giovedì 9 novembre 2006



Elezioni Usa 2006 , la sconfitta di Bush
La politica estera 
americana cambierà ?




Bush ha perso.  Ma quali sono le possibilità di un radicale cambiamento della politica estera americana? Attenzione, non ci riferiamo alle “sfumature” (ad esempio al ritiro del grosso delle truppe dall’Iraq) ma a mutamenti sostanziali, come al ritiro totale ( anche dalle basi in costruzione) e alla concessione di una reale indipendenza politica all’Iraq “democratico”. Per non parlare poi della politica fortemente filoisraeliana.
Il problema del radicale cambiamento della politica estera Usa è un interessante problema di scienze politiche e sociali. Per quale ragione? Perché richiede un’analisi, almeno a grandi linee, dei rapporti tra strutture politiche, sociali ed economiche che ne sono alla base.
Il rapporto tra forze politiche ed economiche, intese queste ultime come grandi strutture, rinvia ai pesanti condizionamenti che le grandi imprese monopolistiche hanno esercitato sulla politica americana, in misura crescente, dalla Prima guerra mondiale. Si tratta di un dato storico. Queste forze, che al tempo delle profonde analisi di Tocqueville (1831-1832) erano minoritarie, impongono da quasi un secolo, una sola politica estera: quella dell’ espandersi fino dove possibile. Il che è provato da un serie di colossali imprese militari: Prima guerra mondiale, Seconda guerra mondiale, guerra di Corea, guerra in Vietnam, Prima guerra del Golfo, guerra del Kosovo, guerra in Afghanistan, Seconda guerra del Golfo ( e trascuriamo gli interventi “minori” in America Latina e altrove). Si tratta di un rapporto squilibrato: l’economia americana ordina la politica esegue. A causa di questo processo, e soprattutto nella seconda metà del Novecento, si è determinato un complesso industriale-militare: un blocco di interessi che si appropria, grosso modo, del sessanta per cento del Pil americano (per alcuni studiosi anche di più), il cui strapotere non può (né potrà) essere contrastato dalla politica. E qui sorge anche un interessante problema di quadri dirigenti politici. Il 90 % degli alti funzionari, che collaborano con i presidenti degli Stati Uniti, provengono da stesse élite militari ed economiche che detengono le leve del comando. Perciò presentare la sostituzione di Rumsfeld come una svolta è errato e ridicolo. Tra l’altro anche Nancy Pelosi, nuovo speaker democratico, proviene dagli stessi ambienti.
Non bisogna però ricadere nell’economicismo. Il complesso industriale-militare, ha una sua ideologia giustificatrice, che nel tempo ha assunto forza propria. Si tratta di un’ ideologia di tipo imperiale. Fondata sull’idea della assoluta supremazia del popolo americano: popolo eletto per eccellenza. Che avrebbe una sua missione da compiere, quella di “donare” al mondo intero il suo modello di vita. Si tratta di un rapporto circolare: l’ideologia rafforza gli interessi e viceversa…Per correttezza va fatta però una distinzione: per i democratici, contano gli ideali di felicità individuale, per i repubblicani gli ideali di libertà economica. Si tratta di un differenza sottile, spesso enfatizzata dai media, che in realtà rinvia a una stessa ideologia imperiale, declinata però in forme politiche differenti (attenzione, non ideologiche). Quanto all’isolazionismo, spesso invocato dai commentatori, si tratta di un’ideologia, di tipo agrario-individualistico, precedente la Prima Guerra Mondiale, ormai fuori gioco perché priva di basi economiche e sociali reali. Infatti i pochi politici che invocano l’isolazionismo sono in genere dei “fuoriusciti” sociali, non più legati al complesso militare-industriale, e che spesso vengono subito emarginati. Si pensi ad esempio a un Ross Perrot. Oppure si tratta di gruppi estremisti, se non terroristi, completamente isolati sotto l'aspetto sociale.
Pertanto, blocco industriale-militare e ideologia imperiale, sovrastano e guidano le scelte politiche individuali, sia dei politici in senso stretto, che del popolo americano. E qui c’è un dato elettorale da tenere presente. Vediamo quale.
In America, al di là di occasionali impennate, chi vince le elezioni, deve accontentarsi di meno della metà dei voti espressi (in media vota il 50 % degli aventi diritto). Insomma il partito che vince deve accontentarsi di meno della metà dei voti espressi. Un presidente degli Stati Uniti, ad esempio, finisce per rappresentare a mala pena un 25 % di quel 50 % che vota. Insomma raccoglie il voto favorevole di una minoranza di cittadini: circa ¼.
Insomma, nei risultati, ogni elezione riflette la struttura oligarchica del potere di cui sopra. Una struttura che non incoraggia il voto (a cominciare dalle procedure di registrazione), ma favorisce la disuguaglianza sociale, educativa e il quietismo: se sei in fondo alla scala sociale, evidentemente lo meriti, così ammonisce l’ideologia americana. E stando alle statistiche, chi non vota appartiene proprio alle fasce più povere: quelle dei “perdenti” della vita, soprattutto perché privi di titolo di studio. Del resto la distribuzione sociale della partecipazione elettorale americana riflette la scala dei redditi, e in particolare l’istruzione: più si è in alto, perché si è istruiti, più si va a votare. Il 92 % di coloro che hanno istruzione universitaria vota. Mentre non vota il 90 % di coloro che hanno un' istruzione elementare. Secondo alcune statistiche, gli alti livelli di analfabetismo e la scarsa capacità di comprendere comunicazioni scritte (problemi che riguardano quasi la metà della popolazione adulta) impedirebbero addirittura a molti cittadini di votare ( su questi aspetti si vedano i siti http://.www.electoralgeography.com/ e www.lib.uchicago.edu/e/su/govdocs/politics.html ).
Si tratta di un meccanismo infernale: più aumentano povertà e deprivazione intellettuale, meno la gente va a votare (perché non capisce, perché l’istruzione costa, perché è rassegnata, perché è abituata a ubbidire), e più cresce il potere, privo di mandato democratico delle ricche classi dominanti.
Perciò, su queste basi , sperare che gli Stati Uniti mutino la propria politica estera espansionistica, solo perché i repubblicani sono stati sconfitti nelle elezioni di midterm è molto improbabile, se non del tutto impossibile.

Carlo Gambescia

mercoledì 8 novembre 2006



Il libro della settimana. Richard Sennett, Autorità, Bruno Mondadori, Milano 2006, pp. 181, Euro 18,00 

http://www.ibs.it/libri/sennett%20richard/libri%20di%20richard%20sennett.html

 Il concetto di autorità è la pietra filosofale della politica. Quella cercata da generazioni di filosofi e uomini politici per trasformare spesso un potere, frutto di rotture rivoluzionarie, nell’oro della legittimità politica. E mai trovata. La storia, infatti, come insegna Pareto, assomiglia a un gigantesco cimitero di aristocrazie, che, di volta in volta, hanno cercato, di puntellare il proprio potere ricorrendo alle più diverse forme di autorità: religiosa, filosofica, politica, economica.
Soprattutto i moderni si sono dedicati a questa ricerca “alchemica”. Ma con risultati alterni: dall’autorità del monarca assoluto e poi costituzionale, padri non sempre benevoli, sono passati a quella dei parlamenti e degli stati totalitari, per giungere infine, quasi a chiudere un ciclo storico, a quella del welfare state, un padre spesso occhiuto quanto il re assoluto seicentesco .
A questa ricerca si è dedicata anche la sociologia, che da buona erede della “scuola del sospetto” (Marx, Nietzsche, Freud), ha continuato a investigare su cosa si nascondesse dietro l’autorità: spesso vista come puro potere dell’uomo sull’’uomo. A riguardo, sono celebri, le teorie della Scuola di Francoforte, che coniugando Marx e Freud, scorsero nell’ autorità il soffocante prolungamento carnivoro della società capitalistica. Per contro, le interpretazioni di Tocqueville, Weber e Durkheim, scorsero giustamente nell’autorità una necessità sociale: il portato di una naturale e misurata pressione sociale nei riguardi di un individuo, a sua volta, spontaneamente bisognoso di vivere in una società ordinata e stabile.
Ma non vorremmo annoiare il lettore, con pedanti lezioncine di sociologia spicciola. Queste brevi note servono solo per inquadrare meglio il testo, fresco di stampa, di Richard Sennett (Autorità. Subordinazione e insubordinazione: l’ambiguo vincolo tra il forte il debole, pref. di Ota de Leonardis, Bruno Mondatori, Milano 2006. pp. 181, euro 18.00). Un sociologo americano, molto noto in Italia, del quale abbiamo già recensito positivamente La cultura del nuovo capitalismo (Post del 19-4-2006).
Ora, l’analisi che Sennett fa del concetto di autorità, si muove a metà strada tra la scuola del sospetto, in particolare Freud, il quale vedeva nel concetto di autorità la sublimazione di conflitti sessuali e latenti pulsioni intrafamiliari, e quella della necessità sociale, soprattutto nella versione di Weber. Un gigante del pensiero sociale, che interpretava l’autorità, come segno di rispetto dei moderni verso un sapere sempre più neutrale ma burocratizzato, anche a livello politico.
Va dunque precisato che il libro di Sennett non propina alcuna geremiade su presunte forme ab aeterno di autorità. Perciò è un testo che non potrà appagare il “tradizionalista” di stretta e varia osservanza. Si tratta solo del libro di un sociologo progressista, che in precedenza ha scritto cose interessanti, e che in Autorità cerca di fare i conti con un mondo secolarizzato, come quello di oggi, dove l’autorità viene vissuta dagli uomini in modo contraddittorio: per un verso come ostacolo alla libertà individuale, e per l’altro come dispensatrice di certezze assistenziali. Uno studio, che tuttavia, come vedremo, incorre in una seria contraddizione di fondo.
Ma illustriamo le sue tesi.
Sennett ritiene che l’autorità nasca da una forma di “scambio tra il forte e il debole” (p. 24). In proposito cita Hegel, quello della Fenomenologia dello spirito. Un testo che ispirò e affascinò Marx. E dove appunto viene teorizzata la figura dell’uomo sconfitto, che si sottomette al vincitore, accettando di diventarne servitore. E, anche secondo Sennett, ciò accadrebbe perché l’uomo è naturalmente attratto dalla necessità di “riconoscere”, ed essere a sua volta riconosciuto (seppure nella veste di servo) da figure forti. Il che però, in noi moderni, abituati a respingere ogni autorità, provoca un ulteriore problema: “Il dilemma dell’autorità - scrive lo studioso - , quale lo viviamo oggi, è il tipo particolare di paura che ne proviamo sono costituiti dal fatto che ci sentiamo attratti da figure forti pur non credendo che siano legittime . (…) Ciò che è caratteristico dei tempi nostri è che i poteri formalmente legittimati nelle istituzioni dominanti suscitano un forte senso di illegittimità in quanti sono loro sottoposti. Tuttavia questi poteri si trasformano anche in immagini della forza umana: autorità sicure di sé, che giudicano da una posizione superiore, impongono la disciplina morale e incutono paura. La gente viene attirata nell’orbita di queste autorità come le falene vengono attratte senza volerlo dalla fiamma “ (p. 25).
Le istituzioni che Sennett ha di mira, visto che il libro risale al 1980, sono quelle del welfare state, prima del tornado neoliberista. Istituzioni, dai molti occhi, che spesso proteggono per controllare meglio il cittadino. E che a suo avviso fanno il paio con quelle di certo capitalismo paternalista, che impadronendosi della Stato, darebbe vita a quel micidiale mix, tra esenzioni fiscali per la grande impresa e tasse elevate per tutti gli altri cittadini. Con la scusa, ovviamente, di garantire lo sviluppo per tutti… E le pagine in cui si parla della dipendenza psicologica da paternalismo assistenziale sono le più interessanti del libro.
Ma quali sono i suggerimenti di Sennett per uscire dall’ impasse?
Sennett propone che governanti e governati, si sforzino di usare criteri di comando e obbedienza, “leggibili” e “visibili”. Ma in quale senso? “ ‘Visibile’ - scrive l’autore - significa che i detentori di posizioni di potere devono esprimersi in modo aperto, essere chiari su quello che possono e non possono fare ed espliciti sulle loro promesse. (…) ‘Leggibile’ specifica i modi di questo discorso aperto (…). L’atto di leggere [da parte dei cittadini] è sempre un’attività riflessiva: la purificazione, la maschera, l’empatia, il mettere da parte la paura, sono azioni che i subordinati compiono su stessi allo scopo di meglio vedere e giudicare le autorità con le quali hanno a che fare” (p. 149).
Qui si impone una domanda. Ma se l’autorità nasce dalla sottomissione del debole verso il forte, e dunque è un fatto antropologico, come sarà possibile che criteri culturali e storici, come la leggibilità e la visibilità, possano mutare questa situazione di dipendenza naturale?
Si tratta di un quesito al quale Sennett non risponde. Si dirà che non essendo un filosofo, non è tenuto a chiarire quesiti del genere. Ma allora perché scomodare Hegel e la dialettica servo-padrone per spiegare il concetto di autorità? Sarebbe bastata la moderna idea di contratto tra deboli che delegano “a tempo limitato” un forte, affinché li rappresenti e difenda. Idea che risale a Hobbes e soprattutto a Locke e al pensiero autenticamente liberale. E qui per capire serve un esempio pratico.
Se il welfare state novecentesco, come principale manifestazione dall’autorità politica e sociale, è figlio di una costante antropologica, immodificabile, allora qualsiasi tentativo di riforma sarà inutile. Perché tra rischio e sicurezza gli uomini sceglieranno sempre la sicurezza, anche rinunciando alla libertà. Proprio come il servo di Hegel. Se invece la sottomissione del debole al forte è un dato culturale (e contrattuale nel senso di Locke), e quindi modificabile, allora è possibile che introducendo quei criteri di leggibilità e visibilità giustamente auspicati da Sennett, si possa andare oltre il welfare state tradizionale, e al tempo stesso tutelare la sicurezza del cittadino. Il che, in termini politici, significa individuare un punto di equilibrio tra Stato e Mercato.
Sennett, sembra invece oscillare tra l’autoritarismo di Hegel e il liberalismo di Locke: tra il servo e il cittadino. E così pare auspicare tutto e il contrario di tutto: lo Stato sociale e le riforme liberiste, le tasse elevate e lo sviluppo…
Abbiamo perciò l’impressione che Sennett si arrampichi sugli specchi, incapace di scegliere, se ci passa l’espressione abusata, tra natura e cultura…
No, Autorità, non è un libro riuscito.

Carlo Gambescia 

martedì 7 novembre 2006


Camorra
Narcisismo cinematografico




Vogliamo riflettere seriamente sulla “questione camorra”? Magari senza cadere in stereotipi razzisti o in piagnistei sulla mancanza in Campania di una società civile “democratica”…
In primo luogo, va fatta una notazione in termini di rapporti di forza tra Stato e organizzazioni camorristiche. Secondo i centri di di osservazione sulla criminalità, lo Stato (polizia e carabinieri), non ha organici sufficienti per controllare il territorio. Di qui, una strana ma sociologicamente congrua analogia con la situazione brasiliana, dove intere zone urbane sono controllate dalle mafie locali. E questo perché, per una costante sociale, i gruppi più aggressivi (come quelli criminali), non ammettono il vuoto “amministrativo” e tendono a “colmarlo”, impadronendosi del potere sociale. Di qui la necessità di un maggiore impegno repressivo, in termini di uomini e mezzi.
In secondo luogo, una volta catturati, i camorristi, vanno processati e condannati. E qui s’incontrano due tipi di problemi: organico carente e deficit legislativo. Per i problemi di organico, andrebbero assunti più magistrati, o comunque trasferiti in Campania i giudici più capaci. Ovviamente andrebbe rinforzato anche il personale non togato. Quanto ai problemi legislativi, va preso atto di una questione: dispiace dirlo, ma il diritto “liberale”, nelle situazioni di eccezione non funziona. Servirebbero invece provvedimenti speciali, e in parte, purtroppo, contrari alla normative vigenti. Non si tratta di introdurre la “tortura” (per carità...), né di smantellare lo stato di diritto, ma di attenuare certi eccessi di garantismo, controproducenti, ripetiamo, nelle situazioni di eccezione. Non siamo giuristi, e dunque non sta a noi indicare soluzioni concrete. Ci limitiamo a segnalare il problema.
In terzo luogo, va attenuato anche il “garantismo economico”, la camorra andrebbe colpita economicamente, sul piano degli interessi concreti e dei legami finanziari. E qui pensiamo all’attivazione di controlli a tappeto, e senza tanti inutili legalismi, da parte della finanza, anche su chi sia solo “in odore” di camorra. Un buon esempio in materia è rappresentato dall’esperienza di Falcone e Borsellino attenti indagatori dei movimenti economici della mafia siciliana.
In quarto luogo, molti ricorderanno quando l’anno scorso i giornali riportarono la notizia che alcuni studenti napoletani conservavano sul display del telefonino la foto scattata al momento dell’arresto a Cosimo Di Lauro. Un giovane boss che sembrava uscito da un film di Quentin Tarantino. C’è chi tirò in ballo la disoccupazione, chi i telefonini, eccetera. Ma nessuno chiamò in causa quell’immaginario fatto di violenza, soldi facili, narcisismo, di solito evocato proprio dai media: sempre pronti a coniugare il lato pubblico, di condanna ufficiale della camorra, con quello oscuro, se non triviale, celebrante la cultura dei reality e dei film “pulp”. Certo, le influenze ambientali, sono indirette, mediate da numerosi fattori (personali, familiari, sociali): ma in un contesto come quello napoletano dove la Stato non controlla il territorio e dove il lavoro scarseggia, una cultura sesso, pistole e soldi può avere vita facile. Ovviamente, non è statisticamente provato che tutti i giovani diventino camorristi, ma è possibile che per pura imitazione gregaria, finiscano per girare con la foto in tasca del camorrista del momento. Mentre i politici nazionali continuano a discutere di tagli alle tasse e quelli locali ad assolversi. E, quel che è peggio, scuole, insegnanti, assistenti sociali, famiglie, vengono abbandonati a un triste destino: chi è in prima linea per combattere la cultura della resa viene lasciato solo.
E ciò è grave, perché i ragazzi hanno necessità di guide, e se non le trovano se le prendono da soli. La società civile, nel bene o nel male, si costruisce dal basso. E che c’è di meglio, in certi contesti degradati, di un futuro da giovane boss, così simile ai gangster cinematografici. Certo, poi non tutti i ragazzi, ripetiamo, busseranno alla porta camorra. Che, attenzione, controlla il territorio, non solo pagando stipendi (come rozzamente di solito si ritiene), ma dominando soprattutto le menti e l’immaginario, di chi fiancheggia, approva, sopporta e subisce. E lì che avviene la saldatura sociale tra il narcisismo criminale, diffuso a piene mani da una volgare cultura mediatica, le durezze della vita, e l’errata consapevolezza di molti ragazzi, spesso condivisa dagli adulti, che le cose non cambieranno mai. Dal momento che “pesano solo le pistole”. 

Carlo Gambescia

lunedì 6 novembre 2006


La condanna a morte di Saddam
Guai ai vinti




Sulla condanna a morte di Saddam vanno fatte due riflessioni. La prima sul fatto politico in sé, la seconda sull’atteggiamento europeo .
Quanto al primo punto, si tratta di una condanna a orologeria. Legata alla politica interna americana, e in questo caso alle prossime le elezioni che vedono i repubblicani piuttosto messi male. E Bush è particolarmente attento alla manipolazione mediatica dell’elettorato americano. Sempre sotto l’aspetto politico ( o meglio biopolitico) la condanna a morte assume un carattere esemplare: qualsiasi leader che in futuro deciderà di opporsi al nascente impero americano, da oggi sa quel rischia: la disintegrazione fisica. Infine, l’eliminazione di Saddam per impiccagione, è un vero e proprio atto di “definitiva” degradazione simbolica della sua “figura pubblica” (si pensi, per un caso storico analogo, almeno simbolicamente, alla crocifissione degli schiavi ribelli in uso presso i Romani). In particolare, per Saddam che comunque era e resta un militare, l’impiccagione serve a porlo sullo stesso piano di un brigante di strada. O peggio ancora, dell' alleato infedele. Il che ha un significato politico preciso, viste le buone relazioni, prima del 1991, tra l’ex rais e gli Stati Uniti. Ovviamente, la condanna a morte, rischia di trasformare Saddam, almeno per i suoi seguaci, in mitico eroe purissimo. E quindi di essere controproducente sotto l’aspetto della pacificazione nazionale.
Quanto al secondo punto, come è noto, l’Europa dei 25 ha preso le distanze da americani e inglesi, molto soddisfatti per la condanna alla pena di capitale di Saddam. E qui sorge spontanea una domanda: ma come può l’Europa che invia le sue truppe “postcoloniali”, feroci e armatissime, in tutto il mondo al servizio dell’alleato americano dichiarare, per bocca dei suoi rappresentanti, che la pena di morte sia contraria alla sua etica? Che differenza passa tra un villaggio afghano raso al suolo dai cannoni Nato e l’impiccagione di Saddam? Evidentemente, l’Europa mostra di non poter rinunciare alla sua ipocrisia. Ma con l’ipocrisia non si va lontano. L’ipocrisia è la maschera preferita dei servi impotenti. L’Europa simula buoni sentimenti per apparire diversa da ciò che è per due ragioni. In primo luogo, per farsi benvolere da coloro che ha contribuito a far massacrare: gli iracheni. In secondo luogo, per non inimicarsi gli Stati Uniti. Infatti il rifiuto europeo della pena di morte viene giustificato su basi morali e non politiche. Anche perché il processo a Saddam, secondo i giuristi dell' Unione europea, avrebbe avuto uno svolgimento impeccabile…
Saddam era certamente un tiranno, Bush ha le sue non meno pesanti responsabilità. Ma  l' ipocrita silenzio   europeo lascia veramente senza parole...  Forse però una ne abbiamo:  vergogna. 

Carlo Gambescia 

giovedì 2 novembre 2006



(Meta)political comics 
Piange il telefo(nino)



La battuta viene facile: gli italiani, oltre a essere un popolo di santi, eroi, eccetera, sarebbe diventato anche un popolo di “telefoninari”. Infatti stando alle statistiche, ogni italiano avrebbe in tasca un cellulare. Se nel 1995 ne aveva uno meno del 7 per cento della popolazione, nel 2006 tutti se ne vanno in giro fischiettando per la città con un telefonino in tasca.
Certo, il fatto potrebbe essere considerato un “progresso”, almeno dalla mia generazione, vittima del duplex: un collegamento telefonico di due apparecchi distinti, fatto sulla stessa linea e da dividere con un vicino. Ricordo ancora la moglie di un generale, una vicina (quando vivevo coi miei), che in modo poco “generalizio”, bussava alla parete ogni qualvolta, mi trattenevo troppo al telefono con quelle che una volta si chiamavano fidanzate. In particolare, intorno all‘ora di pranzo, la generalessa, vittima di una diabolica catena di comando, doveva regolarmente chiamare il marito per sapere con precisione l’ora del suo rientro, dopo di che trasmetteva all’attendente l’ordine di buttare giù gli spaghetti. Ovviamente “pasta combattenti”…
Oggi però si dà il via alla pastasciutta urlando in mezzo alla strada, in autobus, in ufficio o davanti a studenti, che a loro volta, smanettano in modo compulsivo sui telefonini, per inviare a mammà lo stesso messaggio: butta giù la pasta. Per non parlare poi delle suonerie: sei in taxi, magari stai riflettendo sui tuoi guai, e all’improvviso ti esplode nelle orecchie il rock duro dei Metallica: di solito è la moglie metallara del tassista metallaro che chiama il marito per sapere se può buttare giù. Niente di male, eccetto la martellante suoneria polifonica Seek & Destroy, che ti riduce a danno collaterale.
Già mi sembra di sentirli i seguaci del progresso. Col telefonino si possono salvare vite umane, inviare un euro alle vittime dello tsunami, all' Associazione Contro il Coccolone, eccetera. E vai: tutti a celebrare "l’Italia mobile al cento per cento”: che meraviglia, quando gli italiani fanno oh! E il mangiatore di pastasciutta urlante? Solo un caso isolato di maleducazione. Magari.
E i risvolti ecologici, economici e consumistici del problema? Ne vogliamo parlare?
In primo luogo, i ripetitori e telefonini inquinano: o comunque in assenza di dati attendibili a riguardo (sia pro che contro), per prudenza si dovrebbe limitarne la proliferazione. In secondo luogo, il mercato è controllato dai soliti noti, e perciò di concorrenza ce n’è pochina. In terzo luogo, i produttori, in particolare quelli italiani, puntano soprattutto sul marketing. Detto in breve, più sull’immagine del prodotto che sullo sviluppo tecnologico a lungo termine.
Infine c’è il problema degli investimenti infrastrutturali. In realtà, i milioni di “telefoninari” comunicano tra di loro da ogni punto della penisola? Non credo. Ad esempio, uso trascorrere le vacanze estive in una località della costa laziale.. Bene, ogni estate, vedo i miei vicini, che per urlare e gesticolare al telefonino escono in giardino ( facendo la gioia delle vecchiette che amano i fiori e i pettegolezzi), o salgono addirittura in cima al tetto (uno si è pure fatto male…). E fanno così, perché “non c’è campo”. Insomma, gli italiani si telefonano, ma poi comunicano poco e male, perché i ripetitori scarseggiano. Meglio così: meno malattie dal nome impronunciabile. Ma se poi uno cade dal tetto? Insomma, come cantava Modugno, piange il telefono o fa piangere: non è più quello duplex di una volta, ma fa lo stesso.
Comunicazione di servizio. Non possiedo un telefonino ed escludo patteggiamenti: mirate al petto… Viva il fisso. Senza duplex.

Carlo Gambescia

mercoledì 1 novembre 2006





Il  libro della settimana. Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, Goodbye Europa, Rizzoli, Milano 2006, pp.
224, Euro 18,00

http://www.ibs.it/code/9788817021388/alesina-alberto/goodbye-europa-cronache.html

Il lettore non si spaventi se la prendiamo da lontano per recensire il nuovo libro di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (Goodbye Europa. Cronache di un declino economico e politico, Rizzoli, Milano 2006, pp. 224, euro 18,00), economisti, come è noto, favorevoli alle “liberalizzazioni”. E spieghiamo subito perché.
Oggi, quando si parla di liberismo, si nominano subito la Thatcher e Reagan. Magari, chi vuole apparire più colto, fa i nomi di Hayek e Mises. Mentre l’erudito risale subito al Mosè dell’economia di mercato : Adam Smith.
In realtà le cose sono storicamente più complicate. Tra Adam Smith e Reagan si possono infilare due professori di economia che negli anni Ottanta dell’Ottocento furono al centro di una disputa solo apparentemente metodologica: Carl Menger e Gustav Schmoller. Il primo, oggi, è il padre riconosciuto della “Scuola Austriaca di Economia”, e quindi maestro di Hayek e Mises. Il secondo, all’epoca, era uno dei pensatori più influenti della scuola storica tedesca di economia ma anche esponente del “socialismo della cattedra”, un mazzinianesimo in salsa tedesca. Una scuola che avrebbe comunque prodotto nel Novecento, studiosi del calibro di Max Weber e Werner Sombart. Per farla breve: Menger era dalla parte del mercato e dell’individuo interessato e calcolante, Schmoller da quella di una collettività da sostenere nei magri redditi, e indirizzare politicamente nelle scelte economiche.
In particolare Schmoller, nel corso del “Methodenstreit” ( o “disputa sul metodo”, per tradurre il parolone tedesco dell’epoca…), rimproverò a Menger di sottovalutare la storia e la natura sociale dell’economia: il mercato, notava, non nasce da una serie di decisioni individuali, ma è frutto di istituzioni, mentalità, comportamenti e decisioni politiche che influiscono se non determinano le scelte individuali. Opzioni che perciò non sono frutto di puri calcoli, come invece pretendeva Menger, ma risentono delle condizioni sociali, spesso eterogenee, delle persone. Di qui, secondo Schmoller, la necessità di introdurre due correttivi al “liberismo” mengeriano (anche se all’epoca non si chiamava ancora così). In primo luogo, bisognava favorire l’intervento pubblico per rimediare ai fallimenti sociali del mercato. In secondo luogo, era necessario affiancare all’economia pura l’economia sociale e storica, per scoprire i reali bisogni delle persone e le varie forme storiche, assunte non tanto dal mercato, quanto dall’economia tout court,
Si tratta di una polemica importante, che non si è mai spenta. Si può però dire, che sul piano storico, Schmoller abbia avuto la meglio. Di sicuro, fino agli anni Ottanta del Novecento. Dal momento che lo Stato Sociale, che tra l’altro nacque proprio nella conservatrice Germania di Bismarck e Schmoller, ha conciliato nella seconda metà del Novecento, pur talvolta tra sprechi e disservizi, mercato e stabilità sociale, assicurando così anni di progresso civile e democrazia.
Perciò, per chi è al corrente di queste cose, e dispiace dirlo, Goodbye Europa non dice nulla di nuovo sul piano teorico. Benché, pur ripetendo gli stereotipi mengeriani, introduca una variante, geopolitica, anche se ovvia: il modello preferito di Alesina e Giavazzi, che non può più essere quello dell’Inghilterra manchesteriana, è il capitalismo americano, duro e puro. Il declino europeo, in termini di ridotta produttività rispetto agli Usa, sarebbe dovuto all’assenza di un libero mercato del lavoro. Insomma, i due economisti, auspicano sostanzialmente un’ Europa che cerchi di assomigliare sempre più agli Stati Uniti, dove si intraprende e si licenzia senza tanti problemi…
Modello che indubbiamente ha i suoi vantaggi dal punto di vista economico, ma che è profondamente diverso per tradizioni e mentalità da quello europeo, che rinvia appunto a Schmoller e al capitalismo sociale… E che, in ogni caso, non si può introdurre su due piedi. Per un fare solo esempio, il liberismo thatcheriano è differente da quello di Reagan. La Thatcher, pur privatizzando e battendosi contro i sindacati, era consapevole, che una società non può fare a meno del loro apporto. Reagan un po’ meno… E questo perché? Per una semplice ragione: in Gran Bretagna il senso delle istituzioni politiche (dal sindacato al partito e allo stato), almeno prima di Blair, era più forte che negli Stati Uniti: dove, come già aveva già mostrato Tocqueville, l’individuo era e rimane una specie di “a priori” sociale.
Non per metterla di nuovo sul difficile, ma in Goodbye Europa aleggia il presupposto fondamentale del “liberismo” mengeriano ( e poi, pur con varianti, di Hayek e Mises): le istituzioni capitalistiche sono frutto degli esiti non intenzionali di azioni umane individuali, se non proprio individualistiche. Detto in soldoni, la teoria sarebbe questa: il mercante medievale, perseguendo il suo interesse, a un certo punto si accorse, che fermandosi nel cuore di un quadrivio, poteva fare buoni affari, perché c’era passaggio… Di lì, spiegano i liberisti, l’arrivo di altri mercanti, le fiere, altri clienti, la costruzione di un villaggio, di una città, di leggi per regolare il commercio, poi di unità politiche fra città mercantili, e infine dello stato moderno, il cui unico compito doveva e deve essere quello di guardiano notturno.. E, ovviamente, se a quel mercante si fosse impedito di fare propri affari, il sistema capitalistico non sarebbe mai nato…
Ora, l’esempio appena citato, può spiegare, in parte, la nascita del mercato moderno. Ma non può essere usato per spiegare ogni forma di comportamento umano. Né può spiegare fenomeni come lo sfruttamento ottocentesco (e spesso novecentesco) della manodopera, la nascita dei grandi monopoli, i crolli borsistici. Né, infine, può chiarire perché, a un certo punto, per impedire che il mercato erodesse ogni forma di solidarietà, si sia reso necessario l’intervento “intenzionale” e riparatore dello Stato con la maiuscola. Insomma, è anche una questione di buon senso: la sorte degli individui con minori probabilità di successo non può essere abbandonata agli “effetti non intenzionali” delle azioni umane: per giunta squisitamente economiche, e, dunque, fondate spesso su egoistici calcoli individuali…
In certo senso Alesina e Giavazzi, vorrebbero fare marcia e indietro, e tornare a quel quadrivio di cui sopra. Ora lo Stato Sociale è criticabile, ma perché gettare con l’acqua sporca anche il bambino? E soprattutto perché considerare “impoliticamente” l’Europa solo un grande mercato? Come quando scrivono che “ la costruzione dell’Unione europea è una storia di successi e fallimenti [e che dunque] in futuro l’Unione dovrebbe mettere da parte le illusioni, come quella di una politica estera comune, e concentrarsi invece su ciò che è davvero importante per l’Europa nel prossimo decennio: riforme [tradotto: tagli sociali e licenziamenti] che diano nuovo impulso alle economie del continente” (p. 165-166). Di nuovo la teoria del mercante in fiera…
Una “impoliticità” che emerge anche quando Alesina e Giavazzi celebrano il modello americano di melting pot: “un enorme successo economico” (p. 50), perché favorirebbe la coesione economica a danno di quella di classe, più pericolosa… Ascoltiamoli: “ La frammentazione etnica e razziale della società statunitense (in confronto alle società europee, per tradizione più omogenee) è (…) uno dei fattori chiave che spiega la diversità delle politiche distributive. In una società diversificata, dove la disparità di reddito è correlata alla razza, è più facile per i ricchi (in passato quasi sempre bianchi) vedere i ‘poveri’, spesso appartenenti alle minoranze etniche (specialmente i neri) come ‘diversi’. La solidarietà sociale è più facile in una società omogenea” (pp. 41-42). Il che spiega perché le politiche di welfare sarebbero troppo generose nell’ “omogenea” Europa… Di qui la necessità, secondo gli autori, di limitarle, favorendo l’immigrazione in Europa, e nel tempo una “diffidenza razziale” di tipo americano, che veda appunto in ogni politica redistributiva solo “un beneficio a favore delle minoranze etniche” diverse dalla propria (p. 42).
C’è di che restare basiti. Anche perché, il capitalismo, con i suoi alti bassi, come Alesina e Giavazzi ben sanno, nei momenti di crisi potrebbe trasformare la diffidenza razziale” in odio identitario e guerra civile.
No, così proprio non va. Forse è  meglio tornare a Schmoller.  O no? 

Carlo Gambescia

venerdì 27 ottobre 2006

 

Tradizione. I pericoli della "tuttologia"
Perché Claudio Magris 
parla di cose che non conosce?     



Il lungo editoriale di Magris sul Corriere della Sera di ieri (Dio, fede e confusione: La Chiesa, la Tradizione i teocon) è un ottimo esempio di confusa tuttologia. Magris, che come noto è di formazione uno studioso di letteratura tedesca, da qualche anno in qua, scrive su e di tutto. Con risultati alterni, e spesso non proprio esaltanti. Ovviamente, poiché viene considerato un mostro sacro del Gotha intellettuale, nessuno osa contraddirlo o criticarlo.
La tesi dell’articolo è tutto sommato semplice, se non semplicistica: teocon e “atei devoti” non avrebbero nulla a che fare con il tradizionalismo cristiano e cattolico per due motivi. In primo luogo, perché non sanno nulla della tradizione cristiana e cattolica. In secondo luogo, perché il loro uso della religione, è strumentale e politicizzato: ad usum delphini.
Si tratta sostanzialmente, di due affermazioni che potrebbero anche essere accettate, o comunque discusse. Nulla di particolarmente originale … Quel che invece non convince assolutamente è l’idea di tradizione cristiana e cattolica, proposta da Magris. E spieghiamo perché.
Magris parte da una definizione di “Tradizione cattolica” (scritta con l’iniziale maiuscola) ripresa da Rodolfo Quadrelli (altro letterato, certo bravissimo, ma letterato). Vediamo come ne riassume il pensiero: “La Tradizione, egli diceva [Quadrelli], è la creatività spirituale della Chiesa che non perde mai la sua freschezza sorgiva e la sua vitalità, bensì si accresce di continuo, senza rinnegare nulla del passato, ma aprendosi al presente e al futuro e rispondendo alle sempre nuove esigenze della storia dell’uomo, inserendole e integrandole nella sua unità e nella sua continuità. Il tradizionalista che si ferma al passato nega e offende la Chiesa e la sua cattolicità ovvero universalità, perché la considera di fatto una morta reliquia”.
Per non allargare troppo il discorso, si evita di discutere la cattiva interpretazione che Magris traccia del pensiero di Quadrelli. Ci interessa qui il punto sociologico ( e non teologico) dell'argomentazione di Magris.
Ora, ogni tradizione, si distingue per un’ adesione (nei vari gruppi sociali), a un nucleo di principi fondamentali, dettata da differenti livelli di consapevolezza e comportamento: per fede, ragionamento, o addirittura per mimetismo collettivo. I principi-base (valori e norme) possono essere articolati, più o meno bene, nel corso della normale dialettica sociale tra idee e istituzioni. Ora però, una tradizione è tale fin quando rimane fedele ai suoi principi di fondo. Sorokin parlava di major premise (premessa maggiore). E la sua longevità e congruità sociologica è assicurata dalla capacità di influire, attraverso tali principi, sulle istituzioni sociali. Per contro, quando sono le istituzioni sociali (che poi riflettono sempre valori di altre tradizioni emergenti o contrastanti), a influire sulla tradizione, come dire, “principale”, trasformandola, ci si trova davanti a qualcosa di completamente differente. Che non ha nulla a che vedere con la tradizione, così come si qualifica, di regola, all'inizio del processo sociale.
Si tratta di una costante sociologica che non riguarda solo la tradizione cattolica e i suoi gruppi sociali, ma ogni altra tradizione (politica, culturale, filosofica, economica, eccetera): quando arriva il momento del sincretismo, piaccia o meno, una tradizione è finita. Insomma, una tradizione è viva finché plasma le istituzioni, e, soprattutto, non ne viene, a sua volta, plasmata.
Scomodare come fa Magris una generica creatività spirituale, oppure categorie storicistiche, tipicamente "moderne", come quelle di presente, passato e futuro ( ma il discorso vale anche per chi di solito ricorre a categorie “premoderne”…), significa solo fare confusione. O, se si preferisce, della tuttologia, magari elegante, ma appunto priva di qualsiasi valore conoscitivo. E soprattutto sociologico.
Una tradizione è tale perché è nel mondo senza essere del mondo. Plasma e non si lascia plasmare. Tutto il resto è poesia o letteratura….
Carlo Gambescia