lunedì 24 giugno 2013




Cara donna Mestizia,
io sono un'atleta e non ho competenze da commercialista. Sono una persona onesta. Ho vinto diverse medaglie, un oro olimpico e decine di campionati italiani e mondiali. Ho faticato da sempre nello sport. Voi non sapete cosa possa significare la stanchezza nelle competizioni sportive.
Mia Eccellenza V. Teresa Ibidem

Vostra Eccellenza Ibidem,
però sappiamo che cosa può significare la stanchezza nelle competizioni elettorali. Nell’ultima, per esempio, più della metà degli elettori non ce l’ha fatta ad arrivare ai seggi.

* * *

Cara donna Mestizia,
agli insulti di cui sono fatta oggetto, non rispondo. Ho sempre lottato per un linguaggio non violento e questo impegno lo mantengo.
Mia Eccellenza Vispa T. Kikuyu

Vostra Eccellenza Kikuyu,
Lei ha tutta la mia solidarietà. Come diceva il Presidente americano Theodore Roosevelt, “Parla piano e porta un grosso piccone”… o era “bastone”? Non ricordo.

* * *

Cara donna Mestizia,
l’unico antidoto alla paura è la conoscenza reciproca. Solo così si abbattono le barriere. Il mondo non è più lontano, ormai è qui, in casa nostra.
Mia Eccellenza Vispa Teresa Bollini

Vostra Eccellenza Bollini,
concordo. Alla Presidenza della Camera dei Deputati Lei è sprecata: dovrebbe semmai presiedere la Camera degli Ospiti.

* * *

Cara donna Mestizia,
ho chiuso col porno, manterrò attivo il mio impegno nel campo dell'istruzione.
V. T. Vasha Drey

Cara V.T. Vasha Drey,
chi meglio di Lei rappresenta la linea culturale che ci illustra più sopra Sua Eccellenza Bollini? Conoscenza reciproca unico antidoto alla paura, barriere da abbattere, il mondo in casa nostra…E’ ben documentato, inoltre, il Suo coerente rifiuto di ogni forma di razzismo. Fossi in Lei, manderei il curriculum a Palazzo Chigi. Chissà, al prossimo rimpasto ministeriale…



Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

sabato 22 giugno 2013

























Oscenità

Rompere gli indugi
graffiare con le mani nude
vedere dentro questa cecità
essere osceni quanto basta
per urlare che la misura è colma.
                                      Nicola Vacca




 Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle e vive a Salerno. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale. Tra i suoi libri di poesia, ricordiamo, Civiltà delle anime (Book) , Incursioni nell’apparenza ( Manni), Esperienza degli affanni,Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio), Mattanza dell' incanto ( Marco Saya Edizioni).

venerdì 21 giugno 2013

Tony Soprano 
o della banalità del male



Ci piaceva molto James Gandolfini nella parte  di Tony Soprano:  mafioso depresso e padre affettuoso,  spietato boss di mezza tacca, ma pieno di rimorsi, rimpianti e complessi.  Eppure incapace di fermarsi, perché sospinto dalla  pervasiva  leggerezza  della routine.
Un ruolo molto articolato, magnificamente interpretato in tutte le sue sfaccettature e persino sfumature. Evitando, anche per merito degli autori,  di incorrere, per fare solo alcuni esempi,  nel manierismo di Marlon Brando, nei ghigni di Robert De Niro e nei deliri di  Al Pacino.  D’altra parte parliamo di  tre divi obbligati a immedesimarsi in caricature di mafiosi. E non in personaggi autentici  come Tony Soprano. 
Peccato che James Gandolfini  sia morto, prima di poter offrire, come si dice, altre grandi prove attoriali. La terra gli sia lieve.  
Quanto alla serie, l’uso del termine capolavoro usato da molti critici, a prima vista può  sembrare eccessivo. Non abbiamo la preparazione necessaria per poter confermare o meno. Tuttavia, come spettatori e studiosi di sociologia  abbiamo apprezzato  "The Sopranos". Mai  perduta una puntata.  Da spettatori  non possiamo non ricordare con piacere  il ritmo e la coerenza della sceneggiatura, la bravura degli attori, nonché  le musiche sempre appropriate.  Indimenticabile, la lunga notte  trascorsa da Tony  accanto al suo cavallo da corsa malato, sulle note di  "My Rifle, My Pony and Me", celebre canzone tratta dal film  "Rio Bravo",  cantata da Dean Martin.  È la miracolosa goccia d'acqua attraverso la quale, per un attimo,  si scorge  l'oceano dell' Americam Dream versione frontiera.   Da antologia.




Dal punto di vista  sociologico abbiamo molto gradito  il  puntuale   riferimento  non alla mafia  come macro-fenomeno cospirativo, centralizzato, una specie di  megamacchina del male assoluto (come si usa fare in Italia), ma alle mafie, come micro-fenomeno, diffuso sul territorio, hobbesianamente  divise in bande sempre sull'orlo del conflitto. E per giunta  composte, non di zombi decerebrati  con la pistola in mano, ma  di persone con gli stessi problemi esistenziali  del mondo “normale” :  individui concreti,  che però ogni giorno,  dalle 8 alle 17, si trasformano in banali  maestranze del male. 
Una chiave interpretativa interessante che permette  al tempo stesso di spoetizzare la mafia e   fare dell’ottima televisione,  evitando - cosa ancora  più importante -   di  costruire  fangosi   feuilleton cospirativi.  E probabilmente, per  quest'ultimo  motivo,  la serie non ha avuto successo in Italia,  Paese, per eccellenza, dei “romanzi criminali”... (*)

Carlo Gambescia

(*) A proposito,    se vera - la storia ( di oggi: 8/8/13)  del rolex  di Pandolfini rubato  nei momenti successivi al mortale attacco di cuore - c'è veramente di che vergognarsi. Qui l'articolo: http://www.tmz.com/2013/08/07/james-gandolfini-rolex-submariner-watch-case-theft-stolen   .

giovedì 20 giugno 2013

Il libro della settimana: John Witte jr, Diritto e protestantesimo. La dottrina giuridica della Riforma luterana, a cura di Andrea Pin, intr. all’ ed. it. di Brian E. Ferme, pref. all’ed. or. Di Martin E. Marty, Liberilibri, Macerata 2013, pp. XXVIII-458, euro 20,00 




http://www.liberilibri.it/john-witte-jr./208-diritto-e-protestantesimo.html  

Ci sono libri che rinviano ad altri libri e che scatenano nella mente del lettore autentiche tempeste mnemoniche,  teatro naturale  di  eclettiche  riflessioni, ricche associazioni di idee,  spunti interdisciplinari:  una manna per l'intelligenza.  A tale creativa categoria appartiene Diritto e protestantesimo. La dottrina giuridica della Riforma luterana (Liberilibri), scritto da John Witte jr, già allievo d Harold J. Berman  e al presente  direttore del Center for the Study of Law and Religion,  importante centro di ricerca plasmato  da Berman (per maggiori informazioni su Witte: http://cslr.law.emory.edu/people/person/name/witte-jr/  ).
Il libro, sostanzialmente, fa il punto sul ruolo storico  della Riforma protestante -  che a dirla tutta fu una vera e propria rivoluzione (politica, sociale, eccetera) -  ,  puntando le luci   sulla doppia interazione tra luteranesimo e società moderna e  tra diritto e religione.  Tuttavia,   l'opera di  Witte non è  una  ricostruzione (l'ennesima)   tracciata  da un  tardo epigono dello storicismo tedesco.   In realtà,  Diritto protestantesimo, che per  finezza ricostruttiva fa concorrenza  a Diritto e rivoluzione I e II di Berman (di cui ci siamo occupati qui:http://carlogambesciametapolitics.blogspot.it/2011/12/il-libro-della-settimana-harold-j.html  -http://carlogambesciametapolitics.blogspot.it/2007/02/i-libri-della-settimana-hj-berman.html  ), ruota magnificamente  intorno  a due grandi  questioni sociologiche: a) la continuità della tradizione, comunque la si intenda; b) la normalizzazione post-rivoluzionaria, come fattore ciclico.
Il che serve a  spiegare le tempeste mnemoniche di cui sopra.  Infatti,  leggendo il libro di Witte il nostro pensiero  è subito  andato ai lavori di Shils sul tradizione (Tradition ) e di Sorokin sulla rivoluzione ( The Sociology of Revolution). Shils  si sofferma sull'impemeabilità alla decadenza politica delle grandi tradizioni,  dovuta a profonde ragioni organizzative come nel caso del più che longevo diritto romano; Sorokin  invece ipotizza, e in larga misura riesce a provare,  come nelle rivoluzioni, ciclicamente,  alle  fasi di anarchia sociale  ne  seguano  altre  di   riorganizzazione societaria.  
Si tratta, per così dire, degli stessi  fondati sillogismi sociologici che  innervano Diritto e protestantesimo, per inciso, ottimamente tradotto da Elena Frontaloni. Scopriamoli insieme.
Fase I: Lutero, il teologo, attacca, e non solo verbalmente, le istituzioni della Chiesa Cattolica, a partire dal diritto canonico; Fase II: le terre germaniche precipitano nell’anarchia; Fase III: Filippo Melantone, Johannes Eisermann Johann Oldentorp pongono le basi intellettuali  per una normalizzazione sociale e politica, recuperando all’interno della dottrina giuridica luterana, il diritto canonico; Fase IV:  sorge la Germania westfaliana,  polverizzata politicamente ma libera dalle devastanti lotte sociali e religiose.  Il tutto,  tra il 1517 e il 1648.  Ma cediamo la parola a Witte: « I giuristi luterani citarono il diritto canonico cattolico come valida fonte per il diritto civile protestante, con più disinvoltura di Lutero. Lutero alla fine aveva stretto una riluttante pace con alcune leggi del diritto canonico, riconoscendo la loro utilità nella definizione dei codici disciplinari della Chiesa e dell’ equità (aequitas) delle norme per lo Stato.  Ma rimase fermamente contrario all’uso della tarda legislazione medievale papale, sia nella creazione delle leggi, sia nell’insegnamento del diritto» (p. 27). Per contro, in seguito,  « i giuristi luterani furono meno severi. Fecero uno spigliato utilizzo dell’intero Corpus iuris canonici nei loro testi, corsi, pareri opinioni giuridiche, e progetti di legge. E condensarono quest’uso del diritto canonico dentro innovative teorie della Chiesa e dello Stato» (pp. 26-27).   Perché? Per   considerazioni  organizzative e antropologiche:  due questioni, non da poco,  con  le quali  - ecco il punto sociologico -  anche  i rivoluzionari, prima o poi devono fare i conti: « Sostennero [i giuristi luterani, ndr]. che la Chiesa invisibile del regno celeste poteva sopravvivere bene con i soli insegnamenti della Bibbia, libera dagli ulteriori vincoli del diritto canonico. Ma la Chiesa visibile del regno terreno, colma di peccatori e di santi, necessitava sia degli insegnamenti biblici sia della giurisprudenza ecclesiastica per essere ben governata, Sostennero che il diritto canonico medievale , come distillato delle norme contenute nelle Bibbia fosse una valida legge per la Chiesa visibile e per questo andasse comunque usato» (p. 27). Cosicché, conclude Witte, «questa somma di idee, che è insieme una nuova ecclesiologia e una nuova giurisprudenza, diede un robusto fondamento logico per un’ampia conversione e convergenza tra il diritto canonico medievale cattolico e il diritto civile luterano» (Ibid.).  Il che  prova  la natura sottilmente conservatrice di tutte le rivoluzioni, nonché  l’esistenza di un' importante  costante della politica. Quale?   Quella che impone a ogni movimento, pena la sparizione immediata, la trasformazione,  in istituzione, come è  avvenuto anche per il protestantesimo.  Ciò però non implica,  da parte nostra,  l'adesione in toto  alla nota  tesi di Troeltsch  sul protestantesimo come "Tipo-Chiesa", tra l'altro molto ben riformulata e discussa  da Witte (pp. 45-52).   Non  vorremmo però  imbrogliare le acque  con troppe sottigliezze  critiche  e  far così  fuggire  i possibili  lettori del libro....  A dire il vero,  abbiamo privilegiato solo alcuni  aspetti, quelli più interessanti dal punto di vista sociologico,  di un  testo  ricco e ben costruito, che affronta con larghezza di dettagli e giusta densità tutti gli aspetti della teologia politico-giuridica luterana: dalla dottrina dei due regni ( e del potere terreno, conteso  e  "teso"  tra verticalità e orizzontalità)  alla teologia evangelica del matrimonio; dal ruolo infragiuridico della cultura biblica e del Decalogo ( tra l'altro, quest'ultimo, tema bermaniano per eccellenza) alle conseguenti stratificazioni nei campi  della pubblica istruzione  e della lotta alla povertà. Una trattazione da cui emergono le diversità tra protestantesimo (in particolare luteranesimo) e illuminismo: due correnti di pensiero spesso frettolosamente accomunate e respinte en bloc. In questo senso, Diritto e protestantesimo - come del resto gli ottimi libri di Berman - può essere un’importante occasione di riflessione sine ira et studio.
Esemplari, al riguardo, le salomoniche conclusioni di Witte: « L’eredità giuridica di Lutero pertanto non dovrebbe essere indebitamente romanzata né condannata. Coloro che difendono a spada tratta Lutero come padre della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza farebbero meglio a ricordare le sue grandi simpatie per l’ élitarismo, lo statalismo e lo sciovinismo. Chi vede nei riformatori soltanto dei belligeranti alleati della repressione dovrebbe riconoscere che erano anche benevoli rappresentanti del welfare. Incline come era al ragionamento dialettico, e consapevole delle intrinseche virtù e dei vizi delle conquiste umane. Lutero medesimo sarebbe probabilmente giunto a conclusioni simili» (p. 336).
Concludendo,  un libro da non perdere. Di quelli che aiutano il lettore a coltivare il senso critico senza mai rinunciare al buon senso. Insomma,  a volare alto senza farsi male.


Carlo Gambescia

mercoledì 19 giugno 2013


Beppe Grillo? 
Un caso di  inciviltà (politica) 




La lotta politica è spietata. E da sempre. La democrazia rappresentativa, che a occhio e  croce avrà un paio di secoli, ha introdotto in politica  una serie di regole  per provare, diciamo così,  a civilizzarla,  mitigandone usi e  costumi, spesso feroci. Come?  Attraverso carte e magistrature costituzionali, parlamenti, leggi elettorali,  regolamenti, eccetera. Parliamo di un “tentativo”, difficile, tuttora in divenire, perché il "politico" ha le  sue inflessibili costanti e gli uomini sono quel che sono.  Cosicché,  e malgrado  gli innegabili  difetti,  la democrazia rappresentativa può essere raffigurata come una piccola nave politica,  battezzata  “Civiltà”,  assediata da  mari tempestosi e perciò sempre in procinto di  essere travolta.
Naturalmente le regole, che possono essere ridotte a una sola: “contare le teste invece di tagliarle”, servono a  limitare il potere, sempre in agguato,  della sopraffazione.   Di qui però,  il ricorso da parte delle diverse forze politiche,  a tutto quell'armamentario, che nel bene e nel male  pigmenta  la democrazia parlamentare:  l’elusione,  le sottigliezze interpretative,  le "meline" procedurali.  Pratiche, mal viste dai detrattori delle istituzioni rappresentative,  alle  quali,  si usa opporre   l’ appello  a  entità salvifiche e giudicatrici come dio, la moralità pubblica (che è altra cosa dall’opinione pubblica), il popolo, la democrazia, la razza, la classe e di recente la rete. Che sarebbe «sovrana»., come ha dichiarato, proprio ieri, il deputato grillino Alessandro di Battista, riassumendo il comune sentire della sua esagitata parte politica.  Ma leggiamo la cronaca di quel che è accaduto  dinanzi alla Camera dei  Deputati:

Davanti Montecitorio va in scena il 'Grillo Pride', la manifestazione indetta dal gruppo romano del Movimento per dare man forte al leader Cinque Stelle nella polemica con la 'dissidente' Adele Gambaro, ieri rinviata al giudizio della rete per una eventuale espulsione. I manifestanti, circa un centinaio, si sono dati appuntamento in piazza dove hanno srotolato manifesti e incontrato alcuni dei parlamentari M5S. "Dentro o fuori dal Movimento con i suoi valori", "Beppe megafono, noi voce del Movimento", "L'onestà andrà di moda" gli slogan riportati sugli striscioni. Più inquietanti i cartelloni con le foto di alcuni dissidenti e fuoriusciti bollati come traditori: Mastrangeli, Labriola, Furnari e Gambaro. E sono loro, oltre ai cronisti della stampa e della Tv, che finiscono nel mirino degli attivisti che sono arrivati a manifestare il loro sostegno al gruppo degli eletti e al leader del movimento. "Mi piange il cuore nel vedere che qualcuno se ne va proprio quando si tratta di restituire i quattrini. Ma la rete è sovrana: siamo compatti o da soli non ce la facciamo" dice il deputato Alessandro di Battista.


Dietro l’invocazione di una qualche entità fittizia, se ci si passa l’espressione, c’è sempre la fregatura… E nel caso specifico il rifiuto di una regola fondamentale, quella del rispetto delle minoranze e più in generale del dissenso.  Regola che caratterizza politicamente  la democrazia liberale,   alla quale  i suoi  nemici oppongono il giudizio finalistico  di una fantomatica maggioranza extra-istituzionale. Da ciò si deve desumere che  Grillo e   M5S   sono portatori, neppure sani, di   un pericoloso  virus totalitario:  la maggioranza è tutto la minoranza nulla.   Del resto, come si è  visto,   il passo  al taglio delle teste dei dissenzienti, per ora metaforico,  può essere  molto breve.   Ritorna insomma, tutta la ferocia della politica. O se si vuole del potere nudo dell' l’inciviltà…  Per dirla fuori dai denti:   Beppe Grillo, dal punto di vista della cultura  democratico-rappresentativa,  rappresenta   un modello di   perfetta inciviltà.  Da manuale.  Che poi  egli   rovesci astutamente  il concetto,  autodefinendosi  leader di una  minoranza di buoni  in conflitto con fantomatiche maggioranze, ovviamente composte di cattivi,   rinvia a  quel fenomeno ben noto in politica col nome di leninismo: sfruttare le  regole e le istitituzioni democratico-liberali, per poi, una volta agguantato il potere,  toglierle di mezzo.
Infine,  ciò che deve essere chiaro è che la distinzione, tipica di Grillo e accoliti,  tra potere costituente (“Noi la Rete”, i buoni) e potere costituito (le “Istituzioni”, i cattivi) è tipica di tutti i moderni  movimenti eversivi dai giacobini ai bolscevichi. E lo stesso fascismo delle origini non ne fu indenne.

Non c’è altro da aggiungere.  Purtroppo.

Carlo Gambescia

martedì 18 giugno 2013

Un "ripassino" per il  Cavaliere:  l'unificazione europea






L’uscita del Cavaliere sulla necessità di tagliare le tasse anche a costo di "farsi cacciare dall’Europa", malgrado i toni,  scorge  solo una  parte del problema europeo, quella economica.   E  neppure la più importante.   Dal momento che dovremmo prima   interrogarci ( e  Berlusconi per primo)  sul significato politico dell’unificazione europea. Una grandissima idea-forza.  Certo,  di non facile attuazione, soprattutto con mezzi pacifici.   Però le idee più nobili  sono sempre le più difficili da realizzare. 
Che cos’è oggi l’Europa?  Tutto e niente. Un gigante economico,  che ora però sta perdendo colpi,   e un nano politico,   condannato, per alcuni,   a restare tale.  In effetti,  storicamente parlando, la forza dello stato moderno è  nella politica estera. Di riflesso,  l’Europa,  ancora così   lontana  dal diventarlo,  non   ha nessuna politica esterna (ovviamente, sospendiamo il giudizio per ragioni  discorsive sulla natura  storica della  "forma stato"). Di qui, la mancanza di autorevolezza e  il claudicante  procedere in  ordine sparso. Riuscirà mai  a farsi stato unitario?  Difficile dire. Le basi economiche ci sarebbero. Manca invece la volontà politica.
Probabilmente l’Europa potrebbe giungere all’unità - come impongono le costanti del politico - o facendo leva sulla difesa comune da un nemico esterno (la necessità di unirsi per non soccombere), o su   un processo di unificazione, dall’interno, di tipo militare, condotto dallo stato più forte.
Questa seconda strada, dopo due guerre sanguinose, sembra per il momento accantonata. Quanto al nemico esterno, l’Europa pare non  scorgerlo...     Il che però non significa  che non esista. Infatti, su questo terreno, l’Europa sembra seguire, anche se  in ordine sparso, le indicazioni dell’alleato esterno più forte e in certa misura più  affine  per ideologia e interessi: gli Stati Uniti.  Può essere sufficiente? No, a meno che non si ritenga possibile la nascita di una specie di “superstato”, inclusivo delle due coste dell’Atlantico… C’è però chi ci crede.
Esiste una terza via? Per molti, sì.  La via  liberaldemocratica e socialista riformista.  Infatti,   l’Europa politica, post-1945, in un modo sempre più segnato dall’esistenza di grandi blocchi geopolitici, sembra aver affidato tutte le speranze di unificazione, alla dialettica dei parlamenti e alla  crescita economica.  Il che per i popoli europei, usciti stremati dalla guerra, si è tradotto in libertà e benessere. Due fatti indiscutibili. Che alla lunga hanno pesato anche sul destino dell’Unione Sovietica, favorendone la dissoluzione. Come però resta indiscutibile un altro fatto: che nei processi di unificazione, anche se pacifici,  ci si  stringe  sempre intorno allo stato  economicamente e politicamente più forte.  Che tende perciò, quasi naturalmente, a farla da padrone.

Ora però, la crisi mondiale sembra aver messo in discussione tutto: l' unificazione e la stessa  egemonia tedesca.  Si riaprono i giochi?  Forse. C’è tuttavia chi, come Berlusconi,  scherza con il fuoco.  Ma per andare dove?  E per giunta  da soli?

Carlo Gambescia

lunedì 17 giugno 2013





Cara donna Mestizia, perché tutta questa preoccupazione per l’astensionismo? Dovremmo semmai interpretarlo come un segno di progresso: nelle democrazie avanzate vota sì e no la metà degli elettori.
Ottimista 2013


Caro Ottimista 2013, infatti, per questo quelle democrazie sono “avanzate”: perché la metà degli elettori basta e avanza.

* * *

Cara donna Mestizia,in questa tornata elettorale la metà e passa degli elettori si è astenuta dal voto. E la legittimità delle istituzioni? E la sovranità popolare? E la democrazia, la rappresentanza, la partecipazione?
Sono preoccupato.
Criticone 2013

Caro Criticone 2013,
come rileva sopra l’Ottimista 2013, ci allineiamo alle democrazie avanzate. Diceva Lenin che nella democrazia più avanzata di tutte – il comunismo – una buona cuoca avrebbe potuto dirigere il governo. Dunque, perché angustiarsi? Da una democrazia avanzata, il capo del governo potrà sempre ricavare, senza spendere un soldo, delle ottime polpette.

* * *

Cara donna Mestizia,
sono circondato da infiltrati, voltagabbana e deficienti! Me ne vado in Australia, e tanti saluti!
Peppe Grilletto

Caro Peppe Grilletto,
mi sembra un’ottima idea. L’Australia è la meta ideale, per chi voglia capire come funziona il boomerang.

* * *

Cara donna Mestizia,
un domani, alla Merkel gliele cantiamo chiare!
Conte Nipote

Caro Conte Nipote,
tempismo perfetto: è sempre domani che si fa credito. 


Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

sabato 15 giugno 2013



















Una parola
di Paul Celan

Una parola
Lo sai, un cadavere,
dobbiamo lavarla, dobbiamo pettinarla,
dobbiamo disporre
verso il cielo i suoi occhi

                 (t rad. di Mariano Marianelli)  

***
La morte è alla curva della strada
di Fernando Pessoa

La morte è alla curva della strada.
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, odo il tuo passo
esistere come io esisto.

La terra è fatta di cielo.
la menzogna non ha nido.
Mai nessuno s'è perduto.
Tutto è verita e cammino.
                            (Trad. di Luigi Panarese)


***
Sette peccati
di Federico Formica

Superbia
Separa gli amanti.
Rende la parola superflua,
vano  il silenzio.

Avarizia
Ubbidisce alle cose
si crede libera
invece è serva.

Lussuria
Ama senza amare.
Ruba corpi che non possiede.
Ferisce anime in cui non crede.

Invidia
Scava fosse che mai colma.
Trasforma  i  sorrisi in veleno
e gli applausi in pietre.

Gola
Fa dell’esistenza
una tavola imbandita
a cui pochi possono sedersi.

Ira
Non teme morte.
Ubbidisce all’attimo e 
uccide  non sapendo di uccidere.

Accidia
Promette senza mai mantenere.
Viola il cuore dell’amico.
Non prova rimorsi né rimpianti.

                          

Federico Formica è nato e  risiede a Roma.  Quando non scrive poesie,  naviga e coltiva l'amicizia di pochi. intimi e veri amici.  Di prossima pubblicazione  la  sua  raccolta di versi,  L' Evidenza dell'Essere.  

venerdì 14 giugno 2013


La indefensión de Europa vista desde América:
una risposta all'articolo del  professor Alberto Buela


Albero Buela 
Oggi, cari amici, segnaliamo il notevole articolo del professor  Alberto Buela  sull’impotenza europea (La indefensión de Europa vista desde América -http://espacioseuropeos.com/la-indefension-de-europa-vista-desde-america/ ).
Buela è ciò che si dice un pensatore indipendente e lucidissimo: non fa sconti intellettuali e applica il rasoio della metapolitica alle grandi questioni del nostro tempo, seguendo un’ottica assai vicina alla nostra.
Sintetizzando: nell’ impotenza europea Buela scorge tutti i segni di una decadenza, scaturita dall’ impossibilità di tradire gli  ideali liberali, cui essa sarebbe  devota.  Insomma, per difendersi, l’Europa dovrebbe liquidare il  patrimonio politico liberale,  per poter così  trasformarsi, come ci sembra di capire, in una superfortezza politica e militare degna della sua storia.   
In realtà, il problema non sembra essere  legato alla fuoriuscita dagli   ideali liberali.  Parliamo di  valori  che  in alcuni secoli, e in particolare davanti agli eserciti hitleriani,  hanno   mostrato di appartenere al meglio della storia europea e di  essere capaci  di  animare i combattenti.  Pensiamo invece  a un altro colpevole. Quale?  Al  culto, diffusosi soprattutto nel secondo dopoguerra,  del puro e semplice vitalismo. Celebrazione che ha  contribuito a bandire quei valori di eroicità e realismo politico, cui giustamente accenna  Buela.  E in cambio di che cosa?  Dell'andare finalmente  a nozze con  il padre di ogni vitalismo:   l’umanitarismo. Detto altrimenti: dello sposare il famigerato “meglio rossi (oggi di direbbe fondamentalisti musulmani) che morti”.   Prima la vita (quindi il vitale, quindi l'uomo così com'è),  poi tutto il resto… Una morale da autentici vigliacchi. Lontana anni luce dal realismo politico. Quel realismo che scorge nella guerra, e perciò  anche nella necessità di sacrificarsi,  la continuazione della politica con altri mezzi.
Ora, non vorremmo entrare in una discussione sulla natura del liberalismo - non siamo i difensori d’ufficio di nessuna causa - ma più semplicemente desideriamo sottolineare che il liberalismo è un pensiero ricco e composito. Non interpretabile ( o peggio “cestinabile”) en bloc .  Qui rinviamo il professor Buela, con il dovuto rispetto s'intende, al nostro Liberalismo triste.  Un testo dove cerchiamo di mostrare come il realismo politico -  e quindi anche la capacità di sacrificio -    non sia assolutamente estraneo al pensiero liberale, citando pensatori e statisti. 
Pertanto il nemico interno (o meglio  "interiore"), non è il liberalismo in quanto tale,  bensì,  per dirla con Pareto (altra interessante figura di liberale triste), “l’umanitarismo delle volpi"… O meglio ancora: dei vigliacchi…  Che però non può essere contrastato,  sostituendogli  la pura e semplice forza dei “leoni”… Trascorrendo  così da un eccesso all'altro.  Va invece ricercata - crediamo -  la giusta  via di mezzo:   un realismo democratico e liberale, capace di esserevolpe, senza cadere in alcun disarmo morale, ma al tempo stesso  leone, e perciò capace,  nel caso, di usare  la forza,  mettendo in conto anche  il sacrificio di  vite umane .

Ovviamente, le idee, anche le migliori, camminano sulle gambe degli uomini. E purtroppo l’Europa, al momento, sembra avere una classe dirigente composta in larga parte di “volpi”. E questo è un problema. Innegabile.

Carlo Gambescia

giovedì 13 giugno 2013


Il libro della settimana: Fedele Acciari, Spengler. Un autodidatta di successo, Edizioni Universitarie 2013, pp. 264, euro 25,00 -universitarie@libero.it  .



Non si poteva trovare titolo più azzeccato. Parliamo del ghiotto libro di Fedele Acciari , saggista e storico delle idee, dedicato a un modesto professore di liceo assurto a profeta del declino dell’Occidente: Spengler. Un autodidatta di successo (Edizioni Universitarie) . Per certi versi,  il saggio di Acciari ricorda quello dissacrante di Anacleto Verrecchia su Nietzsche.
Per quale ragione autodidatta?  Perché Oswald Spengler  fu    uomo dalle molteplici e  disordinate letture: filosofia, storia, matematica, scienze naturali, alchimia,  religione, musica, arte.  Tenutosi e tenuto sempre a distanza dalla cultura accademica tedesca,  probabilmente proprio a causa della sua  bocciatura alla prima prova di dottorato (alla seconda riuscì).  Tuttavia,  grazie  alla   enorme quanto variegata  cultura, trionfò  nelle  librerie: il Tramonto dell’Occidente, uscito in sordina,  fece la fortuna dell’editore Beck.  Tra il 1918 e il 1936, anno della sua morte (a cinquantasei anni per  infarto), nella  Germania  affamata  prima di pane poi di divertimenti e infine di   profeti e profezie,  Spengler divenne  famoso al punto di   trasformarsi  in  una sorta di aristocratico e misterioso  santone: un genio  malandato di salute,  ipersensibile alle critiche ma ipercritico nei riguardi altrui; incapace di risolvere qualsiasi  questione pratica, sebbene totalmente convinto di avere il tasca, o comunque a portata di mano, il segreto della storia.
Una certezza, secondo Acciari,  presto divenuta  monomania e  causa di  autentici  deliri persecutori. Parliamo di  una capacità visionaria,  così circonfusa di mistero,  talvolta anche per colpa degli ammiratori,  che colpì perfino Hitler.  Altro autodidatta di successo... 
Fu nazista Spengler? Secondo Acciari no. Ebbe, di certo,  amici nazisti, soprattutto tra le SA, alcuni dei quali perirono nella “Notte del lunghi coltelli”, ma politicamente, scrive Acciari, « era di un'ingenuità sconcertante». Di qui, l’incapacità di fare scelte politiche concrete. Perciò - continua l’autore - «come poteva diventare nazista un uomo abituato a frequentare la stratosfera del pensiero e quindi incapace di calarsi nella realtà delle cose politiche? » (p. 18). Resta il fatto che altri pensatori, altrettanto abituati a solcare i campi dell’Essere, come Heidegger, lo furono, anche se a termine. Che la differenza tra le scelte di Heidegger e Spengler fosse nel diverso punto di arrivo  formativo? Il primo accademico, il secondo autodidatta.  Heidegger più legato a mantenere e difendere  posizioni di potere,  Spengler no...   Acciari non si  pone il problema, a dire il vero  più sociologico che filosofico:  Heidegger è citato alcune volte, ma su altre questioni spengleriane.
Nel libro sono molto ben ricostruiti i rapporti familiari  e in particolare con la sorelle:  Adele (che morì suicida) e  Hilde.  Nonché i legami con lo storico Eduard Meyer e   altre  figure di rilievo come Leo Frobenius, con il quale però Spengler  ruppe nel 1927,  per ragioni, secondo Acciari, «più di tipo caratteriale che di natura scientifica» (p. 128).
Molto interessante la parte dedicata ai rapporti tra l’autodidatta profeta del declino e il pensiero alchemico (pp. 150-183). Per «Spengler - si legge -  la ricerca della pietra filosofale da parte degli alchimisti presupponeva il rifiuto della storia in nome di un sapere più profondo capace di trasformare i metalli in oro: un compito, a suo avviso, irrealizzabile, perché la comprensione delle leggi profonde della storia, omologhe a quelle naturali, è l’unica vera pietra filosofale ». (p. 179).

Concludendo, un libro notevole, tra l’altro  ben scritto, che però dà per scontata, come del resto la nostra recensione, la conoscenza della teoria storica spengleriana.  Un testo, insomma, rivolto verso l'interno, in direzione dei  lati meno conosciuti di Oswald Spengler,  «l’ipersensibile filosofo della storia, che immaginò un Occidente diverso, probabilmente mai esistito, se non nella sua mente febbrile di alchimista autodidatta dei corsi e ricorsi umani» (p. 258).

Carlo Gambescia