venerdì 31 ottobre 2014

Matteo Salvini  e Giorgia Meloni uniti politicamente?     
Un’ipotesi da bocciare



Non siamo d’accordo con Adriana Poli Bortone.  L’ ex Ministro dell’Agricoltura ha dichiarato che “bisogna incoraggiare Matteo Salvini e Giorgia Meloni a dare forma a un grande soggetto politico che dia una speranza a chi non si riconosce nel Patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi”. (*).  A dire il vero   non è la  sola tra i post-missini  a manifestare gradimento nei riguardi del leader leghista:  ad esempio, Salvini  piace anche a Buttafuoco, ai fascisti del duemila di Casa Pound e a numerosi altri  rappresentanti del folclore neofascista.   Perciò, altro che "patto del Nazareno"... Qui si stratta di due must, molto apprezzati  tra i fascisti dopo Mussolini:  l' eterno fascino dell’uomo forte (nel caso, Salvini); il  buttarla in caciara (tecnica in cui la  Meloni, buon sangue non mente, eccelle). 
Perché  dissentiamo?   Per due ragioni. 
In primo luogo, l' ipotetico "soggetto politico unico"  Salvini-Meloni,  rischia di  non  funzionare, perché privo di basi  politiche. Che possono avere in  comune  gli statalisti post-missini (per giunta nazionalisti, pardon oggi si dice sovranisti) con i regionalisti della Lega?  Certo, per ora,   condividono posizioni, come amano dire,  identitarie.  Ma si tratta di  “indentitarismi” differenti. Da un lato l’Italia, dall’altro, per così dire,  il blocco nordista. Praticamente,  sembrano unite solo  dalla comune avversione verso l' immigrazione straniera, clandestina o meno.  Troppo per vincere, poco per governare insieme. 
In secondo luogo,  la liaison  Salvini-Meloni  rappresenta  un passo indietro nella democratizzazione della destra politica post-missina, perché i nipotini (e bisnipoti) di Almirante   rischiano  di venire nuovamente  risucchiati  nell’alveo di un burrascoso movimentismo nero-verde  più vicino all’attivismo frenetico  delle  lunatic fringes che alla prudenza e alla  moderazione delle destre istituzionali. Insomma, il vecchio "boia chi molla" riverniciato di verde.
Concludendo, un’ipotesi da bocciare.     

Carlo Gambescia   

giovedì 30 ottobre 2014

Il discorso del Presidente russo   al Forum   del Club Valdai 
 Realismo politico: 
a lezione da Putin
di Teodoro Klitsche de la Grange



È difficile leggere un discorso più realistico e politicamente scorretto di quello pronunciato da Vladimir Putin al Forum internazionale del Club Valdai. L’intero ragionamento del Presidente russo è riconducibile ai concetti e al lessico del realismo politico: potere (in primo luogo), equilibrio, bilanciamento, responsabilità e via ricordando. Se Putin avesse voluto salmodiare un paternostro avrebbe parlato di diritto, ragione, tante (buone) intenzioni e tutto il residuo vocabolario cui ci hanno abituato politici e commentatori à la page.
Facciamo qualche esempio.
Le regole, cioè- a un di presso - il diritto oggettivo. Contrariamente a qualche Dulcamara dello jus italico, il rapporto tra guerra (il potere) e diritto è l’inverso di quel che pensa. È la guerra – e l’ordine che ne consegue – a conformare il diritto applicabile. Onde il Presidente russo afferma che molti meccanismi  per assicurare l’ordine «si sono formati in tempi lontani, influenzati soprattutto dall’esito della Seconda guerra mondiale. La solidità di questo sistema non si basava esclusivamente sul bilanciamento delle forze e sul diritto dei vincitori, ma anche sul fatto che "i padri fondatori" … si trattavano con rispetto, non cercando di "spremere fino all’ultimo" ma cercavano di mettersi d’accordo».
Ora la situazione è del tutto cambiata «gli Stati Uniti, dichiarandosi i vincitori della "Guerra fredda", hanno pensato… che di tutto questo non v’è alcun bisogno. Dunque, invece di raggiungere un nuovo bilanciamento delle forze, che rappresenta una condizione indispensabile per l’ordine e la stabilità, hanno intrapreso, al contrario, i passi che hanno portato a un peggioramento repentino dello squilibrio». La guerra fredda è finita, e con essa l’ordine di Yalta: ma il nuovo rapporto di forze richiede un ripensamento per conseguire una situazione di pace reale. La cosa più strana ma prevedibile è che la “Guerra fredda” la quale a ragione non rientrava nel concetto giuridico di guerra) proprio per non essere tale non si è conclusa con un trattato di pace, che fissava nuove regole. In ciò in opposta ma curiosa coerenza con quella, caldissima, del ’39-’45, cui non è seguito il trattato di pace con la Germania debellata.
La sovranità. Afferma Putin  «Il concetto stesso della "sovranità nazionale" per la maggioranza degli Stati è diventato un valore relativo. In sostanza, è stata proposta la formula seguente: più forte è la lealtà a un unico centro di influenza nel mondo, più alta è la legittimità del regime governante» e per mantenerlo occorrono «misure per esercitare pressione sui disubbidienti ben note e collaudate: azioni di forza, pressioni di natura economica, propaganda, intromissione negli affari interni, rimandi a una certa legittimità di "infra-diritto" (…).siamo venuti a conoscenza di testimonianze di ricatti non velati nei confronti di una serie di leader». La guerra psicologica (in senso lato) volta a fiaccare la volontà di resistenza dei popoli ha un ruolo maggiore che nel passato. Aumenta la frode anche se cala l’uso della forza, ma il risultato è lo stesso.
E la situazione che ne è scaturita non è la migliore «Il diktat unilaterale e l’imposizione dei propri stereotipi producono un risultato opposto: al posto degli Stati sovrani, stabili, l’espansione del caos; al posto della democrazia, il sostegno a gruppi ambigui, dai neonazisti dichiarati agli islamisti radicali».
L’acume dell’analisi è evidente, ma occorre trovare il punto centrale dei vari punti trattati da Putin.
Questo è il contrario di quanto correntemente e ossessivamente ripetuto dal «pensiero unico» globalista: è illusorio costruire un ordine su regole («i diritti umani») poste nelle mani, per quanto         robuste, di una potenza (o un potere) collocato al di sopra di tutti gli altri, e perciò «monopolista» nell’applicazione delle regole e della  «violenza legittima» necessaria (e quindi portate ad abusarne).
Piuttosto è più realistico e meno belligeno, tener conto delle differenze dei popoli (tra cui le relative «tavole dei valori») degli interessi e delle forze in campo. Per cui ad esempio, cercare di ridurre o annichilire l’influenza russa nel Mar Nero è in contrasto con quello di potenza, almeno regionale, della Russia nella zona, nonché dimentico che la stessa ha fatto una decina di guerre per diventarla.
Così, il pensiero espresso dal Presidente russo ricorda quanto scriveva Schmitt, oltre cinquant’anni orsono nella Teoria del Partigiano: 

«È il contrasto fra One World, unità politica della terra e dei suoi abitanti, e una pluralità di grandi regioni, che si controbilanciano le une con le altre. L’immagine pluralistica di un nuovo Nomos della terra è stata espressa da Mao in una poesia, intitolata Kunlun, nella quale si dice: Se il cielo mi fosse una patria sguainerei la mia spada/e ti spaccherei in tre pezzi:/uno all’Europa, in regalo,/uno all’America,/ma uno lo terrei per la Cina,/ e sarebbe la pace a dominare il mondo».

Il discorso di Putin ripropone la questione: il nomos è più irenico e rispettoso delle differenze che One World, come sosteneva il giurista di Plettenberg.

Teodoro Klitsche de la Grange



Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).

mercoledì 29 ottobre 2014

    La storia insegna che un' istituzione debole, quando cede sui fondamentali presto si sfalda
La  Perestrojka di  
Papa (Gorby) Francesco




Quando elessero questo Papa (dico Bergoglio, non l’altro in pensione) lo trovai subito simpatico, per  il suo stile spiccio, periferico, garibaldino-peronista.  Tant’è vero che gli dedicai una miniserie eroicomica, “Comandante Francisco” (eccola qui:http://piccolozaccheo.wordpress.com/2013/04/18/comandante-francisco-1/ ).
Di solito, faccio bene a fidarmi della prima impressione. Stavolta, però, ho paura che la prima impressione mi abbia fregato. Spiego perché in due parole,  nello stile spiccio di cui sopra.
Dei provvedimenti tipo l’asfaltatura dei Francescani dell’Immacolata non parlo, non ne so abbastanza e anche se ne sapessi, non sono affari miei. Parlerò invece degli affari miei, cioè della linea di Papa Bergoglio su diritto di famiglia, omosessuali, etc., e delle parole che usa per sostenerla. Quelli sono affari miei perché una famiglia ce l’ho anch’io; e perché le parole servono anche a me.
Cominciamo dalle parole. Al Sinodo o pre-Sinodo,  Papa Bergoglio e i prelati del suo partito hanno fatto largo, larghissimo uso di parole quali “amore”, “misericordia”, “perdono”, “accoglienza”. In sé, niente di strano e nuovo. Rilevo però che queste belle e tenere parole cristiane sono state rivolte prevalentemente all’indirizzo di gruppi di pressione che godono già dell’appoggio unanime dei powers that be: a favore degli omosessuali e del loro diritto a sposarsi e ad avere figli si sono schierati non solo i principali media del mondo occidentale, ma addirittura il Presidente degli Stati Uniti e gli amministratori delegati di istituzioni finanziarie come Goldman Sachs. Certo, anche i ricchi piangono, e anche i potenti sono figli di Dio.  Non li vedo però tanto discriminati, tanto umiliati e offesi, tanto vittime da avere un impellente bisogno di soccorso. In diverso ambito, per esempio politico, il tono di Bergoglio & C. si chiamerebbe “correre in soccorso del vincitore”, o se si preferisce l’americano, “bandwagoning”.  Sono già in tanti a conformarsi,  uno più uno meno il risultato non cambia: tranne che per la Chiesa.
La linea. La linea di papa Bergoglio pare la seguente.  La distanza tra il dire e il fare, tra vissuto quotidiano dei popoli non solo occidentali e dogmatica e morale cattoliche è così grande, che per non uscire dal mercato la Chiesa deve adattare le sue politiche di marketing  al profilo del consumatore, che così si fidelizza. Di qui, uscite come il celebre “Chi sono io per giudicare?” (Risposta: “Sei il Vicario di Cristo, ciò che leghi e sciogli in terra sarà legato e sciolto in Cielo; e siccome la Persona della Quale fai le veci è momentaneamente fuori stanza, su questa terra non puoi passare la pratica a Lui”). Il tutto, condito di colpi al cerchio progressista e colpi alla botte tradizionalista, in collaudato stile curial-gesuitico, per presentarsi come leader al di sopra delle parti.
Non so se funzionerà. Secondo me, funzionerà nel breve periodo, non funzionerà nel medio e lungo. Certo sono opinioni... Del resto  se Scalfari si permette di dare del  "tu" a Dio, dal momento che ha scritto libri  come  "Incontro con Io" e  L'uomo che non credeva in Dio",  potrò ben scrivere questa paginetta, sul mio   io [minuscolo] e  il Papa.   Al contrario di Scalfari, non ho un canale privilegiato con Dio: la mia prognosi è puramente temporale e umana. La storia insegna che una istituzione debole, quando cede sui fondamentali – ideologici e/o organizzativi – presto si sfalda.
Si è visto bene con l’URSS. Colà, la distanza tra il dire e il fare, tra vissuto quotidiano dei popoli e dogmatica e morale comuniste era come minimo uguale a quella che indebolisce, oggi, la Chiesa cattolica. (Con l’aggravante che le promesse declinate in un futuro temporale e visibile che non arriva mai hanno gambe più corte delle promesse declinate in un Aldilà eterno invisibile per definizione). Arriva Gorbaciov, che subito si distingue dai suoi predecessori per l’aria spiccia, periferica, garibaldina.  Dopo le mummie brezneviane, “Finalmente una persona normale!” pensarono in tanti (anche io). Gorby attacca con la glasnost, dice pane al pane, ammette che proprio non ci siamo, che bisogna rimboccarsi le maniche e rifare se non tutto quasi; e in sostanza lascia intendere che il comunismo è meglio lasciar perdere, anche se evita smentite ufficiali del dogma e della morale comuniste. Dice semmai che quanto di buono c’è nel comunismo come promessa e intenzione (giustizia, eguaglianza, etc.) si può realizzare solo sbaraccando le istituzioni comuniste: e in effetti le sbaracca.
Nel frattempo, apre un cordiale dialogo con il nemico di sempre, gli USA capitalisti e imperialisti. Nel corso del dialogo, Gorby avanza una proposta: “Noi togliamo il disturbo nei paesi del Patto di Varsavia, e li lasciamo liberi di andare per la loro strada. In cambio, voi mi promettete di non espandere la NATO in quei paesi.” Il presidente USA accetta al volo la straordinaria apertura, e così travolgente è l’entusiasmo per la storica svolta di progresso e libertà, che le delegazioni sovietica e statunitense si scordano di mettere l’accordo per iscritto. Risultato: oggi,  Rep. Ceca, Polonia, Ungheria, Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia, Albania, Croazia sono membri NATO.  Sono inseriti nel Membership Action Plan (procedura di pre-adesione alla NATO) Bosnia-Erzegovina, Georgia e Ucraina. Il confine ucraino dista 465 km. di pianura sarmatica (percorsi dalle FFAA tedesche per l’attacco all’URSS nella IIGM) da Mosca.
Attenzione ai travolgenti entusiasmi, Santità. 

Roberto Buffagni


Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

martedì 28 ottobre 2014

Gli oppositori interni di Renzi
Che cosa vogliono?



Ma cosa  vuole la sinistra Pd  che si oppone a Renzi? Vuole la sanità gratis?  L’istruzione gratuita, inclusa l’università? Il posto fisso per tutti? Pensioni a pioggia?   Perché non si capisce. 
Di fatto, i governi di centrosinistra, dal 1994 ad oggi,  nei quali erano presenti  molti di coloro  che ora  alzano la voce,   si sono ben guardati dal mettere in pratica ciò che si reclama  da Renzi. Anzi per alcuni osservatori, Prodi  D’Alema, Bersani (più volte ministro) hanno privatizzato e “precarizzato”  più del centrodestra. Allora?   E della sinistra radicale  ( o  se si preferisce la sinistra alla sinistra del Pd),   che dire?  Sono specialisti nel gioco al rialzo politico. Salvo poi una volta a potere - si pensi a guai giudiziari di Vendola in Puglia - comportarsi come i peggiori arnesi del centrodestra.
Naturalmente,  all’incapacità politica di questa sinistra parolaia corrisponde la sua sovraesposizione sui media. Di qui, il flusso di  pericolose stupidaggini - col placet  di numerosi intellettuali, anche apparentemente  sofisticati - sulla presunta antropologia renziana che sarebbe simile alla berlusconiana, e per chiudere il cerchio,  anche a  quella craxiana. Capita l’antifona?    
Si dirà,  si tratta di lotta politica, tutto è ammesso. E sia. Però  i D’Alema e i Bersani  dovrebbero  dire chiaramente che cosa vogliono, al di là  della caduta di Renzi,  magari, visti gli accostamenti antropologici, per via giudiziaria.


Carlo Gambescia   

lunedì 27 ottobre 2014

Le dichiarazioni sul posto fisso di Renzi
Con juicio, Matteo,  con juicio…



Qualsiasi conservatore  non può non godere, e profondamente,  quando sente uscire dalla  bocca di Renzi, affermazioni del genere:

Il mondo è cambiato, il posto fisso non c'è più". "Nel 2014 aggrapparsi ad una norma del 1970 che la sinistra di allora non votò è come prendere un iPhone e dire dove metto il gettone del telefono? O una macchina digitale e metterci il rullino. E' finita l'Italia del rullino

Se ci si passa l’espressione,  prendere a calci  in bocca il sindacato  è un sport, soprattutto nelle sue divagazioni verbali, che piace al conservatore. Guai però ad esagerare.  Dal momento che se il conservatore si lascia incantare dal reazionario,  che  dalle parole vuole sempre  passare ai fatti, imponendosi di  conculcare le libertà sindacali,  si esce dal seminato della democrazia. Naturalmente, lo stesso discorso  vale  per il progressista, quando strizza l’occhio al rivoluzionario, che a sua volta,  vuole colpire  la libertà di impresa in nome di un qualche utopistico mondo nuovo.  Insomma,  l’equilibrio non è facile. Anche se i pericolosi totalitarismi di destra e sinistra novecenteschi  dovrebbero pur aver insegnato qualcosa. Ad esempio la moderazione.  
Diciamo però  che lo scontro sul posto fisso appartiene alla normale dialettica della democrazia liberale.  Fin qui, insomma, nulla di speciale. Invece,  la nota di diversità è rappresentata  dal fatto che si tratta di un contrasto  a sinistra. E non come dovrebbe essere, tra destra e sinistra. Anomalie italiane… Ma questa è un’altra storia… Dolorosa.
Comunque sia,  lasciamo pure che Renzi distribuisca ceffoni verbali e che la  Camusso risponda per le rime.  Però sempre con juicio, Matteo, con juicio…

Carlo Gambescia        


domenica 26 ottobre 2014

Meno stato, meno tasse, meno burocrazia
Destra e questione fiscale



Buondì a tutti. Sulla rapporto tra  destra e  questione fiscale, cui accennavo  ieri sera,  invito a leggere un libro molto bello da me recensito qualche tempo fa For Good and Evil. L’influsso della tassazione nella storia dell’umanità di Charles Adams,  Liberilibri Editrice (*). Testo da leggere attentamente perché  in Italia  purtroppo, manca una cultura antifiscale, degna di questo nome. Soprattutto a destra. Nel senso di un collegamento alto (in termini di autori, valori e costumi sociali) tra il rifiuto di pagare le tasse, quando si fanno esorbitanti,  e la libertà individuale minacciata  da una autentica espropriazione, mascherata con  finalità pesudosociali.  Gli italiani - dispiace dirlo - credono  (o fingono di credere...) alla storiella dello stato Robin Hood,  redistributivo, che a fin di bene toglie al ricco per dare al povero...  Che vi creda chi vota sinistra, può essere  compreso... Secoli  di odio di classe non scompaiono con un colpo di bacchetta magica... Ma  chi è  di destra, e quindi dalla parte dell'individuo e non del collettivo, dovrebbe sapere che lo stato non è assolutamente il prolungamento sociale della bontà umana. E quindi dovrebbe imparare a  diffidare delle burocrazie statali che ne sono il braccio operativo, come dire il pendant strutturale. Voraci e capaci di alimentare solo se stesse.
E invece no. Anche a destra si propongono - tirando fuori il senso dello stato e gonfiando il petto - politiche redistributive.  E in che modo? Promettendo tutto a tutti e imponendo tasse e imposte, ovviamente, crescenti.  Perché,  come prova  Adams,  lo stato fiscale,  non dà nulla per nulla.  E quel che dà, lo dà male, perché  le burocrazie, come ogni altro gruppo sociale, pensano solo a  se stesse. Più lo stato interviene, più cresce la pressione fiscale, più le burocrazie rifiutano di ridurre le risorse a propria disposizione.  Infatti, in  “natura sociale” non esiste alcun gruppo disposto a cedere risorse, per giunta gratuitamente.  Di qui la favoletta della redistribuzione ad uso e consumo dei burocrati: siamo qui per fare il vostro bene, cari cittadini…  E invece, come  è naturale che sia, fanno il loro.  Qui, infatti, sono i cittadini - ecco la mancanza di una diffusa cultura antifiscale - che non  non fanno  il proprio interesse, che consisterebbe non nella pura e semplice protesta fiscale ( o peggio nell'atomistica evasione..), bensì nell'imporre la traduzione politica - quindi operativa - di una riforma fiscale  in grado di tagliare -  metaforicamente s'intende - la testa ai burocrati.   Sicché,  in assenza, di una reazione a livello "politico" (del resto, come abbiamo detto, non sollecitata a livello sociale),  le burocrazie  continuano a rendere  impossibile qualsiasi riforma. Tutto questo va ad alimentare quel  circolo vizioso della paura, che sembra attanagliare la destra, timorosissima dello scontro sociale, come  prova la passività  del governi Berlusconi.   Purtroppo il cambiamento non è mai indolore. Come del resto dimostra quel che  sta accadendo a Renzi  entrato in rotta di collisione con le burocrazie sindacali.    
Perciò, concludendo,  qual è la ricetta per una destra che voglia ritenersi tale?  Meno stato, meno tasse, meno burocrazia.  Il che però richiede innanzitutto un coraggio e un' intelligenza politica che finora la destra non ha mai  mostrato di possedere.   Anche perché, una cosa è cavalcare la rivolta fiscale per vincere le elezioni,  un’altra  tradurla in  serio  programma di governo, da applicare in modo inflessibile.      

Carlo Gambescia    



sabato 25 ottobre 2014

Riflessioni
La città giusta
di Giuliano Borghi


Piero della Francesca – La città ideale -  Galleria Nazionale delle Marche Urbino


La Città giusta è la conseguenza diretta della volontà e dell’azione dell’uomo giusto.
L’uomo non può fare che con ciò che ha, ma con ciò che ha può scegliere come vuole e delle scelte pratiche che compie, oppure non compie, è comunque il solo responsabile.
Il nemico è entro l’uomo. Al di fuori dell’uomo “ciò che è” è indifferente ai desideri e alle manchevolezze umane, sulle quali aleggia beffardo il riso degli dei.
Per questo, occorre impegnarsi, ancor prima di pensare a ri-formare lo Stato, ad innescare una preliminare renovatio antropologica, se si vuole evitare il rischio, trascurandola, di versare il nuovo vino nei vecchi otri del passato.

 - La Politica è un’attività autonoma, che ha solo in se stessa e non fuori di sé, la giustificazione che la legittima: garantire la concordia interna dei cittadini e la sicurezza esterna dello Stato. Non si può invocare, pertanto, una politica morale, fondata su un principio eteronomo, non politico. Si può pretendere, però, una indiscutibile morale della politica, che è appunto il bene dei Cittadini e della Città. La Politica, ha, così, una “morale” e l’uomo di Stato “morale” è colui che sa adempiere nel migliore dei modi ai doveri che la carica politica gli impone.
E’ quanto insegna il realismo politico di Niccolò Machiavelli, che “morale”, cioè, è l’uomo politico che con saggia autorità sa promuovere la grandezza della Città della quale ha assunto il governo. E’ nella sua capacità operativa di evitare scelte sbagliate e di essere all’altezza del compito affidatogli che dà “prova morale” del suo agire politico. Governare, infatti, significa riuscire ad essere efficaci, così che è l’inefficacia ad essere “immorale”.
Gli uomini hanno accettato, e continuano ad accettare, di vivere politicamente insieme per vivere meglio.
Alla Politica, dunque, è affidato l’incarico di individuare le forme migliori e gli attori più capaci a realizzare le condizioni concrete per una vita felice in terra, questa costituendo la ragione necessaria del vivere insieme.

 - Per godere di questa, gli uomini, all’aurora della Modernità, hanno pattuito volontariamente di obbedire, in terra, ad altri uomini, nella convinzione certa di avere in restituzione dell’obbedienza prestata, protezione e prosperità. E’entro questo preciso patto che hanno fatto rinuncia ai loro diritti naturali di resistenza e di vendetta. Tutte le pagine di Thomas Hobbes sono una chiara e vigorosa testimonianza che il “contratto sociale” implica obbligatoriamente come meta della giusta azione di governo la salus populi, cioè, la protezione e prosperità dei cittadini. E ricordano anche che se gli uomini continuano a vivere politicamente insieme, è perché trovano un interesse, un bene, che si presenta loro come la ragion d’essere della collettività e della loro vita in comune. Al punto tale che se non dovessero più scorgere bene, oppure interesse, alcuno nel vivere insieme, quello che ne conseguirebbe sarebbe l’impossibilità stessa dell’unità politica. Alla Politica, pertanto, i cittadini hanno diritto di chiedere volontà, forza, capacità per decisioni che perseguano e realizzino il “bene comune”, registrato quanto meno su quella speciale “amicizia utilitaristica”, indicata da Aristotele, seppure come ultima, tra le tre autentiche forme di filia capaci di mettere comunque in forma una società, che si giustifica sull “interesse di tutti”.

 - Fine dello Stato è la libertà, ma nel senso completo che la parola assume, quando con essa si esprima insieme la meta diretta del benessere materiale e non solo di quello spirituale. E’ il monito ripetuto nelle pagine di Baruch Spinoza, che sostiene fermamente che non può esserci vera libertà politica per l’uomo, se a questa non si accompagni l’affrancamento dalle immediate necessità economiche. Della libertà, infatti, il criterio discriminante è la sicurezza materiale e morale. Non può esserci, dunque, vera libertà per il cittadino, se esso non è in grado di godere di una essenziale autonomia economica. Questa stringenza, a dire il vero, era già nota fin nell’Atene di Pericle e a questa il legislatore greco aveva dato risposta con l’introduzione della mistoforia, cioè con l’elargizione di uno speciale reddito di cittadinanza, che aveva lo scopo di consentire a tutti i cittadini ateniesi di esercitare senza preoccupazioni i diritti fissati dalla costituzione della Polis. Il calendario politico, in effetti, era diventato oneroso e aveva messo in non lieve difficoltà i cittadini meno abbienti, che si trovavano combattuti tra il dovere di partecipare alle sempre più numerose assemblee e il timore di trascurare, così facendo, le loro necessità materiali. Balza evidente la misura politica, per niente assistenziale, della mistoforia, in una Polis che faceva della partecipazione diretta alla vita pubblica il registro eminente dell’essere cittadini, cioè, uomini liberi, al punto che colui che non partecipava non era considerato un cittadino inutile, bensì un non- uomo.

 -  Sovrano è colui che decide. Tutta la magistrale opera di Carl Schmitt è la conferma di questo.
Il cittadino, allora, è davvero sovrano, titolare della sovranità che le vicende moderne gli hanno conferito in proprio, solamente quando può partecipare direttamente alle scelte fondamentali della Città alla quale appartiene e decidere. Se al suo posto sono altri a decidere, magari istituzioni bancarie, compagnie assicurative, C.d.A di giornali a queste fortemente intrecciate, lobby economiche-politiche, consorterie finanziarie transnazionali poco palesi, è evidente che dire che nella Modernità sovrano è il popolo è un artifizio retorico e mistificante. Il cittadino, il popolo, unico titolare della piena sovranità, è costretto a godere, invece di un mezzo titolo di sovranità e di cittadinanza. In altre parole ad essere libero a metà. E ancora meno, se non gli dovesse essere restituita anche la sottrattagli titolarità della moneta, che gli spetta per definizione e per diritto assieme a quella politica, economica e giuridica.
Come si può, infatti, chiamare libero un popolo, quando non può disporre della  proprietà della propria  moneta?
E quando questa, invece, persiste ad essere in possesso di istituzioni bancarie private, che badano ai loro profitti privati e mai all’interesse comune dei cittadini ?

- Il bene della Città è uno. Di conseguenza, la proprietà e il possesso dei beni della Città è di pertinenza esclusiva dei Cittadini, che ne potranno concedere il solo uso, sempre revocabile, a quelle istituzioni politiche, economiche e giuridiche che saranno ritenute di volta in volta all’altezza che una tale concessione richiede e impone.

- La grande questione di chi debba essere sovrano in “democrazia”, se il popolo o il denaro, deve avere risposta immediata con una teoria qualitativa della moneta, in opposizione alle “logiche” imposte dalla finanziarizzazione dell’economia e in deciso contrasto con la preminenza del sistema bancario. Allora…

***

 Per ottenere questo è necessaria una nuova, più avanzata, definizione della Sovranità:  Titolari della Sovranità sono i Cittadini e la loro sovranità è personale e patrimoniale,  cioè

1) I Cittadini hanno la proprietà dei beni ora dello Stato, 2) godono in comune del reddito del capitale dello Stato come loro diritto soggettivo, 3) sono i proprietari della moneta.

a)  Il possesso e l’uso, cioè l’esercizio della titolarità, è affidato, con diritto di revoca, dai Cittadini allo Stato in quanto più alta funzione politica, perché indirizzata per statuto al bene comune.
Il potere di produrre denaro, sia esso legale o creditizio, deve essere riservato allo Stato, al quale compete di metterlo in circolazione a seconda dei bisogni della Città. Per questo, non ha necessità di finanziare la propria spesa pubblica ricorrendo a prestiti con tassi di interesse stabiliti dai mercati privati o alle tasse. La funzione delle tasse, infatti, non è quella di finanziare la spesa pubblica, ma quella di termometro della salute economica e di intervento strumentale efficace ad evitare squilibri sociali ed eccessi inflativi acuti.
b) Lo Stato ha tre possibili modi per sopperire alle sue necessità finanziarie:
- Controllare i servizi pubblici
- Controllare la moneta
- Controllare le finanze
 La circolazione della moneta deve riflettere esclusivamente la sua capacità di produrre ricchezza, le sue possibilità di sviluppo e di espansione e la necessità di produrre occupazione. Finalità è la determinazione di una politica economica sana, sottratta ai vincoli del denaro-debito e dell’usura. Le banche, oltre alla custodia attenta del risparmio privato, possono essere dispensatrici del credito sociale. Il denaro, però, è un semplice strumento di mediazione e quindi non può essere ammissibile che un mero strumento di transazione come la banca possa perseguire finalità di accumulazione
E’ abolito il “diritto di signoraggio” e viene introdotta la moneta a scadenza, non cumulabile.
c)  Il finanziamento delle attività economiche di interesse della Città è riservato allo Stato e privato di un interesse da pagare per il prestito elargito. Il denaro non può produrre denaro
Le banche assolvono una funzione economica e sociale e per questo hanno diritto ad un equo compenso,  ma in quadro generale dove è lo Stato, in quanto è l’istituzione mediante la quale si attua  lo esercizio della titolarità dei Cittadini, ad emettere moneta legale e ad essere il dispensatore del credito, tramite il sistema bancario.
Il valore del denaro va fatto dipendere essenzialmente dalla destinazione produttiva per la quale questo denaro viene immesso nell’economia, piuttosto che dalla relativa abbondanza o scarsità dello stesso rispetto all’insieme di beni e di servizi che quel denaro, o moneta, ha lo scopo di mobilitare in ogni transazione e nella sua qualità di “intermediario degli scambi”. In altre parole, è la destinazione qualitativa l’elemento principale che dà origine al contingente monetario che circola in un dato momento nell’economia di un dato Paese. Il valore del denaro dipende fondamentalmente dalla destinazione per la quale tale denaro è stato immesso nella corrente economica e non per la sua quantità relativa. Di conseguenza, l’elemento primario per la formazione dei prezzi deve essere la destinazione che viene data ad ogni “immissione monetaria” .
d)  La moneta non va considerata solo come “intermediario degli scambi”, e come “denominatore comune dei valori”, ma soprattutto come strumento atto a mobilitare i fattori produttivi.
 In relazione a una politica monetaria qualitativa si possono prevedere, pertanto, tre forme di credito:
 Il credito produttivo, diretto alla mobilitazione degli eventuali fattori inerti disponibili, vedi, tra altri possibili, la mano d’opera, per un adeguato utilizzo di essi. Il credito deve essere dispensato al tasso di interesse minimo, senza finalità di lucro.
 Il credito qualitativo, destinato alla produzione, deve essere orientato al raggiungimento della piena occupazione dei fattori produttivi, in primo luogo del fattore umano.
Il credito qualitativo, destinato al consumo, che ha come presupposto fondamentale il risparmio e  beneficiario il singolo cittadino e non la comunità, deve avere quel tasso di interesse risultante dal punto di equilibrio tra offerta di risparmio e domanda di risparmio, con finalità di consumo.

Giuliano Borghi

Giuliano Borghi, docente di filosofia politica nelle università di Roma e Teramo. Ha pubblicato studi su Evola, Platone, Nietzsche, il pensiero tragico e la filosofia della crisi.  Si occupa in particolare dei rapporti tra pensiero politico ed economico dal punto di vista dell'antropologia filosofica.


venerdì 24 ottobre 2014

A proposito della pubblicazione della lettera  all’Italia dellaUe
Renzi e il “Dolce Stil Novo”



Piaccia o meno, ma con il segreto si governa.  Come insegna la scienza delle regolarità metapolitiche, pur nella diversità dei regimi,  il governante  tende sempre a tenere per sé i cosiddetti  arcana imperii.  Infatti, il democraticissimo (cristiano) Barroso nella sua piccata risposta a Renzi  parla della necessità  "politica" di puntare su "un ambiente confidenziale”, soprattutto durante i negoziati.  Perciò la decisione di Renzi di pubblicare la lettera  Ue sui conti italiani è in controtendenza. Neppure Berlusconi, che pur non amava e non era amato dai tecno-burocrati di Bruxelles,  si era spinto così lontano. “Dolce Stil Novo”?  Forse.  
Piccolo inciso: non subiamo alcun fascino,  non voteremmo mai Renzi, perché di sinistra e tassatore.  Inoltre, non siamo ingenui: anche i segreti (piccoli o grandi), se rivelati al momento opportuno, possono essere utili armi politiche.  Perciò saremmo davanti a una scelta non strategica ma tattica.  Ma anche se fosse così,  non si può negare,  che almeno lo stile di Renzi  è assolutamente diverso da quello dei suoi predecessori (a destra come a sinistra).  
Anche se non riteniamo sia solo questione di stile ( o comunque non del tutto). Si critica, per alcuni giustamente,  quella che viene chiamata la politica renziana degli annunci. In realtà, sugli ottanta euro non ha funzionato (per ora)  la ricetta parakeynesiana. Insomma, il cavallo non ha bevuto. Però i soldi sono puntualmente arrivati. Perciò  non si è trattato  di un puro e semplice annuncio.  Sul resto, vedremo.  Certo, una politica sbilanciata sulla domanda - a nostro avviso errata  -  implicherà nuove  tasse.  Problemi di coloro che hanno votato l’ex Sindaco di Firenze.
Comunque sia, non cambiamo idea.  Renzi, per dirla con Lasswell  (*),  è opportunista, lottatore, fantasioso, giocatore e  riformista.  Insomma, un  bellissimo esemplare di  animale politico… Da studiare, ovviamente.
Carlo Gambescia

(*)
http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.it/2014/03/matteo-renzi-secondo-harold-chiunque.html      

giovedì 23 ottobre 2014

 Anche con Renzi la mentalità  della  sinistra sembra non essere  mutata 
Il nuovo  nemico dello Stato Benefattore:
il percettore di due pensioni



Ancora non sappiamo se  la  misura dello spostamento del pagamento delle pensioni al 10 del mese andrà in porto. Diciamo che è molto probabile.  In realtà, al di là delle critiche sulla condizione dei pensionati e sulle furberie ragionieristiche del Governo Renzi,  il dato sociologicamente (e politicamente) significativo riguarda le modalità del provvedimento  che andrà a colpire, come si legge,  i “privilegiati” di turno, ossia i percettori di due pensioni.  Roba da ridere, perché, di regola, nella stragrande maggioranza dei casi il valore della seconda pensione è ormai irrisorio…
Ma non è questo il punto.  La vera questione è che  siamo davanti,  alla tipica mentalità della sinistra, o comunque dei sostenitori (ad esempio, i cattolici progressisti) dello Stato Benefattore: quella di fomentare fantasiose divisioni sociali per poi comporle,  dopo di che crearne di nuove, e così via.  Per dirla, con Dalmacio Negro, insigne politologo spagnolo,  autore di un libro di prossima pubblicazione per i tipi del  Foglio  di Gordiano Lupi ( http://www.ilfoglioletterario.it/ ):

La statualità  penetra in seno alla società civile in veste di Stato Benefattore, penetrazione che in gran parte è il risultato della concorrenza demagogica tra i partiti, i quali guidati dallo pseudo principio democratico egalitario, sollecitano la rivoluzione statale: proprio quella che, paradossalmente, fomenta le disuguaglianze per poi correggerle con misure legali che, in un incessante fare e disfare, privilegiano continuamente alcuni settori rispetto ad altri. Insomma, siamo davanti al circolo vizioso dell’interventismo che vuole correggere altri interventi statali, e così via ad infinitum… Costruire per distruggere e costruire di nuovo è anche un bel sistema per aumentare il clientelismo.
(D. Negro, Il dio mortale. Il mito dello stato tra crisi della politica e crisi europea, p. 81, traduzione di Aldo La Fata):

Si tratta di un meccanismo infernale che con la scusa di aiutare, tritura fiscalmente il cittadino. Si creano  divisioni artificiali, solo per introdurre nuovi divieti e tasse. Perché, attenzione, nessun pasto è gratis. Quello che lo stato con una mano dà, con l’altra leva. Come fermarlo?  Smantellando lo Stato Benefattore.    
Anche con Renzi  la  mentalità  della  sinistra  sembra non essere mutata...  Tuttavia,  è cosa scontata che la sinistra, ideologicamente fondata sull’idea del conflitto di classe, continui in qualche modo a  dividere in base al reddito i cittadini in buoni e cattivi.  Non è invece  scontato, né comprensibile né giustificabile, che la destra, come è capitato con i Governi Berlusconi, invece di premiare e valorizzare coloro che producono ricchezza li penalizzi… Mostrando così  di   ragionare  come la sinistra, solo per favorire, come ben scrive  il professor Negro,  burocrazie statali e clientele private. 
Carlo Gambescia


      

mercoledì 22 ottobre 2014

Un bel libro per immagini  sulla Fallaci
Oriana da sfogliare



Consigliamo agli amici lettori di  procurarsi  il  libro  curato da Edoardo Perazzi  (Sfogliare Oriana Fallaci. In parole e   immagini (Rizzoli) dove si  traccia il ritratto per scatti  di una  giornalista  straordinaria, curiosa, impertinente, tosta e forbita al tempo stesso. In grado di andare  in poche battute al nocciolo di una questione. Ma anche grandissima gigiona: capace di farsi ritrarre imbracciando il  mitra… Poteva permetterselo.  
Questa  però  non è una  recensione "ufficiale", dal momento che abbiamo solo  sfogliato il libro,  proprio come recita e consiglia  il  titolo. Il nostro è  un invito a ri-scoprirla, senza remore.
C’è un filo conduttore  nella sua opera?  Sì, l’idea fondamentale che  ognuno di noi conosce il proprio bene e che di conseguenza nessuno può insegnare la virtù  a  nessun altro.  Tradotto: nessuno può essere costretto ad essere libero. Insomma, una  giornalista antipedagogica (e quindi antitotalitaria ) per eccellenza. In fondo, piena di dubbi.  Sicché, l’ Oriana degli ultimi anni, più repubblicana che liberale, non c'è mai piaciuta.  Anche se, a dire il vero,  la sua discussa trilogia,  capitolo finale di una imponente serie di  testi, continua a porre, nonostante i toni  sopra le righe,  problemi  ignorati dai  buonisti  in servizio permanente effettivo.
Perciò, leggetela, anzi sfogliatela… 

Carlo Gambescia         

martedì 21 ottobre 2014

L'opposizione  dell'intellettuale meridionalista   alla costruzione della "strada dritta"
Gaetano Salvemini  
non amava andare in autostrada…



Ieri abbiamo scritto  dell’Italia antimoderna. Di sicuro, molti lettori saranno rimasti sorpresi dell’opposizione di democristiani (non tutti) e comunisti alla costruzione dell’Autostrada del Sole (cui si accenna anche nella fiction, abbastanza interessante, andata in onda ieri sera).
Su questi  problemi però, rinviamo al libro in argomento di Menduni (il Mulino). In realtà,  quel che tuttora resta  sorprendente è  il  rifiuto di un grande intellettuale, democratico, laico e riformista  come Gaetano Salvemini. Ecco ciò che scrisse in proposito nel 1954:

«Ogni persona di buon senso sa che il traffico in Italia settentrionale è assai più intenso che nell’Italia meridionale, è perciò naturale che si costruiscano o si allarghino  e si rettifichino  più strade lì: A che cosa servirebbero al Sud autostrade, su cui non camminassero  che rari automezzi? I meridionali dovrebbero non pretendere a casa loro la costruzione di autostrade inutili, ma domandare che le autostrade settentrionali sieno costruite non dal Governo centrale a spese di tutti cioè anche dei meridionali, ma a  priorie spese dalle provincie o consorzi di provincie settentrionali che ne sentono il bisogno».
G. Salvemini, Autostrade e strade, in Opere, IV, vol. II,  Movimento socialista e questione meridionale, a cura di Gaetano Arfé, Feltrinelli, Milano 1973, p. 654.

Salvemini - dispiace dirlo -   ragiona  come un gretto ragioniere leghista, rovesciando però il contrasto politico (Sud contro Nord).  Inoltre, non scorge le potenzialità di sviluppo  insite nella modernizzazione delle rete stradale. Insomma, il suo discorso sembra  provare  l'esistenza di  sacche di  arcaismo culturale  anche all'interno  di  certa   sinistra democratica, dai natali politicamente  nobili  ma  fin troppo sospettosa dell’idea di progresso. All'epoca si scrisse, e in modo offensivo, ignorandone la lucidità,  di un'opposizione senile da parte di Salvemini.  Nulla di più falso.
Certo, si parla di vicende intellettuali  di sessant’anni fa.  Era l'Italia, per così dire, del piede di casa,  con gli occhi rivolti al passato e ignara dei benefici di un'economia aperta.  E oggi?  La sinistra è (finalmente) cresciuta?  Oppure no? 


Carlo Gambescia    

lunedì 20 ottobre 2014

Dai nemici dell’ Autostrada del Sole a quelli  di Renzi premier
Italia antimoderna




Siamo curiosi di scoprire come verrà presentata la costruzione dell’Autostrada del Sole nella fiction televisiva di prossima programmazione. E per un semplice motivo: l’Italia è un paese strano, si è modernizzato senza amare la modernità… Colpa dei democristiani baciapile   e dei comunisti per i quali l’unica modernità buona era quella di marca sovietica…  Un club di  retrogradi, di cui faceva (e fa parte) certo tradizionalismo di destra incapace di capire perfino la portata modernizzatrice, seppure sotto dittatura, del fascismo.  
Insomma, l’Autostrada del Sole  verrà liquidata come un errore storico? Oppure, giustamente, celebrata? Vedremo. Anche perché oggi viviamo in un clima di perfetta confusione, dove certa politica (si pensi solo a Grillo e  suoi simpatizzanti) coglie l’occasione per  alimentare nell’immaginario collettivo italiano la nostalgia per l' Italia  prima delle rivoluzioni dei consumi e delle televisioni,  rispettivamente  targate  anni Sessanta e Ottanta.  
Nostalgia politicamente rovinosa. Anche perché,  al di là delle panzane decresciste,  si stava peggio quando si stava peggio… Punto e basta.  Negli anni Cinquanta l’Italia era una paese arcaico, addormentato, chiu so nelle sue ataviche differenze regionali. L’Autostrada del Sole rimise in moto tutto, collegando  le varie parti separate dello Stivale e aprendo al turismo e alla motorizzazione individuale.  
Per fortuna, Renzi  se ne frega.  E  -  orrore!  -  si fa un addirittura  un selfie con Barbara d’Urso. Grande! Peccato che sia di sinistra e, nonostante dica il contrario,  tassatore.  Tuttavia  è un leader  moderno senza se e senza ma.  Quel che serve all'Italia.  
 Carlo Gambescia                    

domenica 19 ottobre 2014

La nomina del professor  Nicolò Zanon a Giudice Costituzionale
La Nuova Destra di Marco Tarchi 
conquista la Consulta


Come notava ieri l’amico Claudio Ughetto, le vie della Nuova Destra  (quella fiorentina di Marco  Tarchi e dintorni) sono infinite. Meglio così. 
Ieri si diceva di Campi…  Ma che dire di  Nicolò Zanon (nella foto), professore di diritto costituzionale alla Statale di Milano e brillantissimo collaboratore negli anni Ottanta di  “Diorama letterario” e “Trasgressioni”, oggi - via Napolitano -  assurto addirittura  agli onori della Consulta ? (*).

Sopra, due   scritti del professor Zanon  apparsi  negli anni Ottanta  su "Diorama"(n.89) e "Trasgressioni" (n.2). Da ultimo, in basso, il suo contributo a  Le forme del politico. Idee della  Nuova Destra,  importante volume di approfondimento teorico   che raccoglie  gli  interventi  presentati a Venezia  in occasione del Quarto seminario nazionale di studi della Nuova Destra (21-23 ottobre 1984). 

Innanzitutto, complimenti!  Poi, che la Nuova Destra ha conquistato la Corte Costituzionale.  Infatti, ora ci aspettiamo che il professor Zanon da buon conoscitore del sulfureo Carl  Schmitt, quale era ed è,  faccia tesoro del suo sapere  e  lo “applichi”  senza guardare in faccia a nessuno… 


   

sabato 18 ottobre 2014

Reminiscenze sociologiche
Che c'entra  Gouldner 
con i Doors? 

The Doors e Gouldner

Buongiorno a tutti! Oggi pagina autobiografica... Quando ho capito che la sociologia non può - anzi non deve - accontentarsi di risposte scontate? Quando negli anni Settanta lessi per la prima volta La crisi della sociologia di Alvin W. Gouldner (il Mulino 1972). Gouldner, nell'Introduzione, si chiedeva perché una canzone, all'epoca tra le più popolari, "Come on Baby, Light My Fire", da ode alla rivolta urbana, fosse divenuta "sigla musicale di uno slogan pubblicitario di una fabbrica di Detroit, cioè della stessa città di cui la canzone celebrava l'incendio". 
Si tratta - si domandava - "di tolleranza repressiva oppure di qualcosa che non riusciamo a capire?" . Insomma, la lezione - in fondo semplice - era (ed è) di non accontentarsi mai delle risposte in voga e perciò scontate. E non importa, se apparentemente progressiste o conservatrici... 

Carlo Gambescia




Qui invece  “Come on Baby, Light My Fire" nell’esecuzione dei Doors:

.




P.S. Qualche anno dopo un amico americano, di idee radicali, tutto arrabbiato, mi disse, quasi gridando, che Gouldner di quella canzone non aveva capito nulla, perché vi si parlava solo di sesso... Sex, sex, sex, just sex

venerdì 17 ottobre 2014

Anche quando si tratta di  gnocca
Le due destre



Forse  agli amici lettori la cosa è sfuggita,  ma anche il “Giornale” ha bruscamente ( o quasi)  sterzato sulla gnocca.  Dopo “Libero”, il “Foglio”  pioniere  in materia di sesso cerebrale e non,   il “Tempo” chiocciano  con la fissa  sulla  prostituzioni minorile o meno,  visivamente tradotta in  culi carpatici a tutta pagina. Insomma, todos juntos  - è proprio il caso di dirlo -   appassionatamente
Del resto  è noto:  a sinistra si studia, a destra si copula…  Anche se, come anni fa  mi raccontò un carissimo amico formatosi al vecchio  "Borghese" (croce e delizia dei padri con figli adolescenti in esplosione ormonale), sul versante gnocca esistono  due destre: quella “pipparola” (testuale), ben rappresentata da tradizionalisti e moralisti  casa e chiesa, e quella “scopatrice” (aritestuale),  gallocentrica, immensa e rossa   
Evidentemente,  la stampa di destra sembra non aver fatto propria  la grande scoperta della filosofia antica, sfuggita al compianto Giovanni Reale. Quale? Lo disse Socrate, lo confermò Santippe: meglio una scopata che centomila pippe...
  Carlo Gambescia        

giovedì 16 ottobre 2014

La scelta pro unioni gay di Berlusconi
Forza Italia è un partito 
liberale o libertario?



Francamente, la  scelta pro unioni gay del Cavaliere non ci sconvolge affatto.  Quel che invece  lascia perplessi  è  come verrà gestita all’interno di Forza Italia, ormai sempre più Forza Silvio… Perché è il  metodo - determinante in un partito che voglia autodefinirsi liberale -  che fa la  differenza fra liberale e libertario. Ci spieghiamo subito.
Un partito liberale, che si rispetti, sulle questioni di coscienza, come nel caso delle unioni gay, non può non lasciare  i suoi parlamentari  liberi  di votare  secondo  privati intendimenti. Il liberalismo, proprio perché tale, non pretende  di conoscere quale sia il bene per i singoli e, peggio ancora, di inculcarlo.  La libertà è considerata  metodo, non dottrina (o se si preferisce un’ideologia). Ciò  significa  che nessuno ( a cominciare dallo stato) può obbligare le persone   ad essere libere.
Il libertarismo, invece,  ponendo la libertà sopra ogni altra cosa, la trasforma da metodo in dottrina (ideologia),  obbligando le persone  ad essere libere, secondo un "certa" idea di libertà.  Infatti,  poiché la libertà è sempre storica, mai assoluta (perché inevitabilmente rispecchia, nel bene e nel male le idee del tempo in cui si sviluppa), il libertarismo rischia  sempre di  trasformarsi in  tirannia del politicamente corretto a triste  uso di politici, magistrati e poliziotti.
Perciò  - riassumendo -  il liberalismo come metodo, dal momento che non ha alcuna  filosofia storica della libertà da imporre, privilegia le differenze di coscienza e opinione,  mentre il libertarismo  tende a livellarle in nome di una  propria dottrina   “storica” della libertà.  In questo senso, per parafrasare  Croce e Popper,  il metodo liberale guarda all’eterno, la dottrina libertaria al contingente.   
Quindi il vero  punto della questione è:  Forza Italia è un  partito liberale o libertario? Come sempre - purtroppo -  l’onere della riposta spetta al Cavaliere….
Carlo Gambescia