sabato 25 luglio 2026

Imputabilità dei minori. Perché la destra diffida della sociologia

 


La proposta di Fratelli d’Italia di abbassare la soglia dell’imputabilità dei minori a quattordici anni  non è  una misura qualsiasi. È il riflesso di una precisa concezione dell’uomo e della società. Una concezione che guarda con sospetto alla sociologia e, più in generale, a tutto ciò che richiama l’idea illuministica della perfettibilità umana.

Non è un caso che Giorgia Meloni rivendichi, addirittura con orgoglio, una linea improntata alla massima severità: se un minore delinque, deve essere punito come un adulto. Il messaggio è semplice, quasi elementare: chi sbaglia paga.

Ma la semplicità, in politica come nelle scienze sociali, è spesso una cattiva consigliera.

A partire dalla Scuola di Chicago, tra gli anni Venti e Trenta, fino agli studi più recenti sulla devianza giovanile, emerge una conclusione sostanzialmente condivisa: il comportamento deviante del minore non è un destino biologico né una condanna definitiva. È il prodotto di una complessa interazione tra ambiente familiare, contesto sociale, gruppo dei pari, scuola, quartiere, opportunità e deprivazioni.

 


La sociologia, naturalmente, non sostiene che tutti i minori siano recuperabili. Sarebbe una tesi ideologica, non scientifica. Sostiene però qualcosa di assai più solido: che la probabilità di recupero è molto più elevata quando il ragazzo viene inserito in percorsi educativi, formativi e socialmente protetti, piuttosto che quando viene immerso precocemente nell’universo penitenziario.

È proprio qui, come anticipato, che interviene uno dei concetti classici della sociologia della devianza: quello di identità deviante. Dagli studi di Frank Tannenbaum (Crime and the Community, 1938), sviluppati da Edwin M. Lemert, Howard S. Becker ed Erving Goffman, sappiamo che l’etichettamento sociale (labeling theory) può contribuire a trasformare una condotta deviante in un’identità stabile, rendendo il recupero del minore assai più difficile.

Il carcere, soprattutto per un adolescente, può produrre esattamente questo effetto. La pena non corregge necessariamente il comportamento; può invece consolidarlo. Il giovane finisce per riconoscersi nell’immagine che la società gli restituisce. Non è più un ragazzo che ha commesso un reato: diventa “il delinquente”. E una volta che quell’identità si cristallizza, uscirne è infinitamente più difficile.

La sociologia non giustifica il reato. Cerca di impedire che il reato diventi un destino.

È questo il punto sul quale la cultura politica della destra continua a mostrare la propria distanza dalla tradizione sociologica e illuministica.

Per la tradizione illuministica, dalla quale nasce la sociologia moderna, l’uomo è certamente responsabile delle proprie azioni, ma è anche capace di cambiare. Le istituzioni non devono limitarsi a reprimere: devono creare le condizioni affinché l’individuo possa migliorare. Da qui deriva l’idea della pena come strumento di reinserimento, consacrata anche dall’articolo 27 della nostra Costituzione, secondo il quale le pene devono tendere alla rieducazione del condannato.

Non a caso, il sistema penale minorile italiano è stato storicamente costruito proprio su questo principio, privilegiando, ove possibile, finalità educative e misure alternative alla detenzione



La cultura politica di matrice postmissina, erede della tradizione del Movimento Sociale Italiano, sembra invece muoversi lungo una traiettoria diversa.. Diciamo pure anti-illuministica. O, per dirla tutta, controrivoluzionaria.

La devianza viene interpretata quasi esclusivamente come scelta individuale, cui deve corrispondere una risposta punitiva altrettanto individuale. L’ambiente sociale diventa un elemento secondario, talvolta addirittura irrilevante. La sociologia finisce così per essere ridotta a una disciplina indulgente, accusata di cercare giustificazioni anziché spiegazioni.

Eppure proprio la grande tradizione sociologica italiana dimostra il contrario.

Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca e Robert Michels furono certamente studiosi elitisti e profondi critici dell’ottimismo democratico. Ma nessuno di loro pensava che la società fosse immutabile. Pareto immaginava la circolazione delle élite come un meccanismo di riequilibrio storico; Mosca vedeva nelle istituzioni rappresentative uno strumento di equilibrio politico; Michels, persino quando aderì al fascismo, conservò l’illusione che la politica potesse rigenerare moralmente gli individui e costruire un “uomo nuovo”.



Fu un’illusione tragica. Ma era pur sempre l’illusione che l’uomo potesse essere trasformato.
Paradossalmente, la destra di oggi appare ancora più pessimista. Ha rinunciato perfino al mito dell’uomo nuovo. Non pensa di recuperare il deviante; pensa soprattutto a neutralizzarlo. Il minore non è più una persona da educare, ma un soggetto da contenere. La pena perde la sua funzione rieducativa e diventa essenzialmente uno strumento di esclusione sociale.

È questa la vera posta in gioco.

Il dibattito sull’imputabilità dei minori non riguarda soltanto qualche anno in più o in meno di responsabilità penale. Riguarda l’idea stessa di civiltà. Ci si divide, in fondo, su una domanda antica: l’uomo può cambiare?

 


La sociologia risponde di sì, pur senza ingenuità e senza buonismi. La destra postmissina sembra invece rispondere di no. E, così facendo, finisce per collocarsi in una posizione persino più pessimistica di quella dei suoi stessi maestri intellettuali.

Una politica liberale non rinuncia mai alla responsabilità individuale. Ma non rinuncia neppure alla speranza del cambiamento. Perché una società che smette di credere nella possibilità di recuperare un ragazzo non diventa più sicura. Diventa soltanto più rassegnata, ma anche egoista e cattiva.

Carlo Gambescia

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