Un lettore, commentando una nostra riflessione, ha evocato una specie di “anestesia generale” di fronte all’avanzata di destre che sembrano considerare la democrazia un ostacolo da aggirare, anziché un sistema di limiti da rispettare. L’immagine è efficace. Scriviamo, discutiamo, polemizziamo. Ma a volte ci domandiamo se serva a qualcosa. Il rischio è che la lucidità, invece di aiutarci a reagire, ci trasformi in spettatori della nostra impotenza.
Intanto la vita continua. C’è chi si gode il proprio “carpe diem”, chi si affida al capo di turno, chi si adegua preventivamente al nuovo ordine delle cose. E ci sono gli intellettuali che, fiutata l’aria, si mettono al servizio del Nuovo Principe. Il potere ha sempre avuto il suo fascino, soprattutto per chi ama presentarsi come interprete del proprio tempo. Ma sarebbe troppo comodo liquidare tutto come stupidità delle masse e opportunismo delle élite. La questione è più seria: che cosa accade quando anche chi vede il pericolo comincia a comportarsi come se fosse inutile contrastarlo?
Prima di decretare, per l’ennesima volta, la decadenza dell’Occidente, distinguiamo. Una cosa è il deterioramento delle istituzioni e delle libertà; un’altra è la percezione del declino; un’altra ancora è l’impotenza che questa percezione può generare. Confondere i tre piani significa trasformare una diagnosi in una condanna. E la condanna, quando riguarda il futuro, è quasi sempre prematura.
Prendiamo gli Stati Uniti. Con Obama, o con un presidente repubblicano o democratico dell’epoca pre-trumpiana, saremmo arrivati allo stesso – disgraziatissimo – punto? Probabilmente non nelle stesse forme e negli stessi tempi. Ma nessuno può dimostrare che il corso degli eventi sarebbe stato necessariamente diverso. Trump non è caduto dal cielo: ha intercettato risentimenti, paure e aspettative che lo precedevano. Un altro presidente avrebbe potuto contenerli, riorientarli o persino esasperarli. Non lo sappiamo. Il governante conta, ma non è il padrone assoluto delle conseguenze che mette in moto.
Bisogna guardarsi da due superstizioni: che la storia sia già scritta e che basti un uomo al comando per scriverla a proprio piacimento. La realtà sociale è meno ordinata e assai meno obbediente. Arnaldo Momigliano, riflettendo sulla caduta dell’Impero romano d’Occidente, ha contribuito a mettere in discussione l’idea che la fine convenzionale del 476 coincida necessariamente con la percezione contemporanea della fine di un mondo. Le grandi trasformazioni non arrivano con una targa commemorativa. Spesso riconosciamo una svolta soltanto quando è alle nostre spalle. Ma attenzione: non riuscire a vedere chiaramente il futuro non significa che il pericolo non esista. Significa che dobbiamo imparare a ragionare senza fingere di possedere una sfera di cristallo (*).
La buona sociologia, al servizio della metapolitica, ci offre strumenti più seri sia dell’allarmismo sia delle consolazioni.
Raymond Boudon ha studiato come dall’intreccio di azioni individuali possano emergere effetti collettivi che nessuno aveva progettato. Robert K. Merton ha analizzato la profezia che si autoavvera: una definizione inizialmente infondata della situazione può produrre comportamenti capaci di renderla vera. Thomas C. Schelling ha mostrato, a sua volta, come decisioni individuali apparentemente modeste, combinate fra loro, possano generare risultati collettivi inattesi. Tre percorsi diversi, un avvertimento comune: la società non è un’orchestra diretta da un unico maestro e il risultato delle nostre azioni non coincide necessariamente con le nostre intenzioni (**).
Applichiamo il ragionamento alla politica. C’è chi vota un candidato perché lo considera vincente, chi lo sostiene per paura dell’alternativa, chi cambia schieramento per convenienza, chi rinuncia a votare perché ritiene inutile farlo, chi invece decide di mobilitarsi. Ogni individuo ha le proprie ragioni. Ma l’esito complessivo dipende anche da come quelle scelte si combinano. Lo stesso vale per le aspettative sul futuro: non sono semplici selfie mentali della realtà, perché possono modificarla.
Se molti cittadini si convincono che una svolta autoritaria sia inevitabile, alcuni rinunceranno a impegnarsi, altri cercheranno un accomodamento, altri ancora abbandoneranno iniziative che giudicano senza prospettive. Nessuno, preso singolarmente, avrà necessariamente torto nel calcolare i propri rischi. Ma l’effetto aggregato di quelle decisioni può indebolire proprio le resistenze che avrebbero potuto impedire l’esito temuto. La resa individuale può essere comprensibile; la resa collettiva può diventare politicamente decisiva. Ecco il paradosso: la convinzione di non poter più cambiare nulla può contribuire a rendere impossibile il cambiamento.
Naturalmente, non esiste soltanto questa possibilità. La percezione del pericolo può provocare una mobilitazione inattesa, avvicinare gruppi prima distanti, produrre alleanze e alterare rapporti di forza che sembravano consolidati. Non c’è alcuna garanzia che accada. Le istituzioni, le risorse, l’organizzazione e la distribuzione del potere contano eccome. L’individuo non è un mago e la volontà non sostituisce i mezzi. Ma neppure il presente è una sentenza definitiva.
Torniamo allora all’anestesia. Non è necessariamente ignoranza, né semplice indifferenza. Può essere paura, stanchezza, convenienza, disillusione. Può essere anche il risultato di un calcolo individuale apparentemente ragionevole: perché esporsi, se gli altri non si muovono? Viva il carpe diem!
Perché rischiare, se la partita sembra già persa? Il guaio è che, quando molti fanno lo stesso calcolo, la prudenza privata può trasformarsi in un dono pubblico al potere. E chi potrebbe contrastarlo finisce per scambiare la propria solitudine per irrilevanza e il proprio pessimismo per una Legge Storica (con le maiuscole).
Non rispondiamo, dunque, con l’ottimismo di maniera. Non sappiamo quanto sia fondata la diagnosi di decadenza che oggi circola in Occidente. Sappiamo però che le trasformazioni in corso possono mettere seriamente alla prova le istituzioni liberali e il costituzionalismo. Proprio per questo occorre distinguere ciò che sta deteriorandosi da ciò che sta semplicemente cambiando, ciò che è stato perduto da ciò che non abbiamo ancora saputo difendere. La lucidità consiste nel riconoscere i rapporti di forza senza scambiarli per un destino.

Non scriviamo perché siamo certi di vincere. Scriviamo perché non siamo certi di aver già perso. Non è una professione di fede: è una conclusione metapolitica. Gli effetti collettivi delle azioni individuali non sono interamente prevedibili, e proprio per questo nessuno può attribuirsi in anticipo il monopolio del futuro. La storia non promette premi ai coraggiosi, ma non garantisce neppure la vittoria ai più forti.
Il potere può restringere gli spazi della libertà. Può intimidire, premiare i fedeli, isolare gli oppositori. Ma non dobbiamo aiutarlo trasformando le nostre paure in profezie che si avverano da sole. La prima vittoria di un potere che aspira a non avere limiti è convincere i suoi avversari che quei limiti non possono più essere difesi. La seconda è vederli comportarsi di conseguenza. Non regaliamogli entrambe.
Carlo Gambescia
(*) Cfr. Carlo Gambescia, Passeggiare tra le rovine. Sociologia della decadenza, Edizioni Il Foglio, Piombino (LI), 2016, p. 91.
(**) R. Boudon, Effetti perversi dell’azione sociale, Feltrinelli, Milano, 1981, in particolare il capitolo iniziale sugli effetti perversi e il mutamento sociale; R. K. Merton, Teoria e struttura sociale, vol. II, Studi sulla struttura sociale e culturale, il Mulino, Bologna, edizione 2000, cap. XIII, “La profezia che si autoadempie”; T. C. Schelling, Micromotives and Macrobehavior, W. W. Norton & Company, New York, 1978; Id., La strategia del conflitto, Bruno Mondadori, Milano, 2008.





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