione, la competizione è organizzazione e cultura.
Come inquadrare allora sotto l’aspetto sociologico il capitalismo (appunto come
sistema di istituzioni “organizzative” e valori socioculturali)? E che dire
della forma di competizione (oligopolistica, se non monopolistica in alcuni
settori) di cui il capitalismo si è fatto portatore? Il problema è che siamo
davanti a una forma di competizione tra pochi macrosoggetti, (le grandi
imprese), basata su specializzazioni funzionali (egemonia economica) e storiche
(egemonia politica), che risalgano ai primi secoli dell’età moderna, e
correlate a un’antropologia individualistica, che ha nel concetto di utile (o
comunque di vantaggio individuale, inteso anche a livello di gruppo) il suo
valore normativo.
In questo contesto, parlare di competitività perduta da “ritrovare”, come si
spesso si legge, significa, purtroppo, dare per scontata una certa idea di
competizione capitalistica: detto brutalmente da Business School (già
ampiamente teorizzata, pur con scopi e idealità etiche diverse, a partire da
Mandeville e Smith). Un’idea, certo rispettabilissima, ma che presuppone una
divisione del lavoro capitalistica. Che, attenzione, questo è un punto
fondamentale: non è l’unica forma di divisione sociale del lavoro conosciuta
storicamente.
Pertanto, crediamo che il vero problema da affrontare, sia quello di proporre
una forma di competizione, come dire non capitalistica… Certo, viviamo in un
mondo fortemente segnato dal capitalismo, e affermazioni come le nostre
rischiano di essere accusate di utopismo… Ma riteniamo che il lavoro teorico, o
se si vuole metapolitico, debba essere distinto dalla necessità di guardare
oltre la realtà ci circonda.
A questo proposito, piace ricordare, sempre a proposito dei sistemi di
divisione sociale del lavoro, tra l’altro noti anche agli etologi e non solo ai
sociologi, lo schema proposto da Karl Polanyi, una grandissima figura di
studioso e socialista democratico, mai appiattitosi sulla vulgata marxista o,
per contro, volgarmente riformista. Bene, Polanyi, in libri memorabili, come ad
esempio La grande trasformazione (1944), ma anche in altre sue opere,
propone, con grande ricchezza di esempi storici, una teoria “triarticolare” dei
sistemi di divisione sociale del lavoro. Polanyi parla di tre forme basate
rispettivamente sulla reciprocità, la redistribuzione e lo scambio. E
attenzione: a suo avviso, lo scambio di tipo capitalistico, fondato sul
cosiddetto mercato autoregolato, che automaticamente (e per alcuni
armoniosamente) suddivide costi e ricavi economici, e purtroppo sociali, non
sarebbe altro che una “sottocategoria” della “forma” scambio. In questo senso
lo scambio sarebbe la regola e il mercato capitalistico l’eccezione.
Gli antichi, i Romani ad esempio, avevano mercati in cui
si scambiavano le merci, che non erano però mercati capitalistici, perché i
prezzi, come quelli del grano ad esempio, erano imposti dalle autorità, e altri
beni, come la terra, non erano liberi e commerciabili. A grandi linee, secondo
Polanyi, l’Impero Romano, era un sistema complesso, basato su una triplice
divisione del lavoro, certo con forti basi schiavistiche, ma regolato dalla
reciprocità (di scambi di beni e servizi tra privati, non basati sul lucro, e
volti comunque a pareggiarsi nel tempo); dalla redistribuzione (statale di beni
e servizi); e dallo scambio (limitato e controllato di beni e servizi). In
questo contesto la competitività era una gara, certo intensa anche a quel tempo,
ma per eccellere in qualità pubbliche (ed è inutile qui ricordare le liturgie,
o doni pubblici, nell’ Atene periclea, ma presenti per certi versi a Roma),
degne di approvazione sociale. Il fine della competizione era la conservazione
della stabilità sociale: cum petere, cercare insieme “in e un” quadro
di condizioni, magari modeste, ma di buona vita per tutti.
Siamo perciò molto lontani da come oggi viene presentata la competizione: una
corsa a chi produce di più e a minor costo, in un quadro di crescente destabilizzazione
sociale. Insomma, quel che mi preme sottolineare è che la divisione sociale del
lavoro è nell’ordine naturale delle cose “sociali”, quella capitalistica,
invece, non lo è affatto. Prendere o lasciare…
Di qui l’importanza, tenendo ovviamente presente la distanza, anche morale, che
ci separa dalle società antiche, di riflettere su queste categorie concettuali.
Altrimenti si corre il rischio di pensare la competitività solo in termini
capitalistici, e di aderire così in modo superficiale a quel che il mercato
della “cultura teorica” chiede oggi agli intellettuali…, i quali dovrebbero
accontentarsi di aggiungere qui e là, al concetto di competitività, come si fa
nelle Business School, un pizzico di socialità, citando ad hoc
dall’Adam Smith della Teoria dei sentimenti morali …
Anche perché il problema di fondo, qui posto, è quello di ricondurre la
competizione, e più in generale l’economia, nell’alveo della società. La
competizione non può essere pensata come qualcosa che marci a fianco del Leviatano
capitalistico, attraverso i mercati (attenzione, oligopolistici), schiacciando
tutto, tanto, come sostengono i suoi apologeti, dal male (i licenziamenti ad
esempio) finirà sempre per nascere, come per incanto, il bene (un benessere
diffuso per tutti).
Del resto, ed è bene non dimenticarlo, tutto il Novecento, con i suoi tremendi
buchi neri, è stato segnato da tentativi, alcuni disastrosi come quelli dei
totalitarismi, altri meno come quelli delle socialdemocrazie postbelliche, di
ricondurre l’economia capitalistica, e quindi il suo tipo di divisione sociale
del lavoro (e di competizione) nell’alveo della società, o se si preferisce di
quella socialità racchiusa nell’ idea del cum petere, intesa ovviamente nella
sua accezione più nobile.
La politica, da quella dei partiti unici a quella delle grandi forze sindacali
e di sinistra (ma anche del cattolicesimo sociale) ha cercato per tutti il
Novecento (o comunque fino alle rivoluzioni thatcheriane e reaganiane degli
anni Ottanta), di porre rimedio ai grandi problemi posti da due secoli di
industrializzazione “forzata” in Occidente. E di opporsi, dopo i cedimenti del
passato, ai grandi oligopoli economici, rifiutandosi di mettere la nazione, o
comunque l’economia nazionale, al servizio di un mercato che aveva, e ancora
ha, ben poco di trasparente.
Ovviamente, queste tematiche non sono discusse soltanto da Polanyi. Potremmo
citare anche altri autori, magari non così importanti ma sicuramente
interessanti. Riteniamo però poco elegante lasciarsi andare a quella libido da
citazioni cui spesso restano vittime non pochi studiosi. Inoltre, è stata già
messa, come dire, troppa carne al fuoco. E, probabilmente, come al solito,
abbiamo tentato di volare troppo alto, verso gli universi sconosciuti di un
postcapitalismo, ancora tutto da inventare. Ma, del resto quali sono le
alternative a un lavoro teorico, o metapolitico veramente creativo? Discutere
di sistemi elettorali? Considerare il capitalismo, o la sua visione della
“competitività”, come il migliore dei mondi possibili? Non è proprio il
massimo…
Comunque sia, chi è d’accordo con gli apologeti del mercato, di centrodestra
come di centrosinistra, si accomodi pure. Il pranzo è servito.
Carlo Gambescia