martedì 30 ottobre 2012

Riflessioni sulle elezioni  di domenica scorsa 
Dalla  Sicilia  all’Europa 




Di che cosa ha bisogno l’Italia in questo momento? Di mostrarsi politicamente affidabile e quindi capace di contrastare il Generale Spread. E i risultati delle elezioni siciliane vanno in questa direzione? Dipende. Il buon senso imporrebbe ai due vincitori della contesa Pd-Udc da un lato e M5s dall’altro di allearsi e governare insieme: sarebbe una grande svolta. Che potrebbe aprire  interessanti prospettive sul piano nazionale. Il Pd, in fondo, potrebbe tentare - come  in parte è avvenuto nel centrodestra con la Lega –  di “costituzionalizzare”  il movimento di Grillo.
Fantapolitica?  Forse. Anche perché - crediamo - il purismo qualunquista ( con allarmanti sprazzi fascistoidi) dei grillini ( e soprattutto del suo leader),  impedirà in Sicilia  ogni  alleanza, aprendo  di fatto  le porte ai vecchi compromessi.  
Che fare allora? Prescindendo, per ora, da qualsiasi ipotesi di grande  riforma elettorale ( probabilmente si andrà al voto politico con il porcellum...), Bersani dovrebbe far tesoro del risultato siciliano. E invece di guardare verso l’estrema sinistra ( e quindi alla riedizione delle ammucchiate prodiane), potrebbe  tentare  di dare vita a un blocco politico di centrosinistra capace di catturare sia  il voto moderato sia il   desiderio di rinnovamento.  Insomma, occorre   una politica  duttile e  intelligente, capace di mettere insieme  Casini, Renzi  e di strizzare l'occhio a Monti.  
La quadratura del cerchio? Forse. Tuttavia, al momento,  solo  un governo di centrosinistra, capace di escludere gli estremisti antieuropei (che d’altra parte si autoescludono),   di non scontentare gli  imprenditori senza umiliare i   sindacati,   potrebbe  permettere  all'Italia  di  giocare ad armi pari con il Generale Spread. Soprattutto, se anche in Germania, dalle prossime elezioni (come sembra probabile),  dovesse uscire vittoriosa la socialdemocrazia.  Un "asse"  Berlino, Parigi,  Roma  avrebbe infatti   l’autorevolezza politica  e  la "forza" economica ( da gettare sulla bilancia dei mercati)  per affrontare la crisi. Ma Bersani ne sarà capace?

 Carlo Gambescia 

lunedì 29 ottobre 2012






Cara donna Mestizia,
ma io credevo che dopo tutto quello a cui ho rinunciato, dopo tutto quello che ho fatto per loro e per l’Italia, G*** e M*** mi avrebbero non dico ripagato, ma almeno dimostrato un poco di riguardo, di rispetto, di premura, di attenzione! E invece guardi, guardi! Neanche un cane, neanche un filippino si tratta così! Ma si rende conto?! Alla mia età, dopo quel che ho passato, con un divorzio in corso, il patrimonio in pericolo, i figli che litigano, gli amici - buoni quelli - che complottano, i lupi alla porta (visto cos’è successo al povero Gh**fi?) invece di poter guardare con serenità agli ultimi trenta o quarant’anni che mi restano, mi trovo o a dover espatriare come un terrorista, o a temere che una mattina il cameriere mi annunci l’ufficiale dei Carabinieri che viene a portarmi in galera, come Pinocchio! In galera! Come un delinquente, come un povero! Je suis veuf, je suis seul, et sur moi la nuit tombe!
El Desdichado 2012

Caro El Desdichado 2012,
doverosamente astenendomi da ogni valutazione di merito, Le prospetto due soluzioni tecniche. Prima soluzione: à la guerre comme à la guerre. Seconda soluzione: sia bello di fama e di sventura. Veda Lei quale ritiene più opportuna. Scegliendo la prima, valuti attentamente le forze in campo. Scegliendo la seconda, provveda a rinfoltire la Sua capigliatura (il poeta al quale si deve la formula ne era superdotato, tanto da essere soprannominato “il Basetta”).

* * *

Cara donna Mestizia,
ma io credevo che tenermi al di sopra della mischia, radunare i meglio fichi del bigoncio, sottolineare la mia estraneità al provincialismo e alla corruzione da morti di fame dei nostri politici, ribadire i miei legami dinastici e spirituali con le aristocrazie dei Paesi Più Avanzati, insomma fare un po’ il prezioso, mi avrebbe garantito una maestosa, sublime discesa nell’arena politica nell’esatto momento della verità; e invece guardi, guardi! G*** e M*** , due impiegatucci senza Charme, un vecchio burocrate e un robot amministrativo, mi anticipano, mi rubano la scena, mi costringono a rincorrerli, adularli, pregarli di darmi un posto di lavoro! A sessant’anni rischio di finire disoccupato, se mi va bene mi parcheggeranno in un posticino di facciata, con le finestre sul parcheggio e la segretaria brutta! Si rende conto che sto addirittura perdendo i capelli?! I miei bei capelli, il mio orgoglio, la mia sigla, il mio blasone!
Piccolo principe 2012

Caro Piccolo principe 2012,
anche nel Suo caso, sono tecnicamente possibili le due soluzioni da me prospettate nella risposta precedente, la guerresca e la poetica. Lei però mi sembra decisamente meglio equipaggiato per la seconda. Mi scriva privatamente e La metterò in contatto con “El Desdichado 2012” per consultazioni in merito al rinfoltimento delle Loro chiome.

* * *

Cara donna Mestizia,
ma io credevo che quel ragazzino che mi è cresciuto nelle tasche volesse soltanto un quarto d’ora di celebrità, un posto al sole, un posto a tavola, alla *mia* tavola! Dopo tutto quello che ho fatto per lui, ecco che quel boyscout sovrappeso, quel kennedyno alla panzanella, quel chierichetto ipocrita, mi fa vedere le carte e invece di una doppia coppia di yuppies e ciellini ha un full di americani e presidenti: i *miei* americani, i *miei* presidenti! Si rende conto?!
Padre Nobile 2012

Caro Padre Nobile,
vista la Sua situazione tricologica, temo che per Lei la soluzione poetica sia impraticabile. Dunque, à la guerre comme à la guerre, e tanti auguri.

* * *

Cara donna Mestizia,
ma io credevo che…
Everyman & woman 2012

Caro/a Everyman & woman 2012,
anch’io.


Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...


sabato 27 ottobre 2012


Luca Telese, il "picciotto" che "tradì"…

Complimenti a Luca Telese per l’odierna prima pagina di “Pubblico”.  Accostamento azzeccato ma incompleto... 



Infatti   c'è  un piccolo problema. Quale?  Luca Telese ha lavorato dieci anni a il Giornale, proprietà del fratello di Al Capone: Paolo (Berlusconi) Capone. Quindi, accostamento per accostamento, dal punto di vista del codice mafioso,   il   “picciotto” sarebbe  un   “infame”… un "traditore della  famigghia”…
Perciò  si suggerisce la seguente  modifica:






O no?  Forse esageriamo?

Carlo Gambescia

venerdì 26 ottobre 2012

Poteri deboli o poteri forti?




Spesso si parla di poteri forti. Ma quali sono? Semplificando al massimo: secondo la Confindustria il Sindacato sarebbe un potere forte, mentre  a giudizio del Sindacato il titolo spetterebbe alla Confidustria. E allora?  Diciamo che   hanno ragione  tutti e due.   Però   l’ “entità” (ecco il perché dell'iniziale  maiuscola)   Confidustria e l’ “entità” Sindacato vanno scomposte in tante altre "entità" dalle dimensione differenti.
Si pensi ad esempio al potere di veto della  Fiat all’interno del sistema di imprese italiano. Oppure, al  ruolo, spesso determinante,  della Cgil  in ambito sindacale. Perciò più che di poteri forti si dovrebbe parlare  di gruppi di pressione,  dalle dimensioni differenti e  in continuo conflitto tra di essi.   E quindi sarebbe più esatto parlare di  gruppi divisi e perciò deboli.
Ma esiste un potere più forte di tutti gli altri? Magari in ambito internazionale? Difficile dire. Anche perché nei vari settori (imprenditoriale, sindacale, ma anche finanziario, mediatico,  eccetera) il potere è frammentato. Ovviamente,  i gruppi di pressione possono allearsi fra di loro e dare vita a patti redistributivi. Si pensi alla nascita del welfare state,  oppure alla progressiva   accentuazione  dei processi di intermediazione finanziaria degli  ultimi tre decenni, condivisa, magari conflittualmente da imprenditori e sindacati. Certo,  talvolta  vincono i "buoni", talaltra i "cattivi", altre volte  "buoni" e "cattivi"  trovano l'accordo.  Insomma,  il conflitto fa parte delle dinamiche sociali.  E, sotto questo aspetto,  anche della democrazia: perché  non può essere soppresso, se non  privando le persone della  libertà di confliggere.  Certo, all'interno di regole. Ma le regole   non possono,  anzi non devono  eliminare il conflitto:  il rischio che il conflitto possa degenerare va sempre  accettato.  Anche questa è una regola...   Naturalmente, la  durata delle alleanze, come per tutti le relazioni basate sugli interessi,  è sempre  mutevole.  Inoltre sulle scelte dei gruppi di pressione  influiscono le appartenenze nazionali, culturali, religiose, eccetera. In ultima istanza,  un dirigente indiano di una multinazionale ragionerà  in modo diverso da un dirigente australiano. E lo stesso discorso vale per il  sindacalista italiano rispetto al sindacalista  americano, e così via…
Insomma, anche in sociologia  ( e nella realtà), il mondo, come talvolta si dice, è   bello   perché  vario… In questo senso " il tutto scorre" di Eraclito condensa perfettamente la dinamica dei gruppi di pressione.  Pertanto non esistono poteri forti in senso stretto, bensì poteri in continuo conflitto   e,  probabilmente meno forti -  proprio perché , ripetiamo, divisi e differenti -   di quel  che sospetti il cosiddetto uomo della strada. Tutto qui.

Carlo Gambescia

giovedì 25 ottobre 2012


Il libro della settimana: Fabrizio Battistelli, Maria Grazia Galantino, Livia Fay Lucianetti, Lorenzo Striuli, Opinioni sulla guerra. L’opinione pubblica italiana e internazionale di fronte all’uso della forza, pref. del Gen. D.CC. Eduardo Centore, Franco Angeli, Milano 2012, pp. 190, euro 23,00 - 
http://www.francoangeli.it/


Durante la lettura di Opinioni sulla guerra (Franco Angeli) il nostro pensiero è andato a Machiavelli e Hobbes. Chissà, ci siamo chiesti, se tornassero tra noi, cosa direbbero di uno studio sociologico che, pur con tutte le giuste cautele della cultura liberaldemocratica e scientifica, si muove nell’alveo del moderno realismo politico, così  caro ai due padri fondatori.  Di sicuro, ci siamo risposti,    ne parlerebbero bene... E per quale ragione? Facile.   Perché il presupposto del libro è che la guerra, come strumento di regolazione, anche se in ultima istanza, dei rapporti internazionali, difficilmente potrà essere espunta dalla storia umana. Di qui, crediamo, la necessità, ben intravista dagli autori, di estendere lo studio della eventualità guerra  alle società civilizzate (o «postmoderne»), analizzando in particolare le relazioni tra guerra e opinione pubblica. Detto altrimenti: tra una costante politica, nel senso di Miglio ( o metapolitica, come ben sanno i nostri lettori) e una istituzione - l’opinione pubblica - che rinvia   allo  storicamente mutevole, ossia alle nostre società liberaldemocratiche.  Diciamo che il matrimonio euristico  tra ciò che è costante e ciò che è contingente è  perfettamente riuscito,   perché   il  volume è   ben organizzato, ricco di importanti materiali di riflessione da cui attingerebbero a piene mani  anche Machiavelli e Hobbes. Ma veniamo alla  sua struttura.
Alla vivida Prefazione del generale Centore, direttore del Centro Militare di Studi Strategici (CeMISS), nel cui quadro operativo si  colloca la ricerca, segue un Primo capitolo introduttivo: “Atteggiamenti, opinioni e uso della forza” (Fabrizio Battistelli). Dove sostanzialmente si enuclea un problema fondamentale. Quale? Quello del collegamento, ineludibile nelle società democratiche, tra uso della forza all'esterno e consenso interno dei cittadini. Tema poi sviluppato, in chiave storica, sociologica e concettuale, sempre da Battistelli nel Secondo capitolo (“I fattori sociali e le opinioni sulla guerra”): un' avvincente analisi   da cui  emergono due riflessioni interessanti: la prima, che nella società postmoderna, semplificando al massimo,  l’individuo-narciso, ripiegato sui propri crescenti desideri, finisce per scorgere, ambiguamente, nel conflitto bellico per un verso un limite esistenziale,  per l’altro un importante  strumento di difesa dello stile di vita; la seconda riflessione, è che tra le sei condizioni per la legittimazione della guerra, individuate da Battistelli, risultano particolarmente significative quelle riguardanti l'efficacia. ossia  la brevità del conflitto e  la minimizzazione delle perdite umane. Due fattori (microdurata e microperdite)  assolutamente in sintonia con i desideri profondi dell’individuo-narciso : guerra sì, ma breve e incruenta, per vie aeree e combattuta da specialisti e con tecnologie  all' avanguardia. Come è avvenuto, e brillantemente sul piano militare, in occasione della crisi libica del 2011 ( tra l’altro oggetto di uno "studio di caso" nel Quarto capitolo). Alla fin fine, si potrebbe anche  dire, piaccia o meno,  che  il male, ovvero la guerra,  per essere accettato dal cittadino-narciso debba  essere  banalizzato... O detto altrimenti:  reso  familiare e sicuro  e perfino  scontato nei suoi esiti di natura burocratica e  utilitaristica.
Nel Terzo capitolo si entra in argomento: “Americani, europei italiani: che cosa pensano dell’uso della forza” (Fabrizio Battistelli). I sondaggi sembrano confermare la nota tesi del «divario transatlantico», poi sviluppata da R.A. Kagan: che i cittadini statunitensi sono più bellicosi di quelli europei. Gli italiani in particolare sembrano in larga parte preferire la trattativa al conflitto, con percentuali non bulgare ma comunque elevate. Qui Battistelli,  da eccellente specialista di sociologia militare, riprende e  introduce una interessante distinzione tra minaccia, pericolo e rischio. Dietro la minaccia c’è l’intenzionalità umana, come nel caso di un attacco militare; alle spalle del pericolo c’è invece l’ «intenzionalità zero», come nel caso di un terremoto; il rischio, infine, si pone a metà strada, perché per un verso rinvia all’ intenzionalità umana, per l’altro agli esiti negativi o non voluti che possono sempre scaturire  dall' azione sociale intenzionale. E qui si pensi ad eventi come Chernobyl. Fukushima, ecc. Ora, sotto questo aspetto, se abbiamo capito bene, le indagini mostrano che dove gli americani scorgono una minaccia, gli europei sono portati a vedere un rischio (qualcosa a metà strada tra minaccia e pericolo). Di qui, le diverse modalità di reazione.
Nel Quarto e Quinto capitolo sono indagati “L’uso della forza secondo l’opinione pubblica di Italia, Francia, Svezia Regno Unito e Stati Uniti” (Livia Fay Lucianetti) e nei paesi “Bric,  Brasile Russia, India, Cina” (Lorenzo Striuli ). Il quadro generale dei due capitoli  racchiude conferme e sorprese. Da un lato è confermato, rispetto al Cowboy americano, il maggiore pacifismo di Svezia, Italia, e detto per inciso, Germania, anche se nel libro i nipotini  di Goethe  non sono oggetto  di  analisi particolare; più contenuto invece il pacifismo  di francesi e britannici dall’altro. Inoltre per cavarcela con una battuta, il fate l’amore e non fate la guerra, sembra avere maggiori simpatizzanti tra russi, brasiliani, indiani. Più sfumata e meno tranquillizzante la posizione dell’opinione pubblica cinese che sembra accettare - eventualità condivisa anche dagli analisti americani - la possibilità nei prossimi lustri di un conflitto sino-americano.
Chiude il volume l’ eccellente saggio di Maria Grazia Galantino “Sulle questioni di metodo nella ricerca sull’opinione pubblica”,  dove si dà spazio anche alla possibilità - da noi condivisa - di scorgere nell’uso dei sondaggio un importante strumento da  impiegare - magari senza esagerare -   nei processi di decisione e gestione della politica.  Infine,  va  ricordato  il ricchissimo apparato statistico che correda Opinioni sulla Guerra: al lettore il piacere di scoprirlo,  navigando  tra  tabelle   di grande chiarezza concettuale e  grafica.  
Un’ultima osservazione: è possibile condividere le conclusioni di Fabrizio Battistelli? Ovviamente, dobbiamo però  prima però riportarle:« Complessivamente - osserva lo studioso - pur caute nell’uso della forza, le opinioni pubbliche europee (compresa quella italiana) sono disposte ad accettare questa extrema ratio, quando è in gioco, a tacere della sopravvivenza della propria nazione, la tutela dei diritti umani». Ciò, continua Battistelli «dà vita a un processo di convergenza il quale, oltre che all’interno dei vari paesi europei, investe anche il rapporto con gli Stati Uniti, la cui opinione pubblica mostra atteggiamenti abbastanza simili. Sembrerebbe quindi che, all’inizio del secondo decennio del nostro secolo il “divario transatlantico”, sia largamente ricomposto».
Cosa aggiungere ? Che probabilmente il processo di convergenza sembra  legato non tanto (o comunque non solo) a ragioni interne, quanto a questioni esterne, vincolate, a loro volta, per dirla con Carl Schmitt,  al consolidarsi  o  all’emergere   di un  comune nemico.  E da qui a dieci-venti anni (se non prima),  Stati Uniti e  Unione Europea  potrebbero avere solo l'imbarazzo della scelta...  

Carlo Gambescia

mercoledì 24 ottobre 2012

I nonni del “Corriere della Sera”




Il “Corriere della Sera” è il capofila della lotta a gerontocrazia e  caste. E con che passione!  Non c’è giorno che dalle sue pagine non si inviti questo o quel politico, dalle  sessanta primavere in su,   a spogliarsi, come si diceva un tempo, del laticlavio per dedicarsi al giardinaggio e fare largo ai giovani.
Ma il “Corriere della Sera” è anagraficamente   in sintonia con la sua battaglia morale? Oppure predica bene e razzola male? Diciamo che siamo davanti all’ennesimo  "armiamoci e partite"… Perché se  si dà solo uno sguardo all' età delle   sue   “firme”, il vertice  di ogni giornale, si scopre che i nonni abbondano. Altro che lotta alla gerontocrazia...  Provare per credere ( http://www.corriere.it/opinioni/  ):
- Giovanni Sartori (1924):  88 (*)
- Sergio Romano (1929):  83
- Piero Ostellino (1935):   77
- Claudio Magris (1939):  73
- Ernesto Galli della Loggia (1942):  70
- Angelo Panebianco (1948):  64
- Francesco Giavazzi (1949):  63
- Dario Di Vico (1952): 60
- Ferruccio de Bortoli (1953):  59
- Massimo Gaggi (1953):  59
- Lucrezia Reichlin (1954):  58
- Massimo Franco (1954):  58
- Pierluigi Battista (1955):  57
- Alberto Alesina (1957):  55
- Francesco Verderami (1962):  50.

Il più “giovane”, Verderami, viaggia sui cinquanta…. La media è di anni 64, 93. E abbiamo escluso dai  calcoli  l'ottantatreenne  Francesco Alberoni (1929),  passato a  “ il Giornale” nel  2011. Una curiosità: i due giornalisti anticasta per eccellenza Sergio Rizzo (1956) e Gian Antonio Stella (1953) hanno rispettivamente 56 e 59 anni. Proprio giovanissimi non sono…
Concludendo,  il  top level  giornalistico del  “Corriere della Sera”,   nonostante i proclami antigerontocratici. sembra essere in perfetta linea (statistica)  con le altre gerontocrazie italiane,  tutte saldamente insediate,  come  provano  le indagini condotte da Carlo Carboni ( Élite classi dirigenti in Italia). Infatti,  dai suoi studi sulla banca dati del Who’s who , che riduce a 5500 i personaggi di spicco italiani in tutti i campi, giornalismo incluso,  risulta «che i quattro quinti dei potenti over 60 erano presenti già a partire, come minimo, dal 1998, mentre si riscontra una percentuale pressoché dimezzata fra coloro che avevano nel 2004 massimo 40 anni». Ciò significa che «si entra quindi tardi nell’élite (da quarantenni o molto più spesso da cinquantenni), ma vi si resta fino a tarda età».

Carlo Gambescia


(*) Fonti:  Wikipedia, a eccezione  di Francesco Verderami  (http://www.laltracalabria.it/albo-celebrita.htm ).

martedì 23 ottobre 2012

Giudici  "dei"   terremoti...



Perfetto, ora i giudici  sanciscono anche la prevedibilità obbligatoria dei terremoti. La sentenza dell’Aquila - certo, di primo grado - rappresenta probabilmente il punto d’arrivo della Repubblica Italiana dei Tecnici. Frutto certamente di un vuoto politico, apertosi nel 1992 con processi di Tangentopoli, e di cui la sinistra non ha saputo profittare costruendo una seria alternativa di governo. Quanto alla destra è preferibile stendere un velo pietoso.
Quindi perché meravigliarsi dell'ascesa dei tecnici?  Il potere - è noto - non ammette vuoti. E così in Italia è stato raccolto, anzi raccattato, dai tecnici: economisti e giudici. I secondi,  in fondo,  non sono che tecnici del diritto… Che in questo caso - ecco il lato tragicomico -. hanno giudicato e condannato a sei anni di reclusione altri...  tecnici.  Come dire:  esperti del  diritto contro esperti   tout court.  Infatti, come recita la  sentenza,  i membri della Commissione Grandi Rischi, riunitasi il  31  marzo 2009, sarebbero colpevoli  di «non aver allertato, anzi di aver minimizzato i rischi del terremoto. Sisma che poi arrivò» ( http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2012/10/22/Terremoto-Aquila-oggi-sentenza_7670171.html    ).  Insomma, cattivi scienziati...   Almeno secondo  altri  scienziati... del diritto... In sintesi:  Scienze giuridiche 1 - Scienze geologiche 0.  Con i politici in tribuna a fare la  ola,  secondo le convenienze.
Una curiosità.   Parliamo di giudici , che come associazione magistrati,  sono tuttora contrari a pagare "in contanti" per i propri errori. E che invece   hanno dichiarato la Presidenza del Consiglio - all'epoca in carica c'era Berlusconi  noto sostenitore  della  r.c. dei magistrati  -   responsabile civile per la morte di 29 persone. Piccola vendetta postuma ? Mah...   Fatto sta che Palazzo Chigi «dovrà provvedere, in solido con i sette condannati, al risarcimento dei familiari delle vittime e del Comune dell' Aquila, parti civili nel processo» concorrendo «con gli imputati, anche al pagamento di oltre 7 milioni provvisionali esecutive».  E in concreto  chi pagherà ?  Di sicuro, noi.
Un consiglio alla sinistra però: eviti di salire sul carrozzone giudiziario di coloro che difendono una sentenza semplicemente aberrante. Dove in pratica si punisce  il non aver saputo prevedere il giorno, l’ora, il minuto, il secondo in cui doveva - attenzione non poteva - avvenire il terremoto.

 Carlo Gambescia

lunedì 22 ottobre 2012




Cara donna Mestizia,
che cosa sono queste Isole Cayman di cui si parla tanto?
Uomo della strada

Caro Uomo della strada,
“Isole Cayman” è il nome moderno delle “Isole Fortunate”, o “Isole dei Beati” (in greco μακάρων νσοι) presenti nella letteratura classica sia in contesti mitici sia in opere storiche e geografiche. Nel mito le Isole dei Beati, a volte identificate con i Campi Elisi, sono isole dal clima dolce nelle quali la vegetazione lussureggiante fornisce cibo senza che gli uomini abbiano bisogno di lavorare la terra. Gli dei destinano alcuni eroi a vivervi un'eterna vita felice.

* * *

Cara donna Mestizia,
che cos’è questo “femminicidio” di cui si parla tanto?
Donna della strada (nel senso buono)


Cara Donna della strada (nel senso buono),
scrive la dott.ssa Barbara Spinelli in un opuscolo sul tema pubblicato dalla associazione dei Giuristi Democratici che “Parlando di femminicidio si vuole includere in un’unica sfera semantica di significato ogni pratica sociale violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta all'integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita della donna, col fine di annientarne l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla sottomissione o alla morte della vittima nei casi peggiori.” [http://www.antiviolenzadonna.it/menu_servizio/documenti/studi/id19IT.pdf]. Per esempio: per evitare umilianti equivoci e incresciose conseguenze sul piano personale e sociale, Lei è stata costretta ad aggiungere la qualificazione “nel senso buono” alla sua firma “Donna della strada”. Dunque la lingua italiana – la pratica sociale più diffusa in Italia – ha attentato con violenza alla Sua integrità psicologica e al Suo sviluppo psicofisico. Mi pare che Lei disponga di tutti gli elementi per avviare un’azione legale per il risarcimento dei danni materiali e morali subiti, querelando il Dizionario Devoto-Oli, il MIUR, l’Accademia della Crusca, e in generale tutti i maschi parlanti italiano (almeno i madrelingua). Si dà il caso che mia cugina sia un’ottima avvocata civilista. Mi scriva in privato e vi metterò in contatto.

* * *

Cara donna Mestizia,
chi sono questi genitore 1 e genitore 2 di cui si parla tanto?
Bambino della strada


Caro Bambino della strada,
il genitore 1 è quello che ha più soldini, il genitore 2 è quello che ne ha meno. Sappiti regolare.

* * *

Cara donna Mestizia,
che cos’è questa’Unione Europea di cui si parla tanto?
Marziano della strada

Caro Marziano della strada,
l’Unione Europea è come la fede degli amanti: che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa finché non se la ritrova in casa e nel conto corrente bancario. Se ne accorgerà presto anche Lei insieme ai Suoi compatrioti marziani.

* * *

Cara donna Mestizia,
a me l’armi! Sol io combatterò! Procomberò sol io!
Solitario Eroe 2012

Caro Solitario Eroe 2012,
ottima idea. Se Lei è, come immagino, un under 35, grazie ai provvedimenti dell’attuale Governo la Sua impresa individuale potrà fruire di interessanti facilitazioni fiscali e di un incoraggiante snellimento delle pratiche burocratiche .

* * *

Cara donna Mestizia,
che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?
marco834

Caro marco834,
Lei dev’essere un tipo molto distratto. Si assicuri contro il furto e lo smarrimento, e dormirà sonni tranquilli.


Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...


venerdì 19 ottobre 2012

Twitter, l’imbecillità e la libertà



La notizia che segue  l’abbiamo scoperta per caso tra le brevi dell’Ansa: « Twitter ha bloccato l'accesso a un conto di un gruppo neonazi su richiesta del governo tedesco: è la prima volta che il social network applica la sua nuova politica di censura entrata in vigore a gennaio. La nuova politica permette al social network Usa di bloccare contenuti nei vari paesi se i tweet violano le leggi locali. “Non vogliamo negare i contenuti; bene avere gli strumenti per farlo in modo mirato e trasparente”, ha scritto in un tweet il rappresentate legale del social network» ( http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/tecnologia/2012/10/18/Germania-Twitter-chiude-conto-neonazi_7652126.htm  ) .
Ora,  il vero problema  è  questo:  l’imbecillità ( e useremmo lo stesso termine anche nel caso del radicalismo di sinistra, o di qualsiaisi  altro genere) va censurata? A nostro avviso no.  E spieghiamo perché.
Twitter parla di «contenuti», evidentemente linguistici.  Ma una cosa è la critica verbale, un’altra il passaggio a vie di fatto. Certo, in alcune nazioni dell’Occidente, esiste il reato di apologia delle ideologie che incitano alla violenza. Norma  introdotta per contrastare, anche linguisticamente,   il radicalismo di destra in particolare. 
A nostro avviso si tratta di   misure  esagerate,  dal momento che la  lunatic fringe  si squalifica da sola, sconfinando per l’appunto nell’imbecillità,  grazie alla natura puerile, ridicola e logicamente inconsistente delle tesi sostenute. E per accertarsene basta fare un "giretto"  web. Insomma,  mai dimenticare che  la differenza tra  società libera e  totalitaria consiste  nell’ assoluta libertà di espressione che distingue  la prima.  Libertà,  attenzione,  che deve valere   anche  per  chi  proclami  idee sgradevoli e stupide.

Certo, se poi un movimento politico estremista si proponesse di mettere in pratica le idee imbecilli che predica,  allora polizia e magistratura, a fronte, per fare un esempio,  di una nuova notte dei cristalli (anche in sedicesimo), dovrebbero intervenire senza alcuna  remora . Ma fino a quando le parole restano tali, perché, commettere l’errore - tradendo in primis gli ideali  liberali  -  di attribuire a un gruppo di imbecilli la patente di martiri della libertà di pensiero?

Carlo Gambescia

giovedì 18 ottobre 2012

Il libro della settimana: Gianfranco Miglio, Discorsi parlamentari, presentazione di Renato Schifani, con saggi di Claudio Bonvecchio e Davide G. Bianchi, Senato della Repubblica - Archivio Storico, il Mulino, Bologna 2012, pp. 310 -  

 http://www.mulino.it


Un altro titolo ( o sottotitolo) della bellissima raccolta dei Discorsi parlamentari (il Mulino) di Gianfranco Miglio, potrebbe essere il pirandelliano, ma meno affollato, Due personaggi in cerca d’autore. Il primo personaggio non può non essere il pirotecnico Gianfranco Miglio, il secondo, lo spento  parlamentare medio.  E l’autore? Le riforme istituzionali, caldeggiate con fine cultura politologica da Miglio e temute dai nostri, spesso politologicamente incolti, senatori e deputati.  "Autore", perciò, mai più trovato dall’uno come dagli altri. Sono infatti trascorsi  venti anni  dall'ingresso  di  Miglio in  Senato  e  undici dalla sua morte e ancora si discute di modelli costituzionali di tipo  francese, tedesco, misto. Roba, se ci si passa la caduta di stile, da comiche finali.
Quel che colpisce, solo scorrendo l’indice della  raccolta, regalmente  introdotta e curata da Claudio Bonvecchio e Davide G. Bianchi (autore quest'ultimo anche  dell'eccellente bibliografia di e su) , è come la quantità - non la qualità ovviamente - degli interventi diminuisca nel tempo: massima nel periodo 1992-1995, minima tra il 1996 e il 1998. Evidentemente, il vecchio leone si era a poco a poco convinto  di  parlare al vento.  Perciò,  sotto il  profilo, come dire, della  crescente disillusione che colpisce al cuore i professori  discesi in politica ,  il volume è addirittura  esemplare.  Perché la decrescita delle pagine  evidenzia visivamente,  al di là degli eccellenti  contenuti politologici (del resto già noti ai frequentatori dell'opera di Miglio),  la distanza concettuale, per dirla weberianamente, tra chi vive di politica, chi vive per la politica e chi, ecco il punto,  invece,   la studia.  Ci spieghiamo meglio.
Lo studioso di professione è temuto dai primi (chi vive di politica), perché tende a impegnarsi:  di regola, il professore, una volta eletto,   il parlamentare vuole  farlo sul serio, insomma ci crede. Ma non piace neppure ai secondi (chi vive per la politica), perché in genere chi studia di mestiere vede le cose dall'alto e quindi   tende al relativismo storico, rifiutando di vivere all'insegna dell'univoco tutto è politica. Il che prova,  perché Miglio, per l'appunto  studioso preparatissimo, a poco a poco sia  stato messo nell’angolo. Al fondo, del suo  progressivo isolamento  in Senato, c’è,  insomma,  una questione antropologica (di antropologia culturale s'intende):  la “razza” dei professori ( e qui si pensi al destino degli inascoltati professori berlusconiani)  sembra  totalmente  incompatibile con la “razza” dei politici.  I "somari" - ed è questo il profondo senso sociologico del Capitolo Ventisettesimo delle Avventure di Pinocchio -  picchiano il burattino, decisosi  finalmente a mettersi sotto,  perché  non vogliono che  gli scolari che studiano facciano scomparire quelli che non hanno voglia di studiare:  « Anche noi abbiamo il nostro amor proprio!...». Così risponde a Pinocchio il più somaro di tutti... La verità è sempre disarmante.
E se fosse una questione di linguaggio?  I professori parlano difficile, si dice, e perciò vengono accantonati.   In realtà, come giustamente osserva Bonvecchio, «il linguaggio (…) che Miglio utilizza nei suoi discorsi» è totalmente privo di «saccenterie professorali» e immune «da sfoggio accademico di erudizione ». Miglio «si attiene sempre, strettamente, all’argomento sui cui interviene o su cui riferisce», evitando, «di annoiare l’uditorio con lunghi incisi, dotte citazioni, luoghi comuni, paragoni storici e frasi roboanti e ad effetto». Miglio  si  ispira  «quasi sempre a uno schema espositivo semplicissimo, ma esemplare per chiarezza e concisione».  Insomma,  è veramente fonte di malinconia, scoprire, come ai taglienti discorsi di Miglio  si risponda o con stupide battute  frutto di pregiudizio politico  o  con applausi  partigiani.  Evidentemente, non c’è sordo peggiore di colui non vuol sentire.

Concludendo, un volume interessante, dottamente  delineato (tra l’altro non comuni, addirittura spiazzanti, l’ impegno e la dottrina profusi dal Presidente Schifani nella presentazione), ma come dicevamo triste testimonianza, purtroppo, della distanza che continua a separare (ma può essere altrimenti?) la politica dalla cultura politologica,  soprattutto se di altissimo livello  come quella di Gianfranco Miglio.

Carlo Gambescia

mercoledì 17 ottobre 2012

La nostra società è liberale?



«Ma  la nostra  società è  liberale?», così ci  chiedeva ieri un dotto amico.  A pensarci bene  si tratta di una domanda, soprattutto per un sociologo priva di significato. È come chiedersi quanto   fosse comunista prima del  crollo la società sovietica.  Oppure quanto tuttora  lo sia  quella cubana.
Purtroppo, il ragionamento di chi pone questo genere di domande è semplicistico: si contrappone l’ideale (il liberalismo o il comunismo), insomma l'armonia della  società perfetta,  alle disarmonie della  realtà.  Di qui, la facile vittoria sulla carta degli ideali rispetto al mondo reale.
Ora, che la gente comune ragioni in questo modo e che i politici, più o meno onestamente, cavalchino la tigre dell’ideologia è nell’ordine naturale delle cose sociali.  Ma addirittura  gli studiosi!   Non è  infatti ammissibile  che un uomo di   scienza   indulga   nel coltivare sogni di introvabili società perfette liberali o comuniste che siano. Dal momento che ogni società reale  è sempre frutto di compromessi tra natura umana imperfetta e la logica riproduttiva. altrettanto disarmonica,  del potere e delle  istituzioni politiche. E poi, solo per fare un esempio banale:  quante specie di liberalismo e comunismo esistono? Moltissime, troppe. E come mettere d’accordo i diversi sostenitori della varie correnti interne a ogni linea di pensiero? Ci sarà sempre chi rivendicherà il proprio liberalismo o comunismo, sulla base del metodo e/o della sostanza, come assolutamente perfetti...  
Perciò nessuna società potrà mai essere compiutamente liberale o comunista. La perfezione non appartiene a questo mondo. Di riflesso, lo studioso dovrebbe sforzarsi di  indagare non tanto la contraddizione tra ideali e realtà (mansione da lasciare agli ideologi), quanto i concreti meccanismi sociologici, o costanti metapolitiche, che governano la società in generale (sia liberale, sia comunista). E su questa base indicare i pericoli insiti in ogni tentativo rivolto a costruire  "sistemi sociali",  che proprio perché pretendono  di  essere perfetti,   rischiano  invece  di allontanarsi dalla verità dei fatti e delle regolarità  sociali e politiche.  Verità che, come mostra la storia del Novecento, secolo delle più sanguinose utopie, finisce sempre per vendicarsi.

 Carlo Gambescia


martedì 16 ottobre 2012

A proposito del ricambio  "statistico" della classe politica italiana
Non solo D’Alema




Oggi i giornali parlano molto  di D’Alema che, per dirla inelegantemente, sembra mostrarsi   incollato alla poltrona… Ma, in effetti, la crisi italiana dipende solo da una questione di mancato ricambio, in chiave statistica,  del personale politico?  Sì e no. Ci spieghiamo subito.
Semplificando al massimo, in un secolo abbondante (il Ventesimo più il primo decennio del Ventunesimo), la classe politica, stando alla letteratura in argomento,   è statisticamente  mutata tre volte ( per età, composizione professionale e sociale, valori politici) : nel 1922, nel 1945, nel 1994. E sempre in modo traumatico, attraverso il  cambiamento del regime politico (fascismo, prima e seconda repubblica). Perché? In Italia il lavoro politico è sempre stato concepito nel migliore dei casi come una missione, nel peggiore, come una sinecura o rendita. In entrambi i casi, perciò, come qualcosa da praticare per tutta la vita e ovviamente ( considerata la debolezza della carne), da difendere dall' "assalto" dei  possibili uomini nuovi. Pertanto si tratta di “mentalità”. Di qui, quella gerontocrazia così criticata da tutti, ma in fondo tollerata, salvo che nei momenti di gravità storica assoluta, dove il cambiamento si impone (e si è imposto) attraverso la cosiddetta forza dalla cose. Perché questa difficoltà di fondo? La gerontocrazia italiana, di volta in volta  carismatica e/o utilitarista,  si è retta e riprodotta grazie alla  fitta rete di rapporti  politici  e clientelari a  ogni  livello.  Si pensi,  come  riprova, alla ciclica difficoltà -  incontrata dai più diversi  riformatori -di  snellire o ridurre la burocrazia statale oppure  di  tagliare  le rendite di posizione che proliferano nell’area “grigiastra” dei rapporti economici tra pubblico e privato.  
Certo, a parole, tutti  sono contro le caste...  Ma nei fatti, fin quando  non cambierà  la mentalità   (nel senso di una politica culturalmente  intesa come professione a tempo limitato), e con essa  la (non virtuosa) necessità di strutture parassitarie a sostegno del gerontocrate,  sarà difficile non solo favorire il  ricambio,  ma, cosa fondamentale, istituzionalizzarlo, rendendo la circolazione   della classe politica un fatto permanente,  normale,  fisiologico, capace di andare oltre qualsiasi  rottura traumatica.  Come  del resto  mostra  - ripetiamo -  il fallimento delle tre   occasioni storiche  di ricambio statistico e non culturale cui abbiamo accennato:  fascismo, prima e seconda repubblica. Insomma, non  bastano gli uomini nuovi,  occorre una mentalità diversa.  
Pertanto  D'Alema,  per dirla in modo non proprio originale,   è solo la punta dell' iceberg...  


Carlo Gambescia

lunedì 15 ottobre 2012



Cara donna Mestizia,
mi sveglio nel cuore della notte con le pulsazioni a duecento, la memoria mi tradisce, il cibo mi disgusta, bevo troppo, ho cominciato a fumare come una ciminiera, sotto le lenzuola è un fiasco dopo l’altro, apro un libro e dopo dieci pagine lo butto. Sarà la crisi?
Momento difficile 2

Caro Momento difficile 2,
La capisco. Con la Sua campagna per le primarie, Lei voleva soltanto conquistarsi un posto in Segreteria, e invece adesso, con la crescente delegittimazione dei vecchi politici, teme di vincere sul serio la leadership del Suo partito, e addirittura le prossime elezioni politiche. Potrei risponderLe “tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino”, ma Lei è simpatico e ha tutta la vita davanti per imparare come va il mondo. Si tranquillizzi. Anche nel caso che Lei si ritrovasse a fare, malgré soi, il Presidente del Consiglio dei Ministri, le decisioni difficili non spetteranno mai a Lei, e se ci saranno proteste potrà sempre scaricare il barile della responsabilità sui mercati o sull’Europa. Le si chiederà soltanto di presentarsi bene, di distrarre il pubblico per qualche minuto, di interpretare spiritosamente il personaggio del giovane politico: tutte cose per niente difficili (guardi Tony Blair!) e che Lei sa già fare bene. Piuttosto: come va con l’inglese?

* * *

Cara donna Mestizia,
dopo il mio arresto in seguito a note, recenti disavventure politico-giudiziarie, ho trovato modo di leggere, scrivere, riesaminare criticamente il mio passato, fare esercizio fisico, seguire una dieta più sana, astenermi dalle droghe, dall’alcool e dal telefono cellulare, evitare lo stress, vestire con sobrietà, frequentare le funzioni religiose e accostarmi ai sacramenti. Sono dimagrito venti chili, dormo come un bambino e frequento persone interessanti come il mio compagno di cella “Peppe er Filosofo”, un ex rapinatore che attualmente divide le sue giornate tra lo studio dei presocratici (in cella) e il libero dialogo filosofico (nell’ora d’aria). Ieri, mentre facevamo due tiri a pallone, Peppe mi ha proposto un interessante quesito: “’A’ Batmane, secondo te semo più libberi noi o quelli de fori?” Non ho saputo rispondergli. Lei che cosa mi suggerirebbe di replicargli?
Le mie prigioni

Caro Le mie prigioni,
provi a rispondere così al Suo amico “Peppe er Filosofo”: “Siamo più liberi noi qui dentro perché al contrario di quelli di fuori, non facciamo quello che ci pare.” Mi faccia sapere che cosa Le replica Peppe, e buona vacanza.

* * *

Cara donna Mestizia,
dopo lunga assenza, sto facendo visita ai luoghi della mia giovinezza. Pochi giorni fa mi sono recato al mercato di abiti (lo chiamano, chissà perché in lingua straniera, “outlet”) sorto di recente là dove c’era una chiesetta di campagna che fu cara a molti amici miei, e mi sono mescolato alla grande folla che lo percorreva. Ben presto ho capito che nonostante l’eccitazione e il brio che pareva animarli, quegli uomini erano affannati e oppressi. La loro tristezza mi ha mosso a compassione, e uscito nel vasto parcheggio, sono salito sul cassone di un camioncino e ho iniziato ad ammaestrarli. Quando attorno a me si sono radunate circa cinquemila persone, ho tenuto loro lo stesso discorso che tempo addietro, in una località collinare, aveva riscosso un notevole, duraturo successo di pubblico e di critica. Poi, visto che era ormai ora di desinare e la folla aveva fame, ho chiesto agli astanti più vicini se avessero qualcosa da mangiare. Dalla borsa della spesa di una signora sono uscite due confezioni di bastoncini di pesce Findus e cinque pacchetti di crackers. Stavo distribuendoli tra la folla quando è sopraggiunta di gran carriera, con la sirena accesa, un’automobile che si è fermata davanti a me. Ne sono scesi due poliziotti in divisa grigia con una fiamma gialla sul berretto che in tono intimidatorio mi hanno chiesto: “E lo scontrino? Lo fai lo scontrino?” Quando ho replicato che non sapevo cosa fosse questo scontrino, m’hanno chiesto se facevo il furbo, m’hanno fatto salire sulla loro automobile e mi hanno portato in caserma “per accertamenti”. Quando poi hanno scoperto che non ho documenti, hanno fatto una faccia poco incoraggiante. Sinora non mi hanno maltrattato, ma Le confesso che ho paura. Lei dirà che mi preoccupo per nulla, ma in passato ho avuto delle brutte esperienze con la legge, e comincio a temere che finisca male.
Emanuele 2012

Caro Emanuele 2012,
in effetti questo non è il momento più indicato per fare gli sbarazzini con le imposte e le tasse, ma non tema: con il fiscalista che Le presenterò, neanche Equitalia riuscirebbe a inchiodarLa. Piuttosto, vedo che Lei ha una personalità carismatica. Invece di sciuparla in queste vendite ambulanti, non sarebbe meglio metterla a frutto nel mondo dello spettacolo? Se non conosce l’ambiente, io potrei introdurLa e rappresentarLa (percentuale d’uso). Mi scriva in privato allegando dettagliato CV.

Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...



venerdì 12 ottobre 2012

Sugli operai che sfidano il cielo ci siamo interrogati qui: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.it/2012/10/perche-gli-operai-sfidano-il-cielo-in.html  . E dei sindaci che dire? E  in particolare del sindaco di Piombino? Parliamo di Gianni Anselmi, novello Peppone senza  Don Camillo di scorta, arrampicatosi  martedì  in cima  al capannone della Lucchini.
Se ne occupa oggi l'amico Gordiano Lupi,  poliedrico  piombinese  DOC. Buona lettura. (C.G.)



Gianni Anselmi, il sindaco scalatore
di Gordiano Lupi




Gianni Anselmi lo conosco bene. Eravamo entrambi più giovani e frequentavamo i campi di calcio, lui come centrattacco dell’Unione Sportiva Piombino, io come arbitro. Andava meglio a entrambi, se non altro perché avevamo trent’anni di meno, forse anche trentacinque. Adesso abbiamo entrambi problemi più seri di un gol in fuori gioco e un fallo tattico, soprattutto lui che è diventato sindaco di Piombino, incarico che svolge con passione e competenza. Gianni Anselmi non è un esibizionista. Non ama i riflettori puntati su di sé. Ma se c’è da parlare e da agire in difesa della sua città non esita un istante a farlo. Mi ha fatto un gran piacere vederlo su quel capannone Lucchini a difendere i diritti degli operai e la speranza di lavoro di un’intera città. Mi ha fatto ancora più piacere, che dopo le vesti di scalatore abbia indossato quelle di pompiere per dire agli operai: “Ragazzi, calma. Ci sono qua io. Parlerò a Roma dei vostri problemi. Non facciamo cose che potrebbero metterci in cattiva luce”.

Gianni Anselmi ha ottenuto quel che voleva: mettere il dito sulla piaga, far cadere l’attenzione nazionale sul problema Piombino, che non sarà ai livelli di Taranto, ma resta un problema grave per molte famiglie. Lasciamo stare se sarebbe più opportuno optare per il turismo e fare una scelta radicale, non ha importanza stabilire se la strada della conservazione della fabbrica sia davvero il bene di Piombino. Non è compito mio, piccolo scrittore di provincia che ama la sua città quanto il suo sindaco, e che vendendolo in televisione mentre saliva sul capannone Lucchini ha commentato: “Bravo Anselmi!”.
Il mio “Bravo Anselmi!” lo dico ancora più forte, perché non siamo sempre stati d’accordo su tutto, io e Gianni. Da ragazzi si litigava sui campi di calcio, non troppo perché lui è sempre stato un calciatore corretto, ma i ruoli erano opposti. In tempi recenti abbiamo avuto una discussione su Acciaio, il libro di Silvia Avallone che lui ha vissuto come un attacco a Piombino e io soltanto come buona opera letteraria. Il film ci metterà d’accordo, caro Gianni, perché è una solenne boiata, quello sì un’offesa, ma alla Settima Arte. Pure su Cuba abbiamo avuto qualche discussione, quando vennero in visita a Piombino esponenti del regime ricevuti in sala consiliare. Tutte piccolezze.
Gianni Anselmi ama la sua città, questo è fondamentale. Si vede da come ne parla. Non è un politico qualunque. Lui vuole davvero il bene di Piombino. A chi fa le cose per amore si perdonano gli errori e un eccesso di passione. Per questo oggi sono dalla sua parte. Per dire che mi fido di lui, di quel che potrà fare in difesa di una città che non si rassegna a morire.

Gordiano Lupi 

Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio. Collabora con La Stampa di Torino come traduttore del blog di Yoani Sánchez. Direttore della collana di narrativa latinoamericana Celebres Ineditos di Edizioni Anordest. Ha tradotto i romanzi... [continua qui: http://www.infol.it/lupi/biografia.htm  ] .


giovedì 11 ottobre 2012

Il Diciannovesimo resta  il secolo del mercato, mentre il Ventesimo quello dello stato. E il Ventunesimo? Difficile dire, stando  almeno a  Giulio Napolitano curatore di Uscire dalla crisi, l'interessante  volume recensito  dall’amico Teodoro Klitsche de la Grange (*). Il quale, a sua volta, sembra invece, e  giustamente,  porre l’accento non tanto sulla quantità quanto sulla qualità dell’intervento pubblico.  Un interventismo, se così si può definire,  che dovrebbe richiamarsi a  un  solo criterio:  quello del poco  e  ogni tanto  invece del  troppo  e sempre.   Buona lettura. (C.G.)





Il libro della settimana: Giulio Napolitano (a cura di), Uscire dalla crisi. Politiche pubbliche e trasformazioni istituzionali , il Mulino, Bologna  2012,  pp. 490, € 35,00 -   (recensione a cura di Teodoro Klitsche de la Grange)

http://www.mulino.it/


Questo volume raccoglie il contributo di vari autori (quasi tutti giuristi amministrativisti) che analizzano l’impatto della crisi sul ruolo dello Stato e delle istituzioni pubbliche in generale, Come scrive il coordinatore del volume, Giulio Napolitano, «Ogni grande crisi, infatti, ha un profondo impatto sul ruolo dello Stato e delle istituzioni pubbliche. Basti pensare a quanto accadde con il crollo di Wall Street nel 1992. In tutti i paesi occidentali, vi fu in pochi anni uno straordinario sviluppo dei sistemi amministrativi». Istituzioni pubbliche e sistemi amministrativi «rimasti in piedi per oltre cinquant’anni, e ridotti – o eliminati – dall’ondata liberista» (la quale anche in Italia ha avuto qualche applicazione – spesso distorta). La crisi del 2008 ha «cambiato i paradigmi dominanti negli ultimi vent’anni». L’ampiezza di questa ha costretto gli Stati a intervenire nuovamente nell’economia. Tuttavia la scarsità delle risorse li ha obbligati a varare riforme «tese a ridurre funzioni e costi degli apparati pubblici». In effetti, come scrive il coordinatore, forse è un po’ presto per vederne i risultati, ma comunque, aggiungiamo noi, è utile studiarne le tendenze – oltre al realizzato. Anche perché, come sostiene Napolitano, le risposte alla crisi sono state normative, cioè consistenti in cambiamento di regole piuttosto che in trasformazioni (o innovazioni) istituzionali. Così per nove capitoli sono valutati e approfonditi, a tutti i livelli (nazionale, europeo, mondiale) e per i diversi aspetti (finanziario, economico, assistenziale, previdenziale) le innovazioni messe in opera per uscire dalla situazione critica. Napolitano nel capitolo conclusivo scrive: «Si conferma così, ancora una volta, che le grandi crisi sottopongono a una notevole tensione il sistema dei pubblici poteri, determinando ora semplici fenomeni adattivi, ora complessi meccanismi di reazione, ora organici disegni di riforma. I cambiamenti istituzionali oggi in atto investono sia le frontiere esterne dello Stato sia le sue dinamiche interne, modificando i “termini” del patto costituzionale e gli istituti del diritto amministrativo. In ambito sopranazionale, si affermano nuove forme di cooperazione e mutano gli equilibri tra Unione europea e Stati membri. In sede nazionale, sono ridefiniti i rapporti tra governi e parlamenti e quelli tra organi elettivi e apparati tecnici. I confini tra settore pubblico e settore privato registrano continui avanzamenti e arretramenti». Tutti questi cambiamenti sono tuttavia ben poca cosa rispetto alle capacità innovative della crisi del ’29, che regalò al pianeta – tra l’altro - l’abolizione della repubblica di Weimar e il potere allo NSDAP passato, tra il ’28 e luglio ’32 dal 2% al 37% dei suffragi (e di conseguenza la seconda guerra mondiale,).
Rispetto a quella, le innovazioni istituzionali causate dalla crisi in corso appaiono poca cosa, ma comunque rilevante. Nota il curatore che «Oggi nella gestione a breve termine della crisi finanziaria, il potere esecutivo ha assunto un ruolo preminente in ogni paese, sollevando non pochi problemi in ordine alla possibile alterazione di delicati squilibri costituzionali, La maggior parte delle decisioni relative al salvataggio di istituzioni finanziarie è stata presa in pochi giorni dai governi per far fronte all’emergenza ed evitare effetti di contagio. Ben presto, però, si è resa necessaria l’approvazione di specifici atti legislativi»: il che significa – e conferma – che «l’emergenza» (anche quella) economico-sociale non è gestibile con i mezzi e le procedure ordinarie. Inoltre «Lo scoppio della crisi del debito sovrano ha ulteriormente modificato i rapporti tra organi elettivi e autorità tecniche. Sulle banche centrali si è scaricata una forte richiesta politica per interventi di politica monetaria che consentissero di allentare la presa della speculazione finanziaria sui titoli pubblici»; altre modifiche sono avvenute nei rapporti tra «interno» ed «estero» (nonché pubblico e privato). Le conclusioni sulle prospettive future che ne trae il curatore sono dubbie: mentre la crisi del ’29 si tradusse in una maggiore presenza dello Stato nell’economia, secondo Napolitano non è dato prevedere quale sia – sotto tale profilo – l’esito di questa.
In altre parole ci si pone come previsione di mutamenti la stessa domanda che, mezzo secolo fa, si poneva, in termini di valutazione, Ernst Forsthoff: abbiamo troppo o troppo poco Stato? Cui il giurista tedesco rispondeva che «abbiamo troppo e troppo poco Stato, sempre nel punto sbagliato».
In relazione a tale giudizio se l’intensità della crisi per l’Italia (e non solo) è stata probabilmente amplificata dall’avere troppo Stato dove ne bastava meno e troppo poco dove sarebbe stato necessario ve ne fosse di più, non sembra che la crisi, e il modo com’è stata affrontata, consentirà di risolvere il problema, le cui radici non sono solo economiche e congiunturali.

Teodoro Klitsche de la Grange


Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" ( http://www.behemoth.it/  ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).

mercoledì 10 ottobre 2012

Benedetto XVI 
e la sociologia del soprannaturale



La magnifica  Meditazione con cui  Benedetto XVI  ha aperto i lavori del Sinodo vescovile sulla nuova evangelizzazione, contiene un passo di grande rilevanza sociologica (e ovviamente,  per ricaduta, anche teologica). In particolare Papa Ratzinger, mostra di essere buon sociologo della politica perché pone una questione fondamentale: quella tra potere costituente e potere costituito: «La Chiesa – osserva il Papa - non comincia con il «fare» nostro, ma con il “fare” e il “parlare” di Dio. Così gli Apostoli non hanno detto, dopo alcune assemblee: adesso vogliamo creare una Chiesa, e con la forma di una costituente avrebbero elaborato una costituzione. No, hanno pregato e in preghiera hanno aspettato, perché sapevano che solo Dio stesso può creare la sua Chiesa, che Dio è il primo agente: se Dio non agisce, le nostre cose sono solo le nostre e sono insufficienti; solo Dio può testimoniare che è Lui che parla e ha parlato. Pentecoste è la condizione della nascita della Chiesa: solo perché Dio prima ha agito, gli Apostoli possono agire con Lui e con la sua presenza e far presente quanto fa Lui » ( http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2012/october/documents/hf_ben-xvi_spe_20121008_meditazione-sinodo_it.html  ,   il corsivo è nostro).
Il Papa  ribadisce l'importante  distinzione, condivisa dagli studiosi di scienze sociali,  tra potere costituente e costituito, riconducendola però  all’interno di una visione meta-sociologica,   in cui il potere costituente  rinvia, in primis,  a Dio. Ciò significa due cose: che, dal punto di vista teologico, il potere conciliare (costituente), all’interno della Chiesa (entità costituita) dipende dal volere di Dio; che, sotto l' aspetto sociologico, quando si studia la Chiesa, va sempre tenuta presente l’interazione a tre ( se si preferisce… trinitaria) tra potere costituente, costituito e volere divino. Ora i primi due fattori possono essere studiati empiricamente, il terzo, imperscrutabile, no.  Come risolvere il problema?  Forse si potrebbe ricorrere, per citare il titolo di un eccellente libro di don Luigi Sturzo, a una sociologia del soprannaturale,  fondata sulla fede che anima interiormente ogni cattolico. Il che può appagare il  sociologo credente. Ma può soddisfare anche chi creda in “altre” filosofie sociali, religiose o meno, della storia? E che dire delle fin troppo  prevedibili reazioni  dell'ateo o dell' agnostico?  Insomma, una sociologia (cattolica) del soprannaturale resta legata - crediamo -  alla conversione. Di conseguenza,  come fare buona  sociologia della Chiesa Catttolica recependo al tempo stesso istanze empiriche e teologiche?

 Carlo Gambescia 

martedì 9 ottobre 2012

La libertà  è  un rischio... 
che va sempre accettato



Ieri sera si conversava con un  amico sull’utilità o meno di recensire libri in stile passeggiata tra le rovine. Testi sulla decadenza culturale, politica, economica che, sull’onda della crisi economica, hanno invaso le librerie.
Diciamo subito che la decadenza non è mai assoluta e definitiva: di qui la necessità, per ogni serio studioso, di non forzare in chiave catastrofista gli eventi. In ogni declino, come insegnava un grande filosofo italiano, si possono sempre scorgere i germi di nuove rinascite. Ad esempio, l’idea di impero non è morta con la caduta di Roma. Del resto, il suo diritto civile è ancora oggi studiato e recepito, soprattutto quello civile. Per non parlare dell’eterno lascito della cosiddetta cultura classica.
Perciò che senso  ha  passeggiare compiaciuti tra i resti (o presunti tali) della nostra civiltà,  ignorando, spesso volutamente, ciò che vi è di buono e duraturo   nel  patrimonio culturale dei moderni? E qui si pensi alla libertà di pensiero, mai  compiutamente teorizzata ed estesa a livello collettivo in altre società del passato. Come non ricordare quel monumento alla libertà di pensiero rappresentato dalla Areopagitica di John Milton? Libertà che, in caso di caduta, potrebbe costituire il nostro lascito più importante alle civiltà che verranno.
Certo la libertà di pensiero è al tempo stesso un rischio e una responsabilità: rischio perché c’è sempre chi può approfittarne per fini poco leciti; responsabilità, perché ogni azione implica una reazione su chi la compie e su chi la subisce. Dove fermarsi?  Difficile dire. L'unica cosa sicura è che  il  rischio va sempre accettato, pena la scomparsa stessa della libertà…  Ovviamente, si possono introdurre regole, che tuttavia non riducono i pericoli ma  accrescono responsabilità e rischi   di tutti,   dal momento che ogni regola, in quanto frutto di un' azione  causa   nuove  reazioni, e così via.  La perfezione non è di questo di mondo,  mentre il rischio  lo è...  Sotto  tale  aspetto  la  liquidità delle nostre società, nel senso  di molecole sociali (individui) , che pur rimanendo molto vicine  possono scorrere le une sulle altre, è un portato fisiologico del rischio-libertà. Detto altrimenti: la libertà, se non è  liquida (nel senso dello "scorrimento" interindividuale azione-reazione )  non è più tale.  Prendere o lasciare... Purtroppo.  
Concludendo, in ogni decadenza si nasconde sempre una rinascita… E nella nostra, se di decadenza si tratta,  il senso di un possibile risorgimento è racchiuso nella parola libertà. E i libri sulla decadenza? Massima  libertà, per tutti,  di recensirli  o meno. Anch' essi,  del resto, sono una manifestazione di libertà.  

Carlo Gambescia

lunedì 8 ottobre 2012


Cara donna Mestizia,
Le scrivo a nome di un folto gruppo di Suoi affezionati lettori, accomunati dalla fedeltà alla Sua rubrica e dall’attività professionale. Vengo subito al punto: siamo disperati. Rinviare all’infinito le elezioni è impossibile. Reinsediare un Governo Monti 2 è indispensabile. Monti non si fa candidare. La faccia ce la dobbiamo mettere noi, ma comunque vadano le elezioni, alla Presidenza del Consiglio ci deve andare lui. Come cavarsi d’impiccio? Ci aiuti Lei!
Dieci piccoli indiani

Caro Dieci piccoli indiani,
le cose si risolveranno da sé. Presentatevi onestamente, sinceramente, coraggiosamente agli elettori per quello che siete, e può star certo che perderete tutti, tranne Monti che non si è candidato. Lui vince senza giocare, voi date vita al governo che volete, dunque perdendo vincete. Meglio di così!

* * *

Cara donna Mestizia,
mentre eseguivo un massaggio tailandese a un affezionato cliente, il poveretto, anziano ed evidentemente cardiopatico, è improvvisamente spirato tra le mie braccia. Vincendo un certo imbarazzo ho telefonato a casa del defunto. La moglie ha accolto la notizia con una fermezza e una serenità ammirevoli. Entro un’ora si è presentata nel mio studio insieme al figlio, con l’aiuto del quale ha avvolto il defunto in un tappeto kilim del quale s’era provvista, e, dopo avermi saldato il dovuto più una bella mancia, mi ha cortesemente salutato, lo ha caricato nel bagagliaio dell’automobile e s’è allontanata in direzione dalla zona umida, vanto degli ecologisti locali. E’ da un po’ che ci ripenso, e in questa storia c’è qualcosa che non mi convince. Mi appello alla Sua ben nota perspicacia.
Mani di Fata 2012

Cara Mani di Fata 2012,
La ringrazio per la perspicacia che mi accredita, e della quale anche Lei, grazie alla Sua professione psicologicamente impegnativa, certo sarà ben provvista. Le suggerisco dunque alcuni dati, valutando i quali Lei potrà ricostruire da sé gli elementi mancanti dell’enigmatica vicenda. 1) Crisi economica in corso 2) Età avanzata del Suo cliente 3) Conseguente titolarità di un trattamento pensionistico 4) Perché aggiungere alla perdita affettiva la perdita di un regolare contributo al bilancio familiare?

* * *

Cara donna Mestizia,
non so se Lei si interessi di etologia, ma Le segnalo un insolito fenomeno. Sulla nostra nave (S.S. “Italia”) registro un’inconsueta agitazione fra i topi. Essi infatti paiono dirigersi, zampettando quatti quatti ma di gran carriera, verso le scialuppe di salvataggio. Sono perplesso.
Nocchiero in gran tempesta

Caro Nocchiero in gran tempesta,
giro la Sua interessante segnalazione al mio consulente zoologico, e colgo l’occasione per disdire la mia prenotazione per la crociera “Mare Nostrum”, con imbarco dallo Scoglio di Quarto (GE) nell’aprile 2013.

* * *

Cara donna Mestizia,
nelle tue risposte continuo a vedere un cinismo, un’aridità, una disperazione sarcastica che mi feriscono profondamente. Eppure, un tempo eri piena di gioia, di fiducia, di bontà! Possibile che tu sia tanto cambiata? Che ti è successo? Tuo
A. Custode

Caro A. Custode,
tengo sempre in considerazione il parere dei miei lettori, anche e soprattutto quando si esprime in forma di critica, e dunque non esito a pubblicare la Sua lettera. Però, scusi: perché mi dà del tu? Perché millanta di conoscermi da lungo tempo? Siamo alle solite del fuscello e della trave: Lei mi accusa di avere un’indole sgradevole, quando è il primo ad essere maleducato, invadente e bugiardo.


Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage...

martedì 2 ottobre 2012

Solo  il "metodo Pompei"  può permettersi il lusso di rileggere  "La Scuola di Atene" partendo, diciamo così, dal basso (Archimede),  per poi risalire  fino alle  vette  dell'affresco ( Platone e Aristotele)... Mentre di solito  si fa  il contrario. Per essere più esatti, diciamo che   l'amico Carlo Pompei  si diverte a  rileggere  la storia della filosofia politica e in particolare della democrazia,  puntando su  una  "prospettiva altra".      E che rileggendo... integra...  Come per l'appunto  impone  - e il circolo  si chiude -   il " metodo Pompei".   Buona lettura. (C.G.)


Democrazia o Aristodemoarchia?  
di Carlo Pompei


"La Scuola di Atene" (Raffaello Sanzio, 1509-1510). Nel piccolo  riquadro  in alto, per distinguerlo,  Archimede.



«Ogni corpo immerso in un liquido riceve una spinta verticale dal basso verso l'alto di intensità pari al peso del volume del liquido spostato» è il principio di galleggiamento dei corpi scoperto e formulato da Archimede. Questi, originario di Siracusa, visse in un periodo nel quale la Magna Grecia, dopo la morte di Alessandro Magno, andava sgretolandosi dopo avere avuto nobilissimo passato e pur lasciando splendide vestigia nel sud del Belpaese.
Ne “La Scuola di Atene”, il celeberrimo affresco di Raffaello Sanzio, oltre ai canonici Aristotele e Platone, scorgiamo nel gruppo in basso a destra, Archimede, raffigurato - anche se vi è una diatriba con chi sostiene sia Euclide - accanto alle più grandi menti dell’antica Grecia, ove nacque, tra le altre cose, la democrazia. Il suo principale fautore – Pericle – però, viene definito, tuttora, da alcuni un populista, un sostenitore della demagogia, ovvero l’esatto contrario di chi dovrebbe attuare la democrazia non per il bene comune, ma per il proprio gruppo di potere o aspirante tale. La disputa è più che mai accesa, e noi ci facciamo una domanda: è veramente possibile evitare il baratro demagogico? Probabilmente no. Vediamo che cosa ne pensavano due grandi menti dell’antichità…
La democrazia periclea assunse un valore negativo già nell’accezione aristotelica. Aristotele, infatti, pensava che il potere - e non il governo - del (o al) popolo fosse una degenerazione del consenso di quanti erano riusciti a farsi eleggere. Vi ricorda qualcosa? Andiamo avanti…
Egli distingueva sei forme di “governo/potere”, tre cosiddette “pure”: monarchia, governo di uno su tutti, re; aristocrazia, potere ai “migliori”; la politia (o repubblica) sorta di governo misto, probabilmente il migliore, sempre però a rischio di tramutarsi nello strapotere degli “eletti” per censo o in quello di tiranniche maggioranze popolari. Tre invece le cosiddette forme corrotte, o deviazioni : dispotismo, il re si fa imperatore e tiranno; oligarchia, i “migliori” diventano peggiori e sono definiti “casta” o “élìte”; infine democrazia, il già menzionato ed esclusivo “potere al popolo” che ricorda più uno slogan sessantottino da sommossa di piazza che un governo stabile (Aristotele, Politica, Libri IV-V). A tal proposito - e sotto tale luce - sarebbe bene riesaminare il prima e il dopo della Rivoluzione francese. Ma lo faremo un’altra volta, la carne al fuoco è già troppa. Proseguiamo, pur andando indietro nel tempo.
Platone distingueva soltanto cinque forme. Dalla migliore alla peggiore: aristocrazia, timocrazia, oligarchia, democrazia e tirannia come ultima conseguenza, non del delirio di un monarca – peraltro non contemplato – come avrebbe sostenuto successivamente Aristotele, ma dei comportamenti inevitabilmente demagogici del singolo o del gruppo più importante tra gli eletti dal popolo ( Platone, La Repubblica. Libri VIII-IX). In entrambi i casi la democrazia – ora sulla bocca di tutti – non ne esce benissimo.
Come si può notare l’anarchia non viene neanche presa in considerazione, essendo il frutto di una reazione ad un potere o a un governo; trattandosi di “nongoverno” presuppone un altissimo senso civico dei facenti parte di una ipotetica comunità, la quale non sarebbe neanche più tale, poiché una comunità presuppone un… governo, una guida. O un’autarchia? Buio sempre più buio se il nostro scopo è quello di vivere e lavorare in una comunità di persone civili o “cittadini” (cives).
Siamo quindi nel campo dell’utopia (un non luogo) o dell’esistenza esclusiva finalizzata a combattere qualcosa o qualcuno.
Un esempio grave di anarchia (leggi anche pigrizia politica) è stato dato da quasi tutta la sinistra quando proponeva come unico proprio programma l’antiberlusconismo, anziché proporre una valida alternativa. Un livellamento verso il basso secondo il quale basterebbe dire “lui è peggiore di me” per essere “migliore” di lui. Non è certo questa l’aristocrazia pensata 2400 anni fa. È vero che oggi ci sono molti più parametri da considerare rispetto ad allora, ma, come ognuno potrà facilmente intuire, quello che viene spacciato per pura democrazia è un mix diabolico tra oligarchia e democrazia - in Italia - e monarchia e dispotismo - nel resto del mondo. Che cosa ne penserebbero Platone e Aristotele della democrazia degli USA esportata in Medio Oriente e Africa settentrionale? Meglio non accennare un’ipotesi, non sarebbe pubblicabile, anche perché implicherebbe un discorso legato alla visione del mondo da una prospettiva capitalistica finalizzata esclusivamente al profitto.
La soluzione a tutto questo potrebbe chiamarsi DEMOARCHIA, o, meglio, ARISTODEMOARCHIA, cioè governo (e non potere) nelle mani di “migliori” eletti, sì, ma direttamente dal popolo al massimo in due soli passaggi: il popolo elegge i propri rappresentanti di voto e questi eleggono i (pochi) “migliori”. Schema concettuale che in qualche misura rinvia alla politia aristotelica. Più modernamente, potremmo arrivare a parlare di CCC (Camere Circolari Concentriche): nelle buone Repubbliche, via via che ci si avvicina al centro, i posti a sedere, fisiologicamente diventano sempre di meno e le poltrone scottano sempre di più. Una poltrona non può e non deve essere comoda.
Si potrebbe obiettare che potere e governo sono sempre andati di pari passo, ebbene è proprio questo il guasto: una governante è la padrona di casa? No, è al servizio della casa, ed è pagata, giustamente, per farlo. Non si siede sulla poltrona, la spolvera.
I delegati, deputati, senatori, migliori – chiamateli come volete – saranno realmente responsabili (cioè ritenuti tali) del corretto funzionamento della cosa pubblica. Per intenderci pagati il giusto per eseguire dei compiti, non pagati molto (troppo) altrimenti potrebbero essere facilmente corrotti. Nella corruzione non esiste un tetto massimo al prezzo oltre il quale non sia lecito andare, ma, soprattutto, non esiste e mai esisterà il prezzo dell’etica. L’aristocrazia, infatti, si misura con il metro della virtù morale  non con il conto in banca.
Non a caso le piramidi egizie, maya, azteche, inca, sumere, assiro-babilonesi (ma anche la metafora della Torre di Babele) sono simboli di grandi imperi, spesso tirannici, dove un vertice insisteva (gravava) e veniva supportato da una base sempre più larga e sempre più lontana da quel vertice che, in alcuni casi, tuttora sorregge.A questo punto vi chiederete: “Ma Archimede che cosa c’entra in tutto questo?”. Il suo enunciato ci serviva per andare in Grecia, ma può essere facilmente parafrasato per descrivere l’attuale situazione socio-politica italiana, alla luce dei nuovi scandali. Vediamo.
Ogni politico immerso nei liquidi (soldi) riceve una spinta verticale dal basso verso l'alto, uguale per intensità al peso del volume di “affari” spostato.
Oppure.
Ogni cittadino immerso in una liquidazione coatta riceve una spinta verticale dall’alto verso il basso, uguale per intensità al peso della cartella esattoriale ricevuta.
Sostituite “spinta verticale” con “galleggiamento”, nel primo caso, e con “sopravvivenza”, nel secondo, ed otterrete la spiegazione di molti fatti più o meno recenti.

Carlo Pompei



Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level”.