giovedì 30 ottobre 2014

Il discorso del Presidente russo   al Forum   del Club Valdai 
 Realismo politico: 
a lezione da Putin
di Teodoro Klitsche de la Grange



È difficile leggere un discorso più realistico e politicamente scorretto di quello pronunciato da Vladimir Putin al Forum internazionale del Club Valdai. L’intero ragionamento del Presidente russo è riconducibile ai concetti e al lessico del realismo politico: potere (in primo luogo), equilibrio, bilanciamento, responsabilità e via ricordando. Se Putin avesse voluto salmodiare un paternostro avrebbe parlato di diritto, ragione, tante (buone) intenzioni e tutto il residuo vocabolario cui ci hanno abituato politici e commentatori à la page.
Facciamo qualche esempio.
Le regole, cioè- a un di presso - il diritto oggettivo. Contrariamente a qualche Dulcamara dello jus italico, il rapporto tra guerra (il potere) e diritto è l’inverso di quel che pensa. È la guerra – e l’ordine che ne consegue – a conformare il diritto applicabile. Onde il Presidente russo afferma che molti meccanismi  per assicurare l’ordine «si sono formati in tempi lontani, influenzati soprattutto dall’esito della Seconda guerra mondiale. La solidità di questo sistema non si basava esclusivamente sul bilanciamento delle forze e sul diritto dei vincitori, ma anche sul fatto che "i padri fondatori" … si trattavano con rispetto, non cercando di "spremere fino all’ultimo" ma cercavano di mettersi d’accordo».
Ora la situazione è del tutto cambiata «gli Stati Uniti, dichiarandosi i vincitori della "Guerra fredda", hanno pensato… che di tutto questo non v’è alcun bisogno. Dunque, invece di raggiungere un nuovo bilanciamento delle forze, che rappresenta una condizione indispensabile per l’ordine e la stabilità, hanno intrapreso, al contrario, i passi che hanno portato a un peggioramento repentino dello squilibrio». La guerra fredda è finita, e con essa l’ordine di Yalta: ma il nuovo rapporto di forze richiede un ripensamento per conseguire una situazione di pace reale. La cosa più strana ma prevedibile è che la “Guerra fredda” la quale a ragione non rientrava nel concetto giuridico di guerra) proprio per non essere tale non si è conclusa con un trattato di pace, che fissava nuove regole. In ciò in opposta ma curiosa coerenza con quella, caldissima, del ’39-’45, cui non è seguito il trattato di pace con la Germania debellata.
La sovranità. Afferma Putin  «Il concetto stesso della "sovranità nazionale" per la maggioranza degli Stati è diventato un valore relativo. In sostanza, è stata proposta la formula seguente: più forte è la lealtà a un unico centro di influenza nel mondo, più alta è la legittimità del regime governante» e per mantenerlo occorrono «misure per esercitare pressione sui disubbidienti ben note e collaudate: azioni di forza, pressioni di natura economica, propaganda, intromissione negli affari interni, rimandi a una certa legittimità di "infra-diritto" (…).siamo venuti a conoscenza di testimonianze di ricatti non velati nei confronti di una serie di leader». La guerra psicologica (in senso lato) volta a fiaccare la volontà di resistenza dei popoli ha un ruolo maggiore che nel passato. Aumenta la frode anche se cala l’uso della forza, ma il risultato è lo stesso.
E la situazione che ne è scaturita non è la migliore «Il diktat unilaterale e l’imposizione dei propri stereotipi producono un risultato opposto: al posto degli Stati sovrani, stabili, l’espansione del caos; al posto della democrazia, il sostegno a gruppi ambigui, dai neonazisti dichiarati agli islamisti radicali».
L’acume dell’analisi è evidente, ma occorre trovare il punto centrale dei vari punti trattati da Putin.
Questo è il contrario di quanto correntemente e ossessivamente ripetuto dal «pensiero unico» globalista: è illusorio costruire un ordine su regole («i diritti umani») poste nelle mani, per quanto         robuste, di una potenza (o un potere) collocato al di sopra di tutti gli altri, e perciò «monopolista» nell’applicazione delle regole e della  «violenza legittima» necessaria (e quindi portate ad abusarne).
Piuttosto è più realistico e meno belligeno, tener conto delle differenze dei popoli (tra cui le relative «tavole dei valori») degli interessi e delle forze in campo. Per cui ad esempio, cercare di ridurre o annichilire l’influenza russa nel Mar Nero è in contrasto con quello di potenza, almeno regionale, della Russia nella zona, nonché dimentico che la stessa ha fatto una decina di guerre per diventarla.
Così, il pensiero espresso dal Presidente russo ricorda quanto scriveva Schmitt, oltre cinquant’anni orsono nella Teoria del Partigiano: 

«È il contrasto fra One World, unità politica della terra e dei suoi abitanti, e una pluralità di grandi regioni, che si controbilanciano le une con le altre. L’immagine pluralistica di un nuovo Nomos della terra è stata espressa da Mao in una poesia, intitolata Kunlun, nella quale si dice: Se il cielo mi fosse una patria sguainerei la mia spada/e ti spaccherei in tre pezzi:/uno all’Europa, in regalo,/uno all’America,/ma uno lo terrei per la Cina,/ e sarebbe la pace a dominare il mondo».

Il discorso di Putin ripropone la questione: il nomos è più irenico e rispettoso delle differenze che One World, come sosteneva il giurista di Plettenberg.

Teodoro Klitsche de la Grange



Teodoro Klitsche de la Grange è  avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009),  Funzionarismo (2013).

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