martedì 30 giugno 2015

La nuova destra di Veneziani e Buttafuoco
Roba da rigattiere (della politica)

Rigattiere della politica

I rottami  post-aennini  si  riuniscono  oggi a Palazzo Wedekind,   sede del “Tempo”,   sotto gli auspici di un  giornale  in passato  liberale,  oggi fascio-leghista,   “per rifondare la destra”.  Auguri.
Il  quotidiano  diretto da Gian Marco Chiocci,  gran  maestro  del  muckraking nazional-populista, (genere bava alla bocca),  ha corredato  la notizia  dell’ evento  - botta di cultura -  con   due interviste a Marcello  Veneziani e Pietrangelo  Buttafuoco.  C’è spazio per una nuova destra? Che poi  sarebbe vecchissima e neofascistissima: ma si sa, si fa ma non si dice...  Per Veneziani si deve partire “da un progetto politico di caratura ‘statale nazionale’, cioè basato sull’idea di sovranità dello Stato e di identità nazionale”. Sembra di sentire Almirante...  Per Buttafuoco,  “l’unica destra seria che l’Italia  ha  avuto è quella del Movimento sociale”. E vai con Almirante... 
Ora,  “Giorgino”  era sicuramente un politico molto  onesto, sopra la media  del  suo tempo, per non dire della  classe politica di oggi.  Tuttavia, parleremmo di “sindrome Berlinguer”,  anche per i due intellettuali post-aennini.  Cosa vogliamo dire?  Berlinguer e  Almirante, politici  certamente onesti, sono però, politicamente parlando,  due dinosauri.  Sintetizzando:  due polverosi lasciti  pieni di tarli del  comunismo e del  fascismo. Società ingessate, chiuse, militarizzate. Che c'è da rimpiangere? Imbarazzante.
Concludendo, dove può andare, intellettualmente,  la “nuova  destra” di Palazzo Wedekind? Se le idee sono quelle di Veneziani e Buttafuoco,  da nessuna parte.  Anzi no, dal rigattiere della  politica.


Carlo Gambescia                          

lunedì 29 giugno 2015

Grecia, banche e borse chiuse per una settimana
Il kerenskijsmo di Tsipras & Company



La chiusura  per una settimana di Banche  e Borse   è solo l’antipasto delle misure autarchiche che la Grecia, sarà costretta a prendere se deciderà di uscire dall’Euro.   Misure che impoveriranno i greci. Altro che i cosiddetti vampiri della Bce evocati  dai nazionalisti (pardon,  "sovranisti"). 
Però,  probabilmente  la premiata ditta  Tsipras & Company   naviga a vista.  Per fare solo un esempio: che cosa dovrebbe  fare il governo greco? Incominciare a  stampare dracme,  o comunque la  valuta che  dovrà sostituire, di fatto, l’Euro. Certo,  sono cosette pratiche  che di solito  si fanno in segreto... Però, come  confermano i  soliti "edotti"  ad Atene si dorme ancora sugli allori.  Né potranno   bastare a un' economia comunque modernamente strutturata,  le dracme - delle leggende metropolitane -   "nascoste nei materassi".   Il che significa che la Grecia  rischia,  in caso di definitiva chiusura   dei rubinetti Ue,  di tornare al baratto.  Fermo restando, che il  valore  della futura dracma “nazionale” (pardon, "sovrana")  schizzerà comunque alle stelle. Rischio di caos politico e sociale alle viste?  Mais  oui!   Poveri greci.  Rimpiangeranno le sfuriate della Signora Merkel e dei banchieri tedeschi.  
Tsipras  ricorda certi  socialisti parolai  novecenteschi,  incapaci di mantenere  promesse catartiche  e perciò condannati  a  diventare prigionieri degli estremisti  o  vittime della reazione.  Insomma, un caso da manuale.   Si tratta di una malattia politica nota come  kerenskijsmo. Ed è nei libri di storia. 

Carlo Gambescia

          
Arma dei Carabinieri (*) 
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2015, addì 22 del mese di gennaio, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di indagine svolta nell'ambito del p.p. n. 19195105 R.G.N.R. -R.R.I.T. nr. 272107, [Operazione congiunta di sorveglianza per sospetta evasione fiscale “VAE VICTISN.d.V.] è stato effettuata, in data 28/06/2015 ore 18.09.36, una registrazione da monitoraggio ambientale presso il bar “CERUTTI GINO’S” di via Gluck 54, Milano, contraddistinta dal progressivo nr. 74. Registrati gli avventori CERNOBBIO GIORGIO, anni 63, impiegato della “Giuseppe Tubi s.a.s.” di Lambrate (MI), incensurato, e TROMBELLI MARIO, anni 67, pensionato, incensurato.
Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione su menzionata:

[omissis]

TROMBELLI MARIO: “Allora Giorgio, bella la pensione?”
CERNOBBIO GIORGIO: “Taci va’, ho un diavolo per capello.”
TROMBELLI MARIO: “Fortuna che sei pelato.
CERNOBBIO GIORGIO: “Beato te che hai voglia di scherzare.”
TROMBELLI MARIO: “Perché, cosa ti è successo?”
CERNOBBIO GIORGIO: “Lo sai, ormai i figli vivono per conto loro, la moglie è in pensione anche lei… insomma, mi ero detto: che ci sto a fare qui, in questa Milano sempre più triste, più sporca, più cara? Andiamo un po’ al sole, al mare, a riposarci, a goderci questi ultimi anni buoni che ci restano…”
TROMBELLI MARIO: “Vai a stare nell’appartamento di Alassio?”
CERNOBBIO GIORGIO: “Mah…andrà a finire così. Peccato, però.”
TROMBELLI MARIO: “Perché invece volevi…?”
CERNOBBIO GIORGIO: “Volevo trasferirmi in Tunisia.”
TROMBELLI MARIO: “Ah.”
CERNOBBIO GIORGIO: “Eh.”
[pausa]
TROMBELLI MARIO: “Certo che adesso, proprio in Tunisia…”
CERNOBBIO GIORGIO: “Per forza. Guarda, era un’idea fantastica: se prendi la residenza in Tunisia, ti fai versare là la pensione - lorda! - e te la tassano con l’imposizione tunisina, che è un terzo dell’italiana. E poi la vita costa la metà, Giorgio! Vendevo l’appartamentino di Alassio, ci compravo una villetta ad Hammamet, con le nostre due pensioni si faceva la bella vita…è pieno di italiani,  i tunisini sono brava gente, si mangia bene…mi compravo anche una barchetta…i figli venivano a fare la vacanze da noi…”
TROMBELLI MARIO: “E invece…”
CERNOBBIO GIORGIO: “E invece niente, mi toccherà di andare in quel buco di Alassio, pieno di vecchi rimbambiti, dove costa tutto un occhio della testa…”
TROMBELLI MARIO: “Non è detta l’ultima parola, Giorgio.”
CERNOBBIO GIORGIO: “Be’ ma sei matto? Quelli lì ti tagliano la testa!”
TROMBELLI MARIO: “Grecia.”
CERNOBBIO GIORGIO: “Cioè?”
TROMBELLI MARIO: “Sentito Tsipras? Fa il referendum, qua la Grecia esce dall’euro.”
CERNOBBIO GIORGIO: “E a me, scusa? Questi falliscono e poi a chi arriva il conto? A noi arriva.”
TROMBELLI MARIO: “Torna la dracma, svaluta al 50%: tu hai la pensione in euro, vivere in Grecia ti costa la metà di adesso, che già costa meno di qua.”
CERNOBBIO GIORGIO: “Però.”
TROMBELLI MARIO: “Sole e mare finché vuoi, posti belli l’imbarazzo della scelta…i greci sono come noi, una faccia una razza …si mangia il pesce, le olive, il formaggio…c’è uno yogurt buonissimo…”
CERNOBBIO GIORGIO: “Ma lo sai che hai ragione?”
TROMBELLI MARIO: “E poi sono anche cristiani, che non guasta. Si sta più tranquilli, no?”
CERNOBBIO GIORGIO: “Eccome.”
TROMBELLI MARIO: “Visto? Non tutto il male vien per nuocere.”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.

M.o  Osvaldo Spengler

(*)  "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Il Maresciallo Osvaldo Spengler, nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”

domenica 28 giugno 2015

La decisione greca di abbandonare i negoziati
Fare i socialisti con il culo degli altri


La Grecia resta in Europa? Esce?  Magari per poi fare marcia indietro?   Vedremo nei prossimi giorni. Invece, per ora,  sono andate perdute altre cose.  In primis,   il buon senso, che è il padre del realismo politico.  E poi,  diciamola tutta, anche l'onestà.  L' Ue e  le sue istituzioni economiche  hanno  mostrato fin troppa comprensione verso un debitore insolvente. Sì, debitore insolvente, o che comunque non vuole onorare.  Infatti,  le persone comuni  che  si sono comprate la casa, pagando fino all’ultimo centesimo  il mutuo,  potrebbero anche risentirsi  per la pazienza finora mostrata verso le sceneggiate di  Tsipras & Varoufakis.  O no?  
Perché di questo si tratta, per metterla giù dura: il leader greco vuole fare il socialista  con il culo degli altri.  La sinistra greca non  vuole pagare il conto. Vuole mangiare a sbafo.  Caricando quanto dovuto sulle spalle degli europei che invece hanno puntualmente pagato i debiti e,  tra poco,  degli stessi greci che pagheranno amaramente la politica demagogica di Tsipras.  Il quale, con l’indizione del referendum sulla proposta dei creditori,  è  scivolato  verso forme  di populismo  da “repubblica delle banane”. Altro che onestà e  buon senso. Il leader  greco cerca investiture  - meglio “coperture” -  popolari per politiche bassamente demagogiche e autarchiche.  Il contrario di ciò che imporrebbe un sano realismo politico. Anche perché, ammesso e non concesso, che  questa  sia la strada giusta,  Peron, aveva la carne e  qualche materia prima, Cuba l’Unione Sovietica,  Chavez il Petrolio. Tsipras, nonostante le vaghe promesse di Putin,  su chi potrà contare?  
Margaret Thatcher diceva che il socialismo finisce quando finiscono i soldi degli altri. Appunto.

Carlo Gambescia   

                         

venerdì 26 giugno 2015

La strage di Tunisi
Morire in costume da bagno



La devastante  immagine dei turisti in costume da bagno,  abbattuti  come cani randagi,  su  una spiaggia tunisina,  lascia senza parole. Ancora una volta la realtà  risulta essere  più  terrificante di qualsiasi fantasia malata.  Si parte, si va in vacanza,  dove si vuole,  felici,   ultimi  acquisti e spese (ultimi,  nel caso, suona veramente male), e poi sole, mare, tuffi:  si tratta di un modello di vita,  libero e gioioso  che ci siamo guadagnati, in Occidente,  con secoli di sacrifici  e di  impegno collettivo e individuale. Del quale dovremmo essere giustamente fieri.   E ora, i turisti  massacrati  sotto l’ombrellone  indicano, non solo simbolicamente,   che quel sistema di vita è in pericolo. 
Che fare con i criminali che uccidono nascondendosi dietro il  nome di Allah ?  
Per  i  terzomondisti invecchiati,  quelli che sputano nel piatto dove mangiano,  dovremmo addirittura chiedere scusa… Per il cristianesimo buonista, pregare e far finta di niente…  Per i politici di orientamento catto-socialista ( i vertici Ue, per intendersi), trattare, trattare, trattare…   Per alcuni parassiti del capitale, provare a   comprarli… Per gli irriducibili illusi  del 1945 e del 1989, cooptarli come  alleati contro gli  odiati Yankee…   Inutile, infine,  interrogarsi  sull'ondivago pensiero di Obama… 
La sola parola guerra fa tremare tutti...   E poi morire per consentire   agli europei  di  andare in vacanza?  Basta cambiare località.   Certo.  Fino a quando però?

Carlo Gambescia


giovedì 25 giugno 2015

Il libro della settimana: Michel Mikaelian, Haigaz chiamava: “Mikael… Mikael...”. Armenia 1915. Una testimonianza, a cura di Alessandro Litta Modignani, postfazione di David Meghnagi, Libri Liberi, Firenze 2015, pp. 100, Euro 16,00. 

http://www.libriliberi.com/shop/psicologia-e-societa/haigaz-chiamava-mikael-mikael/



Il dolore non è comunicabile. È un fatto interiore,  addirittura  intimo, concerne l'Io profondo. come del resto asserisce  la psicologia.  E  quando  avviene  l’esteriorizzazione, l’Altro  tende a tradurre la "rappresentazione" dell'altrui dolore nel linguaggio della propria esistenza: del proprio dolore, come sforzo di "volontà".  Di qui, giudizi, raffronti, gerarchie  o se si preferisce  graduatorie e classifiche...   Gli uomini,  al di là della mitizzata equazione giuridica moderna,  mostrano  di apprezzare   la diseguaglianza  perfino  quando affondano i denti  in  ciò  che Gadda  chiamava -  non sappiamo però quanto sul serio -  la cognizione del dolore.
Qualche lettore  si  chiederà perché il  giro di parole.  Per una ragione molto semplice: l'avvincente testimonianza di Michel  Mikaelian, “Mikael… Mikael...”. Armenia 1915 ( Libri Liberi) fa  riflettere  su quanto quel grido disperato (“Mikael… Mikael...”) del fratellino di Michel, il piccolo Haigaz, due anni, lasciato indietro, solo,  a morire (  vittima di una atroce costante etnologica, che nelle diaspore inevitabilmente  penalizza i più deboli),  possa scuotere il lettore di oggi,  distratto,  ripiegato su se stesso  e, poco o punto,  interessato al  lato oscuro,  etnocidario,  del Novecento, “inaugurato”, se così si può dire,  dal genocidio turco del popolo armeno    
Alessandro Litta Modignani,  bravo curatore,  e  Davide Meghnagi, al quale si deve  la densa postfazione,  credono giustamente  nel risveglio delle coscienze. Detto altrimenti: nell' eterna  forza  di quel grido, come monito per tutti gli uomini:  mai più! E nella giustizia.  Come non essere d'accordo?   
Michel Mikaelian (1901-1984), all’epoca dei fatti  non ancora quindicenne ( poi  medico e cittadino francese con simpatie golliste, il che, per inciso, non stona...), affida  ai posteri le sue strazianti memorie. Il lettore, pagina dopo pagina,   vede cadere,  per mano dei Turchi,  uno dopo l'altro,  gli affetti più cari di Michel: genitori, zii, l'amato fratellino,  ma anche  amici e conoscenti. Un intero mondo , umano e culturale, spazzato via con un colpo di spada.  
Capiranno gli uomini e donne   di oggi  il valore archetipico della  tragedia del popolo armeno? Anticipazione delle novecentesche piramidi di morti? Difficile dire. Di una cosa, purtroppo, siamo certi: al fattore psicologico  che relativizza la sofferenza altrui, rischia di aggiungersi il fattore sociologico. Cosa vogliamo dire?  Che  il nostro è un mondo  affamato  di ciò che   cinematograficamente  viene definito “lieto fine” . E la tragedia armena dopo un secolo attende ancora la parola fine…  La Turchia tuttora  minimizza, sorvola e, se provocata,   nega e  proibisce di parlare dei Ghiavur (infedeli) massacrati nel 1915. Mentre l’Occidente  continua  a guardare  altrove, distratto da interessi strategici.  I morti armeni  non riposano in pace.  Di "lieto" non c'è nulla... E di "fine", ripetiamo,  neppure a parlarne.
Almeno quattro, i piani di lettura, di questo magnifico volume: venticinque, brevi, succosi capitoli, ben suddivisi in quattro dense parti,  più un epilogo, seguendo una scansione cronologica dal basso verso l'alto (discesa agli inferi, per mano turca, lenta risalita verso il paradiso, la Francia democratica via Libano, passando per il purgatorio curdo). Lo storico-politico:  dell’odio turco,  frutto  di  un  obliquo nazionalismo religioso, a sfondo islamista, rozzo e cieco, rivolto contro  una minoranza cristiana, colta e civile; il  sociologico: quale "messa in opera collettiva" - come da manuale -   dell’ aberrante logica etnocentrica,  volta a  cancellare  con le armi  ogni differenza; il filosofico:  della violenza che si sovrappone, distruggendola, alla cognizione ragionevole e ragionante;  il  teologico:  intorno al perché di tanto  male nel mondo. 
L’ultimo aspetto pervade in misura crescente la narrazione di fatti, è bene ripeterlo, realmente accaduti. Michel, pur credendo in un fine superiore,  si interroga incessantemente sulle misteriose  geometrie divine. Senza  mai ribellarsi: tutto accetta,  anche quando, nei momenti più bui, come si legge,   "le orecchie" di Dio sembrano sorde alle richieste di aiuto. Forza del cristianesimo? Certamente. Ma anche debolezza, come vedremo. Prima però un passo indietro.
Ci potrebbe chiedere, laicamente,  se la fede in Dio (quello dei credenti, con l'iniziale maiuscola),  può essere d’aiuto in momenti così tragici. Probabilmente, sì.  Quel difetto di comunicazione, cui accennavamo, non riguarda il dialogo tra l’uomo e Dio.  L’Assoluto è il regno dell’inclassificabile. Dio non fa graduatorie tra gli esseri umani. E  gli uomini - i credenti, ovviamente -  si inchinano ai Suoi Voleri.   Però, per l'appunto, bisogna credere.  E il troppo credere, come in qualche misura mostra  certa “passività” (forse termine  troppo forte...) degli Armeni,  finisce per  favorire il nemico e la propria (quasi) autodistruzione:   il martire cristiano non si batte.  Non muore con le armi in pugno, ma pregando Dio con gli occhi rivolti  verso il Cielo.    
Per un laico, invece,  tutto  sembra  più difficile (per non parlare di un ateo)…  O no?  A dire il vero, una volta accettata la regola laica ( forse più atea che laica...) di un uomo stretto tra il caso e la necessità, ci si siede al tavolo da gioco della vita.  Tradotto:  si sfida la sorte, buona o cattiva che sia (il caso), e  ci si scontra, armati di risorse limitate (la necessità, anche biologica) con il male nascosto dentro gli uomini.  Insomma,  comunque vadano le cose,  si lotta e si  muore  con le armi in pugno.  
Lungi da noi qualsiasi critica. Opporsi ai Turchi, in quelle condizioni (anche di isolamento internazionale),  sarebbe comunque stato inutile.  Nessun rimprovero al colto e civile popolo armeno, ci mancherebbe altro.  Tuttavia, dispiace dirlo ( anche perché sentiamo di essere in cattiva compagnia...),  il cristianesimo, anzi l'etica del cristianesimo, se troppo evangelicamente intesa, talvolta può essere  un peso, come dire,  sul piano "militare".  Almeno nei tempi brevi... Certo, conta il risultato finale,  l'obiettivo.  E i  cristiani, seppure impiegarono tre secoli, alla fine "conquistarono" l'Impero Romano.  Ma i Romani erano politeisti, quindi più manipolabili dal di dentro, attraverso una accorta politica (monoteista) "del carciofo".  I Turchi, invece, monoteisti.  Ma questa è un'altra storia. 

Carlo Gambescia                           




                              

martedì 23 giugno 2015

Pro gender, No gender
Todos illiberali



La manifestazione di Piazza San Giovanni  non c’è piaciuta.  Ma non abbiamo apprezzato neppure le reazioni  degli avversari che hanno tirato fuori il medioevo e l’omofobia. Insomma, todos illiberali.  Ci spieghiamo meglio:  in uno stato liberale  - laico  è altra cosa, da tirannia della maggioranza, tirannia  che, cambiando segno,  può anche  essere confessionale -    ogni cittadino deve  essere libero di  educare ( e far educare)  i propri figli secondo i principi in cui crede.    Perciò il vero  problema è la scuola pubblica  che  rischia di essere usata dai Pro gender  come dai No gender solo per dettare la linea.  Vincente, in un certo momento storico.  E magari a colpi di martello legislativo.  
Che fare, allora?  Chi crede nella cultura gender istituisca  le proprie scuole. Idem per i cattolici, che la  rifiutano. Quel che va  evitato  è l’ imposizione di una  ideologia pubblica “unica”,  confessionale o laica a colpi di leggi (nell’uno come nell’altro senso).  Il male è nello statalismo e nel diritto motorizzato eticamente. Il nemico è lo Stato Etico (di qualunque etica si tratti).
La scuola, insomma andrebbe privatizzata, in toto.  E i tributi  scolastici -  almeno per  gli anni dell’obbligo -  detratti dalle imposte, e  per tutte le “fedi”...
Utopie? Forse.   Dimenticavano… E la  battaglia di civiltà?   Attenzione, che è tale per gli uni come gli altri… Per gli omo come per gli etero.  Perciò va evitata.  Lasciando  libero il cittadino - che non ha bisogno di tutori -   di decidere il proprio bene.   Si chiama liberalismo.
Carlo  Gambescia        
   

               

lunedì 22 giugno 2015

Arma dei Carabinieri (*) 
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2015, lunedì 6 aprile, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio ambientale svolta nell'ambito della procedura riservata n. 642/2, autorizzazione COPASIR 3636/3b [Operazione NATO “SCAMBIAMOCI UN SEGNO DI PACE” N.d.V.] è stata intercettata, in data 21/06/2015, ore 10.23, una conversazione intercorsa tra S.S. SANCHO I, e il R.P. LOMBARDOZZI, addetto stampa Stato Vaticano. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:

[omissis]


S.S. PANCHO I: “Secondo te com’è andata?”
R.P. LOMBARDOZZI: “Un trionfo, Santità”
S.S. PANCHO I: “Non esageriamo.”
R.P. LOMBARDOZZI: “Pura verità, Santo Padre. E’ piaciuta a tutti.”
S.S. PANCHO I: “Ai tradizionalisti mica tanto.”
R.P. LOMBARDOZZI: “A quelli non va mai bene niente.”
S.S. PANCHO I: “Eppure, a volte…[pausa]”
R.P. LOMBARDOZZI: “A volte?”
S.S. PANCHO I: “A volte mi chiedo…Ieri ho incontrato il Papa emerito che passeggiava in giardino, gli ho chiesto che ne pensava dell’enciclica e lui mi ha risposto una cosa che…mah.”
[pausa]
R.P. LOMBARDOZZI: “Che cosa le ha detto, Santità?”
S.S. PANCHO I: “Mi ha detto: ‘Divento vecchio, divento piccolo.’ Poi mi ha fatto quel suo sorrisino da tartaruga, e ha continuato: ‘Come la Chiesa.’ Non l’ho capita, non c’entra niente!”
R.P. LOMBARDOZZI: “Be’, Santo Padre, l’umana fragilità della vecchiaia…il Papa emerito è pur sempre un uomo, e non può andarne esente.”
S.S. PANCHO I: “Sì sì. Però…perché vecchia, perché piccola, la Chiesa? Cosa c’entra? Non ho insistito abbastanza sui migranti, sui poveri, sui giovani? Sulle nuove esigenze, i nuovi tempi? Sul nuovo mondo che ha bisogno di nuova guida? Sulle novità della scienza e della tecnologia? A me sembrava che…”
R.P. LOMBARDOZZI: “Santità! Questi sono scrupoli. L’enciclica è chiarissima in proposito, e tutti l’hanno capito e sottolineato.”
S.S. PANCHO I: “Sarà. Ma poi perché quel sorrisino? Senza ironia, capisci? Come un sorrisino…un sorrisino di pietà, ecco.”


Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.o  Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Il Maresciallo Osvaldo Spengler, nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”

domenica 21 giugno 2015

Destra e Sinistra, un tentativo di spiegazione terra-terra
Così è se vi... piace

di Carlo Pompei





Una frase può essere ascrivibile ad una ideologia? o addirittura ad un totalitarismo?
Certo, se si tratta di frasi univoche che, richiamando punti fissi, sono incasellabili in specifiche "categorie politiche".
Tutte quelle frasi che hanno un sapore progressista saranno quindi contrapposte a tutte quelle che mirano ad una conservazione dello status quo.
Non a caso le "rivoluzioni" si immaginano sempre a sinistra: se vuoi cambiare non puoi essere conservatore, anche se esistono le eccezioni.
Vediamo.
In realtà, in ogni rivoluzione, un nuovo ordine ne scalza uno vecchio e si serve del popolo per attuare il progetto.
Progressisti e conservatori si alternano in un balletto eterno, talvolta scambiandosi di ruolo al fine di perpetuare l'esercizio del potere.
Oltre questi cardini inamovibili per natura stessa della politica, vi sono le sfumature.
ln democrazia la sinistra si presenta più "morbida" che negli ordinamenti ispirati alle dittature comuniste.
La destra, invece, mantiene quell'intransigenza "coerente", ma controproducente che, appunto, consente alla controparte di operare una serie di appropriazioni indebite pescate nel circondario: dall'anarchia (non governo) ad alcune forme di socializzazione a senso unico del bene comune passando per l'equivoco sul "corporativismo" sfociato (semplificando) nel sindacalismo inutile dei giorni nostri.
Otterremo, quindi, ricchi padroni contro operai proletari che si confrontano per affermare i loro estremi intendimenti. 
Ma quanto è distorta ed abusata questa visione?
Tuttavia, il preambolo ci serviva per giungere ad una celebre frase che può essere attribuita all'una o all'altra parte in funzione della sua formulazione. 
Ovviamente si parla di libertà. 
Si tratta della frase resa famosa da Martin Luther King, spesso riportata con la formula buonista preferita dalla sinistra, ovverosia: la MIA libertà finisce dove inizia la VOSTRA.
Analizziamo. 

Porsi come singolo ed iniziale detentore di libertà (MIA) pronto a rinunciarvi in favore di una comunità (VOSTRA), è tipico delle strutture di linguaggio usate da coloro che vogliono ottenere un consenso.
Riformulare la frase senza cambiarne il senso, ma rovesciandone l'ordine, inverte anche i significati sociopolitici.
Se dico: la TUA libertà finisce dove inizia la MIA, il tono bonario e remissivo diventa di colpo minaccioso.
Nell'immaginario collettivo il primo esempio restituisce l'illusoria impressione di un monarca pronto ad aprire le porte del suo castello all'ultimo servo della gleba, mentre nel secondo sembra che ogni ponte levatoio sia pronto per essere issato a difesa della proprietà privata.
Eppure le due frasi significano la medesima cosa.
Ora guardatevi intorno e ridisegnate la vostra realtà, ma fatelo obiettivamente.

Carlo Pompei



Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level”.

giovedì 18 giugno 2015

Il libro della settimana: Paolo Ferrari, Alessandro Massignani, 1914-1918. La guerra moderna,  Franco Angeli, Milano 2014, pp. 288, Euro 29,00.  


http://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?CodiceLibro=1573.437


Si può parlare  della  guerra in una società “debellicizzata” come la nostra ?  Dove la pace è giudicata un bene non negoziabile? No.  Ed eventualmente, come se ne potrebbe parlare?  Male.  A questo (e altro) pensavamo leggendo  1914-1918. La guerra moderna (Franco Angeli),  volume con documenti inediti, curato da Paolo Ferrari e Alessandro Massignani,  storici universitari. 
A onor del vero  Ferrari e Massignani  hanno prodotto un volume interessante, da leggere. Perché  la “Grande Guerra”,  vista  in particolare  dal fronte italiano,  è analizzata  come fenomeno collettivo, economico e tecnologico. Detto altrimenti:  il taglio dell’indagine è di tipo storico- sociologico.  Un approccio  che consente  alla scansione cronologica (capitoli 1 e  7: come si giunge all’intervento 1914-1915; crisi e vittoria 1917-1918), di  cedere elegantemente  il passo all’analisi spettrale delle trasformazioni sociologiche (capitoli 2-3-4-5-6: la trincea; la guerra tecnologica e industriale; il nemico, dal punto di vista militare; la guerra in cielo e in mare; la  gestione di  un esercito di massa). 
Ecco un esempio, anche stilistico, del modus operandi  di  Ferrari e Massignani. La citazione è lunga ma merita.

Non [si] deve dimenticare la logica militare ed  economica  sottesa alla continua pressione esercitata sul nemico anche con attacchi in apparenza inefficaci.  Le guerre tradizionali,  di breve durata,  erano condotte  attingendo le risorse  necessarie dai materiali prodotti negli arsenali in tempo di pace. Già nei primi mesi  dopo lo scoppio del conflitto mondiale, la guerra  di trincea iniziò ad assorbire risorse crescenti (in particolare munizionamento di ogni tipo), svuotando  le riserve  e ponendo una nuova necessità: provvedere con la produzione corrente al rifornimento del fronte. Si andò  in questo modo affermando il fenomeno delle offensive  garantite soltanto  da un precedente accumulo  gigantesco  di munizioni e la cui durata era commisurata dalle scorte. La guerra iniziò così  a richiedere la mobilitazione di settori sempre più vasti  dell’industria e poi di tutta l’economia e via via si trasformò   in un confronto tra sistemi industriali ed economici. L’esito del conflitto sempre più finì  per dipendere dalla crisi del sistema militare e industriale del nemico. Da qui la necessità  di esercitare al fronte una pressione continua  sul nemico, per costringerlo a impiegare  fino in fondo il propri sistema industriale e portarlo  a un collasso che si sarebbe  manifestato con l’incapacità di opporre  risorse adeguate in uno o nell’altro  punto del fronte. In questa prospettiva, anche attacchi percepiti  come inutili, così come le grandi  battaglie, che costarono un numero di morti mai visto in tutta la storia europea avevano lo scopo di mettere in crisi l’avversario concentrando al fronte grandi risorse materiali nonché accettando  che decine se non centinaia di migliaia i soldati morissero.                                 


Uomini come carne da cannone. O se si preferisce: proletariato militare. Insomma, niente di nuovo sul fronte Occidentale...  Però resta un problema:  l’insistenza sulla  questione  della “logica” (le cose sono più forti degli uomini), che pure ha un suo fondamento - e asseriamo questo da sociologi mai pentiti -   rischia di  appiattire  le grandi  ragioni ideali, che pure ci furono, come provò , prima, durante e dopo,  il carattere  mazziniano  e risorgimentale dell’interventismo liberaldemocratico e socialriformista: difensore del principio di nazionalità per tutti,  e non  del nazionalismo autoreferenziale.   Ad esempio Bissolati ( di cui Mursia  ha ripubblicato  il Diario di Guerra*),  non figura neppure nell’Indice dei nomi.  
Insomma,  non neghiamo che il volume racchiuda tanto  materiale significativo  (documenti ufficiali, rapporti militari, testimonianze pubbliche e private, raccolte di dati statistici),  ben introdotto e ottimamente inquadrato, però…   Ecco, c’è un però:  l’ottica storiografica  di fondo  è da articolo 11 della Costituzione (perdendo forse d’occhio l’articolo 52…):  quel “tagliare”  con tutte le guerre risorgimentali (e non), e di conseguenza anche  con la Prima,  per i suoi  pennacchi imperialisti;  guerra  che per giunta avrebbe condotto al fascismo, di cui l’interventismo, anche quello democratico,   non poteva non essere l’ inevitabile e gelatinoso  incunabolo…  Per  la riprova  delle  critiche qui avanzate rinviamo alla bibliografia in calce al volume (comunque, dignitosa): a parte l’imprescindibile Piero Pieri (un vero  caposcuola),  niente  De Felice, molto Collotti;   Rochat e Isnenghi  a pioggia,  Romeo, altro caduto, ex post,  sul Carso storiografico.  Stupisce  quel Piero Melograni  (Storia politica della Grande Guerra 1915-1919),  che  chiude, come l'ultimo sfollato di Caporetto,  gli studi generali sull’Italia  (p. 275): grande  libro  quello di Melograni . Clio avrebbe gridato vendetta.
Naturalmente,  tutte le opinioni, anche quelle storiografiche sono lecite. Ci mancherebbe altro.  Del resto è comprensibile che chiunque  “tifi”  per la pace,  sia portato a demonizzare  gli ultrà della guerra. E viceversa.   Tuttavia, un saggio storico,  che per giunta  desideri a un  pubblico più largo, dovrebbe mettere a confronto tesi diverse, anche  opposte. O comunque, come dire, proporsi una terza via storiografica  di equidistanza  tra  visioni  differenti ( e poi  programmi di ricerca). Esemplari al riguardo restano  le  bellissime di  pagine di Rosario Romeo (L’Italia e la prima Guerra mondiale, Laterza  1978,  pp. 141-160).   Sintetizzando,  né Remarque né Jünger.  O no?



Carlo Gambescia

lunedì 15 giugno 2015

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2015, lunedì 6 aprile, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 765/2, autorizzazione COPASIR 8932/3a [Operazione NATO “ASCOLTO FRATERNO” N.d.V.] è stata intercettata, in data 12/06/2015, ore 13.32, una conversazione intercorsa tra le utenze di Stato: n. 345**** in uso a S.E. FINZI MATTIA, e 367***, in uso a SENSINI FABIO, consulente per la comunicazione della Presidenza del Consiglio.  Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:

[omissis]

S.E. FINZI MATTIA: “Col machete?!
SENSINI FABIO: “Col machete.”
S.E. FINZI MATTIA: “Ma chi sono questi?!”
SENSINI FABIO: “Mara Salvatrucha. Una gang internazionale, nata in El Salvador al tempo della guerra civile. In tutto saranno un 50.000.”
S.E. FINZI MATTIA: “E che ci fanno qui da noi?”
SENSINI FABIO: “Si impiantano con i migranti latinos, hanno fatto così anche in America.”
S.E. FINZI MATTIA: “E quando leticano tirano fuori il machete?”
SENSINI FABIO: “Se per questo fanno anche il traffico di armi per i cartelli della droga. Il machete, è la loro subcultura.”
S.E. FINZI MATTIA: “Subcultura ‘sto par di coccole…sai quanti voti porta a Saltini, il loro machete?”
SENSINI FABIO: “Certo. E infatti noi passiamo alla modalità riduzione danni.”
S.E. FINZI MATTIA: “Sarebbe?”
SENSINI FABIO: “Intanto il controllore il braccio non lo ha perso.”
S.E. FINZI MATTIA: “E va bè.”
SENSINI FABIO: “Poi mi hanno appena telefonato che ne hanno arrestati due, e il terzo è già identificato.”
S.E. FINZI MATTIA: “Sì, ma non è che poi me li mettono in libertà provvisoria, eh? No eh?”
SENSINI FABIO: “Questo lo sai che non te lo posso garantire. Ci possiamo mettere una parola, ma se trovano il giudice che si commuove…”
S.E. FINZI MATTIA: “Come si commuove?! Questi staccano un braccio col machete al controllore perché non hanno il biglietto, e il giudice si commuove?”
SENSINI FABIO: “Sono ragazzi, Mattia. Vent’anni. Se trovano il giudice fissato col valore rieducativo della pena, potrebbe anche mandarli a piede libero. Il carcere non è che sia tanto rieducativo, sai com’è.”
[pausa]
S.E. FINZI MATTIA: “Com’è che hai detto?”
SENSINI FABIO: “Che il carcere non è…”
S.E. FINZI MATTIA: “No, prima. Che sono…”
SENSINI FABIO: “ Che sono ragazzi?”
S.E. FINZI MATTIA: “Ecco! Sono ragazzi! Bisogna battere su questo, che sono ragazzi.”
SENSINI FABIO: “[pausa] Bravo. Veramente bravo, mi rubi il mestiere. Certo, sono ragazzi, testa calda, marginalità, il branco…insomma, sono dei bulli.”
S.E. FINZI MATTIA: “Esatto, dei bulli, come quelli che a scuola molestano i gay, rubano i telefonini…solo che rispetto ai nostri sono più…più…”
SENSINI FABIO: “Più svantaggiati, perfetto. Poi vengono da una cultura machista, bigotta…vanno rieducati, integrati…”
S.E. FINZI MATTIA: “Però il machete, non c’è che dire: stona.”
SENSINI FABIO: “E’ vero. Intanto si può battere sul fatto che il coltello, l’italianissimo coltello, non è meno mortale del machete…”
S.E. FINZI MATTIA: “Sì, tutto giusto, ma il machete, sai…anche per via del cinema, della televisione, con quei film sui messicani pazzi col machete…fa paura, il machete.”
SENSINI FABIO: “In fin dei conti, è poi uno strumento di lavoro. Serve a tagliare la canna da zucchero.”
S.E. FINZI MATTIA: “Ne vedi tanta di canna da zucchero sui treni? A Milano?”
SENSINI FABIO: “Faccio per dire. E’ vero che il machete colpisce l’immaginario.”
S.E. FINZI MATTIA: “L’immaginario.”
SENSINI FABIO: “Mattia, scusa: pensiamo a quel che si può fare. L’immaginario si cambia, la realtà no.”
S.E. FINZI MATTIA: “Hai ragione, scusa tu.”
SENSINI FABIO: “Figurati. Io per adesso direi che la riduzione del danno si fa così: il controllore non ha perso il braccio, tutti arrestati, ragazzi, svantaggiati, subcultura, bullismo, machismo, religiosità fanatica, coltello uguale machete. Poi facciamo parlare i sociologi da salotto, gli psicologi delle Asl, i mediatori culturali e gli antropologi dal singhiozzo facile: integrazione, rieducazione, inclusione, eccetera. E piano piano il machete lo facciamo scivolare in secondo piano, vedrai che di qua alle prossime elezioni se lo scordano tutti. ”
S.E. FINZI MATTIA: “Mi pare buono. E se li mettono a piede libero?”
SENSINI FABIO: “Allora passiamo al piano B.”
S.E. FINZI MATTIA: “Che piano B?”
SENSINI FABIO: “Nessuno, mica esiste il piano B. Però se li mettono fuori tu dici così: ‘Allora passiamo al piano B’ . Fa sempre impressione il piano B, lo dicono nei film americani.”
S.E. FINZI MATTIA: “Il piano B. Mi piace.”
SENSINI FABIO: “Sì, però mi raccomando: non esagerare col piano B. Lo tiri fuori solo in caso di emergenza, sennò dai e dai se ne accorgono che non esiste.”
S.E. FINZI MATTIA: “Tranquillo. [pausa] E se lo preparassimo davvero, il piano B?”
SENSINI FABIO: “Dici sul serio, Mattia? No, perché qua il piano B sarebbe la denuncia di Schengen, controlli veri alle frontiere, riforma del codice penale con riduzione delle garanzie per gli imputati, mano libera alla polizia…”
S.E. FINZI MATTIA: “Eh.”
SENSINI FABIO: “Allora vado così?”
S.E. FINZI MATTIA: “Vai così.”
[SENSINI interrompe la comunicazione]
S.E. FINZI MATTIA [tra sé]: “Il piano B…forte, il piano B…”

Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.o  Osvaldo Spengler

(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Il Maresciallo Osvaldo Spengler, nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”


giovedì 11 giugno 2015

Il libro della settimana: Mario Arturo Iannaccone, Persecuzione. La repressione della Chiesa in Spagna fra Seconda Repubblica e Guerra Civile (1931-1939), presentazione di Vincente Cárcel  Ortí,  Lindau  Torino 2015, pp. 624,  Euro  34,00.



http://www.lindau.it/schedaLibro.asp?idLibro=1547


Di Mario Arturo Iannacone (*), storico e kulturkritiker di solido stampo cattolico,  ricordiamo sempre con piacere  Cristiada  (Lindau 2013): denso studio storico sull’insurrezione dei Cristeros messicani, fra il 1925 e il 1929,  punta di lancia di una società costretta a reagire alla  violenta  opera di  scristianizzazione  imposta  dall'alto. Una coraggiosa pagina di storia della libertà. 
All’epoca  ci augurammo che Iannaccone,  dopo una così notevole prova,  tornasse  sul tema, alzando il tiro per occuparsi  della Spagna della Seconda Repubblica -  la “Segunda” -   che per ferocia repressiva,  probabilmente,  andò oltre lo “stadio messicano”. E siamo stati accontentati: Persecuzione. La repressione della Chiesa in Spagna fra Seconda Repubblica e Guerra Civile (1931-1939), pubblicato sempre per i tipi di Lindau, è un lavoro eccellente, serio, documentato,  equilibrato, che non fa sconti  a nessuna vulgata ( di destra o di sinistra). Dieci capitoli ben scritti e costruiti;  una rigorosa  appendice con  la lista dei 1523 (presto 1545) martiri di Spagna,   punta  dell' iceberg  dei circa diecimila caduti per ragioni di fede (tra clero regolare, religiosi/e, laici); un’eccellente bibliografia, inclusiva dei documenti filmati e sonori;  una ricca e ben scelta iconografia.Senza dimenticare la nitida presentazione di Vincente Cárcel  Ortí,  autorità in argomento: si veda in lingua italiana, l'acuta sintesi, Buio sull'altare. La persecuzione della Chiesa in Spagna (Città Nuova 1999).
Ma entriamo nel merito. Ecco, a nostro avviso, alcuni punti interessanti che connotano l'analisi di Iannaccone.  
Il primo. Lo slittamento verso la  la repressione, una vera e propria scristianizzazione,  non inizia con la Guerra Civile, 1936, ma con l’instaurazione della Repubblica, 1931:  istituzione  non  puramente  laica ma ferocemente laicista e giacobina. 
Il secondo. La Chiesa spagnola,  pur  non essendo un esempio di progressismo (cosa del resto storicamente comprensibile, si era negli anni Trenta del Novecento, non nei "conciliari" Sessanta), tentò  fino all’ultimo di mediare con la Repubblica,  tuttavia  né la sua pazienza,  né la sua disponibilità furono mai prese in seria considerazione.
Il terzo. La Santa Sede, dalla nascita della “Segunda”  alla  vittoria di Franco, tenne un atteggiamento prudente e in qualche misura attendista, probabilmente troppo ( si pensi al costante rifiuto del termine "cruzada", pur apprezzato e condiviso da molti spagnoli): il Vaticano temeva  di sporcarsi le mani con “los fascistas”  pur paventando “ los rojos”.  Scelta, ancora oggi,  imbarazzante: quella di una Chiesa che sceglie di non scegliere...  Iannaccone, a dire il vero, tiene a freno l'animo ( e la lingua)  del kulturkritiker   non rigirando  più di tanto il coltello nella piaga. Ma si intuisce che morde il freno. E che forse (nostra supposizione) il suo pensiero corra  a certi sconcertanti atteggiamenti post-conciliari...   Longue durée  braudeliana, anche nella storia politica o  événementielle ? Ce la caviamo con una battuta. 
Il quarto. I fautori dell’Alzamiento,  nel regolare i conti,  non furono meno feroci  dei repubblicani: la repressione fu durissima,  tuttavia -  si tratta di dato incontrovertibile - non  furono le destre a cominciare.  Ciò  non ne  giustifica gli eccessi,  ma spiega la temperatura al calor bianco  dello scontro politico, sociale e militare.  Le reazioni storiche,  da che mondo è mondo,  se e quando vogliono vincere, non possono non sviluppare, per così dire,  un potenziale di fuoco contrario e superiore a quello prodotto dalle azioni intraprese dal nemico.  Il meccanismo politico a spirale  azione-reazione a qualche anima bella potrebbe apparire meccanico.  Eppure se ci si pensasse prima...   
Il quinto.  Iannaccone  traccia, capitolo per  capitolo (in particolare i primi sei, una ghiottoneria, anche per lettori consumati), un' avvincente ricostruzione, quasi cinematografica, del progressivo  slittamento verso la guerra  civile.  E cosa più importante, del conseguente trapasso dal giacobinismo repubblicano al  totalitarismo di matrice  sovietica,  di cui faranno le spese i gruppi anarchici  e trotskisti.  Anch'essi, forse, avrebbero potuto pensarci prima... 
Il sesto. Si parla, a tale proposito, e con grande profondità sociologica,  della "militarizzazione della società  e di logica della violenza ". Tradotto: il livello dello scontro, come prova Iannaccone, cresce, per progressive mutazioni non di specie ma di grado, fino al punto che  i bersagli della repressione non sono più rappresentati dalle  singole persone,  ma dalle classi-capro-espiatorio cui esse appartengono. Di qui, la distruzione olistica - simbolica e fisica al tempo stesso -  di chiese, scuole, monumenti e opere d'arte. E in primis dei preti, visti come   archetipica,  gelatinosa e ripugnante  entità collettiva:  il prete come  "Nemico del popolo" e "Negatore del progresso".  Tra l’altro, la parte iconografica, racchiude alcune foto sulle sacrileghe distruzioni che lasciano senza parole per l' efferatezza di modalità,  fermate per sempre sulla pellicola.      
Il settimo.  Sono “smontati” uno per uno (senza per questo opporne altri, magari di segno opposto, si pensi  come esempio non propriamente positivo all’opera divulgativa di Pio Moa) i miti della propaganda repubblicana nelle sue varie salse politiche. Solo per ricordarne alcuni: i preti che avrebbero  sparato dai campanili (leggenda metropolitana cara, da ultimo, a Ken Loach); il presunto carattere liberale della Spagna repubblicana: totalmente inventato, almeno per coloro che  credono nel liberalismo politico di  Constant, Tocqueville, Ortega  (tra l'altro opportunamente citato per la bomba "libertaria" ricevuta a domicilio) e della Restauración spagnola (certo, con alcuni prodromi anti-liberali); lo pseudo-libertarismo anarchico,  così  celebrato al cinema e in letteratura, che in realtà, come documenta Iannaccone, iniziava e finiva  sulle canne dei fucili.   
Concludendo,  un’opera  da  leggere,   meditare  e   tenere sempre a portata di mano.   Si può chiedere di più a un libro di storia?

 Carlo Gambescia                                                    




(*)  Per saperne di più  si veda  il suo interessante sito : http://www.marioiannaccone.com/wordpress/ .             


lunedì 8 giugno 2015



Arma dei Carabinieri (*) 
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2015, lunedì 6 aprile, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito del p.p. n 2367105 R.G.N.R. -R.R.I.T. nr. 34986, [Operazione “FINE PENA MAI”, N.d.V.] in data 06/06/2015, ore 16.00, è stata effettuata una intercettazione ambientale presso il domicilio di BERNASCONI SILVANO. Presenti il detto BERNASCONI SILVANO E  DUDU’ [cane barboncino registrato in proprietà di NATALE FRANCESCA, convivente del sunnominato BERNASCONI SILVANO]. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:

[omissis]


BERNASCONI SILVANO: “L’hai poi sentito Saltini?”
DUDU’: “Mi ha telefonato ieri.”
BERNASCONI SILVANO: “Bè?”
DUDU’: “Ehem…”
BERNASCONI SILVANO: “Dai!”
DUDU’: “Mi ha detto: ‘Digli che è stato il più grande di tutti…’ “
BERNASCONI SILVANO: “Come ‘ è stato ’? Sei sicuro che ha detto così?”
DUDU’: “Sì.”
BERNASCONI SILVANO: “E poi?”
DUDU’: “ ‘…ma il tempo passa per tutti.’ ”
BERNASCONI SILVANO: “Bastardo!”
DUDU’: “Ma come ti permetti?!”
BERNASCONI SILVANO: “Ma no, bastardo lui, non te. Avanti, vai avanti.”
DUDU’: “Poi mi ha detto, ‘per lui ci sarà sempre un posto da presidente d’onore, ma deve fare un passo indietro…’ “
BERNASCONI SILVANO: “Sì, un passo indietro nel burrone…”
DUDU’: “ ‘altrimenti…’ “
BERNASCONI SILVANO: “Altrimenti?”
DUDU’: “ ‘Altrimenti resterà …’ No, guarda, non ce la faccio.”
BERNASCONI SILVANO: “Eh no, adesso mi dici tutto!”
DUDU’: “ ‘ …altrimenti resterà solo come un cane.’ “
BERNASCONI SILVANO: “Ah.”
[pausa]
DUDU’: “Silvano?”
BERNASCONI SILVANO: “Eh?”
DUDU’: “Ma è vero che tu mi vuoi vendere?”
BERNASCONI SILVANO: “Cooosa? Ma cosa ti viene in mente?!”
DUDU’: “No, sai…è che dopo, Saltini mi ha detto una cosa…”
BERNASCONI SILVANO: “Cioè?”
DUDU’: “ Mi ha detto, ‘Visto che ha venduto anche il Milan? Quei calciatori erano amici suoi, dei suoi figli…giravano sempre per casa, a pranzo e a cena, serviti e riveriti… Se ha venduto loro, prima o poi vende anche te.’ “
BERNASCONI SILVANO: “Che omuncolo schifoso, che pezzente! E tu? Non gli avrai creduto, spero!”
DUDU’: “No no…[pausa] Però…”
BERNASCONI SILVANO: “Però?”
DUDU’: “Devo pensare al mio futuro, Silvano! Tu ormai hai una certa età…”
BERNASCONI SILVANO: “Dudù!”
DUDU’: “I tuoi figli non mi sopportano! Quando tu non guardi mi tirano i calci, mi rovesciano la ciotola dei croccantini…cosa ne sarà di me quando tu…”
[lunga pausa]
BERNASCONI SILVANO: “Finisci. Abbi almeno il coraggio di finire.”
DUDU’: “Saltini… Saltini mi ha promesso un posto in Regione Lombardia.”
BERNASCONI SILVANO: “Cosa vuoi fare te in Regione? Il cane da guardia? Ma se sai solo mangiare e perdere del pelo!”
DUDU’: “Lo vedi che non mi sai apprezzare? Altro che cane da guardia, Saltini mi ha promesso un posto da Presidente.”
BERNASCONI SILVANO: “Ma roba da matti. Presidente di cosa?”
DUDU’: “Della PAC, Protezione Animali Cristiani. Lo sapevi tu, che per i mussulmani noi siamo animali impuri? Che ci ammazzano così, come cani? Cos’hai fatto tu per proteggerci, eh? Niente hai fatto.”
BERNASCONI SILVANO: “Hai accettato.”
[pausa]
DUDU’: “Mi vengono a prendere stasera. Con l’auto blu.”
[lunga pausa]
BERNASCONI SILVANO: “Non voglio vederti mai più.”
DUDU’: “Silvano, non prenderla così…”
BERNASCONI SILVANO: “Vai via, via!”
[DUDU’ esce. Pausa]
BERNASCONI SILVANO: “Dudù! Ti perdono, Dudù! Non mi…[pausa. Scoppia in singhiozzi.] “



(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

Il Maresciallo Osvaldo Spengler, nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”



domenica 7 giugno 2015

Mafia Capitale, 44 nuovi arresti
Carminati e Buzzi, 
i nipotini di  Lord Beveridge

Beveridge nipotini

Che c’entra Lord  Beveridge  con  Carminati e Buzzi?   Che relazione ci può essere tra il padre nobile  dello Stato Sociale Britannico ( e poi europeo) e due  volpi, per ora in gabbia,  nello spillare e lucrare su contributi e appalti pubblici?
Semplice. Più stato, più burocrazia,  più corruzione…  Ma come Lord Beveridge, non era l’economista che  nei lontani anni Quaranta del Novecento difese a spada tratta le politiche di  protezione sociale e  la  piena occupazione?  Appunto.  Negli anni Dieci del Ventunesimo secolo, in base alla  stessa logica assistenzialista,   per Carminati e Buzzi  un “migrante” da  “proteggere” e ’inserire”  vale un euro al giorno…  Prezioso "latte"  da “mungere” - si legge -   come vampiri attaccati alle mammelle delle sacre vacche pubbliche.  
Per non parlare di quel che è accaduto, stando ai giudici,  in  altri settori misti pubblico-privato, altro bel regalo concettuale di Lord Beveridge:   sanità, rifiuti, manutenzione.  Insomma, in quelle zone grigie  dove inevitabilmente alligna la corruzione (*). In qualche misura quel  "mondo di mezzo", teorizzato proprio da Carminati (**).  E per uscirne le manette non bastano.  Il problema è strutturale: lo stato deve fare un passo indietro. Soluzione  semplicistica?  Forse (***). Ma,  se è vero che le tentazioni fanno l’uomo ladro, allora  occorre “tagliare” le tentazioni:  a Beveridge si deve sostituire Hayek.  Serve una scossa.
Certo, va ammesso che Lord  Beveridge  era animato dalle migliori intenzioni. Infatti, per i buonisti di sinistra è tuttora un mito  (****).  Ma, ironia della sorte,  Carminati e Buzzi, laureatisi nelle aule della strada e del  carcere,   discendono “per li rami” proprio  dal  dottissimo  Rettore dell’University College di Oxford.  Nipoti degeneri?Mah...  Un albero si giudica dai suoi frutti.   
Forse, si potrebbe parlare di modello beveridigiano,  straccione, all’italiana. Ma modello beveridgiano rimane.

Carlo Gambescia