giovedì 28 febbraio 2013

I libri della settimana: cosa leggere di e su Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle?




Come documentarsi su Grillo e  8 milioni di baionette, pardon di  voti? Quali libri leggere di e su il comico genovese e il Movimento 5 Stelle?  Grillo, di suo, negli ultimi anni,  ha pubblicato molto.  Vediamo.
Parecchio materiale, abbastanza recente, si può trovare in Tutto il Grillo che conta. Dodici anni di monologhi, polemiche, censure (Feltrinelli 2006): sulle radici "satiriche" - poi spiegheremo -   della sua  visione   politica.  Ma vanno letti anche  A riveder le stelle. Come seppellire i partiti e tirar fuori l'Italia dal pantano (Rizzoli 2010); Tutte le battaglie di Beppe Grillo (Tea 2011), Siamo in guerra. Per una nuova politica (Chiarelettere 2011), scritto con Gianroberto Casaleggio: tre volumi distinti  da una  violentissima  critica   alla  democrazia rappresentativa e liberale;  nonché Il Grillo canta sempre al tramonto. Dialogo sull’Italia e il Movimento 5 Stelle(Chiarelettere 2013), scritto  con Dario Fo e Gianroberto Casaleggio: utilissimo per capire come gli estremi politici alla fin fine si tocchino sempre.
Inoltre, non vanno sottovalutate   per comprendere i bizzarri legami  intellettuali di Grillo le sue  numerose prefazioni,  mai d’occasione, sempre ragionate.  Ecco qualche nome  dei "prefati" : Alfonso Pecoraro Scanio, Marco Travaglio e Peter Gomez, Alex Zanotelli, Maurizio Pallante, Riccardo Petrella. Oliviero Beha, Elio Lanutti. Eugenio Benetazzo, Antonio Di Pietro, Gianluca Ferrara.  Ma non va neppure  trascurato Santi Laici. Storie di uomini e donne che hanno dato la vita per salvare la nostra democrazia (Rizzoli 2011), un volume di oltre 600 pagine, dove Grillo, trasforma - e sia detto con il massimo rispetto per  le vittime ricordate  -   il complottismo in  religione politica bisognosa, per l'appunto,  di  santi.   Infine, di Gianroberto Casaleggio, il capelluto alter ego,  si veda Web ergo sum, (Sperling & Kupfer  2004), un miscuglio  di  rimembranze new age e di concreto senso degli affari.
In Grillo l’approccio satirico, come sguardo caustico  sul mondo,  si è trasformato in profetico  strumento politico, culminando nella sistematica ridicolizzazione dell’avversario. Da ultimo,  si pensi al "Vaffa" di ieri a Bersani. Una demoliziome  che  però  non  può far bene alla democrazia perché squalifica  agli occhi dei cittadini l' intera classe politica dalla A alla  Zeta.   Parliamo di cittadini,  come gli  italiani,  già zoppicanti sui fondamentali della democrazia rappresentativa e liberale. Sotto questo profilo si veda il notevole libro di Giuliano Santoro, Un grillo qualunque. Il movimento 5 stelle e il populismo digitale nella crisi dei partiti italiani(Castelvecchi 2012), nonché  sui limiti della democrazia diretta (non solo via web), incensata dai "fidelizzatissimi" grillini:  Federico Mello, Il lato oscuro delle stelle. La dittatura digitale di Grillo e Casaleggio. Testimonianze, documenti e retroscena inediti( Imprimatur Editore 2013). Notevole, anche il ritratto filosofico, più movimentista,  di Edoardo  Greblo, La filosofia di Beppe Grillo. Il Movimento 5 Stelle (Mimesis 2012). Che tuttavia propro perché "filosofico", sembra sottovalutare  i possibili  effetti sociologici della routine istituzionale, post-elezioni, sul movimento  grillino e in particolare sull'importante sedimento  politico  dei  gruppi parlamentari.
Lo studio, per ora  più completo,   anche  sotto il profilo  metodologico,  è  quello di   Piergiorgio Corbetta ed  Elisabetta Gualmini ( a cura di),  Il partito di Grillo (il Mulino 2013). Un  libro fresco di stampa  dove  sono sollevati alcuni  fondamentali interrogativi di scienza politica  sulla natura democratica del movimento, sulla reale preparazione dei suoi giovani  candidati e sulle capacità di Grillo di evitare derive populiste e, più in  generale, sulle reali  possibilità del web di sostituirsi alla politica tradizionale.  Quanto all’elettorato, nel libro  si ritiene profeticamente (perché  scritto prima delle ultime lezioni)  che «il profilo dell’elettore del M5S [stia diventando] sempre più prossimo a quello dell’elettorato generale».  Tesi  comprovata  dagli  otto milioni di voti  incamerati dal M5S  domenica e lunedì. Elettori  "medi"  che però chiederanno fatti e non chiacchiere. Di qui, possibili contraddizioni, semplificando, tra il "dire" e il "fare". 
Infine, per farsi rapidamente  un'idea   delle   critiche, spesso fondate, rivolte agli aspetti economici del programma di Grillo (scaricabile qui:http://www.boorp.com/libri_gratis_pdf/libro_Programma_Movimento_5_Stelle_in_pdf_gratis.php ), rinviamo ai seguenti siti:http://www.linkiesta.it/blogs/apologia-di-socrate/la-strada-di-grillo-che-porta-all-inferno  ( liberisti); http://keynesblog.com/2013/02/07/la-grillonomics-analisi-del-programma-economico-del-movimento-5-stelle/  (keynesiani). In buona sostanza, i liberisti rimproverano a Grillo la deriva statalista,  mentre i keynesiani  la scarsa  attenzione allo sviluppo economico.

Concludendo, Grillo, come si legge nell’ottimo libro curato da Corbetta e Gualmini, ha trasformato l’indignazione morale in politica, puntando, ci permettiamo di aggiungere,  su una visione satirica dell’avversario  ai limiti della paranoia.  Cosicché   i suoi candidati  e i suoi   elettori  sembrano  non essere più  capaci di  distinguere  tra realtà "satirizzata" e  realtà vera.  Tutto  ciò può bastare per fare politica? E soprattutto dove ci condurrà?   

Carlo Gambescia 

mercoledì 27 febbraio 2013

Scenari del dopo voto
Bersani apre a Grillo? Poveri noi…



Non sappiamo quale sarà l’esito dell’apertura a Grillo di Bersani, il  grande sconfitto di queste elezioni. Apertura  - crediamo - rivolta a puntellare non tanto l’Italia, quanto la sua pericolante segreteria e le improbabili sorti di un governo di minoranza al Senato, appeso al sostegno  di un partito, come M5S, portatore  di una  bizzarra  visione della società italiana. O per dirla  meno elegantemente,  di  un'immagine,  nella peggiore delle ipotesi paranoica,  nella migliore satirica e superficiale.  
Perciò diciamo subito che il tatticismo bersaniano non promette nulla di buono. E rischia di far perdere  altro tempo prezioso all’Italia.
Grillo, l’oggetto dei desideri del segretario Pd, non ha per ora alcun interesse a governare. Anzi, avrebbe tutto da guadagnare da nuove elezioni sull’onda emotiva di uno sfascio provocato proprio da inopportuni tatticismi alla Franz von Papen… Bersani gioca con il fuoco. 
A fronte di una crisi economica seria, si deve rispondere, come in guerra, con un governo di unità nazionale,  quindi un governo politico per eccellenza, capace, per usare un pizzico di retorica,  di reggere le sorti della "patria" fino alla "vittoria". Lo si chiami "governissimo" o altro,  non importa il nome della cosa. Quel che conta  è   il  riuscire  muoversi  all'interno del  quadro politico europeo in modo unitario e serio.   Perché - piaccia o meno - fuori dall'Ue  non c'è salvezza. Per quale ragione, allora,  alimentare negli  italiani un controproducente anti-europeismo?
A Grillo, infine,  la scelta   di appoggiare il "governissimo", anche dall'esterno (in fondo,  ciò che vale  per  il  governo di centrosinistra o per  il "modello Sicilia", potrebbe valere anche per il  governo di unità nazionale...).  Oppure  di combatterlo, in chiave paranoica o satirica,   assumendosi gravissime responsabilità storiche.
Perché arrivare al governo di unità nazionale, obtorto collo  sprecando altro tempo in inutili  risse?  Con lo spread alle stelle e il debito pubblico fuori controllo?  
Berlusconi sembra disponibile. Perché non metterlo alla prova?
Carlo Gambescia


martedì 26 febbraio 2013

Elezioni 2013
Agli italiani non piace la sinistra






Lasciamo  oggi  le  poche righe scritte, a caldo,  nel cuore della notte. Non hanno alcuna pretesa di analizzare i risultati elettorali, ma solo di porre una questione:   che gli italiani - e dispiace ragionare  in termini di deterministiche categorie psico-antropologiche - aspirano da sempre  a perseguire insieme   il  massimo della libertà e  il massimo  della sicurezza.  Valori incompatibili. O comunque  difficili da "mixare", soprattutto se  intesi, come piace agli italiani, in maniera assoluta.    
 Di qui,  un  diffuso e contraddittorio  atteggiamento anarchico-conservatore,"del tipo "privatizzare i profitti/socializzare le perdite",  che storicamente ha sempre penalizzato,  ovviamente unito ad altre ragioni,  i partiti di sinistra.  E impedito,  peraltro,  la nascita di un vero partito conservatore, democratico e liberale. Ma questa è un'altra storia.  (C.G.)         

Le elezioni politiche hanno provato ancora una volta che agli italiani non piace la sinistra. E che in fondo sono un popolo profondamente conservatore. Di destra.  Un destra particolare, diffusa, becera, atavica: quella della " roba"  mia non si tocca...  
Quando  sembra toccare  alla sinistra di  vincere, il consenso, anche se sulla carta notevole, nelle cabine elettorali finisce per sciogliersi come neve al sole. Ogni volta (quella “decisiva”), la “paura fa novanta” e così l'elettorato  si esibisce nel  famigerato gesto del manico.   Come dimostrano le precedenti vittorie di Berlusconi, abilissimo  nel solleticare  "le corde giuste",  e ribadisce, da ultimo,  il miracoloso recupero di ieri.  Come, per contro,  le mezze vittorie o sconfitte degli avversari di sinistra. E che dire dell’autentico scialo di voler creare un’altra destra?  Senza  prima  civilizzare politicamente gli italiani?  Come prova il tentativo di Monti  & Co.?   Altro dieci per cento di voti conservatori gettati al vento ... Non aveva tutti i torti quell'antipatico di Nanni Moretti  nel ricordare in un suo film  che gli italiani se lo meritavano ( e meritano) Alberto Sordi.
Ma, come esempi,  si potrebbe tornare  indietro all’ Italia liberale e alle sue masse contadine che, tutto sommato,  varcarono disciplinatamente il Piave perché  avevamo loro  promesso  il fazzoletto di   terra sul quale  lavoravano  prima di  partire soldati;  al fascismo, tutto ordine, gerarchia, antisocialismo e consenso fino al 1940, se non 1943; alla democrazia cristiana e al socialismo craxiano abilissimi nel catturare e sfruttare l’anticomunismo becero e sempre latente negli italiani.  Il  brutto  della cosa è che gli abitanti dello Stivale sono un popolo di destra e forse neppure lo sanno.  Quindi protesta populista sì, partito conservatore no.  Et voilà  l'Italia!
E il Movimento 5 Stelle? Probabilmente, anche i “grillini”,  magari senza saperlo,  parlano un linguaggio  di destra.  Destra diffusa e becera, ovviamente. Questioni, come dire, di DNA (degli italiani)... Altrimenti  non si sarebbero imposti elettoralmente in così breve tempo...

Concludendo, alla sinistra -  riformista o meno -  manca, e continuerà a mancare,  la materia prima: l’italiano... di sinistra.
Buonanotte.

Carlo Gambescia

lunedì 25 febbraio 2013




Cara donna Mestizia,
per scrutare io scruto, ma Le confesso che non vedo.
Scrutatore 2013

Caro Scrutatore 2013,
vedrà, vedrà.
* * *

Cara donna Mestizia,
ricordo a Lei e ai Suoi lettori che nella cabina elettorale l’Europa ti vede, i populisti no.
Siamoseri 2013

Caro Siamoseri 2013,
l’Europa ti vede, d’accordo: ma poi, provvede?
* * *

Cara donna Mestizia,
il boss del mio quartiere dice che con questa crisi, per un voto ci può dare al massimo cinquanta euro. Ma come siamo ridotti, noi italiani?! 
Cittadino comodo

Caro Cittadino comodo,
e allora cosa dovrebbero dire gli immigrati, che non possono neanche votare? Si ritenga fortunato.
* * *

Cara donna Mestizia,
dopo attento esame, ho concluso che per chiunque io voti, il risultato finale non cambierà. Tanto, ormai, chi decide sul serio non abita più qui e del Parlamento italiano se ne impipa. Intendo dunque esprimere la mia scelta democratica dandomi fuoco all’interno della cabina elettorale.
Cittadino scomodo

Caro Cittadino scomodo,
da un recente sondaggio risulta che il numero di elettori che si daranno fuoco all’interno della cabina elettorale non supererà lo 0,000001% degli aventi diritto. Temo dunque che la formazione politica da Lei preferita non supererà la soglia di sbarramento: però, non si sa mai. AugurandoLe comunque il miglior successo, Le ricordo che all’interno delle aule di Camera e Senato è proibito fumare.
* * *

Cara donna Mestizia,
diceva ieri sera il mio barista che viviamo in una post-democrazia. Per non fare brutta figura, non gli ho chiesto che cosa vuole dire. Può spiegarmelo Lei?
Barbera & Champagne

Caro Barbera & Champagne,
Cosa vuol dire “post-democrazia”? Ma certo. Vuol dire che prima c’è l’ebbrezza della democrazia: e dopo ci sono i postumi. 


Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

sabato 23 febbraio 2013













La casa della poesia

Soltanto se le parole pugnalano

Le parole come graffi
scorticano l'indifferenza
come dardi feriscono a morte
le imbecillità ottuse.
Le parole, solo le parole
che abbiamo il coraggio di pensare
potranno dirci dove ci condurrà
questa notte.

Soltanto se le parole pugnalano
le ferite saranno rimarginate.

Il posto delle parole

Forse la pace
è nel silenzio che sfugge
alle aggressioni di un rumore.
Oggi è di scena l'aridità
in ogni angolo della vita.
Difficile la riconquista della posizione
e la partita sembra persa.
Quello che conta per non morire
è fare quadrato intorno
a ciò che resta prima che la distruzione
metta la sua firma.

La poesia, come la vita,
è dare un posto alle parole
prima che tutto smetta di essere.

La casa della poesia

La poesia è una casa che accoglie
e i versi sono i suoi muri.
Abitare la sua verità
in questo tempo di sgomento
è l'imperativo categorico
per sfuggire alla catastrofe.
Nella casa della poesia
non ci sono solo i poeti
troverete anche una luce particolare
che entra dalle finestre del cuore
si chiama libertà
e tutti possono toccarla con mano
se hanno l'anima pura
e credono insieme di fare qualcosa
per rendere questo mondo migliore.

La casa della poesia 
ha sempre le porte aperte
e nessuno si senta escluso.

Perché c'è sempre bisogno
della parola che abbraccia
e non della mano che uccide.

                          Nicola Vacca

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle e vive a Salerno. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale. Ha pubblicato numerosi libri di poesia, tra i quali ricordiamo, Civiltà delle anime (Book) , Incursioni nell’apparenza ( Manni), Esperienza degli affanni e Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio) .

venerdì 22 febbraio 2013


L'articolo del professor Dalmacio Negro ritorna sulle “dimissioni” del Papa , aprendo però un’ inedita prospettiva schmittiana su una questione aperta da secoli:  quella dell’eterna lotta per le investiture tra i due poteri, religioso e temporale. Di qui il suo grande interesse. Buona lettura. (C.G.)


Le dimissioni del Papa e l’eterna
lotta per le investiture
di Dalmacio Negro




Le cause personali delle dimissioni (dimittere, rinuncia all’incarico) sono chiare. Ma perché il Papa non si è rimesso alla volontà di Dio, come i suoi predecessori? I contrasti, gli intrighi, i tradimenti, le invidie vanno sempre messi in conto  quando si occupa una posizione importante. E lo stesso si può dire delle divisioni interne al clero e ai fedeli.  Certo,  se il Papa si fosse dimesso per  tali ragioni potrebbe essere ritenuto un irresponsabile. Ma, in realtà, un Papa non può rinunciare alla sua missioperché vittima di disinganni, disillusioni, insuccessi o disgusto. E né il teologo Ratzinger, né il Papa Benedetto si sono mai comportati da irresponsabili.  Pertanto,   la “grande decisione” di Benedetto XVI rinvia alla logica dello stato di eccezione.
A suo tempo, Pierre Chaunu  chiarì che l'inizio dell’inabissamento della Chiesa Cattolica  andava ricondotto alla morte di Pio XII.  Di  riflesso,   i fragili argini di un Concilio poco o nulla  hanno potuto contro una tempesta che proveniva da lontano.Ecclesia semper reformanda: il Popolo di Dio,  poiché sempre in cammino, spesso si è trovato a dover affrontare le ricorrenti crisi convocando un Concilio. Tuttavia il Vaticano II  rappresenta qualcosa di eccezionale. E lo si può capire da quel che è accaduto dopo:  Giovanni Paolo II  ha cercato, con  grande dispendio di energie,  di  mantenere  sulla  rotta  giusta  la nave di Pietro. Mentre Ratzinger ha  provato a  restituire dignità - chiarificandola - alla teologia.  In certa misura, la sua missione ha dato frutti anche se alla fine le sue forze sono venute  meno,  come del resto  il tempo per condurre a termine, si spera, quel grande compito, al quale, oggettivamente, non potrà sottrarsi il suo successore. È perciò prevedibile, vista la situazione, che si aprirà una nuova fase, molto intensa, dell’eterna lotta per le investiture tra l’ auctoritas della Chiesa e i poteri temporali
Mentre la Chiesa si va espandendo negli altri continenti, nel mondo cristiano la religione è in declino. Le defezioni e le forme di apostasia – che affliggono più intensamente il mondo protestante – non sono, per ora, seguite da revivals sostenuti e favoriti da poteri politici, culturalmente cristiani. Quanti e quali governi accettano o praticano i principi, pur minimi, proclamati come irrinunciabili da Benedetto XVI? I governi sono diventati i campioni della rivoluzione legale in atto; rivoluzione,  a sfondo nichilista, rivolta a cambiare radicalmente la cultura e la civiltà cristiane. I governi hanno occhi e orecchie solo per la “questione antropologica” (Benedetto XVI), che però  si manifesta in quella “cultura della morte” (Giovanni Paolo II),  che rappresenta solo una delle sue pericolose  ricadute sociali.  
In buona sostanza, si tratta di una questione teologica, poiché il motore primo di questa gigantesca rivoluzione culturale resta l’antica eresia della apocatastasi. Secondo la quale tutte le cose umane tendono verso la riconciliazione finale prima della parousía, la seconda venuta di Cristo, dal momento che l’uomo sarebbe perfettamente in grado di instaurare, con le sole proprie forze, il Regno di Dio sulla Terra. Tale eresia,   resa più forte dalle conquiste scientifiche e tecniche,  rimane la madre di tutte le ideologie e bio-ideologie progressiste che agiscono come vere e proprie religioni secolari. Condannata dal Vaticano II, resta senza alcun dubbio, la causa principale delle divisioni interne alla Chiesa, della crisi del clero, della apostasia di massa, nonché dell’atteggiamento dei poteri pubblici verso la religione cristiana e la Chiesa.
Queste ideologie si sono affermate, stante la natura oligarchica di ogni forma di governo, puntando sulla complessa soluzione della “questione sociale” . E in che modo? Promettendo la salvezza in questo mondo.
Tuttavia, una volta edificato lo “stato del benessere” da cui tutti si aspettavano grandi cose, la rivoluzione culturale del Maggio del 1968, in coincidenza con la chiusura del Vaticano II (1962-1965) sollevò, alzando il tiro, la “questione antropologica”. I suoi seguaci aspiravano e aspirano, in modo ancora più radicale, alla trasformazione della natura umana.  Cosicché le intense dispute in argomento sono inevitabilmente  finite al centro dell’agenda politica. Il che ha causato l’ accantonamento della “questione sociale”, fatto abbastanza prevedibile, considerata la natura amorale e biecamente oligarchica delle classi governanti, prontissime ad usare la “questione antropologica” per sviare l’attenzione dai fallimenti e così consolidare le proprie posizioni, presentandosi come liberatrici  degli uomini da inutili pregiudizi ancestrali .
La civiltà occidentale, nella sua essenza cristiana, è opera della Chiesa,  istituzione oggi   minacciata dalla politica.  La Chiesa si trova perciò davanti a un bivio. Rimane quindi  comprensibile, che dinanzi alla prospettiva di un serrato  confronto con i poteri pubblici, il Papa abbia prudentemente pensato a un successore capace di affrontare  il prevedibile kulturkampf :   una  lotta per la cultura e la civiltà,  che inevitabilmente passa  attraverso il perseguimento dell'  auctoritas. Insomma, siamo dinanzi a un nuovo capitolo dell’eterna lotta per le investiture.
La prudenza è  virtù politica per eccellenza. La Chiesa, comunità spirituale (communio ) dei fedeli intorno a Cristo,  non è politica né antipolitica. Benché, e senza alcun dubbio,  quale "contromondo" nel "mondo" sia velis nolis la più politica fra tutte le istituzioni. (trad. di C.G., rev. del testo spagnolo per l'ed. it. di J.M.)

Dalmacio Negro


Dalmacio Negro è professore emerito di "Historia de las Ideas y Formas Políticas" presso l’Universidad Complutense (Madrid),  nonché  membro della Real Academia de Ciencias Morales y Politicas. Tra i suoi numerosi libri: Gobierno y Estado, El Liberalismo en España, La tradición liberal y el estado, El mito del hombre nuevo, Historia de las formas del Estado.

giovedì 21 febbraio 2013

Il libro della settimana: Olivier Dard,Bertrand de Jouvenel, Perrin, Paris 2008, pp. 528, euro 25,00 .   



In Italia, tranne un rapido passaggio in libreria tra gli anni Sessanta e Settanta la figura e l’opera di Bertrand de Jouvenel (1903-1987), non hanno mai goduto di grande fortuna. Va comunque onestamente ricordato un certo recupero del suo pensiero, in chiave più liberista che liberale,  negli anni Novanta del Novecento. Ma su questi aspetti italiani rinviamo allo stringato - ma comunque interessante -  libro di Francesco Raschi sul suo pensiero politico (Rubbettino 2008).  E per chi desideri saperne di più?  Dando per scontata la conoscenza della lingua francese consigliamo la lettura della densa biografia critica di Olivier Dard,  Bertrand de Jouvenel, (Perrin), uscita nel 2008 e che qui “ripeschiamo” per sollecitarne la traduzione italiana. Per i buoni libri - come per le buone cause -  non è mai troppo tardi.
Del professor Dard, docente di  storia  all' Università Paul-Verlaine di Metz, ricordiamo, tra i molti titoli,  gli avvincenti e dotti studi sui “non conformisti” francesi degli anni Trenta (Le Rendez-Vous manqué des relèves des   années trente eLes Années Trente. Le choix impossible) pubblicati sempre dalle Éditions Perrin.  Due libri da non perdere (e da tradurre in italiano...).
Parliamo di una biografia  di oltre cinquecento pagine (incluse 80 di note),  sette parti divise in quindici capitoli, corredato da una sostanziosa bibliografia di e su (più o meno trenta pagine). Abbiamo tra le mani  un testo magistrale, scritto in un francese limpido,   dove  si ricostruiscono con grande ricchezza di particolari ambienti,   relazioni, vicende, fortuna dei libri. E come?   Scandagliando quello straordinario giornale dell'anima dejouveneliana  (un vera miniera d'oro) rappresentato  dai taccuini e note di lavoro (tenuti dal 1943 alla sua morte), finora inediti, nei quali   Dard  si è gettato con la perizia dello storico collaudato.  Si  ripercorre così  l’intero cammino esistenziale, politico, culturale e scientifico di  uomo curioso e febbrile,  ma al tempo stesso  razionale e realista. Un ossimoro vivente.  Si pensi solo alla sua tellurica biografia   politica.  Scrive Dard: « Son itinéraire politique frappe d’abord par sa diversité pour ne pas dire son caractère contradictoire. Du parti radicale au PPF, du Centre National des indépendants au vote socialiste en 1974 et 1981, en passant par le comte de Paris, Bertrand de Jouvenel, à l’exception du parti comuniste e du gaullisme, a frayé avec toutes les familles politiques françaises, avec des degrés divers d’engagement» (p. 382).  Insomma,  un impegno  che praticamente non ha risparmiato quasi alcuna forza politica.  Ma  - ecco il punto -   sempre sublimato  da una sistematica volontà di sapere.   Come nota Dard, de Jouvenel « aspire à se voir considérer comme un théoricen et un expert dans des domaines qu’il explore et fait siens: la pensée politique, l’organisation de l’économie, l’écologie et la prospective» (p. 384).   Anche perché,  egli  « est un moderne qui refuse de se laisser enfermer dans une nostalgie passéiste et pour qui la technique, bien employée, peut être liberatrice» (p. 388).
Di qui, pur all'interno di un  vasta produzione,  i suoi grandi libri: Du Pouvoir (1945, a dire il vero tradotto, almeno questo,  tempestivamente da Rizzoli nell'agosto del 1947, come recita la soscrizione della  copia in nostro possesso...), De la souveraineté(1955), The Pure Theory of Politics (1963), L’art de la conjecture (1964), Arcadie. Essais sur le mieux vivre (1968).  Volumi che spaziano dalla teoria politica alla scienza della previsione per culminare nell’ecologia politica, quale sfondo di una buona economia aperta al mercato ma realisticamente attenta alle grandi questioni organizzative, ambientali e dello sviluppo sostenibile, come oggi si usa dire.

Qual è secondo Dard   il filo conduttore di un’esistenza a duecento all'ora?   Dove politica e scienza sono talvolta pericolosamente  intrecciate?  Lo storico  individua quattro precise fasi della vita di Jouvenel (che costituiscono altrettanti capitoli del libro): il giovane e brillante giornalista radicalsocialista, ricco di relazioni e contatti; l’intellettuale fascista ( fra il 1934 e 1938), il liberale  del dopoguerra (tempratosi  tra il ferro e il fuoco del  1943-1944 ); il futurologo e pensatore ecologista ante litteram (negli anni Sessanta). Tutte scelte, secondo Dard,   dettate dalla sua costante e realistica preoccupazione di tenere a freno l’economia, in particolare quella di mercato,   senza però  concedere troppo all'appetito, sempre eccessivo, dei poteri statali.   Dard individua le origini di questo realismo attento ai fatti  e quindi alle costanti del politico (il nocciolo duro della politica: ruolo delle èlite e lotta per l'egemonia in primis),  nel suo  primo libro,  uscito nel 1928:  L’économie dirigée ( si veda la trattazione che  ne fa lo storico alle pp. 52-55).  Radici,  del resto  riconosciute  dallo stesso  de Jouvenel nelle  memorie (Un voyageur dans le siècle, tomo I, 1980), dove scrive, come riporta Dard, che in quel libro « y   trouve "des vues qui [lui] paraissent aujourd'hui  saines et raisonnables, celles d'une génération sans exaltation ni utopie, préoccupée d'une marche de l'économie qui fût socialment bénéfique" » (p. 52). Ne L’économie dirigée    è possibile ritrovare l’idea dell’organizzazione dell’economia di mercato, posta al servizio non di uno stato-onnivoro ma del mercato stesso e di un individuo che può, anzi deve  esprimere se stesso  attraverso la libertà, soprattutto (ma non solo) economica. Insomma,  politicamente si può essere di tutto ( radicale, fascista, liberale, ecologista), ma senza mai tradire la  lezione dei fatti. O se si preferisce l'attenzione vero le  le cose come sono e non come dovrebbero essere.  Et voilà, il realismo Bertrand de Jouvenel. Realismo che non crederà mai nella mano invisibile del mercato come in quella visibile dello stato. Un gusto per  il  realismo,  condiviso  generazionalmente anche con altri,  come spiega Dard, ma  che, miracolosamente, come ogni storico di razza sa bene,  assume  in Bertrand de Jouvenel una cifra se non unica, particolare:  prima radicale anomalo aperto al sociale e sgradito ai difensori della proprietà, dopo  fascista non statolatrico e perciò inviso agli stessi fascisti e, infine, un liberale politico, poco amato dai quei liberali, se ci passa la caduta di stile, ipnotizzati dal mercato. Il vero realista, se si vuole, non può non essere un "traditore" di ogni politica "ideologicamente" orientata e quindi  nemica dei fatti.
Da questo punto di vista, de Jouvenel potrebbe  essere definito un liberale  triste, come Pareto, Croce, Aron, Röpke, Berlin  perché fiducioso nell'individuo, ma malinconicamente consapevole delle leggi del politico e perciò  di un fatto fondamentale: che si comanda alla politica ubbidendo alle sue leggi. Il che, va onestamente riconosciuto implica una controindicazione: il rischio di accettare,  talvolta, i fatti compiuti. Pericolo che rappresenta il lato oscuro di ogni realismo. E sta al singolo intellettuale, di volta in volta  fiutarlo.        

Carlo Gambescia

mercoledì 20 febbraio 2013


Come promesso, continuiamo a fornire materiali di riflessione  sul “grande malato”, per usare la terminologia riproposta su queste pagine  da Bernard Dumont. Oggi siamo lieti  di ospitare il tagliente scritto del professor Alberto Buela che, come il lettore scoprirà, non fa sconti  intellettuali  e  formula  un' interessante previsione sul “dopo Ratzinger”. Lo scritto di Buela  è disponibile anche  nell'eccellente traduzione di Aldo La Fata: http://corrieremetapolitico.blogspot.it/2013/02/la-chiesa-il-papa-e-la-sua-rinuncia.html#comment-form   . Buona   lettura. (C.G.)



La Chiesa, il Papa e la sua rinuncia
di Alberto Buela


Spirito Santo. Vetrate della Basilica di San Pietro


A proposito dell’ abdicazione del Papa, Carlo Gambescia, sociologo e padrone di casa, ha distinto cinque tesi: la apocalittica, come segno della fine di un’epoca; la provvidenzialista, sostenuta da coloro  che confidano  in  Dio, il quale “vede e provvede”; la dietrologica che indaga su ciò che si nasconderebbe dietro la rinuncia; la progressista, che invece vi scorge la possibiltà di una democratizzazione della Chiesa; l’umanitarista che si limita a rispettare la dolorosa scelta del Papa.
Come credenti,  condividiamo la quinta tesi. Che, tuttavia, da analisti politici quali siamo, non ci soddisfa, perché accetta, senza spiegarli, i fatti  nudi e crudi.
La stragrande maggioranza dei mezzi di comunicazione sociale ha scelto la tesi progressista o democratico-riformista secondo la quale le insperate dimissioni del Papa consentono di proseguire, e in maniera più vigorosa che mai, nella modernizzazione della Chiesa, linea inaugurata dal Concilio Vaticano II, e parzialmente interrottasi durante il pontificato di Giovanni Paolo II (1978-2005),  Papa anticomunista, nonché contrario alla sinistra.  E continuata , ma con scarsa convinzione, da Benedetto XVI (2005-2013).
In buona sostanza, i mezzi di comunicazione sociale puntano su un Papa immaginario,  a loro uso e consumo.  Aspirano a un Santo Padre in stile Giovanni XXIII (1958-1963), all'epoca  "riconsacrato"   dagli stessi media come il “Papa Buono”...  Mentre, in realtà,  egli aprì le porte della Chiesa “al fumo di Satana", secondo l’espressione di un altro Papa, Paolo VI (1963-1978), in seguito  forse  pentitosi per gli errori commessi. E qui va sottolineato che  dopo Pio XI (1922-1939), che si oppose a Hitler pubblicando un'Enciclica in lingua tedesca (“Mit Brennender Sorge”, “Con viva preoccupazione”, 1937) e Pio XII (1939-1958),  la Chiesa sembra aver  perduto definitivamente  la sua rilevanza internazionale. Nessuno dei Papi successivi è riiuscito a ottenere quella risonanza mondiale  che aveva distinto  nei secoli la Chiesa romana.
Certo,  non si può non ammettere quanto il mondo sia cambiato.  In realtà, però, il mutamento ha riguardato soprattutto la Chiesa. E a cominciare dal Vaticano II (1962-1965). Concilio, fortemente mediatico e mediatizzato (nel senso di aver subito grandemente l’influenza dei mezzi di comunicazione sociale): un Concilio, come si dichiarò ai quattro venti,   tutto rivolto all’ "aggiornamento"; che iniziò come pastorale e finì come dogmatico; che desacralizzò una liturgia millenaria; che trasformò i parroci in professori di sociologia. 
In definitiva,  si trattò  un Concilio che non tenne minimamente in conto, un fatto fondamentale, ben sottolineato da Franz Brentano, profondissimo filosofo:  che il sapere della Chiesa è un “sapere di salvezza” e non un sapere sociale e politico.
E la conseguenza politica  e storica  di questo fatto fu che, la Chiesa, giocando con Paolo VI la carta del socialismo,  andò in pezzi con esso.
A causa di questo processo  diminuirono  vocazioni e conversioni, due pilastri che  avevano permesso alla Chiesa, durante il papato di Pio IX (1846-1878) e Leone XIII (1878-1903), di resistere e poi battere il  Kulturkampf di Bismarck. Ovviamente il progressismo si guarda bene dal parlarne.  A  tale proposito va ricordato che per contro nel periodo 1871-1950  le vocazioni si moltiplicarono come del resto le conversioni di grandi pensatori e personalità varie: Scheler, Bergson, Newman, J.Green, il rabbino di Roma, Edith Stein, Simone Weil, Ch. Peguy, P. Claudel, L. Bloy, J. Maritain, Ch. de Foucauld, J. Joergensen, P. Wust, Raissa Maritain, J. Cocteau, G. Marcel, G. Chesterton, Y.Lewis, G. Greene, F. Copleston, T.S. Eliot, T. Haecker, E. Jünger, García Morente, per ricordare uno storico spagnolo.
Però queste conversioni, di altissimo livello intellettuale e spirituale,  cessarono di colpo  con lo “scandalo” del Vaticano II (dal greco skándalon  nel senso stretto  di  ostacolo, insidia, molestia,  capace di sviare l'uomo  dalla difficile strada  intrapresa verso il bene).
In questo modo, la Chiesa precipitò se stessa e i suoi fedeli  nella più grande confusione. Il famoso "aggiornamento" si risolse  nella  pedissequa accettazione della  istanze di una pubblica opinione che in larga maggioranza proveniva da una  sinistra liberaleggiante,  in verità  mai stata cattolica. Insomma, il concetto di "aggiornamento" fu un concetto equivoco, che all’interno della Chiesa venne inteso come adattamento parziale a certe necessità sollevate dalla modernità, mentre all’esterno, tra i nemici (massoni,  fondamentalisti ebraici, atei, marxisti, socialisti, liberali, protestanti, neopagani) venne giudicato come   resa  a  una tavola di valori,  lontana anni luce dalla  Chiesa: abbandono del celibato, sacerdozio femminile, pillola anticoncezionale, uso del preservativo, aborto, divorzio, matrimonio gay, il sacerdozio aperto agli omossessuali, l’eutanasia, l’utero in affitto, l’ irresponsabilità degli ebrei nella crocifissione di Cristo ( ci rifieriamo al passo di San Paolo nella I Tes. 2, 14-25: 1, contestato dalla teologia post-conciliare).
Il Papa ha rinunciato perché sapeva che la Chiesa, in quanto istituzione politica, era (ed è) nelle mani di poteri a lui superiori, come quelli  della Curia romana o di altri poteri indiretti. Cosicché, non volendo essere trattato alla stregua di un burattino, ha rinunciato. E in questo senso, come ha ben titolato il quotidiano madrileno, ex cattolico, “ABC”, “El Papa Libre” (“Il Papa [è] libero”).
Il Papa non ha agito, da agnostico, da persona indebolita dal male o dalla vecchiaia, né da borghese individualista che fugge davanti alle difficoltà, né ha agito in veste di Papa, altrimenti non avrebbe mai rinunciato. I Papi non scendono dalla Croce, come stato detto da un Vescovo. La decisione del  Santo Padre è stata una scelta privata della persona Ratzinger, in quanto unica, singolare e irripetibile. Parliamo della scelta di  un essere morale e libero.  Perciò,  sotto tale aspetto,  la scelta è indiscutibile.
Ci sono segnali che permettono sperare? Non molti. Di sicuro, i poteri che hanno generato la drastica decisione di Ratzinger, non cercheranno di porre sulla Cattedra di San  di Pietro un intellettuale politicamente progressista (Benedetto XVI nel suo messaggio al parlamento tedesco non propose “uno Stato socialdemocratico”? E alla fine della sua enciclica Caritas in veritate non parlò della costituzione di un governo mondiale?), già anziano  e impacciatissimo  nel manovrare gli  uomini. E allora?  Eleggeranno chi  avrà tutti i requisti racchiusi nel concetto di establishment: gruppo dominante che detiene il potere e l’autorità.
Ci arrischiamo a dire, che considerata la situazione finanziaria dello Stato del Vaticano, il prossimo Papa potrebbe provenire da qualche grande potenza, anche emergente.  Per  parafrasare un celebre detto, “Don Denaro” è un dominus molto importante.
 Le nostre  opinioni sono  puramente umane. E di sicuro ben altro sarà il criterio di Dio Padre Nostro che nella sua infinita grandezza  potrà giovarsi,  per influire sul prossimo Conclave, del soffio dello Spirito Santo. La cui  santa opera, però, va oltre l’analisi politologica. (trad. di C.G.)

Alberto Buela


Alberto Buela, filosofo argentino, professore universitario, collaboratore di programmi culturali  televisivi.  A Buela si devono fondamentali studi nel campo della metapolitica. Di recente ha pubblicato Teoria della dissidencia e Disyuntivas de nuestro tiempo . È in stampa il suo ultimo libro, Sobre el ser y el obrar.

martedì 19 febbraio 2013

I pericoli  della  corruzione-romanzo



Quando si parla di corruzione bisogna distinguere tra  corruzione-reale, corruzione-romanzo e  corruzione ad uso interno e internazionale.
I dati empirici sulla corruzione-reale variano nazionalmente, ma il dato  di fondo è  uno solo: che le democrazie liberali  sono meno corrotte delle dittature. Perché la magistratura è indipendente, ci sono maggiori controlli, la stampa indaga, eccetera, eccetera.
È una verità persino  banale,  eppure, sul piano della corruzione-romanzo, (quel che si scrive su di essa), si  veicola tra i cittadini   l'idea  opposta ,  ossia che le più corrotte siano invece le nostre  democrazie.  Per quale ragione? Perché il romanzo sulla corruzione è utilissimo per combattere avversari politici, costruire carriere e alimentare, anche per vie indirette,  la cultura antidemocratica e antiliberale.  Ovviamente, quanto appena detto, non implica da parte nostra alcun sostegno morale a corruttori e corrotti. In realtà, l’obiettivo da perseguire resta  quello di lottare contro i disonesti, senza però far sì che i cittadini finiscano per rifiutare la democrazia   come   fonte inquinata di ogni corruzione. E magari in nome di una qualche idea  demagogica irrealizzabile e pericolosa,  pronta a tradursi in dittatura.
Quanto alla corruzione internazionale si può dire che sia antica quanto il mondo. I “doni” (oggi “tangenti”) servivano e servono per comprare il nemico, guadagnare alleati e fare buoni affari. A differenza della corruzione “ interna”, quella “ esterna”,  non  viene  praticata  solo  a uso e consumo dei corruttori, bensì anche a vantaggio degli interessi nazionali. Naturalmente,  parliamo della corruzione in uscita e non di quella in entrata. Dove, di regola, ad avvantaggiarsi non sono mai padroni di casa.

Concludendo, corruttori e corrotti esisteranno sempre. Per farla breve: la corruzione va contrastata in termini di etica dei mezzi e non dei principi. Insomma, va combattuta, ma non in modo autolesionistico. Occorrono, sul piano interno, senso della misura, per capire fin dove ci si può spingere senza mettere in pericolo la democrazia ( che sarà sempre meno corrotta di una dittatura), e su quello esterno, assoluta e realistica consapevolezza degli interessi economici nazionali. 
Carlo Gambescia

lunedì 18 febbraio 2013




Cara donna Mestizia,
da Suo fedele lettore della prima ora, sono fiero di poterLe comunicare in anteprima universale che è finalmente risolto l’enigma storico del Mondo Parallelo N. 275.614! Come tutti sanno, il Mondo Parallelo n. 275.614 è il solo, tra i 9.754.988 MP noti all’uomo, ad essere tuttora dominato da un fiorente Impero Ecumenico Ottomano. Si tratta di un vero e proprio unicum al centro di un interminabile, aspro dibattito tra gli storici del nostro mondo (MP1). L’illustre collega Fantasio Carciofi, ad esempio, avanzava l’ipotesi che la combinazione tra poligamia e astensione dall’alcool e dalle carni di maiale avesse garantito all’Islam uno schiacciante vantaggio demografico sulla Cristianità; la Prof. Karla Schadenfreude attirava la nostra attenzione sul ruolo dell’algebra nello sviluppo della potenza commerciale ottomana; mentre il decano della storiografia comparata parallela, Prof. Isacco Ansimov, insisteva sulla felice combinazione tra comunitarismo del sistema dei milliyet e universalismo dell’Islam. Tesi tutte acutissime e illuminanti: nessuna però bastevole a spiegare come mai questi innegabili punti di forza abbiano dato luogo a una plurisecolare, vigorosa egemonia dell’Impero Ottomano esclusivamente nel Mondo Parallelo N. 275.614; mentre in tutti, ripeto tutti gli altri 9.754.987 Mondi Paralleli esso s’è, in tempi e modi diversi, spento e disgregato. Confesso che anche io e la mia équipe, dopo anni di ricerche infruttuose sul campo, cominciavamo a disperare di poter mai risolvere questo inquietante enigma; tant’è vero che per rigenerare le nostre forze, ci siamo presi qualche giorno di riposo in un villaggio vacanze dell’isola di İnebahtı, nello splendido Mar Turco. Colgo l’occasione per raccomandarlo a Lei e a tutti i Suoi lettori. La professionalità, l’onestà e la simpatia degli operatori turistici ottomani del MP n. 275.614 sono giustamente celebrate in tutti i mondi paralleli. Nel villaggio vacanze “Müezzinzade Alì Pascià” di İnebahtı il cibo è squisito, la musica dal vivo trascinante, le danze del ventre ammalianti, i corsi di lotta libera e scherma con la scimitarra utilissimi; il mare meraviglioso, il clima mitissimo, il piccolo suk pittoresco; le frequenti esecuzioni capitali per impalamento, poi, sono uno spettacolo interessante e caratteristico, sebbene sconsigliato alle sensibilità più delicate (comunque, agli ospiti stranieri non è fatto obbligo di assistervi). Ma l’attrazione principale di İnebahtı sono le immersioni subacquee. Nelle azzurre trasparenze di quelle onde incrociano banchi di coloratissimi pesci, e sui fondali rocciosi giacciono innumerevoli, avventurosi relitti. Fin dal primo giorno, i miei giovani collaboratori hanno approfittato delle attrezzature a disposizione degli ospiti per esplorare le acque dell’isola. Lunedì scorso, sdraiato sotto l’ombrellone, sto per cedere a una dolce siesta levantina, quando le urla dei miei ragazzi mi fanno balzare in piedi. Ansimanti e ancora ruscellanti d’acqua salsa, i miei assistenti si precipitano verso di me, circondando uno di loro che regge tra le mani un fiasco incrostato d’alghe e coralli. Inforco gli occhiali, e vedo che contiene una pergamena arrotolata. Aiutandomi con il fido coltellino centolame dell’esercito svizzero, libero il tappo dalle incrostazioni, capovolgo il fiasco, estraggo la pergamena, la svolgo, et voilà: dopo tanti anni di vane fatiche, in tre minuti risolvo l’enigma del Mondo Parallelo n. 275.614! Ecco la traduzione (dallo spagnolo) del testo ivi contenuto.

“Ben consapevole che, per quanto la mia giovanissima età mi conferisca vigore d’animo e di corpo, la battaglia di domani, nella quale sono in gioco le sorti della Cristianità tutta, esige la maturità e l’esperienza di un comandante veterano, in piena libertà e umiltà mi devo riconoscere incapace di svolgere al meglio l’incarico affidatomi da Sua Maestà, e rinuncio al comando generale della flotta, che passa all’Ammiraglio Gianandrea Doria.
Don Juan de Austria, 7 ottobre 1571”

Mi permetto un suggerimento: approfitti della notizia in esclusiva! Presto farà il giro di tutti i mondi paralleli! Suo
Prof. Pino de Pasqueris

Illustre Prof. Pino de Pasqueris,
La ringrazio di tutto cuore per lo straordinario scoop storiografico! A beneficio dei miei lettori che fossero ignari di lingua turca, aggiungo soltanto che l’Isola di İnebahtı ci è più nota sotto il nome di “Lepanto”.


Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

domenica 17 febbraio 2013


Ringraziamo  l'amico  Luciano Arcella per l' interessante articolo, soprattutto sotto il profilo del metodo.  Perché mostra,  al di là della condivisione o meno dei suoi contenuti,   come si possa affrontare una questione "religiosa" dal punto di vista "laico", senza  scivolare   in tre reazioni-tipo:  umanesimo spicciolo,  democraticismo,  minimalismo  irrisorio.  
Con il post del professor Arcella,   distinto da una  limpida socio-etnografia del sacro,  chiudiamo degnamente  la nostra "settimana santa" dedicata alle "dimissioni" del Santo Padre. Tra l'altro seguita dai  nostri lettori -  che ringraziamo -  con grandissimo interesse.  
Naturalmente, come si usa dire, seguiremo gli sviluppi, tornando, se necessario, sull'argomento.  Buona lettura.  (C.G.)




Il Buon Pastore tedesco che non ha saputo morire 
Il Papa e gli Esquimesi
di Luciano Arcella






Il paese dalle ombre lunghe, vecchio romanzo etnografico di Ruesch, racconta come fra gli Esquimesi vigesse una particolare consuetudine in relazione alla vecchiaia e alla morte. Le persone anziane non in grado di mantenersi da sole, in una realtà in cui nessuno poteva badare ad altri, si davano volontariamente la morte per mezzo di una solitaria passeggiata fra i ghiacci. In silenzio, nel rispetto di un'antica tradizione, accettavano con dignità il comune destino e sacrificavano se stessi per il buon funzionamento di una società che non poteva permettersi di tirarsi dietro insostenibili zavorre.
Che c'entra questo col Papa, e specificamente con il cardinale Ratzinger, già Benedetto XVI? C'entra per alcune similitudini. Ratzinger era divenuto una zavorra per la società ecclesiastica romana che non poteva né può permettersi una guida fisicamente inefficiente e quindi non in grado di svolgere il ruolo di difensore e diffusore della fede in una realtà che, nella sua notevole dimensione e complessità, richiede un impegno e uno sforzo fisico notevoli. Nella società esquimese come in quella ecclesiastica romana il bene supremo è l'istituzione, per cui è fondamentale la sua sopravvivenza, che sarebbe minata da persone inefficienti, tantopiù se queste sono chiamate a una funzione di comando (funzione che nella società esquimese apparteneva agli anziani ma in stato di efficienza fisica). Da ciò la necessità dell'eliminazione di chi metterebbe con la sua insistita sopravvivenza l'intera società.
Conseguenza dunque di questo ragionamento, non dettato da fantapolitica ma da semplice logica, sarebbe stata che il Papa si fosse comportato da esquimese, non andando certo a gelare fra le nevi della natia Baviera, ma lasciandosi annientare dalle sapienti cure di un apparato che lo avrebbe pacificamente accompagnato alla morte mentre si trovava in pieno possesso della sua carica. Però il buon Ratzinger verosimilmente non se l'è sentita di fare l'Esquimese e così ha deciso di rinunciare, di venir meno al suo obbligo di consumarsi nella funzione o meglio detto, di lasciarsi consumare nel corso della funzione.
A questo punto potremmo dire che in fondo è la stessa cosa, ossia che l'essere andato in pensione non è diverso dal morire, visto poi che si va a rinchiudere in un convento dal quale non uscirà una sola parola né un'immagine del sacro ospite. E invece non è proprio la stessa cosa, perché da quando esiste il potere sacro del comando (cioè da sempre), terminato in Occidente solo dopo la caduta del Sacro Romano Impero della Nazione Germanica, non si può avere una diarchia, anche se il vecchio sovrano ha rinunciato in favore del nuovo. O meglio, una diarchia è qualcosa di imbarazzante, è un potere diviso, è la minaccia di scisma, è il rischio dell'annientamento. Che la Chiesa di Roma non avrebbe voluto correre, ma che purtroppo si trova a dover affrontare perché la sua guida non ha voluto rinunciare a una pur sacrificata sopravvivenza.
Non si tratta con ciò di fantapolitica vaticana, di trame occulte né di favole per una America acculturata all'ombra di Dan Braun, ma di una deduzione fondata sul significato di un istituto, quello papale, e di una società fondata su tale istituto. E che ora corre grossi rischi ai quali cercherà di porre rimedio (unico modo del resto) con una rapida rielezione, con la presenza di una figura che con la sua forza dovrebbe cancellare l'ombra dell'altra, la quale tuttavia sarà sempre incombente con la sua presenza di morto-vivente o di vivo-morente, comunque ancora troppo vivo per non costituire una minaccia per una società che si fonda su una dinastia spirituale nella quale il potere, sempre dato da Dio, non può essere condiviso.
E tutto ciò per colpa di un buon pastore tedesco che non ha saputo morire.

Luciano Arcella

Luciano Arcella , dopo essersi prepensionato dall'Università dell'Aquila, Facoltà di Filosofia, ormai in disuso, oltre che caratterizzata da una ideologia mediocremente conservatrice alla “Bella ciao”, attualmente insegna filosofia presso la Universidad del Valle di Santiago de Cali (Colombia), dove risiede da oltre due anni. Tra le ultime pubblicazioni, Rio favela, in Centralità marginali. Cinque saggi di antropologia ubana (Controcorrente), Olvidarse de las raìces in "Praxis Filosòfica", Nietzsche, além do Ocidente (Muiraquità ).