C’è una destra che governa l’Italia in nome della libertà, ma che sembra aver bisogno, ogni mattina, di inventarsi un nemico dal quale difenderci. Immigrati, islamici, magistrati, intellettuali, opposizioni. La lista cambia secondo le necessità del momento. Il metodo, invece, resta lo stesso: ingigantire la minaccia, semplificare la realtà, chiamare tutto questo "difesa della civiltà occidentale". E naturalmente presentarsi come gli unici autorizzati a salvarla. Una civiltà che, a giudicare dal numero dei suoi salvatori, deve essere ridotta piuttosto maluccio.
Prendiamo Daniele Capezzone, che nell’editoriale apparso oggi su “Il Tempo” evoca la parola magica “sottomissione” e si domanda se fra cinque anni ci ritroveremo come in Francia. Il riferimento a Michel Houellebecq, autore dell’omonimo romanzo distopico, serve a costruire lo scenario. La letteratura, si sa, è una miniera inesauribile di suggestioni. Ma una cosa è leggere un romanzo, un’altra è scambiarlo per un rapporto dei servizi segreti o per un classico della sociologia. Houellebecq è uno scrittore piuttosto inafferrabile dal punto di vista ideologico. Anche se non lo ammetterà mai: è uno che si diverte a spararle grosse, “per vedere di nascosto l’effetto che fa”. In fondo, un irresponsabile. Però si sa gli artisti… E comunque sia non è non un ufficio previsioni della conquista islamica dell’Europa. Per capirsi: Jean Raspail, autore del “Campo dei Santi”, Bibbia dei razzisti di tutto il mondo, crede in quello che dice, Houellebecq, si accontenta, per dirla sempre con Enzo Jannacci, di fare “il palo della banda dell’Ortica”.
Il problema non è discutere dell’islamismo politico, dell’integrazione, dei conflitti culturali o delle difficoltà delle società europee. Un liberale non deve avere paura di affrontare nessuno di questi argomenti. Il problema è il salto logico: dalla constatazione di fenomeni reali, e talvolta preoccupanti, alla rappresentazione di un’intera popolazione come portatrice di un disegno ostile. Non più individui, dunque, ma una massa indistinta; non più comportamenti da giudicare, ma intenzioni collettive da presumere. Il sospetto diventa una sentenza preventiva.
In questo modo, il musulmano concreto scompare. Non importa che sia credente o non credente, praticante o secolarizzato, liberale o autoritario, democratico o fondamentalista. L’etichetta provvede a tutto. E se poi qualcuno osa distinguere, chiedere prove, ricordare che i diritti individuali non dipendono dalla religione professata, ecco che rischia di essere arruolato fra i complici della resa. La sinistra, naturalmente, è lì in agguato: se non congiura apertamente, almeno non capisce. È una costruzione perfetta, perché si protegge da ogni obiezione trasformando l’obiettore in un sospetto.
Ma che cosa rimane, a questo punto, del liberalismo? Ben poco. Il liberalismo nasce precisamente dalla diffidenza verso le generalizzazioni che sacrificano l’individuo a un’identità collettiva. Non presume che una persona sia innocente perché appartiene al gruppo giusto, né che sia colpevole perché appartiene a quello sbagliato. Giudica le azioni, tutela i diritti, pretende prove. Non promette un mondo senza rischi: costruisce istituzioni per affrontarli senza consegnare la libertà al primo professionista dell’emergenza.
La destra che oggi governa l’Italia sembra invece coltivare una curiosa idea di libertà: libertà per chi appartiene alla comunità ritenuta legittima, diffidenza per gli altri; diritti finché non disturbano la pedagogia nazionale; garanzie liberali finché non intralciano la politica della paura. Il tutto condito da un patriottismo tanto rumoroso quanto bisognoso di nemici.
Naturalmente, non è necessario immaginare che ogni protagonista di questa operazione sia un cinico consapevole. Sarebbe una spiegazione troppo semplice. E qui entra in gioco un meccanismo più interessante: l’autoinganno.
Talvolta si comincia per convenienza. Una posizione procura visibilità, consenso, una collocazione politica vantaggiosa. La si ripete, la si radicalizza, la si giustifica. Poi si finisce per abitarla. Ciò che inizialmente poteva essere un calcolo diventa una convinzione, oppure continua a essere un calcolo rivestito di convinzione. Non abbiamo bisogno di indagare le coscienze per riconoscere il meccanismo. Ci basta osservare il circuito: la paura produce consenso, il consenso premia chi alimenta la paura, la paura così alimentata sembra confermare la necessità di chi la sfrutta.
A quel punto la discussione pubblica non serve più a verificare le convinzioni, ma a proteggerle. I fatti contrari diventano eccezioni irrilevanti; quelli favorevoli, prove definitive. Una bella comodità: una teoria che non può essere smentita è anche una teoria che non ha più bisogno di far pensare. Basta che che si accenda una spia rossa o suoni un campanello, come negli esperimenti di Pavlov.Non è un meccanismo privo di precedenti storici. Nella propaganda nazista, l’ebreo veniva raffigurato come un nemico collettivo, responsabile della disgregazione della Germania e associato, fra l’altro, al bolscevismo. L’antisemitismo hitleriano apparteneva a un progetto totalitario e genocidario, e sarebbe storicamente scorretto equipararlo alle odierne polemiche sull’immigrazione musulmana.
C’è poi una questione che riguarda direttamente i sedicenti liberali. Se il liberalismo viene ridotto alla difesa dell’Occidente contro qualsiasi nemico di volta in volta designato, perde la sua sostanza e diventa una bandiera di comodo.
Non basta proclamarsi liberali, così come non basta esibire una citazione di Tocqueville, Croce, Hayek per diventare liberali. Occorre accettare il limite del potere, la pluralità sociale, l’autonomia dell’individuo e la possibilità che l’avversario politico abbia torto senza essere giudicato un traditore. Altrimenti non siamo davanti a un liberalismo in difficoltà, ma a una politica identitaria che ne adopera il vocabolario dopo averne svuotato i principi.
Ecco perché non è indispensabile dimostrare la malafede di Capezzone o di questo o quel dirigente della destra. Possiamo anche concedere, per ipotesi, che siano sinceramente convinti di ciò che sostengono. La questione decisiva resta un’altra: quali effetti produce il loro discorso? Se cancella le differenze fra gli individui, sostituisce le prove con i sospetti e rende accettabile una progressiva erosione delle garanzie, merita una critica radicale indipendentemente dalle intenzioni di chi lo pronuncia.L’opportunismo, del resto, non è necessariamente il contrario dell’ideologia. Può esserne uno dei motori. Si cerca il consenso, si costruisce un “romanzo” utile, si crea un pubblico disposto a credervi. Quel pubblico domanda altre conferme, premia le versioni più estreme e punisce le esitazioni. Così la convenienza individuale genera conseguenze collettive che nessuno controlla interamente. E magari, quando il meccanismo sfugge di mano, tutti potranno dichiararsi in buona fede. Una consolazione eccellente, soprattutto per chi dovrà pagarne il conto.
La destra italiana dovrebbe spiegare perché una politica che si dice liberale abbia tanto bisogno di trasformare l’identità religiosa in un sospetto politico. Dovrebbe distinguere la difesa della sicurezza dalla costruzione di un nemico antropologico, la critica dell’islamismo dalla diffidenza indiscriminata verso i musulmani, il patriottismo dalla mobilitazione permanente contro qualcuno.
Ma forse queste distinzioni renderebbero meno redditizia la paura. E qui torniamo al punto di partenza: non sempre il problema è ciò che un politico crede. Talvolta è ciò che gli conviene far credere. E talvolta, dopo averlo ripetuto abbastanza, finisce per crederci anche lui.
Il paradosso è tutto qui. Per difendere la società liberale da una minaccia reale o presunta, si può finire per demolire proprio le regole che la rendono liberale.Si comincia promettendo protezione e si finisce per chiedere obbedienza; si denuncia la presunta intolleranza altrui e si prepara la propria; si invoca la civiltà occidentale e si dimentica che una delle sue conquiste fondamentali consiste nel porre limiti al potere e nel riconoscere diritti agli individui, anche quando sono impopolari.
Per un liberale, dovrebbe essere già abbastanza per preoccuparsi. Per un liberale per finta, invece, può essere persino un programma politico.
Carlo Gambescia














































