martedì 10 ottobre 2006



Analisi
Sociologia dell'inflazione


La Banca Centrale Europea ha giustificato il recente rialzo del tasso di sconto principale al 3,25 %, il quarto da dicembre, evocando il pericolo di “una ripresa inflazionistica”… Ma che cos’è l’inflazione, soprattutto da un punto di vista sociologico. Cerchiamo di capirlo insieme. Soprattutto per comprendere in senso più profondo le decisioni della BCE.
Come un terremoto l’inflazione apre voragini sociali, inghiotte classi e ceti, distrugge patrimoni, stati, imperi. Nella Roma vincitrice di Cartagine elevò i Cavalieri, prestatori di denaro, e iniziò a erodere le laute rendite del patriziato. Nel tardo Impero, il problema di pagare le truppe, attraverso successive riduzioni del contenuto metallico delle monete, rovinò i Cavalieri, ormai “imborghesitisi” e il notabilato provinciale, oppresso da tasse elevate e dalla caduta del potere d’acquisto. Nel XVI secolo l’afflusso di metalli preziosi dall’America distrusse l’economia spagnola: l’orò facile svuotò le campagne e le casse imperiali, disabituò al lavoro un intero popolo, che quando il flusso si interruppe, credeva ancora di poter vivere di rendita. All’inizio del XIX secolo l’inflazione provocata dalle guerre napoleoniche divorò quel che rimaneva delle rendite terriere aristocratiche e favorì l’ascesa di una rapace borghesia degli affari. La guerra civile americana, e l’inflazione che ne seguì (dovuta al cambio delle moneta imposto dal Nord vittorioso), cancellò le aristocrazie sudiste. Per venire ai giorni nostri ( o quasi),  la Germania  non si riprese più politicamente dall'iperinflazione weimariana (nella foto i  marchi  dell'epoca),  sfruttata da Hitler, ancora dieci  anni dopo, per dare il colpo grazia,  agitandone il fantasma,  all'impaurita classe politica repubblicana.
Ovviamente alle inflazioni si accompagnano le deflazioni: fasi di brusca diminuzione dei prezzi. Che essendo in gran parte causate anche da un senso di scoraggiamento generale verso il futuro rischiano di sfociare in periodi di stasi economica e poi in sommosse, rivoluzioni e persino guerre, come negli anni Trenta del Novecento.
Va però ricordato, che con l’avvento del capitalismo consumistico post-1945 (dal credito facile), l’alternanza tra inflazione e deflazione si è interrotta o comunque si è fatta più episodica, almeno fino alla seconda metà degli anni Ottanta. Periodo in cui si è affacciata una nuova spirale inflazionistica con successive, pur lievi, cadute deflazionistiche. Attualmente i prezzi, soprattutto dopo il passaggio all’Euro, sono in crescita. Niente che per il momento riporti ai fenomeni storici di cui sopra, ma sicuramente è in atto, come dire, un sommovimento sociologico, composto di tante piccole scosse, avvisaglie o sintomi appena percettibili. Ma il terremoto, il maledetto terremoto sociale, che ogni inflazione porta con sé, è purtroppo nell’aria. Di qui l’ attuale atteggiamento restrittivo della BCE. A dire il vero poco responsabile, perché i suoi dirigenti ignorano, o fingono di ignorare (per favorire servilmente il dollaro e l'economia americana), i bassi tassi di sviluppo europei. Anche a rischio di soffocare la ripresa economica europea, a causa del crescente costo del denaro.
Ma torniamo alle avvisaglie.
Il primo sintomo è la sfiducia delle classi medie a reddito fisso verso la crescita del proprio potere d’acquisto: operai specializzati, dipendenti pubblici, quadri intermedi, statali e privati. Purtroppo, come già si scriveva nel Cinquecento, il primo segno di inflazione è rappresentato dalla sensazione che intorno a noi tutto aumenti. Una specie di sintomo dell’assedio, avvertito psicologicamente da chi non abbia altre entrate, come un pensionato pubblico ( monoreddito, come si dice...) . Dopo di che, per contagio sociale, la sensazione di diffonde, provocando ulteriori aumenti dei prezzi, e preparando la successiva deflazione ( che sarà tanto più dura quanto più elevato il tasso di inflazione).
Un secondo sintomo è il consumismo euforico che distingue lo stile di vita delle classi a reddito variabile: imprenditori, professionisti, industriali, grandi distributori, operatori del “lusso” e della finanza. I quali assecondano l’ascesa dei prezzi, e vivono come tutte le classi sedute su un vulcano acceso, molto al di sopra dei mezzi disponibili, convinte e fiere della giustezza del loro stile di vita, ma ignare che la successiva deflazione può sancirne la sparizione.
Il terzo sintomo è l’incapacità dei governi. In primo luogo, come mostra la vicenda dell’Euro (il cui cambio troppo elevato ha penalizzato monete debole come la Lira), si registra una sudditanza totale nei riguardi dell’economia, come accadeva nella Spagna del Cinquecento. Se i re spagnoli erano nelle mani di voraci prestatori di denaro, i governi di oggi sono prigionieri di banchieri ed economisti (con alcune eccezioni..,) al servizio dei poteri forti. In secondo luogo, molti governi mostrano di non voler o saper affrontare adeguatamente i problemi di coloro che hanno redditi saltuari o non ne hanno affatto: una massa di poveri (disoccupati, pensionati sociali, immigrati, eccetera) destinata perciò a crescere e, purtroppo ad assorbire i nuovi poveri (i ceti medi declassati da una più che probabile ripresa della spirale inflazione-deflazione).
Classi medie in difficoltà, ceti ricchi irresponsabili, governi imbelli, povertà crescente. I sintomi ci sono tutti, come del resto mostrano le statistiche sociali. La terra potrebbe perciò iniziare a tremare di nuovo e sul serio. Complici la crisi petrolifera, le guerre americane e il terrorismo. E come sempre l’insipienza degli uomini.

Carlo Gambescia

lunedì 9 ottobre 2006


Che fine ha fatto la socialdemocrazia?
C'era una volta al sinistra...





“Partito Democratico più di un sogno”. Così ieri titolava "Repubblica". Ma può essere il partito democratico l’unico futuro possibile per la sinistra italiana? Un partito, come quello che si sta profilando, che rifiuti persino i principi storici (redistribuzione e programmazione) della socialdemocrazia? E che creda soltanto nel vago riformismo?
No. Piuttosto che di un sogno si dovrebbe parlare di incubo. O di vera e propria crisi. E si tratta di una crisi che riguarda non solo la sinistra nella sua componente "riformista". Ma anche la sinistra avvicinatasi, magari in ritardo, alla socialdemocrazia... Ad esempio, di recente, il ministro Paolo Ferrero di Rifondazione ha dichiarato al "Manifesto" (7-10-06) che con la finanziaria si "è invertita la lotta liberista". Contento lui...
E’ perciò proprio il caso di dire: c’era una volta la sinistra…”. Può piacere o meno, ma è così. Si tratta ovviamente di un fenomeno non solo italiano, ma che riguarda l’intero Occidente democratico. Tuttavia, la crisi della sinistra è così generale e profonda, che prima di parlarne, è necessario fare un passo indietro: che cosa significa, o meglio che cosa voleva dire essere a sinistra ?
In primo luogo, significava condividere i valori della libertà (come libertà da ogni credo imposto dall’esterno), dell’eguaglianza (soprattutto economica), della fraternità, (principalmente di classe tra lavoratori, o comunque tra uomini sfruttati). In secondo luogo, la condivisione di questi valori implicava un atteggiamento negativo verso il capitalismo, posizione che poteva evolvere in senso riformista o rivoluzionario. In terzo luogo, e qui le posizioni tra socialisti e comunisti divergevano (ma non troppo), la leva per “sollevare” il mondo, era rappresentata dalla politica , dallo stato e dalle sue istituzioni. Per i socialisti, all’economia capitalista si doveva sostituire l’economia mista, la programmazione, lo stato sociale, senza però sopprimere la piccola proprietà privata: al socialismo si sarebbe arrivati per gradi e democraticamente. Per i comunisti invece, gli obiettivi socialisti, non erano che un primo passo verso la trasformazione della società in senso comunista, anche attraverso una "rottura" rivoluzionaria: si doveva a ogni costo costruire un “nuovo mondo” basato sulla proprietà collettiva e (solo in una prima fase) su quella statale dei mezzi di produzione.
I primi in certo senso si accontentavano, i secondi no.
Oggi queste idee (soprattutto quelle comuniste in senso stretto), molto dibattute fino a vent’anni fa, sono completamente passate di moda, anzi chi ne parla rischia di essere definito un passatista o un pericoloso romantico.. Il crollo del comunismo reale, la lenta erosione della “classe operaia”, la dipendenza dal e da potere di molti politici di sinistra hanno giocato un ruolo decisivo nella dissoluzione del “vecchio modo” di essere a sinistra. Basta dare un’occhiata ai programmi della sinistra italiana e alle scelte dell’attuale governo Prodi, per capire, come dei tre valori fondamentali, cari alla sinistra, sia rimasto ben poco: la libertà è intesa soprattutto come libertà esclusivamente civile, se non proprio “privatistica”; l’eguaglianza è ancora accettata ma non deve contrastare i valori di mercato (flessibilità e concorrenza), e in questo senso si preferisce parlare di equità, come eguaglianza delle regole o procedure di trattamento, e non delle condizioni economiche di partenza o di arrivo; la fraternità, infine, è soprattutto rivolta all’esterno, verso categorie indeterminate, come i “poveri” della terra. Il che è nobile e giusto, ma non basta: per cambiare il mondo serve la politica come designazione del nemico e realistica analisi dei rapporti di forza e degli obiettivi. Certo, resta l’antiamericanismo di fondo, che spesso viene però utilizzato strumentalmente, in funzione antigovernativa ( quando si è all’opposizione…): non va infatti dimenticato che nel 1999, con le sinistre al governo, in occasione del via libera italiano all’intervento Nato nel Kosovo, Veltroni patrocinò la prima manifestazione dell’intera storia del movimento operaio italiano in favore di una guerra, praticamente imposta dagli americani agli alleati europei.
Sono rimaste perciò solo le grandi parate e gli slogan politicamente minimalisti (“Contro"o "A Favore" della legge finanziaria di Tizo o Caio) o politicamente incongruenti (“No agli Usa in Iraq, sì all’Onu“), mentre l’atteggiamento nei riguardi del capitalismo, quello che una volta era il nemico principale, si è fatto meno limpido, più pragmatico, e in alcuni casi addirittura servile. A sinistra, come del resto a destra, oggi si parla solo di sviluppo, produttività, competitività e, quel che è peggio, di come ingraziarsi i mercati finanziari.
Di chi è la colpa? Delle idee? Degli uomini? Idee, come quelle di eguaglianza, libertà e fraternità, sono idee forti, sulle quali si può costruire ancora oggi. Le élite (di sinistra) sicuramente non sono state all’altezza dei valori. Ma va anche detto, ad esempio a proposito del principio di eguaglianza, che se questo valore viene preso alla lettera, magari attribuendo allo stato poteri eccessivi in materia, si rischia la deriva totalitaria, come del resto insegna la storia.
Il problema insomma è come declinare concretamente questi tre grandi principi. E al tempo stesso, come sottrarli agli artigli del burocratismo ottuso e feroce (che spesso ha contagiato la sinistra come la destra totalitaria) e del mercato capitalistico ( celebrato dalla destra del denaro e dalla sinistra pseudoriformista) . E’ il vecchio problema della ricerca di una Terza (o Quarta) Via tra sistemi politici diversi: di come liberarsi dal totalitarismo ermeneutico del “di qua o di là”: si può essere di sinistra senza essere di sinistra? (e qualcuno sottovoce aggiungerà di destra senza essere di destra?).
Ai lettori di sinistra (e di destra) la risposta.

Carlo Gambescia

venerdì 6 ottobre 2006


Prodi sotto  attacco
La duplice opposizione. 



E’ molto facile criticare in modo qualunquistico il governo Prodi, come sta facendo certa destra. Ma in effetti c’è un aspetto che va sottolineato. Mentre il governo Berlusconi era attaccato dal centrosinistra, il governo Prodi è attaccato dal centrodestra e da una parte della sinistra, sia moderata (sindaci, Margherita, democristiani di sinistra), sia radicale (Verdi, neocomunisti, movimenti, si vedano le reazioni agli sgomberi di Roma e in altre città, per non parlare delle critiche alla politica sociale prodiana). Si può così ritenere che il governo Prodi, rispetto a quello Berlusconi sia due volte instabile: rispetto all’opposizione (esterna) di centrodestra e rispetto all’apposizione (interna di centrosinistra). In queste condizioni non può assolutamente andare lontano. Anche perché Prodi non ha alcuna forza politica sulla quale contare, se non un ristretto numero di colonnelli, privi di esercito, a partire da Parisi. Ma questa è politica politicante. Non ci interessa ( o comunque fino a un certo punto…)
Infatti la colpa di come stanno le cose non è solo di Prodi. Il vero problema è che le democrazie rappresentative pluripartiche sono in crisi in tutta Europa. Esclusa ovviamente la Gran Bretagna, tradizionalmente bipartitica. Come al solito la prendiamo da lontano. Ma ne vale la pena.
Il bipartitismo non è certamente la più alta forma di democrazia, ma è sicuramente più stabile ( o meno instabile) del pluripartismo, anche se di coalizione, ad esempio come in Italia. Non vogliamo però qui sciogliere alcun peana in onore del bipartitismo. Anche perché come mostra la letteratura in argomento i partiti democratici tendono poi a dividersi in correnti sulla base delle consuete divisioni (destra, sinistra, centro), oppure intorno a leader interni. Perciò anche nel bipartismo, alla fin fine i “partiti” (divisi in correnti) finiscono per essere almeno sei, se non di più. Pertanto, e può sembrare paradossale, una riforma elettorale maggioritaria, dovrebbe essere collegata a un riforma nello stesso senso dei sistemi elettorali interni dei singoli partiti. Insomma, la stabilità di un sistema politico democratico, richiede metodi di voto capaci di ridurre la democrazia interna alle istituzione e ai partiti. Ci spieghiamo meglio.
Nelle democrazie rappresentative il processo democratico, come è noto, si divide in tre fasi: quella del voto elettorale, quella della discussione parlamentare e quella della decisione politica finale. Ora, di regola, la democrazia rappresentativa per funzionare, richiede che nella fase di discussione come in quella decisionale siano in pochi a discutere e soprattutto decidere: il popolo vota, e dunque esercita la sua sovranità, ma poi le discussioni politico-tecniche, e principalmente le decisioni devono assolutamente essere prese da pochi, decisi e affidabili uomini. In caso contrario: quanto più la fase della discussione risente di pressioni esterne (economiche, sociali, culturali, morali), tanto più i temi affrontati perdono significato e valore primitivi . Fino al punto che la decisione politica finale, finisce per essere una forma di cattivo compromesso tra posizioni completamente diverse, e dunque priva di qualsiasi riferimento con le posizioni iniziali delle diverse fazioni politiche.

Insomma, la democrazia rappresentativa "funziona" solo se si regge sul governo dei "pochi", come accade in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Ovviamente, ciò che può essere funzionale sul piano politico può non esserlo su quello sociologico. Infatti gli effetti di ricaduta sociale delle democrazie rappresentative bipartitiche e decisioniste (come assenza di qualsiasi compromesso, anche cattivo), spesso sono dannosi. Ridurre al solo voto il momento democratico, provoca nell’elettore un crescente disinteresse per la politica, che favorisce il rafforzamento delle cosiddette élite del potere. Inoltre, non è detto che una volta venute meno le pressioni esterne sociali, culturali e morali, non possano continuare a esercitare un ruolo determinante i gruppi di pressione economica, spesso contigui per formazione e frequentazione sociale alle élite politiche. Un ruolo rilevante viene poi giocato dalla élite militare, ovviamente in relazione alle diverse tradizioni nazionali. Di solito, nelle società a sistema politico bipartitico (si pensi in particolare agli Stati Uniti), il predominio delle élite politiche, economiche e militari (segnato dall’approvazione di leggi favorevoli alle classi abbienti) conduce inevitabilmente a grandi sperequazioni e discriminazione sociali. Si pensi, anche in questo caso, alla società statunitense.
Per tornare al governo Prodi, si può ritenere, che all’interno della democrazia rappresentativa, pur nelle sue due forme (pluripartitica e bipartitica), non abbia alcuna alternativa. Se dovesse cadere verrebbe sostituito da un governo di centrodestra o di grande coalizione, dalle stesse caratteristiche. Più o meno. Mentre un eventuale (per quanto difficile) passaggio al bipartitismo (magari rafforzato dal presidenzialismo), rischia di favorire, magari proprio  mettendoli fuori del gioco parlamentare, gli estremismi di piazza.  Quindi  la stabilità sarebbe solo apparente. E solo politica...
Secondo alcuni osservatori,  servirebbero altre forme di democrazia. Ma quali? 

Carlo Gambescia

giovedì 5 ottobre 2006


Profili/ 36
Othmar Spann



Othmar Spann(1878-1950), ha subito il triste destino del filosofo sociale che crede di poter influire direttamente sulle vicende politiche del suo tempo. Insomma, che "sogna" di vedere le proprie idee realizzate storicamente. Ma come insegna la storia, spesso i tiranni prendono altre strade e non ascoltano i filosofi, almeno da Platone in poi, e spesso li imprigionano o uccidono. E Spann, se ne scelse, uno tra i più terribili e protervi della storia: Adolf Hitler. Ciò non toglie che alcuni aspetti della sua filosofia sociale olistica - parliamo ovviamente di Spann - fondata sull’ idea di Ganzheit (“interezza”, in lingua tedesca) non meritino, se non di essere recuperati, almeno studiati.
Othmar Spann nasce nel 1878 ad Altmansdorf, vicino Vienna, da un’ agiata famiglia borghese, il padre è un ricco imprenditore. Studia nelle Università di Vienna, Zurigo, Berna e infine Tubinga. Dove nel 1903, sotto la guida di Albert Schäffle, il celebre teorico dell’organicismo sociologico, si laurea in Scienze Politiche. Tra il 1903 e il 1907, lavora presso la "Centrale für private Fürsorge" (Centro di Previdenza Sociale) di Francoforte sul Meno. Nel 1907 consegue la libera docenza in Economia Sociale presso il Politecnico di Brünn (oggi Brno, Repubblica Ceca), Nel 1911 riceve la nomina a professore ordinario. Nel 1914 si arruola, ma viene ferito gravemente e, in seguito, trasferito ad altri incarichi presso il Ministero della Guerra a Vienna.
Nel 1919, costretto a lasciare la cattedra di Brünn, perché inviso ai nazionalisti cecoslovacchi, si trasferisce a Vienna per insegnare Economia Politica e Dottrina della Società. Nella caotica situazione del dopoguerra austriaco e tedesco, non fa mistero delle sue posizioni filotedesche (favorevoli all’unione tra Germania e Austria), antiliberali e anticomuniste. La fine degli anni Venti, in un’Austria sempre più politicamente divisa, lo trova schierato, ma con grandi riserve, con il corporativismo cattolico. Tuttavia non apprezza l’operato politico di Dollfuss. E ne è ricambiato. Negli anni Trenta si avvicina ai nazionalsocialisti. E dopo l’arrivo di Hitler al potere nel 1933, Spann si illude di poter addirittura influenzare il nazionalsocialismo grazie allo Spannerkreis, formatosi intorno a lui a Vienna e Berlino. Ma Hitler ha altri progetti: punta alla costruzione di uno stato totalitario (monistico), e non organico-corporativista (moderatamente pluralista), e le teorie di Spann vengono bruscamente accantonate. Nel 1938, dopo l’annessione dell’Austria al Reich, Spann viene arrestato dalla Gestapo, e con lui il figlio Raphael e il discepolo Walter Heinrich. Dopo qualche mese di carcere viene liberato insieme al figlio. Heirinch invece dovrò trascorrere un anno e mezzo di prigionia a Dachau. Deluso e timoroso per la sua vita, Spann si ritira a vita privata in campagna. Nel dopoguerra non viene reintegrato e perde così definitivamente la cattedra universitaria. Muore, completamente isolato, nel 1950: a Dio spiacent[e] e ai nemici suoi…
Due osservazioni sul suo pensiero.
In primo luogo, va sottolineato il grande spessore teorico, concettuale e metodologico della sua concezione, come si evince dall'analisi di un testo come Kategorienlehre (La dottrina delle categorie, 1924), dove Spann mette a punto la su epistemologia. Lo studioso austriaco, come è noto, parla di universalismo (concetto che rinvia all’ “interezza” del soggetto studiato) per contrapporlo all’individualismo (che invece rimanda sua alla “incompletezza” o “parzialità) . In realtà il suo è un autentico approccio olistico. Spann sviluppa analiticamente e in modo concreto la triplice dipendenza funzionale e dinamica (“in movimento”): (1) tra le varie parti; (2) tra le parti e il tutto; (3) tra il tutto e le parti. Il che non è poco, in tempi come quelli oggi, dove si preferisce spacciare per olismo le più bislacche teorie, magari di esotica provenienza…
In secondo luogo, l’ elemento di differenza tra l’olismo di Spann (a sfondo gerarchico o verticale) e l’olismo contemporaneo ( “democratico” e orizzontale) ad esempio di un Capra o di altri, non è tanto nel fatto (accettato da entrambe le correnti) che la somma delle singole parti, o tutto, sia maggiore delle singole parti, quanto che in Spann, il tutto preesiste sempre alle parti, e perciò assume un valore fondante, e di conseguenza la possibilità delle singole parti di influire sul tutto è nulla. E questo è indubbiamente un limite (su questi aspetti, e anche per capire le differenze tra l’organicismo “verticale” di Spann e quello più propriamente totalitario, si veda O. Spann e W. Heinrich, Lo Stato Organico: il contributo della scuola di Vienna a “Lo Stato” di Costamagna, a cura di G. Franchi, premessa di G. F. Lami, Edizioni Settimo Sigillo, Roma, s.d. - http://www.libreriaeuropa.it/ ). Ciò non toglie che la Kategorienlehre per la sua ricchezza analitica ed espositiva, resti un’opera fondamentale non solo per ricostruire il pensiero di Spann, ma per studiare l’olismo come categoria epistemologica e filosofica, anche (o soprattutto per alcuni) a prescindere dal pensatore austriaco… Un testo che perciò andrebbe riscoperto e studiato attentamente.
Tra le suoi scritti ricordiamo: Zur Logik der sozialwissenschaftlichen Begriffsbildung (1905), Zur Kritik des Gesellschaftsbegriffes der modernen Soziologie (1905) Wirtschaft und Gesellschaft (1907), Der logische Aufbau der Nationalökonomie (1908), Die Haupttheorien in der Volkswirtschaftslehre (1911, trad. it. Sansoni, Firenze 1936), Kurzgefasstes System der Gesellschaftslehre (1914) Vom Geist der Volkswirtschaftslehre (1919), Der wahre Staat (1921) (trad it. Edizioni di Ar, Padova 1982-1984, 3 voll. - http://www.libreria.ar/ ) Gesellschaftsphilosophie (1928), Irrungen des Marxismus (1929, trad. it. SEB, Milano 1995)), Hauptpunkte der universalistischen Staatsauffassung (1929), Geschichtsphilosophie (1932) Ganzheitliche Logik, (1932), Naturphilosophie (1937), Religionsphilosophie (1947). Per una bibliografia esaustiva si rinvia alla Gesamtausgabe, a cura di W. Heinrich e altri, Akademische Druck und VerlagsanstaltUniversitäts-Buchdruckerei und Universitäts-Verlag Dr. Paul Struzl GmbH, Graz 1963-1979, voll. 1-21 - http://www.adeva.com/ ). Sul suo pensiero si veda in lingua italiana l’ approfondita sintesi sempre di Giovanni Franchi, La filosofia sociale di Othmar Spann (Jouvence, Roma 2002 - http://www.jouvence.it/), con ricca bibliografia di e su Spann, a cui rinviamo il lettore curioso. Per capire l’uomo Spann, apparentemente pieno di sé, ma anche lo strano clima di paura e sospetto in cui egli viveva nella Vienna di fine agosto 1934 (circa un mese dopo l’ assassinio di Dollfuss…), si veda Antonio Scaglia, La sociologia europea del primo Novecento. Con la traduzione di “Avventure Sociologiche” di Dirk Käsler (Franco Angeli, Milano 1992, pp. 161-168 - http://www.francoangeli.it/ ). Dove sono raccolte le puntuali osservazioni dello studioso americano Earle Edward Eubank, che in quegli anni lavorava a una storia della sociologia, giunto a Vienna il 24 agosto del 1934 per intervistare Spann, come tappa intellettuale non secondaria di un tour europeo, che lo avrebbe portato a colloquio con i principali sociologi dell’epoca.


Carlo Gambescia 

mercoledì 4 ottobre 2006



Il libro della settimana. Juan J. Linz, Democrazia e autoritarismo, il Mulino, Bologna 2006, pp. 614, euro 40,00.



https://www.mulino.it/isbn/9788815109941


Finalmente una gradita sorpresa editoriale. Parliamo della raccolta di scritti del politologo Juan J. Linz, ancora fresca stampa, curata da Marco Tarchi (Democrazia e autoritarismo. Problemi e sfide tra il XX e il XXI secolo, il Mulino, Bologna 2006, pp. 614, euro 40,00).
Chi scrive, ricorda di aver scoperto tanti anni fa Juan J. Linz, leggendo la sua densa introduzione al celebre libro di Roberto Michels, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, riedito dal Mulino nel 1966, e mai più ristampato (tra l’altro sarebbe interessante scoprire perché…). In quello scritto Linz, notava che Michels, con la “sua figura di uomo politico romantico deluso, di patriota di una patria adottiva, e di scienziato, riflette come poche altre i conflitti di realtà e le contraddizioni che caratterizzano i primi decenni del XX secolo” (p. XXXVIII). Circa trent’anni dopo, tornando sull’argomento, scriverà che il suo interesse, “forse” era dovuto al fatto che anche Michels, come lui, si “collocava nel punto di intersezione di molti problemi e ‘circoli vitali’ ” (si veda l’Introduzione di Tarchi, p. 28).
Linz come Michels? Non proprio. Eppure qualcosa li accomuna. Probabilmente, da un lato, la visione di una scienza politica che per verificare le ipotesi faccia finalmente largo ricorso alla storia e alla comparazione tra regimi, e dall’altro la consapevolezza del ruolo dinamico e sulfureo delle élite politiche. Due affinità alle quali può esserne aggiunta una terza: l’idea che storia e società abbiano matura magmatica. I regimi politici e sociali sarebbero soggetti a continue trasformazioni. Di qui l’ interesse, particolarmente in Linz, per le crisi e le transizioni politiche: dalla democrazia al totalitarismo (e all’autoritarismo), e viceversa: la storia come un immenso e tragico laboratorio. Con tutti i “problemi” e “circoli vitali”, che inevitabilmente sorgono e si intrecciano… Di qui, per affrontarli, quella sua necessaria apertura umana e “metodologica”, da alcuni liquidata come eclettica (come avvenne, puntualmente, anche con Michels).
Del resto la stessa vita di Linz, nato in Germania nel 1926, da padre tedesco e madre spagnola, non assomiglia, come si dice, a una passeggiata. Perde il padre, ancora piccolo. Lascia la moribonda Repubblica di Weimar, per trasferirsi nella Spagna sull’orlo della guerra civile. Dove si laurea in Scienze politiche e Diritto (1947-1948). Ma all’inizio degli anni Cinquanta mette le ali della libertà e vola negli Stati Uniti. Prende il Ph.D in Sociologia alla Columbia University (1959), dove resta nei dieci anni successivi (1960-1968), per poi passare, lo stesso anno, a Yale, dove ancora insegna. Concedendosi però frequenti soggiorni in Europa, soprattutto in Spagna, come in occasione della transizione democratica post-franchista, da autorevole politologo. Nonché poliglotta, e stando ai suoi collaboratori, gran fumatore di “Ducados”… E con un piccolissimo, e ormai giudicato con distacco, peccato di gioventù: un adolescenziale entusiasmo per José Antonio Primo de Rivera.
Ma veniamo al libro.
Va dato atto a Marco Tarchi, politologo di lungo corso, dell’ottima e aggiornata scelta. La raccolta è divisa in tre blocchi tematici: Problemi di teoria politica (pp. 61-203); Problemi dell’autoritarismo (pp. 207-422); Problemi della democrazia (pp. 425- 614). Risulta evidente che si tratta di un grosso e denso volume, di cui non è facile riferire integralmente, nell’esiguo spazio di una recensione giornalistica. Ci limiteremo perciò ad alcune indicazioni selettive.
Si può cominciare a leggerlo dalla seconda parte (Problemi dell’autoritarismo) dove è raccolto il meglio della produzione sul fascismo del Linz “comparativista” : due notevoli studi sul fascismo come fenomeno storico-sociologico e come “latecomer”. Un fascismo “ultimo arrivato” (in senso cronologico-politico), che doveva forzosamente ragionare per “nuove sintesi”, e soprattutto opporsi e distinguersi dalle ideologie precedenti. E che dunque innovava originalmente il dibattito politico e ideologico. Ovviamente semplifichiamo, e soprattutto non assolviamo… Ma ad esempio, secondo Linz, il fascismo italiano, pur restando una dittatura, non va incluso nella categoria del totalitarismo. Lo studioso di Yale parla del fascismo come di un “regime autoritario di mobilitazione in società post-democratiche”. Si dirà, sottigliezze da politologi… Eppure come nota Tarchi, la definizione “ha alienato a Linz le simpatie di alcuni storici, che dell’equazione fascismo-totalitarismo hanno fatto una sorta di dogma più ideologico-politico che scientifico (p. 29, nota 63). Anche italiani.
Quanto alla prima parte (Problemi di teoria politica), si raccomanda in particolare la lettura del saggio sull’Uso religioso della politica e/o l’uso politico della religione (pp. 95-126). Dove Linz, seziona abilmente il rapporto tra politica e religione. Da un lato vi sono le religioni politiche, come quelle rappresentate dal nazionalsocialismo tedesco (ma anche forme pure, teocratiche e cesaro-papistiche, storicamente più rare), e dall’altro la religione politicizzata, come certo cattolicesimo nazionale spagnolo, anni Trenta, di stampo più autoritario che totalitario. Mentre al centro vi è la separazione tra Stato e Chiesa (consensuale e pacifica, oppure conflittuale, come nella Spagna repubblicana pre-guerra civile). Il discorso di Linz è meno astratto di quel che appare. Perché riesce a dimostrare come il separatismo conflittuale (si pensi a quello dei repubblicani spagnoli del 1936), provochi controreazioni altrettanto dure di natura cattolico-nazionale (la guerra civile…). Mentre una saggia separazione consensuale, o comunque un blando autoritarismo, come nell’ultima parte del franchismo, può facilitare il passaggio a forme di democrazia liberale e consensuale. Anche religiosa. Sono argomenti sui quali Zapatero dovrebbe riflettere…
Infine la terza parte (Problemi della democrazia), ospita un magnifico saggio sulla Legittimità democratica e il sistema socioeconomico (pp. 483-539). Il titolo non deve spaventare, perché lo scritto in pratica analizza i gradi di consenso (degli europei) al sistema economico capitalistico. I dati usati da Linz, riguardano sondaggi di opinione che risalgono alla prima metà degli anni Ottanta (1981-1985). Ne viene fuori un quadro sostanzialmente consensuale. Benché Linz, già mostri di intuire, possibili fonti di delegittimazione nell’ascesa di nuovi valori (e movimenti) post-materialisti, e dunque critici del capitalismo. Come poi in parte è avvenuto. L’aspetto interessante è che Linz fa dipendere la legittimità economica da quella politica: dove c’è fiducia nella democrazia, è probabile che presto o tardi fiorisca anche quella nel mercato. Ecco ciò che scrive dei paesi di recente democratizzazione: “La valutazione positiva delle istituzioni democratiche, a prescindere dalla loro capacità di cambiare il sistema socio-economico, può rivelarsi il fattore che consente alla macchina capitalistica di continuare a funzionare e di raggiungere livelli accettabili di rendimento. A sua volta questo, successo legittimerebbe molte delle istituzioni sistemiche (le organizzazioni degli imprenditori, i sindacati), anche se non è scontato che crei nei confronti del sistema capitalistico un clima di legittimazione analogo a quello che si respira nelle prime democrazie dei paesi industriali dell’Occidente” (p. 539).
Ecco, quel “non è scontato”, riassume magnificamente lo spirito della sua opera: rispetto dei fatti e soprattutto del divenire storico, così pieno di sorprese. Ma anche realismo sociologico, come rifiuto di idealizzare la politica, a cominciare dalla figura dell’elettore: “La qualità della classe politica, nota Linz, non è indipendente dalla ‘qualità dell’elettorato’ e si potrebbe stilare un elenco delle caratteristiche negative di quest’ultimo. Non è sempre chiaro se siano i cattivi leader a ‘corrompere’ gli elettori - spesso è così - o se siano questi a perdonare le azioni che vanno a detrimento della qualità della democrazia, quando non si curano di chi li rappresenti e li governi” (p. 613).
Giusto. Spesso la libertà per alcuni è un peso. E questo non è un problema “politologico” ma morale. Tuttavia, si può costringere l’uomo a essere libero? Linz, da studioso delle istituzioni democratiche, risponderebbe di no: perché la democrazia è consenso ma anche rischio.
Proprio come la libertà.
Carlo Gambescia 

martedì 3 ottobre 2006



La sinistra del Mago Silvan
 La finanziaria "tutta equità e sviluppo"





Le parole, e i principi che incarnano, spesso acquistano forza propria, soprattutto in politica: a forza di sentirle ripetere, si finisce per accettarle senza discutere, come evidenti in se stesse: Insomma, le si continua a usare sicuri che nessuno chiederà alcuna “dimostrazione” o prova. Ad esempio, in questi giorni ne vengono usate due in particolare: equità e sviluppo, con una  nonchalance degna del Mago Silvan e dei suoi immaginifici "Simsalabim".  Insomma, il centrosinistra ritiene che la finanziaria sia "tutta equità e sviluppo",  mentre il centrodestra, come da copione, contrattacca.
Ora, qual è lo scopo dichiarato della legge finanziaria? Quello del rientro nei parametri di disavanzo pubblico fissati da Maastricht. Il che può essere ottenuto in tre modi: o tagliando la spesa pubblica, o introducendo nuove tasse, oppure con un mix di tagli e tasse. E sembra che Prodi abbia scelto questa terza strada.
E qui il vero punto è che i tagli e le tasse, anche mescolati insieme, non hanno nulla a che fare con l’equità e lo sviluppo. L’equità consiste non nel dare a tutti la stessa cosa (eguaglianza) , ma nel fare in modo che ognuno ottenga il più possibile di quel che gli è dovuto. Piuttosto che aspirare all’eguaglianza in sé, si ricerca la massimizzazione sostenibile del minimo, vale a dire una ripartizione o una redistribuzione che attribuisca quanto è più possibile a coloro che possiedono meno, tenendo tuttavia conto, nel loro stesso interesse, dell’effetto positivo che alcune disparità economiche possono avere sullo sprone a investire o risparmiare.
Lo sviluppo consiste non nel solo sviluppo economico (quantitativo) ma anche in quello qualitativo. Che concerne i servizi sociali, la tutela dell’ambiente, la qualità della vita, eccetera. E perciò consiste nel fare in modo che i guadagni di produttività non si traducano in perdite sociali. Piuttosto che puntare solo sulla crescita economica lo sviluppo, in senso alto, deve tradursi in un’economia sociale di mercato, interna al capitalismo, consapevole dell’effetto positivo delle disparità economiche, ma contraria e esasperarle, moltiplicandole sotto il profilo sociale.
Come si vede si tratta, di principi che rinviano alle teorie socialdemocratiche. Niente di particolarmente eversivo per l'ordine capitalistico.
Ora, senza entrare nel merito dei singoli provvedimenti, poniamoci due domande: una legge finanziaria, che punti solo su tagli e tasse può favorire l’ equità? Una legge finanziaria che parta unicamente da rigidi vincoli di bilancio può favorire lo sviluppo?
Certo, se per equità si intende, quella di far sì che i provvedimenti presi non peggiorino la situazione di coloro che sono in basso e non migliorino quella di coloro che sono in alto, allora la finanziaria di Prodi, può essere definita equa... Certo, se per sviluppo si intende soltanto la ripresa della crescita economica, ammesso che avvenga, allora la finanziaria di Prodi, con i suoi incentivi (come il taglio al cuneo fiscale), può essere definita favorevole allo sviluppo...

Solo che in questo modo ci si accontenta di una finanziaria che in realtà non cambia nulla. Infatti le disparità sociali restano tali ( non sono pochi euro in più o in meno nel portafoglio del contribuente ad alleviarle). E lo sviluppo a cui si punta (a causa del tagli ai servizi sociali e pensioni), rischia di rimanere solo quantitativo. Seppure avverrà.
La teoria socialdemocratica implica un’estrema fiducia nelle forza della spesa pubblica e della tassazione progressiva redistributiva (poche aliquote, ma durissime, mentre la finanziaria addirittura le riporta a cinque). In realtà, quella di Prodi, è una pura e semplice parodia, perché in ultima istanza, punta sul potere quasi magico del mercato e non su quello reale dell’ intervento pubblico. Non si è forse definito il primo dei “privatizzatori italiani”?
Perciò continuare a parlare di finanziaria “ tutta equità e sviluppo”, puntando sulla “forza propria” delle parole, è decisamente sbagliato, fuorviante e, per dirla tutta, poco onesto. 


Carlo Gambescia

lunedì 2 ottobre 2006



Finanziaria
Ritorno del  "Grande Centro"?



E se il governo Prodi, per l’approvazione della finanziaria, dovesse avere bisogno di voti al Senato? Che accadrebbe? Potrebbe tornare a galla il “Grande Centro” democristiano. Non subito, ma l’approvazione di una finanziaria ritoccata ( o taroccata), potrebbe ricompattarlo...

Ci spieghiamo meglio.
“Le democrazie si governano al centro”. Ecco una bella frase fatta che piace tanto ai vecchi e nuovi dinosauri democristiani dei due schieramenti: tutti vogliosi di un revival scudocrociato. Ma che, quanto a originalità, ricorda la scoperta della “patata lessa” da parte di quel bislacco Mago Merlino, protagonista di uno spot pubblicitario… Ci sembra quasi di sentirli i Marini, i Follini, i Mastella, i Casini, e altri nostalgici dei bei tempi in cui venivano inaugurate bretelle autostradali da ministri col faccione di Alberto Sordi: “Ecco l’idea… Rifacciamo la Democrazia Cristiana”. Bravi non fatevela fregare…
Ora, che esista un elettorato moderato è fuori discussione: un italiano su due si definisce di centro. Ma il centro “partitico”, come ha notato Sartori, è altra cosa: una politica moderata può essere fatta da un governo di centrosinistra come di centrodestra. Non è necessario un partito ad hoc. Va poi detto che la Democrazia Cristiana, che Mastella, Casini & co. rimpiangono, si definiva di centro solo perché non poteva dirsi di destra, in un paese come l’Italia del dopoguerra dove dichiararsi tali causava l’immediata espulsione da quello che poi verrà chiamato “arco costituzionale”…
Una riprova interessante è costituita dall’atteggiamento della Dc nei riguardi del vero “centro”, quello economico: i cosiddetti poteri forti, Fiat e grandi industriali del Nord. Gruppi che hanno sempre mescolato genuflessioni verso il mercato e intrallazzi nelle sagrestie politiche, solo per fare buoni affari e difendere lo status quo: più centro di così… E che avevano nella Dc, più che nel partito liberale, un prezioso esecutore e garante. C’erano anche i cattolici di sinistra, con la fissa dell’ impresa pubblica: quattro gatti, e pure velleitari. Anche perché a decidere poi erano sempre i moderati di origine confindustriale controllata. E ovviamente sempre in favore del centro economico. Basta ricordare la stabilizzazione della lira, le commesse pubbliche, le nazionalizzazioni pagate a peso d’oro, le svalutazioni competitive, i finanziamenti a pioggia. Un sistema in cui viene risucchiato (o si fa risucchiare...) anche il Psi di Craxi, che alle blandizie gesuitiche dei democristiani cerca di sostituire l’irruenza in stivali dei suoi colonnelli. Pagandone però le conseguenze.
Infatti con Tangentopoli la pacchia finisce. Il sistema di connivenze si incrina e si sfalda (guarda caso…) il sistema economico pubblico. Berlusconi va al governo, ma viene silurato subito: il centro economico non lo stima e chiama Dini. Come non apprezza il successivo centrosinistra, malgrado i buoni uffici di D’Alema e Amato. Dopo di che torna il Cavaliere ma fallisce di nuovo. Al centro economico non resta perciò che puntare di nuovo su Prodi. Il quale, ora, potrebbe avere bisogno di quei voti democristiani di cui sopra…
Tuttavia la voglia di democrazia cristiana è voglia di una normalità tutta speciale: coi poteri forti che ordinano e un partito che ubbidisce. Una normalità che favorisca quell’ unipolarismo economico, concreto e gestito dai salotti buoni, che ha segnato la storia della Repubblica fino a Tangentopoli. E che dopo circa dodici anni di bipolarismo politico, astratto e straccione, potrebbe prendere di nuovo il sopravvento. Infatti, è più che probabile, che per l’approvazione della finanziaria, il condizionamento del centro democristiano (e quindi dei poteri forti “unipolaristi”) su Prodi, torni a farsi sentire e in modo piuttosto pesante. Si pensi, ad esempio, alle pretestuose polemiche di Mastella sui ceti medi “strangolati” dalle tasse… Pretestuose perché in realtà, come è noto, statisticamente appartengono al ceto medio solo coloro che guadagnano tra i 15 e i 30 mila euro, circa il 30 per cento dei contribuenti e non quell’ 1,5 per cento che è tra i 70 e i 200 mila euro… difeso da Mastella . E anche a certe concessioni tipicamente "democristiane" di Prodi alle grandi imprese, come la Fiat, con problemi di ristrutturazione (si parla di seimila prossimi licenziamenti), in termini di mobilità lunga: un istituto, reintrodotto dalla legge finanziaria in approvazione, che mette a carico dell’Inps i lavoratori cinquantenni messi in “esubero” portandoli fino alla pensione. Il che è giusto sul piano sociale. Ma non su quello economico e politico: le ristrutturazioni se frutto di cattiva gestione, dovrebbero essere pagate fino all'ultimo centesimo dalle imprese colpevoli. Come nel caso della Fiat...
Perciò, come in Jurassic Park, il professore bolognese, se non si divora da solo, rischia di essere divorato da rettili preistorici democristiani clonati dal Dna di dinosauri estinti come Moro, Fanfani e Forlani.
Ma come è stato possibile conservarne così bene il Dna? Facile. Per mezzo di Forza Italia e della Quercia: due splendide macchine biotecnologiche, inventate rispettivamente da Berlusconi, Occhetto, D’Alema, Fassino e compagnia cantante.
Come non ringraziarli?

Carlo Gambescia