venerdì 29 maggio 2015

Il libro della settimana: Mario Missiroli, La monarchia socialista, Le lettere, Firenze 2015, pp. 138, Euro 15,00 ( recensione a cura di Teodoro Klitsche de la Grange) .  

http://www.lelettere.it/site/e_Product.asp?IdCategoria=&TS02_ID=1960


Una nuova edizione, impreziosita da un’introduzione di Francesco Perfetti ed arricchita di un’appendice (tra cui è bene ricordare la recensione a suo tempo scritta da Giovanni Gentile ed il breve saggio di Adriano Tilgher) di un libro famoso (pubblicato nel 1913). La sintesi che fa Tilgher del libro è esemplare per chiarezza e concisione “La storia del Risorgimento italiano e della terza Italia è per Missiroli un capitolo di storia delle religioni. Il problema della nuova Italia non consisteva, infatti, solo nel cacciare lo straniero dalla penisola e nel fondere in uno i sette Stati in cui era divisa, ma nel costituire l’Italia a Stato moderno liberale, inteso lo Stato moderno liberale come comunità spirituale, sostanza etica dei cittadini…Ora uno Stato così concepito è assolutamente inconciliabile con la Chiesa cattolica” per cui “il problema del Risorgimento italiano è problema essenzialmente religioso. E come tale lo sentirono gli uomini della Destra storica. Ma esso non trovò la sua soluzione né poteva trovarla in un Paese rimasto cattolico nell’anima e che non aveva avuto la sua Riforma religiosa, che non aveva sostituito alla visione cattolica la visione idealistica della vita, alla sovranità del dogma la sovranità della ragione… Uno stato simile non poteva avere vita interiore e profonda: poteva fare amministrazione, non politica” e prosegue “Attraverso il trasformismo di Depretis e di Giolitti la monarchia riesce ad affogare la politica nell’amministrazione e a soffocare ogni contrasto politico, ogni lotta di partiti, ogni battaglia ideale”. Così nella recensione, Gentile (sulla “Critica” del 20/05/1914) ritiene che la tesi di Missiroli è “che la rivoluzione italiana non è stata una vera e vitale rivoluzione, perché non è stata preceduta da una rivoluzione religiosa e s’è risoluta quindi in un movimento politico artificiale, senza basi, senza radici nello spirito del popolo”; ma, sostiene il filosofo, il difetto del saggio è “quale che sia l’importanza che si voglia attribuire al problema religioso, esso è un solo problema, cioè un solo aspetto della vita d’un popolo, e della vita dello spirito, come pare che implicitamente ammetta lo stesso Missiroli; e ridurre quindi tutta la Storia d’Italia dal ’48 in poi al solo problema religioso non può significar altro che volerla considerare da un punto di vista unilaterale, astratto, insufficiente”.
A rileggere il libro a oltre un secolo di distanza, e facendo uso di concetti che le “scienze umane” hanno elaborato (prevalentemente) dopo che fu scritto, ciò che è stimolante nell’opera è riconducibile ai concetti di legittimità ed integrazione come principali chiavi di lettura del Risorgimento e dello Stato unitario (non solo quello monarchico, ma anche il successivo repubblicano).
Il Risorgimento italiano, diversamente dall’unificazione – quasi contemporanea – della Germania, non fu fatta solo contro l’Altare ma anche contro i Troni. Diversamente da quanto fece Bismarck (e da quello che aveva in mente Cavour) i sovrani degli Stati pre-unitari furono detronizzati e i loro territori annessi. L’unificazione apparve, a buona parte dei loro sudditi, come guerra di conquista. A cui seguì una lunga guerra partigiana nel mezzogiorno continentale, le cui conseguenze non sono ancora state del tutto riassorbite. Bismarck ebbe l’accortezza di costruire uno Stato (il Reich) sopra quelli esistenti e non al posto di questi. I vari monarchi tedeschi continuarono a regnare pur se subordinati al potere imperiale, Ciò evitò guerre civili e contribuì alla legittimità dell’Impero, dato che i vecchi sovrani, oltre a regnare nei loro possedimenti, erano rappresentati al vertice dell’Impero tramite il Reichsrat. Guglielmo Ferrero notò che la monarchia nazionale dei Savoia godeva, al contrario, di una quasi-legittimità, ossia di una legittimità monca e dimidiata, riconosciuta da solo una parte della popolazione. Da allora questa è stata caratteristica dello Stato unitario: la Repubblica e in particolare il regime nato dalle elezioni del 1948 non aveva il consenso di circa metà degli elettori italiani (sommando l’opposizione – maggioritaria – di sinistra a quella di destra). Crollato il comunismo, il fazionismo (male storico italiano) si è ripresentato come antiberlusconismo; nella fase contemporanea al non expedit del cattolicesimo post-unitaria si è sostituito il non liquet di elettori che non vanno a votare, il quale si aggiunge al voto ai partiti anti-sistema.
Pertanto il problema principale cui rivolsero l’attenzione i più attenti governanti dello Stato unitario, fu quello dell’integrazione: come integrare in quello la parte degli italiani che lo rifiutavano.
La politica di Giolitti, che cercò – e in parte riuscì – nel blandire i socialisti con concessioni (prevalentemente) economiche, e i cattolici con altre, ma soprattutto evitando motivi (e pratiche) in contrasto, culminata nel patto Gentiloni, ne fu un esempio. Come lo fu quella di Mussolini, con lo sviluppo di uno Stato assistenziale e il concordato con la Chiesa. Alla stessa esigenza d’integrazione si deve l’impianto – ormai - invecchiato della Costituzione repubblicana.
Missiroli comprese ciò solo a metà, come d’altra parte molti intellettuali allo stesso contemporanei. Se è vero che una riforma e una sensibilità religiosa è il miglior sostegno per il reggimento politico, occorre comunque praticare l’arte della politica, la quale, secondo Giolitti era simile a quella del sarto: che se ha un cliente gobbo, deve cucire un vestito con la gobba. Se non lo fa, il vestito è mal riuscito. Lo Stato unitario ha sempre avuto la gobba, in parte a causa del carattere, dell’inclinazione e delle passioni degli italiani, in altra per il modo in cui è nato. E non è affatto sicuro né allora, né, tantomeno, ora, che fare dell’idealismo tedesco-napoletano, dello Stato etico la “religione civile” (a parte il problema decisivo del riuscirvi) sia la cura di quella gobba.

Teodoro Klitsche de la Grange

giovedì 28 maggio 2015

Matrimoni gay. Atto Terzo (*)
E i figli dove li metto?



L’amica Tere Gamez, sforzandosi addirittura di scrivere in italiano (lei messicana, che brava!) ha forse  posto la questione più interessante e in termini molto semplici, direi elementari: che ne sarà dei figli all’interno del matrimonio gay?
Ogni ragionamento in argomento si muove su fragili palafitte.  Dal momento che si tratta di un fenomeno recente, poco studiato, e se indagato (ad esempio, con riguardo alla situazione spagnola) la base osservativa è troppo ridotta (temporalmente e quantitativamente) per dare giudizi esaustivi.
Pertanto,  anche  a causa dei vuoti  empirici, ogni “partito”  tira la classica coperta troppo corta dalla propria parte, rilanciando  di volta in volta su argomenti religiosi, etici,  filosofici (la questione della tecnica) storici, antropologici, psicologici e psicoanalitici.  Argomenti,  anche per le mie ridotte competenze,   nei quali non desidero entrare.  Per abitudine di vita, parlo solo di ciò che conosco,  o  se si preferisce, che ho studiato. Fermo restando, ovviamente, il  mio giudizio sull'inutilità delle discussioni di "primo livello".
Diciamo che forse  proprio per  il deficit nella letteratura sociologica in argomento, la politica - una politica rigorosa che si documenta e studia prima di decidere -   avrebbe dovuto procedere più lentamente sulla via del riconoscimento, cercando di  evitare, su temi tra l’altro culturalmente molto caldi,  le prove muscolari  a colpi di democrazia maggioritario-referendaria (che attenzione è un’arma a doppio taglio, perché ora vale per coloro che sono a favore, ma di qui a qualche anno potrebbe altrettanto valere per coloro che sono contro): il voto talvolta se troppo divisivo, può essere l’anticamera  della guerra civile, ossia delle pallottole.  Le democrazie dovrebbero essere in qualche modo protette da queste derive elettorali. Ma questa è un’altra storia.     
Del resto,  come  ignorare che  una volta “passato” il matrimonio, sarebbe “passata” anche la richiesta di poter avere  prole? Grave imprevidenza "politica", insomma.  Di qui,  i noti problemi e preoccupazioni, soprattutto per i credenti e per  difensori delle famiglia -  come si legge - senza aggettivi.
Come ho cercato di mettere in luce nei  precedenti articoli, sotto il profilo sociologico, il  principale problema è rappresentato dal costruttivismo sociale, che è alla base  del contemporaneo stato-macchina dei diritti: più diritti, più regole, più regole  più amministrazione, più amministrazione più burocrazia, più burocrazia più ritardi,  corruzione,  errori procedurali e, dulcis in fundo,  tasse. Inoltre, l’implementazione dei diritti dall’alto, favorisce un meccanismo a spirale di tipo emulativo, per il quale tutti si sentono autorizzati  a sfidare lo stato, non per surrogarlo,   ma  per ottenere un qualche  riconoscimento a spese degli altri gruppi e comunque di tutti i cittadini: perché, sia chiaro, lo stato dei diritti sociali ha costi crescenti, per alcuni inarrestabili.
Si dirà i diritti sono il sale democrazia. Giusto. E che  se non si sperimentano nuove forme di aggregazione sociale, mai si potrà valutarne gli effetti. Altrettanto giusto. Però, come mi chiedevano ieri altri amici lettori (Buffagni, Pompei, Ermini)  deve esistere un qualche limite all'arroganza umana. Sì, un limite c’è, di fatto, sociologico:  ed è quello del crescente potere dello stato-leviatano (in tutte le sue forme storiche, dall’Impero allo stato moderno per elencarne solo due),  fenomeno ricorrente nella storia,  prima causa di corruzione e decadenza.
Che fare? Auto-organizzarsi, fin dove possibile ovviamente, ma  al di fuori della forma-stato, senza pietire alcun riconoscimento pubblico.  Si pensi al processo storico che ha portato alla tradizione del Common law o che è dietro la gestazione della Lex mercatoria.   Puntare insomma sullo spontaneismo sociale, rivalutando i patti privati, le associazioni private, i giurì, eccetera. Se famiglia gay dovrà essere, che si parta dalle piccole e libere  comunità, senza alcun riconoscimento pubblico. Sperimentazione, come nella storia sociologica dei gruppi  religiosi, ovviamente non solo cristiani.   Naturalmente,  accettando i rischi  dell’imprenditore “sociale”, come quando si cerchi di conquistare nuovi  mercati (se ci si passa la metafora):  nessuna scelta  è gratis,  nessuno può garantirne la riuscita, né, peraltro,  ci si deve stupire del fatto che gli oligopoli sociali esistenti  tentino, a loro volta, di  boicottare la nascita di un  nuovo soggetto. La vita sociale  è  rischiosa.  E la libertà implica  senso di  responsabilità.   
So benissimo che nei paesi di Diritto romano, con forti tradizioni statali (qualcuno direbbe stataliste), quanto ho appena detto è considerato utopistico. E nell’attuale situazione, probabilmente lo è.  Però francamente - esprimo un’opinione personale (di primo livello) -  non vedo alternativa  allo stato-macchina dei diritti, se non quella di ritornare, sul piano cognitivo,  allo studio ( e apprezzamento) delle origini dei processi sociali, come fattori  di spontaneo mutamento, e, sul piano pratico, alla libera e creativa auto-organizzazione  dei diversi gruppi sociali,  quale  meccanismo capace di creare e gestire  diritti, guadagnati sul campo,  senza  elemosinarli  da alcuna autorità costituita.  Basta, insomma, con lo stato etico e amministrativo, di qualsiasi colore politico sia: fascista, comunista, laico, cristiano, maomettano, eccetera.  

mercoledì 27 maggio 2015

Una puntualizzazione sul referendum irlandese e sul matrimonio gay
Costruttivismo vs Spontaneismo?



Il mio post  sul sì irlandese ai matrimoni gay ha suscitato un interessante, vivace e tutto sommato civile dibattito (*).  Che tuttavia, come capita su Fb, si è “sfilacciato” in corso d'opera.  Per quale ragione?  Perché si è usciti dal  “seminato”  sociologico (descrittivo)  per andarsi a incagliare  in quello etico (normativo).  Vorrei invece qui dimostrare che il "livello" sociologico consente di porre alcuni problemi  fondamentali,  sui quali è necessario riflettere.
Piccola premessa: sul piano sociologico, possiamo individuare due precisi approcci alla conoscenza e all’’agire sociale,  costruttivismo e  spontaneismo.
L’approccio costruttivista, come dice la parola stessa,  non crede nell’autonomia del sociale: la società non è un farsi (da sola) ma un fatto  (calato dall’alto). Ciò che è bene per il singolo  viene deciso e implementato dall’alto verso il basso.
L’approccio  spontaneista, come dice il termine stesso,  si fonda sull’autonomia del sociale: la società è un farsi, attraverso un processo evolutivo-selettivo. Ciò che è bene per il singolo viene deciso e veicolato dal basso verso l’alto.        
Diciamo che l’approccio costruttivista, sul piano economico, corrisponde all’economia di comando mentre  lo spontaneista alla mano invisibile.
Ora, dietro le culture (opposte) che si scontrano sui matrimoni gay, quali tipi di approcci è possibile individuare?
Siamo dinanzi a due visioni costruttiviste?  Fino a un certo punto.  Perché ad esempio la cultura  di genere  indica nel divenire sociale  la riprova delle trasformazioni avvenute circa il giudizio delle persone sulle famiglie omo  Tuttavia, anche la cultura avversa,  ad esempio la cattolica, designa  nel divenire sociale, la  prova provata   dell’impermeabilità della famiglia etero.
Allora?  Diciamo che sono due costruttivismi che  si dichiarano interpreti ultimi ( o "utilizzatori finali") dello spontaneismo sociale.  Un mix di  costruttivismo-spontaneismo.  Detto altrimenti, il processo evolutivo-selettivo del sociale (spontaneismo) viene in qualche modo piegato all’implementazione dall’alto (costruttivismo).
Stando così le cose, dare ragione agli uni o agli altri resta questione di valori e credenze personali nel senso ( e significato) della storia.  Anche se - onestamente -  va fatta un’osservazione, di non secondaria importanza.  Il costruttivismo  allo stato puro  non gode di buona fama, soprattutto nella nostra epoca ( come mostrano gli  orrori del totalitarismo), dove i poteri dello stato tendono a dilatarsi in misura crescente, favoriti dallo sviluppo  tecnologico e  supportati dal principio di legittimità democratica ancorato al voto di maggioranza.
Di qui,  la necessità di tutelare le minoranze dissenzienti, evitando derive costruttiviste.  Ma come? Si pensi al referendum irlandese,  i vincitori  lo considerano  una specie di giudizio di dio, inappellabile, come  quelli medievali.  Già  Tocqueville, come è noto,   mise in guardia  contro i pericoli insiti nella  tirannia della maggioranza. Però,  si dirà,  meglio  i voti che le pallottole.  Giusto. Tuttavia si dovrebbe avere il buon senso (penso alle élite dirigenti) di non forzare, di evitare le forti contrapposizioni e soprattutto di non  porre - un minuto prima o un minuto dopo -  la macchina statale dei diritti al servizio, per così dire, dello  spoils system dei vincitori.  Per contro si dovrebbe confidare  nella spontaneità del sociale e nella capacità dei singoli di capire liberamente, senza interventi dall’alto e politicizzazioni, ciò che è bene per se stessi. 
Si tratta di un processo più lento, complicato, e in definitiva  più  liberale.


             Carlo Gambescia   


martedì 26 maggio 2015

Elezioni spagnole di domenica scorsa, 24 maggio 2015.  Intervista a Jerónimo Molina
Fine di un ciclo




Jerónimo Molina  è professore di Politica Sociale  presso l’Università di Murcia. In lingua italiana sono usciti alcuni suoi studi, tra i quali ricordiamo il brillante saggio  su  Röpke. È uno spagnolo alto, elegante, dall’eloquio fluente e riflessivo.  Lettore onnivoro...   Assistere, come mi è capitato a una sua lezione, è come  osservare un cervello al lavoro. Uno spettacolo. Fortunati i suoi studenti.    Gli rivolgo alcune domande sul terremoto politico di domenica. Siamo amici,  anzi più che amici...  Però  userò il lei.  Siamo tutti e due all’antica.
Professore,  i popolari spagnoli,  salutano e non ringraziano gli elettori...

Buona battuta. Il presidente Rajoy  ha praticamente  affondato il suo partito. Si pensi alle grandi promesse elettorali:  di  abbassare le imposte, di  cambiare o modificare  le  leggi, ideologicamente faziose,   di Zapatero ( laicismo educativo-scolastico  imposto dall’alto; matrimonio omosessuale,  aborto quasi libero), di  riorientare la politica contro il terrorismo.  Lungi dal far questo, il Partito Popolare ha massacrato  fiscalmente le classi medie,  ha recepito l’ingegneria sociale à la Zapatero, giudicata intoccabile e ha iniziato a scarcerare i terroristi dell’ETA, per giunta   in modo massiccio e ricorrendo ad argomentazioni puramente legalistiche.  Sullo sfondo, purtroppo, di una inarrestabile corruzione politica...  Una tragedia.

Ma siamo in Italia o in Spagna? Il quadro da lei tracciato,  ha per me, italiano, qualcosa, di  familiare... 

Non mi piace giudicare gli altri.  Poi amo molto l’Italia. Alcuni miei lavori, come lei  ha ricordato sono usciti nella lingua di Dante.   E talvolta, come un soldato del Tercio, mi piace ripetere a me stesso:  “España mi natura, Italia mi ventura, Flandes mi sepultura”... Però  atteniamoci alle elezioni spagnole...  Dell’Italia,  parleremo un’altra volta. E  bene. Magari in occasione di un mio viaggio a Roma.

Capisco...  Ne sarei felice.  Torniamo a noi:  i socialisti?  

Per gli stessi motivi,  il PSOE non ha recuperato voti. Anzi.  Se il Partito Popolare è in  grave crisi di identità,  come del resto comprova questa famosa osservazione di Rajoy: “Chi sogna  un  PP conservatore o  liberale si prepari a fare i bagagli”,  anche il PSOE non è da meno.  Ha mostrato di non avere alcuna strategia. Infatti  imitare, e malamente,  il giovanilismo e la demagogia  della nuova sinistra, emergente,  non ha dato il risultato sperato. Del resto otto anni di Zapatero sono una eredità pesante.  Difficile risollevarsi.

Quindi largo alle forze politiche giovani...  Che ne pensa della vittoria di PODEMOS?

Sotto questo aspetto, il successo di PODEMOS é  indiscutibile.  Soprattutto perchè  poggia su un discorso politico, come in Spagna  non  si vedeva da anni.   Resta da capire,  nonostante  la retorica bolivarista dei suoi dirigenti - quasi tutti professori universitari che non brillano per  preparazione - fino a che punto PODEMOS riuscirà a  insediarsi nella Spagna rurale.

Perché?

La Spagna,  più o meno come altri paesi europei,  è una nazione in declino. Principalmente culturale.  Però non fino al punto  di accettare senza ribellarsi  la proibizione delle processioni  della Settimana Santa!  Anche se...   

Cosa vuole dire? 

Ad esempio,  Siviglia,  si pensava,   potrà  accettare  la sparizione di 1000 milioni di euro, frutto di corruzione interna al partito socialista,  ma  non il fatto  che la candidata di PODEMOS a presiedere  la Giunta Andalusa   potesse  porre  dure  obiezioni laiciste  al culto della  Vergine della Macarena...   Invece,  rischiamo  di dover  vedere  anche questo...   Di sicuro, il maggior apporto  dell’Università spagnola -  a voler essere onesti, solo  di una parte  -  sembra essere quello di un gruppo di professori, che senza capire bene come,  si sono trasformati  in pseudo-consiglieri -  se non addirittura in aspiranti capi e capetti -   di  Evo Morales, Chavez o Maduro locali:  tutti  rivolti  “a manomettere la  Costituzione del 1978”.           

C’è anche un  altro partito che ha vinto le amministrative...

Sì, Ciudadanos o  Ciutadans.  Si tratta di un partito di centrodestra,  nato in Catalogna quale reazione alla politica di apartheid antispagnola del nazionalismo catalano.  Non si può capire la nascita di questa forza politica,  senza conoscere dettagli come la proibizione delle corride in Catalogna e l’impossibilità di studiare spagnolo nelle sue  scuole pubbliche.  Ideologicamente indefinibile, Ciudadanos  si propone di  parlare  alle classi medie, nel tentativo di  riunificarle.  In meno di dei mesi, come partito,  è riuscito a darsi una struttura nazionale.  Il suo leader ha sostenuto che nessun nato prima del 1978 (anno di approvazione della Costituzione vigente)  dovrebbe dedicarsi alla politica...   Insomma che tutto ebbe  inizio nel 1978...   Ma è serio sostenere certe tesi?  Chi le ricorderà, tra un  mese o un anno?  Oppure quando si voterà a novembre per le politiche?  Mah...

E sul piano esplicativo? Perché  questa crisi?  Può approfondire?

Diciamo che la tesi preferita e ricorrente è quella delle due Spagne.  In effetti, il voto urbano va a sinistra,  il rurale no.  Però, si tratta di una tendenza che risale alla Rivoluzione francese... Nulla di nuovo sotto il sole.   Inoltre, il voto  “conservatore” (intendendo con questo termine il voto ai partiti classici: PP e PSOE)  predomina  nelle fasce  di età  dei  45-50 anni,  mentre i più giovani preferiscono i partiti cosiddetti emergenti. 

Quindi, se le cose stanno così, non si può parlare di fine del bipartitismo?

Certo. Perchè farne il capro espiatorio di tutti i mali spagnoli, quando più del 50 per cento  dei voti si concentra sui due partiti principali, PP e PSOE?  Casualmente, proprio in questi giorni sto leggendo la teoria dei periodi politici di  un suo illustre concittadino, Giuseppe Ferrari...

Giuseppe Ferrari, un grande pensatore sociale.  Purtroppo, ecco la riprova che  nessuno è profeta in patria... Da noi, in Italia,  è finito  nel dimenticatoio... Perciò fa   piacere che qualcuno ancora lo legga e apprezzi.   Comunque diceva?  

Scrive Ferrari: “ad ogni trentennio un nuovo dramma si presenta […] e si risaliamo più oltre, noi vedremo i governi regolarmente rovesciati a capo di trent’anni da mutazioni dove tutto cambia, dalla favorita del re sino al suo confessore”. ..  Come non trovare conforto in tali  parole.   Tutto sommato, il  “dramma”  delle elezioni di domenica,  per molti una specie di maremoto dalle conseguenze incalcolabili - da Rajoy all’ultimo deputato o consigliere regionale, orfani del loro modus vivendi  -   non è che una normale conseguenza...

Io direi “costante”...

Giusto. Una “costante” politica, o metapolitica, se preferisce... Sono suo lettore...

E anche traduttore...  Lasciamo però perdere i birignao tra di noi... Che ai lettori..

Certo. Dicevo, per riallacciarmi, alla saggezza politica di Ferrari, che si tratta  di una costante della vita politica: il rinnovamento delle élite.  Che pertiene non soltanto alla politica  democratica o partitocratica. Ma al “politico”: ogni trenta o quarant’anni  il contado  cambia... e cambiano anche i contadini che di esso fanno parte. Parafrasando Pessoa, se guardo al presente con attenzione, scopro che è già passato.

Conclusioni?

Siamo dinanzi  alla lex aeterna del ciclo politico.  Il passato che in qualche misura  torna sempre.  Le elezioni di domenica costituiscono una ulteriore  tappa  verso  la “degradazione” pluralista  del potere dello Stato: dopo Franco,  piaccia o meno, lo Stato Amministrativo, lo Stato delle classi medie, eredità della dittatura,  è finito nel tritacarne della  democrazia .  Insomma,  il ciclo politico spagnolo,  iniziato nel  triennio 1976-1978,  sventolando la bandiera del  decentramento,  ora   rischia di  ammainarla,  dinanzi alle devastanti  tendenze  centrifughe, insite nel sistema stesso.  Infine,  alla tensione separatista o indipendentista,  “marchio di fabbrica”, come appena ricordato, della Costituzione vigente,  va   sommata la tensione  di un sistema  di fatto ingovernabile per la estrema frammentazione partitica,  ma anche a causa della  nascita e sviluppo  di partiti  che si basano, come dire,  sul  cupio dissolvi  dell’ auto-odio spagnolo.  
( a cura di Carlo Gambescia © )   



lunedì 25 maggio 2015

Arma dei Carabinieri (*) 
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2015, lunedì 6 aprile, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 642/2, autorizzazione COPASIR 3636/3b [Operazione NATO “SCAMBIAMOCI UN SEGNO DI PACE” N.d.V.] è stata intercettata, in data 24/05/2015, ore 11.32, una conversazione intercorsa tra l’ utenza dello Stato Vaticano n. +379.321***** in uso a S.S. SANCHO I, e l’utenza n. +353. 345**** in uso a S.E. PADDY O’MARTIN, Arcivescovo di Dublino (Repubblica d’Irlanda). Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:

[omissis]

S.S. SANCHO I: “Be’?! E questa come me la spieghi?”
S.E. PADDY O’MARTIN : “Santità, cosa vuole che Le dica, è andata così….”
S.S. SANCHO I: ”Non te la cavi così facile! E Il monachesimo irlandese? San Brendano, San Colombano, Sant’Aidan? Mi evangelizzate l’Europa nel V secolo, e poi mi calate le braghe davanti a questa movida del diablo? Combattete per secoli contro i protestanti, e vi arrendete davanti a questi qua?”
S.E. PADDY O’MARTIN: “Scusi, Santità: ma non l’ha detto Lei ‘Chi sono io per giudicare?’ Abbiamo suggerito, deprecato, pregato, sofferto, e poi abbiamo lasciato libertà di coscienza.”
S.S. SANCHO I: “Mi prendi in giro?”
S.E. PADDY O’MARTIN: “Non sia mai, Santo Padre.”
S.S. SANCHO I: “Perché non mi chiami Santo Genitore Uno?”
[pausa]
S.E. PADDY O’MARTIN: “Sono più forti loro, Santità. Non possiamo batterli, bisogna trattare.”
S.S. SANCHO I: “Trattare cosa?! Questi si mettono a fabbricare los ninos por el dinero! E’ un’opera del diablo!”
S.E. PADDY O’MARTIN: “La vita è sempre sacra, Santità. Non le vogliamo battezzare, queste creature?”
S.S. SANCHO I: “Sì, figurati se le fanno battezzare!”
S.E. PADDY O’MARTIN: “Eppure, chissà…il fascino del cerimoniale, della tradizione…quando si diventa genitori, sono cose che si riscoprono…”
S.S. SANCHO I: “Questo è vero, ma...”
S.E. PADDY O’MARTIN: “Santo Padre, sono costernato come Lei. Ma questo è un bagno di umiltà per noi, per la Chiesa…. Le ho già inoltrato la mia lettera di dimissioni.”
S.S. SANCHO I: “Dimissioni respinte. Invece mi prepari un progetto di campagna per il battesimo di questi nuovi….come dire?”
S.E. PADDY O’MARTIN: “Bambini, Santità. Non sono forse bambini anche loro?”
S.S. SANCHO I: “Be’, certo.”
S.E. PADDY O’MARTIN: “E i loro genitori, per quanto fuorviati, per quanto inconsapevoli, per quanto lontani, non li ameranno forse, i loro bambini?”
S.S. SANCHO I: “Immagino di sì.”
S.E. PADDY O’MARTIN: “E dove c’è l’amore, Santità, c’è la presenza del Cristo. Le vie del Signore sono infinite.”
S.S. SANCHO I: “Mah. Speriamo bene. La campagna però dev’essere perfetta, capito? Perfetta! Niente sbagli, niente critiche, niente sbavature!”
S.E. PADDY O’MARTIN: “Mi metto subito al lavoro, Santità.”
S.S. SANCHO I: “Sia lodato Gesù Cristo.”
S.E. PADDY O’MARTIN: “Sempre sia lodato.”
S.S. SANCHO I: [chiude la comunicazione. Tra sé:] “Poderoso caballero es Don Dinero[1].”


Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.o  Osvaldo Spengler





(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)

[1] “Potente signore è Don Denaro.” (Quevedo).


Il Maresciallo Osvaldo Spengler, nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”

domenica 24 maggio 2015

Nozze  gay, a Dublino vincono i sì
Nulla di nuovo sotto 
l'azzurro cielo d’Irlanda


In Irlanda hanno vinto  i gay…   Auguri.   Di  singolare -  ma non per il sociologo -  c’è una cosa: per quale ragione  dal  brodo culturale della liberazione sessuale,  tipico del 1968 e antiborghese per eccellenza, sia scaturita una cultura, borghesissima,  delle "catene" matrimoniali... 
Di solito sono date due spiegazioni.
Alcuni ritengono, che  il Sessantotto, contrariamente a quel che si crede,  sia stato una rivoluzione infraborghese: dei figli di papà, pronti  a tornare all’ovile, una volta accontentati. Altri invece,  che il Sessantotto abbia fatto parte di una rivoluzione più ampia, di origine ottocentesca, non rivoluzionaria  ma riformista e  democratica,  legata alla cultura dei diritti a pioggia.
Diciamo che tutte le rivoluzioni sono borghesi,  soprattutto se vogliono fruttificare, ossia mantenere e conservare le conquiste.  Del resto i processi sociali  - come il sociologo sa bene -  attraversano due fasi: quella dello stato nascente e quella della istituzionalizzazione. Quindi, per tradurre,  anche la libertà sessuale, massima all’inizio, durante la magmatica fase  rivoluzionaria,  tende poi a confluire nell’alveo più sicuro della normalità istituzionale.  Il che spiega perché i gay  vogliono  mogli, mariti e figli.
Certo, sul piano normativo, l’idea di normalità  può variare: quel che è normale per gli uni è  anormale per gli altri... Ad esempio, per alcuni l’idea stessa di liberazione sessuale è sbagliata e pericolosa.  Per altri invece ha valore assoluto e “progressivo”.  Diciamo che il residuo sessuale (Pareto), storicamente e sociologicamente parlando,  finora ha navigato nelle acque protette  della famiglia etero: una forma di  “incanalamento” che ora si vuole estendere ad altre tipologie  di  famiglia. È giusto? È sbagliato? È questione di valori. E credenze personali.
Il vero punto è che la libertà sessuale passa, la famiglia resta. E ciò significa - ecco la costante metapolitica -  che in ogni rivoluzionario si nasconde  un conservatore. Meditate gente, meditate.

Carlo Gambescia                 

                                     

sabato 23 maggio 2015

Youth - La giovinezza di Paolo Sorrentino
Effetto Oscar



Effetto Oscar ( ennesima versione del bandwagon effect): Sorrentino ha "servil(l)izzato" Michael Caine e Harvey Keitel: da Toni Servillo,  quello  che cafonamente, lui, il profeta, si presentò  a ritirare  l' Oscar  di un altro, in compagnia dell'altro, il Messia dell'anticafonal... Ottimo esempio di coerenza. Anche però,  nel senso di trasformare Caine e  Keytel in pallidi servi di un  mediocre regista da  megaspot...   Invece, la corazzata  Fonda (già Hanoi  Jane)  è affondata da un pezzo,  per conto suo.  Nel lago dorato (ultimo film decente).  Tutto il  resto, per dirla con un fine dicitore (vero),  è noia. 
Insomma, da quel che abbiamo visto  -  anche se Sorrentino negherà -   siamo davanti al remake das auto de “La montagna incantata,   in chiave  di cinismo magico postmoderno, con pendant di cinema che parla di stesso (ma Truffaut  sta a De Gaulle come Sorrentino a  De Lorenzo), profittando di alcuni cocoon al caviale (ma Ron Howard  sta a Nixon come Sorrentino a Guglielmo Giannini). Povero Thomas Mann (che non è, come del resto Proust,  un pilota automobilistico).   
Ovviamente,  nessuno ci capisce, e capirà,  un cazzo.  Oggi chi legge Mann?  Proust, sulle bancarelle te lo tirano dietro a cinque-euro-il-meridiano  Mancano gli strumenti. Purtroppo.   
E poi,  chi oserà criticare un premio Oscar?  Quindi il film di Sorrentino sarà un altro successo. Proprio come quelli di Tornatore…   


Carlo Gambescia   

venerdì 22 maggio 2015

Il cancro si può vincere, grazie al professor  Enrico Cortesi 
Non solo Emma (Bonino)



Il cancro si può contrastare e vincere. Alla autorevole testimonianza di  Emma Bonino(*), vorrei aggiungere la mia.  Una persona a me cara,   in cura da circa un anno presso la stessa unità del Policlinico Umberto I di Roma che segue l’ Emma nazionale,  sta decisamente meglio. Anche il suo - di non simpatico visitatore -  è   scomparso.  Notizia bellissima, comunicataci  circa una settimana fa dal  professor  Enrico Cortesi,  primario di Oncologia B:  uomo dagli splendidi baffi, che nell’aspetto e  modi ricorda un  elegante ufficiale  britannico dell’ Ottocento.  Un soldato di altri tempi, che nella dura battaglia contro il cancro,  a spada sguainata e fra i proiettili che fischiano,  comanda, con ferma e consumata abilità,  i suoi  coraggiosi Royal Gurkha Rifles, in camice bianco.  Non mi dilungo sulle metodologie di cura  (un mix “personalizzato” di  chemio e radioterapia), perché finirei  per  parlare  di cose che non conosco. Che però funzionano…  Ecco il punto. E anche per tanti altri pazienti.
Invece posso, anzi devo parlare, di quel supplemento di  dolcezza che  anima Oncologia B, sentimento che pervade  volontari, medici, infermieri (uomini e donne), trasformando una austera caserma  umbertina  nell’ angolo più confortevole  del salotto di casa.  Del resto i Gurkha   del professor Enrico Cortesi  salvano vite.  Non uccidono.  Un risvolto,  bello e possibile, che potrebbe piacere al vecchio Kipling…     
Insomma, non solo Emma.   Grazie a tutti. 

Carlo Gambescia  

      


lunedì 18 maggio 2015


La riflessione
Il corpo del cittadino
di Giuliano Borghi




Il consolidarsi dello Stato Moderno Europeo, mentre da un lato riesce a porre fine alle guerre a giustificazione religiosa e a normalizzare il conflitto civile, da un altro lato afferma la concezione personale e patrimoniale della Sovranità. Da quel momento la sovranità sta nel corpo del re e il sovrano è tale in quanto è il titolare e colui che esercita la sovranità. Il re fornisce il suo corpo al regno ed è nel suo corpo e nelle sue mani  che i diritti e gli interessi dei sudditi e i diritti e gli interessi dello stesso monarca riposano uniti. Il monarca fa corpo con il regno, fa tutt’uno con la sovranità. E tale assolutezza rimane anche quando dovesse ritenere, per un qualsiasi motivo, di affidare ai suoi politiques il temporaneo e parziale esercizio del governo. I sudditi, a dire il vero, sono assenti e possono solamente assistere come spettatori passivi alla maestosa recita della sovranità sulla nuova scena del mondo. Si ha qui la prima sequenza della concezione moderna della Sovranità.
Nell’autunno della forma assoluta della Sovranità, si apre la seconda sequenza di essa, quella impersonale. Ora, con la Rivoluzione Francese,  viene proclamato titolare della sovranità il  popolo. Il popolo è una sola cosa, “popolo in corpo”, ed è tutt’uno con la sovranità che è legittimato ad esercitare.  Solo che, mentre sotto il monarca il  rapporto tra re e sudditi era diretto e trasparente, ora questo rapporto continua a sussistere, ma notevolmente offuscato.
Il popolo, in effetti, è solo un nome astratto, che non coincide né con il singolo cittadino, né con la  somma dei cittadini, e neppure con i suoi rappresentanti politici, anzi supera la loro concretezza esistenziale al punto tale che se tutti dovessero scomparire, sopra questo vuoto continuerebbe ad aleggiare il popolo e l’impersonalità della sua potenza. Definiti “cittadini” e non più sudditi del re, gli uomini del popolo continuano tuttavia ad essere sudditi, formalmente titolari della Sovranità, ma nei fatti aggregato passivo ristretto nella gabbia di uno spettro giuridico-finanziario. Sostenere che il popolo ubbidendo alle leggi ubbidisce a se stesso è un mero artifizio retorico. Formalmente lo Stato traduce giuridicamente il popolo, ma quelli che prevalgono, e governano, sono gruppi ristretti che, proclamandosi “rappresentanti”del popolo impongono i loro vizi privati come pubbliche virtù. Lo Stato, è vero che legittima il suo principio nel “popolo” e attraverso la legge giustifica la sua autorità su di esso. Ma il corpo concreto mediante il quale vive, se non è più quello del re, non è neppure quello dei cittadini. E’ piuttosto l’insieme degli apparati politici, giuridici, militari, finanziari a fornire il tessuto reale nel quale si reifica l’entità astratta dello Stato.
Più ancora, la dimensione patrimoniale della sovranità del popolo è stata recisa dal foro pubblico e consegnata, nei penetrali privati delle banche e delle borse,  nelle mani di affaristi e finanzieri per costituzione e per statuto indifferenti alla res publica.
Il vero sovrano  è  unicamente colui che decide. Se al posto dei Cittadini sono ben altri a decidere, è evidente che è solo una letale mistificazione affermare che in “democrazia” sovrano è il popolo, perché giustificherebbe un sistema che il popolo, invece,  uccide.
Occorre puntare, pertanto, ad una ulteriore sequenza della sovranità, che la veda incarnata nei corpi concreti dei singoli cittadini, che si fanno metafora organica della Città e dove  il presupposto dell’esistenza dello  Stato risieda nell’essere  comunità personale e patrimoniale dei Cittadini.
 Sarebbe sufficiente porre come punti fermi che:
. la proprietà dei beni dello Stato venisse attribuita ai Cittadini
. il reddito del capitale dello Stato, mezzo con il quale si rende reale il godimento della proprietà       comune, fosse distribuito ad ogni cittadino come suo pieno diritto soggettivo
.  la moneta divenisse proprietà dei cittadini all’atto della sua emissione
. la cittadinanza fosse un privilegio civico che si deve meritare attivamente e continuamente e che non si può acquistare, una volta per tutte, come una carta di credito, o come mera conseguenza automatica di un ius solis e neppure di un ius sanguinis.


Giuliano Borghi


Giuliano Borghi, docente di filosofia politica nelle università di Roma e Teramo. Ha pubblicato studi su Evola, Platone, Nietzsche, il pensiero tragico e la filosofia della crisi.  Si occupa in particolare dei rapporti tra pensiero politico ed economico dal punto di vista dell'antropologia filosofica.

Arma dei Carabinieri (*)
Nucleo di Polizia Giudiziaria di [omissis]
VERBALE DI INTERCETTAZIONE DI CONVERSAZIONI O COMUNICAZIONI
(ex artt. 266,267 e 268 C.P.P.)
L'anno 2015, lunedì 6 aprile, in [omissis] presso la sala ascolto sita al 6o piano
della locale Procura della Repubblica, viene redatto il presente atto.
VERBALIZZANTE
M.O Osvaldo Spengler
FATTO
Nel corso dell'attività tecnica di monitoraggio svolta nell'ambito della procedura riservata n. 765/2, autorizzazione COPASIR 8932/3a [Operazione NATO “ASCOLTO FRATERNO” N.d.V.] è stata intercettata, in data 23/04/2015, ore 11.32, una conversazione in teleconferenza intercorsa tra le utenze di Stato: n. 321***** in uso a S.E. MACCARELLA PINO, n. 345**** in uso a S.E. FINZI MATTIA. Si riporta di seguito la trascrizione integrale della conversazione summenzionata:

[omissis]

S.E. FINZI MATTIA: “Chi è stato?!”
S.E. MACCARELLA PINO: “Lascia perdere.”
S.E. FINZI MATTIA: “No, tu lo sai e me lo devi dire! Amanti, quel serpente, lo so che è stato lui!”
S.E. MACCARELLA PINO: “Lascia perdere, Mattia, non farti il sangue cattivo.”
S.E. FINZI MATTIA: “Con un voto mi fanno saltare il bilancio, e io lascio stare? Dove li trovo quindici miliardi per le pensioni?”
S.E. MACCARELLA PINO: “La Consulta può sbagliare, Mattia, ma la nostra Costituzione è…”
S.E. FINZI MATTIA: “…la più bella del mondo, sì…”
S.E. MACCARELLA PINO: “No.”
S.E. FINZI MATTIA: “Ah no?”
S.E. MACCARELLA PINO: “La più bella del mondo di ieri. La più bella del mondo di domani è la Costituzione Europea.”
S.E. FINZI MATTIA: “Ma non esiste!”
S.E. MACCARELLA PINO: “Appunto: ho detto del mondo di domani. Che c’è di più bello di una generosa aspirazione, di un sogno, di un’utopia? Pensa, per dire, al cristianesimo.”
S.E. FINZI MATTIA: “Sì, ma scusa, io che ci faccio con l’utopia? I soldi non li ho, sforare con l’Europa non posso, come gliela racconto ai pensionati? Quelli votano per noi!”
S.E. MACCARELLA PINO: “Ma benedetto ragazzo, a cosa credi che servano le generose aspirazioni, i sogni, le utopie?”
S.E. FINZI MATTIA: “Cioè tu dici…”
S.E. MACCARELLA PINO: “No, tu dici: ‘I giovani! Cari pensionati, pensiamo ai giovani, ai nostri giovani…’ “
S.E. FINZI MATTIA: “…la disoccupazione, la crisi…”
S.E. MACCARELLA PINO: “Sì, ma non solo. Stai attento: ‘Noi che abbiamo avuto la fortuna di vivere con la Costituzione più bella del mondo di ieri, facciamo un piccolo sacrificio perché un giorno, i nostri giovani possano vivere con la Costituzione Europea, la costituzione più bella del mondo di domani.’ Eh?”
S.E. FINZI MATTIA: “Mi sembra un po’ grossa. Dici che funziona?”
S.E. MACCARELLA PINO: “La Costituzione, l’Europa, il futuro, i nipotini? Siamo in Italia, Mattia.”
S.E. FINZI MATTIA: “Sì ma intanto? I soldi dove li trovo?”
S.E. MACCARELLA PINO: “Intanto dai qualcosina ai più poveri, che sono i più altruisti, i più solidali. Però poco, sennò smettono di essere poveri e diventano subito egoisti, insofferenti...  Gli altri, vediamo. Tanto, se anche facessero causa...”
S.E. FINZI MATTIA: “…fanno in tempo a morire.”
S.E. MACCARELLA PINO: “Siamo tutti nelle mani del Signore.”


Letto, confermato e sottoscritto
L’UFFICIALE DI P.G.
M.o  Osvaldo Spengler


(*) "Trattasi" -   tanto per non cambiare stile,  quello  della  Benemerita...  -   di ricostruzioni che sono  frutto della mia  fantasia di  autore e commediografo.  Qualsiasi riferimento  a fatti o persone  reali  deve ritenersi puramente casuale. (Roberto Buffagni)


Il Maresciallo Osvaldo Spengler, nato a Guardiagrele (CH) il 29 maggio 1948 da famiglia di antiche origini sassoni (carbonai di Blankenburg am Harz emigrati nelle foreste abruzzesi per sfuggire agli orrori della Guerra dei Trent’anni), manifestò sin dall’infanzia intelletto vivace e carattere riservato, forse un po’ rigido, chiuso, pessimista. Il padre, impiegato postale, lo avviò agli studi ginnasiali, nella speranza che Osvaldo conseguisse, primo della sua famiglia, la laurea di dottore in legge. Ma pur frequentando con profitto il Liceo Classico di Chieti “Asinio Pollione”, al conseguimento della maturità con il voto di 60/60, Osvaldo si rifiutò recisamente di proseguire gli studi, e si arruolò invece, con delusione e sgomento della famiglia, nell’Arma dei Carabinieri. Unica ragione da lui addotta: “Non mi piace far chiacchiere .” (Com’è noto, il carabiniere è “uso a obbedir tacendo”). Mise a frutto le sue doti di acuto osservatore dell’uomo in alcune indagini rimaste celebri (una per tutte: l’arresto dell’inafferrabile Pino Lenticchi, “il Bel Mitraglia”). Coinvolto nelle indagini su “Tangentopoli”, perseguì con cocciutaggine una linea d’indagine personalissima ed eterodossa che lo mise in contrasto con i magistrati inquirenti. Invitato a chiedere il trasferimento ad altra mansione, sorprese i superiori proponendosi per la sala ascolto della Procura di ***. Richiesto del perché, rispose testualmente: “Almeno qui le chiacchiere le fanno gli altri.”

mercoledì 13 maggio 2015


Il sogno europeo, anamnesi e diagnosi in breve
Per chi suona la campana
di Roberto Buffagni



Il 9 maggio, lo scrittore Emanuele Trevi (nella foto) ha pubblicato un articolo sul “Corriere della Sera”.[1]. L’articolo comincia così: 

Cercavano droga, gli agenti dell’enclave spagnola di Ceuta, insospettiti dal nervosismo di una ragazza marocchina che trascinava alla frontiera un trolley riempito di qualcosa di pesante. Ma i raggi X del posto di controllo hanno rivelato l’impensabile: un bambino di otto anni, di origine ivoriana, raggomitolato in posizione fetale in quell’utero di dura plastica dotato di manico e rotelle. Fallito il tentativo, si è presentato alle autorità il padre, lui munito di regolari documenti.”

Sapendo che Trevi è un intellettuale di sinistra, il lettore si attende che l’articolo prosegua deprecando razzismi e populismi, invitando all’accoglienza, lodando i benefici del multiculturalismo, etc.
Non è così. In una trentina di righe, da questo fatto di cronaca Trevi ricava: a) una lettura simbolica ed escatologica dei flussi migratori b) i lineamenti di una teologia civile dell’Unione Europea c) i prolegomeni di una filosofia della storia d) una profezia apocalittica di salvazione intramondana.
Trevi ci fa dunque un regalo prezioso. Ci presenta, in forma compatta e sintetica, la completa sintomatologia di un grave morbo spirituale: lo gnosticismo politico. Oggi, questo nòsos si manifesta in forma di progressismo, come ieri si è manifestato in forma di comunismo, nazismo, puritanesimo, catarismo, etc.
Secondo il medico che per primo l’ha isolato e diagnosticato[2], il morbo nasce da una trasposizione sul piano immanente dell’eschaton cristiano. La trasposizione è motivata dalla reazione patologica a un’esperienza universalmente umana: l’orrore di fronte all’esistenza, e il desiderio di fuggirne. Il cristianesimo sdivinizza, “disincanta” il mondo naturale e storico. Quando la fede cristiana nella trascendenza si eclissa, il disperante vuoto di senso che si spalanca nel mondo viene riempito dalle gnosi: che prendono forma politica qualora le società non trovino più sufficiente legittimazione nel loro ethos tradizionale, e sentano il bisogno di un’efficace, coesiva teologia civile. Lo gnosticismo politico non commette soltanto un errore teorico in merito al significato dell’eschaton cristiano. In conformità a questo errore, le ideologie gnostiche e i movimenti che le traducono in azione politica interpretano una concreta società e l’ordine che la regge come un eschaton; e dando una lettura escatologica di concreti problemi sociali e politici, fraintendono la struttura della realtà immanente: cioè sognano quando sarebbe indispensabile essere ben desti. In particolare, il sogno gnostico oscura e rimuove la più antica acquisizione della saggezza umana: che ogni cosa sotto il sole ha un inizio e una fine, ed è sottoposta al ciclo di crescita e decadenza; che insomma tutto, nel mondo immanente, è governato dal limite. Gli errori in merito alla struttura del reale hanno serie conseguenze pratiche: è cosa ben nota, ma come segnalava Hegel, ciò ch’è ben noto non per questo è ben compreso.
Vediamo i sintomi del morbo come ce li presenta il testo di Trevi. Le sottolineature sono mie.

questo sì che è un simbolo dei nostri tempi… A differenza della maggior parte delle immagini, il simbolo è dotato di un eccesso di energia, che non si lascia esaurire dalla sua semplice decifrazioneLo si potrebbe definire come un discorso che porta avanti un’idea e insieme il contrario di quell’idea: senza che una prevalga o annulli l’altra”

Un discorso “che porta avanti un’idea e insieme il contrario di quell’idea senza che l’una prevalga o annulli l’altra” non è, propriamente, un simbolo, ma un mistero o un dogma religioso: ad esempio, la compresenza di natura umana e divina nel Cristo, o la Presenza Reale nell’Eucarestia. Segnalo di passaggio che la sincera emozione di Trevi – che sa scrivere - gli fa allentare il controllo sul linguaggio (la formulazione è confusa, c’è un errore di grammatica).
Nel brano seguente, il centro di gravità del testo (sempre mie le sottolineature):

“La cosa che più assomiglia al fermo immagine sul monitor della polizia di frontiera di Ceuta in effetti è una di quelle ecografie che si fanno a intervalli regolari durante una gravidanza, per controllare che tutto proceda bene. Come i feti dei nascituri, anche il bambino nel trolley sembra immerso in una specie di liquido amniotico, dove aspetta il suo momento. E quello che suo padre desiderava per lui non era nient’altro che una seconda nascita, che avesse il potere di correggere l’errore della prima. Perché non ha senso nascere dove non è possibile vivere.”

Stiamo leggendo la parafrasi/adattamento (credo inconsapevole) di uno dei brani più immediatamente escatologici del Vangelo di Giovanni[3], il dialogo notturno fra Gesù e Nicodemo:

“C'era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, un capo dei Giudei. 2 Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbi, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui». 3 Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno di Dio». 4 Gli disse Nicodemo: "Come può un uomo nascere quando è vecchio?" Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?”.

La sovrapposizione (la fusione/confusione) tra il brano evangelico e la narrazione del fatto di cronaca è totale, fino ai dettagli: basta confrontare le frasi che ho sottolineato nei due testi.

“Come il bambino del trolley tutti coloro che arrivano qui, o vengono respinti alle frontiere, o muoiono nel tentativo, tutti questi esseri umani, senza eccezione, cercano questa seconda nascita. Sono milioni, e probabilmente non c’è legge o forza umana capace di ostacolarne o impedirne l’arrivo. Perché se la volontà di un singolo è soggetta a tutte le incertezze e i cambiamenti, la volontà di una moltitudine è come un vento o una marea.”

5 Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. 7 Non ti meravigliare se ti ho detto: dovete rinascere dall'alto. 8 Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito

Il fatto storico, molto reale, dell’immigrazione, diventa dunque un fatto escatologico. Trevi ne trae le conseguenze logiche:

“Presto ci accorgeremo che non aveva nemmeno senso nutrirne un’opinione, che si trattasse del nobile ideale dell’accoglienza o della turpe invocazione delle cannoniere. Che importanza ha ciò che si pensa dell’inevitabile? Guardate il bambino del trolley, che aspetta di correggere l’opera della natura con un po’ di cibo e di dignità, e rassegnatevi all’impotenza del pensiero, delle ideologie. Nessuno potrà impedirgli di rinascere. Potrei aggiungere che è giusto che sia così, ma questa è solo una mia opinione. È così e basta.”

Come la Grazia divina, l’immigrazione “corregge la natura” - che ha dato al bambino ivoriano “una prima nascita” che di per sé “non ha senso” - con una “seconda nascita”. Nessuno potrà impedire agli immigrati “di rinascere”, perché quis ut Deus? Naturale poi che dobbiamo rassegnarci “all’impotenza del pensiero, delle ideologie” (ideologie e pensiero divengono sinonimi al cospetto della maestà dell’eschaton che solvet saeclum in favilla). “E’ così, e basta.”
Naturalmente, non è così e non basta. Gli immigrati non cercano una seconda nascita o se la cercano non la troveranno mai così; la natura non si lascia correggere tanto facilmente: naturam expellas furca, tamen usque recurret; l’Europa non è mai stata, non è, né mai sarà il regno di Dio; le leggi e le forze umane possono eccome favorire o impedire l’immigrazione; la volontà di una moltitudine non è “come un vento o una marea” che nessuno può arrestare: al contrario, se non è organizzata politicamente si può star certi che non caverà un ragno dal buco;  il pensiero e le ideologie sono tutt’altro che sinonimi e tutt’altro che impotenti, e anzi influiscono direttamente e indirettamente sulle vicende storiche, immigrazione compresa; l’inserimento di milioni di stranieri presenta problemi enormi agli autoctoni, e ha senz’altro conseguenze altrettanto enormi da valutare prudentemente, quali che siano i provvedimenti che poi si vorranno mettere in atto.
Nella chiusa imperativa del testo di Trevi: “E’ così, e basta” si manifesta allo stato puro il tratto più caratteristico (e più disastroso) dell’errore gnostico. L’accecamento di fronte alla realtà diventa una questione di principio. Immediata conseguenza: lo gnostico vuole ottenere un effetto, e ne ottiene un altro diametralmente opposto. Del baratro tra intenzione e risultato, però, lo gnostico non incolperà mai se stesso e il suo sogno: incolperà sempre gli altri, o la società nel suo insieme, che non si comportano secondo le regole in vigore nel suo profetico mondo di sogno.
L’Unione Europea come regno di Dio, dove milioni di uomini cercano una seconda nascita che corregga l’errore della prima… il Tausendjähriges Reich, dove, riscattandosi dall’umiliazione della sconfitta e della contaminazione razziale, il popolo germanico trova il suo Lebensraum e rinasce a seconda vita come Herrenvolk …il Comunismo, dove termina la preistoria segnata dalla sanguinosa lotta delle classi, e l’umanità, ponendo termine alle sue divisioni, rinasce a seconda vita entrando nella sua vera e propria storia, la storia della libertà...  For Whom  the Bell Tolls Mr. Trevi?

Roberto Buffagni







[2] Eric Voegelin. Vedi ad esempio, per una trattazione sintetica, Eric Voegelin, Modernity without Restraint, in Collected Works of E.V., vol. V, Columbia and London: University of Missouri Press, 2000.
[3] Gv. 3, 1-13


Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage..