mercoledì 8 febbraio 2006

Il libro della settimana: Alain de Benoist, Ultimo anno. Diario di fine secolo, Edizioni Settecolori, Lamezia Terme 2006, pp. 360, Euro 18,00,

http://www.ibs.it/code/9788890236716/benoist-alain-de/ultimo-anno-diario.html


Alle Edizioni Settecolori (edizionisettecolori@gmail.com) fondate da Pino Grillo, purtroppo scomparso prematuramente nel 1999, si deve un altro importante titolo della produzione debenoistiana, L'eclisse del sacro, scritto con Thomas Molnar. Va però subito detto che Ultimo anno (trad. di Antonello Palumbo, rev. di Piero Visani) non è sicuramente inferiore per qualità di scrittura e contenuti al precedente.
Il testo, apparso in Francia nel 2001, raccoglie il diario tenuto dal pensatore francese per tutto 1999. L ' "Ultimo anno" del XX secolo.
Come nota de Benoist nella Presentazione: "Scrivere in prima persona mi è sempre riuscito difficilissimo e in queste pagine non parlerò né della mia vita privata, né di quella moltitudine di eventi di cui si nutrono i diari degli scrittori. Racconterò piuttosto del mio lavoro, delle mie attività , di ciò che più mi sta a cuore. Reagisco all'attualità, particolarmente densa in quell'anno. Soprattutto vi raccolgo riflessioni, aforismi, citazioni. Ogni nota è riportata alla sua data, ma per la maggior parte si tratta di appunti sufficientemente inattuali -intempestivi- da poterne essere agevolmente separati. Ho messo molto di me stesso in questo libro. Non si ripeterà" (p.11).
Il libro presenta tre piani di lettura:
Il primo riguarda la possibilità di scoprire l'universo interiore debenoistiano, non privato, in senso borghese, ma nel senso profondo, diremmo intimo, "del di dentro", di quel che resta di incontaminato, di puro, nell'anima di un uomo: "21 Dicembre: (...) Sotto le finestre sento passare in strada un organetto di Barberia. Quindici secondi di felicità" (p. 340).
Il secondo piano offre la possibilità di scoprire il metodo di lavoro di de Benoist: le letture sistematiche, i regolari spogli di riviste e libri acquistati o ricevuti (in quantità industriale), le riunioni redazionali, le intuizioni fulminee, poi, come scopriranno i suoi lettori, sviluppate in libri e saggi. E la stupefacente produttività: "7 luglio: (...) Più o meno ogni cinque anni mi metto a compilare un elenco di tutti i libri e gli articoli che ho pubblicato (...) a partire dal 1992 [a oggi] arrivo a poco più di 3.700 articoli, tra cui un migliaio di traduzioni. In totale, la mia bibliografia supera le 800 pagine. Un giorno mi piacerebbe pubblicarla" (p. 191).
Il terzo piano è quello più noto, quello de Benoist pubblico, ma sempre utile da approfondire: degli incontri, delle interviste dei viaggi, delle cene, e dunque delle conversazioni e delle rapide quanto precise ricostruzioni "morali" di ambienti e persone. Ma anche delle valutazioni politiche e metapolitiche: il 1999 è l'anno delle guerra del Kosovo: "13 aprile: (...) Per gli americani questa guerra è innanzitutto un banco di prova. Devono capire fino a che punto possono spingersi continuando a contare sulla docilità degli alleati" (p. 115).
Infine quel che farà piacere, soprattutto ai lettori italiani, è la grande empatia che de Benoist mostra verso l'Italia: "6 marzo: (...) Si ha un bel dire, si ha un bel fare: con gli italiani i francesi s'intendono meglio che con gli altri europei. E l'Italia è veramente il paese europeo dove sono a mio agio!" (p. 85).
Per non parlare di Roma e della "Romanità": il libro si chiude con un bellissima testimonianza a riguardo, tradotta come la prefazione, dal bravo Maurizio Cabona, intitolata "Arrivederci Roma". "Entrate pienamente nello stupendo Pantheon. Trascurate gli altari delle parti inferiori e guardate la cupola traforata, che corona una straordinaria rotonda a cassettoni, al centro. L'apertura circolare, che vi è ritagliata, è una finestra sul cosmo, che disegna un perpendicolo un omphalos sacro. Guardate poi la facciata, la cui iscrizione onora il console Marco Agrippa. Perfezione architetturale e formale. Risveglio del divino. Emozione incomparabile" (p.353).
Grazie Alain. E a presto, magari proprio a Roma.

Carlo Gambescia

martedì 7 febbraio 2006


Toynbee, Polibio 
e la riorganizzazione 
imperiale dell'Occidente




Arnold Toynbee in A Study of History (1934-1961), la sua celebre storia universale in dodici volumi si interrogò sui motivi per cui cadono le civiltà. A suo avviso, e semplificando, per due ragioni: a) mancanza di coesione spirituale e politica; b) attacco in forze, in più punti, da parte di un nemico esterno. Celebri sono le sue tesi, sulla duplice aggressione di un "proletariato esterno" e di un proletariato interno", come avvenne per Roma Imperiale, attaccata su due fronti: dai cristiani all'interno, come portatori di nuovi bisogni spirituali e materiali, e dai "barbari" all'esterno, attirati dalle ricchezze di Roma, ma anche spinti dalla necessità di conquistare nuovi spazi economici e sociali.
E' possibile usare il modello di Toynbee per spiegare la crisi che l'Occidente sta attraversando? Sì, ma solo in parte. E a luce di Polibio.
Infatti se consideriamo l'Occidente come un'unità, inclusiva anche dell'Europa, va detto subito che non sta vivendo una fase di decadenza. Ne sta invece attraversando una di riorganizzazione su nuovi basi imperiali. Fase che potrebbe essere paragonata a quella che Roma attraversò dopo la seconda battaglia di Pidna (148 a.C., la prima risale al 168 a.C, mentre due anni dopo nel 146 a.C. i romani raderanno al suolo Cartagine), quando Grecia e Macedonia vennero sottomesse a Roma. Di lì un lungo processo di riorganizzazione e di conflitti sociali, economici che durerà circa 150 anni e culminerà nel Principato di Augusto. Ci fu dunque crisi, ma solo di "crescita".
In questo senso le guerre americane in Medio Oriente, possono essere avvicinate a quelle di Roma, appena ricordate. E, di conseguenza, anche l' Occidente sta attraversando una crisi di "crescita".
Si può invece giustamente parlare, nel senso di Toynbee, di una "decadenza europea" che ha provocato, ma che è stata anche accelerata da due guerre, tra il 1914 e il 1945, e che tocca il culmine nel 1991.
Sul piano della comparazione storica (certo, a grandissime linee) il 1945 corrisponde alla prima battaglia di Pidna (168 a.C.). Mentre il 1991, anno del crollo sovietico, equivale a una sorta di incruenta seconda battaglia di Pidna (148): è l'anno della conquista definitiva. Il proletariato interno europeo è invece inscenato dalle masse affamate e sconfitte uscite dalla seconda guerra mondiale. Che chiedevano, e giustamente, pace e sicurezza. E quello esterno dalla straripante forza economica, politica e militare degli Stati Uniti.
In buona sostanza l' Europa, come la Grecia di allora, ha scambiato pace e sicurezza con la sottomissione.
Vanno poste qui alcune domande decisive: gli Stati Uniti, che, fatte le debite proporzioni storiche, hanno la stessa forza militare della Roma del II secolo a.C., hanno anche l'identica solidità morale e politica, e quindi la necessaria coesione per affrontare un secolo e mezzo di conflitti, o comunque, un lungo periodo di riorganizzazione interna e esterna? L'ideologia liberale e democratica americana ha la stessa forza e le stesse qualità coesive dell'ideologia imperiale romana. L'osservazione di Polibio sull'efficacia del carattere misto della costituzione politica romana, capace di fondere elementi democratici e aristocratici, può essere estesa anche a quella americana?

Insomma, gli Stati Uniti riusciranno a conciliare democrazia, liberalismo e spirito aristocratico di conquista? 

Carlo Gambescia

lunedì 6 febbraio 2006


Guerra  (più o meno santa)  e vignette

Etica dei Princìpi o 
Etica della Responsabilità?




Quel che sta accadendo in Medio Oriente a seguito della "questione delle vignette anti-islamiche" ( è di ieri sera l'inquietante notizia dell' uccisione di un sacerdote italiano in Turchia) merita una attenta riflessione. Non tanto sul contenuto culturale della questione (il carattere più o meno blasfemo delle vignette: un fatto soggettivo) quanto di forma sociologica (sulle modalità, e conseguenze sociali, dei princìpi etici: un fatto oggettivo).
Sulla scia di Max Weber è possibile individuare due tipi di concezioni etiche: l' Etica dei Princìpi e l'Etica delle Responsabilità.
Secondo l' Etica dei Princìpi, ogni azione etica, deve prescindere dalle conseguenze individuali e/o collettive: un'azione va compiuta perché così impone una "regola" che è fuori di noi.
Secondo l'Etica delle Responsabilità, ogni azione etica, non può prescindere dalle conseguenze individuali o collettive: un'azione non va compiuta, comunque sia, se produttiva di conseguenze nocive, per l'individuo e/o per la collettività.
Pertanto l' Etica dei Princìpi è sempre fonte di gravissimi conflitti sociali, mentre l' Etica delle Responsabilità è all'origine di utili compromessi sociali, anche se talvolta, a prima vista, poco onorevoli, sul piano dei valori.
Ora, per tornare alla questione delle vignette anti-islamiche, si può senz'altro sostenere che i media e i politici che le hanno diffuse e difese si sono appellati all'Etica dei Princìpi: all'assolutezza del diritto alla libertà di espressione. Una posizione però, che non poteva non innescare, una spirale di proteste e violenze; spirale che ora, in un quadro politico già da tempo compromesso, potrebbe non arrestarsi più. Mentre una posizione prudenziale, fondata sull'Etica delle Responsabilità, avrebbe impedito l'escalation, proprio trovando un punto di equilibrio, tra libertà di critica e rispetto degli altrui valori.
Va perciò chiarito un fatto: ogni atto morale si traduce sempre in un atto sociale, o sociologico, e produce conseguenze sociali. Quindi ogni assolutismo morale (a prescindere dai contenuti) produce automaticamente, come conseguenza principale, conflitti. Si tratta di una costante (o "legge") sociale. Paradossalmente, anche colui che all'improvviso decidesse di predicare la pratica dell'amore assoluto, o totalitario, verso l'altro rischierebbe di innescare una spirale di tipo conflittuale...

Per concludere. Perché non iniziare a riflettere, soprattutto politici e giornalisti, sulle conseguenze pratiche di ogni forma di integralismo, e quindi anche di quello liberale?

Carlo Gambescia

venerdì 3 febbraio 2006

Gas russo e sviluppo economico 

Il realismo magico 
del professor Anders Aslund





A chi sia interessato a capire la forma mentis magico-realistica di certi professori che si occupano di problemi dello sviluppo capitalistico si consiglia la lettura dell'articolo di Anders Aslund apparso sul "Corriere della Sera - Magazine", del 2 febbraio 2006, come "documento" (pp.50-52).
Innanzitutto chi è l'autore? Il professor Aslund, svedese, è uno studioso di economia dello sviluppo, e in particolare di transizioni economiche (dal socialismo al capitalismo), tema su cui ha scritto numerosi libri a partire dagli anni Novanta. In particolare, ultimamente si è occupato della "rivoluzione arancione" ucraina. Ha studiato e insegnato in Svezia e Gran Bretagna. Attualmente è docente negli Stati Uniti presso la Georgetown University e direttore del Russian and Eurasian Program al Carnegie Endowment for International Peace (per ulteriori informazioni bio-bibliografiche su di lui si veda il sito Carnegie - experts) .
Nel suo saggio affronta la crisi del gas e difende a spada tratta i cosiddetti oligarchi. Mentre Putin, quale nemico del libero mercato e del capitalismo privato, è il principale bersaglio. Quel che però è interessante al di là degli aspetti "dietrologici" del testo di Aslund (come caratteristico della contrarietà statunitense a ogni forma di nazionalizzazione che possa mettere in pericolo i ricchi profitti delle imprese petrolifere, e ovviamente le forniture all'Occidente) è appunto il modo di ragionare. Un caso paradigmatico di realismo magico: forma di mentalità oggi assai diffusa tra certi  difensori del "libero mercato". Di qui l'importanza di riflettere sul testo di Aslund.
La sua tesi è questa: il capitalismo è il migliore sistema economico in assoluto, e gli oligarchi russi, ne sono i principali veicoli. E per questo bisogna lasciarli "lavorare", e non mettere loro i bastoni tra le ruote, come tenta fare di Putin, che invece vorrebbe nazionalizzare, o comunque tenere sotto controllo una risorsa strategica per l'economia mondiale come il petrolio.
E per dimostrare questa tesi Aslund, paragona gli oligarchi russi di oggi ai "robber barons" americani della fine dell'Ottocento (una curiosità, nell'articolo il termine è tradotto, con "signorotti predatori", probabilmente per non rovinare il bel ritratto di famiglia del capitalismo Usa, tratteggiato dall'autore...): come i primi (i "robber barons"), che rubando, corrompendo e ordinando a guardie private e polizia di sparare sugli operai in sciopero, sono riusciti a costruire il più forte capitalismo del mondo, così i secondi (gli oligarchi russi), se lasciati liberi di affamare la gente, uccidere e corrompere, sicuramente riusciranno a condurre a termine la rivoluzione capitalistica. Dopo di che la ricchezza ricadrà sull'intera società russa... Dal male ( quello di un capitalismo necessariamente hobbesiano) nascerà (come per magia, grazie alla "mano invisibile" del mercato) il bene(ssere) per tutti. Basta saper attendere.
E le differenze sociali sempre più gravi? Ecco la risposta di Aslund: "E' difficile pensare di introdurre un'economia di mercato senza che si crei una classe di super ricchi Si possono accettare le persone molto ricche? In definitiva si tratta di una questione ideologica. La storia mostra che il capitalismo maturo accetta gli oligarchi, mentre i sistemi più deboli no" (p.51).
Per Aslund morire di freddo in mezzo alla strada, mentre c'è che si concede lussuosi viaggi ai tropici, è una "questione ideologica".
O comunque, un "giusto" tributo da pagare al progresso del capitalismo.


Carlo Gambescia

giovedì 2 febbraio 2006


Profili /11
Susan Strange






L'opera di Susan Strange (1923-1998), studiosa britannica di relazioni economiche e politiche internazionali è il migliore esempio di come studiare scientificamente un universo così complesso e controverso come quello delle imprese multinazionali (o più correttamente transnazionali), in modo critico e senza complessi, evitando però scorciatoie "complottologiche".
Susan Strange nasce in Gran Bretagna nel Dorset, figlia di un asso dell'aviazione britannica, il colonnello Louis Strange, studia in ottime scuole e università (Royal School, Bath e London School of Economics) e si laurea in economia nel 1943. Dopo di che si dedica al giornalismo collaborando con l' "Economist" e l' "Observer", di cui diventa, ancora giovanissima, corrispondente da Washington, e poi New York, dall 'Onu. Torna in Gran Bretagna alla fine degli anni Quaranta per insegnare Relazioni Internazionali all'University College di Londra (1949-1964). In seguito diviene direttore dell Royal Institute of International Affair (1965), docente della London School Economics (1978-1988), e dell'European University Institute di Firenze (1989-1993) e infine dell'Università di Warwick (1994-1998), dove fonda il Center for the Study of Globalisation and Regionalisation. Nel 1995 viene nominata presidente dell'American International Studies Association, incarico onorifico, ma comunque prestigioso per una "non cittadina americana" come la Strange, e per giunta molto critica nei riguardi dell'establishment universitario, politico ed economico statunitense. Tentativo estremo di cooptazione o bella testimonianza di indipendenza del mondo accademico americano ? Al lettore la risposta.
Un curriculum impeccabile sotto il profilo accademico per una studiosa indipendente e spigolosa, poco tenera nei riguardi di quelli che giornalisticamente sono definiti i "poteri forti". In Italia è nota per tre libri: Capitalismo d'azzardo (Editori Laterza, Roma-Bari 1988[ed. or. 1986]); Chi governa l'economia mondiale? (il Mulino, Bologna 1996[ed. or. 1996, con un titolo diverso e più significativo sotto l'aspetto teorico: The Retreat of State. The Diffusion of Power in World Economy]); Denaro impazzito. I mercati finanziari: presente e futuro (Edizioni di Comunità 1999 [ed.or. 1998]). Il suo approccio è basato sul concetto di potere diffuso o "strutturale": non è A che ordina a B di fare una certa cosa, ma è B che si comporta come desidera A, senza che A lo abbia esplicitamente ordinato. Da questo punta vista, secondo la Strange le Imprese Transanazionali, avrebbero esautorato il potere degli stati, al punto di non dover più ordinare o chiedere nulla alla controparte politica, che in pratica si uniforma automaticamente, come accade oggi in campo finanziario, monetario, petrolifero, alle necessità "strutturali" dell'economia, che in realtà sono quelle settoriali o privatistiche delle Imprese Transnazionali.
Ovviamente i suoi libri, come tutti i testi accademici, sono fitti di notazioni metodologiche, polemiche teoriche, e riferimenti alle varie scuole internazionalistiche. Il che non rende sempre facile il compito del lettore, soprattutto se non ha preparazione sociologica. Ma una volta superato "l'impatto", la lettura può essere veramente interessante e istruttiva, perché si tratta di libri basati su ipotesi serie, dati sicuri e non fantasie "complottologiche".

Della Strange vanno ricordati anche States and Market: An Introduction to International Political Economy (Pinter, London 1988) e con John Stopford, Rival States, Rival Firms: Competition for World Market Shares (Cambridge University Press, Cambridge 1991). 

Carlo Gambescia

mercoledì 1 febbraio 2006

Il libro della settimana: Giulio Sapelli, Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini, Bruno Mondadori 2005, pp.258, Euro 13,50 .

http://www.ibs.it/code/9788842492818/sapelli-giulio/modernizzazione-senza-sviluppo.html



Nelle Lettere. 1940- 1975 (Einaudi, Torino 1988), ce n'è una a Gianni Scalia, del 3 ottobre 1975, sociologo e amico di Pasolini, dove lo scrittore si congratula con lo studioso per una "bellissima idea" . Scrive Pasolini: "la tua idea di 'tradurre' in termini di economia politica ciò che io dico giornalisticamente mi sembra non solo bellissima, ma da attuarsi subito" ( vol. II, p.748).
Non è dato sapere se il progetto sia stato portato a termine da Scalia, dopo la morte dello scrittore, ma la lettera illumina quello che è un aspetto fondamentale dell'opera di Pasolini.
La sua estrema creatività, ma anche "invasività" : come capacità di cimentarsi con le forme artistiche, espressive, e di comunicazione più varie, "colonizzandole" e piegandole alla propria poetica e ai propri valori culturali. Sicuramente la traduzione "economica" dei suoi scritti giornalistici avrebbe suscitato in lui nuovi interessi verso la "scienza triste". E chissà forse nuove sollecitazioni, letture, e scoperte.
Va però segnalato anche il rovescio della medaglia. Essere estremamente creativi, come Pasolini (o persino volerlo essere a ogni costo, come notano gli osservatori meno benevoli), e perciò passare da un campo all'altro (dal romanzo al cinema e alla critica sociale, sociologica ed economica), ha un suo costo: quello di seminare di perle (romanzi, poesie, film, documentari, testi teatrali) il proprio cammino ma anche di intuizioni, magari brucianti, ma proprio perché tali, poco organiche e di difficile se non di impossibile interpretazione "postuma".
Sotto questo aspetto Giulio Sapelli, professore di storia economica, ha scritto un volume utilissimo per due ragioni: in primo luogo perché consente di fare il punto sulle analisi economiche e sociologiche di Pasolini( e, in questo senso, riprende e sviluppa il progetto di Scalia). In secondo luogo, perché, grazie al taglio problematico (o aporetico) il testo mette bene in luce la difficoltà, per ogni studioso, di riuscire a decifrare un pensiero intuitivo, prensile e febbrile come quello di Pasolini.
Prendiamo ad esempio la famosa tesi pasoliniana sulla modernizzazione senza sviluppo. Una volta letto e chiuso il libro, si scopre che sul problema della modernizzazione capitalistica Pasolini non aveva una posizione precisa: per un verso, seguendo l'ottima ricostruzione di Sapelli, sembra essere contrario (si veda la sua critica dei processi di massificazione e omologazione, pp. 27-36, 107-137 ) per l'altro però, e Sapelli ne fornisce le prove, Pasolini continuerebbe a sostenere, condividendo addirittura, l'ottimismo evoluzionistico engelsiano (p. 31), lo sviluppo delle forze produttive, come meccanismo fondamentale per il passaggio dalla "preistoria" (il capitalismo) alla storia (il socialismo). Perciò per Pasolini il punto chiave, dal punto di vista della politica, sembra essere quello di come far collimare, all'interno di una modernità, a questo punto necessariamente (e razionalmente) capitalistica, soprattutto se l'obiettivo finale è quello obbligato del socialismo, sviluppo morale e sviluppo delle forze produttive (p.165), crescita economica e crescita intellettuale e culturale (p.155).
Il che suggerisce una domanda, che Sapelli non si è posto, e alla quale, proprio dopo aver letto il suo libro è ancora più complicato rispondere. Ma non si sa mai.

Un Pasolini redivivo si batterebbe per la crescita o per la decrescita? 

Carlo Gambescia

martedì 31 gennaio 2006


La lezione di Pitirim A. Sorokin
Che cos'è l'amore per un laico?




La prima enciclica di Benedetto XVI, "Deus Caritas est" (Dio è amore) ha fatto rumore. Ma non più di tanto. Certo, i media ne hanno riferito e discusso. Ma quel che è emerso, al di là del valore o meno delle tesi del papa (l'amore quale comunione divino-umana di agape ed eros), è certa incapacità del mondo laico di confrontarsi con un tema decisivo come quello dell'essenza dell'amore, e soprattutto di capire il valore dei suoi effetti di ricaduta sul piano sociologico.
Si dia pure per acquisito, come ha osservato Emanuele Severino sul "Corriere della Sera" (26-1-05), che se dio non esiste è inutile discutere di un legame necessario tra amore divino (agapico) e amore umano ("erotico"). Dopo di che si dovrebbe però indicare un percorso antropologico, sociologico, insomma umano, che consenta di spiegare, e possibilmente "incrementare" collettivamente l'amore tra gli uomini in termini positivi, laici e non religiosi. Cosa che invece non è avvenuta. Oggi tra i laici purtroppo prevale il disincanto: né col papa, né con nessun altro... Soprattutto dopo la fine delle grandi utopie collettiviste e totalitarie. Agapiche? Erotiche? E' difficile rispondere.
E' tuttavia interessante accennare alla parabola di Pitirim A. Sorokin, un russo-americano, nemico di ogni forma di totalitarismo, probabilmente il solo grande sociologo del Novecento che abbia dedicato lunghi anni di studio alle origini, forme e "implementazione" dell'amore tra gli uomini, fino al punto di rovinarsi la reputazione accademica. Dal momento che alle sue ricerche, sviluppatesi in particolare negli anni Cinquanta del Novecento, gli altri sociologi americani, replicarono irridendolo, o addirittura considerandolo una specie di sciamano: fu completamento emarginato e ridotto a macchietta. Sorokin invece riteneva coraggiosamente che si potesse, una volta individuate le sue origini fisiologiche, psicologiche, sociologiche, accrescere la "produzione " di amore tra e per gli uomini. Il che, negli anni della caccia alle streghe comuniste, fu giudicato folle, e persino pericoloso. Sorokin fu indagato dalla FBI di Hoover.
E' vero che certe sue pagine, per eccesso di spirito profetico, ricordano quelle di Auguste Comte. Ma, nonostante ciò, meritano ancora oggi di essere lette. Perché Sorokin pur riconoscendo il fondamento "positivo" dell'amore (come eros), comprese, che dietro la sua forza travolgente, c'era e c'è qualcosa di inspiegabile: una energia, che i cattolici riconducono all'agape divina, ma che anche chi non crede, non può comunque non ricondurre a qualcosa di immenso che sovrasta l'uomo. Una "energia misteriosa", come la chiamava Sorokin, che va comunque indagata in termini positivi, e senza remore di alcun genere, ma davanti alla quale non si può non restare, magari solo per un attimo, immobili, in silenzio e ammirazione, come di fronte ai grandi prodigi della natura.
Ecco, nel dibattito italiano sull'enciclica papale, è mancata proprio la capacità laica di meravigliarsi, davanti alla "spettacolarità" dell'uomo che ama l'altro, e l'aiuta fino al punto di sacrificarsi per lui. "Spettacolo" del resto meravigliosamente "rappresentato" ogni giorno, da attori molto speciali: i movimenti del volontariato, attivi in tutto il mondo. Purtroppo quel che manca oggi è la volontà di credere fino in fondo nella forza trasformatrice e creativa dell'amore... Si considera l'altruismo un fenomeno "residuale". Che viene dopo, se "avanza" qualcosa...
E di riflesso è così venuta meno in ambito laico anche la volontà di discutere dell'amore in termini sorokiniani, creativi: come di una forza che, anche a prescindere da ogni intervento o collegamento metafisico o divino, possa comunque, se debitamente studiata e poi "riprodotta", giocare un ruolo nella trasformazione in senso spirituale, ma anche sociologico, delle nostre vite.
Su questo argomento Sorokin scrisse un libro importante: The Ways and Power of Love. Types, Factors, and Techniques of Moral Transformation , Beacon Press, Boston 1954, pp.564 (trad. it. Città Nuova 2005). Chi voglia poi approfondirne più in generale il pensiero non può non leggere P.A. Sorokin, La crisi del nostro tempo, Arianna Editrice, Casalecchio (Bo) 2000 (commerciale@macroedizioni.it) e, chiedendo scusa per l'autocitazione, anche il mio studio, Invito alla lettura di Sorokin, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2002, pp. 160 (ordini@libreriaeuropa.it). 

Carlo Gambescia