sabato 31 gennaio 2015

Oggi alla 9,30 la quarta votazione
Mattarella 
Presidente della Repubblica?




Mattarella Presidente della Repubblica? Molto probabile. Lo sapremo con certezza tra qualche ora.  Tre  osservazioni.
Se verrà eletto gli italiani (di destra)  si ritroveranno con il quarto  Capo di stato di sinistra, o comunque come diceva De Gasperi, a proposito della Dc, che guarda sinistra... E per chi sia  di destra è un  altro amaro  boccone da ingoiare. 
Se verrà  eletto, a raccogliere i frutti politici di una linea diretta con il Quirinale sarà solo Renzi,   il vero vincitore di una campagna politica condotta con spregiudicatezza da manuale. Il che in politica è un vantaggio e un merito.
Se verrà eletto,  la destra avrà dimostrato ancora una volta il proprio nullismo politico, frutto di  divisioni a fondamento  carismatico ed economico (Fi); pure e semplici ambizioni ministeriali, le famigerate poltrone (Ncd e post-democristiani); qualunquismo di derivazione neofascista (FdI); populismo regionalista di opportunità (Lega Nord).
Ora,  non che a sinistra le cose in assoluto stiano  andando  meglio,  ma  lì  hanno Renzi. Il quale rischia e combatte all’insegna di uno spietato realismo politico.  Probabilmente anche l’ex Sindaco di Firenze  ha qualcosa da perdere. Chi non  ha i suoi segreti o  lati deboli, soprattutto in politica? Ma Renzi si getta nella mischia come se non ne avesse… Ha coraggio (per alcuni temerarietà).  L’ ultimo “ricatto” ad Alfano ( o voti Mattarella, o ti dimetti!) è da manuale:  un miracolo di anticipazione e conoscenza delle altrui debolezze politiche.  Doti che Berlusconi non ha mai posseduto.  E con il Cavaliere - un vero coniglio -  ne pagano tuttora le conseguenze gli elettori di destra, stanchi, avviliti e privi di rappresentanza politica.


Carlo Gambescia       

venerdì 30 gennaio 2015


La vittoria di Tsipras  e  il ritorno di Carl Schmitt
Grazie,  Grecia
di Teodoro Klitsche de la Grange

Grazie Grecia


La vittoria – attesa – di Tsipras in Grecia è l’ultimo (in ordine di tempo) sintomo che i popoli europei non sopportano più i metodi di gestione della crisi, peraltro sospetti di essere messi in opera – almeno in diversi casi – da chi ad aver provocato la stessa non era estraneo.
Il tutto fa seguito alle grandi affermazioni del front nationale in Francia, del Movimento 5 Stelle in Italia, ed alla crescita generale dei partiti anti-sistema. Il tutto si presta ad alcune riflessioni di carattere generale.
La prima: viene meno il continum – e la contrapposizione - destra-sinistra, che ha condizionato la vita pubblica (e i sistemi politici) dalla Rivoluzione francese in poi, ancor più nel secolo breve. La quale si fondava sull’identificazione del nemico secondo la scriminante di classe: per il proletario il nemico era il borghese e viceversa.
Crollato il comunismo tale dicotomia ha perso senso. In conseguenza, secondo una regolarità della politica, s’identifica un nemico nuovo; onde la vecchia opposizione viene meno.
Prova di ciò è la diversità dei partiti che guidano, nei rispettivi paesi, la lotta: un partito di (estrema) destra in Francia, uno di (estrema) sinistra in Grecia, un movimento non iscrivibile nella vecchia dicotomia e guidato da un comico in Italia, oltre a diversi partiti regionalisti o (genericamente) di protesta in altri paesi. Tutti uniti dall’avversione al nemico “nuovo” quanto diversi e addirittura opposti secondo la vecchia contraddizione.
La seconda è che i sistemi politici si stanno nuovamente polarizzando. La corsa verso il centro pare arrestarsi e si va profilando un aumento delle “estreme”, con la novità (relativa) che convergono (o tendono a convergere, diversamente da quanto accadesse in passato. Non essendoci (o essendovi, ma più debole) una scriminante ideologica, ma essenzialmente di interessi, la (parziale) coincidenza di questi fa si che la contrapposizione “ideale” sia relativizzata.
Piuttosto il nemico diventa interno/esterno, un po’ come quello delle guerre partigiane, condotte contro una potenza esterna e i di essa collaborazionisti (interni); anche se la lotta non ascende al livello della guerra tradizionale, neppure di bassa intensità (ossia resta lotta ma non guerra). Si veda anche per il caso di Monti in Italia come il governo fosse percepito quale collaboratore subordinato di un potere esterno; per cui questo e quello sono considerati estranei, e di dubbia- o assente- legittimità. Proprio il caso di Monti è emblematico: l’estraneità del quale al “circuito” democratico è stata corroborata dei modestissimi risultati ottenuti nelle competizioni elettorali successive: dal 10% alle politiche del 2013 al microscopico 0,7 % delle europee del 2014. Anche nel caso della Grecia, anche se meno evidente che nel caso italiano, i risultati del Premier uscente Samaras sono stati largamente inferiori a quelli delle precedenti elezioni parlamentari (-6%); occorre tuttavia notare che, diversamente da Monti, Samaras era stato regolarmente designato dal corpo elettorale, e quindi aveva un “capitale” di consenso, che mancava al nostro.
La terza riflessione è che il nemico ha, da sempre, una funzione di ricompattamento dell’unità politica. Lo scriveva – tanto per restare in Grecia – già Eschilo nelle “Eumenidi”: “E scambio ci sia di gioie nella comune concordia; è unanime odio ai nemici: delle molte calamità unica medicina è questa ai mortali”. Anche se nel caso contemporaneo il “nemico”, non è uno Stato ma qualcosa d’altro (poteri forti, euroburocrazie e così via). Tuttavia ha sempre l’effetto di scriminare chi fa parte della comunità politica e chi ne è estraneo, interno ed esterno. La convergenza di forze politiche d’origine così diversa ne è una conferma.
La quarta: scrive Schmitt che l’importante, in politica, è individuare il nemico reale; un errore su chi sia può portare alla dissoluzione      di uno Stato, o alla perdita del potere da parte del capo e/o dei ceti dirigenti.  Combattere contro nemici immaginari, peraltro è dannoso, perché serve solo ad occultare l’esistenza e le trame del nemico reale. E ciò in un paese    fondamentalmente anticomunista e segnato, nel dopoguerra, da una sanguinosa guerra  civile, aver  dato il potere ad un esponente di estrema sinistra  non   appare, come sarebbe sembrato mezzo secolo orsono un errore fatale ma un atto di esatta percezione politica della concreta realtà attuale (e dei relativi rapporti). Perciò occorre ripetere grazie, Grecia.
                                               Teodoro Klitsche de la Grange



Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).


giovedì 29 gennaio 2015

Il libro della settimana: Montesquieu, Tutte le opere [1721-1754],  a cura di Domenico Felice, testo francese e fronte, Bompiani Il Pensiero Occidentale, Milano 2014, pp. CCLI-2694, Euro  65,00.

http://www.bompiani.eu/libri/tutte-le-opere-1721-1754/


Non è un "attacco" ( o "cappello")  molto accademico,  all’altezza  del  Montesquieu, Tutte le opere [1721-1754]  (Bompiani),  nuova e curatissima edizione ad opera di Domenico Felice, ma non possiamo contenerci:  se, messi alle strette, dovessimo scegliere  quale volume portare sulla famosa isola che non c’è, sceglieremmo questa  Bibbia  protoliberale, che introduce, con quella semplicità tipica delle grandi menti, ai misteri della sociologia, della storia e della politica e molto altro ancora. Detto questo, indossiamo panni  reali e curiali e così,  condecentemente,  vestiti, per dirla con un altro grande, occupiamoci  del nostro  tesoretto. 
Innanzitutto il curatore, Domenico Felice,  professore associato di storia della  filosofia presso l'Università di Bologna (Dipartimento di Filosofia e Comunicazione), è uno specialista di fama internazionale: Prix de l'Académie Montesquieu 1991,  Membro "associé" dell'Académie Montesquieu.  Oltre alle numerose pubblicazioni e curatele  di e su Montesquieu, Felice  anima un sito web (www.montesquieu.it) ad alto tasso di scientificità.  Perciò dal punto di vista filologico la raccolta è impeccabile, come del resto  si evince  dal ricchissimo apparato critico, bibliografico, dalle Appendici ai testi, dalla invigilata riproduzione dei preziosi Indici degli Argomenti trattati, nonché dalla eccellente Introduzione. D'altra parte, tutto quel che Bompiani pubblica nella splendida  collana  “Il Pensiero Occidentale”  è delegato  a  studiosi di cristallina fama.  Il che spiega  l'elevata qualità scientifica di un progetto editoriale,  ideato e diretto dal compianto Giovanni Reale.
Nel volume  sono raccolte, in una nuova traduzione (a cura  di Domenico Felice, Riccardo Campi, Stefania  Stefani,  Davide Monda, Piero Venturelli, Giovanni Paoletti, Rolando Minuti), le opere pubblicate in vita da Montesquieu: le Lettres persanes (1721), il Temple de Gnide (1725), le Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence (1734), il Dialogue de Sylla et d’Eucrate (1745),  l’Esprit des lois (1748), la Défense de l’Esprit des lois (1750), il Lysimaque (1754) .
Dicevamo dell’ Introduzione di Domenico Felice. E c’è un perché: siamo davanti a un’ottima traccia espositiva, di grandissima qualità,  che favorisce la lettura e, per dirla tutta,  facilita il lavoro del recensore, specie se umile sociologo come chi scrive.  Innanzitutto,  siamo d’accordo  sulla  natura  stratigrafico-evolutiva del continente Montesquieu: nella sua vita mentale  nulla è lasciato al caso,  non smarrito procedere a tentoni o per prove ed errori,  bensì un percorso di  progressivo  e ragionato approfondimento di alcuni temi iniziali (poi esistenziali),  legato, per successive approssimazioni, allo svolgersi  della sua esperienza esistenziale, segnata  dallo studio inteso,  dai viaggi,  ma anche dal radicamento   e  dall'orologio, ora lento, ora più rapido,  del vivere pratico del  giurista e dell’amministratore. 
Quali i  temi di fondo? La dialettica tra dispotismo e libertà,  interpretata  come corposa dinamica sociologica tra istituzioni e individuo,  ma anche quale frutto della dialettica  tra il  carattere di un popolo e il  divenire storico delle sue istituzioni;  l’alternarsi di decadenza e progresso, quale conflitto tra le ragioni della conquista e del ripiegamento vittorioso su stessi; il valore della dignità umana, soppesato sulla bilancia dello stoico antico,  ferito al cuore  dalla lezione del cristianesimo e consapevole della necessità  di una giustizia baluardo, autonoma,  capace di mitigare, e nel caso anche opporsi a ogni forma di assolutismo politico.  Felice,  parla, e con ragione, dello sforzo gigantesco di creare  una “scienza universale dei sistemi politico-sociale” puntando su due ordini di cause: fisiche e morali. Di qui,  i giudizi,  per cui è famoso Montesquieu, sui rapporti  tra clima caldo e servitù politica, tra grandi spazi  e assolutismo politico,  tra quest’ultimo e la decadenza sociale ed economica.  Quindi cause fisiche, cause morali, ma anche “accidentali” ed “essenziali”, sulla scia dei grandi anatomisti sociali da Aristotele a Sorokin.  Ecco un esempio del suo approccio, tratto dalle Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence (1734):

Ecco in una parola, la Storia dei Romani. vinsero tutti i popoli con le loro massime; ma allorché ci furono riusciti, la loro repubblica  non poté  più reggersi: si dovette cambiare governo, e massime  contrarie alle prime, adottate nel nuovo governo, provocarono la caduta del loro governo. Non è la fortuna a dominare il mondo: lo si può chiedere ai  Romani che ebbero un continuo succedersi di risultati  favorevoli  quando si governarono secondo un certo progetto, e un susseguirsi ininterrotto  di rovesci allorché  si comportarono secondo uno diverso. Ci sono cause generali , sia morali sia fisiche, che agiscono in ogni monarchia , che la innalzano, la  mantengono o la fanno cadere; tutti gli accidenti sono sottoposti a queste cause; e, se  l’esito di una battaglia, ossia una causa particolare, ha mandato in rovina  uno Stato  vuol dire che esisteva  una causa generale per cui  quello Stato doveva perire a séguito di una sola battaglia, In una parola, il movimento principale  trascina con sé tutti gli accidenti particolari (p. 771) .

Ecco un altro esempio  tratto dall’Esprit des lois ,  sempre a proposito dei Romani,  dove però  si parla anche di altro, in particolare  dell’equilibro fra i poteri  e degli effetti di ricaduta di un cattivo bilanciamento:

Bisogna sottolineare che i tre  poteri possono essere ben distribuiti  in rapporto alla libertà del cittadino, ma non esserlo altrettanto bene in rapporto alla libertà de cittadino. A Roma, poiché il popolo  deteneva la maggior parte del potere legislativo, una parte del potere esecutivo e una parte del potere giudiziario, si trattava di bilanciare  un grande potere con un altro. Il senato aveva sì una porzione del potere esecutivo e qualche  ramo del potere legislativo, ma ciò non era sufficiente per controbilanciare il popolo. Bisognava che il senato prendesse parte  al potere giudiziario, e vi prendeva parte  quando i giudici erano scelti tra i senatori. Ma allorché i Gracchi privarono  i senatori del potere giudiziario, il senato non poté  più resistere al popolo. Essi colpirono dunque la libertà della costituzione per favorire la libertà del cittadino, ma questa si perdette con quella (p. 1269).

Montesquieu intuisce che  la “pesantezza” del politico  viene sempre  dopo quella della società,  da lui vista come  processo  interattivo fra  istituzioni, ceti,  classi:  ( pre-durkemiani?) blocchi di rappresentazioni istituzionali e  sociali che  finiscono per essere più forti degli uomini  che ne fanno parte.  Di qui,   la necessità, per evitare forme di monopolio politico, di trovare  una  buona sintonia, storica e sociologica,  fra istituzioni e credenze. Il famoso equilibrio dei poteri. Una "tregua" procedurale? Non soltanto.  Forse, anche correndo il rischio di forzare il suo pensiero o  semplificarlo troppo,   crediamo che  Montesquieu abbia in qualche misura anticipato, come nel passi citati sui Romani,  il concetto di  costituzione materiale (da affiancare a quello di formale):  non solo forme giuridiche, per mitigare, dividere il potere e "proceduralizzarlo", ma  anche  idee e forze sociali che progrediscono con, attraverso e contro gli uomini. Una mappa dei poteri sociali (non strettamente politici (in senso essenzialista), sui  quali Montesquieu si libra raggiungendo altezze degne dell' aquila reale, come provano  le sue  canoniche  indagini   tese  a stabilire il  principio (“ciò che lo fa agire”)  e la natura (“ ciò che lo fa essere quello che è”) delle tre  principali forme  politiche individuate, esito del suo sapere trasversale (non solo giuridico-legalistico, insomma):  repubblica ( principio: virtù politica; natura: governo di molti), monarchia (principio: l’onore; natura: governo di molti), dispotismo (principio: governo di uno solo, senza vincoli di  legge; natura: paura).
Sotto tale aspetto non condividiamo( o condividiamo  solo  a metà)  le  critiche mossegli da uno studioso che  per altri aspetti apprezziamo, Julien Freund, il quale nell’Essence du politique,   accusa Montesquieu di formalismo. Gli rimprovera di cloroformizzare giuridicamente il ruolo dirompente della  ragion politica. Ciò in parte è vero, ma  dipende  dal fatto che Montesquieu, a sua volta,  crede nella ragion sociologica: nella "forza", come ricordato,  della costituzione materiale e morale di una società.   Sintetizzando, forse troppo,  all’ “auctoritas non veritas facit legem” di Hobbes,  Montesquieu oppone un “veritas (sociologica) non auctoritas  facit legem”…
Ovviamente, il nostro è solo un modesto spunto interpretativo, debitore delle classiche pagine di Aron su Montesquieu, giustamente ricordate da Felice nella finissima Introduzione. Insomma, un pensiero ricco e arioso, che si confronta con la "pesantezza", talvolta claustrofobica del sociale. Di qui,  l'importanza di leggere o rileggere Montesquieu. Diremmo il dovere, soprattutto in un momento storico, come il nostro, in cui il  paventato dispotismo orientale, sul quale Montesquieu ha scritto pagine definitive,  sembra incombere su di noi, come  ha provato il terribile eccidio di Parigi.  Insomma,  se ci si perdona il tono:  lettore avvisato, mezzo salvato.  Crisi o non crisi,  correre subito  il libreria.  È un ordine. O quasi.  

Carlo Gambescia                      

mercoledì 28 gennaio 2015

  Un (quasi) elogio dell'evasore fiscale 
L' alfiere dell'eticità prossima ventura  
di  Teodoro Klitsche de la Grange



C’è un discorso-tipo, che fa parte del cerchiobottismo nazionale e di cui (anche) la recente apertura dell’anno giudiziario ha offerto (qualche) ripetizione: quando si parla, specie in discorsi ufficiali, di corruzione che si associa immediatamente all’evasione.
Così si collegano due tipi di comportamenti illeciti che non hanno, sul piano fattuale, nulla in comune (anzi sono l’opposto, più che il diverso). Come se si associassero stupro e pesca di frodo, estorsione e atti osceni, furto e abuso edilizio.
Perché dei due comportamenti l’uno richiede un pubblico ufficiale, l’altro chiunque; il primo consiste nella condotta del funzionario che percepisce (per lo più) denaro altrui per compiere un atto del proprio ufficio; il secondo in chi non da denaro proprio allo Stato; la corruzione richiede un corrotto ed un corruttore mentre l’evasione si può consumare in solitario.
In termini politologici, il primo è reato del governante (e tassatore), il secondo del governato (e tassato). Ciò stante  - e data la diversità - è bene spiegare il perché della (quasi) costante associazione (da parte degli oratori “ufficiali”) e se - a prescindere che ambedue fanno parte della classe “reato” – tra i due comportamenti non vi sia alternatività ed opposizione piuttosto che (la evocata) vicinanza e simiglianza.
Quanto alle ripetute associazioni questa risponde all’esigenza di accomunare governanti e governati, se non nella virtù almeno nei vizi. Si è uguali, gli uni e gli altri, non solo per Costituzione (art. 3), ma più ancora, per conformazione etica. Tutti peccatori e tutti bisognosi di espiazione. Solo che ai primi compete la funzione non tanto (e non solo) di dare l’esempio, ma ancor più quella di cambiare le cose – almeno per la classe politica e i massimi livelli della burocrazia - ragione per cui hanno il potere. E non sembra, a parte qualche legge – manifesto, che ardano della voglia di esercitarlo.
Governanti e governati uniti dalla facoltà di trasgredire, sono opposti in quella di comando: gli uni comandano, gli altri obbediscono. Con le conseguenze che ne derivano, specie in rapporto alla responsabilità.
Quanto al secondo aspetto: è vero che l’evasore sottrae risorse alle casse pubbliche, ma quelle costituiscono il grosso della torta che i corrotti si dividono.
Per funzionare eticamente (e contabilmente) il ragionamento criticato avrebbe bisogno di “purgare” il primo termine: ad una pubblica amministrazione corretta (e non corrotta), l’evasore trasgredisce perché fa mancare il carburante. Ma se si accompagna la deprecazione contro l’evasione a quella contro la corruzione, il tutto diventa intrinsecamente contraddittorio.
Perché in uno Stato sgangherato, con una burocrazia inefficiente e corrotta, l’evasore non è più un manigoldo, ma è lo strumento, ad un tempo, di riequilibrio etico ed economico.
Economico perché mantenere una repubblica inefficiente è spreco di risorse: come le miniere di carbone in Inghilterra, i telai a mano o i carretti trainati dagli asini. Sul piano etico poi sottrarre denaro (o altro) significa toglierlo, in buona parte, proprio ai corrotti (e ai loro accoliti e beneficiati). In questo senso l’evasore non è più un reo, ma uno strumento di giustizia (distributiva e retributiva): della prima perché, in genere, chi evade è meno ricco di chi è corrotto; ma soprattutto della seconda, perché, quasi sempre, chi evade fa un lavoro retribuito sul mercato, e quindi utile a chi lo retribuisce; chi governa decide da se il denaro da prelevare, a chi e come destinarlo, prescindendo – per definizione – dalle esigenze di mercato.
Nel primo caso c’è consenso, nel secondo comando e quindi imposizione.
In definitiva se Adam Smith scriveva che il contrabbandiere è il martire del libero commercio, l’evasore, in una situazione decomposta come quella italiana, potrebbe diventare l’alfiere dell’eticità prossima ventura.
Teodoro Klitsche de la Grange



Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).

martedì 27 gennaio 2015

 Renzi: “Sabato eleggiamo il nuovo Capo dello Stato”
Presidenzialismo caratteriale



A differenza di Renzi, non sappiamo chi sarà il prossimo Presidente della Repubblica. Di sicuro però una cosa la  sappiamo. Quale?  Che la possibilità  che il nuovo illustre  inquilino del Quirinale possa intervenire  nella politica italiana è rimasta intatta.  In realtà, l’Italia, basta scorrere qualsiasi buon manuale di storia patria post 1945, è una repubblica presidenziale  senza saperlo. Altro che Napolitano…  Gronchi, fanatico sostenitore dell’apertura ai socialisti e  Segni, gran  sacerdote di un radicale spostamento a destra,  non furono da meno. Ma anche Saragat, Pertini, Cossiga e Scalfaro non  disdegnarono il braccio di ferro con questo o  quel governo.  
Nessuna ipotesi complottista da parte nostra, al massimo sociologica:  dal momento  che  ogni nuovo inquilino del Quirinale non può non essere, e  da sempre,   portatore più o meno sano di relazioni sociali e politiche.  Con una chiosa importante: nel caso italiano  si potrebbe parlare -   formula costituzionale unica al mondo - di presidenzialismo caratteriale, nel senso che Presidenti, pur diversi per formazione ma  dal carattere (politicamente) più soft  come Einaudi, Leone, Ciampi,  furono meno "istituzionalmente" intrusivi.  Insomma, è questione - anche -  di psicologia politica.    
Ovviamente, l’ “intrusività”  caratteriale del Presidente di turno  ha trovato e trova  terreno facile  nella natura  piuttosto vaga  dei poteri attribuitigli  nel  Titolo II (articoli 87 sgg.) della Costituzione. E che non si sia provveduto a una sua riforma,  la dice lunga  sul post-costituzionalismo inerziale della nostra classe politica...   


Carlo Gambescia    

lunedì 26 gennaio 2015

Elezioni  in Grecia
Il vero  problema 
non è la vittoria di Tsipras...




Tsipras, vince ma non stravince. Perciò sarà costretto a trovarsi un alleato. E quindi a moderare le pretese. Forse.  Ma il  vero  problema  non è la vittoria del  leader di Syriza...  Ci spieghiamo subito.
Gli osservatori -  basta sfogliare i giornali  di oggi -  si concentrano   sulla vittoria della sinistra: ad esempio, il Giornale titola "occhio ai comunisti"  mentre il Manifesto  inneggia alla "sinistra vera".  In realtà, politicamente,  non stiamo assistendo   a   un conflitto  tra  destra e sinistra, bensì a  uno scontro  tra sinistra moderata ( o centrosinistra) e sinistra radicale, oppure se si preferisce, includendo certa destra tassatrice ( si pensi alla varie destre populiste e non),  tra statalisti moderati e statalisti sregolati.  Il che,  e veniamo al punto,  spiega la somiglianza in tutta Europa delle politiche economiche pro o contro l'Euro.  Politiche che  finiscono per  divergere solo sulla questione dell’austerità.  Infatti,  concettualmente, le prese di posizione  a livello europeo e nazionale  non riguardano mai  il taglio delle tasse  bensì  l’ austerità.  Destra e sinistra, ambedue stataliste, pur con sfumature diverse,  si accapigliano sui  livelli di austerità sostenibili (in relazione alla moneta unica, allo sviluppo, eccetera),  non su quello, molto più importante, della pressione tributaria  insostenibile.
Si  tratta di un pensiero  unico -  questo sì -   tipicamente europeo (continentale) che attribuisce  allo stato i poteri di un  dio mortale e  che accomuna le classi dirigenti cattoliche e socialiste al potere da settant’anni.  La burocrazia di Bruxelles (come quelle nazionali)  è il sottoprodotto di questa visione. Come del resto lo è  anche il dibattito  sulla moneta unica o meno,  dove sulla testa dello stato  - sempre “lui”  -  si cerca di calcare  alla bisogna  il cappello culturale nazionalista o europeista.      
Ora,  Tsipras,  propone più stato.  Il che inevitabilmente significa più tasse. Gli avversari di Tsipras, altrettanto statalisti, parlano di tagli ma non alle tasse. Di conseguenza, rispetto a realtà geopolitiche più dinamiche, l’Europa,  mostra  tutti i segni  di una economia stagnante, ripiegata su se stessa e incapace di crescere perché  prigioniera di una visione paternalistica che scorge nello stato il buon padre che redistribuisce e  restituisce in servizi sociali  quel che riceve in imposte e tasse. Favole. Di qui, anche il mito del recupero dell’evasione fiscale;  un mantra populista che, in realtà, serve solo a far fuggire i capitali all’estero e distruggere qualsiasi volontà di produrre e intraprendere    
Insomma, altro che “rivoluzione Tsipras”… O moneta unica o meno…  I due  nodi da sciogliere  sono quello fiscale (in particolare) e quello del paternalismo statale (in generale):  rivoluzioni  -  queste sì, vere -  che nessuna forza politica europea,  neppure i liberali (molto divisi al riguardo), si propongono di  scatenare.  

Carlo Gambescia
                              

sabato 24 gennaio 2015

Bernstein e la crisi economica attuale
C’era una volta il ceto medio… (*)
di Teodoro Klitsche de la Grange




Più di un secolo fa Eduard Bernstein iniziava la (notissima) “revisione” del marxismo, base del futuro sviluppo della socialdemocrazia (tedesca e non), con il saggio (preceduto da diversi articoli) “I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia”. Nel quale tra le varie critiche agli enunciati di Marx (e di Engels) la più celebre è quella alla “caduta del saggio di profitto” e alla conseguente concentrazione della proprietà dei mezzi di produzione nelle mani di pochi, con generale proletarizzazione. Bernstein scrive che nel “Capitale” Marx “parla soltanto della «diminuzione costante del numero dei magnati del capitale», e anche nel terzo libro, in linea di principio, il discorso non muta. È vero che quando si viene a trattare del saggio di profitto e del capitale commerciale, si toccano fatti che rinviano ad una frammentazione dei capitali, ma senza trarne le conseguenze ai fini della nostra questione… Ma non è affatto così. La forma della società per azioni agisce, in larga misura, in senso contrario alla tendenza della centralizzazione dei capitali attraverso la centralizzazione delle aziende. Essa permette un vasto frazionamento di capitali già concentrati, e rende superflua l’appropriazione di capitali da parte di singoli magnati allo scopo di concentrare le imprese industriali”[1] e ne conclude “È dunque assolutamente falso ritenere che l’attuale sviluppo indichi una relativa o addirittura assoluta diminuzione del numero dei possidenti. Il numero dei possidenti aumenta non «più o meno», ma semplicemente più, ossia in senso assoluto e in senso relativo[2].
La critica era esatta: il capitalismo, lungi dal proletarizzare la società, ha aumentato il numero dei dipendenti e fatto espandere il “ceto medio”; i lavoratori con mansioni operaie sono largamente diminuiti (in percentuale) sulla forza-lavoro complessiva. Tutti fatti che provano come Marx ed Engels avessero errato le previsioni e, di converso, Bernstein avesse visto giusto.
Ma è vero da circa 20-25 anni ad oggi? Il capitalismo nuovo, globalizzato e finanziarizzato dei giorni nostri ha ancora l’effetto benefico del vecchio, di incrementare il numero dei possidenti, ridurre le differenze economiche e sociali e arricchire e non impoverire la società? Questo, almeno nel mondo sviluppato?
Chi scrive non è un economista e non ha dati sicuri: ma da molti indizi appare altamente probabile che il divario tra ricchi e poveri nel mondo sviluppato sia in aumento, soprattutto in Italia. Se questo fosse vero, come probabilmente è, occorre trarne le conseguenze sul piano politico.
Il sistema capitalista ha potuto espandersi nei secoli precedenti non solo per la – notata da Marx – capacità di incrementare la ricchezza generale con la produzione di beni e servizi a costi competitivi, ma anche per quello che affermava Bernstein: che riduceva il divario tra ricchi e poveri e aumentava il numero dei possidenti. L’incremento di un robusto (e crescente) ceto medio forniva così consenso e stabilità sociale e politica.
Ma se questo non avviene più occorre trarne i possibili prossimi scenari: che consenso e stabilità andranno a scemare, creando il presupposto per un futuro che non si riesce a delineare.
E quello che si può affermare è che questo futuro non sarà migliore del passato, e richiederà, comunque per mantenersi, l’uso dei mezzi “classici” della politica: la forza e l’astuzia. Per ora non appare – anche se ve ne sono i sintomi, almeno nelle aree “periferiche” del pianeta – che venga incrementato l’uso della forza. Tuttavia è evidente che lo sia quello dell’astuzia, attraverso il controllo dei mezzi di comunicazione di massa e la manipolazione dell’opinione pubblica mediante – praticamente tutte – le tecniche collaudate all’uopo, della disinformazione alla distrazione dell’attenzione, dall’uso di un linguaggio soporifero ed edulcorato (neo-lingua, langue de bois, politically correct) alla vera e propria propagazione di notizie false.
Ma quanto potrà durare è imprevedibile: speriamo che avesse ragione Lincoln ad affermare che si può prendere in giro qualcuno per sempre e tutti per un periodo limitato, ma non tutti e per sempre.

Teodoro Klitsche de la Grange

(*) L’ottimo articolo dell’amico  Teodoro Klitsche  de  la Grange,  necessita di una precisazione su un punto fondamentale.  Ci spieghiamo subito.  Il divario tra  ricchi e poveri è nel Dna delle società (e dell’uomo): immutabile, piaccia o meno, come del resto provano i pionieristici studi di Pareto.  Il che  però non esclude l'esistenza, fin dai tempi di Aristotele, di una classe media, la cui consistenza può  fluttuare nel tempo. Quindi mai confondere il noto (esistenza di ricchi e poveri) con l'ignoto (le dimensioni della classe media).  Nonostante questo pericolo,  esistono, nell' ambito della distribuzione dei redditi,  due forme opposte  di rappresentazione delle gerarchie sociale:  la piramide e il fiasco. La piramide non richiede spiegazioni,  il fiasco sì:  parliamo di  un "fiasco" dal  collo sottile (i ricchi) e dal   fondo largo  (i poveri),  ma  non   più esteso  della “pancia" (il ceto medio).  Sicché,  da un lato,  gli avversari del capitalismo cercano di provare che  il ceto medio, la pancia, (più o meno dall’inizio degli anni Ottanta, complice il  "neoliberismo", quando si dice il caso…)  andrebbe irrimediabilmente assottigliandosi: di qui, il più o meno lento  trasformarsi del fiasco in piramide.   Dall’altro, i difensori del capitalismo  tentano di dimostrare   il  contrario: la persistenza del fiasco.  
In realtà,  le due diverse,  e pur potenti "derivazioni" (piramide e fiasco),  rappresentano  la riprova  di un fatto fondamentale:  che le dimensioni del ceto medio sono fluttuanti. E quindi difficilmente quantificabili una volta per sempre. Tutto qui.
Ovviamente, la portata retorica  delle interpretazioni (interessate) non è senza conseguenze politiche:   la  fluttuazione verso il basso, se giudicata  temporanea (come ritiene la destra filocapitalista ), può  rinviare a  un processo ciclico interno al capitalismo (crisi infrasistemica), se invece giudicata irreversibile (come ritiene la sinistra anticapitalista), può rinviare a un processo esterno,  senza possibilità di ritorno (crisi sistemica).  De la Grange, pur a  malincuore,  sembra ritenere  che si tratti di crisi sistemica:  da lontano, vede spuntare una piramide...  La sua fiducia nei cosiddetti istinti animali del capitalismo  sembra  essere addirittura inferiore  a  quella di Indro Montanelli: il quale, da grande scettico,  amava ripetere spesso  che  la  giusta difesa dei meccanismi dell' economia capitalistica non implica la frequentazione  dei capitalisti... 

(C.G.)     

Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).




[1] V. I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, Laterza,  Bari 1974, p. 87.
[2] Op. cit., p. 91

venerdì 23 gennaio 2015

La Bce lancia un programma di acquisti da 60 miliardi al mese
Il bazooka spuntato di Draghi



I media festeggiano, le borse pure. E i cittadini? È ancora presto per dirlo. Perché il punto della questione è un altro:  non basta iniettare denaro nell’economia, dal momento che, dopo, nell’abbondante acqua della liquidità,  bisogna  nuotare.  E nella direzione giusta. 
L’acquisto di titoli , anche di dimensioni considerevoli,  è la classica arma a doppio taglio,  perché l’ esito di quello che viene pomposamente chiamato “piano per la crescita europea”   dipende  dalla strada che prenderà il denaro.  Credito alle famiglie e alle imprese? Speculazione borsistica? Sprechi pubblici?  Il problema non  è quello di "pompare" denaro,  ma di come ( e se)  verrà speso .
Si tratta  di una misura  che scontenta sia i liberisti, per i quali il livello ideale di liquidità deve essere deciso dal mercato e non dalle banche centrali  in qualche modo legate alla politica, sia gli interventisti, per i quali  alle iniezioni di liquidità deve affiancarsi la crescita della spesa pubblica.   
Draghi non piace ai  primi, perché interviene troppo, ma anche i secondi, perché interviene poco. Politica del  giusto mezzo, allora?   Neppure.   Perché  il  Governatore  della Bce  è un banchiere non un politico: non ha un programma organico e  definito  da  perseguire,  bensì  deve  contrattare giorno per giorno con i membri forti  dell’establishment politico misure esclusivamente creditizie.  Parlare di politica monetaria  della Bce, come qualche volta si legge, oltre che improprio è ridicolo.  Perciò i razzi  del bazooka di Draghi,  ammesso che  di razzi si tratti,  sono spuntati. Politicamente spuntati.

Carlo Gambescia      

        

giovedì 22 gennaio 2015

Il libro della settimana: Mauro Pala (a cura di), Narrazioni egemoniche. Gramsci, letteratura e società civile, il Mulino, Bologna 2014, pp. 288,  euro 23,00.  

https://www.mulino.it/isbn/9788815251275#


Durante la lettura di Narrazioni egemoniche (il Mulino), studio curato da Mauro Pala, docente di Letterature Comparate presso l’Università di Cagliari,  il nostro pensiero è  andato a certa estrema destra italiana,  che  sulla scia di una intrigante intuizione di Alain de Benoist, vecchia però di quarant’anni, tuttora si dichiara fautrice del “gramscismo di  destra”, immaginando chissà quali progetti egemonici  da proiettare sulla “società civile”, in nome di un’ideologia mussoliniana riveduta e corretta alla luce dell’ecologismo e  dell’anticapitalismo più volgari, magari in compagnia temporanea -  in attesa della resa finale dei conti -  dell’ attivismo più grossolano di estrema sinistra. In Francia, sicuramente,  si parlerebbe di  commedia all’italiana…
Diciamo subito  che Gramsci, rispetto a questi rivoluzionari da operetta,  resta un rivoluzionario vero.  E un pensatore politico notevole, ovviamente  all’interno della tradizione marxista. Il che ne costituisce il grande limite cognitivo. Dal momento che gli aspetti sociologici della sua opera - quelli ad esempio legati alla cosiddetta  conquista  culturale della società civile -  restano di una banalità sconcertante. Soprattutto per chi abbia formazione sociologica e sappia come certi meccanismi culturali non fossero per nulla sconosciuti a contemporanei di Gramsci come Pareto, Mosca, Ferrero, Sorokin, Mannheim (solo per fare qualche nome tra i più importanti). Cosicché, per farla breve,  possono essere distinte due posizioni critiche: quella di coloro che, all’estrema destra e all’estrema sinistra,  insistono nella “scoperta dell’acqua calda”, ossia  continuano a  scorgere nella teoria gramsciana idee in realtà scoperte, indagate e  approfondite molto meglio dal pensiero sociologico di ieri come di oggi; e quella di coloro che continuano a pestare l’acqua nel mortaio della filologia marxista non tralasciando di far trasparire, magari con accademica nonchalance, aspirazioni pseudomillenariste. A questa seconda categoria appartiene il libro curato da Pala. Il che significa una sola cosa:  per  passare in rassegna i singoli contributi, si dovrebbe condividere la prospettiva costruttivista e immanentista che caratterizza il background degli autori, tutti orfani di Marx (e di Gramsci, of course) . Infatti - una volta grattata la vernice di un’apparente neutralità  accademica -  si scopre che  per costoro il nemico principale rimane tutto ciò che si oppone alle sorti progressive dell’umanità. Quindi il libro dal punto di vista dell’analisi sociologica  non è recensibile perché o vi si  dicono  banalità (come a proposito dell’importanza degli aspetti cognitivi dell’agire sociale) o vi  si favoleggia - neppure tanto fra le righe -  sulla nascita del mondo nuovo, grazie alla riscoperta del vero Gramsci, ovviamente quello “immaginario”  degli autori: un Gramsci riletto alla luce di un umanesimo marxista postmoderno. Tutto qui.
Naturalmente, lasciamo agli estimatori del genere (non molti per la verità) i preziosismi della migliore ( o peggiore, dipende dal punto di vista) scolastica marxista applicata alla letteratura politica e non: da Rushdie a Williams. Per non parlare della solita zuppa mista sulla storia d’Italia, ora in salsa terzomondista (pardon, post-postcoloniale…), vista come orrida mescolanza di trasformismi politici e  rivoluzioni (giacobine) mancate. Una visione, come è noto,  “smontata” in anteprima da Cuoco,  poi da Croce, Maturi, Romeo, solo per fare alcuni nomi importanti . Eppure per Pala & Co.,  sognanti Alici  nel Paese delle Meraviglie,  l’ora del tè storiografico, sembra essere passata invano …  
Chissà se nel 1922 o nel 1948  avessero invece vinto i comunisti come sarebbe finita: avrebbero costruito l’Uomo Nuovo, come nella Russa Sovietica. Salvo poi chiedere scusa nel 1989… E ritirarsi in buon ordine nel 1991, lasciando solo macerie morali, sociali e politiche. Visti i risultati storici, forse sarebbe il caso di dimenticare (anche)  Gramsci… Non che il fascismo sia stato migliore. Ma forse, a livello di storia ipotetica ( postulando paralleli con il franchismo), sarebbe comunque durato  meno…
Un’ultima considerazione.  Il pensiero gramsciano dal punto di vista della filosofia della trascendenza  resta quanto di più ostile e contrario alla visione cristiana. Anche se  Gramsci, amava sorelianamente ( e astutamente) accostare cristianesimo e marxismo, blandendo, senza nel fondo cedere nulla.  Di qui, talvolta equivoci, spesso storici, anche all’interno di certo  mondo cattolico, laicale e non,  troppo ingenuo e pauperista.  A scopo profilattico -  termine  rozzo ma efficace -    citiamo da Gramsci stesso. Si tratta di un passo  in argomento,  a dir poco esemplare,  che piacerebbe a Machiavelli:

«Il partito comunista è, nell’ attuale periodo, la sola istituzione che possa seriamente raffrontarsi  alle comunità religiose del cristianesimo; nei limiti in cui il Partito esiste già, su scala internazionale, può tentarsi un paragone e stabilirsi un ordini di giudizi tra i militanti per la Città del Dio e i militanti per la Città dell’uomo; il comunista non è certo inferiore al cristiano della catacombe. Anzi! Il fine ineffabile che il cristianesimo poneva ai suoi campioni è, per il suo mistero suggestivo, una giustificazione piena dell’eroismo, della sete di martirio, della santità; non è necessario entrino in gioco le grandi forze umane del carattere e della volontà per suscitare  lo spirito di sacrificio  di chi crede al premio celeste e alla eterna beatitudine. L’operaio comunista che per settimane, per mesi, per anni, disinteressatamente, dopo otto ore di lavoro in fabbrica, lavora altre otto  ore  per il Partito, per il sindacato, per la cooperativa, è, dal punto di vista della storia dell’uomo, più grande dello schiavo e dell’artigiano che sfidava ogni pericolo per recarsi al convegno clandestino della preghiera. Allo stesso modo Rosa Luxemburg e  Carlo Liebknecht son più grandi dei più grandi santi di  Cristo. Appunto perché il fine della loro milizia è concreto, umano, limitato, perciò i lottatori  della classe operaia sono più grandi dei lottatori di Dio: le forze morali che sostengono la loro volontà sono tanto più smisurate quanto più è definito il fine proposto alla volontà.

C’è da aggiungere altro? Cattolico avvisato, mezzo salvato…

Carlo Gambescia

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(*) A. Gramsci, Il partito comunista, in “Ordine nuovo”, 4/9/1920, ora in Idem,  L’ Ordine nuovo, Einaudi, Torino 1954, pp. 156-157.

mercoledì 21 gennaio 2015

Riflessioni
Decisione e rappresentanza, 
l’endiadi spezzata
di Giuliano Borghi



C’è uno spettro che da oltre mezzo secolo aleggia sul sistema politico italiano. E lo paralizza.
Si tratta del problema, a suo tempo non risolto dalla Costituente stessa, della forma-governo.
L’aver eluso il momento tipico  della Decisione, e averlo stemperato e soffocato in quello improprio della Rappresentanza, anche se una qualche ragione può essere trovata nella temperie di quegli anni, ha provocato prima un decennale blocco istituzionale, poi ha reso accidentato il percorso delle riforme filigrane nella Carta Costituzionale. Con conseguenze, sia politiche, quanto costituzionali deleterie per un buon governo della società italiana.
La Governabilità, la forma di governo, cioè, che può davvero essere tale perché in grado di decidere, attiene in proprio al momento della Decisione e solamente a questo.
Al momento della Rappresentanza appartiene, invece, la scelta di quel sistema elettorale che meglio può esprimere gli interessi, le passioni e le idee dei Cittadini. Questo vuol dire che neppure il migliore sistema elettorale è in grado di assicurare la governabilità, perché questa può essere trovata solamente nella sfera della Decisione, che è altra dalla sfera della Rappresentanza.
Insomma, prima si deve scegliere la forma di governo, poi il tipo di sistema elettorale coerente con la forma di governo voluta.
Ben diversamente si sono svolti i fatti al tempo dell’Assemblea Costituente.
Nel 1946, l’Assemblea Costituente affida alla 2° Sottocommissione il compito di dar soluzione alla questione della forma-governo. Su questo tema si trova incaricato della relazione introduttiva Costantino Mortati. Il giurista calabrese, dopo una analitica e ampia disanima delle possibili soluzioni, insistita sempre sull’alternativa fra un regime presidenziale, garante della stabilità e della unitarietà della direzione politica, e un regime parlamentare , garante della certezza del diritto e del rispetto delle minoranze escluse dal governo, indica alla fine come teorica via d’uscita, la creazione di un regime intermedio. Tecnicamente il suo buon funzionamento veniva assicurato da un potere forte di designazione del primo ministro, da parte del Presidente della repubblica, da un altrettanto forte potere del Parlamento nell’accordare o meno la fiducia al governo e dalla garanzia per esso di poter lavorare senza tema di imboscate parlamentari per un periodo fisso di almeno due anni.
Nel dibattito che ne segue in sottocommissione, la proposta Mortati non viene accolta.
Agli altri componenti appare subito chiaro che il quadro ipotizzabile per l’Italia di quelle ore, cioè pluripartitismo, diretta conseguenza del sistema elettorale proporzionalistico, nonché probabili governi di coalizione, avrebbe resa impraticabile l’ipotesi di un governo in grado di porsi come vero antagonista al parlamento e capace allo stesso tempo di programmi con forte coerenza.
A questo la soluzione più efficace poteva venire sola da un regime presidenziale. Coerentemente con questo, allora, Pietro Calamandrei chiede che la 2° sottocommissione si pronunci fermamente a favore dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica, lì stabilendo il luogo della decisione.
Contro, interviene un altro costituzionalista, il democristiano Egidio Tosato, per ammonire  che in un sistema pluripartitico l’elezione diretta del Capo dello Stato avrebbe potuto generare un conflitto permanente tra esecutivo e legislativo. Preferibile, piuttosto, poteva essere il potenziamento della figura del Presidente del Consiglio con la clausola vincolante e protettiva che in caso di sfiducia solamente due dovevano essere gli sbocchi possibili. Nell’eventualità di una sfiducia votata a maggioranza assoluta, automaticamente diveniva Presidente del Consiglio il primo firmatario della mozione. Nell’eventualità di una sfiducia votata a maggioranza relativa, il Presidente della Repubblica avrebbe dovuto sciogliere le Camere.



Nessuna delle indicazioni, però, riesce a convincere totalmente. Viene dato incarico, allora, al repubblicano Perassi di tentare di rimuovere le difficoltà. Ma questi non trova altra soluzione se non quella di non decidere e presenta un ordine del giorno nel quale il problema irrisolto della forma-governo viene rimosso a beneficio del regime parlamentare, annegando così la Decisione nella Rappresentanza. Il 5 settembre 1946 l’ordine del giorno viene votato e inizia la vicenda di quel parlamentarismo semiassoluto che struttura la seconda parte della Costituzione.
Eluso il luogo legittimo della Decisione, il sistema parlamentare consegna ai partiti la funzione di “motori”costituzionali, di agenti nascosti della balance  costituzionale.
Purtroppo, fin dai quei tempi, i “partiti” non erano quegli ideali corpi intermedi “istituzionali” tra Stato e Cittadini, votati al bene comune, sognati da Costantino Mortati, la lezione del quale aveva esercitato una influenza determinante sulle scelte di voto del gruppo dei professori cattolici riuniti attorno a Giuseppe Dossetti. Ed evidente era già, per chi voleva vedere, che ri-fondare la legittimità politica sullo zoccolo della Rappresentanza, la fonte della quale erano i partiti di massa, più che una ingenua utopia, era l’avvio verso quella deriva politica e istituzionale che solo pochi anni dopo lo stesso Calamandrei avrebbe violentemente denunciato.
Ma così allora fu detto, così allora fu fatto.
E la domanda di governabilità è ancora oggi in attesa di una risposta definitiva.

Giuliano Borghi




Giuliano Borghi, docente di filosofia politica nelle università di Roma e Teramo. Ha pubblicato studi su Evola, Platone, Nietzsche, il pensiero tragico e la filosofia della crisi.  Si occupa in particolare dei rapporti tra pensiero politico ed economico dal punto di vista dell'antropologia filosofica.

martedì 20 gennaio 2015

La sfida jihadista
Perché l’Europa rifiuta di battersi?




Dopo i tragici fatti di Parigi, la  nostra   impressione è che  l’Europa   non abbia  alcuna intenzione di affrontare “fuori casa”  la sfida jihadista.  Insomma, di schierare la sua forza militare e tecnologica per contrastare il fenomeno  nelle aree dove  si va pericolosamente espandendo. Al riguardo rinviamo a un articolo di Carlo Pelanda  in cui  sono indicate alcune linee di intervento  scalare  nel quadro, a suo avviso auspicabile, di una  "alleanza occidentale” rivolta verso il comune nemico esterno (*).
Tuttavia, per ora,  le uniche misure in discussione sono di tipo interno: maggiori controlli, più collaborazione tra le forze  di polizia, maggiori potere all’Intelligence, istituzione di superprocure (come in Italia), aumento delle pene.  Altro che ferree alleanze  geopolitiche con gli Stati Uniti, tra l'altro,  se ci si passa la semplificazione,  di Obama-rivestiti e piuttosto svogliati…  L’ottica europea sembra  essere  la stessa  della lotta alla  criminalità e al terrorismo politico interno.  E qui risulta interessante porsi una domanda:  perché una questione militare viene ridotta a pura  questione di polizia? 
In primo luogo, perché la pubblica opinione europea è debellicizzata:  per una serie di ragioni storiche legate alla tragica  guerra civile 1914-1945, l’Europa di oggi, quasi a tutti i livelli, rifiuta non solo la guerra ma la cultura militare in quando tale.        
In secondo luogo,  le classi politiche non possono non assecondare la tendenza pacifista. E per due ragioni:  a) di legittimità istituzionale e politico-culturale ( sono andate al potere nel 1945, promettendo una pace duratura); b)  di conservazione del potere (una guerra  provocherebbe  inevitabili spostamenti di potere dai civili ai militari,  mentre le forze di polizia dipendono e dipenderanno sempre  dall’autorità civile).     
Sicché, all’attacco l’Europa  preferisce, la difesa…  Al militare, il poliziotto…    Insomma,   l’Europa continuerà  a mettere fiori nei suoi cannoni...  Fino a quando?

Carlo Gambescia  
    

lunedì 19 gennaio 2015

Riletture
José Maria Gironella,
un Ernest Hemingway cattolico?



Abbiamo trascorso la domenica immersi nella rilettura de I cipressi credono in dio  (1953) di José Maria Gironella (1917-2003),  primo volume di una tetralogia  dedicata alla Spagna prima, durante e dopo la Guerra Civile.  Sui profili ( e contrasti) culturali di quella  tragedia,  si impara più dal suo equilibrato romanzo che dalla lettura di  qualsiasi saggio storico (*). 
Chi era Gironella? Culturalmente parlando, un esistenzialista cattolico, sospeso tra  fede, realtà e apocalisse,  dalla penna spessa, corposa,  capace di scolpire un  carattere, una situazione, uno stato d’animo in poche ficcanti righe,  trafiggendo  il lettore (**). Un  Ernest Hemingway, ma equidistante - se proprio si vuole tirare in ballo l’egocentrico scrittore americano -  che crede  in Dio,  che  ama il prossimo  più di se stesso, che scorge il nulla ma non vi si perde. Gironella porta la croce non la carabina. E comunque sia, quel nichilismo, scorto da alcuni critici, si arresta  e si sublima davanti ai Portali del Paradiso.   
Il romanzo  che abbiamo tra le mani uscì in Italia  nel 1959  per i tipi di Longanesi: due volumi nella bella  rilegatura della "Gaja Scienza", racchiusi in cofanetto, le cui illustrazioni, però,  rinviavano (come si può vedere)  alla Spagna delle corride e dei turisti. Un libro sulla "guerra civile"...  Stupidità?  Mascheramento? Esotismi alla Hemingway per vendere?   Timore di critiche a sinistra? Difficile dire… Anche perché l’Editrice Longanesi,  non nascondeva il suo spirito anticonformista…  Tuttavia, all’epoca,  il suo fondatore, Leo, padre de “Il Borghese”  era scomparso da due anni…  
Los cipreses creen en Dios,  bestseller degli anni Cinquanta, e non solo in Spagna,  in Italia  non andò bene: ancora  negli anni Settanta, ingombrava interi scaffali delle librerie remainders.
Probabilmente,  giocarono un ruolo determinante  i timori  della cultura cattolica e liberale ( e stampa collegata) verso  quella marxista, abilissima nell’assegnare patenti di democrazia agli altri ma non a se stessa. Parliamo di una  cultura italiana troppo friendly (a voler essere buoni) verso la sinistra…  Ad esempio,  qualche anno prima Vittorio De  Sica,  si era rifiutato di dirigere  la versione cinematografica del Don Camillo  di Guareschi, scrittore di destra  inviso  al Pci (da lui ricambiato, ovviamente). Si pensi anche,  solo per fare  un altro esempio, alla tortuosa vicenda editoriale, costellata di rifiuti, della trilogia Il cavallo rosso  di Eugenio Corti, bellissima saga italiana, che va dalla Campagna di Russia al Referendum sul divorzio. L’ affondamento del  romanzo di Gironella potrebbe essere materia per una bellissima tesi di laurea in sociologia della letteratura/scienze della comunicazione. Talvolta indagare la "sfortuna" di un libro, ovviamente senza remore ideologiche, può essere altrettanto  istruttivo quanto lo studio della  sua "fortuna".
Al di là del nostro "appello" finale,  se in qualche mercatino dell’usato, amici lettori, vi capiterà di trovare il romanzo di Gironella, compratelo subito. E, soprattutto, leggetelo.  Anche perché, per quanto ne quanto sappiamo,  è l’unica sua opera tradotta in italiano.

Carlo Gambescia        


      

venerdì 16 gennaio 2015


 “Se il dottor Gasbarri, mio amico caro, dice una parolaccia contro la mia mamma, si aspetti un pugno”. Così il Santo Padre
Etologia di Papa Francesco



"Ognuno ha non solo la libertà o il diritto ma anche l’obbligo di dire quello che pensa se ritiene che aiuti il bene comune, un deputato, un senatore, se non dice qual è la buona strada non fa bene. Avere questa libertà, ma senza offendere, perché è vero che non si può reagire violentemente ma se il dottor Gasbarri, mio amico caro, dice una parolaccia contro la mia mamma, si aspetti un pugno. Perché non si può provocare, insultare, ridicolizzare, la fede degli altri".



Cosa dire?  Innanzitutto che non si tratta  di  un' Enciclica  né di una dichiarazione formale urbi et orbi. Però  il giudizio sembra  rivelare  una  "predisposizione culturale" quantomeno alla indocilità...   Perché -  nessuno si offenda -  dal pugno al proiettile  non c’è differenza di specie ma solo  di  grado.
In realtà, la questione è un’altra e ben più  profonda: per quale ragione, semplificando, tale "predisposizione al pugno",  nonostante i processi di secolarizzazione,  non  è  ancora scomparsa? Particolare resistenza della religione?  E in particolare del monoteismo?  Il vero punto  della questione non concerne la forma religiosa di fondo (monoteismo o politeismo), ma il contenuto, ossia le motivazioni collettive: tanto  più alto è il grado di identificazione in un credo quanto  più  elevato è il  livello  di  autocentrismo  e di  chiusura ad ogni forma di giudizio esocentrico.   Tradotto: più credo in una certa cosa, meno sono disposto a sopportare le critiche. Perciò,  da questo punto di vista,  le parole del Papa rappresentano la punta di un iceberg. 
Ciò significa che la soluzione  non può essere rappresentata dalla soppressione della religione, dalla sostituzione del monoteismo con il politeismo,  dalla diffusione  capillare del relativismo e del laicismo. Siamo davanti a qualcosa di profondo, di "pre-culturale",  che riguarda i fondamenti etologici della convivenza umana:  l’uomo, per dirla con Hobbes,  è un essere pericoloso, soprattutto quando vede minacciato  il proprio territorio.  E la minaccia (come del resto l’offesa) è  sempre qualcosa di  soggettivo, soprattutto nel mondo umano, dove il fattore simbolico è predominante.  Ciò implica  che  la cultura (la pre-disposizione, eccetera),  può senz'altro agire come elemento di rinforzo sotto il profilo della motivazione,  ma attenzione:  sempre dopo, mai prima.    
Pertanto, quando  il  Papa asserisce chi tocca la mia mamma, eccetera,  difende il suo  territorio… Insomma, quel che dichiara Francesco, se ci si passa l’espressione,  non fa una piega:  ovviamente  non dal punto di vista religioso ma da quello etologico, dei fondamenti del comportamento umano.  E lo stesso vale per i suoi avversari.  E perfino per i seguaci del relativismo,  i quali -  altra riprova  di quanto abbiamo fin qui detto -  non riescono  a spiegarsi perché  la tanto celebrata società multiculturale  non sia  poi così  pacifica come si vuole credere…
Come uscirne? Difficile fornire soluzioni definitive. Andrebbe cambiata la natura degli uomini…
Pertanto - parliamo del cose umane in generale -  si può solo limitare e addolcire (culturalmente)  fin dove possibile,  e spegnere (con la forza) quando necessario.  Perché, purtroppo, la violenza è sempre in agguato.
Carlo Gambescia  


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giovedì 15 gennaio 2015

Il libro della settimana: Albert Schweitzer, Filosofia della civiltà, Fazi Editore, 2014, pp. 384, Euro  19,00. 

http://www.fazieditore.it/Libro.aspx?id=1406


Su Albert Schweitzer  non abbiamo  mai  digerito  l'  infelice giudizio di Ernesto De Martino.  Il quale retrocesse, una figura prestigiosa come quella del  medico,  teologo, musicologo e filosofo alsaziano, al rango inferiore di  esempio  del  “fervore missionario”,  frutto  “del  senso di colpa  e del desiderio di espiazione  del colonialismo borghese” (1);  il suo era  “un  darsi alla filantropia  e alla pedagogia spicciola”... (2).  Pagine dettate,  probabilmente  dall’ odiosa ideologia della "guerra civile europea".  Non  è  però  di De Martino che desideriamo occuparci,  bensì dell’ottima idea dell’Editore Fazi di  proporre in versione integrale la  Kulturphilophie (Filosofia della civiltà), pubblicata nel 1923 in due volumi  dal Premio Nobel per la Pace:  un' opera meditata e scritta con l'animus  del teologo-filosofo, sotto il duro  peso di  incalzanti  eventi formativi e storici: dal  primo   soggiorno africano al  grande conflitto mondiale.   
Del resto il  primo volume  uscito in Italia  nel 1963 per i tipi di Comunità  con il titolo di Agonia della  civiltà, un centinaio di pagine tradotte da Mario Tassoni, non era più reperibile da anni. Perciò doppiamente meritoria la scelta editoriale di farlo uscire nuovamente insieme al secondo volume e   nell'  agile  traduzione dal tedesco  di Alberto Guglielmi  Manzoni.  E tra l’altro, cosa non secondaria, nella  rigogliosa  - quale altro  aggettivo più giusto? -   collana “Campo dei fiori”,  dove il lettore potrà trovare  ottimi  libri di interesse, come dire, contiguo:  quelli di  Bainton su Serveto, di Bielawski su Panikkar, di Levergeois su Giordano Bruno di  Raguin sul Tao, di  Jaspers su Socrate, Buddha, Confucio, Gesù. Ancora complimenti.

http://www.raistoria.rai.it/articoli/albert-schweitzer-il-medico-dei-poveri/10797/default.aspx

La prima parte, Caduta e ricostruzione della civiltà (pp. 9-80, I. Verfall und Wiederaufbau der Kultur) racchiude una critica assai tagliente dei  nodi utilitaristici della civiltà occidentale venuti al pettine tra Otto e Novecento. La crisi post-positivista  nasce dal rifiuto di un approccio etico, come autoconsapevolezza ragionata della necessità di  rispettare l’Altro: quanto più si vive per stessi, tanto più si ignora  il mondo che ci circonda. Un universo composito  che non è proprietà esclusiva di  uomini e donne  bensì  di  tutti gli esseri viventi. Di qui,  detto per inciso, quel rispetto per  la  natura e per gli animali (si vedano le ispirate pagine sulla vivisezione) che contrassegna il pensiero di Schweitzer, conferendo alla sua opera un  tocco di  geniale attualità.  Quanto più la filosofia, la tecnica  e la morale (quest'ultima barbaramente ridotta a pura nomenclatura  comportamentale), perdono tale consapevolezza,  tanto più  la civiltà, che è fenomeno intimamente etico  (prima che culturale, politico, economico, estetico, eccetera), si corrompe, rischiando l'autodistruzione.  Come osserva Schweitzer,  l’etica  quale  progressiva conoscenza vivente di Noi stessi e dell’Altro ha natura circolare, virtuosamente circolare: più si amplia per autocombustione interiore,  elevandosi a concezione del mondo,  più  alimenta  un processo di  conoscenza morale infinita, capace di andare oltre l’umano.   Su questo punto, come  nota un maestro del pensiero sociologico (3), “Schweitzer concorda con Spengler, Schubart, Koneczny, Berdjaev, e in una certa misura, con Northrop, nel sottolineare  il   primato della conoscenza vivente e intuitiva dell’Essere infinito nelle sue infinite manifestazioni” rispetto ad altre forme di conoscenza mediate o  esterne come  il sapere scientifico.
La seconda parte, Civiltà ed etica  (pp. 81-380,  Kultur und Ethik),  propone  invece una  stringente ricostruzione  del pensiero filosofico e morale dell'Occidente. In relazione a che cosa? Qual è la leva? L'etica, ossia la condicio sine qua non per lo sviluppo di qualsiasi civiltà.  Non un etica qualsiasi, come abbiamo già visto,  ma  una  concezione forte,  capace di   proclamare  e realizzare   il rispetto per la vita. Secondo Schweitzer,  ogni volta che nel passato si è avuta una  renaissance etico-morale ( i due termini nel suo discorso spesso sono intercambiabili), anche la civiltà è rifiorita e viceversa. Purtroppo,  non tutte le forme di pensiero hanno  avvertito l’urgenza della questione.  In Occidente solo la filosofia stoica, così amata dagli antichi e la  razionalista  del  secolo XVIII hanno recepito l'importanza del momento etico, favorendo  così la piena fioritura delle civiltà romana e occidentale.  Sotto questo aspetto, Schweitzer è una specie anti-Spengler:  al determinismo parabiologico   a sfondo particolaristico (se non etnico)  del morfologo tedesco oppone il suo anti-determinismo etico a carattere universalistico.  Del resto,  per restare nel  sassoso  giardino  dei "maledetti",  anche l' insistenza di Schweitzer  - che rappresenta il trait d'union tra le due parti -  su una vita-etica  vista come più-che-vita, perché si apre continuamente all'altro senza mai cercare di fagocitarlo (un contenuto che non trova mai la sua forma definitiva, per dirla con Simmel vs Schopenhauer), ne fa - azzardiamo l' interpretazione,  forse osé - un creativo Nietzsche cristiano, non  al di là del bene e del male,  bensì  esclusivamente dalla parte del bene...  Come prova, a differenza dello Zarathustra tedesco,  la sua esistenza spesa in funzione degli altri e mai di se stesso. 
Quali le sue conclusioni?  Ascoltiamolo:

“ Nel rispetto per la vita , invece, la civiltà riconosce di non aver nulla a che fare  con una evoluzione del mondo, ma di  avere  il suo significato in se stessa. L’essenza della civiltà consiste nel fatto che, nella nostra volontà  di vita, sia personale  che collettiva, si afferma sempre più l’influenza e l’importanza  del rispetto per la vita. La civiltà, quindi, non è l’immagine di una evoluzione del mondo, ma un’esperienza della volontà di vita che è in noi stessi, che non possiamo né dobbiamo  necessariamente mettere in relazione con gli avvenimenti del mondo  che conosciamo dall’esterno. Il compimento della nostra volontà di vita basta già di per sé […] Questo e nient’altro  è civiltà: il fatto  che, in conseguenza di tutti i progressi che l’essere umano e l’umanità possono realizzare, ci sia nel mondo una volontà di vita che abbia il massimo rispetto per la vita di tutti gli essere viventi che giungono nel suo raggio d’azione e che  cerchi il perfezionamento  nella spiritualità  del rispetto della vita” (pp. 357-358).


Una vita che ami la vita, in tutte le sue forme, rispettandole:  una vita- più-che-vita,  ecco l’essenza della civiltà per Albert Schweitzer. Questa la sua lezione. Altro che il singhiozzo dell'uomo bianco, ingiustamente attribuitogli da Ernesto De Martino...
Certo, Schweitzer ragiona in termini di filosofia  del "dover essere":  una filosofia sempre a rischio, perché costretta  a  subire  i  brutali contraccolpi delle  dure necessità dell’ "essere" delle "cose" politiche  ed economiche. Un impolitico? Sicuramente. Ma di grandissima classe.      
Carlo Gambescia  

(1) E. De Martino,  Furore Simbolo Valore, Feltrinelli 2002,  pp. 107-108.
(2) E. De Martino, La Fine del mondo, Einaudi 2002, p. 473, par. 264.
(3) Pitirim  A. Sorokin,  Social Philosophies of  an Age of Crisis, The Beacon Press 1951, p. 182.