sabato 3 marzo 2018

Elezioni 2018   
Un voto pro o contro l'Europa?
  Scambio di "lettere aperte" tra  Carlo Gambescia e  Roberto Buffagni





Ringrazio Roberto Buffagni della "contro-lettera " e delle gentilissime e sincere parole nei miei riguardi.   Preferisco non commentare.  I lettori traggano da soli le conclusioni. 
Mi permetto solo una precisazione: il mio accenno al 1948 rinvia, non tanto a una scelta tra liberalismo e totalitarismo, bensì a una logica da anime belle,  un dato formale quindi. Logica di cui dopo, inevitabilmente,  ci si pente, come nel caso Colletti e di tanti altri.  Che però, nel frattempo, può condurre, come è avvenuto in Italia, con l'egemonia della cultura marxista, a conseguenze disastrose, proprio sul piano culturale, così caro all'amico Roberto. Tutto qui.  
(C.G.) 

Lettera aperta a Roberto Buffagni
Il “muro” europeo



Carissimo  Roberto,
Comprendo, ma non giustifico, il tuo voto di domani “contro l’Europa,  anticipato in un breve commento sulla mia Pagina Fb:

Perfetto, caro Carlo, la discriminante politica reale è il giudizio sulla UE. Concordo su tutto tranne che sulla chiusa: io voterò contro l'Unione Europea perché ritengo che la porta della UE dia su un muro...


Certo, ora mi dirai che il tuo voto non è contro l’Europa, ma contro  “questa” Europa, rappresentata dalla UE. Purtroppo, carissimo amico, non sempre si può scegliere liberamente. Talvolta ci si trova davanti a un bivio: o di qua o di là. Allora,  piaccia o meno, va applicato il principio di realtà politica.
E ne deriva un ragionamento che posso riassumere così:  da un lato abbiamo una moneta unica, strutture politico-amministrative, una classe dirigente, comunque preparata, che si riconosce nel progetto di unificazione;  dall’altro, praticamente il nulla, se non un mantra nazionalista recitato da un pugno di dilettanti allo sbaraglio, per giunta con simpatie nazifasciste e comuniste.
Perché scegliere  una banda di incompetenti?  Che sa solo dire no? E che per giunta evoca gli stessi dannosi princìpi che sono alle origini della “guerra civile europea”?  
I burocrati e i banchieri, possono anche non piacere, ma un sistema politico ed economico, fondato sul mercato e sulla liberal-democrazia,  ha necessità degli uni e degli altri. Caro Roberto, le singole personalità,  che possono piacere o meno,  passano, le istituzioni restano. Altra applicazione del principio di realtà politica. 
Come restano, aggiungo, sempre per restare sullo stesso piano argomentativo,  le polarità economiche: l’euro è stato edificato sul marco tedesco, e non poteva non essere così, dal momento che la Germania era ed è  l’economia più forte.  Di qui, la polarizzazione. Ci sono vantaggi e svantaggi, indubbiamente. Ma abbiamo una moneta unica, forte e competitiva. Che impone, cosa ancora più importante,  politiche di bilancio serie. E quindi risparmi veri. Altro che le riduzioni degli stipendi ai parlamentari, evocate dai  populisti. Insomma,  gli uomini passano, la moneta resta.  Ecco quel che conta.
Nel 1948, quando si doveva scegliere, seccamente,   tra  libertà e  comunismo, molti intellettuali, laici, non iscritti al Pci, scelsero quest’ ultimo partito,  perché ripugnava loro, votare una democrazia cristiana che prendeva ordini dalla Chiesa Cattolica, così  scriveva,  ad esempio  Colletti,  in una lettera.  Poi, una volta assaporata  la Chiesa Comunista,  ben più rigida e oppressiva, se ne pentirono. Fin dal 1956. 
Caro Roberto,  cerchiamo di non fare lo stesso errore degli intellettuali che scelsero Togliatti invece di De Gasperi.  Convengo con te che  Salvini e Renzi, non sono alla stessa altezza. E che un conto era prendere ordini dal Vaticano  un altro da Francoforte.  Ma, comunque sia,  ci si turi  il naso, come allora,  e si voti  Europa.  Per non pentirsi dopo. La logica è la stessa. E rinvia, ripeto, al principio di realtà politica.  
Dietro quella porta, non c’è un muro, ma  un sentiero, in salita, talvolta sconnesso, faticoso da percorrere, magari in compagnia non piacevole, per te addirittura brutta,  ma,  come ci ricorda la nostra amata  filosofia delle vette,  una volta in alto,  il panorama sarà bellissimo.  Noi non  lo vedremo, caro Roberto,   perché la strada è ancora  lunga,  ma lo vedrà, e non in modo confuso come oggi, chi verrà dopo di noi.  
Un grande abbraccio.
Carlo

***    

La "contro-lettera"  aperta di  Roberto Buffagni a Carlo Gambescia
Il “muro” c’è…



Carissimo Carlo,
anzitutto ti ringrazio di cuore dell’onore che mi fai con questa lettera aperta ad personam, la prima e penso l’ultima della mia vita. Ti rispondo come meritano la stima e l’amicizia che ti porto,  e la serietà delle tue posizioni.
Comincio da quel che ci unisce sul piano intellettuale, l’analisi realistica. Non è una disciplina facile, il realismo, perché l’unica cosa che sappiamo per certo, della realtà, è che non ubbidisce ai nostri desideri e ai nostri progetti: per esempio, quando ci informa che non solo gli altri, ma noi, proprio noi dobbiamo morire.
Tu pensi che l’Unione Europea, con tutti i suoi limiti e difetti, che ben conosci e spesse volte hai acutamente analizzato, ha il pregio (incontestabile) di esistere, di aver strutturato una istituzione e una classe dirigente, e che sulla base di questa (incontestabile) realtà si possa e si debba costruire e incontrare il nostro futuro di italiani e di europei. Pensi anche, o meglio rilevi – e qui sono d’accordo con te - che le forze d’opposizione all’Unione Europea non hanno né un progetto, né una classe dirigente all’altezza di sostituirsi al progetto e alla classe dirigente UE; e come diceva Danton, “si distrugge davvero solo ciò che si rimpiazza”.
Io penso che l’Unione Europea sia un progetto politico condannato a fallire, più prima che poi, e per cause endogene. Le principali sono: la compresenza di due “federatori a metà”, l’uno economico (la Germania), l’altro politico (gli USA) nessuno dei quali è in grado di diventare federatore per intero. La disfunzionalità arrogante di un’ unificazione by stealth per via economica e amministrativa, senza legittimazione politica e culturale. L’ideologia della classe dirigente UE, che mette la storia e la cultura d’Europa sul letto di Procuste del suo progressismo, economicismo, costruttivismo sociale, taglia via tutto quel che è nato prima del 1789 e si fa un’idea di quel che sono gli uomini e le comunità umane che sarebbe ridicola se non fosse molto pericolosa: come attestano le sue politiche immigrazioniste e la sua sottovalutazione, o rimozione, del pericolo jihadista. Secondo me, da questo progetto fallimentare bisogna anzitutto sganciarsi, il più presto possibile: per me, il “sovranismo” è anzitutto una manovra difensiva di sganciamento da un’alleanza svantaggiosa oggi, e condannata alla sconfitta e all’implosione domani.
Che succederebbe dopo, non lo so. Un’idea o due intorno a quel che vorrei succedesse ce l’ho. Un’Europa politicamente unita con i confini attuali o quasi è un sogno. Non sono riusciti a formarla con il ferro e il fuoco Carlo V, Napoleone e Hitler, nessuno ci può riuscire per consenso, per quanto guidato con le burocrazie, l’economia e la psicotecnica. La UE lega il gigante Europa con mille lacciuoli, come i Lillipuziani legarono Gulliver addormentato; ma il gigante della storia europea non continuerà a dormire per sempre, e già si agita nel sonno. Se, come sarebbe necessario e auspicabile, si vorranno formare per consenso coalizioni politiche di Stati nazionali europei, in forma di confederazione o anche, in prospettiva, di federazione, bisogna arrendersi alla realtà che di Europe ce ne sono almeno (almeno) tre: nordica, orientale, mediterranea. Noi siamo italiani, e mi piacerebbe che una volta recuperata l’indipendenza politica, lavorassimo per la costruzione di un’Unione Latina, con i paesi a cui siamo accomunati da cultura, radice linguistica, interessi geopolitici. E qui la smetto con il condizionale, un modo verbale che in dosi eccessive può causare gravi effetti collaterali.
E’ vero che le forze del mio campo, il campo avverso alla UE, sono composite e non all’altezza del compito difficilissimo che dovrebbero affrontare il giorno dopo un’eventuale vittoria. In Italia c’è da formare, praticamente da zero cioè a partire dalla Lega e da Fratelli d’Italia, un partito conservatore avverso alla UE, che si leghi alla cultura europea (vera, tutta). Difficile? Eccome. Ma come sai, in politica si lavora sempre con i mezzi di bordo, e a bordo noi questo, abbiamo. Lo stesso accade quando si vota: ci si tura sempre il naso, che si voti di qua o di là.
Non credo che l’analogia storica che mi proponi, quella del 1948, illustri i termini della scelta odierna. Non si tratta, oggi, di scegliere tra libertà e totalitarismo. Le velleità marginali comuniste e fasciste, che pur ci sono nel mio campo, questo sono e questo resteranno, velleità marginali, uso improprio di parole del passato in mancanza di parole adatte per dire il presente. Il nucleo ideale, e anche la base di potenza del sovranismo antiUE (il gruppo di Vysegrad, l’Austria) è conservatore e nazionalista. E’ un pericolo il nazionalismo? Certo che lo è, quando si radicalizza e si fanatizza: come ogni ideologia, come anche il progressismo e il costruttivismo economicista della UE (più imparentato al comunismo di quanto lo sia il “sovranismo”).
Oggi si tratta di scegliere tra un progetto sbagliato e un’ideologia dominante misera e altezzosa, la UE, e un progetto immaturo e un’ideologia subalterna e informe, il “sovranismo”. Secondo me, il sovranismo è fluido e può migliorare, la UE è rigida, e non lo può.
Storia e vita sono un mistero, del quale nessuno tranne Dio, che non vota, ha la chiave. Cerchiamo di interpretarlo, di scorgerne le leggi, di antivederne il profilo: poi, quando è inevitabile, scegliamo, e scegliendo decidiamo, tagliamo via brutalmente tutte le altre scelte possibili; ed è giusto così. Una cosa però non siamo mai costretti a tagliar via: la comprensione delle ragioni degli amici che meritano il nostro affetto e la nostra stima, quale che sia la scelta politica che compiono.
Ricambio di cuore l’abbraccio, e ti saluto affettuosamente. Tuo
Roberto