lunedì 31 dicembre 2012




Cara donna Mestizia,
dalla più tenera infanzia mi apostrofano con epiteti irriferibili, mi maledicono e mi augurano malattie incurabili, mi incolpano di tutto quello che non va nelle loro vite, addirittura della fine del mondo! No, dico: è vita, questa? Sto meditando un gesto estremo.
2012

Caro 2012,
coraggio. Ormai è finita: almeno per lei.

* * *

Cara donna Mestizia,
facendo un bilancio di questo 2012, anno di emme, mi sono chiesto: ma io cosa ci faccio, qui? Chi me l’ha fatto fare di ficcarmi in questo imbroglio? Potevo trascorrere gli ultimi trenta o quarant’anni che mi restano da vivere servito e riverito, fra gli aspri combattimenti nella trincea del lavoro e il riposo del guerriero dell’impegno culturale, del relax sportivo, delle cene eleganti…Invece, no. Mi è saltato il ticchio di salvare il paese che amo, l’Italia, dalle tre i: Invidia, Indigenza, Impotenza, insomma dai comunisti, e di regalare a tutti gli italiani il mio grande sogno: Italia Due®. Guardi un po’ come vengo ricompensato. Un divorzio rovinoso, una miriade di montature giudiziarie, il duomo di Milano sui denti, avvertimenti mafiosi, minacce di morte provenienti da dove meno me l’aspettavo, tradimenti a catena di gente che mi deve tutto e adesso mi pugnala alla schiena…Io che ho sempre capito tutto prima degli altri, oggi devo ammettere che non capisco.
Cav. Bernasconi

Caro Cav. Bernasconi,
c’è poco da capire. Il paese che Lei ama non la ricambia più. E’ doloroso, ma sono cose che succedono. Se mi consente, La invito a interrogare la Sua vasta esperienza del mondo femminile. Quali sono le cose che nessuna donna accetta dal suo uomo? 1) che non porti i soldi a casa 2) che non la metta al primo posto tra le altre 3) che faccia pubblicamente la figura del vigliacco. Veda un po’ Lei a quale situazione si attaglia il Suo caso personale.

* * *

Cara donna Mestizia,
che non credano di cavarsela così, quei traditori! Pagheranno caro, pagheranno tutto! Rocambolescamente evaso dall’Isola di Melma nella quale la Santa Ipocritanza di Tedeschi & Banchieri, Pisciafreddo & Froci, Preti & Comunisti credeva di avermi relegato per sempre, sto per sbarcare sulle coste d’Italia alla testa di un reparto della mia Vecchia Guardia, quella che muore ma non indietreggia! Italiani! Il Vs. Unto del Signore è tornato! Splende di nuovo nel cielo d’Italia il sole di San Babila, del Predellino! Chi mi ama, mi segua!
Bernascone I

Maestà,
sarò lieta e onorata di amarLa e seguirLa dal 10 aprile 2013 in poi. Purtroppo, nei primi cento giorni del prossimo anno indifferibili impegni precedentemente assunti me lo impediscono.

* * *

Cara donna Mestizia,
sono abbonata fin dal primo numero alla Sua valida rubrica. A causa del recente, vertiginoso rincaro dell’affitto e delle spese condominiali, nel 2013 mi trasferirò presso un nuovo domicilio. La prego dunque di aggiornare il Suo indirizzario, e di inviarmi “La posta di donna Mestizia” presso il mio nuovo recapito: “BCE, Groß Markthalle, Frankfurt am Main, Deutschland”. RingraziandoLa per l’attenzione, Le auguro un lieto anno nuovo e La saluto cordialmente. Sua
Italia

Cara Italia,
ho preso nota del Suo nuovo indirizzo. Mi spiace sentire delle Sue difficoltà, ma non tutto il male vien per nuocere. E’ vero, Lei perde la casa a cui immagino si fosse affezionata. Ma un cambiamento d’aria e d’abitudini ci aiuta non fossilizzarci. D’altronde, questa Sua attuale condizione di instabilità dovrebbe ricordarLe i tempi della Sua prima giovinezza, quando tanti bei ragazzi non pensavano che a Lei, nei sogni invocavano il Suo nome, Le dedicavano canti e poesie, Le morivano dietro… Mi raccomando: mit Vertrauen in die Zukunft. Ricambio di cuore auguri e saluti. Sua
donna Mestizia

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

domenica 30 dicembre 2012

Alessandro Campi: da Tarchi a Monti, passando per Fini ?  



Monti "è salito" in politica e  Alessandro Campi  forse  si appresta a salire sul carro (senatoriale?) di Monti... Ennesima giravolta? Chissà...  Ecco come il politologo perugino  ha  "interpretato"  l'endorsement della Chiesa:


Ma nella scelta a suo favore  [di Monti da parte della Chiesa] sembra esserci, con ogni evidenza, anche un fattore d’ordine storico-culturale. Il fatto è che nella sua lotta contro la secolarizzazione e un modello di società improntato al relativismo dei valori e al soggettivismo più radicale, che è poi il cuore del magistero morale-intellettuale di Ratzinger, la Chiesa ha scoperto di non avere più alleati secolari o esponenti della politica laica in grado di condividerne le battaglie.
Non li ha a sinistra. Se i progressisti del Pd coltivano un modello di “cattolico adulto” che tende a risolversi in una forma di moralismo intransigente applicato tuttavia alla lotta politica e non alla questione antropologica o alla battaglia sui valori, la sinistra radicale di Vendola (che nei futuri equilibri di governo potrebbe diventare a dir poco condizionante) persegue la mistica dei diritti civili declinati in chiave individualistica e del matrimonio omosessuale ha ormai fatto una frontiera del progresso civile.
Ma non li ha nemmeno a destra. La Lega, già celtica e pagana, si è scoperta cattolica e tradizionalista solo in funzione anti-islamica, così come gli “atei devoti” hanno utilizzato a suo tempo la Chiesa per la loro guerra al terrorismo in chiave occidentalista. La destra post-fascista per anni è stata guidata da un leader apertamente laicista e ateo (e questo spiega certe attuali resistenze nei confronti di Fini all’interno del progetto centrista che si sta aggregando intorno a Monti). Quanto a Berlusconi, a dispetto della zia suora e dello studio giovanile dai salesiani, non è mai riuscito a reprimere la sua vena libertina e a superare la sua sostanziale indifferenza ai temi etici.
Da qui la scelta odierna di Monti come una sorta di ultima spiaggia per una Chiesa che appare sempre più perdente sul terreno degli insegnamenti morali e incapace, non di far sentire la sua voce nel dibattito pubblico, cosa che in democrazia a nessuno è negata, quanto di influenzare comportamenti e stili di vita collettivi secondo i suoi valori storici. Da qui l’apertura di credito verso l’unico uomo politico che in questa fase storica, grazie all’autorevolezza che lo circonda e al credito che ha saputo conquistarsi anche internazionalmente, appare capace non di riunificare politicamente i cattolici, una prospettiva ormai superata e oggettivamente al di là delle sue forze, quanto di offrire nuovamente una sponda politico-istituzionale significativa alle battaglie culturali della Chiesa. Che più che l’ostilità verso i suoi insegnamenti ha dovuto soffrire, in tutti questi anni, l’indifferenza riservata alle sue prese di posizione in primis proprio dal mondo politico.




Si noti  l'abilità di  Campi (altro che  Lanna...)  nel ricondurre, all'interno di una esposizione ben articolata,   le resistenze  di  Monti a Fini - spalmate astutamente  sul  "progetto centrista" -  a scelte di tipo religioso,   lasciando perciò da parte  le  questioni deontologiche sollevate, in primis  dal Premier...   Tradotto:  non si sa mai,  meglio non inimicarsi del tutto Gianfry...   Naturalmente quel che spicca e insospettisce  è   il peana  in onore di Monti... Che si potrebbe interpretare -  manca meno di un mese alla chiusura delle liste -  come   disponibilità  a una candidatura,  magari  al Senato, con i professori dell' Agenda per l'Italia. Del resto  una "spolverata"  di storia della dottrine politiche sul ragù economico preparato nelle cucine della Bocconi potrebbe  anche starci...
Insomma,  siamo davanti  al classico  "Io sono qui!" pre-elettorale dell'intellettuale morso dalla velenosa tarantola dell'ambizione politica?  Campi,  da Tarchi a Monti?   Dalle "nuove sintesi"  alle "vecchie sintesi", dopo essere passato per le zero sintesi di Fini?   Chissà...  Certo, se così fosse, sarebbe veramente triste.  

Carlo Gambescia            

venerdì 28 dicembre 2012

La  guerra di Don  Piero
 La donna “tentatrice”…

                                     Raffaello Sanzio,  Adamo ed Eva, 1508

Prendiamo spunto dalla “crociata di Don Piero contro le donne”, già relegata nelle pagine interne dei giornali locali (http://www.ilsecoloxix.it/p/la_spezia/2012/12/25/APfe8wHE-contro_crociata_piero.shtml ), per  proporre  una riflessione generale: la donna è tentatrice o no? Lo è sicuramente secondo la “cultura del contegno”, quella del coprire e nascondere, che affonda le sue radici secolari nella tradizione religiosa. Non lo è invece per la moderna e laica  “cultura dell’espressività”,  legata all’idea del diritto al perseguimento della felicità individuale nelle sue varie espressioni.
C’è poi un  terzo approccio - per semplificare -  naturalista:   l’uomo,  anzi il maschio,  biologicamente  "cacciatore",  anche in campo sessuale, dovendo ( e potendo) "spargere"  il proprio "seme" ovunque, non può rinunciare alla sua "preda", talvolta  usandole violenza. Ciò significa che le possibili  "tentazioni" sarebbero frutto di un misterioso "non so che" , biologicamente condizionato, insito nel maschio: un "qualcosa"  che "scatta" a  prescindere dai centimetri di corpo femminile  scoperti...   Ne consegue,  purtroppo, la complicata  condizione  della donna,  da sempre costretta a  subire, difendersi, contrattaccare.
In realtà, e per dirla tutta,   la cultura del contegno e  la cultura dell’espressività sono  tentativi   di regolazione socioculturale, o se si preferisce,   "culturalista"",  di quel residuo sessuale maschile (la necessità di spargere il proprio seme),  così crudamente  individuato dall' approccio naturalista.  Siamo nell'ambito comcettuale,  insomma,  del contrasto Natura/Cultura.
Va però sottolineato che approfittando della moderna cultura dell’espressività,   la donna  è  passata al contrattacco.  Di qui il rifiuto, soprattutto in Occidente e non solo da parte delle "femministe",  della  cultura del contegno:  quella del coprire e nascondere, frutto di  un approccio difensivo-repressivo al residuo sessuale maschile.  Si tratta però - ecco il punto -   di risposte culturali  a  una questione biologica...  Difficilmente, infatti,   i progressi dell'individualismo  giuridico e persino  tecnologico (si pensi all'inseminazione artificiale) potranno  incidere sul residuo sessuale maschile. 
Residuo (espressione mutuata da Pareto)  che nel rapporto maschio-femmina  è destinato a restare una variabile biologica  indipendente. Sempre che  non si riesca a  inventare in laboratorio un maschio privo di residui sessuali...   
Pertanto, almeno per ora,   alla natura non si può  comandare.   Del resto come mai, pur in un contesto di massima libertà culturale (e sessuale),  il maschio continua a comportarsi da "cacciatore",  usando, come riferiscono le cronache,  modi violenti?   Non certo  -  per tornare alla "crociata" di  Don Piero... -   per un paio di gambe "appese" a una minigonna...

Carlo Gambescia

giovedì 27 dicembre 2012

I libri della settimana: Alberto Rosselli, Sulla Turchia e l’Europa, Edizioni Solfanelli 2006, pp. 160 – http://www.edizionisolfanelli.it/ ; Alberto Rosselli, Islam Nazismo Fascismo Storia di un’intesa ideologica e strategica che avrebbe potuto modificare l’assetto geopolitico mediorientale ed euroasiatico, Nuova Aurora Edizioni 2011, pp. 156; Alberto Rosselli, L’ultima colonia. La guerra in Africa Orientale Tedesca 1914-1918, Nuova Aurora Edizioni 2012, pp. 220.


Alberto Rosselli, come  ben sanno i suoi affezionati  lettori,  è uno storico senza cattedra,  ma con il dono dell'intuizione e della sintesi. Dote, quest'ultima,   molto preziosa, che talvolta  manca a paludati storiografi con cattedra,  come  ad esempio  Franco Cardini:  sorta di Braudel spiegato al popolo,  nei cui  libri, sempre più farraginosi,  il lettore finisce per smarrirsi senza poter approfondire nulla.
Insomma,  siamo davanti a un  giornalista dal solido mestiere ma  storico per passione,  che  si pone  agli antipodi di ciò che può essere definito, se ci si perdona la caduta di stile,  il "trombonismo" accademico.  Rosselli si  muove con l'  agilità del bravo ricercatore  tra l'alta divulgazione storica e   l'originalità dei temi scelti.  Come del resto  evidenziano,   con  scadenza bimestrale,  le vivacissime   pagine di “Storia Verità" ( http://www.storiaverita.org/  ),  rivista  da lui egregiamente animata.  A riprova di ciò abbiamo qui sulla scrivania  tre  libri di Rosselli,  debitamente letti  e gustati come si fa con ogni  sincero liquore storiografico. 
Il primo, Sulla Turchia e l’Europa (Solfanelli 2006), è una magnifica sintesi,  dove, senza fare sconti a nessuna della parti in campo, si offrono tutti gli elementi necessari  (storici, culturali, economici e geopolitici)  per formarsi un’idea  sullo spinoso argomento. Alta divulgazione, insomma.
Il secondo Islam Nazismo Fascismo (Nuova Aurora Edizioni 2011), ricostruisce magistralmente, anche attraverso una ricca iconografia,   la fitta e poco nota  rete di rapporti  tra il   radicalismo trascendente dei movimenti islamisti e l' immanentismo politico di marca nazionalsocialista e fascista:   un inquietante mix ideologico e geopolitico  tra sacro e profano,  mai  completamente passato di   moda  in Medio Oriente. Argomento,comunque, non comune.
Il terzo volume, L’ultima colonia. La Guerra in Africa Orientale Tedesca 1914-1918 (Nuova Aurora Edizioni 2012), ripercorre  i sentieri poco battuti storiograficamente  di  una guerra dimenticata: quella, non meno importante, svoltasi quasi un secolo fa  nei lontani  possedimenti tedeschi d'oltremare.  Dei tre libri, L’ultima colonia  resta  l'opera  dove Rosselli,  forse  perché "kiplinghianamente"non insensibile al misterioso fascino delle guerre perdute,  disvela  quel  rispetto per lo sconfitto che ha sempre animato  il lavoro degli storici migliori. Insomma, Rosselli  "sente"  di più la causa tedesca, senza per questo rinunciare alla franca disamina degli eventi. Nel libro si  fondono bene,  grazie anche alla sua  notevole  padronanza stilistica, capacità divulgativa, gusto storico per il dettaglio e visione d'insieme.  Ottime le  due  appendici cronologiche   (sulla "Colonizzazione tedesca in Africa" e sulla "Campagna del Tanganika"), come del resto il sontuoso apparato iconografico,  anche  se   una bibliografia finale  avrebbe  valorizzzato  il lavoro sotto il  versante cognitivo.  Ma, come si dice, nessuno è perfetto.     


Che materiali possono fornire al sociologo queste tre chicche?  Il libro sulla Turchia, una riflessione sulla natura a doppio taglio dei  processi di modernizzazione, sempre soggetti a contromovimenti di tipo religioso-identitario.   Quello sull’Islam radicale e il nazismo, invita invece a riflettere, in termini di sociologia delle idee,  su ciò che può  unire  due visioni del mondo a prima vista  lontane.  Infine,  il saggio sulla guerra nell’ Africa Orientale Tedesca offre   al sociologo che si occupa di questioni militari  interessanti spunti sulla qualità dell’addestramento delle truppe coloniali germaniche.  E perciò  può far  meditare (certo, senza esagerare...) sul  valore della disciplina militare come veicolo interculturale.  Il che  non è poco, soprattutto in tempi come i nostri,  dediti, spesso in modo ipocrita,  al culto della dolciastra religione pacifista.  

Carlo Gambescia

lunedì 24 dicembre 2012


A proposito della "salita" 
verso  la  politica di Mario Monti.... 



Autocitarsi non è elegante, però  non possiamo non  invitare  gli amici che ci seguono a rileggere il nostro post del 21 febbraio 2012, dove si accennava allo strabismo (a sinistra) di Monti e alla possibilità  di trasformare il  "governo tecnico"  nel primo  gradino  verso un  esecutivo  di centrosinistra:    



Per carità nulla di male... E' politica.   Del resto  come abbiamo scritto ieri l'altro, se si vuole restare in Europa e   non dispiacere ai  mercati  non esistono alternative a Monti, o comunque alle sue politiche economiche, magari  riverniciate  in  color  rosa pallido...
Buon Natale a tutti.

Carlo Gambescia



sabato 22 dicembre 2012

"Al voto! Al voto!" 
Ma per andare dove?  



Su quali concrete direttrici,  in vista delle elezioni (e del dopo), si sta muovendo la politica italiana? Possiamo distinguere, trascurando i micro-partiti, quattro forze principali: tre sistemiche, sinistra, centro, destra e una antisistemica, il Movimento 5 Stelle. 
Forze sistemiche ( o meno)   nel senso della loro compatibilità  sul piano decisionale, con quei famigerati  mercati,  come spesso  si legge, "che votano tutti i giorni”. 

In assenza della vittoria schiacciante di una di esse, le tre forze sistemiche potrebbero accordarsi  sulla base di  tre formule politiche:  centro-sinistra, centro-destra, sinistra-centro-destra. Per contro il Movimento 5 Stelle sembra destinato a restare fuori dal governo,  visto che difficilmente conseguirà quella  maggioranza assoluta dei voti che consentirebbe ai grillini di  "agguantare" il potere.  Quindi inutile tornare, almeno per ora, sull’argomento.
L’accordo sinistra-centro-destra (con Monti come garante)  sarebbe la soluzione migliore dal punto di vista dell’andamento dei desiderata dei mercati.   Parliamo di una “unione sacra”, come avveniva in passato durante le guerre “vere”,  imposta però, questa volta,  dalla guerra “economica” in corso  e perciò destinata a durare  fino al conseguimento della “vittoria”.
In seconda battuta, non sarebbe sgradito, sempre ai mercati, una combinazione di centro-sinistra o di centro-destra ( sempre con Monti premier).  Invece, non bene sarebbe visto un governo della sola sinistra (Bersani-Vendola). E malissimo un esecutivo  di   destra, soprattutto se guidato dal  Cavaliere. Il quale, con la sua sola presenza -  piaccia o meno ai suoi simpatizzanti - rischia di rendere difficile il governo del Paese anche nel caso di un accordo sinistra-centro-destra…
Naturalmente, per ora, le tre forze sistemiche, non vogliono ammettere qualsiasi  propensione all’accordo, perché, come è giusto che sia,  puntano a vincere l’intera posta. Ma le cose - è bene non dimenticarlo mai - sono più forti degli uomini. 

E i cittadini? Quale soluzione preferiscono? Difficile dire. In realtà, si va a votare per capire come la pensano veramente gli italiani. Che, perciò,  sono liberi di  salvarsi o rovinarsi con le proprie mani.   È la democrazia bellezza… 

Carlo Gambescia

venerdì 21 dicembre 2012






Prove tecniche di apo-calisse...   


di Carlo Pompei

Ci siamo: l’appuntamento con la fine profetizzata dalla oramai famosa tavola circolare scolpita dagli “sciamani” Maya è giunto. A rinforzare la tesi c’è la notizia di un ulteriore ritrovamento che confermerebbe la data dell’apocalisse (http://astronews.myblog.it/archive/2011/11/27/apocalisse-2012-scoperta-una-seconda-tavoletta-maya.html ). In realtà la scoperta è datata 2011, ma soltanto in questi giorni, dopo le indagini del caso (?!?) ne è stata data informazione.
Il Vaticano, con varie dichiarazioni a nome dei portavoce più autorevoli (a detta della Santa Sede), si è affrettato a smentire le voci e a spiegare che apo-calisse non significa fine, ma nuovo inizio (più precisamente disvelamento). Togliere un velo su ciò che è nascosto, quindi. Ci chiediamo al proposito se il pittore Francisco Goya intendesse anche lui dirci qualcosa dipingendo la celeberrima “Maya desnuda”…
Ma leggiamo una nota pubblicata da “Il Messaggero” il 12/12/12: “Più ironica la posizione del vescovo cileno, monsignor Bernardo Bastres Florence, che di fronte al panico che corre sul web di chi crede di essere sull’orlo di una tragedia planetaria coincidente con la fine del calendario Maya, si è fatto portavoce di una richiesta singolare lanciando un appello: chi ha paura e teme la fine del mondo consegni i beni alla Chiesa cattolica. Il prelato ha spiegato all’agenzia Fides che «se molti credono che il mondo finirà il 21 dicembre, noi, come Chiesa, non abbiamo alcun problema se la gente ci vuole intestare i propri beni e lasciare le proprietà»”.
L’unica cosa certa, quindi, è che l’IMU sarà abolita o che, comunque, non interesserà mai le proprietà immobiliari della Chiesa.
Altri attribuiscono significati alla lettera Y contenuta nel nome Maya, proviamo ad interpretarli.
In matematica la Y rappresenta la seconda incognita dopo quella più rassicurante rappresentata dalla X. Più rassicurante perché  una croce raffigura un punto di arrivo, al massimo un crocevia dove le due direzioni tendono ad essere confermate. Inoltre è il simbolo della crocifissione cristiana e veniva utilizzato per tracciare la pianta della costruzione delle chiese antiche. La Y, invece, indica una confluenza o una separazione o allontanamento (di nuovo apo, dal greco), a seconda del senso di lettura. È interessante  a proposito di crocifissione analizzare un altro dipinto del Goya. Nella sua interpretazione del Cristo sulla croce ( a sinistra nella foto) , il pittore spagnolo lo dipinge non sospeso, ma appoggiato su di un ceppo: il corpo e le braccia, quasi rilassate, disegnano una Y e sembrano chiedere qualcosa al cielo. Pochi altri lo hanno dipinto in tale posizione, Diego Velasquez ad esempio ( a destra nella foto), ma il suo Cristo è morto, non guarda in alto come quello del Goya.
Siamo veramente di fronte ad un bivio rappresentato graficamente dalla Y di Maya (ma anche di Goya)?





Purtroppo non lo sapremo fintanto che i fatti non avverranno: non è possibile fare una comparazione attendibile delle due tavole dei Maya come avvenne per la decifrazione contestuale della stele di Rosetta. Siamo nella stessa situazione - . se ci si passa la battuta - dello studente che, interrogato a proposito dell’utilità di quest’ultima, disse: “Finché non trovano anche la mortadella non si può fare niente…”.
Almeno speriamo che non torni Prodi: quella sì che sarebbe la fine…

Carlo Pompei


Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level”.

mercoledì 19 dicembre 2012

Le riviste della settimana: "Éleménts", octobre-décembre 2012, n. 145, pp. 96, Euro 5,95; "Krisis" (Éducation?), n. 38, septembre 2012, pp. 188 Euro 23. 

www.revue-elements.com


Come non acquistare  e soprattutto leggere l’ultimo numero di "Éleménts" ( octobre-décembre 2012, n. 145)? Basta la copertina...  Dove spicca una  giovanissima e sfolgorante Brigitte Bardot...   La cui  fresca e sinuosa bellezza incendiò gli anni Cinquanta e Sessanta nell'’ Europa desiderosa di dimenticare la guerra.  Oggi della Bardot, invecchiata malissimo, si parla poco e male. E solo per criticare le sue scelte politiche. L' intrigante immagine della  ex star, sorta di  concentrato dell'eterno femminino,  fa da traino a un interessantissimo dossier sul femminismo (Ceci n’est plus une femme. Les Théorie du genre contre le sexe, pp. 63-93). Come sempre è Alain de Benoist (Robert de Herte) a sciabolare la linea. E in che modo? Collegando il   femminismo, quale volontà delle donne, non sempre consapevole,  di  identificarsi nell’ altro da sé (l'uomo),  a una più ampia patologia sociale,  già  intuita da Tocqueville.  Quale?  « “L' omogeneizzazione e il  livellamento delle culture, l’abolizione finale della diversità”.[Cosicchè], conclude il pensatore francese,  il mescolare tutto e tutti sembra  oggi essere la forma terminale dell’ indistinzione».
La conoscenza è virtù? O meglio l’educazione conduce alla virtù? Questo sembra essere il quesito cui cerca di rispondere l’ultimo fascicolo di "Krisis" (Éducation?  ), n. 38, septembre 2012. A leggere la maggior parte degli interventi si scopre che l’educazione, così come oggi è concepita, è essenzialmente istruzione, cioè non riguarda la formazione integrale della persona ma la sua funzionalità a questa o quella professione o mestiere. Quindi non è conoscenza né virtù. Insomma, ci troviamo davanti a un’autentica tragedia culturale. Si vedano in particolare, tra gli altri, gli articoli di Fabrice Valclériuex (L’èducation: concept, évolution, finalité), Emma Demeester ( L’éducation dans la Grèce antique), Tanguy L’Aminot (Rousseau et l’éducation subversive), Michel Ostenc ( Giovanni Gentile et l’éducation en Italie pendant le fascisme), Alain Kimmel (Théoriciens et praticiens de pédagogies alternatives).

Desideriamo infine segnalare la pubblicazione di un libro fondamentale per ricostruire il pensiero debenoistiano, di cui,  si spera,  ci occuperemo in altra occasione: Alain de Benoist, Mémoire vive. Entretien avec François Bousquet, Editions de Fallois 2012 ( http://www.decitre.fr/livres/memoire-vive-9782877067935.html ).

Carlo Gambescia

martedì 18 dicembre 2012

La Costituzione italiana è la più bella del mondo?  Dipende



Un breve  preambolo. Per i controrivoluzionari dell’Ottocento le costituzioni, come testi scritti dagli uomini, erano autentici  attentati al  volere di Dio e contro la naturale costituzione politico-gerarchica della società. Mentre per i liberali   le costituzioni  rappresentavano un meccanismo, sempre più perfetto,  per imbrigliare il potere e difendere le  libertà degli  uomini. Dopo di che però nacquero i grandi partiti socialisti e cattolici democratici  e le costituzioni divennero nel Novecento strumenti  per mutare a colpi di megalomania la società, oppure  per reintrodurvi  elementi di cristianesimo sociale, come nel caso del diritto al lavoro; diritto, ovviamente,  condiviso e  promosso anche dai socialisti.
La Costituzione italiana, pur non essendo spiccatamente socialista o cristiana, appartiene a quest’ultima tipologia mista. Perciò dal punto di vista, per così dire, cristiano-socialista, non può non essere  la più bella del mondo, come per l'appunto  asserisce, sbracciandosi in tv  il comico di sinistra  Roberto Benigni. E qui  si pensi solo al primo comma dell’ art. 1 dei Principi Fondamentali: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro», tipica asserzione, semplificando, «cattocomunista». Il che però spiega perché continui a  piacere così  tanto alla sinistra e pochissimo a una destra che,  in nome dei valori liberali,  aspira,  altrettanto giustamente, alla «Repubblica fondata sulla libera iniziativa…».
Del resto senza libera iniziativa economica, di questo o quell’imprenditore,  non possono "fiorire" posti di lavoro. E senza il  lavoro dipendente non possono  "nascere"  imprese.  Pertanto  hanno ragione sia la destra che la sinistra perché  il diritto al  lavoro non esclude il diritto alla  libera iniziativa e viceversa. Soltanto che a vincere in quel freddo dicembre del 1947 furono le forze di centrosinistra…  Probabilmente, proprio per evitare, i successivi e giustificati tentativi di rivincita della destra, sarebbe stato meglio, all’epoca, limitare l’articolo 1 dei Principi fondamentali al secondo comma: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Tuttavia,  la destra,  incluso il grosso dei liberali,  aveva  perduto la guerra. E le costituzioni  riflettono, anche all'interno della stessa nazione,  i rapporti di forza politici tra vincitori e vinti.   E spesso, purtroppo,  si vuole  non solo vincere  ma stravincere...

Carlo Gambescia



lunedì 17 dicembre 2012




Dear nonna Mestizia,
I apologizzo for  my  itagliano. Il Father di nonno mio veniva de Itaglia. I’ m guy piccolo piccolo and I asked  Santa Claus a submachine gun (SMG). Aggio fatto the right thing?
Ciaociao,
Little Carmine,  Brooklyn, New York

Dear Little Carmine,
Io ripiegherei, eventualmente, su una pistola ad acqua…
Cordially,
Donna Mestizia

***
Gentile donna Mestizia,
Ho quarantadue anni e sono il Segretario Nazionale di un importante partito italiano di centrodestra. Purtroppo, parlo parlo ma nessuno sembra darmi retta. Mi sento invisibile… Cosa posso fare?
Con i miei ossequi,
Angelino Diafano

Egregio dottor Diafano,
Ecco, a Lei, consiglierei il fucile mitragliatore SMG di cui sopra… Potrebbe tornarle utile per fare piazza pulita nel suo partito.
Distinti saluti,
Donna Mestizia

***

Cara donna Mestizia,
Vivo a Taranto e lavoro all’ILVA. Come saprà, qui le cose non vanno molto bene. Vorrei cambiare aria per le Feste… Che mi consiglia?
Cordiali saluti,
Tarantino Inquinato

Caro signor Inquinato,
Se cambia aria, perde il lavoro. Faccia Lei
Cordialmente,
Donna Mestizia
***

Egregia donna Mestizia
Sono un magistrato che ha deciso di scendere in politica. Vorrei diventare deputato. Faccio bene?
Con i miei rispetti,
Antonio Cavallo Di Troia

Egregio dottor Cavallo Di Troia,
No. Oggi come oggi, per far cadere un governo basta un avviso di garanzia… Perché farsi eleggere? Si può fare politica anche restando magistrati.
Cordialità,
Donna Mestizia 

venerdì 14 dicembre 2012

Si può imporre 
la solidarietà per legge?



«Il Sistema sanitario nazionale va "rinnovato   con una soluzione  attenta degli interventi", ma certamente "chi ha maggiore possibilità di contribuzione" dovrebbe pagare di più, tenendo conto della "sua effettiva capacità di reddito"». Così Giorgio Napolitano (http://www.ansa.it/web/notizie/collection/rubriche_politica/12/11/Napolitano-ricchi-paghino-piu-_7935100.html  ).   Come commentare?  Che si tratta di una presa di posizione che mette a nudo le contraddizioni di una certa cultura falsamente sociale,  da alcuni definita in modo dispregiativo "catto-comunista". E che permea la Costituzione italiana ( http://www.governo.it/governo/costituzione/principi.html ).   Per quale ragione  contraddittoria?   Perché si tratta di una cultura che  prima difende i diritti inviolabli dell'uomo (art.1, tra i quali c'è il diritto alla salute),  poi però vuole finanziarli  sulla base della capacità contributiva dei singoli  e di un sistema tributario basato  addirittura  su criteri di  progressività  (art. 53) . 
Ora,  se un diritto è inviolabile,  e quindi  prescinde,  in termini di  godimento (pieno e reale),  dalla capacità contributiva dei singolo,  perché  alcuni cittadini devono essere considerati meno uguali degli altri e tassati senza pietà?
Si dirà: il diritto alla salute è costoso e perciò richiede ingenti finanziamenti che vanno addossati ai più ricchi. E perché un ricco, a rigor di logica (e anche di giustizia uguale per tutti)  dovrebbe  pagare più di un altro per fruire di ciò che gli spetta per legge in quanto portatore individuale, come tutti gli altri cittadini,  di diritti inviolabili? Per solidarietà? Ma la solidarietà deve essere spontanea, altrimenti si trasforma in una servitù imposta da una  legge dietro  cui   si scorge il minaccioso  monopolio della  forza  detenuto  dallo stato moderno.   

Si ritorna insomma, a un antico quesito. Quale? La solidarietà può essere imposta per legge?  Sì, almeno secondo l'articolo 2 della Costituzione italiana... 

Carlo Gambescia

giovedì 13 dicembre 2012

Il libro della settimana: Mario Motrin, Sociologia degli spaghetti, Avistella Edizioni 2012, pp. 220, Euro 18,00 - avistella@libero.it  


Perché meravigliarsi? Dopo una Sociologia del tacchino, uscita qualche anno  fa negli Usa,  dove il  gallinaceo, naturalmente ripieno e al forno,  veniva   indagato come veicolo di una socialità tipicamente WASP,  non poteva non  uscire dalla penna dello stesso autore, Mario Motrin,  docente di sociologia a Chicago, un saggio dedicato alla Sociologia degli spaghetti, prontamente tradotto da un piccolo ma capace editore italiano, Avistella.  Piccola premessa per i filologi della pastasciutta  ( e in brodo...):  va precisato che il termine  spaghetti,  ripreso pari pari dall'edizione originale (titolo e contenuti),    include, simbolicamente,   la  "italian paste"   lunga e corta.  
Per  venire al libro, diciamo subito che Motrin, dopo un capitolo introduttivo dedicato alle origini italiane dei “macaroni products",   si occupa prevalentemente  del ruolo svolto dagli spaghetti  all'interno della società americana. E in particolare  come fattore  di  interazione e integrazione socioculturale  tra la  comunità  di origine italiana  e quella  statunitense nelle sue  varie e sorprendenti sfaccettature.   Ma entriamo nel merito.
Ai  primi del Novecento gli spaghetti erano considerati  volgare cibo da immigrati. Di qui la scarsa considerazione verso un  prodotto disprezzato  dalla cucina ufficiale,  legata ai tradizionali  modelli anglo-sassoni. Solo negli anni Quaranta, durante la guerra, gli spaghetti faranno la loro timida comparsa  ufficiale nelle mense militari e nelle soup inscatolate per le truppe combattenti in Europa, dove i soldati Usa di origine italiana non erano pochi. Dopo di che,  solo attraverso una lunga marcia che scorrerà parallela a quella dei diritti civili,  gli spaghetti conquisteranno diritto di cittadinanza nelle scuole, nelle famiglie di origine non italiana e, infine, all’inizio del Terzo Millennio, nei  prestigiosi ristoranti della Grande Mela.

Motrin dedica un importante capitolo agli spaghetti come veicolo di legittimazione all’interno della sub-cultura mafiosa. I “bravi ragazzi” dovevano cibarsi di spaghetti: guai a scegliere altri modelli culinari, perché si rischiava di essere emarginati.   Siamo davanti a una  "regola"  attenuatasi fino a scomparire  nel corso degli anni Ottanta del Novecento, quando alle organizzazioni mafiose di tipo tradizionale  iniziarono a  sostituirsi  quelle  di tipo post-moderno, attente più alla sostanza che alla  forma delle cose.

Concludendo, un libro da leggere, che tuttavia, come accennato, indaga principalmente  l'universo americano. Si tratta di un aspetto che doveva essere chiarito fin dal titolo. Magari, sostituendo in copertina alla celebre caricatura di Totò quella di Tony Soprano mentre si ingozza di spaghetti nell'anticucina del suo villone. 

Carlo Gambescia

mercoledì 12 dicembre 2012

Bersani, Steinbrück 
e l’antiberlusconismo



Come da copione  il fuoco di fila contro Berlusconi è subito ricominciato, non senza il decisivo  aiuto del Cavaliere stesso… Tuttavia, al posto di Bersani eviteremmo di fare di tutta l’erba politica europea un fascio, unendosi al coro degli antiberlusconiani in Italia e all'estero  sulla scia del derby, così  poco calcistico, tra la   Merkel e Berlusconi. Ci spieghiamo subito, dando qualche modesto consiglio politologico  (per gli acquisti)  al leader del Pd... 
Se è vero che la Germania, considerate le sue dimensioni economiche, non può non “comandare” in Europa, è altrettanto vero che non esiste solo la Germania della Merkel ma anche quella impersonata dal prossimo candidato cancelliere Spd, Peer Steinbrück. O comunque, qualora Steinbrück fosse ritenuto troppo di "destra" ( ma su questo aspetto cruciale  cfr.  http://www.qdrmagazine.it/2012/10/2/78_parrini.aspx ), esiste una vivente tradizione socialdemocratica tedesca, di idee e uomini, alla quale sarebbe bene che il Pd  attingesse chiedendone apertamente  il sostegno politico.   E per quale ragione? Per non trasformare la campagna elettorale della sinistra italiana in un provinciale appoggio   alla Merkel: sostegno che, automaticamente, si tradurrebbe, qui in Italia,  in un sostanzioso aiuto   a Berlusconi. Dal momento che  va evitata la trappola di quel  nazionalismo che sembra non dispiacere agli italiani.  E  su cui  sembra  invece astutamente  puntare  l’ultimo Cavaliere anti-spread e anti-Germania. 

Semplificando: di necessità ( la forza economica  tedesca ) deve essere fatta virtù strategica (Steinbrück invece della Merkel). Muoversi in direzione mondiale, come mostra il prossimo appuntamento del 15 dicembre non basta ( http://www.bersani2013.it/doc/4032/bersani-presenta-conferenza-internazionale-alleanza-progressisti.htm ). Serve il gioco di sponda: se Bersani vuole vincere,  deve  puntare sul maggior coinvolgimento della Germania socialdemocratica:  una Germania,  dal punto di vista dei valori della  sinistra, anti-Merkel  e dal volto umano.
Insomma, andrebbe  concretamente  ricercato, nella prospettiva di un possibile asse politico socialista  tra Germania, Francia, Italia (post elezioni 2013),  il deciso sostegno  della sinistra tedesca (ma anche francese) nella campagna elettorale italiana. E su problemi specifici, soprattutto economici. E in chiave alternativa al monetarismo della Merkel.  L’antiberlusconismo, da solo non basta.  


Carlo Gambescia

martedì 11 dicembre 2012

Benché  la questione  primarie sia ormai superata (se non del tutto archiviata...),  pubblichiamo volentieri il post dell'amico Teodoro Klitsche de la Grange. Riflessione, la sua,  che  per profondità  va al di là del dibattito politico  italiano,  spesso  così strumentale.
Il giurista da lui  citato,   Rudolf Smend, pubblicò nel 1928,  Verfassung und Verfassungsrecht, (Costituzione e diritto costituzionale, Giuffrè Editore 1988),  un testo  che all’epoca suscitò grande interesse. Smend, con altri studiosi weimariani, si opponeva  alla  visione puramente formale à la Kelsen,  difendendo una concezione sostanziale del diritto costituzionale,   basata sul concetto sociologico di integrazione.  
De la Grange, intelligentemente, traspone le tesi  di Smend  in ambito  politologico, indagando il rapporto tra democrazia, integrazione partitica e primarie. Buona lettura. (C.G.)







Democrazia e primarie
Teodoro Klitsche de la Grange

 



La diversità di come si “accolgono” le primarie non è tanto indice di “democraticità”, perché la democrazia consiste essenzialmente nel potere del corpo elettorale di designare i titolari della (massime) cariche pubbliche (meglio politiche) e nel diritto di ciascun cittadino di accedervi (e qua non c’è né cariche né corpo elettorale); un po’ di più nel desiderio di contare il peso delle varie componenti; ma soprattutto ha un motivo che attiene al fondamento della forma (e dell’obbligazione) politica.
Ci spieghiamo: se il PD è tutto concorde nel fare le primarie, mentre il PDL è indeciso, ciò non è dovuto – almeno per il secondo – all’assoluta prevedibilità dell’esito, ove si presentasse Berlusconi: una competizione col cavaliere, che alle ultime europee ha preso circa 3 milioni di preferenze (pari all’intero elettorato del PD alle primarie e a circa – a quanto risulta – cinque volte gli iscritti al PDL), non avrebbe storia.
No; la questione principale è un’altra: attiene alla diversità del carattere fondamentale dell’integrazione dei due partiti.
Un acuto giurista come Rudolf Smend sosteneva che: “l’integrazione è un processo di vita fondamentale per ogni formazione sociale nel senso più lato”. Questa, in prima analisi, consiste nella “produzione o formazione di unità o totalità a partire dagli elementi singoli, cosicché l’unità ottenuta è qualcosa di più della somma delle parti unificate”. E tra i gruppi sociali, quelli che più necessitano di integrazione sono quelli a carattere politico, a cominciare dai partiti fino allo Stato. Certo l’opera di Smend era dedicata alla costituzione statale ed all’istituzione-Stato, ma comunque partiva dell’affermazione citata, spendibile per ogni gruppo sociale, e ancor più politico: come un partito. L’integrazione, secondo il giurista tedesco, poteva distinguersi in materiale, funzionale o personale; e in genere è, in proporzione diversa tra loro, tutte e tre le cose insieme.
Se si va a vedere come il PD da un lato e i partiti “berlusconiani” (Forza Italia, PDL) l’hanno realizzata, si vedono differenze fondamentali. In questi ultimi l’integrazione personale attraverso la personalità, il consenso e il carisma del capo è portata al massimo (da cui l’ “eccesso”, spesso stigmatizzato, di populismo); nel PD è al minimo o giù di lì. Lo scarso “fascino” dei dirigenti, fa sì che un giovanotto brillante – un semisconosciuto, tranne che a Firenze – come Renzi abbia mancato di poco la maggioranza.
Inverso è invece il discorso quanto all’integrazione funzionale, quella fondata cioè sulla partecipazione a elezioni, discussioni, referendum, comitati e in genere alle procedure di formazione di un senso e una volontà collettiva. I partiti berlusconiani hanno sempre dedicato scarsa attenzione alle procedure (ed alla selezione dei dirigenti, spesso “calati dall’alto” e non eletti dal basso) ed ai “riti” che portano all’integrazione funzionale. Diversamente dai partiti della prima repubblica (e quindi, da i due “genitori” del PD) questa tendenza – anche per la diversità delle componenti – è stata ereditata, e coltivata, nel PD. Il PDL realizza l’integrazione soprattutto personale, attraverso il rapporto tra capo (carismatico) e base; il PD quella funzionale, attraverso le procedure e i riti creatori di senso, orientamento e volontà condivise (dalla base).
Quindi la diversa attenzione (e importanza) delle primarie non è tanto una scelta tra democrazia e non democrazia (come scrive taluno in vena di polemica) né tra democrazia “plebiscitaria” e democrazia “partecipativa”, ma una necessità determinata dal proprio modo di essere e agire politicamente.
Senza integrazione non esiste soggetto politico unitario: ognuno deve cercare la più adatta a se, o rassegnarsi a coltivare – da privato cittadino – altra attività: dall’ippica al giardinaggio.

Teodoro Klitsche de la Grange


Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).

lunedì 10 dicembre 2012



Cara donna Mestizia,
nonostante la crisi, anche quest’anno ci spaparanziamo nel nostro particulare da fancaz** col pretesto che la Madonna è mamma ma vergine e il suo bimbo, un bamboccione che è rimasto in casa a far finta di lavorare fino a trent’anni e poi è finito come è finito, è addirittura un dio in terra. Solo noi italioti possiamo inventarci queste robe! Poi ci lamentiamo che la produttività stramazza a livelli da Terzo Mondo! Da medioevo africano che si perdano giornate di lavoro per queste pagliacciate, peggio del dio Po! E se la piantassimo di farci ridere dietro dai paesi più avanzati?
Fatture & Non Parole

Caro Fatture & Non Parole,
come darLe torto? Pensi che a quanto pare, l’aziendina artigiana “Sacra Famiglia s.s.” lavorava sfacciatamente in nero, mai emessa una fattura!

* * *

Gent.ma donna Mestizia,
ribadiamo ufficialmente la ben nota Verità Eterna che l’Immacolata Concezione della quale si è festeggiata, l’8 dicembre u.s., la ricorrenza, non ha niente a che fare, ripetiamo *niente a che fare*, con il parto verginale della SS. Maria, Madre del Ns. Salvatore Gesù Cristo. Il presente comunicato ha lo scopo di consentire ad atei, miscredenti e non credenti di sapere a che cosa *non* credono, e di facilitare lo smaltimento delle pratiche da parte della Ns. Amministrazione Giudiziaria, la quale lamenta un crescente numero di richieste di non luogo a procedere per ignoranza invincibile della Legge. Cogliamo l’occasione per ricordare ai futuri Utenti dei Ns. Servizi che sino alla data odierna, le linee difensive basate su cavilli procedurali e perizie psicologiche di parte hanno dato luogo ad assoluzioni con formula piena nello 0 % dei casi. Distinti saluti.
Per “Aldilà s.n.c.”, Uff. Relazioni Esterne, Dominazione di servizio, A. Rafael

Gent. mo A. Rafael,
ringraziandoLa per il chiarimento, colgo anch’io l’occasione per chiederLe una delucidazione che mi sarebbe assai utile per uno studio che ho in corso d’opera. Nella Vs. Amministrazione Giudiziaria, quali linee difensive hanno ottenuto la maggior percentuale statistica di successo?

* * *

Cara donna Mestizia,
ma cosa gli sarà venuto in mente a quei due? Cosa c’è sotto? Cosa vuol dire che si dimette, che non accetta un ruolo da superministro nel mio prossimo governo, che il “re Sole si è allontanato da lui”? Chi è ‘sto “re Sole” che si è “allontanato” da lui? Io che gli ho steso sotto duecento chilometri di tappeto rosso non posso essere, Berlusconi che è una macchietta figuriamoci, chi caspita è? Gli a [omissis]? I t [omissis]? I Rock [omissis]? I Rotsch [omissis]? Gli Illumi [omissis]? Il Bilder [omissis]? I Rettil [omissis]? Per la madosca, vuoi vedere che esistono sul serio i megacomplotti mondiali, le cabale extraterrestri-massoniche? E io allora cosa ci sto a fare, qua? A pettinare le bambole? Dio come si stava bene alla Cooperativa “Acciaio & Benzina” di Bettola! Com’erano buoni i tortelloni della mamma, lo gnocco fritto delle staffette partigiane…
Passo + lungo della gamba 2012

Caro Passo + lungo della gamba 2012,
il celeberrimo aforisma del re Sole recita: “Lo Stato sono io.” Chi può dire altrettanto, oggi in Italia? Risolva questo facile quiz e avrà risposta ai Suoi quesiti. La facilito con un indizio: chi, tra i personaggi politici italiani di primo piano, può vantare ascendenze r [omissis]?

* * *
Madame,
Ci comunicano che il Presidente del Consiglio dei Ministri del Vostro Paese ha pubblicamente affermato che Noi ci saremmo “allontanati da lui”. La cosa è manifestamente falsa, in quanto impossibile. Non conosciamo quel signore, che mai Ci è stato presentato né risulta essere mai stato al Nostro servizio. In assenza di una pronta rettifica, accompagnata da scuse formali di Stato, Ci vedremo costretti a riparare il torto dichiarando guerra.
Luigi


Maestà,
doverosamente trasmessa la Sua intimazione a chi di competenza, m’incorre l’obbligo di informare la Maestà Vostra che oggigiorno, gli Stati non sono attrezzati per ricevere formali dichiarazioni di guerra. Una eventuale dichiarazione di guerra trasmessa dall’ambasciatore di Vostra Maestà potrebbe pertanto essere oggetto di trattamento poco rispettoso, quale l’utilizzo a mo’ di zeppa sotto il piede di scrivania ministeriale, o di “pezzo di colore”, derisoriamente commentato, nelle pagine interne di una gazzetta. Come avveniva all’epoca di Vostra Maestà per la preferenza accordata ai gentiluomini piuttosto che alle dame, così oggi accade per le guerre: sono cose che si fanno ma non si dicono.




Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

venerdì 7 dicembre 2012

Ritorno di Berlusconi? 
Sarebbe una festa per lo spread


Fin da  ieri sera, al grido di “A morte  il  caimano”, si è ricompattato il FdLNdB (Fronte di Liberazione Nazionale da Berlusconi). Inoltre,  la magistratura a orologeria, se il Cavaliere manterrà la parola, subito  ripartirà con nuove  inchieste a raffica…
Il problema però, piaccia o meno, è un altro: il voto dei mercati. Detto in altro modo: Berlusconi fa bene allo spread? Pare proprio di no. Perché già nelle ore successive al suo annuncio,  il famigerato tasso differenziale tra Btp e Bund  ha spiccato il volo. Quindi al posto del Cavaliere ci penseremmo bene prima di tentare una difficilissima risalita contro il volere dei corsi borsistici. 
Allora, cosa fa bene allo spread? Chiaramente, Monti. Il quale però, oltre che sul favore dei mercati,  può contare solo sulla fedeltà di Napolitano…  E Bersani? Potrebbe piacere a Sua Maestà Spread  se riuscisse a mettere  insieme  un’alleanza di centrosinistra inclusiva di Casini ( e qualche ministro montiano),  ma senza Vendola.  Per contro,  Bersani  potrebbe anche tentare di  allearsi (come sembra preferire)  con l'Armata capitanata da Brancaleone-Nichi. Scelta che  potrebbe anche funzionare,   a patto però  che in Germania, alle prossime elezioni,  i democristiani cedessero il passo ai socialdemocratici.   Cosicchè si avrebbe una specie di asse socialista tra  Germania-Francia-Italia  in grado di zuccherare q.b. l'amara pillola dei tagli.  Ovviamente, fatto salvo il gradimento dei bizzosi  mercati...    Infine,   con Grillo al potere  lo spread volerebbe più alto delle astronavi di guerre stellari.  Come con  il Cavaliere, insomma.
Si dirà, lo spread non esiste, è un’invenzione dei media pagati dai signori incappucciati… D'accordo. Tuttavia  il mondo là fuori,  almeno  per ora,  si muove entro la  situazione-spread. E con  essa, per dirla in sociologhese,  reagisce e interagisce, seguendo alla lettera la  regolarità psico-sociologica intuita da William L. Thomas.  Citiamo a memoria: “Se gli uomini  ritengono  reali  alcune situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze”.
Di riflesso, fantasie complottiste o meno, lo spazio politico  in termini di influssi situazionali  è molto limitato: o Monti per pochi mesi ancora o  Bersani, da subito, per una legislatura.  
Buona giornata.

Carlo Gambescia

giovedì 6 dicembre 2012

ll libro della settimana: Richard Sennett, La cultura del nuovo capitalismo, il Mulino, Bologna 2012, pp. 145, euro 12,00.

http://www.mulino.it


I libri di Richard Sennett, sessantanovenne sociologo americano, sono sempre  segnati da brillanti  incursioni teoriche su argomenti classici, come dire,  da manuale.  E sotto questo aspetto  anche La cultura del nuovo capitalismo non delude.   Nel libro, uscito nel 2006 e opportunamente ristampato dal Mulino,  ci si occupa di flessibilità,  senza inutili demonizzazioni, ma anche senza fare sconti intellettuali.   Sennett si (e ci) propone  di ricondurre il lavoro flessibile nell'alveo del welfare: tentativo che in qualche misura  ricorda quello di Durkheim, rivolto a facilitare l'integrazione sociale dei lavoratori di fine Ottocento alle prese con la moderna divisione sociale del lavoro. Infatti,   i due studiosi si interrogano  su un evergreen sociologico :  come introdurre elementi di solidarietà all'interno di società prive di calore comunitario?
Durkheim, che viveva nella Francia della Terza Repubblica,  propose un comunitarismo repubblicano e democratico su basi corporative. Una specie di "pre- welfare state" fondato sul mutualismo sindacale e di mestiere. E con lo stato repubblicano e i professori universitari, come supremi garanti di un'etica sociale severa ma giusta. Sennett, si muove in un contesto diverso, dove la divisione sociale del lavoro, non riguarda più stati e nazioni, ma l'economia-mondo . Il capitalismo, rispetto ai tempi di Durkheim, dispone di tecnologie avanzatissime che favoriscono la delocalizzazione produttiva su scala mondiale. Inoltre, sembra essersi  fatto più aggressivo e  meno attento agli imperatici etici e sociali,  soprattutto sul versante borsistico e finanziario.  La "cultura del nuovo capitalismo" offre più libertà economica, meno sicurezza e, cosa più grave,  presta il fianco agli attacchi  speculativi.   Il che, per le figure lavorative penalizzate dalla flessibilità, significa non poter più pianificare l'esistenza.  Ma veniamo alle proposte di Sennett.

Innanzitutto, va garantita tra un lavoro e l'altro una dignitosa continuità assistenziale e previdenziale: il lavoratore "flessibile" non deve mai sentirsi solo, o peggio, abbandonato. Intorno a lui deve essere creata una rete comunitaria che ne garantisca la "continuità biografica", o per farla breve, la sua identità personale e sociale di cittadino. Dopo di che, va di nuovo attribuita rilevanza sociale al lavoro: il lavoratore, soprattutto se flessibile, deve tornare a sentirsi socialmente importante. Infine,  va pubblicamente incoraggiata nei singoli la consapevolezza del lavoro ben fatto. E questo a prescindere dai lavori che possano essere via via svolti. Sennett parla addirittura del recupero di una "sensibilità artigianale" come "impegno interiore" - tema cui ha dedicato un libro,  L'uomo artigiano (Feltrinelli):   il lavoratore deve credere nel valore oggettivo del proprio fare, "al di là dei propri desideri e perfino al di là delle ricompense date da altri" .

Queste proposte possono essere criticate. Resta però un fatto indiscutibile: nelle nostre società, così prigioniere di un individualismo spesso molto  aggressivo, Sennett orgogliosamente ribadisce la necessità di riscoprire lo spirito comunitario, indicando alcune piste. L'economia da sola non risolve tutto:  non è un "destino".  Insomma,   non è più accettabile, soprattutto in tempi di crisi,   la pretesa  di  dover  convertire sistematicamente ogni rapporto umano in merci e denaro. Il che però non può tradursi nell''eccesso opposto: il rifiuto della modernità economica (punto sul quale anche Sennett sembra non transigere).
Va, più semplicemente ( si fa per dire...),   "allargata"  la nostra  mentalità.  Occorre  capire,  come già sosteneva Durkheim, e ancora prima Proudhon, che  non basta dire all'altro: "Ti ho pagato, hai quel che ti spettava, ora sparisci...".  La società, in ultima istanza,  si regge su valori  più profondi: senso di appartenenza, rispetto e solidarietà. 
Concludendo: tornare, via Sennett,  a Durkheim?  Sì.  Magari però senza professori... 
Carlo Gambescia

mercoledì 5 dicembre 2012

Trippa nera alla romana (*)
di Carlo Pompei



Nel Paese di “Molto vicino” viveva una strana coppia: il perfido “Trippa Nera” de La Min-estra (riscaldata)  e la malvagia  maga “Polverella” dei Borghi vecchi, anzi stravecchi. Un tempo i due andavano d’accordo anche perché stavano entrambi caldi e comodi sotto la compiacente coperta di “Rea” Silvia. Un bel giorno “Trippa Nera” venne eletto per gestire gli affari della Contea, ma cattivissimi intrallazzatori lo fecero cadere in un bieco trabbocchetto studiato al tavolo della locanda “M'arrazza la Rossa”.
Anche il padrone della locanda, però, fu poi disarcionato da uno scandalo ordito da un gruppo di “amazzoni dal randello”, le quali (i quali?) lo coinvolsero in strane pratiche a bordo di carrozze rigorosamente dal colore BLU.  E così anche  l' ambizioso oste  finì   nella  polvere...  Secondo alcuni bianca...  E visto  che  in alchimia  la polvere,  di qualunque colore sia,  chiama sempre  altra  polvere,   maga  "Polverella”   fece la sua apparizione. Si materializzò  -  tralasciando i propri impegni come paladina dei lavoratori di ogni contea - e propose la propria candidatura come rappresentante della Contea di appartenenza. La cosa andò a buon fine, ma soltanto finquando un pesante cavaliere dal mantello Fiorito spese buona parte del bilancio della Contea per offrire varie cene a destra e a… no, a Manca, no. O sì? Boh, vabbe’.
Per porre rimedio alle malefatte del suo fidato (ma non troppo),   maga    "Polverella"  si dimise dal proprio incarico, però pensò tosto di tornare all’attacco forte dei suoi sbandierati principi. A tal punto “Trippa Nera” chiese ai suoi: “A chi i soldi?”. E i suoi - affamati da anni di disagi - replicarono: “A noi!”. Pertanto anche “Trippa Nera” ripropose la sua candida candidatura al comando della Contea.
 Maga  "Polverella"    oramai ai ferri corti con il suo concorrente, incaricò i propri elfi consiglieri di escogitare una trovata per portare dalla sua i voti dei bifolchi della Contea. La soluzione venne trovata nell’organizzare una cena (e te pareva…), ma con una particolarità: i commensali invitati - anziché mangiare a sbafo come al solito - avrebbero pagato mille monete d’oro a testa, con la promessa che poi, una volta rieletta,  maga  "Polverella"  le avrebbe restituite a tutti gli intervenuti con altissimi interessi.
Al povero “Trippa Nera” non rimase altro che offrire qualcosa dalla propria oramai povera dispensa…

Carlo Pompei





Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level”.

martedì 4 dicembre 2012

Si consiglia agli amici che ci seguono un’attenta lettura dell’eccellente post dell’amico Teodoro Klitsche de la Grange. E per una semplice ragione:  de la Grange   affronta,  con eleganza di pensiero e profonda conoscenza dei meccanismi reali del "politico",   una questione  che  va  oltre  l'ILVA.  Quale? « Se un provvedimento, pur giuridicamente corretto, si rivela foriero di danni enormi, occorre rispettarlo ed eseguirlo, perché preso da giudici competenti in base a norme vigenti, oppure derogare, sospendere, modificare la legge e/o gli effetti del provvedimento medesimo?». Detto altrimenti: governo delle leggi o governo degli uomini? Ratio o Voluntas, per dirla in linguaggio giuridico?  Buona lettura (C.G.)



                                    
ILVA 
Governo delle leggi o governo degli uomini?
di Teodoro Klitsche de la Grange



La totalità dei commenti comparsi sulla vicenda ILVA che mi è capitato di leggere si può ricondurre al repertorio degli idola mediatici e delle ovvietà del teatrino della politica. La scena è contesa tra i personaggi della magistratura salva-salute e del governo salva-impresa. Al fine di chiarirlo il Governo (o la stampa – fa quasi lo stesso) ma subito battezzato il suo decreto salva-ILVA. A conferma che questo governo che di cristiano non ha granché ne ha tuttavia la vocazione “soteriologica”: dalla nascita, non fa che salvare qualcosa (o qualcuno).
Contrariamente a molti commentatori non parteggio né per la decisione della magistratura tarantina né per l’ILVA, né per il Governo. Lo stupore di fronte alla chiusura con la carta bollata di un grande stabilimento, non può far dimenticare il dato di comune esperienza che, proprio perché così grande e stante il tipo di lavorazioni, l’aria lì intorno non dev’essere granché salubre, e probabilmente ha provocato e contribuito a provocare danni notevoli alla salute dei tarantini. Il provvedimento del magistrato non mi pare appartenga cioè alla categoria di altri provvedimenti giudiziari finiti sulla stampa che sono apparsi prima che bizzarri, inverosimili.
Pertanto il fatto che, per tutelare il bene-salute, gli uffici giudiziari tarantini abbiano preso un provvedimento clamoroso e lesivo di altri interessi tutelati (anche perché non hanno – né possono avere – a disposizione la gamma di soluzioni che può mettere in campo il potere governativo-amministrativo), non può suscitare scandalo: il giudice opera in base alla massima fiat justitia pereat mundus.
Ma è qua che la vicenda dell’ILVA coinvolge una questione d’importanza fondamentale che è rimossa (o accantonata o sottovalutata) da gran parte degli “addetti ai lavori”.
Se un provvedimento, pur giuridicamente corretto, si rivela foriero di danni enormi, occorre rispettarlo ed eseguirlo, perché preso da giudici competenti in base a norme vigenti, oppure derogare, sospendere, modificare la legge e/o gli effetti del provvedimento medesimo? E’ il quesito che si ripete (almeno) da quando lo Stato moderno cominciò a muovere i primi passi.
Tant’è che se lo pone Machiavelli nei Discorsi (riguardo alla dittatura romana); Bodin, e tanti altri fino a Jhering, Schmitt e Santi Romano. La risposta è univoca: il potere politico (il “governo”), che ha come funzione la protezione della comunità e come principio salus rei publicae suprema lex, deve, se necessario “rompere gli ordini” (come scriveva il Segretario fiorentino) e derogare alla normativa vigente, onde evitare di compromettere l’essere – e il benessere – della comunità. E se – come nella specie – più interessi, pubblici e meritevoli di tutela sono in conflitto, è compito di questo ri-comporli, di guisa che non pereat mundus per fare justitia (che nella specie non è quella di S. Agostino, ma la legalità dello Stato moderno).
E’ conseguenza della reiterata opera di manipolazione del sentire comune che la questione non sia avvertita in questi termini, semplici quanto chiari, espressi dai pensatori prima ricordati.
Si discute di conflitto di attribuzioni e violazione della Costituzione, identificando la costituzione con quella formale, deliberata nel ’47 e tralasciando altri concetti di costituzione, e, soprattutto, le concezioni che vedono nella necessità una fonte di diritto (Santi Romano), la ragione ultima per provvedere nello stato d’eccezione (Jhering e Schmitt), come nella legalità e nella legge uno strumento relativo (de Maistre), perché non idoneo a padroneggiare e risolvere ogni situazione concreta.
Se si pone nei termini “correnti” la questione, la tesi, tra gli altri, del “governatore” della Puglia, che il Governo abbia commesso uno strappo alla Costituzione (formale), ha diverse chances di essere plausibile: ma se si parte dall’altra, ossia dalla concezione “classica”, o se si vuole realista, non si può che aderire per l’appartenenza di tali decisioni del governo. Anche perché in uno Stato che abbia come compito anche il benessere, e così il governo dell’economia, l’esigenza di salvaguardare una grande industria rientra negli scopi da perseguire e nelle situazioni d’emergenza.
E per questo il decidere spetta al Governo, tra l’altro perché competente alla decretazione d’urgenza, pensata – e disciplinata – soprattutto in vista delle circostanze eccezionali, non risolvibili con i mezzi ordinari, come questa..
E, anche per questa “lezione pratica” di diritto costituzionale, lo dobbiamo ringraziare.

Teodoro Klitsche de la Grange


 Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).