lunedì 4 dicembre 2006


Tentazioni,  tra sorrisi e  languide carezze... 
Casini sogna  il  centro?



Cosa pensare del disegno  neocentrista di Casini, soprattutto dopo la manifestazione di Roma?
Innanzitutto, per dirla brutalmente, è  un progetto velleitario. Vediamo perché.
In primo luogo, perché il successo della manifestazione di Roma, almeno sul piano della partecipazione, rafforza la posizione di Berlusconi all’interno della CdL, e ne sposta più decisamente a destra l’asse politico. Come dimostra la presenza di Bossi sul podio. E anche il successo “di popolo” di Fini.
In secondo luogo, perché sembra rafforzarsi nei due poli di destra e sinistra, l’idea di un ritorno al maggioritario. Mentre il progetto neocentrista di Casini è funzionale al proporzionale. Di più: ne dipende strettamente.
In terzo luogo, il centrismo nell’insieme, a destra come a sinistra, può contare attualmente, su un 15-20 per cento dei voti: sufficiente per paralizzare le attività governative, ma non per governare. Il che significa che, in caso di un ritorno del centro partitico, ci troveremmo davanti governi di sinistra-centro (40 a 20), o di destra-centro (40 a 20), anche in caso di permanenza del proporzionale, politicamente instabili.
In quarto luogo, l’ideologia del centro casiniano, non è cattolica ma neppure liberale o sociale. In pratica riflette l’ideologia compromissoria e dorotea della vecchia democrazia cristiana, del dopo De Gasperi, disposta a venire a patto con tutti (salvo le ali estreme), pur di restare al potere.
Detto questo, va comunque sottolineato che il progetto di Casini può essere favorito da eventuali errori o debolezze degli avversari. Infatti un nuovo centro democristiano potrebbe acquisire “relativa” consistenza politica, se a destra come a sinistra (a prescindere dalla riforma del sistema elettorale), dovessero prevalere forze “centripete” ( si pensi agli ex politici democristiani presenti nei due schieramenti). Pertanto il tentativo di Casini, può essere contrastato, ponendo l'accento sui rispettivi profili politici dei due poli. E manifestazioni riuscite come quella di Roma, oppure - per contro - una buona opera di governo, ben caratterizzata a sinistra, vanno in tale direzione.
In conclusione, a destra e sinistra si deve fare il possibile, perché l’elettore italiano, finalmente comprenda, che dietro Casini c’è solo la vecchia palude democristiana.

Carlo Gambescia

venerdì 1 dicembre 2006


Analisi
Gruppi di pressione, questi sconosciuti...



Quando in Italia si parla di lobby, il pensiero va subito a certi film americani, da ultimi quelli di Michael Moore, dove si affronta senza peli sulla lingua, il problema del ruolo, spesso corruttivo, giocato dai gruppi di interesse. Così come viene subito naturale formulare critiche e fare paralleli tra la realtà americana e le tante Tangentopoli italiane ed europee.
In realtà esistono due scuole di pensiero.
La prima scuola riflette la posizione degli "adoratori" dell’America, ad esempio la grande stampa, un tempo detta, "confindustriale", i liberisti e i "liberal" annidati in tutti i partiti, i tecnocrati formatisi negli Usa, gli intellettuali "amici" dell’America. Per costoro, casi di corruzione (come ad esempio quello, non più recente, di Abramoff, il repubblicano corrotto e corruttore) non sarebbero altro che l’eccezione che conferma la regola: la classica mela marcia, che una volta eliminata, consentirà al sistema delle lobby, che negli Usa come è noto è legalizzato, di tornare a funzionare meglio di prima. E garantire così quella "trasparenza" degli interessi", negata invece in Italia, dall’assenza di una legge che regoli in termini di "prevenzione" i rapporti tra affari e politica.
La seconda scuola di pensiero raccoglie il diffuso antiamericanismo di certa sinistra e destra radicali. E vede nella legalizzazione delle lobby solo una forma di ipocrisia: un formalismo furbo che, come mostrerebbero certi scandali, serve a coprire i maneggi del gruppo di potere repubblicano vicino al a Bush. Quanto alla possibilità di introdurre in Italia un sistema del genere, lo zoccolo duro della sinistra-destra antisisistemica, giudica il ruolo dei gruppi di interesse alla stregua di quello delle organizzazioni criminali. E che perciò ritiene valido come unico deterrente, non la legalizzazione, ma la "repressione".
A dirla tutta hanno torto entrambe le scuole. Gli "adoratori" dell’America che ne celebrano un capitalismo azionario e "impersonale", che però ha bisogno di "personificarsi" in gestori e lobby particolari. E che per giunta, come tutti i "devoti", credono di poter estendere meccanicamente all’ Italia, una legislazione che in America si è sviluppata per tentativi ed errori, a partire dal 1946 (Lobbyng Act), e che ancora oggi risulta insoddisfacente. Ma sbagliano anche gli "antiamericani" che vedono, sulla scorta dei film di Moore, solo complotti orditi da potentissimi lobby politico-economiche, con Bush come burattinaio. E che giudicano il capitalismo statunitense un puro e semplice prolungamento della macchina bellica.
C’ è invece una differenza di fondo che gli uni e gli altri non colgono. E in questo senso sarebbe utile rileggere il libro di Albert O. Hirschman, Le passioni e gli interessi , che non si occupa di lobby ma di storia della cultura. Secondo lo studioso esistono culture dominate dalla passione e culture dominate dagli interessi. Ora, andando oltre Hirschman, si può dire che la cultura americana è una tipica cultura degli interessi "diffusi", e che in quel contesto è venuto naturale legalizzare le lobby, e ricondurre il rapporto tra politica ed economia a un puro semplice "equilibrio" di interessi in gioco. Per contro la cultura italiana, è un cultura delle passioni "concentrate" per eccellenza, come è storicamente documentato, almeno dal romanticismo in poi, dal ruolo esercitato dalle ideologie e dall’intensità degli scontri politici.
Perciò difficilmente potrà da noi attecchire qualsiasi forma di regolazione. In Italia gli interessi sono sempre stati "attraversati" da forti passioni, politiche, personali, e spesso familistiche.
Esageriamo? L’Italia non è forse il paese del grande capitalismo familiare? Che senso avrebbe per un Agnelli, rivolgersi al lobbysta, quando da generazioni è abituato a trattare alla pari con i più diversi capi di governo (da Giolitti a Prodi e Berlusconi, passando per Mussolini)? E lo stesso discorso potrebbe essere fatto per altri paesi europei, come la Spagna ad esempio.
Quanto poi alle differenze tra capitalismo italiano e americano, si può solo dire che ogni paese ha il capitalismo che si merita. Ma questa è un’altra storia.

Carlo Gambescia

giovedì 30 novembre 2006


(Meta) political comics
Nostro Ferrara dei Turchi


Ma Il Foglio di Ferrara da che parte sta? Lui Giulianone, dice di stare col Papa. Però - c’è sempre un però nella vita - questo viaggio in Turchia, pare, gli sia piuttosto difficile da digerire, come una di quelle cene pantagrueliche alle quale talvolta non sa rinunciare. E invece con Papa Benedetto XVI, ogni tanto, deve andare di magro…
Prendiamo il titolo d’apertura di lunedì scorso: “L’ostinata colomba che vola verso i lupi”. Catenaccio: “Benedetto XVI va in Turchia: ad accoglierlo nessun politico, pochi fedeli e tante manifestazioni ostili. Perché lo fa?”. Segue il solito collage di frasi, tratte da articoli, presi un po’ qui e po’ lì, ma non a casaccio. I testi ripresi, come diceva un mio professore di liceo, fine dicitore, “avvalorano” quel che recita il titolo. Ed è inutile fare un elenco di nomi e pubblicazioni. Ferrara non ti vende mai merce di contrabbando. La quantità (e qualità) di prodotto contenuta negli articoli del Foglio riflette quella indicata sul fondo della scatola. Ammesso però che piaccia quel prodotto…
Tuttavia il taglio del pastone d’apertura, chiamiamolo così, ricorda il ritornello-tormentone della celebre Gianna di Rino Gaetano, quello con l’occhio furbo, che cantava in cilindro, frac e maglietta a rigoni: “Ma dove vai, vieni qua, ma che fai, dove vai, con chi vai, con chi ce l’hai, vieni qui”. Vi ricordate, no… Ebbene, secondo Il Foglio, anche il Papa, come Gianna, sosterrebbe “tesi e illusioni”… Insomma Benedetto XV, andando in Turchia, si esporrebbe, nelle migliore delle ipotesi a una cattiva figura, nella peggiore, a qualche grave attentato.. Di conseguenza: “Ma dove vai, vieni qua, eccetera” .
Stessa musica nei giorni successivi… E figuriamoci, oggi, dopo le minacce fresche-fresche di Al- Qaeda, rimbalzate col telegiornale fin dentro milioni di famiglie Bonduelle di quell’enorme Mulino Bianco, chiamato Italia. Quasi bianco… Chiedere a Bertinotti e Diliberto. Nonché al piano di sopra: famiglia Prodi.
Ora uno si dovrebbe chiedere: ma un teocon come Ferrara, oltre al famoso Lucano della pubblicità, che vuole di più dalla vita? Che il Papa vada a ripetizioni di politica estera da lui. Che Il Foglio sostituisca ufficialmente l’Osservatore Romano? Qui però Ferrara dovrebbe rinunciare a quel colonnino sfizioso e licenziosetto, sempre del lunedì: “Amori”. Come a quello, un po’ guardone e iettatorio, dedicato a delitti e suicidi… Oppure sogna di essere nominato Primo Camerlengo addetto alla lettura e alla spiegazione dei giornali mattino a Sua Santità? Auguri.
In realtà, il Papa è il Papa e fa quel che vuole… Non sarà più il Papa-Re col baldacchino, ma non può neppure essere il cappellano dei teocon all’amatriciana… Se va in Turchia, evidentemente ha ricevuto ordini dall’Alto, anzi dall’Altissimo… Da uno, che probabilmente, è molto più alto di Ferrara e del sottoscritto.
E poi scusate, la storia non sta in piedi: immaginate un Giuliano Ferrara, direttore duemila anni fa del Foglio della Galilea, sconsigliare Gesù di recarsi all’Ultima Cena, perché in certe occasioni, magari si beve troppo e poi non si sa quello che si dice… Meglio evitare brutte figure…
Ma mi “facci” il piacere, diceva il grande Totò, che - va ricordato - era pure Principe di Bisanzio…
Carlo Gambescia

mercoledì 29 novembre 2006


Il libro della settimana. Edward Shils, Tradition, University Chicago Press, Chicag 2006, pp. 334,  $ 20.



http://www.press.uchicago.edu/ucp/books/book/chicago/T/bo5959433.html

Il problema non è la tradizione ma i tradizionalisti. Non è un battuta, ma la fotografia del bel libro di Edward Shils, appena riedito, Tradition (University Chicago Press, Chicago 2006, pp. 334, 20 dollari - www.press.uchicago.edu/ ). Che per l’ampiezza e ricchezza delle sue argomentazioni merita di essere segnalato al lettore italiano, soprattutto se attento a queste tematiche.
Shils, scomparso nel 1995, alla venerabile età di ottantacinque anni, ha insegnato sociologia negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Di origine russo-ebraica, naturalizzato americano, attento studioso di Max Weber e Karl Mannheim, e per un certo periodo collaboratore di Talcott Parsons, figura carismatica della sociologia americana, la cui teoria delle funzioni sociali, in pratica, riproponeva, modernizzandolo, il famoso apologo di Menenio Agrippa.
Shils ha goduto di un momento di celebrità in Italia. Nel 1983, infatti, ricevette il premio Balzan, e sempre nello stesso periodo su invito di Giovanni Paolo II, partecipò agli incontri estivi di Castel Gandolfo, tra il Papa e importanti uomini di cultura. Dopo di che scivolò in una specie di limbo intellettuale. Del resto uno studioso, non cattolico, ma apprezzato dal Papa, non poteva incontrare il favore di una sociologia, come l’italiana, che in quegli anni, pendeva ancora dalla labbra di Marx. E così l’ unico suo libro tradotto resta Centro e Periferia. Elementi di macrosociologia (Morcelliana 1984) dove svolge alcune degli argomenti sviluppati in Tradition . Un testo esaurito da anni. Ed è un peccato, perché Shils è stato l’unico sociologo, della seconda metà del Novecento, a occuparsi esplicitamente di tradizione.
Ora, che gli ambienti progressisti, lo abbiamo snobbato non deve stupire più di tanto, mentre è non è strano che un libro come Tradition, tra l’altro uscito in prima edizione nel 1981, sia sfuggito anche ai tradizionalisti, non dico statunitensi (alla cui parrocchia Shils non aderì mai ), ma italiani.
Però, in effetti, una ragione c’è. Shils “analizza” la tradizione freddamente. Non è interessato a nessuna concezione ab aterno . Insomma, non cerca di giustificare visioni metastoriche di qualsiasi tipo, o ancora peggio, di risuscitare, come uno sciamano, istituzioni storiche, morte e sepolte. Mentre distingue, ottimamente, fra la tradizione in quanto tale (la “tradizionalità“, “substantive traditionality”), che obiettivamente garantisce la continuità sociale attraverso la trasmissione dei valori, e i contenuti delle tradizioni, sui quali di solito si appuntano gli strali delle critiche ideologiche “tradizionaliste” e “antitradizionaliste”. Critiche che, spesso per partito preso, finiscono per gettar via il bambino (la “tradizionalità") con l’acqua sporca, del “tradizionalismo” o dell’ ”antitradizionalismo”, secondo le rispettive preferenze.
Ma Shils non si ferma al tradere. Infatti il termine tradizione, come è noto, viene dalla voce dotta latina traditione che a sua volta proviene dal verbo tradere nel suo significato di “consegnare” (dare) “oltre” (tra), di qui il termine traditio (“dare oltre”). Ma lasciamo parlare l’autore: “ La tradizionalità è compatibile con qualsiasi contenuto sostanziale. I modelli di pensiero, di credenze e relazioni sociale, le pratiche, le tecniche, gli oggetti, creati o meno dall’uomo, e suscettibili di essere trasmessi, possono diventare una tradizione” (p. 16). Non tutto però “è tradizione”. Provare “un sentimento non è tradizione: è solo qualcosa che avvertiamo all’improvviso. Un giudizio razionale non è tradizione: è un’asserzione di tipo logico (…) . Un processo di produzione industriale non è tradizione: è una pura e semplice organizzazione di alcune azioni individuali (…). L’esercizio dell’autorità non è tradizione: è un insieme di parole scritte e parlate volte a promuovere o meno alcuni adempimenti individuali. L’esecuzione di un rito, sia che si tratti di un atto (…) celebrativo di un anniversario(…), o di lealtà nei riguardi di un sovrano, magari attraverso un banchetto, non è tradizione: è solo un insieme di parole e movimenti fisici espressivi di fugaci credenze e sentimenti (p. 31).
E allora? Per parlare di tradizione serve qualcosa di più, non basta la pura “riproduzione (o trasmissione) sociale” di una certa cerimonia. Occorre che ogni società abbia un “centro”: un “Guiding Pattern”. Un “modello- guida” capace di indirizzare il comportamento che viene reiterato, dando agli uomini la consapevolezza storica, sociale e morale che “quel che stanno facendo sia intrinsecamente giusto” (p. 32). Dal momento che le “tradizioni sono la ‘componente tacita’ delle azioni razionali, morali e cognitive” (p. 33). Senza le quali l’uomo precipita nell’individualismo anomico (privo di regole).
Di qui una serie di analisi molto acute, intorno alle quali si sviluppa il libro. Dall’ esame delle più diverse e opposte tradizioni religiose, politiche, culturali,: dal monoteismo al politeismo, dal liberalismo al socialismo, solo per citarne alcune. Paradossalmente, secondo Shils, la necessità umana di punti riferimento costanti avrebbe addirittura creato nei secoli moderni (antitradizionali per eccellenza), una tradizione dell’antitradizione, fondata sull’idea di progresso infinito e la fine di ogni particolarismo sulla terra, come nel caso del comunismo. Che tuttavia nella Russia sovietica, come fa notare l’autore, “dovette adattarsi ai pregiudizi [nazionalisti, e dunque “passatisti”] dei suoi effettivi aderenti” (p. 238). Per Shils, infatti, fare i conti con la realtà, con quel che realmente pensa la gente, significa fare i conti con le tradizioni, o meglio con la “tradizionalità”: con quelle credenze che mescolando passato e presente nella vita quotidiana delle persone, rendono loro chiara l’altrimenti incerta navigazione nel mondo dei significati sociali.
Particolarmente interessante è la parte dedicata ai modelli di “stabilità e cambiamento”. Secondo Shils una tradizione scompare quando non è più grado di soddisfare il naturale bisogno nell’uomo di regolarità sociale. Il suo “centro” si inaridisce spiritualmente, come fu nel caso delle religioni precristiane, e non riesce più a gratificare moralmente i suoi fedeli e seguaci. Anche se - ecco l’aspetto interessante delle sue tesi - il politeismo in quanto “tradizionalità”, in realtà non è mai scomparso totalmente, anche all’interno dello stesso cristianesimo, quale “centro” di irradiazione, come ad esempio mostrano i culti “periferici” dei santi.
In realtà, Shils mostra che la “tradizionalità” come impasto di passato e presente (i cui ingredienti principali, e per alcuni i migliori, sono sempre i più antichi…), non potrà mai scomparire, perché se ciò accadesse verrebbe meno la stessa socialità umana, e di riflesso ogni forma di vita civile. Pertanto l’uomo, soprattutto se istruito e colto, vive, senza saperlo, immerso nella “tradizionalità”: quando legge l’Iliade di Omero, per poi magari spiegarla agli altri; quando risolve un complesso problema giuridico, usando categorie che derivano dal diritto romano; quando si sposa e mette su famiglia, assentendo tacitamente al valore della monogamia, che ha origini antichissime. E così via.
A questo punto il lettore si chiederà, se al di là della “tradizionalità”, Shils abbia anche una sua tradizione” di riferimento. Certo, ed è quella liberale e moderatamente illuminista. Si tratta di un liberalismo alla Raymond Aron che teme gli eccessi dello stato ma anche quelli del mercato. E di un illuminismo ben temperato dalla conoscenza storica e sociologica, come in Ortega. “Una società - scrive Shils - è un fenomeno “trans-temporale. La sua esistenza non è rappresentata dal vivere in un certo preciso momento. Ma dall’ esistere nel tempo. Ogni società si costituisce temporalmente. ” (p. 327). E chiunque la privi della sua storia la condanna a morte. Sotto questo aspetto un illuminismo liberale che continui in futuro a deificare il progresso e disprezzare le tradizioni “è un errore colossale”. Mentre il suo compito dovrebbe essere quello di aiutarci, iniziando a scoprire storicamente “quel che è vivo o morto nell’illuminismo stesso, visto che si è sviluppato a dismisura, perdendo la sua vitalità fino al punto di divenire ingombrante” (p. 330).
Ecco, quanti tradizionalisti ab aterno, ferocemente antiilluministi e antiliberali, sarebbero disposti a fare autocritica come Shils? Difficile dire.
Carlo Gambescia

martedì 28 novembre 2006


La manifestazione del 2 dicembre
Non è una cosa seria



La polemica tra i partiti sul ruolo della “piazza” è piuttosto interessante, anche se sterile sul piano strettamente politico, come vedremo. Ma che sta succedendo? A sinistra, ad esempio, ci si lamenta per la partecipazione di alcuni esponenti dell’attuale governo a manifestazioni antigovernative, che minerebbero la sua compattezza. Invece, a destra, Berlusconi sogna, a proposito della manifestazione del 2 dicembre, di dare una “spallata” al governo di centrosinistra. A loro volta, Prodi, e persino Casini giudicano poco costituzionale l’atteggiamento del leader di Forza Italia. Inutile qui ricordare che il Cavaliere, da Presidente del Consiglio, sostenne le stesse tesi, per criticare le manifestazioni di piazza del centrosinistra. Corsi e ricorsi della politica politicante…
Ma che cos’è la “piazza”? Quali sono le sue origini? E che tipo ruolo può svolgere oggi?
L’idea della “piazza” moderna , o del popolo che si ribella e si lancia alla conquista vittoriosa dei palazzi del potere, nasce con l’insurrezione parigina del 14 luglio 1789: con l’assalto alla Bastiglia. E si sviluppa per tutto l’Ottocento, raggiungendo il suo culmine con la conquista del Palazzo d’Inverno, nell’ottobre del 1917, da parte dei bolscevichi.
Cosicché per quasi tutto il Novecento, con le ultime fiammate nel 1968 studentesco e operaio, la “piazza” diventa sinonimo della volontà popolare di “spezzare” l’ordine politico esistente (da aristocratico fattosi borghese). Si consolida così nell’immaginario collettivo l’idea-forza della “piazza” di sinistra. Vanno però ricordati altri due aspetti.
In primo luogo, l’idea di rottura dell’ordine costituito ha diviso anche gli uomini: c’è chi ha visto nella “piazza” il momento creativo, che doveva preludere, alla costruzione di un nuovo ordine (edificazione che avrebbe perciò giustificato eventuali violenze…); e chi invece l’ha giudicata, come momento distruttivo, capace di liberare i distruttivi diavoli della violenza anarchica. Di qui la necessità, invocata dal potere borghese, di opporre alla violenza rivoluzionaria, la violenza (difensiva o preventiva) del potere costituito: definita, come è noto, “forza pubblica”.
In secondo luogo, nel Novecento fascismo e nazionalsocialismo hanno rimescolato le carte. Come? “Inquadrando” e “mobilitando” le piazze piccolo-borghesi e spesso anche operaie: mescolando rivoluzione e repressione. A suo tempo, si è parlato di rivoluzione conservatrice, di rivoluzioni nazionali, sociali, eccetera. Negli anni Venti e Trenta del Novecento, comunque sia, nasce l’idea-forza di una piazza di destra: grandi adunate di camicie nere e brune, parole d’ordine, la stessa passione delle piazze di sinistra. E lo stesso odio, soprattutto agli inizi, verso il potere costituito liberale e borghese. Ma anche contro la “piazza” di sinistra.
In terzo luogo, dopo il Sessantotto, le grandi manifestazioni, iniziano a perdere ogni parvenza rivoluzionaria ( di conquista della Bastiglia o del Palazzo d’Inverno), acquisendo un elevato valore simbolico e in certo senso teatrale… Oggi, quando si manifesta, va in scena una specie di pantomima rivoluzionaria: si simula una “rivoluzione” che non verrà più. E tutti sembrano essere soddisfatti, se ci passa l’espressione piuttosto forte, di questo continuo coitus interruptus con la rivoluzione. Per usare altri termini, si è sostituito alla guerra il gioco della guerra: alle spade di acciaio quelle di legno. Il che è molto civile. Con la controindicazione però, che si tratta di un progresso legato al benessere diffuso e al soddisfacimento di tutti i bisogni primari. Ragion per cui, conoscendo la natura ludica e avventurosa dell’uomo, non è detto che lo spararsi a salve, possa durare all’infinito. Speriamo di sbagliarci..,
Per tornare all’attuale polemica sulle manifestazioni, parlare di “spallate” e di rispetto della legalità costituzionale, è fuorviante e ridicolo. Perché il contesto storico attuale, ricorda quello di una rappresentazione teatrale. A destra e sinistra, non ci sono più folle lacere come quelle parigine, russe, o armatissime come quelle fasciste e nazionalsocialiste. Siamo davanti a mediocri professionisti della politica democratica, che al massimo mimano la rivoluzione. E che chiedono a “piazze”, popolate di comparse, di assecondarli, a comando… Perché meravigliarsi? E’ del tutto scontato che una classe politica molto omogenea e legata a doppio filo al potere economico, evochi, secondo le circostanze, il pericolo della “piazza di destra”, come nel caso della manifestazione berlusconiana, o quello della “piazza di sinistra”, come a proposito di quella contro il lavoro precario. Si tratta di un triste un gioco delle parti, come in certe brutte farse.
Il discorso potrebbe cambiare, se il contesto economico e sociale mutasse, e in peggio. Si pensi ad esempio alla fame delle folle francesi e russe nel 1789 e nel 1917. Alla gigantesca crisi economica che travolse la Repubblica di Weimar. O all’ inquieta Italia liberale dei primi anni Venti, incapace di dare risposte sociali a reduci, operai e contadini. Ma soprattutto alla scarsa compattezza delle classi all’epoca dominanti.
Ecco, la “piazza”, solo in situazioni simili, può svolgere un ruolo determinante. Quale? Quello di autentico volano rivoluzionario.
E, tranquilli, questo non è assolutamente il caso del 2 dicembre.

Carlo Gambescia

lunedì 27 novembre 2006


Il malore del Cavaliere
Berlusconi non è immortale...


Il malore che ieri ha colto Silvio Berlusconi ha catturato l’attenzione dei media. Il viaggio del Papa in Turchia e il groviglio mediorientale sono passati subito in secondo piano. Quali riflessioni può suggerire un Berlusconi esanime? Che a braccia viene accompagnato fuori sala, tra lo stupore e la paura del peggio di tutti i presenti?
Due riflessioni.
La prima riguarda il simbolismo della politica. In pratica, l’uomo che ha creato dal nulla la televisione commerciale in Italia, per un attimo, ha dato l’impressione di poter morire, addirittura, in diretta televisiva…. Certo, stando a media, sembra che si sia trattato di un semplice malore. Ma per il telespettatore, la prima impressione è stata quella del distacco dalla vita, con quel senso di vuoto quasi fisico, che travolge tutti, quando la morte sfiora qualcuno a noi vicino ( anche solo “televisivamente”): potrebbe toccare a me… Ecco il primo pensiero. Poi, visto che si tratta di un personaggio pubblico, viene la teatralità: le braccia che lo sostengono in una specie di tragico e finale body surfing, la piccola folla che lo circonda, il medico personale che cerca di blandirlo, quasi con affetto. Sono immagini che non si dimenticano e che entreranno nell’immaginario politico(-televisivo) italiano… Di più: le immagini dell’intervista a Berlusconi, prima di entrare al San Raffaele, fanno pensare a quelle di Mussolini che scende dall’aereo tedesco, dopo la liberazione dalla prigione del Gran Sasso. Anche Berlusconi è pallido, viso smagrito, tirato, e nonostante ciò si sforza di sorridere e salutare. Forse, come Mussolini, Berlusconi sente dentro di sé, che la sua avventura politica rischia di volgere al termine.
La seconda riflessione è politica. L’uscita di scena di Berlusconi, anche solo per ragioni di salute, può provocare due conseguenze.
La prima: la disgregazione del centrodestra, e in particolare di Forza Italia. Dalla conseguente diaspora potrebbe rinascere la Democrazia Cristiana, ma anche lo stesso Partito Socialista, di craxiana memoria. E l’ interessante trasformazione di Alleanza Nazionale in moderna destra democratica, potrebbe subire un rallentamento. Anche la Lega potrebbe subire la stessa sorte. La seconda: nel centrosinistra, potrebbe aumentare il potere di ricatto delle componenti cattoliche e socialiste, attirate dalla possibile rinascita di un grande centro moderato. Sarebbe, insomma, la fine di quel frammento di bipartitismo sviluppatosi, così faticosamente, negli ultimi dieci anni. Si rischia di tornare, all' andreottiana politica dei “due forni”: un grande centro paludoso che di volta in volta, secondo le proprie convenienze, politiche, scelga di allearsi con la destra o con la sinistra.
Pertanto, piaccia o meno: lunga vita a Silvio Berlusconi.
Carlo Gambescia

venerdì 24 novembre 2006


Lo scaffale delle riviste/9



Apriamo questa corposa rassegna segnalando due interessanti fascicoli monografici di “Telos” dedicati al tema della “Germania dopo il totalitarismo” (Germany after the Totalitarianism, nn. 135 e 136, http://www.telospress.com/ ). In particolare, ricordiamo nel fascicolo n. 135 (Summer 2006), i contributi di Jeffrey Herf (Narratives of Totalitarianism: Nazism’s Anti-Semitic Propaganda, pp. 32-60), di Hans Ulrich Gumbrecht (Heidegger’s Two Totalitarianism, pp. 77-83), nonché la nota di Ying Ma su The Hate That Won't Go Away: Anti-Americanism in China, n. 135, pp. 155-161). E nel fascicolo n. 136 (Fall 2006) gli articoli di Sigrid Meuschel e Barbara Könczöl (Sacralization of Politics in the GDR, pp. 26-58, con interessante iconografia), di Julia Hell (Remnants of Totalitarianism: Hannah Arendt, Heiner Müller, Slavoj Žižek, and the Re-Invention of Politics, pp. 76-103), di Andrew Ewitt (Fight Club and the Violence of Neo-fascist Ressentiment, pp. 104-131).
Il nuovo numero della “Revue de Mauss” (n. 28, 2° semestre 2006, http://www.revuedimauss.com/ ) si occupa di “Penser la crise de l’école”. Per l’ampiezza dei temi affrontati il fascicolo va oltre la realtà francese. E dunque può essere letto con profitto da chiunque. Resta però un nodo di fondo: Alain Caillé propone una scuola e un’università che puntino alla relativizzazione non solo delle conoscenze, ma anche delle tradizioni nazionali. Il che in un paese centralizzatore e repubblicano come la Francia, può anche essere giusto. Ma come fare, dove queste tradizioni sono già deboli? Come in Italia, ad esempio? Non è un problema da poco.
Consigliamo ai cultori (e non) del pensiero tradizionalista di abbonarsi agli “Anales de la Fundacìon Francisco Elìas de Tejada” ( José Abascal, 38 - 28003 Madrid - Spagna – tel. 915941913). Per quale ragione? Si tratta di una pubblicazione annuale seria, ricca e documentata, che può far scoprire, anche al lettore solo intellettualmente curioso, le correnti più brillanti del tradizionalismo spagnolo e latinoamericano. Il presidente della Fondazione De Tejada è Juan Vallet de Gotysolo. Sull’ultimo numero (año XI-2005), si veda l’ottimo articolo di Miguel Ayuso - professore di diritto costituzionale e segretario della Fondazione - dedicato alla costituzione europea, come deteriore esempio di costruttivisno sociologico e giuridico (“Constitución” y “Nación”: una relación dialéctica con la tradición” como clave, pp. 115-126).
Sull’ultimo fascicolo, come sempre tutto da leggere, del “Journal of Economic Issues” (vol. XL, n. 3 , September 2006 – radksso@n.msu.edu ), si veda in particolare l’ intrigante articolo di Jim Peach e William M. Dugger, An Intellectual History of Abundance (pp. 693-706), dove è ricostruito il profilo di “abundance economists” come Smith, Marx, Veblen, Keynes e altri “istituzionalisti” nel tentativo (non sempre convincente) di opporli ai teorici della scarsità dell’ “economia ortodossa” di matrice neoclassica.
Rimanendo nell’ambito dell’economia, o meglio dell’alto giornalismo economico, ricordiamo l’uscita dell’ultimo numero di “Finanza Italiana” (numero 9-10, Settembre-Ottobre 2006 - Via Monte Santo, 10/A - 00195 Roma - tel. 06 3701805 - fax 06 3724867 ). Giunta al ventitreesimo anni di vita e diretta dal bravissimo Giorgio Vitangeli, suo fondatore, “Finanza Italiana” è una guida indispensabile per scoprire quel che si muove dietro le quinte dei mercati nazionali e internazionali. Si vedano in particolare l’articolo di Franco Lattanzi ( Il dilemma di Bernanke: alzare o abbassare i tassi?, pp. 2-4) e l’ottima recensione di Giorgio Vitangeli al libro di Giovanni Magnifico, "L’Euro, ragioni e lezioni di un successo sofferto" (Andare oltre Mastricht, pp. 20-23).
Tutto dal leggere anche l’ultimo numero di “Eléments” (n. 122, autunno 2006 - http://www.labyrinthe.fr/). Si segnala in particolare il corposo dossier sugli Stati Uniti posti davanti alle nuove fratture geostrategiche (De Caracas à Beyrout… Sale Temps pour l’Oncle Sam, pp. 22-39): articoli di Michel Lhomme, Ludovic Maubreuil e un lungo e interessante confronto intellettuale tra Alain de Benoist e Alberto Buela, filosofo argentino e specialista di questioni geopolitiche, pp. 30-39). Come non è da perdere, nell’altra sezione della rivista (“Débat”, pp. 44-59), la lunga intervista a Pietro Barcellona: un eccellente filosofo del diritto. Un “greco di Sicilia”, con evidenti frequentazioni marxiane. Ma che non ha preclusioni ideologiche e che ama dipingere. E anche bene… Come mostra l’iconografia che correda l’intervista. Uno dei meriti di Alain de Benoist, è sicuramente quello, di attirare intorno a sé le intelligenze più libero del nostro difficile tempo.
Una lettura da non perdere è quella dell’articolo di Stefan Durand sull’ “islamofascismo”, pubblicato nell’ultimo numero de “Le Monde diplomatique il manifesto” (n. 11, novembre 2006, pp. 8-9, www.ilmanifesto.it/Mondediplo/ ). Secondo lo studioso, si tratta di un concetto puramente strumentale e funzionale all’espansionismo americano, mascherato da “guerra mondiale contro il terrorismo”. Dal momento che “sulla base delle definizioni teoriche tradizionali formulate dagli studiosi del fascismo (Hannah Arendt, Renzo De Felice, Stanley Payne o Robert Paxton, ci si rende conto che nessuno dei movimenti islamici raggruppati dal presidente Bush sotto l’espressione ‘islamo-fascismo’ corrisponde a quei criteri” (p. 8).
Di particolare interesse il focus del fascicolo appena uscito di “Italicum” (Settembre-Ottobre 2006, pp. 3-10 - http://www.centroitalicum.it/ - posta@centroitalicum.it ), dedicato all’ Età delle post-ideologie (articoli di Adriano Segatori, Luca Rimbotti, e interviste a Costanzo Preve e al poliedrico editore Eduardo Zarelli). Ottimi i due editoriali di Enzo Cipriano e Luigi Tedeschi, rispettivamente dedicati agli ultimi fatti e fattacci della politica italiana e alla legge finanziaria.
Si segnala sull’ultimo fascicolo di “Diorama Letterario” (n. 279 - Settembre-Ottobre 2006, pp. 29-32 - http://www.diorama.it/ - posta@diorama.it) la recensione a cura di Emmanuel Levy, al bellissimo libro di Eric Werner, L’anteguerra civile (Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2004 - ordini@libreriaeuropa.ithttp://www.libreriaeuropa.it/).
Ricordiamo infine l’uscita di “Letteratura - Tradizione” (n. 40, Settembre 2006 - info@eliopolisedizioni.it ), che chiude l’argomento “Memoria Storica” della destra. Ben diretto, come il precedente n. 39 da Giano Accame, il fascicolo ospita scritti di Bozzi Sentieri, Siena, de Turris, Anonimo Veneziano, Vaj, Pantano, Bruni, Prizzi, Colla, Vittori, Nistri, Mecenate, Del Ponte, Bichiri, Chiostri, Bernardi Guardi. Si segnala anche l’ampia sezione dedicata alla Fondazione Evola, a cura di Marco Iacona e Giovanni Sessa (pp. 28-29).

Carlo Gambescia