sabato 31 maggio 2014

L'Appello a Napolitano  di Aldo Canovari

Riceviamo, e volentieri  pubblichiamo l’Appello al Presidente della Repubblica di Aldo Canovari, editore e fondatore della Casa Editrice Liberilibri di Macerata. Nell'Appello  si chiede al Capo dello Stato, stante la difficile situazione economica in cui versa l'Italia,   di rinunciare, esemplarmente, alla metà  (o  in  misura maggiore ) degli   emolumenti e dei  vitalizi  percepiti come presidente, parlamentare italiano ed europeo. Dell'Appello condividiamo spirito e lettera, nonché i preziosi  richiami a Carl Schmitt e al diritto politico romano. Purtroppo, sul suo esito nutriamo qualche dubbio. Tuttavia, non potevamo non metterci a disposizione. E per una semplice ragione:  le cause  nobili e difficili  vanno sempre sposate proprio perché nobili e difficili.  (C.G.)



                     APPELLO AL CAPO DELLO STATO  

Illustre Signor Presidente,
vincendo un paralizzante timore reverenziale nei confronti dell’alto ufficio che Ella ricopre, ma incoraggiato dalla Sua acuta sensibilità per le condizioni in cui è ridotta una gran parte del popolo italiano, mi permetto rivolgerle il seguente Appello.
   Signor Presidente, nessuna persona sensata e onesta ha più alcun dubbio sulla indilazionabile  necessità morale ancor prima che economica di porre fine alle  scandalose super-retribuzioni dei vertici della burocrazia, della magistratura, delle Forze armate e degli enti economici pubblici e parapubblici; e su questa strada  il Governo si è già avviato con il recentissimo decreto legge.
   Tale decreto, che dovrà percorrere un campo minato da probabili eccezioni di incostituzionalità, peraltro non tocca - come non può toccare – l’assetto retributivo degli organi costituzionali (Quirinale, Parlamento, Consulta) i quali godono di piena autonomia.
   Ma tale preclusione giuridica, agli occhi del popolo al quale non vale certo opporre argomenti meramente legalistici, appare una stortura morale incomprensibile, tanto più poiché siamo – Lei ne converrà –  in un momento che può schmittianamente qualificarsi come “stato d’eccezione”.
   E in una condizione come questa, ove si vogliano prevenire azioni da Senatus consultum ultimum, la soluzione può risiedere solamente in un Suo gesto.
   Un Suo gesto forte, nobile ed esemplare che solo per effetto di trascinamento da moral suasion  indurrà anche gli altri organi costituzionali, e non solo quelli,  ad imitarla.
   Signor Presidente, Lei avrà già capito a cosa mi riferisco.
   In un giorno e ad un’ora di massimo ascolto, attraverso tutti i mezzi radio-televisivi rivolga un messaggio agli Italiani con cui annuncerà di rinunciare alla metà (o altra maggior misura che Ella riterrà più congrua) dei Suoi emolumenti di Capo dello Stato e dei Suoi vitalizi di parlamentare italiano ed europeo.
   L’effetto sarà sicuro e dirompente. Non un solo membro dei vertici del Quirinale, un solo membro della Camera, del Senato, della Corte costituzionale…  avrà la sfrontatezza di non seguire il Suo esempio.   E se certamente non basterà questo a sanare il deficit dello Stato, il valore morale di un simile gesto avrà però conseguenze positive incalcolabili, perché servirà a restituire ai cittadini comuni quella fiducia che hanno perso nei confronti dei loro rappresentanti in parlamento, dei governanti e nelle più alte cariche dello Stato, percepiti ormai solo come parassiti dannosi alla comunità.
   Signor Presidente, può esser certo che un “sacrificio” economico spontaneo di tale misura non renderà indigente il Presidente della Repubblica italiana  (la media degli appannaggi dei presidenti di altri Paesi, come ad esempio gli Stati Uniti d’America, la Francia, la Germania, è di gran lunga inferiore a quello del Presidente italiano), né di conseguenza potrà ledere la Sua dignità. Al contrario, la nobiltà e la liberalità del gesto l’accresceranno, e susciteranno rispetto e ammirazione nei cittadini italiani e nei popoli di altre nazioni, dando prova che il Capo dello Stato, massimo rappresentante del popolo italiano, non solo predica sacrifici per il suo popolo, ma è anche il primo a praticarli.

   Signor Presidente, la Sua persona, che già si è conquistata un posto di grande onore nel breve arco di questo decennio, resterà immortalata nella storia dei decenni a venire.
   E la profonda stima che nutro per Lei mi autorizza a confidare che, per il bene del nostro Paese, vorrà prendere in convinta considerazione questo mio Appello.

Macerata, li 5 maggio 2014                                                                                                                                                                        
                                                                                                                   Rispettosamente,

                                                                                                                     Aldo Canovari

venerdì 30 maggio 2014


Forse la sinistra ha trovato il suo Gian Burrasca
Viva Renzi col pomodoro!
di Teodoro Klitsche de la Grange




A Renzi sono stati dati diversi soprannomi: da “rottamatore” che è un programma ed un augurio ad “ebetino” che è un errore, perché il fiorentino non sappiamo se sarà un grande statista, ma sicuramente è assai furbo (una golpe lo avrebbe chiamato il Suo più illustre concittadino).
A me sembra che quello che, finora lo rende meglio, sia quello di Gian Burrasca. Non tanto perché anche il tremendo ragazzino gli era concittadino, ma perché, nell’ambiente in cui si muove trova tanti personaggi simili a quelli del libro di Vamba.
Ad esempio il cognato di Giannino Stoppani, l’avv. Maralli, tribuno socialista, anticlericale, ma che si sposa (clandestinamente) nella chiesetta di campagna, per evitare di perdere i voti dei compagni fiorentini. Così da guadagnarsi l’epiteto di “mangiapreti in città, bigotto in campagna” dagli avversari.
Quanti avvocati Maralli trovate nella sinistra italiana (per la verità non pochi anche nella destra)? E il nostro Gian Burrasca in diverse occasioni li ha messi alla berlina. Ad esempio quando ha ricordato che la sinistra vintage ripeteva da un ventennio tutti i giorni il ritornello del “conflitto d’interessi” di Berlusconi, non prendendo nessuna iniziativa per risolverlo nei circa nove-dieci anni in cui è stata al governo dal 1994.
Ma non mancano i Calpurni (il direttore del collegio Pierpaolo Pierpaoli, sussiegoso, ma incolto e poco perspicace): qualche tempo fa rispedì al mittente i soliti parrucconi della sinistra  culturale – che intendevano fargli una “lezione di democrazia”, di cui i suddetti avrebbero avuto bisogno più di Renzi, non foss’altro perché ne facevano una faccenda “giuridica”, quando è materia politica.
Se pensiamo alla zia Bettina, la zia zitella di Gian Burrasca, che crede che l’anima dell’unico pretendente avuto nella sua vita si sia impiantata nel vaso di fiori, il pensiero corre subito ad un personaggio del PD, nubile e toscana. Ma più che alla suddetta, quante donne e uomini che votano PD credono agli spiriti, alle idee, ai giudizi dei trapassati (anzi strapassati) del “secolo breve”? Ed agli idola, Pareto scriverebbe alle derivazioni, i cui fantasmi si aggirano – sempre meno – per l’Europa e il mondo? Tanti. Ed è a questi che Gian Burrasca potrà tanto giovare; ridestandoli dal sonno ideologico in cui si sono (e li hanno) rinchiusi anche dopo il crollo del comunismo. Una cura di sano pragmatismo, di percezione dei problemi e sfide nuovi, cui urgono risposte nuove, e che non si possono trovare nel Cile di Allende o nella Berlino di Rosa Luxemburg, è quello che Renzi sta praticando.
E che se gli riesce sarà un grande passo in avanti per la sinistra e per la democrazia italiana, che si troveranno più adeguate al presente, mentre spesso lo erano (e lo sono) al passato.
Non auspichiamo comunque che pratichi ai compagni come fa Giannino Stoppani, la cura riservata a Calpurnio e alla di esso consorte, dopo la seduta spiritica: un sacco di legnate.

Teodoro Klitsche de la Grange



Teodoro Klitsche de la Grange è avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/  ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009), Funzionarismo (2014).

giovedì 29 maggio 2014

La rivista della settimana: “éléments”, avril-juin 2014, n.  131, pp. 64, Euro 5,50 - 


http://www.revue-elements.com/elements-Europe-Marche-ou-Europe-Puissance.html

L’ultimo  fascicolo di “éléments” (avril-juin 2014, n.  131) ruota in larga parte intorno all’approfondimento dell’ idea di guerra.  Nel bene  e nel male.  Non è numero speciale: si tratta di un filo rosso che sembra   sottendere  i principali contributi.
Comincia Robert de Herte (Alain de Benoist)  nell’editoriale,   dove, rievocando "l'actualité" del  1914,  si asserisce, in linea con certo marxismo,  come il  capitalismo nei momenti di crisi,  pur di non  rallentare  i processi di accumulazione,  finisca  sempre per indossare l'uniforme militare.  Schumpeter (per non parlare del conte di  Saint-Simon,  Comte e Spencer, vissuti però prima del 1914) non sarebbe d’accordo.  Ma tant'è.  
Si prosegue  con un’intervista al filosofo Robert Redeker, attento indagatore   del processo di trasformazione del soldato classico in soldato moderno. Tradotto:  da guerriero a gendarme.
Dopo di che, giunge puntuale  una rievocazione dell’Ernst Jünger guerriero,  non solo della penna.  Particolarmente interessante l’intervista di Alain de Benoist a Julien Hervier, amico, traduttore ed editore dello scrittore tedesco, con interessanti  accenni  ai  “Carnets” della guerra 1914-1918.   Notevole l'inedito (in Francia): "Je m'incline devant ceux qui sont tombés", discorso  del 1979,  tenuto a Verdun, in occasione della commemorazione  dei caduti.      
Infine, il piatto forte del fascicolo è rappresentato dal focus dedicato a “Europe-Marché ou Europe- Puissance” con scritti di Alain de Benoist,  Felix Morès, Gérard Dussouy, Éric Maulin, Pierre  Le Vigan.  Praticamente l’Europa attuale, così com’è,  terreno di caccia di  burocrati,  neppure benevoli, viene smontata pezzo per pezzo.  Quel colpisce è il realismo che distingue  le diverse analisi.
Il punto, insomma,  non è quello di uscire o meno dall’Euro, bensì di conferire una volontà politica a  un’unificazione necessaria,  ma per ora solo economica.  Come?  Qui le ricette si diversificano: si va dallo stato federale al recupero -  intanto sul piano dell’immaginario -  dell’idea di impero, ma in chiave minimalista.  Infatti,  in qualche misura, l’idea, tutta politica (schmittiana) di Europa  si coniuga con la necessità -  come sottolinea Alain de Benoist -  del pochi ma buoni,  stretti intorno a un  “noyau carolingien”. Perciò, secondo il pensatore francese, più ci si allarga economicamente, come è avvenuto  dal 2004 in poi, più si perde in qualità politica. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Che si debba passare attraverso un’altra guerra?  Alain de Benoist, non lo esclude, ma non dice esplicitamente contro chi?  Di sicuro, però, non contro la Germania.   


Carlo Gambescia        

mercoledì 28 maggio 2014

La crisi della cultura di destra in tre parole
Prepotenti, ignoranti, pagliacci



La pulcinellata di Ferrara, capace solo di giocare con il proprio ego e  pensare contro ( nel caso contro Grillo),  è la  triste riprova della pochezza culturale della destra italiana. Che potremmo condensare in tre parole: autoreferenzialità, pochissime  letture e  zero libri importanti, propensione alle pagliacciate.
Ci spieghiamo subito.
Autoreferenzialità: le culture di destra (cattolici, liberali,  conservatori) non comunicano e  di regola  si guardano in cagnesco. La prepotenza sembra essere la  regola.  Inoltre, al loro interno sono  frazionate  in correnti: le une contro le altre armate. Semplificando: cattolici tradizionalisti  e moderati, magari relativisti; liberali di destra e sinistra; conservatori classici  e  neofascisti (dalle  più strane  e inquietanti osservanze).
Poche letture e zero libri importanti: il fenomeno si è acuito negli ultimi venticinque anni. In giro  non si scorgono organizzatori di cultura come Cattabiani,   giornalisti del calibro di  Montanelli,  filosofi  del valore di Del Noce.   
Propensione alle pagliacciate: due nomi per tutti,  Ferrara e Sgarbi.
In questo  vuoto, ovviamente, ci si aggrappa al puro e semplice essere contro, alla cultura dell’invettiva, al servilismo verso  chi paga stipendi e collaborazioni.    
Resta infine un piccolo nucleo di cultura  liberale, discosto ma di  grande qualità: oltre, ovviamente, a Giovanni Sartori, si pensi  ad Angelo  Panebianco, a  giornalisti come Piero  Ostellino,  a filosofi  come Corrado  Ocone,  a  case editrici  come Rubbettino e Liberilibri.  Un  gruppetto di agguerriti intellettuali non privo, come dicevamo, di  tensioni politiche  interne .  E che però  dà  l’impressione di convenire su un punto:  rifuggire  dallo schierarsi a destra,  nel timore  - riteniamo - di   favorire  non tanto  la parte sbagliata,  quanto  di  ritrovarsi  in mezzo  a  un pugno di  ignoranti e prepotenti.   Un rischio che,  come abbiamo visto,  esiste.
Hic sunt leones.   
Carlo Gambescia

martedì 27 maggio 2014

Il successo di  Renzi
La ragioni (possibili) di una vittoria


Renzi ha vinto le elezioni.  Sarebbe  ridicolo a questo punto sostenere il contrario. Eppure quello della denigrazione è  uno sport al tanto peggio tanto meglio che tuttora affascina alcuni inguaribili giacobini di destra e sinistra.  
In realtà, quel che conta, non è recriminare su ragioni impossibili,  ma capire le ragioni possibili di una vittoria.   Gli ottanta euro?  Semplicistico. La “bellezza del somaro” (nel senso che è giovane e sveglio)?  Troppo poco. Il “messaggio di speranza", come lui stesso  ha proclamato? Troppo.
Diciamo  che  gli ottanta euro, hanno mostrato che la sinistra può essere capace di fare una politica dell’offerta ( e non solo  della domanda), capace di scuotere gli elettori con un atto redistributivo;  la giovinezza gioca sempre un suo ruolo incantatore ( i  media, facendo il loro mestiere ci sguazzano e rilanciano… e non c’è nulla di male); infine, pur senza esagerare,   veicolare la  speranza, come anticipo di una sicurezza che verrà,  può innescare virtuosi  processi di legittimazione politica
Insomma,  Renzi ha vinto perché ha saputo  mixare bene queste  tre componenti. Mettendoci di suo il decisionismo, per ora più apparente che reale, ma posseduto in misura sufficiente per convincere gli elettori, come sembra,  non solo di sinistra ma anche moderati.
A proposito di questo consenso allargato, alcuni osservatori hanno sprezzantemente  parlato della  nascita di una nuova  Democrazia cristiana. Il paragone è  storicamente ardito, però dal punto di vista di una prudente politica, elettoralmente maggioritaria, se si vuole trasversale (ossia essere capaci di parlare a tutti), ha un suo  valore. Renzi sembra riuscire - modernizzando la sinistra con politiche dell’offerta redistributive -  dove non è riuscito  Berlusconi e dove Grillo sembra cominciare a incontrare difficoltà.
Riuscirà nell’impresa? Le parole si trasformeranno in fatti?  Molto dipende  non solo dal “fronte” interno ma anche  da ciò   che Renzi  - come promette - riuscirà a realizzare in Europa.  Qui purtroppo tutto diventa più  difficile,  non tanto ( o non solo) per il posto occupato dall’Italia  nella gerarchia europea dell'autorevolezza (attenzione, non tanto della forza economica...) quanto perché  -soprattutto dopo la vittoria della Merkel -  non sarà facile convincere la  Germania  a  mutare rotta, anche di qualche grado.  Se Renzi, europeista fervente,  dovesse riuscire, l’Italia avrebbe  veramente trovato un leader.  Perché  - cosa da non dimenticare mai  - è sempre la politica estera che fa la politica interna.   


          Carlo Gambescia                                         

lunedì 26 maggio 2014






Ciao Bimba,
era ora ke arriva ke arrivava  ke arrivi  insomma sono contento ke ci 6 tu che 6 giovane, tua zia donna Mestizia non se ne poteva più, con tutti quei “voglia scusare”, “La ringrazio”, “Lei mi comprenderà”, ma quanti anni ha quella? Cià la tonsilla inamidata anke in casa?
Tonno
Ciao Tonno,
ma dove vivi? La zia parla uguale anke in casa, solo che lì le vedi anke la faccia e capisci che i vekki + sono gentili + sono dei killer. Ti 6 mai kiesto perkè ti kiamano Tonno? Pensaci su. Cmq grazie.
***
Cara Bimba Liquerizia,
cosa ne pensi dell’euro? Sei pro o contro?
Primo Voto

Caro Primo Voto,
sono pro quando li prendo, contro quando li pago.
***
Ciao Bimba Liquerizia,
sei pro o contro gli Stati Uniti d’Europa? I prof mi fanno una testa così…
Sabri

Ciao Sabri,
sono pro. Ke differenza c’è tra l’Italia e, nn so, la Spagna, la Francia, la Germania, l’America? (cioè, l’America non c’è, loro ce li hanno già gli Stati Uniti). Io là ci sono stata, e ho fatto le stesse cose tali e quali ke faccio qui. Magari si mangia un po’ diverso, ma tanto io sono a dieta e l’insalata è uguale dappertutto.

***


Cara Bimba Liquerizia,
cosa ne pensi dell’immigrazione? Sei pro o contro?
Dubbioso

Caro Dubbioso,
qui ciò una posizione più sfumata. Cioè:
1. pro i neri perkè sono belli
2. contro i cinesi i pakistani i marokkini perkè sono brutti
3. contro i rumeni e gli albanesi perkè ti menano e ti fanno battere
4. pro quelli ke vanno a stare lontano da casa mia
5. contro quelli ke vengono a stare vicino a casa mia
6. se poi continui a essere Dubbioso, regolati così ke nn sbagli mai: pro quelli coi soldi, contro quelli senza soldi.
***
Cara Bimba Liquerizia,
mi dispiace dovertelo dire, ma tu sei un chiaro esempio della decadenza dei costumi. Ravvèditi!
Prof. Crocefissa Lo Cascio

Cara prof. Crocefissa,
a me mi magari mi decadono i costumi, ma a te ti decadono le tette. Se potevi scegliere, cosa preferivi? Essere me o essere te? Ravvèditi un po’ allo specchio e rispondi sinceramente.



Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

sabato 24 maggio 2014
















La vita 
di   João De  Deus Ramos

La vita è un sogno sì lieve
che si  disfà come neve
e come fumo vanisce;
la vita è una penna strappata
dall'ala di un uccello ferito,
di valle in valle portata
dal vento che tutto trascina;
è fiore che sulla corrente
delle acque s'adagia un istante,
è come nube volante
pei cieli; al pari dell'onda
che insegue l'onda che  muore.
la vita è un breve dolore
                
                        (trad. di  Guido Battelli)

venerdì 23 maggio 2014

Europee di domenica
Consigli per gli acquisti


Lungi da noi  voler dare qualsiasi indicazione di voto, strettamente partitica. Solo quattro osservazioni , come dire, propedeutiche. E valide per tutti:   come direbbe Totò,   a prescindere.
In primo luogo, in  campagna elettorale tutti i partiti, tendono a dare il peggio. Come è stato.  Potrebbero dare il meglio?  Difficile dire. In democrazia, se si vogliono prendere voti, si deve parlare al mondo e per farsi capire  il linguaggio deve semplice, addirittura semplicistico. Il che  facilità slogan, stereotipi, luoghi comuni  insulti seriali, eccetera.  Ovviamente, si può  sempre esagerare: purtroppo, il confine tra democrazia è demagogia è molto sottile.  E sta al singolo uomo politico capire quando  fermarsi e a chi vota  premiare o punire con il voto il demagogo. Servono buon senso ed equilibrio.    
In secondo luogo,  l’elettore si guardi da chi offre soluzione facili Un caustico giornalista e scrittore americano, Henry Louis Mencken,  scrisse che «per ogni problema umano esiste una soluzione che è semplice chiara e sbagliata». Come del resto, è bene guardarsi, anche  da chi tende  a farla troppo difficile.  Anche qui, insomma, è una questione di equilibrio…
In terzo luogo,  se ci si perdona il bisticcio,  si può anche esprimere il proprio voto non votando.  La libertà di voto  (non solo nel senso di poter votare ma anche di non andare a votare)  è un diritto irrinunciabile che caratterizza quella forma  di democrazia denominata  liberale. Semplificando,  è come se qualcuno obbligasse qualcun altro a comprare beni che non piacciono o  ritenuti inutili.  Il che è contrario al buon senso.
In quarto e ultimo  luogo, in democrazia, ci si mette alla prova governando. Quindi il miglior modo  per demitizzare  l’avversario  è quello di farlo governare, ovviamente dopo ottenuto il consenso degli elettori. Certo, esistono dei rischi. E in Italia, purtroppo, ne sappiamo qualcosa. Il che significa, che anche in questo caso, ci si deve  affidare alla prudenza dei singoli.
Non c'è altro. Poche idee ma buone, speriamo.  Buona giornata a tutti !

Carlo Gambescia

                   

giovedì 22 maggio 2014

Il libro della settimana: Italico Santoro e Cosimo Ceccuti ( a cura di), Europa e Stati Uniti. La sfida del mercato transatlantico ( Atti del seminario di studi, Firenze, Fondazione Spadolini Nuova Antologia, 29 novembre 2013) , Edizioni Polistampa  - Fondazione Nuova Antologia,  Firenze 2014,  pp. 94, Euro 10,00. 



Questo seminario fiorentino  dedicato  alla “sfida del mercato transatlantico”  piacerebbe a Friedrich List. Perciò ottima  idea, come del resto è meritoria consuetudine della Fondazione Spadolini Nuova Antologia, di raccoglierne  gli atti  ( Europa e Stati Uniti. La sfida del mercato transatlantico , Edizioni Polistampa).
Per quale  motivo?  Perché un’idea fondamentale, listiana,  attraversa  la raccolta.  Quale? Che l’alleanza atlantica, pur essendo il perno intorno al quale non può non girare la politica europea,  va  pensata nei termini di  un sano  realismo politico.  Ne segue un corollario, molto interessante:  quello di un liberismo interno all’alleanza  ma  vigile  all’esterno.   Come non pensare perciò all’idea listiana,  di doppio registro, politico ed economico? Nel senso di unirsi -  liberalizzando e privatizzando  -   all’interno,  per poi  difendersi meglio, guadagnando mercati ( e non solo),   all’esterno. Corriamo troppo? Non diremmo.   Nella raccolta,  il protezionismo  viene giudicato dai vari autori (economisti, internazionalisti,  politologi) non un bene assoluto, ma un male minore, sempre transitorio. Tesi che  List redivivo condividerebbe.  Ma veniamo ai singoli interventi
Infatti, Danilo Taino  non  nasconde   i pericoli di un blocco atlantico, troppo chiuso all’esterno; Alfredo Panarella, a sua volta,  teme  addirittura addirittura le “logiche da guerra fredda”;  Michele Bagella, si interroga sulla debolezza, dell’assetto istituzionale europeo rispetto alla maggiore coesione politica ed economica statunitense;  Giorgio Rebuffa -  senza togliere nulla alle altre,  la sua relazione è decisamente  affascinante - asserisce, senza mezzi termini, quanto  la necessità europea di  fare una scelta strategica precisa dipenda, purtroppo,  da una Germania, storicamente indecisa,  se guardare a  Est  o Ovest. Inoltre Rebuffa, acutamente,   mette a nudo  la volontà tedesca di puntare, per il momento, sull'   «egemonia mitteleuropea».   Suggestive, diremmo perfino potenti,  kissingeriane,  le conclusioni:  «Va detto però che il problema  resta anzitutto politico , di  decisione politica: “ il nodo di Gordio è sempre presente e attuale”, come scriveva Jünger. Se dunque la prospettiva atlantica può e deve ancora funzionare, ciò non sarà possibile che rendendo la Germania prigioniera dell’Occidente» (corsivi nel testo).
Cosimo Risi, affrontando la questione del contenzioso fiscale fra Svizzera e Stati Uniti, proietta  fasci di luce su  scenari vagamente orwelliani. Sono sciabolate, non sappiamo se intenzionali o meno,  che comunque condividiamo.  Rosario Altieri, pur ritenendo possibile l' incremento della forza competitiva europea,  non si fa troppe illusioni sui tempi del  rilancio economico, anche italiano:  soprattutto a causa delle dimensioni «poco significative» delle nostre aziende. Un «nanismo» che forse potrebbe essere superato  attraverso le «reti di impresa». Giustificatissime  le critiche di Giancarlo Tartaglia  ai difensori, soprattutto in ambito audiovisivo, di una fantomatica «eccezione culturale europea», dietro la quale, come tutti sappiamo,  si nasconde,  soprattutto in Francia (ma anche in Italia),  un coltivato parassitismo ai danni dell’erario. Che con la vera arte non ha nulla a che fare.  Infine Alia K. Nardini e  Adolfo Battaglia,  ritengono che le affinità (di valori e interessi) fra le due sponde dell’Atlantico  siano superiori alle differenze.  Di qui,  un «cauto ottimismo» (Nardini), ma anche la necessità di    «accelerare il processo» (Battaglia).
In conclusione, un bel volume, ricco di analisi, concrete, serie, realistiche. Che, ripetiamo, sarebbe piaciuto, a Friedrich List. E probabilmente anche Carl Schmitt,  maestro di realismo politico. Due tedeschi, capaci  di parlare al mondo. L’esatto contrario della Signora Merkel.  Che si ostina a parlare  solo ai connazionali.

Carlo Gambescia                   

       

mercoledì 21 maggio 2014

Destra e sinistra, pari sono?





La domanda  non ha una risposta facile.Perché quando si ragiona di politica le passioni e i (pre-)giudizi personali tendono sempre a prendere  il sopravvento.
Innanzitutto vanno distinti tre piani: a) quello delle ricostruzioni a posteriori, usate ideologicamente; b)  quello delle scelte politiche  di fatto; c)  quello delle proiezioni psicologiche individuali e collettive.
Sul piano “ricostruttivo”,  esistono  due filoni: quello di coloro che reputano destra e sinistra superate (populisti, fascisti, comunisti, partito dei tecnici, dei produttori, dei capitalisti pigri per i quali qualsiasi governo va bene purché lasci fare, tradizionalisti zeloti o antimoderni ) e quello di coloro che invece  ritengono destra e sinistra (ovviamente con sfumature diverse)  categorie eterne (conservatori e progressisti di varia estrazione ma con  il gusto per le polarizzazioni filosofiche,  modernisti e  tradizionalisti  erodiani ai quali la modernità non dispiace * ).
Sul piano delle “scelte politiche di fatto”  ( come il  voto)  le persone comuni, tendono a dividersi piuttosto che sull’asse destra-sinistra, su quello conservazione-progresso ma anche  su specifici problemi che possono travalicare la dicotomia destra-sinistra ( si veda il bel lavoro riepilogativo  sulle prossime europee di un giovanissimo politologo, Piotr Zygulski **).
Sul piano delle "proiezioni psicologiche", Pareto (ma anche la moderna psicologia sociale e addirittura delle funzioni cerebrali) insegna che gli uomini  possono essere divisi  in base  alla propensione (innovatrice) per  le  combinazioni ( il gusto di trovare  soluzioni e risposte  sempre nuove in barba alle scelte passate) e la fedeltà (conservatrice)  verso ciò che persiste ( e che quindi ci viene trasmesso, eccetera).
Perciò, dando ascolto a Pareto e alla ricerca in ambito socio-psicologico,  la convenzionale divisione in destra e sinistra che caratterizza le strutture politiche da almeno un paio di secoli,  si fonderebbe su categorie psicologiche non convenzionali. Semplificando, la dicotomia politica e  parlamentare destra/ sinistra, avrebbe recepito ed "esternalizzato"   una condizione psichica immutabile.   Troppo o troppo poco?  Difficile dire.
Anche perché, mescolare  dialettica partitica e identità psichica dell’uomo  non aiuta a dirimere la questione. Infatti,   come spiegare ad esempio che spesso la destra governa prendendo misure di sinistra e la sinistra prendendo misure di destra? 
Diciamo allora che  destra e sinistra (in senso partitico) hanno un valore puramente convenzionale all’interno di un quadro politico di tipo liberale e democratico, all’interno - all’interno, attenzione -  del quale spesso assistiamo  a destre riformiste che sembrano la fotocopia delle sinistre riformiste… Il che però non significa che in altri sistemi non liberali e democratici - quindi  all’ “esterno” dei sistemi liberaldemocratici -    l'uomo mostri (o abbia mostrato) indifferenza verso forme divisive  comunque riconducibili alla dicotomia, in chiave paretiana,  destra/sinistra:  ad esempio,   in passato si sono avuti comunisti di sinistra e di destra, oggi  nell’Islam  politico  ci si divide in progressisti in conservatori.
Insomma, un quadro piuttosto  complesso.  Anche se, probabilmente,  destra e sinistra,  psicologicamente (per alcuni persino neurologicamente),  pari non sono… Il che, ripetiamo, non risolve, ma aiuta a capire.

Carlo Gambescia     


martedì 20 maggio 2014


Mark Zuckerberg,  il genio  in ciabatte di Facebook
Uno su mille ce la fa (ma non in Italia)
di Carlo Pompei



“Facebook Inc. è un'azienda statunitense che controlla il servizio di rete sociale Facebook, fondata nel 2004 da Mark Zuckerberg”.
Facebook è una piattaforma sociale che ti consente di connetterti con i tuoi amici e con chiunque lavori, studi e viva vicino a te. Puoi usare Facebook per rimanere in contatto con i tuoi amici, caricare tutte le foto che vuoi, pubblicare link e video o per saperne di più sulle persone che incontri”.
Queste le definizioni che troviamo in rete se cerchiamo “facebook” con Google, cioè usando il suo diretto concorrente di fama sul web, un “motore di ricerca” che consente di trovare tutto o quasi sia presente sul web da almeno una settimana, (salvo indicizzazioni a pagamento o generate da molte visite o keywords specifiche scritte nei metadati del codice html del sito).
Di facebook abbiamo già parlato per quanto riguarda i pro e i contro della comunicazione remota con persone che spesso non si conoscono fisicamente e quanto sia contraddittorio invocare la privacy quando gli stessi che la chiedono pubblicano propri autoscatti (i famigerati “selfy”) in atteggiamenti che definiremmo bonariamente intimi. Inoltre quel “per saperne di più sulle persone che incontri” richiama sempre gli stessi fantasmi orwelliani.
Oggi, scusate il lungo preambolo, parleremo di come sia possibile che un ventenne (oggi trentenne) riesca a proporre un’idea e soprattutto a promuoverla partendo da zero. Sarà che non abbiamo mai creduto al sogno americano, sarà che le storie di Bill Gates (Microsoft) e Steve Jobs (Apple), seppur romanzate, sembrano più verosimili, non fosse altro per il dato anagrafico: negli anni ’80 dovevi essere un po’ pazzo e lungimirante per credere nelle potenzialità del computer in un mondo di carta e inchiostro, di libri e quaderni con in circolazione al massimo degli Olivetti M20 senza sistema operativo accatastati nei sottoscala nei palazzi della pubblica amministrazione (*). Sarà forse per questo che dall’Italia non riusciamo a credere ai miracoli, men che meno a quelli americani.
Resta il fatto che il “genio in ciabatte”, come viene chiamato Zuckerberg, è stato supportato nell’idea da colleghi di corso, ma con alcuni di loro ha avuto controversie legali per l’attribuzione della paternità dell’idea: se l’è cavata con l’esborso di “soli” 65 milioni di dollari. È difficile capire come sia possibile che abbia ragione essendo stato condannato a risarcire qualcosa… Misteri d’oltreoceano che ricordano molto le grane di Bill Gates contro l’antitrust.
Ovunque nel mondo esistono persone come Zuckerberg, ma, come cantava Gianni Morandi, uno su mille ce la fa, basta che abbia la faccia “da deficiente” e, soprattutto, non sia  uno studente di una università italiana…

Carlo Pompei


Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level”.



lunedì 19 maggio 2014



La posta di donna Mestizia @Bimba Liquerizia


Ciao Cicci,
la zia cià tanti casini e così mi ha detto, “Bimba Liquerizia , bbella de zzia,  la posta di donna Mestizia (http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.it/2013/01/la-posta-di-donnamestizia-di_28.html  ):  falla tu, che se continuo a non rispondere  Gambescia mi licenzia e chi lo paga il mutuo?.” “Vabbè e tu cosa mi dai”, ci ho detto io, e la zia mi fa, “Non dico a tuo padre che ti droghi e fai le marchette.”
Così eccomi qua. Oggi rispondo agli arretrati della zia. Dopo voi scrivetemi pure a questo account, BimbaLiquerizia@vivailcasino.it

***
Cara donna Mestizia,
Beppe Grillo rilascia dichiarazioni francamente preoccupanti, quali “polizia carabinieri e DIGOS stanno con noi”. Va be’ la campagna elettorale, ma qui si corteggia la sovversione. Dove vuole arrivare, questo Grillo?
Comm. Astolfo Pigafetta

Ciao Astolfo,
non conosco questa Sovversione, è una Velina? Se è una Velina non ti preoccupare, quelle se la tirano se la tirano ma poi se non sei un calciatore miliardario non te la danno, quindi Grillo ha un bel da corteggiare, cucca zero via zero.
Mi chiedi dove vuole arrivare questo Grillo. IMHO non lo sa neanche lui. Era vecchio, non faceva più ridere, poi arriva Casacoso, sai il nonno di John Lennon? e gli fa, “La vuoi fare la politica?” e lui si butta, tanto cosa ci perde? Non cià niente da fare, sta sempre tra i piedi in cucina che sua moglie non ne può più…poi gli va bene, un successo della madonna, vuoi che smetta? Di solito dice quello che gli scrivono gli autori, ma cià il suo orgoglio e vuole far vedere che c’è anche lui, così improvvisa, spara delle cazzatine tipo “la polizia sta con noi”… mah… si sente solo, Astolfo, come tutti i vecchi che vogliono fare i giovani, con la giacca arancione , la spider, il rolex, il Viagra, ti tampinano in discoteca col sorriso da lumaconi, sono dei gran porci, dei pervertiti scientifici, però pagarsi una marchetta non gli basta, vogliono l’amore, il vero amore…sì, ciao core…sono degli sfigati  terminali, Astolfo, ma fanno anche tanta pena, poverini…ciànno un piede nella fossa ma voglia  di morire mica tanta…cmq cazzi loro e ben gli sta. Stai sereno, Astolfo, lascia stare la politica e pensa alla salute che anche te ciài i tuoi annetti!
Ciao e viva il casino!  
Bimba Liquerizia
                                                                                                                               

***
Gentile donna Mestizia,
che ne pensa di Conchita Wurst, il/la tipo/a che ha vinto l’Eurovisione? A me un po’ fa ridere, un po’ fa schifo, un po’ fa paura, un po’ mi sembra uno scherzo di cattivo gusto, un po’ un segno dei tempi o addirittura dell’Apocalisse. Non so. In un mondo così, mi sembra che per noi persone normali non ci sia più posto.
Sorpassata & Confusa

Ciao Sorpy,
ti impressioni per la barba della Conchita? Si vede che non conosci mia cugina, si fa la ceretta due volte al giorno. E poi rifletti: se non ci foste voi “persone normali”, saremmo tutti normali, non ti pare? Quindi se vuoi che al mondo ci sia posto per tutti, fa’ qualcosa di utile, metti la testa nel forno e apri il gas.
Con affetto, tua
Bimba Liquerizia


Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...


sabato 17 maggio 2014















Da Il guardiano di greggi
di Fernando Pessoa

Quando la luna batte sopra l’erba
mi ricorda qualcosa…
mi ricorda la voce
della vecchia fantesca
che mi narrava le fiabe:
"e la Madonna in veste di mendica
nella notte cammina per le strade
e soccorre i bambini maltrattati…"
Ma se non posso più credere
che la cosa è vera
perché la  luna continua a battere sopra l’erba?

                                                  (trad. di Emilio Mariano)


venerdì 16 maggio 2014


Le critiche  a  Papa Francesco  di Marcello Veneziani
Un  Santo Padre à la carte...



Non c’ è cosa  peggiore del  tradizionalista fallito,  mezzo fascista, mezzo berlusconiano, mai visto a Messa, con matrimonio sfasciato alle spalle,  che pretende di dare lezioni  al Santo Padre. Parliamo del nuovo e gratuito  attacco di Veneziani a Papa Francesco:  
Lo scopo della parabola astropapale era dire che la Chiesa non chiude le porte a nessuno, nemmeno agli extraterrestri. E ha ripetuto il suo tormentone: chi sono io per chiudere le porte e dire a Gesù che non è prudente? Ma chi dice, caro Papa, che il Signore chiede di aprire sempre e comunque le porte, senza badare alla prudenza? Se il Papa avesse voluto restare sulla terra e nel presente, magari avrebbe potuto dire qualcosa sui marziani nostrani di fama mondiale. Per esempio Conchita Wurst, la donna barbuta, cantante trans premiata. E già, chi sei tu per giudicare il sesso variabile, il transgender?  Sei Sua Santità, se non sbaglio. Se un Papa non si esprime sul mondo e sui viventi e si limita ad accogliere, si è dimesso da Santo Padre e lavora alla reception.
Ora, a  parte il tono  sarcastico...  Ovviamente,  più da squadrista che da fedele inquieto, giustamente o meno.  Cosa doveva  fare  Papa Francesco?  Scomunicare Conchita, l' Eurofestival,  chiudere il Portone di Bronzo e  marciare su  Copenaghen  con truppe svizzere, spagnole e della nascente Repubblica Veneta?    
Lasciamo perdere… Francamente, a tutti coloro che vogliono insegnare al Papa a  fare il Papa (che siano acidi  postfascisti come Veneziani o sussiegosi  postsocialisti  come Scalfari) preferiamo di gran lunga  gli atei militanti e confessi:  i quali  non vogliono alcun dialogo  e  non pretendono di  fare la morale al Santo Padre.  Certo,  lo combattono. Però a viso aperto.   
Veneziani, tradizionalista protestato e cattolico immaginario, aspira  a un anacronistico Papa crociato con lo spadone, Scalfari, socialista miliardario, lo sogna invece come editorialista di “Repubblica”e personale consigliere filosofico .
Insomma, un Papa  à la carte,  come in trattoria… Che tristezza…   
                                                                                                                          Carlo Gambescia      

giovedì 15 maggio 2014

Il libro della settimana: Alessandro Monchietto e Giacomo Pezzano (a cura di), Invito allo straniamento: I. Costanzo Preve filosofo, Editrice Petite Plaisance, Pistoia  2014, pp. 176, Euro 15,00. 

http://www.petiteplaisance.it/libri/201-220/211/sin211.html .


Invito allo straniamento: I. Costanzo Preve filosofo,  Editrice Petite Plaisance, curato da Alessandro Monchietto e Giacomo Pezzano   va oltre l’opera di circostanza. Tra l'altro,  si tratta di un  volume  pensato e scritto per celebrare i  settant’anni di Preve e che purtroppo  è  uscito  pochi  giorni dopo la sua morte.  
Come  è noto,  la filosofia,  la vera filosofia si nutre di  risvolti esistenziale e  talvolta  tragici.  Si  pensi  alla prigionia e morte di Socrate, al rogo di  Bruno,  alla follia di Nietzsche, all’esecuzione di Gentile.  E  Preve?  Il filosofo torinese, come scrivono Monchietto e Pezzano,  pagherà con «il silenziamento»,  prima la sua presa di distanza  da ogni “ismo”,   soprattutto a partire dagli anni Novanta del secolo scorso,  poi la conseguente scelta di combattere « sempre come franco tiratore indipendente, seguendo la propria strada - in solitudine e coerenza - con grande determinazione e coraggio personale» (p. 12). Conducendo, ci permettiamo di aggiungere,  un’ esistenza socratica, distinta  -  così lo ricordiamo -  da  una  sobrietà , persino asciuttezza di modi, che gli veniva  naturale. Per inciso, vividissimo, il ritratto di Preve,  tracciato dai curatori: « I lampeggianti occhi castani, il capo canuto, il contrasto tra il suo  fisico e la  profonda intelligenza contribuivano insieme con il brio della sua conversazione, a dare di lui un’impressione indelebile» (p. 13).   
Intanto perché  «straniamento»?  Non dal reale, ma necessariamente  dall’apologia del reale come unico  esistente possibile.  Di qui, secondo i curatori, l’inveramento (per usare un termine, anche, delnociano) da parte di Preve, di alcuni pur notevoli pensatori suoi contemporanei: « Troviamo,  rispetto a Virno, un deciso riferimento filosofico ai Greci, riferimento che àncora la sua proposta a un solido orizzonte fondativo e impedisce l’entusiasmo “postmoderno” per il concetto di moltitudine; rispetto a Nancy una profonda consapevolezza delle implicazioni geopolitiche e socio-economiche del superamento dell’organicità in direzione del sovra-nazionalismo; rispetto a Žižek uno straordinario tentativo di rileggere e interpretare l’intera storia del pensiero occidentale, e non solo, tramite il metodo della deduzione genetico-sociale; rispetto ad Esposito l’esigenza  di pensare la comunità “concretamente” riferendosi al ruolo dissolutivo esercitato dalla crematistica e concepire la storia come  processo fondato sulle potenzialità ontologiche dell’essere umano pur in mancanza di un origine e  di un fine precostituiti» (p. 18).
Veniamo, ora,  ai singoli interventi.
Stefano Sissa scorge in Preve il  filosofo politico per eccellenza,  «in quanto per lui la verità filosofica è un  sempre  prodotto non arbitrario però, della vita associata» (p. 31). Inoltre,   Preve  è un  «conservatore comunista, ossia […] un comunista comunitarista. Comunista perché si oppone al capitalismo […], comunitarista [perché] è per la  conservazione dei legami preventivi  del tessuto sociale, per il radicamento anche territoriale […] per i codici  di dignità e onore che il mondo della tradizione custodiva: tutti fattori senza i quali  ogni argine allo tsunami capitalistico diviene impensabile» (p. 38, i corsivi sono nel testo).
 Giacomo Pezzano, autore di un eccellente excursus sulle radici classiche della teoresi previana,  sottolinea  « che nella prospettiva di Preve  siamo tutti greci  nel senso  che la natura umana che ci caratterizza è proprio quella che la riflessione antica ha saputo cogliere e definire in maniera mirabile e che -  con  “l’aggiunta” moderno-idealista della storia come teatro dell’acquisizione progressiva da parte dell’intera umanità dall’autoconsapevolezza - rappresenta l’unico vero baluardo, oggi come ieri, per contrastare la crematistica (il capitalismo), denunciando l’alienazione cui sottopone la “vera essenza umana”, che è creatrice e “generica” (Gattungswesen)   rinchiudendola “nella sola dimensione unilaterale della riproduzione capitalistica» (pp. 64-65, i corsivi sono nel testo).
 Alessandro Volpe e Piotr Zygulski,  autori di una  densa disamina del concetto previano di verità, ritengono  che   per il  filosofo torinese  « la concretizzazione non può che avvenire storicamente: la verità - la natura umana, l’anima umana – non può essere collocata su un piano sottratto allo scorrere del tempo, altrimenti si presenterebbe  eterna, immutabile  e “rispecchiabile” geometricamente». Cosicché « proprio in merito a questo punto è possibile rintracciare lo spirito intimamente “hegeliano”  della concezione di verità di Preve. Se, infatti, l’intera filosofia  di Hegel  può essere sintetizzata nella nota formula secondo cui il  “ vero è l’intero”  e questo “è soltanto l’essenza che si completa mediante il suo proprio sviluppo”, essa esprime anche il nodo fondamentale della proposta filosofica intrapresa da Preve: il ritorno a un’idea di totalità anche attraverso “un buon uso dell’Universalismo”, che tenga in considerazione la dialetticità dei rapporti  sociali e dei fattori storici » (p. 78).
Dobbiamo invece a Diego Fusaro una tecnicamente impeccabile  puntualizzazione dell’approccio previano, quale « deduzione sociale delle categorie del pensiero […], espressione mutuata da Alfred Sohn-Rethel» con la  quale Preve « allude al fatto che i pensieri, le idee e, più in generale, il piano del simbolico deve geneticamente essere spiegato a partire dalla strutturazione storica della società anziché  essere dedotto dai cieli  della mera speculazione astratta» (p. 80). Saremmo così  davanti  a  una sorta di geniale  riequilibro tra «genesi e validità» delle idee che, a detta di Fusaro, sembra discendere in Preve da  un  «idealismo comunitario ispirato a Fichte, Hegel e Marx, oltre che  naturalmente alla saggezza greca» (p. 95).
Andrea Bulgarelli si sofferma acutamente  sull’interpretazione previana della contemporaneità  passando in rassegna  alcune questione concettuali sollevate dal filosofo (comunismo storico novecentesco,  capitalismo assoluto, categorie di destra e sinistra, questioni geopolitiche, etica della resistenza e comunismo comunitario, solo per ricordarne alcune). Bulgarelli  preconizza « che  se mai potrà nascere  una cultura  altra   rispetto  a quella attuale, il pensiero di Costanzo Preve vi giocherà un ruolo, e che l’etica della resistenza potrà essere affiancata da un’etica alternativa al dominio della forma merce» (p. 115, il corsivo è nel testo).
Ammirevole lo sforzo  di Giacomo Pezzano  rivolto  a   condensare in poco più di una trentina di pagine le cinquecento  di  Una nuova storia alternativa della filosofia. Il cammmino Ontologico-sociale della filosofia ( Petite Plaisance 2013), magnum opus di Preve. Tra l’altro Pezzano  trova  spazio e tempo  anche per battagliare con Locke e  dialogare con Hegel. «Possiamo dire senza timore -  osserva nelle conclusioni, citando da M. Mazzeo, Melanconia e rivoluzione (Editori Internazionali Riuniti 2012) -  che il pensiero previano intimamente antiadattivo, spinge proprio “alla ricerca non solo di una descrizione del mondo ma anche del suo cambiamento”, a riconoscere che “ogni cosa è ciò che è, senza però arrendersi all’idea che non possa esser trasformata in un’altra cosa”» (p. 149, i corsivi sono nel testo).
Gli fa eco, Luca Grecchi, nella  Postfazione, dove dopo aver  ripercorso  la storia del suo decennale  rapporto intellettuale e umano con Preve,  giustamente  mostra  di  confidare nel fatto «che il tempo possa essere galantuomo nei confronti di Preve» perché siamo dinanzi a un pensatore, che a differenza di altri filosofi contemporanei dediti al bricolage teoretico,  si è fatto   portatore di un discorso « carico di senso e di valore» (pp. 158-159)..
Ora, alcune riflessioni finali.
In primo luogo, ricordiamo  che a questo volume ne seguirà un altro dedicato alla ricostruzione del rapporto fra  Preve  Marx e il marxismo: aspetto  non secondario, quello marxiano,  quantitativamente importante  in relazione al ruolo  giocato dal  filosofo di Treviri,   visto che fino al 2002, come osserva Grecchi «la quota maggioritaria dell’opera di Preve era stata indirizzata alla interpretazione di Marx» (p. 154).  
In secondo luogo,  Invito allo straniamento non forza mai il pensiero filosofico previano,  restituendolo  ai lettori   nella sua  ricchezza e  complessità.   Senza  ignorare  quella tensione, insita nell'opera di Preve, tra le cose come sono e come invece dovrebbero essere,  fattasi nel tempo sempre più stringente.      
Perciò non  ci spieghiamo  -  in terzo luogo -  la  sottovalutazione di alcune questioni,  forse  di sottotesto  ma comunque  presenti  nell’opera di Preve (probabilmente, degli anni Duemila).  Pensiamo in particolare  al tema della decadenza e al  problema dell’ordine sociale,  problemi  che  Preve, pur rifiutando la ciclicità del divenire storico e sociale,  in qualche misura avvertiva.  E   che  ritroviamo, seppure fra le righe,  in alcuni libri:  L'ideocrazia imperiale americana (2004), Dove va la destra? Dove va la sinistra? (2004), Filosofia del presente (2004), Del buon uso dell’Universalismo  (2005), Dove va la sinistra  Il paradosso de Benoist (2006),  Hegel antiutilitarista (2007).  Ma su questi aspetti  rinviamo alla nostra Introduzione a Del buon uso dell’Universalismo ( nostro titolo, generosamente accettato da Preve, in una  tiepida serata romana, seduti ai tavoli  all'aperto di una trattoria,  sullo  sfondo protettivo  di Castel Sant’Angelo). 
In quarto luogo, la questione dell’utilitarismo: ricorrente  argomento di conversazione nei nostri incontri.  E di divisione. Perché, chi scrive, riteneva e ritiene  troppo appiattita, nonostante il recupero della crematistica  aristotelica in chiave anticapitalista e procomunitarista,  la posizione di  Preve sul  presunto  antiutilitarismo di Marx ( tema sul quale, da buon lettore di Louis Dumont, avevo chiesto provocatoriamente a Preve   un saggio per “Contra”, mai scritto purtroppo e che sicuramente, sospettiamo,  sarebbe ruotato intorno all'idea di  Gattungswesen ). Probabilmente,  una ridefinzione dell’utilitarismo da appendice della anti-crematistica, ricostruita secondo una linea aristotelico-hegeliana-marxiana,  a  mentalità socioculturale trans-storica  (in senso sorokiniano) dalle diverse sfaccettature  (idealistica, passiva, cinica, pseudo-ideazionale)  avrebbe costretto Preve a  una riorganizzazione del suo pensiero, analiticamente basato sull'uso di categorie concettuale storicamente determinate,  e non su categorie  metapolitiche,  nel senso di  costanti storicamente ricorrenti.  
Il che apre - in quinto luogo - una questione fondamentale: quella della riduzione di tutto il liberalismo ad appendice dell'utilitarismo e del capitalismo (quindi appendice due volte...).  Scelta  che implica il rischio di ridurre un fenomeno storico, altrettanto complesso come il marxismo, a pura e semplice caricatura.  Certo, comprendiamo benissimo che il discorso previano, metodologicamente,  si muove sul piano del rapporto tra categorie logiche e strutture sociali.  E quindi a un livello teoreticamente molto alto: ontologico-sociale per l'appunto.  Ma riflettiamo  pure sui guasti  provocati da libri come  La Distruzione della ragione di Lukács, testo che mette bene in luce, purtroppo, la grande distanza, rispetto a un sociologo-filosofo della statura di Simmel, che separa il  Lukács giovane da quello maturo (ma questa è un'altra storia... tra l'altro l'influenza di Simmel sul giovane Lukács, in termini di ontologia della dicotomia forma/contenuto era un altro degli argomenti di conversazione, sfociato in una promessa da parte di Preve di approfondimento...). Quindi, riassumendo, perché ignorare, sul piano sociologico il liberalismo politico antieconomicista di autori - solo per fare qualche nome - come Tocqueville, Mosca, Ferrero, Croce Weber, Ortega y Gasset, de Jouvenel, Aron, Berlin,  Schumpeter, Freund?
Infine, in sesto e ultimo luogo,  andrebbe approfondito  - e qui ci ricolleghiamo  alle questioni dell'ordine e della decadenza -  il realismo politico che sembra segnare il pensiero previano.  Certo si tratta di un realismo sempre tragicamente  in tensione con il dover essere dell'idea.   Si pensi però  alla questione della "resistenza" al capitalismo assoluto, di terza generazione, basata su un assioma  realista: il nemico del mio nemico e mio amico. Inoltre,  si consideri anche la sua prudenza verso le forme di democrazia diretta, frutto maturo - crediamo - della consapevolezza, tutta politica,  di Preve  verso l'inevitabilità della stratificazione sociale e istituzionale. Ovviamente, le nostre sono pure e semplici ipotesi di lavoro che provengono da un  umile sociologo digiuno di filosofia e forse troppo  affamato di  classificazioni.
In conclusione, un bel libro, scritto con scienza, amore e passione. Il che, di questi  tempi,   può fare certamente bene alla testa e all’anima dei lettori.
Carlo Gambescia


mercoledì 14 maggio 2014

Test Invalsi
Tempesta in un bicchier d’acqua



Alcuni studenti e insegnanti  sono contrari ai  test  Invalsi. Non desideriamo entrare nel merito della questione ( protocolli, tecniche, eccetera), bensì semplicemente ricordare, da umilissimi sociologi,  che lo scontro tra favorevoli  e contrari  ruota - e probabilmente molti ne sono inconsapevoli -   intorno a una questione vecchia più di duemila anni.  Quale?  Che la conoscenza sia in qualche misura una strada che conduce alla virtù. Tradotto: più si studia , più si diventa buoni, onesti, eccetera.  Si tratta di un’ antica idea che, alcuni studiosi, idealmente cresciuti tra Atene, Gerusalemme, Roma ,   fanno  risalire ai dialoghi  socratici. 
Su queste antiche  basi, si è sviluppata l’educazione dei moderni,  grazie anche  a  dosi massicce di illuminismo. Di qui, la grande importanza, assegnata  all’istruzione scolastica, quale inevitabile succedaneo collettivo  dell’educazione.
Ora, purtroppo,  il problema è che  non sempre la conoscenza porta alla  virtù.  Il sapere può essere usato male.  Inutile fare esempi. Ovviamente, la questione in sé è molto più sottile, e affrontarla in modo compiuto  porterebbe molto lontano, troppo.
Il punto è che,  a livello di senso comune,   la nobile idea della  conoscenza-virtù  si è trasformata nella meno elevata  caccia al diploma e alla laurea come segni visibili di onorabilità sociale. E non poteva non essere così: perché i valori, seguendo un fisiologico processo sociale, frutto di ragioni organizzative, tendono sempre  a trasformarsi in risorse.  Di qui,  la necessità di grandi strutture, burocrazie, controlli, prove, verifiche, test.  Ma anche, come prevedibile,  il rifiuto, da parte di altri soggetti sociali, delle forme meritocratiche.  Del resto i fenomeni sociali sono fondati  sul   meccanismo azione-reazione (ma questa è un’altra storia…).
Concludendo,  sia i favorevoli sia i contrari all’uso dei test Invalsi credono, pur indicando soluzioni opposte,  in una visione  moralmente nobile ma sociologicamente infondata: quella che la conoscenza conduca alla virtù.
Il che non significa che si debba difendere la “santa ignoranza”, ci mancherebbe altro.  Ma più “laicamente”  comprendere che, a livello di senso comune,   per la  stragrande maggioranza degli  uomini e delle donne,   l’istruzione non è un valore  bensì una pura e semplice risorsa. E che perciò non è proprio il caso di nutrire grandi speranze  nella  possibilità che le  “grandi” o “piccole” riforme educative  possano cambiare o addirittura  migliorare il comportamento umano.   
Carlo Gambescia