sabato 8 marzo 2008

Il sabato del villaggio (8)

An riscopre il Sessantotto.
Ultimi biglietti, solo posti in piedi

Giochi di parole
Bassolino.
Lino Basso.
So’ Lino Bas.
Sono Bas lì, e ci resto…

Femminismi di destra
Quote rosa? No quote sposa

Spengleriana
Stefano Rodotà: il declino del giurisprudente.

Bertinotti
Post-comunismo, sartoriale.


“L’ultima del diavolo” di Buttafuoco
Chi di monoteismo ferisce, di monoteismo perisce.

                                              Carlo Gambescia

venerdì 7 marzo 2008


     Un'impresa al giorno toglie 

              il medico di torno... 

      (e forse pure il lavoratore)


                         

Dopo Baby-Colaninno, Sterminator-Ichino, pure “l’impresa una volta al dí”. Veltroni ce la sta mettendo tutta per trasformare il Partito democratico nell’Associazione Italiana Amici di Margaret Thatcher e Ronald Reagan… E s’impegna da matti… Prendete il passaggio di consegne a Roma con calce-e-aspersorio-Rutelli. Anche quello fa salire i listini di Borsa. E arricchire qualcun altro. E l’apertura ai Radicali, dove la vogliamo mettere? E' arcinoto il bolscevismo di Pannella e della Bonino...
Ma questa idea di aprire un’impresa al giorno. O per essere filologici: "un’impresa in un giorno", è roba da Briatore-Economics… Da Italia fai dai te, con il culto della sanatoria, e chi s'è visto s'è visto… Senza regole. E tra un po’ senza lavoratori. Dato che continuano a morire come mosche…
Del resto chi c’è rimasto a difendere (poverini…) gli interessi padronali? Nessuno. Tremonti, vuole il posto fisso e gli steccati protezionistici. Bertinotti-Pace-e-Orticello, oltre alle cravatte firmate, non si capisce bene cosa voglia davvero dalla vita… Forse un Lucano… Mentre, come è risaputo, i padroni pretendono certezze. Vedi l’ultimo incazzato intervento di Mountainzemolo…
E allora ti arriva il Walter nazionale (qualcuno dice Alleato-Nazionale...), bono-bono, con l’idea dell’impresa al giorno che ti toglie il medico di torno. Che punta a creare una specie di capitalismo in pillole (per alcuni straccione…) fatto di carrozzieri, idraulici e commercianti improvvisati… in un giorno. Visto che di investire nella formazione non se ne parla proprio. Perché costa troppo, dice Confindustria.
E magari, dulcis in fundo, Walterone pensa pure di dare una mancetta al lavoratore flessibile. Che così resta flessibile, senza rompere troppo le scatole... Oppure apre "un’impresa in un giorno", beccandosi così un bella pacca sulle spalle. Ovviamente da parte di quell'amicone di Walter.
E se il lavoratore flessibile sbraca? Perché le banche non concedono prestiti a precari che vogliono diventare carrozzieri… Che può fare? Si può buttare di sotto, limitandosi ad “aprire” la finestra…

Carlo Gambescia

giovedì 6 marzo 2008

Lo scaffale delle riviste.: "Nouvelle Ecole", n. 57, 2007, pp. 158, Euro 20,00.


Georges Sorel


Assolutamente da non perdere il fascicolo ancora fresco di stampa di “Nouvelle Ecole (n. 57, année 2007, pp. 158, Euro 20,00 – nouvelle-ecole@labyrinthe.frhttp://www.nouvelle-ecole.fr/ ). Per quale ragione? Perché è largamente dedicato a Georges Sorel (1847-1922), il padre del sindacalismo rivoluzionario. Un pensatore, in realtà, politicamente non classificabile. E forse proprio per questa ragione tutto da riscoprire.
Come, del resto, spiega chiaramente anche Alain de Benoist nell'interessante Présentation: “Sorel non lavorò a una teoria pratica della rivoluzione, ma cercò di analizzare in profondità i presupposti dell’azione, o per farla breve: le condizioni morali e sociali di una rigenerazione. Egli fu intransigente, e questa sua intransigenza ne spiega la solitudine. Del resto Sorel fu considerato un “maestro” solo in Italia. Dove la sua influenza fu notevole grazie a uomini come Arturo Labriola ed Enrico Leone. Egli fu un autentico conservatore-rivoluzionario. Tuttavia il suo pensiero va studiato direttamente: leggendo i suoi libri spesso poco conosciuti e soprattutto incompresi. Evitando, insomma, le interpretazioni dei suoi discepoli, più o meno autentici, di destra come di sinistra. Georges Sorel, aveva coniato per la sua corrente di pensiero il termine di “Nouvelle Ecole”. Pertanto - conclude de Benoist - una rivista che porta lo stesso nome, non poteva non rendergli questo doveroso omaggio”.
Seguono i saggi di Yves Guchet (Georges Sorel, un itinéraire intellectuel (pp. 11-27), Philippe Duval (Georges Sorel, un révolutionnaire conservateur?, pp. 29-37), Paul Masquelier (Sorel et la morale révolutionnaire. Une lecture des “Réflexions sur la violence” , pp. 39-53), Gian Biagio Furiozzi (Sorel et l’Italie, pp. 55-59), Piet Tommissen (La réception allemande de Georges Sorel: 1897-1945. Une documentation , pp. 61-83). Ai quali sono affiancati un testo dello stesso Sorel (Le syndicalisme révolutionnaire, pp. 85-89), nonché un bellissimo scritto di Edouard Berth (Le Tertullien du socialisme, pp. 91-95). Dove si insiste sul concetto soreliano di necessaria separatezza sociale del movimento socialista. Quale esito di una "purezza" più di vita che dottrinaria, capace, come nel primo cristianesimo teorizzato e predicato da Tertulliano, di impedire ogni "imborghesimento" , ieri dei cristiani, oggi (nel senso dell'epoca in cui scriveva Sorel) dei socialisti. Al punto di permettere a questi ultimi di cambiare il mondo.
Di qui, almeno a nostro avviso, la necessità, proprio per coloro che oggi teorizzano la decrescita, di sviluppare questo aspetto del pensiero soreliano, recuperandolo all’interno di una teoria sociale e politica della transizione a una società molto diversa dall'attuale. Una decrescita che difficilmente - ecco il punto - potrà essere “felice”, soprattutto dal punto di vista della sua attuazione politica. Perché l’idea di decrescita, non può non implicare un'idea di “separatezza sociale”, come modello di vita, dei fautori di questa idea da quello teorizzato e praticato dai sostenitori dell’utilitarismo consumistico, oggi predominante. E i cristiani, per questa loro diversità, che però alla fine li condusse alla "vittoria", furono da subito perseguitati. E la stessa sorte potrebbe toccare, se ci si passa l’espressione, ai “nuovi cristiani della decrescita”… Insomma, il Sorel sociologo insegna che la pratica sociale delle idee in cui si crede, soprattutto se socialmente rivoluzionarie, implica necessariamente una separatezza di condotta, che rischia di sfociare nel conflitto politico. E a questo si devono preparare i fautori della decrescita. Il nostro augurio è che anch'essi siano dotati della stessa mitezza dei cristiani, frutto di un'autentica fede...
Infine, la parte miscellanea ci riserva gli ottimi saggi di Alain de Benoist (Jean Baudrillard, sociologue de la séduction, pp.111-117), Jerónimo Molina, Gaston Bouthoul et la polémologie, pp. 118-126), Aurore Castelvetro, Musique et mathématique: pour une orientation de recherche, pp. 127-141), Arkadi Nedel, A l’ombre séduisante de l’aristotélisme. Quelques parallèles médiévaux autour du problème de l’analogie, pp. 151.

Come sempre ricchissimo ed elegante l’apparato iconografico.
Carlo Gambescia 

mercoledì 5 marzo 2008

Questione palestinese

Vicolo cieco




Ogni volta che si legge quel che sono costretti a subire i palestinesi di Gaza cadono veramente le braccia. E cresce in noi la sensazione di completa impotenza. E soprattutto di scetticismo verso la possibilità di un'equa soluzione dell'intera questione. Ormai, crediamo, politicamente infilatasi nel vicolo cieco della repressione e della violenza.
Sappiamo di non dire nulla di nuovo, ma probabilmente la causa dello stallo è legata all' alleanza, praticamente di ferro, tra Stati Uniti e Israele. E soprattutto alla volontà americana di non contraddire mai il principale alleato in Medio Oriente. Mentre l’Europa, per parte sua, si è finora limitata a restare alla finestra, cercando con qualche misura, priva però di rilievo politico, di non inimicarsi al tempo stesso israeliani, palestinesi e americani. Una scelta veramente deprimente: di pura sopravvivenza politica.
Pertanto, ed è inutile girarvi intorno, si tratta di un problema di (grande) politica estera e di alleanze strategiche globali. E fino a quando gli Stati Uniti non faranno pressione diretta su Israele, per giungere a una pace non lesiva dei diritti palestinesi, e l’Europa continuerà ad accodarsi alle scelte americane, Gaza e gli altri territori somiglieranno sempre più a un’autentica polveriera.
Certo, si può intervenire in chiave umanitaria, cercando di aiutare le popolazioni palestinesi, almeno a sopravvivere… Ma la questione di fondo difficilmente cambierà. Anche perché la repressione israeliana favorisce l’escalation politica delle correnti più estremiste all’interno del movimento palestinese, e non solo. Di qui quella crescente spirale di odio reciproco, già abbondantemente in atto, che non promette nulla di buono per il futuro.
Che cosa potrebbe fare l’Europa? Due le possibilità.
O agire direttamente. Come dire, in modo autonomo. Tuttavia qualsiasi concreta politica filo-palestinese verrebbe subito intesa dagli alleati americani e da Israele come un atto ostile. E l’Europa, attualmente, è in condizione di sopportare, anche economicamente, le conseguenze di una rottura con gli Usa? Anche perché, se optasse decisamente per i palestinesi, dovrebbe poi cercare di appoggiarsi ad altre sponde geopolitiche fidate. Ma quali?
O agire indirettamente, cercando di fare pressione sugli Stati Uniti, attraverso le vie della politica e della diplomazia. E poi sperare che gli Usa, a loro volta, eccetera, eccetera. Ma l’Europa, attualmente, è in grado di esercitare anche la minima pressione sugli americani? Attenzione, parliamo dell’Europa, così com’è oggi: un’entità geopolitica, istituzionalmente ancora in progress, e incapace perciò di minacciare chicchesía, anche solo velatamente. E che sul piano economico per bocca di Trichet, spera nel rafforzamento del dollaro...
Un vicolo cieco. Con i palestinesi di Gaza, che vivono ormai in stato di segregazione. E gli israeliani, soprattutto gli attuali governanti di destra, che credono solo nell’uso della forza e della repressione. E tutti gli altri a guardare... Ecco, i requisti per un'altra tragedia storica ci sono tutti, proprio tutti.

Carlo Gambescia

martedì 4 marzo 2008

Voltaire e Pascal, secondo Giulio Giorello

Accoppiamenti poco giudiziosi 




Ieri sulle pagine del Corriere della Sera, Giulio Giorello ha benedetto l’alleanza tra razionalisti e cattolici nel nome di un “nuovo illuminismo”, tutto da costruire, partendo da Voltaire e Pascal. Secondo l’amico Nicola Vacca, al quale dobbiamo la segnalazione, l’intervento di Giorello meriterebbe grande attenzione, per la sua capacità di andare oltre certi luoghi comuni del dibattito, spesso polemico e non costruttivo, tra laici e cattolici. Non siamo d’accordo. E proviamo a spiegare perché.
Purtroppo Giorello, e in questo senso è cattivo allievo del suo maestro Ludovico Geymonat (grande storico della filosofia e della scienza), confonde il metodo con il contenuto.
Perché se è vero che tra Voltaire e Pascal può registrarsi, metodologicamente, consonanza, ponendo l’accento sul fatto che entrambi ritengono l’uomo fragile e portato al pregiudizio, è altrettanto vero che Pascal, a differenza di Voltaire, riconduce questa visione della debolezza umana a una concezione cristiana del peccato, assente in Voltaire (la nostra è una pura constatazione…).
Insomma, tra i due pensatori la differenza è segnata dall’ adesione o meno all’ antropologia cristiana del peccato. Pertanto il “nuovo illuminismo” di Giorello resta puramente basato su un criterio metodologico, e non di contenuto. Fondato sulla consapevolezza circa l’effettiva capacità dell’uomo di resistere alle proprie passioni. Di qui il dubbio sistematico del “nuovo illuminismo” sulla possibilità di individuare i veri significati delle azioni e umane. Nonché la necessità, entro certi limiti sociali, di lasciar correre: tollerare ma fino a che punto? Ecco il problema che Giorello sembra sottovalutare.
Ma che cos’è il metodo? Una scatola vuota, che ogni studioso riempie con gli strumenti euristici della propria disciplina. Il che va benissimo quando la ricerca concerne un campo limitato (la storia, l’economia, la sociologia, eccetera). Ma non quando si vuole addirittura puntare, come Giorello, su un progetto di alleanza politica tra laici e cattolici. Perché la scatola vuota del “nuovo illuminismo”, rischia di essere riempita non di strumenti, ma di contenuti, dal momento che la politica non è mai decisione sulle metodologie (scientifiche), ma sui contenuti che queste rivestono. E il contenuto riguarda quei “limiti” di cui sopra… Sui quali, proprio perché sostanziali e non metodologici, di regola, come la storia mostra, non è possibile trovare accordo. Se non al prezzo di astrarre dai contenuti. I quali sono invece il sale della vita sociale e politica… E spieghiamo perché.
Il metodo e il dubbio sistematico vanno benissimo quando si fa scienza. Ma quando si fa politica, e soprattutto si deve creare coesione sociale, il dubbio può essere fonte di instabilità e incertezza sociale. Gli uomini, magari anche sbagliando, hanno bisogno di punti riferimento sociale. Perché, piaccia o meno, le società si reggono sul pregiudizio: su valori e credenze che informano normativamente il giudizio. La tolleranza non è una scatola vuota, ma è dettata dall’accettazione dei rispettivi pregiudizi. I quali spesso sono frutto di scelte passionali, difficilmente controllabili “in laboratorio”. Di qui il suo qualificarsi (della tolleranza), soprattutto nell’Occidente moderno, come il pregiudizio dei pregiudizi: quello per cui tutte le idee hanno lo stesso valore eccetto quelle dell’Occidente. Il che rassicura gli occidentali, facendoli sentire migliori degli altri popoli. Ma sempre più spesso provoca, in quanto pregiudizio, reazioni non certo benevole nei popoli non occidentali, verso una tolleranza che in realtà non può essere percepita come tale.
Certo, storicamente, si registrano le fasi rivoluzionarie, spesso benefiche, in cui il giudizio storico(in formazione) ha la meglio sul pregiudizio sociale (esistente) . Ma poi una volta superata la condizione dello stato nascente, le società tendono a tornare alla normalità del pregiudizio sociale, basato, ovviamente, sui nuovi giudizi storici "stabilizzatisi" però come pregiudizi, e così via. Si pensi solo al “politicamente corretto" oggi in voga… E ogni epoca (post-rivoluzionaria) ha avuto il suo.
Pertanto il “nuovo illuminismo” di Giorello non è altro che uno dei numerosi tentativi, spesso socialmente molto pericolosi, di trasformare il metodo scientifico in scienza dei contenuti di governo. E quel che è peggio Giorello ignora - o fa finta di ignorare - che scienziati e politici, in quanto uomini, possono essere vittime di quelle stesse passioni, dalle quale e in modo piuttosto maldestro come abbiamo visto, Giorello propone di difendersi, ricorrendo al valore salvifico del “metodo”. Ma un mondo fondato sul metodo implica un uomo privo di passioni sociali… Il che è impossibile.

Carlo Gambescia 

lunedì 3 marzo 2008

Genealogia e significato di una parola 

Competitività


Ormai, periodicamente, si parla di favorire la crescita della competitività, in particolare quella economica. Ma al tempo stesso ci si rifiuta di inquadrare la questione dal punto di vista sociologico. Cerchiamo di spiegarci meglio.
Cominciamo col dire che dal punto di vista filologico il termine competizione viene dal latino cum petere e significa cercare con, o detto altrimenti, cercare insieme. Si dirà, ma questo che significa sotto l’aspetto concettuale? Una cosa molto precisa. Che la competizione implica la condivisione (si cerca insieme), e che, visto che si sta sempre insieme sulle base di scelte valoriali, quel che si cerca in comune, nel bene o nel male, ha sempre una curvatura socioculturale. Si impongono perciò due riflessioni.
Primo punto. Cercare insieme vuol dire organizzarsi, e i processi organizzativi rinviano sempre a un concetto sociologico per eccellenza, quello della divisione sociale del lavoro. La competizione, insomma, è organizzazione.
Secondo punto. Come detto, il fatto che ci sia qualcosa da cercare (insieme) implica un riferimento ai valori. E in particolare ai valori culturali che ispirano il gruppo sociale, attraverso i quali, e al di là della presenza di un minimo oggettivo di risorse puramente materiali, si indica quel che è giusto o che comunque si “deve” cercare insieme. La competizione, insomma, è cultura.
In conclusione, la competizione è organizzazione e cultura.
Come inquadrare allora sotto l’aspetto sociologico il capitalismo (appunto come sistema di istituzioni “organizzative” e valori socioculturali)? E che dire della forma di competizione (oligopolistica, se non monopolistica in alcuni settori) di cui il capitalismo si è fatto portatore? Il problema è che siamo davanti a una forma di competizione tra pochi macrosoggetti, (le grandi imprese), basata su specializzazioni funzionali (egemonia economica) e storiche (egemonia politica), che risalgano ai primi secoli dell’età moderna, e correlate a un’antropologia individualistica, che ha nel concetto di utile (o comunque di vantaggio individuale, inteso anche a livello di gruppo) il suo valore normativo.
In questo contesto, parlare di competitività perduta da “ritrovare”, come si spesso si legge, significa, purtroppo, dare per scontata una certa idea di competizione capitalistica: detto brutalmente da Business School (già ampiamente teorizzata, pur con scopi e idealità etiche diverse, a partire da Mandeville e Smith). Un’idea, certo rispettabilissima, ma che presuppone una divisione del lavoro capitalistica. Che, attenzione, questo è un punto fondamentale: non è l’unica forma di divisione sociale del lavoro conosciuta storicamente.
Pertanto, crediamo che il vero problema da affrontare, sia quello di proporre una forma di competizione, come dire non capitalistica… Certo, viviamo in un mondo fortemente segnato dal capitalismo, e affermazioni come le nostre rischiano di essere accusate di utopismo… Ma riteniamo che il lavoro teorico, o se si vuole metapolitico, debba essere distinto dalla necessità di guardare oltre la realtà ci circonda.
A questo proposito, piace ricordare, sempre a proposito dei sistemi di divisione sociale del lavoro, tra l’altro noti anche agli etologi e non solo ai sociologi, lo schema proposto da Karl Polanyi, una grandissima figura di studioso e socialista democratico, mai appiattitosi sulla vulgata marxista o, per contro, volgarmente riformista. Bene, Polanyi, in libri memorabili, come ad esempio La grande trasformazione (1944), ma anche in altre sue opere, propone, con grande ricchezza di esempi storici, una teoria “triarticolare” dei sistemi di divisione sociale del lavoro. Polanyi parla di tre forme basate rispettivamente sulla reciprocità, la redistribuzione e lo scambio. E attenzione: a suo avviso, lo scambio di tipo capitalistico, fondato sul cosiddetto mercato autoregolato, che automaticamente (e per alcuni armoniosamente) suddivide costi e ricavi economici, e purtroppo sociali, non sarebbe altro che una “sottocategoria” della “forma” scambio. In questo senso lo scambio sarebbe la regola e il mercato capitalistico l’eccezione.

Gli antichi, i Romani ad esempio, avevano mercati in cui si scambiavano le merci, che non erano però mercati capitalistici, perché i prezzi, come quelli del grano ad esempio, erano imposti dalle autorità, e altri beni, come la terra, non erano liberi e commerciabili. A grandi linee, secondo Polanyi, l’Impero Romano, era un sistema complesso, basato su una triplice divisione del lavoro, certo con forti basi schiavistiche, ma regolato dalla reciprocità (di scambi di beni e servizi tra privati, non basati sul lucro, e volti comunque a pareggiarsi nel tempo); dalla redistribuzione (statale di beni e servizi); e dallo scambio (limitato e controllato di beni e servizi). In questo contesto la competitività era una gara, certo intensa anche a quel tempo, ma per eccellere in qualità pubbliche (ed è inutile qui ricordare le liturgie, o doni pubblici, nell’ Atene periclea, ma presenti per certi versi a Roma), degne di approvazione sociale. Il fine della competizione era la conservazione della stabilità sociale: cum petere, cercare insieme “in e un” quadro di condizioni, magari modeste, ma di buona vita per tutti.
Siamo perciò molto lontani da come oggi viene presentata la competizione: una corsa a chi produce di più e a minor costo, in un quadro di crescente destabilizzazione sociale. Insomma, quel che mi preme sottolineare è che la divisione sociale del lavoro è nell’ordine naturale delle cose “sociali”, quella capitalistica, invece, non lo è affatto. Prendere o lasciare…
Di qui l’importanza, tenendo ovviamente presente la distanza, anche morale, che ci separa dalle società antiche, di riflettere su queste categorie concettuali. Altrimenti si corre il rischio di pensare la competitività solo in termini capitalistici, e di aderire così in modo superficiale a quel che il mercato della “cultura teorica” chiede oggi agli intellettuali…, i quali dovrebbero accontentarsi di aggiungere qui e là, al concetto di competitività, come si fa nelle Business School, un pizzico di socialità, citando ad hoc dall’Adam Smith della Teoria dei sentimenti morali …
Anche perché il problema di fondo, qui posto, è quello di ricondurre la competizione, e più in generale l’economia, nell’alveo della società. La competizione non può essere pensata come qualcosa che marci a fianco del Leviatano capitalistico, attraverso i mercati (attenzione, oligopolistici), schiacciando tutto, tanto, come sostengono i suoi apologeti, dal male (i licenziamenti ad esempio) finirà sempre per nascere, come per incanto, il bene (un benessere diffuso per tutti).
Del resto, ed è bene non dimenticarlo, tutto il Novecento, con i suoi tremendi buchi neri, è stato segnato da tentativi, alcuni disastrosi come quelli dei totalitarismi, altri meno come quelli delle socialdemocrazie postbelliche, di ricondurre l’economia capitalistica, e quindi il suo tipo di divisione sociale del lavoro (e di competizione) nell’alveo della società, o se si preferisce di quella socialità racchiusa nell’ idea del cum petere, intesa ovviamente nella sua accezione più nobile.
La politica, da quella dei partiti unici a quella delle grandi forze sindacali e di sinistra (ma anche del cattolicesimo sociale) ha cercato per tutti il Novecento (o comunque fino alle rivoluzioni thatcheriane e reaganiane degli anni Ottanta), di porre rimedio ai grandi problemi posti da due secoli di industrializzazione “forzata” in Occidente. E di opporsi, dopo i cedimenti del passato, ai grandi oligopoli economici, rifiutandosi di mettere la nazione, o comunque l’economia nazionale, al servizio di un mercato che aveva, e ancora ha, ben poco di trasparente.
Ovviamente, queste tematiche non sono discusse soltanto da Polanyi. Potremmo citare anche altri autori, magari non così importanti ma sicuramente interessanti. Riteniamo però poco elegante lasciarsi andare a quella libido da citazioni cui spesso restano vittime non pochi studiosi. Inoltre, è stata già messa, come dire, troppa carne al fuoco. E, probabilmente, come al solito, abbiamo tentato di volare troppo alto, verso gli universi sconosciuti di un postcapitalismo, ancora tutto da inventare. Ma, del resto quali sono le alternative a un lavoro teorico, o metapolitico veramente creativo? Discutere di sistemi elettorali? Considerare il capitalismo, o la sua visione della “competitività”, come il migliore dei mondi possibili? Non è proprio il massimo…
Comunque sia, chi è d’accordo con gli apologeti del mercato, di centrodestra come di centrosinistra, si accomodi pure. Il pranzo è servito.

Carlo Gambescia

sabato 1 marzo 2008

Il sabato del villaggio (7)


Calamità post-moderne
La disfunzione erettile.

Decrescite felici
Il calo degli ascolti di San Remo.

Estremismo ecologista
Una tassa per i Suv in centro.

Televisione interattiva
I "Cesaroni" da Maria De Filippi.

An e la cultura, qualcosa si muove.
Segnali di fumetto.
Decadenze
Vilfredo Pareto, Luigi Einaudi, Francesco Giavazzi.


                                                       Carlo Gambescia