mercoledì 14 dicembre 2005

Libri "strenna" o quasi...





Qualche idea su quali libri leggere e regalare a Natale.
Un bel libro, impegnativo ma non tedioso, per coloro che apprezzano Franco Battiato è l'agile volumetto di Paolo Jachia, E ti vengo a cercare. Franco Battiato sulle tracce di Dio, Ancora, Milano 2005, pp.176, Euro 12,00 (www.ancoralibri.it). L'autore, fine musicologo, scopre e spiega la "mistica" del poliedrico autore siciliano.
Per chi invece voglia scoprire tutta la forza dell'epica postmoderna si consiglia la lettura di Marco Cottignoli, Il Cavaliere e il buon Dio, Tabula Fati, Chieti 2005, pp. 127 (www.tabulafati.it). Il viaggio tra poesia, letteratura e filosofia, di un giovane antropologo, attraverso la critica di quei miti e riti che "infestano" la società attuale. Presentazione di Mariano Dardo e illustrazioni, molto belle, di Paolo Mizzan.
A chi sia stanco di un'Europa incapace di andare oltre la retorica "buonista" e gli "affari" si consiglia la lettura di due testi pubblicati dalle Edizioni Dedalo (www.edizionidedalo.it), che aiutano a capire le ragioni del fallimento di una grandissima idea: Pietro Barcellona, Il suicidio dell'Europa. Dalla coscienza infelice all'edonismo cognitivo, Bari 2005, pp. 192, Euro 15,00; Agostino Carrino, Oltre l'Occidente. Critica della Costituzione europea, Bari 2005, pp. 240, Euro 15,00.
Delle Edizioni Settimo Sigillo di Enzo Cipriano (www.libreriaeuropa.it) vanno segnalate due recentissime e importanti uscite: Enzo Erra, Steiner e Scaligero. Due maestri una via , Roma 2005, pp. 157, Euro 15.000, una preziosa raccolta di articoli pubblicati nell'arco di un cinquantennio dall'autore, storico e giornalista notissimo, su due pensatori che offrono al lettore le chiavi per comprendere meglio la crisi del nostro del nostro tempo e soprattutto come uscirne, almeno sul piano individuale, recuperando, come scrive Scaligero, il "pensiero vivente"; Costanzo Preve, Del buon uso dell'universalismo. Elementi di filosofia per il XXI secolo , Roma 2005, pp. 176, Euro 16,00, un testo di "battaglia" (filosofica s'intende), ricco di riflessioni e spunti per chi crede ancora nell'importanza della metapolitica. Un Costanzo Preve da leggere tutto d'un fiato.
Veramente curioso, lo stimolante volumetto, tra l'altro dalla veste grafica elegantissima, curato da Piero Carini, Evola no-global ?, Edizioni di Ar, Padova 2005, pp. 67, Euro 9,00 (www.libreriaar.it), che raccoglie saggi di Marino Freschi, Sandro Consolato, Giovanni Damiano, Piero Di Vona, Luca L. Rimbotti, Anna K. Valerio, su un Evola sorprendentemente attuale, come dire, "postmoderno". Utile anche per chi voglia avvicinarsi al pensiero del "Marcuse di Destra".
Interessante, anche se non organico, perché frutto della giustapposizione di due testi pensati e scritti in tempi diversi, e quindi di lunghezza e contenuti non omogenei, A. de Benoist, Giuseppe Giaccio, Costanzo Preve, Dialoghi sul presente. Alienazione, globalizzazione, destra/sinistra, atei devoti. Per un pensiero ribelle, Controcorrente, Napoli 2005, pp. 159, Euro 14,00 (controcorrente_na@libero.it). Ovviamente sempre godibili gli interventi di de Benoist e Preve. Molto bella la grafica di copertina. Che del resto è ormai una caratteristica delle edizioni Controcorrente, così ben dirette dal bravo Pietro Golia.
Da non perdere infine il fascicolo appena uscito del "il/la Consapevole" (n. 4, Novembre-Dicembre 2005 - www.ilconsapevole.it), ricco di idee e consigli su come contrastare il consumismo natalizio. E non solo.

Carlo Gambescia

martedì 13 dicembre 2005

L'esecuzione di Stanley "Tookie" Williams 
Antropologia 
della pena di morte



L'esecuzione di Stanley "Tookie" Williams (1953-2005)  è frutto, certamente di crudeltà, ma soprattutto di un sistema penale e processuale come quello americano "schizofrenico". Perché?
In primo luogo, garantismo e pena di morte, come dire, liberalismo e arcaismo, mescolati insieme, producono una miscela esplosiva. Il liberalismo garantisce "modernamente" che l'individuo a ogni livello penale fruisca del giusto processo. L'arcaismo (con questo termine si intende il diritto penale premoderno, o preliberale, se si preferisce) esige invece la pena capitale dal momento, che a differenza della concezione liberale, ritiene l'individuo colpevole dannoso per la comunità, non reintegrabile, in una parola irrecuperabile. Sotto questo aspetto la storia del diritto penale in Occidente dall' Habeas Corpus (un insieme di garanzie e libertà della persona, contenute in un rescritto coevo alla Magna Charta, 1215, ripreso e sviluppato nel Seicento dalle rivoluzioni inglesi e poi liberal-costituzionali ) può essere ricondotta nell'alveo del conflitto tra arcaismo e liberalismo penale, che ha visto, e giustamente, vincere, ma non ovunque quest'ultimo.
In secondo luogo, il conflitto tra arcaismo e liberalismo penale, implica lo scontro tra due concezioni antropologiche profondamente diverse. Da un lato l'arcaismo che considera l'uomo un essere imperfetto, dall' altro il liberalismo penale che ritiene l'uomo perfetto o comunque perfettibile. Per il primo chi "sbaglia" resta colpevole per sempre, e va punito, se necessario con la morte, per il secondo invece chi "sbaglia", oltre a godere delle stesse garanzie processuali, a prescindere dalla gravità del reato, può essere recuperato, e una volta scontata la pena (che in genere è solo detentiva), può, o meglio, deve essere reintegrato socialmente.
Da questo punto di vista il sistema penale americano è un esempio lampante di "schizofrenica" commistione tra elementi arcaici e moderni. Chi "delinque" ha tutte le garanzie processuali, e se condannato a morte può ricorrere in appello e inoltrare domanda di grazia, come è giusto che sia, ma solo a costo di allungare i tempi di detenzione, trascorsi all'interno di un disumano "braccio della morte". L'elemento di "schizofrenia" è nel fatto che il "condannato a morte", dopo un lungo periodo di prigione, quasi sempre matura, trasformandosi in un altro uomo, perfettamente recuperabile. Perciò come nel caso di "Tookie", di solito sul patibolo finisce per salire un uomo totalmente diverso dal  " pericoloso assassino" di venti o trent'anni prima.
Perciò il vero problema per gli Stati Uniti, non è quello delle domande di grazia respinte da governatori ( certamente crudeli), o come alcuni addirittura propongono, quello di sospendere le garanzie per i condannati a morte, ma di eliminare dal proprio sistema penale un arcaismo, come la pena di morte, che stride antropologicamente con una concezione liberale del diritto penale.
Ma gli Stati Uniti sono un paese "antropologicamente" liberale e moderno e quindi in grado di compiere un passo del genere? 

Carlo Gambescia

domenica 11 dicembre 2005


Liberalismo o totalitarismo?




Tra la caduta del Muro e l'11 Settembre, in poco più di un decennio (certo, denso di eventi cruciali), è iniziato e giunto a compimento il processo di rinascita di quello che può essere definito il "liberalismo post-novecentesco".
Un processo di rinascita ideologica, politico-economica e militare.
Prima una definzione: perché liberalismo post-novecentesco? Perché, a differenza del liberalismo novecentesco, che si definiva "una" corrente di pensiero, il liberalismo post-novecentesco, si definisce "il" pensiero per eccellenza, capace di inglobare tutti gli altri (tra l'altro si tratta di una vecchia idea che risale al tardo Croce: il liberalismo come "prepartito").
Sul piano ideologico il processo è consistito nel designare il liberalismo, nelle sue versioni di destra (Hayek), sinistra (Rawls) o anarco-capitaliste (nelle varie sfumature etiche: Nozick, Rothbard, e altri) come l'unico "contenitore" ideologico del dibattito pubblico. E in una rilettura della storia (e dei pensatori precedenti) sulla base del conflitto tra "liberalismo" e totalitarismo.
Sul piano politico-economico il processo è consistito nel puntare sullo stato non interventista e sul mercato come unici "contenitori" dello sviluppo. E in una rilettura della storia politico-economica passata come conflitto tra liberismo e statalismo (nelle sue varie tendenze, dal capitalismo sociale alla pianificazione sovietica e nazionalsocialista).
Sul piano militare il processo è consistito nell'espansione con tutti i mezzi (compresi quelli violenti) di quello che, a questo punto, può essere definito, il "pensiero unico liberale". Come ogni altra forma di totalitarismo, anche quello liberale, si propone infatti di "convertire". E si stupisce quando trova delle resistenze: se la nostra (sostengono i liberali) è la migliore ricetta ideologica, politica, economica, perché rifutarla?
E purtroppo lo stupore, si trasforma in dolore, e il dolore in reazione, spesso di tipo militare.
Ora il punto non è che il liberalismo sia una dottrina politica (attenzione alla parola) pericolosa e piena di lacune. Tutt'altro: la sua difesa della persona e della libertà dei singoli è alla base di ogni forma di pensiero pluralista ed eticamente motivato. Il problema è che il liberalismo post-novecentesco si è trasformato in ideologia, nel momento in cui si è qualificato come unica forma di pensiero politico, economico e sociale: come unica forma di "verità rivelata". Non si sa bene da chi...
E più il liberalismo si presenta, come l'unica risposta a tutti problemi, più si trasforma in un autentico totalitarismo.
Ovviamente siamo all'inizio di un processo, dai tempi lunghi e non facilmente prevedibili, se non nelle sue caratteristiche generali. Di solito alla rinascita di un'ideologia, segue prima un periodo di consolidamento militare, portato a termine dalle forze che si riconoscono in essa, e dopo di sviluppo e costruzione di un vero e proprio "ordine nuovo"; seguono poi maturità, dissoluzione e decadenza. Come altri ordini nella storia, anche quello liberale, cederà il passo ad altri.

Ma è ancora presto per stabilire quando... 

Carlo Gambescia

sabato 10 dicembre 2005

Jean Baudrillard la concezione 

"macchinale" della società



Le intuizioni di Jean Baudrillard hanno sicuramente rappresentato per almeno due generazioni di sociologi un costante punto di riferimento. Pioniere dell'antieconomicismo, acuto indagatore della sociologia dei consumi, sottile interprete delle più complicate forme simboliche di rappresentazione sociale.
Negli ultimi anni, tuttavia, come capita talvolta anche ai grandi, il suo pensiero si è fatto meno creativo, alle ottime sintesi degli anni Settanta-Ottanta del Novecento, sono seguiti interventi più saggistici, alcuni brucianti, si pensi a quello sull'America, altri meno originali, come gli scritti sull'immaginario postmoderno, e sui media in particolare.
Purtroppo, il punto è che i limiti di Baudrillard (certo, si parla dei limiti di un pensatore comunque importante) sono insiti, e da sempre, nel suo approccio, come dire, "macchinale" alla società: Baudrillard, non si è infatti mai stancato di ripetere che la società è una vera e propria macchina che attraverso i suoi simboli, dipendenti da precisi rapporti di produzione, fagocita gli uomini, trasformandoli in automi che obbediscono a simulacri: a rappresentazioni di rappresentazioni...
Ora questo approccio, che può valere (ma non del tutto) per lo studio della società contemporanea, non può sicuramente essere utilizzato per quello della società in genere, che non è una macchina, ma frutto di un delicato equilibrio interattivo tra cultura, istituzioni e uomini. La società non "produce" uomini: condiziona, ma non determina mai il comportamento umano, come del resto mostra la storia umana.
Sotto questo aspetto Baudrillard dice troppo, perché costruisce e offre un modello generale di società, benché non lo ammetta mai esplicitamente (nascondendosi dietro la labile cesura moderno-premoderno), e poco, perché questo modello generale di società, non è in realtà generale, ma particolare, dal momento che riflette solo certi caratteri della società contemporanea.
Questi limiti si colgono anche nel suo articolo apparso ieri su "Repubblica", dove Baudrillard contrappone le élite della politica al popolo che ha votato no ai referendum sulla costituzione europea. Se la contrapposizione può essere accettata, non può invece essere accettata la spiegazione che ne dà Baudrillard: il no sarebbe frutto di un egoismo consumistico, alimentato simbolicamente dalle stesso sistema, e tacitamente accettato da élite e popolo.
Ora non si capisce, come Baudrillard possa poi sostenere, nella chiusa dell'articolo, contraddicendosi, che dal no potrebbe svilupparsi una opposizione diffusa al nuovo ordine mondiale basato su guerre e alti consumi.
Delle due l'una: se élite e popolo parlano lo stesso linguaggio dell' egoismo, il "cambiamento" non è possibile; se élite e popolo parlano linguaggi diversi (le élite quello dell'egoismo, il popolo quello dell'altruismo), allora il "cambiamento" è possibile. Tuttavia, in questo secondo caso, Baudrillard deve spiegare, e chiaramente, come una macchina che "produce" automi e simulacri, possa all'improvviso "produrre", essere creativi e valori simbolici autentici. Si tratta di una spiegazione importante, cruciale, che non riguarda solo la teoria sociologica, ma il ruolo della libertà umana nella storia
Certo, il problema dei problemi. Ma al quale un pensatore della statura di Baudrillard non può continuare a sottrarsi.

Carlo Gambescia

venerdì 9 dicembre 2005


La morte di Paolo Sylos Labini 
Un economista eretico?  





La notizia della morte di Paolo Sylos Labini (1920-2005) non può che rattristare tutti coloro che ne apprezzavano le capacità teoriche, scientifiche, espositive e la grandissima verve polemica, negli ultimi anni rivolta particolarmente contro Berlusconi (si veda ad esempio l'interessante e per certi aspetti divertente, "Un paese a civiltà limitata", libro-intervista pubblicato nel 2001 per i tipi di Laterza).
Del resto sono ancora oggi molto importanti i suoi studi sulle tendenze oligopolistiche del capitalismo, sui rapporti tra sviluppo e progresso tecnico, sui ceti medi; volumi ricchi di osservazioni interessanti e di senso storico e sociologico. Si può ritenere che Sylos Labini sia stato dopo Pareto il primo economista italiano a occuparsi seriamente dell' evoluzione delle classi medie.
Quel che però non convince, e basta dare un'occhiata ai "coccodrilli" apparsi ieri sui giornali, è la pretesa di considerarlo un eretico. Su questo giudizio non si può essere d'accordo. Perché?
In primo luogo, Sylos Labini fu allievo negli Stati Uniti di Schumpeter, grande e tragico profeta (ma anche apologeta) del capitalismo. Un'esperienza che lasciò su di lui segni indelebili. Infatti, fin dai primi suoi lavori (cfr. la voce "investimenti", nel "Dizionario di economia" a cura di Napoleoni - 1956, pp. 765-793), Sylos Labini, sulla scia di Schumpeter, non si è mai stancato di ripetere che il capitalismo, pur con le sue manchevolezze (burocratizzazioni, oligopoli, rendite parassitarie) resta sempre il migliore dei mondi possibili: l'unico scenario economico capace di favorire gli investimenti e dunque di promuovere lo sviluppo umano nella democrazia.
In secondo luogo, anche l'importanza che nella sua opera ha assunto l'innovazione teconologica "creatrice" in rapporto allo sviluppo non solo sociale ma produttivo, testimonia quanto l'interpretazione schumpeteriana del capitalismo, come forza creatrice e distruttrice al tempo stesso, abbia pesato sullo sviluppo del suo pensiero.
In terzo luogo, il problema dell' innovazione resta in lui legato, come del resto anche in Schumpeter, a quello della funzione imprenditoriale. Di qui la sua critica alle forme di imprenditoria semipubblica, parassitarie e nemiche delle regole di mercato, che secondo l'economista italiano, sono splendidamente illustrate, e per sempre racchiuse, nella "Ricchezza delle Nazioni" di Adam Smith.
In quarto luogo, il rapporto Sylos Labini-Marx è piuttosto controverso. L'economista italiano ne sempre ammirato più la sociologia che l'economia (il collegamento tra economia capitalista e classi sociali), ma di Marx non ha mai condiviso due tesi: quella sulla caduta del saggio di profitto e quella sull' impoverimento bipolare delle classi sociali.
Ora, proprio per queste ragioni (sostanzialmente: il muoversi teoricamente all'interno della visione schumpeteriana del capitalismo), Paolo Sylos Labini non può essere considerato un eretico. O comunque non nel senso che oggi viene dato a questo termine. Detto in breve Sylos Labini è per la "crescita" e non per la "decrescita". Tutta la sua opera è un elogio dell' innovazione produttiva e dello sviluppo economico infinito, come solo strumento per redistribuire la ricchezza.
Questo spiega, ma è solo una curiosità, perché la bibbia dell'economia eterodossa il "Biographical Dictionary of Dissenting Economists" (Elgar 1992, 2000 www.e-elgar.com) non gli abbia dedicato alcuna voce.

Dispiace ma è così. 

Carlo Gambescia

giovedì 8 dicembre 2005

Profili/3

John R. Commons




John R. Commons (1862-1945) è il padre della sociologia economica americana, più precisamente dell'approccio istituzionalistico. Commons ha studiato il capitalismo come un meccanismo governato non dalla "mano invisibile" e dagli egoismi individuali, ma da un avvicendamento di elementi conflittuali e cooperativi, che non esclude riforme e accordi tra le varie istituzioni sociali: gruppi politici, imprese economiche, sindacati, governo, magistratura (nel senso anglossassone di creazione di un diritto vivente attraverso sentenze e precedenti).
Si tratta di una prospettiva storica, ma anche ampia e profonda sotto l'aspetto teorico, che non respinge, ma tempera l'evoluzionismo sociologico di derivazione darwiniana, che tanto influenzerà la sociologia americana ai sui inizi, nel primo Novecento. In certo senso, Commons può essere anche definito il padre della moderna concertazione economica e sociale, così come si è realizzata, nella seconda metà del Novecento, soprattutto nei paesi a capitalismo sociale. Infatti, egli è più noto e apprezzato dove è viva un forte tradizione laburista e democratico-socialista, che in paesi come il nostro, dove una vera e propria concertazione politico-economica non è mai esistita.
Autore di 17 libri e più di cinquanta articoli, docente per lunghi anni all'Università del Wisconsin (1904-1932), che trasformerà in un autentico laboratorio per lo studio della democrazia economica e delle pulsioni oligarchiche del capitalismo americano nei suoi contrasti col mondo della politica e del lavoro. E' dunque inutile qui sottolineare che Commons sposerà in pieno le ragioni "New Deal" rooseveltiano.
Tre le sue opere più importanti: "The Legal Foundation of Capitalism"(1924, tradotto in italiano dal Mulino nel 1983, attualmente esaurito) "Institutional Economics" (1934, 2 volumi); "The "Economics of Collective Action" (1950, postumo). Per un quadro più esauriente della sua opera si rinvia ai siti su di lui, attivi in rete.
Perché è importante rileggere Commons? In primo luogo per l' approccio olistico: a suo avviso il conflitto tra le istituzioni deve avere sempre come riferimento il bene comune, di qui l'importanza della mediazione politica, che rappresenta e valorizza gli interessi collettivi. In secondo luogo, la sua opera si occupa delle istituzioni economiche, non dal punto di vista della teoria ma della pratica. Se la teoria non "funziona" Commons non si limita ad esclamare, come gli economisti neoclassici "tanto peggio per i fatti", ma vuole capire perché, andando "a vedere le carte" dei giocatori, per scoprirne gli interessi concreti.
Ecco, importanza della "mediazione politica" e analisi degli "interessi concreti" in campo: due elementi teorici, che se "attualizzati",  ci aiuterebbero sicuramente a capire e prevenire  la protesta anti-Tav  del "popolo" della Val di Susa.Dal momento che reprimere è fin troppo facile e inutile,  soprattutto quando è  in  gioco il bene comune di tutti.  E non solo degli abitanti di quelle valli. E Commons ci spiega perché. 

Carlo Gambescia

mercoledì 7 dicembre 2005

Il libro della settimana: Solidarietà ed economia, a cura di S. Taddei, Il Cerchio-Iniziative Editoriali 2005, pp. 135, Euro 18,00.

http://www.libroco.it/dl/aa.vv/iniziative-editoriali-il-cerchio/9788884740953/solidarieta-ed-economia/cw602291074011374.html


In tempi in cui sembra avere diritto di parola solo il pensiero liberista, il volume di questa settimana, Solidarietà ed economia: declinare la sussidiarietà, curato da Stefano Taddei, responsabile economia e cultura dell'Associazione Identità Europea è un evento. Infatti il testo raccoglie le relazioni di incontri avvenuti tra il 2002 e il 2004 nella città di Rovigo, sul tema della sussidiarietà. Un tema inviso sia a certo liberalismo individualista, che privilegia gli individui alle istituzioni, sia a certo burocratismo accentratore, che preferisce le istituzioni agli individui. La sussidiarietà invece cerca di coniugare gli individui e le istituzioni.
Un progetto non sempre facile, come nota Taddei, dal momento che non può essere inteso come semplice "decentramento" di funzioni burocratiche, ma come esito di due regole molto semplici, e non sempre di facile applicazione: mai attribuire a una unità sociale di grandi dimensioni la soluzione di piccoli problemi; mai attribuire a un'unità sociale di piccole dimensioni la soluzione di grandi problemi. La sussidiarietà, quella vera, deve perciò sempre essere costituita dal punto di equilibrio tra queste due regole. Un equilibrio difficile da raggiungere e poi conservare.
I diversi saggi contenuti nel volume spaziano dagli aspetti filosofici (Gentile, Finzi, Paliaga), politici (Marcolongo, Lisi), a quelli più sociologici (Franzese, Saccardin, Taddei, Gualaccini) , imprenditoriali (Oliva, Cavani), pratici (Cilla) e storici (Gambelli e Cecchetto). E offrono un vero e proprio itinerario intellettuale, originale e interessante su un argomento che viene spesso strumentalizzato, soprattutto da quelle forze politiche, che vedono nella sussidiarietà un puro e semplice decentramento di poteri statali, sempre revocabili, e un meccanismo per scaricare sui piccoli comuni oneri fiscali e assistenziali, di competenza invece dello stato.
Molto suggestiva, anche se in effetti troppo alta, o nobile se si preferisce, di una nobiltà che difficilmente la politica pratica permette di raggiungere, la definizione di Taddei: "La sussidiarietà intesa come ricerca del migliore centro di decisione possibile in relazione alla complessità del problema da risolvere non può esplicarsi né attuarsi al di fuori di un contesto spirituale improntato all' organicità sociale su basi sacrali" (p. 73). Ecco, a mio avviso, si tratta di una affermazione che ha soprattutto valore di idea regolativa, qualcosa da non perdere mai di vista.Va infine detto che l'Associazione Culturale Identità Europea, ormai attiva da dieci anni (1996-2005), svolge un'intensa attività culturale, scientifica e propositiva, che va seguita attentamente da tutti coloro che credono nell'importanza prepolitica di una educazione ai valori culturali, al di là delle differenti e personali scelte politiche. Per il Manifesto Associativo, e per ottenere altre informazione si rinvia al sito< www.identitaeuropea.org>. 

Carlo Gambescia