martedì 24 aprile 2012

Il libro della settimana: Renzo De Felice, Fascismo, pref. di Sergio Romano, Intr. e postfaz. di Francesco Perfetti, Le Lettere 2012, pp. 118. 


Non vi è mai accaduto, mentre siete seduti in poltrona o alla scrivania (oggi desk…), di provare l’irresistibile voglia di abbracciare l’ autore, il curatore, il traduttore, eccetera, del libro che state leggendo? A noi è capitato scorrendo la prefazione di Sergio Romano a Renzo De Felice, Fascismo: aureo volumetto, riproposto dalle fiorentine Le Lettere, che consigliamo di leggere a chiunque voglia avvicinarsi  alla appassionante  e  scientificamente esemplare interpretazione defeliciana del fascismo. Tra l'altro,  mai digerita dalla storiografia azionista e marxista.  Come  per l'appunto   rileva Sergio Romano, scatenando la nostra "voglia di tenerezza": «In una prima fase gli intellettuali progressisti e comunisti furono insospettiti dal suo metodo e dalla minuziosità delle sue ricerche. Per gli usi che la sinistra intendeva farne il fascismo doveva restare un monolite liscio e uniforme, perfettamente orribile e deprecabile (…). Dopo qualche anno, per la verità, si accorsero che il lavoro di De Felice non poteva essere liquidato con qualche battuta polemica. Nessuno storico quale che fosse la sua matrice ideologica, poteva ignorare la qualità, la serietà, la precisione, l’originalità della biografia di Mussolini (…). Il risultato fu una sorta di schizofrenia. (…) Assistemmo così alla singolare anomalia di uno studioso che pubblicava libri presso un editore di sinistra (Einaudi), ma veniva sistematicamente attaccato sui giornali dagli autori della casa editrice».  Fotografia  storiografica perfetta. Ma ecco i fuochi d'artificio  finali: «Con tutte le differenze che corrono fra un regime autoritario e un sistema politico democratico, potrebbe sostenersi che De Felice fu trattato dall’intelligencija antifascista come Croce era stato trattato dal sistema culturale fascista. Non si poteva impedirgli di scrivere e di pubblicare; ma bisognava impedirgli, per quanto possibile, di concorrere alla formazione della pubblica opinione» (pp. 6-7).  Insomma, come sintetizzare meglio di così, per dirla con Noventa e Del Noce, il fascismo degli antifascisti?  Un approccio  fazioso  cui  la storiografia pura di De Felice, scomparso nel 1996,  si oppose frontalmente,  scatenando, per reazione,  l' ira degli antifascisti  e,  a dire il vero, anche quella dei neofascisti, poco teneri verso lo storico che osava  infrangere  incapacitanti mitologie romantiche.
Ma c’è un altro punto degno di rilevo, anzi di “abbraccio” . E, questa volta,  verso Francesco Perfetti, curatore dell’ottima iniziativa editoriale,  quando scrive: «In particolare merita di essere ricordata la conclusione del saggio, laddove lo studioso fa notare come le radici storiche del fascismo non possano essere ricercate soltanto nella tradizione politica e culturale della destra, ma debbano essere rintracciate, anche e assai spesso, in un’altra tradizione, quella di un certo radicalismo di sinistra che nacque e si sviluppò con la Rivoluzione francese. Si tratta di un punto fondamentale - che consente di capire come e perché esistano profonde differenze tra fascismo e regimi autoritari e conservatori classici – sul quale De Felice ha più volte richiamato l’attenzione» (p. 20). Il  radicalismo giacobino è una questione fondamentale, perché   proietta sul fascismo  la  luce spettrale del  modernismo totalitario. Argomento che,  abbracciando anche il comunismo,   rinvia  a quel museo  degli errori-orrori di  famiglia,  inviso   agli storici di  sinistra,  notoriamente dotati di memoria corta, soprattutto verso le proprie pecore  nere, anzi rosse...  Anche perché - cosa di cui si parla poco - il giovane De Felice fu attento studioso di quel   misticismo rivoluzionario giacobino  giunto  in Italia  con  le   armate  napoleoniche.   Insomma, grazie allo studio dei giacobini italiani e alla successiva  lettura delle opere di Talmon e Mosse,    De Felice  si costruì   una sontuosa  "cassetta degli attrezzi". O  detto altrimenti: un apparato concettuale  che gli avrebbe permesso di scandagliare  i più nascosti e inesplorati  fondali del fascismo.
E ora un po’ di “filologia” editoriale: Fascismo, racchiude nell'ordine:  lo studio dal titolo omonimo scritto per l’Enciclopedia del Novecento, uscito nel 1977; un sintetico testo, su "Fascismo e fascismi", elaborato nel 1965-66 per un’ enciclopedia storico-politica, pubblicata in Germania fra il 1966 e il 1972, saggio dal quale De Felice, giustamente, ritirò la firma a causa dei troppi tagli e rimaneggiamenti subiti ( nella Postfazione Perfetti ricostruisce la vicenda in tutti i  suoi,  poco edificanti,  particolari ); infine, una vera chicca: il resoconto di un dibattito romano a tre voci sulla natura del fascismo: anno di grazia 1975. E che voci! Ovviamente De Felice, Anthony James Gregor, teorizzatore del fascismo, anzi dei fascismi come dittature rivolte a favorire lo sviluppo economico rapido (developmental dictatorship), Augusto Del Noce, autore della distinzione -   interna a ciò che egli  definiva  epoca della secolarizzazione -   tra fase sacrale del totalitarismo (fascismo, nazismo e comunismo) e fase profana (l’odierna società opulenta). Come ricorda Perfetti, organizzatore dell’incontro, « si era nel pieno della polemiche innescate dalla pubblicazione della breve Intervista sul Fascismo (…) a cura di Michael Ledeen» (p. 114). Non anticipiamo i contenuti del dibattito. Lasciamo al lettore il piacere di volare alla stessa altezza dei magnifici tre… Accenniamo solo ad alcuni temi defeliciani  discussi in quella sede  dal punto di vista sociologico (Gregor) e filosofico-culturale (Del Noce), cui De Felice, rispose  da par suo: ruolo nel fascismo  dei ceti medi emergenti (quindi un movimento  non composti di soli "spostati..."); distinzione tra fascismo regime e fascismo movimento; differenze tra fascismo e nazismo, eredità rivoluzionaria nel fascismo (il giacobinismo, cui si accennava prima…), consenso di massa al regime dagli anni Trenta fino ai primi anni guerra, e altro ancora. Come esempio del metodo defeliciano, si legga la sua  finissima distinzione tra fascismo movimento e fascismo regime: «Il fascismo movimento è l’autoproiezione di ciò che da varie e diverse parti si sarebbe voluto che il fascismo fosse; ed è  una realtà che cambia continuamente, che non si lascia racchiudere negli schemi di una definizione precisa. È un agglomerato di elementi culturali (consapevoli e inconsapevoli) e psicologici che sono in parte quelli del fascismo intransigente, quello pre-marcia su Roma, ed in parte sono qualcosa di nuovo e diverso, che vuole costituire l’autorappresentazione del fascismo proiettato nel futuro al di là, perciò, di condizionamenti, di paure, della vita di Mussolini. C’è poi il fascismo regime , la realizzazione politica del movimento che tiene conto della realtà sociopolitica con i suoi problemi e con le sue difficoltà. Esso è la politica di Mussolini, il risultato di una politica che tende a fare del fatto fascismo la sovrastruttura di un potere personale, finisce per edificare una costruzione in cui non sempre e non tutto il movimento si riconosce e si ritrova» (p. 94).
Quanto a Mussolini, resta particolarmente incisivo il  giudizio che qui riportiamo,   dal quale si evince, nonostante il consenso, tutta la debolezza del regime mussoliniano. Il passo è piuttosto lungo, ma merita. Scrive De Felice, partendo dagli anni successivi alla crisi del 1924-1925: « Appena poté, Mussolini si liberò degli “intransigenti” (che avrebbero voluto una vera fascistizzazione dello Stato e della società italiana e un rilancio del partito e della milizia come effettivi strumenti e mediatori del potere) e accentrò tutti i poteri nello Stato, senza peraltro riuscire a renderlo effettivamente fascista. Privo di una classe dirigente fascista all’altezza della situazione e di un partito “rivoluzionario”, il condizionamento delle forze conservatrici fu decisivo. Lo Stato si identificò formalmente col fascismo e questo col suo capo, però Mussolini rimase in pratica prigioniero di uno Stato che era sostanzialmente il vecchio Stato conservatore e che - nonostante l’assetto corporativista imposto dall’alto e certi tentativi di espandere l’iniziativa pubblica e il controllo statale - non solo non era in grado di incidere sulla strutture sociali ma si uniformava alla dinamica sociale tradizionale che continuava (sia pure con qualche frizione) a evolversi nella stessa direzione. Sicché il ruolo di Mussolini si ridusse a quello di un mediatore all’interno di un sistema nel quale tendevano a risorgere tutti i vecchi conflitti senza che il fascismo riuscisse a comporli, ma, nel migliore dei casi, solo a comprimerli a vantaggio delle forze economiche più conservatrici, quindi, ad esasperarli. Di un mediatore a cui - per giustificare il suo ruolo - non rimase altra strada fuori che quella - tipica del nazionalismo - dell’espansione nazionalistica e, quindi della guerra intesa come giustificazione dell’immobilismo sociale in atto e come premessa necessaria per un futuro benessere da realizzare non attraverso la risoluzione dei conflitti sociali interni ma a danno di altri popoli» (p. 72).
Tutti sappiamo come andò a finire: un bagno di sangue, dal quale gli italiani,  moralmente, non si sono  più ripresi. Il che però non significa che il fascismo non possa  essere studiato con la massima onestà scientifica.  In sintesi, la grande lezione di Renzo De Felice è tutta qui:  una storiografia libera,  né fascista né antifascista, per uomini liberi.   

 Carlo Gambescia 

lunedì 23 aprile 2012

Quanti e quali  "segreti" può nascondere un  "segretario"? Dipende. E da cosa? Da quanto conta  il “segretario”. E soprattutto  dal  "capo"   a cui  il    "segretario" è subordinato.  E qui -  parliamo del "capo" -  ci potremmo trovare, di volta in volta,  davanti a  un  uomo, un mezzo uomo, un quaquaraquà, per dirla con Sciascia.  Il che però rinvia al “segreto” stesso e al suo depositario principale, furbo o stupido che sia,  proprio come in un’operazione di giroconto… Vi gira la testa?  Mah...  Lasciamo a  Carlo Pompei   il compito di sbrogliare la matassa.  Buona lettura. (C.G.)


Amnesie italiane
Segretari, segretarie e segreti
di Carlo Pompei



La lingua italiana è affascinante: meravigliosa e pericolosa al tempo stesso. Soprattutto per il fatto che contiene parole semplici o composte derivanti dal Latino o dal Greco. Per introdurre il discorso, nel titolo, abbiamo inserito tre sostantivi – o, a meglio vedere, due aggettivi sostantivati ed un sostantivo – i quali, in contesti differenti, possono significare cose dissimili tra loro.
Partiamo dai Segretari (quelli con la S maiuscola). Generalmente, in questo caso, la parola sta a rappresentare il capo supremo di un partito politico. Sopra di lui vi sarebbe soltanto il Presidente, ma, di solito, questa, è una carica di rappresentanza, più che di potere vero e proprio, quindi più che un superiore effettivo si tratta di un “primus inter pares”. Altri esempi di “primo tra uguali” sono il Primo ministro (o Premier) e i Presidenti di Camera e Senato, anche se queste ultime due cariche istituzionali hanno anche funzioni “super partes”. Diverso è il discorso che riguarda il Presidente della Repubblica che è considerato e deve autoconsiderarsi sempre “super partes”, cioè non superiore a tutti, ma al di sopra delle parti. Non è sempre così, ma questo diventa un altro discorso. Torniamo al nostro.
A seguire, quindi, abbiamo le segretarie (con la s minuscola) che sono quelle signore o signorine che possono essere temute dai colleghi, ma che, generalmente, sono trattate abbastanza male dal capo, il quale le ritiene una sorta di propria estensione fisica (quando sono brutte) o altro (quando sono belle). Alcune segretarie particolarmente belle, a volte, si dilettano in innocenti gare di “Burlesque”.
E poi ci sono i segreti.
Ci sono quelli “d’ufficio” richiesti da un magistrato in riferimento a particolari atti di un’indagine in corso: atti “secretati” (appare una C al posto della G) nella fase preliminare del processo curata dal GIP che precede un proscioglimento anticipato o un rinvio a giudizio.
Ci sono quelli “di partito” dei quali sono a conoscenza soltanto i predetti Segretari e una ristretta cerchia (o cerchio magico) di persone.
Ci sono quelli “dell’ufficio” che vanno dal pettegolezzo sulle cornificazioni incrociate tra colleghi a quelli “industriali” su brevetti o listini prezzi da non divulgare (vedere “insider trading” e “aggiottaggio”).
Ma ce ne è anche un quarto tipo: è il presunto “segreto professionale” che le segretarie dovrebbero mantenere per coprire un’eventuale disonestà del proprio capo. Non si tratta di professionalità: si chiama connivenza, cioè l’assistere inerte ad un’azione criminosa.
Talvolta la connivenza può trasformarsi in “concorso” morale o addirittura materiale. È previsto il carcere per tutti i casi descritti, nel caso di mancato rispetto delle regole che, di volta in volta, obbligano a mantenere celato o a svelare il segreto in questione.
Sembra che in Italia lo abbiano dimenticato in molti.

Carlo Pompei


Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level”.

venerdì 20 aprile 2012

I rischi della demagogia
Beppe Grillo 
e le responsabilità della politica



Non è il caso di stupirsi: è una regolarità del politico, teorizzata da Aristotele, quella che  indica  come   rischio principale della democrazia,  di per sé  già zoppicante,    la sua progressiva    degenerazione    prima in demagogia  poi  in tirannide. Perciò le pericolose stupidaggini di Beppe Grillo, che non meritano neppure commento, preannunciano il passaggio alla fase demagogica, preludio a qualche (dis-)avventura politica, che potrebbe far rimpiangere agli italiani Berlusconi e Prodi. E perfino Monti.
Si dirà: ma la situazione è seria, eccetera, eccetera… E allora? Proprio perché seria  va affrontata in nome dell’unità tra gli italiani  e non delle divisioni e dell’odio sociale. E quindi insieme all’Europa e non contro; insieme agli alleati occidentali e non contro;  nel quadro unitario di un’economia di mercato e non contro. Certo, tenendo conto, realisticamente, dei rapporti di forza, che non sono sicuramente a favore dell'Italia. Ma, come insegna Machiavelli, di necessità, cioè restare in Europa,  bisogna fare sempre virtù. Di qui, la scelta praticamente obbligata di  muoversi  nel cono d'ombra della Germania, ma  con l'astuzia della volpe,  visto che manca la forza del leone. 
È ovvio, che avventurieri della comicità politica come Grillo  giochino al tanto peggio tanto meglio, ignorando  le più elementari  regole  di comportamento politico; regole  rispettate da  ogni  serio leader politico:  realismo,  equilibrio, rispetto per l’esperienza storica, comprensione della complessità della vita economica e  internazionale,  diffidenza verso ogni forma di semplificazione e dilettantismo, nonché,  per dirla con Talleyrand,  “surtout pas trop de zèle”.

Monti non ci  piace.  E non  abbiamo gradito  il modo costituzionalmente illineare ( a dir poco...), seguito per imporre la scelta tecnica agli italiani. Parliamo di un governo, di cui, tra l'altro,  non condividiamo alcune scelte economiche e fiscali.  Siamo però altrettanto convinti che l’unità nazionale e la coesione politico-economica  europea  siano  le uniche  strade per uscire dalla crisi. Perciò  riteniamo che,  obtorto collo , ci si debba affidare a Monti.  Occorrono, ripetiamo, grande spirito unitario e senso di responsabilità. Il che, purtroppo, non significa, che la nostra classe politica sia automaticamente all’altezza del compito, e quindi capace di dare  il buon esempio. Qui è il rischio. Ed è proprio su questo terreno scivoloso che Beppe Grillo, da vero demagogo, gioca tutte le sue carte. 

Carlo Gambescia

giovedì 19 aprile 2012

I libri della settimana: Erasmo da Rotterdam, Scritti teologici e politici, a cura di Enrico Cerasi e Stefania Salvadori, Bompiani Il Pensiero Occidentale, pp. CVIII-1934, Euro 40,000; Baruch Spinoza, Tutte le opere, a cura di Andrea Sangiacomo, Bompiani il Pensiero Occidentale, pp. 2832, Euro 48,00.


http://bompiani.rcslibri.corriere.it/

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Nei manuali, anche quelli non scolastici, la storia della filosofia moderna viene tuttora presentata verdianamente come la marcia trionfale di un razionalismo benefico e salvatore. Certo, magari con alcune "piccole" ombre, qui e là, come sfugge talvolta dalla penna di qualche storico: un Pascal che spacca il capello in quattro per poi scommettere sull’esistenza di Dio, un Vico con il torcicollo, un Hegel che gigioneggia con lo Spirito Assoluto del prussianesimo, un Nietzsche che civetta seminudo con Zarathustra, e infine un Novecento interpretato, quando i conti non tornano, come tradimento degli ex chierici della filosofia pura. E che chierici! Si pensi solo a filosofi del calibro di Heidegger, persosi, sempre secondo il Club Amici della Ragione, per sentieri non solo interrotti ma con "affaccio" sul dirupo hitleriano.
Di qui, la necessità di rileggere e attingere direttamente dalle fonti del razionalismo moderno, per scoprire percorsi non sempre così lineari, neppure nei "Padri Fondatori". Una buona occasione è rappresentata dalla bellissima collezione “Il Pensiero Occidentale", ( http://www.libreriauniversitaria.it/libri-collana_il+pensiero+occidentale-editore_bompiani.htm ), diretta da Giovanni Reale, pubblicata da Bompiani, con il concorso della Fondazione “Arnone Bellavite Pellegrini”. Una magnifica collana che da anni mette a disposizione del lettore, ovviamente curioso e intelligente, curatissime edizioni dei classici del pensiero filosofico, con testo a fronte, note, introduzioni. Insomma, tutto quel che occorre a chi desideri lasciarsi alle spalle la piatta manualistica celebrativa e la divulgazione un tanto al chilo per attingere, e direttamente, dalle sempre fresche acque sorgive del sapere filosofico.
Ora, abbiamo qui sulla nostra scrivania, due “must” del pensiero moderno: Erasmo da Rotterdam, Scritti e teologici e Politici e Baruch Spinoza, Tutte le opere. Perché è importante cogliere l’ occasione per leggerli o rileggerli?
Innanzitutto, il primo aspetto che sorprende è la sterminata erudizione, in primis filologica, che farebbe impallidire tanti nostri filosofi contemporanei da talk show. Un sapere però non gratuito. Ma frutto di un vero corpo a corpo con la grande tradizione teologica e religiosa: il cristianesimo per Erasmo, l’ebraismo per Spinoza. Insomma, benché distanti per nascita quasi due secoli - con in mezzo tra l’altro Cartesio - Erasmo e Spinoza intendono la filosofia come lavoro razionale e faticoso sul significato e sull’uso di una terminologia che prima che filosofica è teologica. Dio c’è ancora, e vive e lotta in mezzo ai filosofi: non è morto, e non sta neppure poco bene. Quindi il razionalismo ( o pre-razionalismo nel caso di Erasmo) passa attraverso il filtro di una questione religiosa ancora lontana dall'essere espulsa dal dibattito filosofico e pubblico. Diciamo che Erasmo è sicuramente più vicino a Dio di Spinoza. Il quale invece lo scorge un po’ ovunque, rischiando però di diluirlo nel mondo fino a farlo sparire del tutto. Perciò, chi desideri approfondire questo aspetto, non può non cominciare, per Erasmo, dall’ Elogio dell’insensatezza (pp. 3-205), e per Spinoza, dal Trattato Teologico-Politico (pp. 629-1139).
In secondo luogo, quel che stupisce è la visione della società. E qui non c’è razionalismo che tenga. Perché Erasmo e Spinoza non scorgono nel sociale un prodotto autonomo di una ragione esterna all’uomo, ma un fatto di necessità. Certo, per Erasmo la necessità rinvia a Dio e, di riflesso, al buon principe cristiano che deve attuarne i decreti. Mentre per Spinoza il legame sociale è dettato dalla forza di auto-riproduzione della società stessa. In questo senso, Spinoza è più moderno di Erasmo ( e non è detto che sia un complimento...), dal momento che la sua visione culminerà, una volta caduto il Dio panteista, nella società acefala in seguito enfatizzata da tanta sociofilosofia moderna di impianto spinoziano (qualsiasi riferimento a Toni Negri è puramente voluto...). Chi, qui, voglia approfondire il punto, può partire, per Erasmo da La formazione del principe cristiano (pp. 1203-1451), per Spinoza, dalla Etica Dimostrata secondo l’ordine geometrico (pp. 1141-1623).
Una terza e ultima questione è quella del politico e della sua autonomia. Diciamo che Erasmo e Spinoza ne trattano abbassandolo a fenomeno utilitaristico. Non però nel senso di Machiavelli o più tardi di Croce. Secondo Erasmo, la guerra è inutile perché insensata e produttrice di rovine umane e materiali. E di conseguenza, l’uomo deve comprendere che è suo interesse, o utile, evitarla. Anche per Spinoza, la guerra, pur essendo una realtà innegabile, può essere, anzi deve essere addomesticata, puntando sul contratto e sulla tolleranza. Qualità crediamo più dell’uomo, ossia del "singolo", che dell' "intero" sistema sociale. Di qui, la contraddizione, da alcuni rilevata nel pensiero spinoziano, tra necessità sociale e libertà individuale. Chi voglia approfondire questo aspetto, per Erasmo, può leggere subito Il Lamento della Pace e Utilissimo parere sull’opportunità di muovere guerra ai Turchi (rispettivamente, pp. 1453- 1547, pp. 1549-1657). Per Spinoza, il Trattato politico (pp.1625-1791).
Perciò, come si diceva all’inizio, la marcia verdiana del razionalismo moderno, non è poi così lineare. E si muove, tra Quattrocento e Seicento, lungo i sentieri accidentati di un serrato confronto con le grandi questioni teologiche e religiose ereditate dai secoli medievali. Anzi, si può dire che filosofia e religione in quei secoli sono ancora molto collegate: non si può pensare l’una senza pensare l’altra, anche in opposizione, certo. Sotto questo aspetto resta tuttora interessante la proposta interpretativa di Augusto Del Noce, il quale ha sempre invitato a rileggere il pensiero moderno in modo non monolitico. A suo avviso, nella modernità possono ravvisarsi due linee di sviluppo, esito di due differenti interpretazioni del rapporto uomo-Dio, già presenti nel pensiero cartesiano. La prima linea, segnata dalla consapevolezza, nel Cartesio cristiano, dell’esistenza di un legame di dipendenza del sapere umano da quello divino, quale coscienza dei limiti della ragione umana. Linea che attraverso Pascal, Malebranche, Vico, va dal Cartesio cristiano a Rosmini, per proseguire nel nostro secolo in Maritain e Gilson. La seconda linea, che parte dal Cartesio incensato dall’immanentismo moderno, è invece contraddistinta da un Dio ridotto a puro notaio delle conquiste della ragione umana. Siamo così davanti alla marcia trionfale, almeno secondo i suoi interpreti, di un pensiero razionalista, fondato sulla rigida separazione tra ragione e fede. Linea, che secondo Del Noce, va dal Cartesio filosofo dell’ io pensante a figure come per l’appunto Spinoza, Hume, Kant, Hegel, fino a Croce e Gentile: tutti pensatori rivolti a oltrepassare la religione nella filosofia.
Ed Erasmo? Diciamo che - semplificando - appartiene alla prima linea di sviluppo. Erasmo prepara in qualche modo il terreno da cui germoglierà il Cartesio cristiano. Mentre Spinoza rientra nella linea immanentista. Anche se il suo distacco dal momento religioso e teologico, come abbiamo visto, è abbastanza lento e faticoso. Una ragione in più per leggerlo. Magari alternando Spinoza con qualche pagina di Erasmo. Per poi tornare al delnociano Cartesio con gli occhi rivolti verso la Luce, come il San Matteo chiamato da Cristo del Caravaggio.



Carlo Gambescia

mercoledì 18 aprile 2012

Montesquieu e il finanziamento dei partiti politici






La questione del finanziamento dei partiti è controversa. Una cosa però è certa: il cittadino comune, un povero tartassato, se interpellato, risponderebbe di nuovo no.Diciamo che in materia possono essere individuate tre posizioni.

La prima, i partiti vanno finanziati con risorse pubbliche, perché assolvono una funzione politica di rappresentanza generale.
La seconda, i partiti vanno finanziati dagli aderenti (iscritti, simpatizzanti, elettori, grandi e piccoli), perché, pur assolvendo una funzione pubblica, riflettono ideologie e programmi "sezionali" . Detto altrimenti: di parte.
La terza, i partiti possono ricevere liberamente finanziamenti da tutti: individui, imprese, società, e così via.
Ovviamente, in tutti e tre casi, ci si appella al criterio della massima trasparenza: i partiti, si legge, devono trasformarsi in “case di vetro”. Quindi, in sintesi, personalità giuridica ben definita, bilanci veri e alla luce del sole, controlli legali a più livelli, eccetera.
In realtà, non esiste una formula magica. La corruzione è diffusa ovunque, a prescindere dal finanziamento o meno dei partiti. Non finanziando pubblicamente i partiti, lo Stato sicuramente risparmierebbe, ma non finanziandoli rischia di aprire le porte al potere, certo non disinteressato, delle più diverse lobbies. Il che per alcuni osservatori sarebbe un male, per altri un bene.
Su quest'ultimo punto sospendiamo il giudizio, anche perché crediamo che il problema sia un altro. Bisogna però prenderla da lontano. Secondo Montesquieu, autore de Lo Spirito delle Leggi , anno di grazia 1748, ogni forma di governo ha una natura e un principio. Soffermiamoci su quest’ultimo. Il principio della monarchia è l’onore, o meglio il punto d’onore, come aspirazione a cariche e onori (al plurale), e di riflesso, quale fattore di competizione al rialzo tra gli stessi "apiranti". Nel dispotismo, il principio è la paura. O meglio un clima generale in cui la paura di finire in prigione o uccisi sfocia nella ricerca collettiva ( dal consigliere del despota al suddito) di una servile tranquillità… Infine, nelle repubbliche, soprattutto se democratiche - e veniamo al punto - il principio è la virtù. Nel senso che i governanti fanno dono di se stessi all’ interesse pubblico, rinunciando a ogni forma di egoismo, avidità e indisciplina. Come scrive Montesquieu, se il principio funziona male, e non solo nelle repubbliche, «lo Stato è già perduto».
Ecco, invece di parlare tanto, troppo, di finanziamenti pubblici o privati ai partiti, andrebbe prima recuperato il principio… O no?



Carlo Gambescia

martedì 17 aprile 2012




Morte di un calciatore



La morte in campo del calciatore Piermario Morosini, di appena venticinque anni, dal punto di vista delle reazioni, è uno specchio perfetto. Di cosa? Della nostra "società del benessere": un universo di uomini e donne connotato da un "attaccamento" alla vita che non ha precedenti. Ci spieghiamo meglio: nessuna società storica del passato si era mai occupata del benessere del singolo, in termini di diritti, assicurazioni e medicina sociali, come la presente. E con l’unico scopo di allungare la durata della vita media, per usare un vocabolo caro agli studiosi di statistica.
Non solo vivere più a lungo. Ma anche prolungare, finché possibile, la giovinezza: quell’età della vita in cui si è proverbialmente al meglio delle condizioni fisiche. E con tutti i mezzi, anche della chirurgia estetica, e spesso con quei risultati penosi e ridicoli che sono sotto gli occhi di tutti
Perciò quando muore un giovane atleta, per giunta un calciatore (lo sport più seguito in Italia), l’impatto sociale è massimo: titoloni di apertura, dibattiti, analisi… Non doveva morire, i medici dovevano sapere, eccetera. I clamori mediatici intorno a Morosini dureranno qualche giorno. Ma di certo non a lungo, perché la nostra società è costruita su valori, come dire, vitalistici. Si vive come se non si dovesse morire mai. Di qui, quella volontà sociale diffusa, tesa a rimuovere, costantemente, l’idea stessa della morte. E in particolare della sua “naturalità”: si nasce, si vive, eccetera. Certo Piermario era troppo giovane… Ma come insegnano gli antichi, muore giovane colui che gli dei amano.



Carlo Gambescia

lunedì 16 aprile 2012


Dilemmi weberiani
Vivere per la politica 
o vivere di politica?



Oggi facciamo anche noi un po’ di antipolitica… Ma di lusso, tirando in ballo il caro vecchio Max Weber … Veniamo subito al punto: scriveva il Nostro ne La politica come professione, il politico dovrebbe vivere, stando a quel che dichiara, per la politica. Mentre in realtà, lasciava intuire, vive di politica (Oscar Mondadori, p. 63). Tradotto: il politico invece di dare, nel senso del plusvalore ideale e professionale (precedente all’elezione), prende… Sfrutta la situazione e specula su contatti e relazioni. Si trasforma in "funzionario" , pappandosi laute prebende e - oggi - altissimi stipendi.
Weber, che morì, nel 1920, non era un fascista, ma un liberale, attento osservatore di ciò che uno studioso più a destra di lui, come Pareto, definì la degenerazione della democrazia.
Tra le due guerre mondiali i vari fascismi “smontarono” i parlamenti, sostituendoli con camere corporative, capaci di rappresentare i diversi corpi professionali. Perché si diceva, servono i competenti, non i politicanti. Poi tornarono le democrazie che misero in soffitta il corporativismo. Anche se nei paesi scandinavi, targati socialdemocrazia, si continuò a praticare, quello che i politologi, ancora negli anni Settanta del Novecento, continuarono a chiamare neocorporativismo democratico: una forma di gestione economico-sociale che, pur lasciando le istituzioni parlamentari nelle mani dei politici di professione, praticava una concertazione, spesso prevista per legge, tra le diverse parti sociali e professionali. Si trattava di un corporativismo, che non esautorava il parlamento, ma lo affiancava e in alcuni casi surrogava, stabilendo la cornice sociale ed economica degli accordi entro cui i deputati dovevano poi legiferare.
In Italia, una funzione di questo tipo - però consultiva - avrebbe dovuto svolgerla il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Istituito alla fine degli anni Cinquanta, ma presto divenuto un cimitero di lusso per elefanti politici e sindacali…
Va ricordato che nel dopoguerra la destra missina ha promosso per anni l’ “idea corporativa”. E, per chiunque ne abbia voglia, consigliamo la rilettura dei numerosi fascicoli e rapporti prodotti, soprattutto negli anni Settanta - in effetti sotto l’impulso di Almirante - dall’Istituto di Studi Corporativi (oggi confluito nella Fondazione Ugo Spirito). Dove si ragionava soprattutto di corporativismo democratico, se non alla scandinava, sicuramente in chiave “mediterranea”. Puntando sulla creazione di una camera delle competenze professionali da affiancare a quella politica. Una “camera” capace di fornire indicazioni sulla programmazione corporativa - una volta discussa con i diversi corpi professionali - dei vari indicatori sociali ed economici. Oggi, per attualizzare quei dibattiti, si potrebbe parlare di Pil corporativo. 
Tuttavia l’idea stessa di un neo-corporativismo democratico, anche in termini di pura concertazione informale tra imprenditori, governo e sindacato è stata spazzata via negli anni Ottanta e Novanta e Duemila (soprattutto in Italia, dove però un vera e propria concertazione istituzionale non era mai esistita: quindi pioveva sul bagnato…) dalle cosiddette “rivoluzioni neo-liberiste”… Che hanno finito per incidere anche sulla cultura politica dei post-missini, post-aennini, post-Pdl, e infine post tutto, pure post-corporativismo democratico. Pietoso.
Il caro vecchio Weber aveva ragione. Purtroppo chi vive di politica deve attaccare l’asinello dove vuole il padrone. Pertanto, se la stessa destra neo-fascista che un tempo celebrava e studiava, seppure timidamente, il neo-corporativismo in versione democratica è passata armi e bagagli a un neo-liberismo, tra l'altro alle vongole, figurarsi gli altri partiti, incollati ai propri storici privilegi.
Probabilmente servirebbe gente capace di vivere per la politica. Ma dove trovarla oggi?

Carlo Gambescia

venerdì 13 aprile 2012

Il capitalismo? 
Una automobile da corsa... dai freni difettosi



Spesso coloro che parlano di riforma morale del capitalismo vengono derisi. In effetti, se poi alle parole non corrispondono i fatti, non è facile credere alle “narrazioni” dei nuovi puritani… I quali invocano un capitalismo sobrio, animato da seri e laboriosi produttori e non da avidi e stupidi speculatori.

A coloro che predicano la nascita di un capitalismo sobrio, i derisori oppongono la sua irriformabilità. In primis, perché produrre significa consumare, di qui la necessità di una cultura consumistica: l’esatto opposto della sobrietà auspicata dai riformatori.
La società è un insieme di stili di vita, spesso di un unico stile di vita, che dall’alto progressivamente ricade e conquista culturalmente chi si trova negli strati intermedi e inferiori. Perciò non è detto che uno stile di vita sobrio “in alto”, come auspicano i riformatori, non possa non estendersi “in basso” .
Ma un capitalismo sobrio, privo di consumatori come di merci, le più diverse e “appetibili”, può essere definito ancora tale?
Probabilmente la questione della sobrietà, anzi della “trasmissione” della sobrietà, è uno degli anelli più deboli dell’intero sistema economico. E per una ragione molto semplice. Perché concerne la sua riproduzione economica e sociologica. Sotto questo aspetto il capitalismo ricorda una automobile da corsa lanciata a velocità folle, ma dai freni difettosi. Il rischio principale resta perciò quello dell’autodistruzione.
Va però qui fatta un’osservazione: il capitalismo è un sistema economico, la società un sistema politico e culturale. Ora, la riproduzione economica può dipendere da quella politico-culturale (e viceversa). Perciò, nulla impedisce che quei “freni” possano essere “riparati” anche in corsa. Ciò significa che piuttosto che una riforma morale del capitalismo, occorre una riforma politica e culturale della società, capace di influire - senza pretendere di determinarli - sui meccanismi economici. E qui si apre un’altra questione, determinante per il nostro futuro : esiste oggi una classe politica culturalmente in grado di saltare sull' “automobile” in corsa?

Carlo Gambescia

giovedì 12 aprile 2012


Il libro della settimana: Daniela Bifulco, Negare l’evidenza. Diritto e storia di fronte alla “menzogna di Auschwitz”, Franco Angeli, Milano 2012, pp. 124, Euro 17,00. 


http://www.francoangeli.it/


Talvolta ci sono volumi la cui lettura ricorda l’ attraversamento di un campo minato, in parte per ragioni legate alla preparazione specifica di chi legge, in parte per la "sensibilità agli urti" dell'argomento trattato. Il notevole libro di Daniela Bifulco, Negare l’evidenza. Diritto e storia di fronte alla “menzogna di Auschwitz” ( Franco Angeli ) appartiene senz’altro a questa categoria. Tuttavia, una volta attraversato il campo minato, ci si guarda indietro, tirando un sospiro di sollievo: il pericolo di saltare in aria ormai è alle spalle… E grazie all’abilità dell’autrice, che si mostra capace di affrontare nel modo più pacato e ragionato un tema, per l’appunto, esplosivo. Dove sono in gioco, e in modo contrastante, diritti di espressione e difesa della memoria, ragione giuridica e ragione storico-politica. Insomma, i valori di fondo di una società aperta.
Dicevamo della preparazione: chi scrive è sociologo, mentre Daniela Bifulco giurista. Quindi gli approcci sono differenti. Infatti, dove lo studioso del diritto scorge la necessità di una risposta giuridica al manifestarsi del male nel mondo, una prima volta come Shoah, e una seconda come sua Negazione, il sociologo invece rileva la questione della costruzione sociale del male. Si veda ad esempio, in argomento, l'avvincente libro di Jeffrey Alexander, La costruzione sociale del male ( da noi recensito qui: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.it/search?q=jeffrey+alexander ).
Perciò, se il punto di partenza è lo stesso: la condanna morale del tentativo di negare il genocidio ebraico, diverso è lo "sguardo professionale". Il sociologo reputa il negazionismo, come l’altra faccia, neppure tanto nascosta, della modernità razionalizzatrice: si nega l’Olocausto, invocando come scusa, quella stessa banalità del male che lo avrebbe prodotto.Per contro il giurista scorge solo un vuoto legislativo in ambito penale da colmare E quindi risponde, se ci si passa l’immagine, lanciando la macchina della razionalizzazione giuridica alla massima velocità. Del resto, intorno a quale problema ruota Negare l’evidenza? Chiedersi perché « il diritto si “intestardisce” (…) nel voler – dapprima – fissare per legge il dovere di memoria e, in seguito nel prevedere come reato la condotta di chi osi rivedere i contenuti di quella memoria» (p. 10).
E la risposta, secondo la Bifulco è proprio in quel vuoto politico e culturale che consente al negazionista di semplificare e liquidare la Shoah come una menzogna, provocando la risposta altrettanto semplificatrice del diritto penale. Ma lasciando fare al diritto non si segue un principio pedagogico-autoritario di tipo giacobino ? Quale? Quello che le buone leggi, calate “dall’alto”, d'incanto faranno buoni gli uomini, posti “in basso”. E con un corollario, tutto moderno, veramente inquietante: quello della “motorizzazione” del diritto penale capacissimo di irrompere, più veloce che mai, in campo storiografico, sostituendo il giudice penale allo storico accademico.
Si tratta della stessa bestiale e macchinale volontà di potenza che animò i costruttori dei campi di sterminio? Secondo Bauman il rischio sussiste. Ascoltiamolo: «L’olocausto fu il prodotto specifico dell’incontro tra le vecchie tensioni che la modernità aveva ignorato, trascurato o mancato di risolvere, e i potenti strumenti di azione razionale ed efficiente creati dallo sviluppo della modernità stessa. Sebbene tale incontro sia stato un evento unico e abbia richiesto una rara combinazione di circostanze, i fattori che furono alla sua base erano, e sono tuttora diffusi e “normali”» (Modernità e olocausto, Il Mulino 1992, pp.15-16). E uno di questi fattori moderni potrebbe essere proprio la “motorizzazione” del diritto.
Va onestamente riconosciuto che la Bifulco è consapevole del pericolo: « L’intervento del diritto - osserva - può talvolta produrre, e paradossalmente, l’effetto contrario: gli avvenimenti sono ricondotti tutti sotto un’unica lente legislativa, che livella, parifica, ammassa eventi tra loro assai diversi e lo stesso vale per le condotte incriminabili (negare, minimizzare, banalizzare, giustificare). Il risultato normativo, allora si fa confuso e la memoria , che pure si voleva salvaguardare, ne esce lievemente stordita, vaghe amnesie si sostituiscono al bisogno di un ricordo lucido e le responsabilità, che pure, forse volevano ammettersi risultano fortunosamente sbiadite. Al paradigma della memoria si sostituisce quello dell’amnesia» (p. 76).
Che fare allora? Difficile dire. Uno spunto, purtroppo relegato dalla Bifulco in una nota a piè di pagina, è offerto dall’ottimo libro di Guido Calabresi, Il dono dello spirito maligno (Giuffrè). Testo che, a dire il vero, rimastica, benché con grazia, l'antica Ragion di Stato, modernamente reinventata e posta al servizio del pluralismo: « Il diritto proprio di uno stato pluralista - scrive la Bifulco chiosando Calabresi - dovrebbe quindi evitare, per quanto possibile, di considerare certi ideali o convinzioni, rivendicati da un gruppo, nei termini di idee senza valore dal punto di vista del contesto istituzionale di riferimento (…). Vale a dire che il perdente potrebbe essere più disponibile ad accettare la sconfitta, se il perdere non significasse anche che la società “consideri irrilevante i suoi valori”. Insomma, quando di scena sono “scelte tragiche” la peggior soluzione per un sistema pluralista è quella di dire al perdente: “ La tua metafisica non fa parte della nostra costituzione”. Soluzioni del genere inaspriscono il conflitto sociale nel momento in cui pongono al di fuori dell’orbita costituzionale interessi, tesi e convinzioni invisi ai più». Di conseguenza, conclude la Bifulco, sintetizzando il pensiero di Calabresi, « di fronte a tali conflitti, o scelte tragiche, il diritto deve ricorrere (…) a ponderati “sotterfugi” onde evitare che il senso dell’offesa dei perdenti/esclusi divenga insopportabile» (pp. 108-109, nota 6, il testo tra virgolette alte è di Guido Calabresi ).
Che dire? La Bifulco cita ma sembra non condividere. Del resto - va riconosciuto - un "sotterfugio" può essere inteso sia come espediente per trarre in inganno qualcuno, sia come via per sottrarsi a un pericolo incombente. Servirebbe un diritto virtuoso capace di captare l’eccezione. Questione più sociologica, anzi politica, che giuridica in senso stretto.
E allora? A dire il vero, Negare l’evidenza si muove su un doppio registro. E in fondo, la Bifulco non fa sconti neppure alla propria tesi. Di qui, la capacità, come dicevamo all’inizio, di evitare le mine più pericolose, quelle del colpo su colpo all'insegna del semplicismo ideologico. Anche se, in conclusione, il diritto sembra rassegnarsi al conflitto e subire le ragioni dei vincitori. Ci spieghiamo meglio: la Bifulco è sicuramente consapevole, come nota, che « la pretesa di positivizzare la storia, comprimendone l’essenza nella maglie della rete giuridica, non può che risultare forzata, semplicistica e, con riguardo agli effetti auspicati dal diritto penale, forse illusoria» (p. 111). E nonostante ciò, giustifica la legislazione antinegazionista. Che pur essendo, scrive, «in bianco e nero (…) assai schematica e semplificatoria e, in quanto tale discutibile (…), quando si discorre di fatti che sono costati la vita a molti innocenti , solo perché colpevoli di appartenere a una “razza” diversa, quel bianco e nero è un lusso che ci si può, e forse ci si deve permettere. Almeno fino a quando la comunità politica e il suo humus culturale non riescano ad offrire - o si ostinino a non farlo - una soluzione diversa, migliore, e più partecipata» (p. 116).
La Bifulco sceglie il male minore? O se si preferisce un diritto “motorizzato” come Katechon penalistico? Probabilmente sì. Del resto è possibile darle torto? Soprattutto quando si viene posti dalla storia davanti all' evidenza del Male? E alla necessità di rispondere seccamente con un sì o un no?

Carlo Gambescia

mercoledì 11 aprile 2012


Di questi tempi il solo accenno a un certo pesce d’acqua dolce, fa pensare subito non tanto alla famiglia dei Salmonidi quanto a un’altra famiglia… A dire il vero però, Carlo Pompei,  come suo solito, vola alto. Il giusto, ovviamente. E nel post di oggi, in fondo, il “cucciolo” di trota resta un “cucciolo” di trota… Buona lettura. (C.G.)



L’istinto della “trota”
di Carlo Pompei




Quante probabilità di sopravvivenza ha un cucciolo di uomo nei confronti di un cucciolo di animale in una situazione di abbandono? Rimanendo ottimisti, effettuando calcoli da scommessa calcistica, uno a mille. Le proporzioni si riducono qualora l’animale sia domestico e, quindi, abituato alle attenzioni e alle cure dell’umano di riferimento.Se poi si tratta di un cucciolo di “trota” le speranze si affievoliscono ancora di più, perché si sa, in certe acque è più difficile sopravvivere. Nei prati la situazione non è migliore: la margherita del m’ama-non-m’ama è diventata quella del ruba-non-ruba…
 Lo spunto ci serve per parlare di due cose: dell’istinto (umano ed animale) e di un certo modo di relazionarsi con l’ambiente circostante e gestirlo prendendo posizioni via via differenti, cioè la politica. Avrete già intuito che l’argomento di oggi riguarda gli ultimi scandali (ultimi soltanto in ordine di tempo). La cronaca già la conoscete, passiamo all’analisi.
 L’istinto, dicevamo. L’animale nasce già con una “pseudo-conoscenza”, l’uomo la acquisisce: è impossibile vedere neonati cattivi, mentre un lupo è feroce già all’alba del secondo giorno di vita. L’istinto “animale” nell’uomo si sviluppa tanto più egli invecchia, la chiamano età della ragione, ma non sempre ha significato positivo; nell’animale rimane invariato per tutta la vita.
 L’uomo, poi, per legittimare tutto questo, ha inventato la politica, che ormai altro non è che un modo per combattersi (tra branchi) in maniera “legale”. Ogni combattimento è messo in scena da due fronti che prevedono, di volta in volta, la formazione di alleanze più o meno di comodo (nemico del nemico, etc.). A questi schieramenti vengono dati nomi che rappresentano una contrapposizione cromatica, una posizione fisica in Parlamento e una intellettual-ideologica. Quindi abbiamo rosso contro nero, sinistra contro destra, progressisti contro conservatori. Mentre nei primi due casi si verificano posizioni assolute, poiché astratte o quasi, nel terzo caso si da luogo al fenomeno che spesso genera gli effetti migratori in seno a partiti di segno opposto rispetto a quello d’origine. Perché? È chiaro che se uno status quo mi sta bene sarò conservatore, se non mi sta bene sarò progressista. Da progressista ridiverrò conservatore una volta raggiunto lo status che più mi aggrada.
 È senz’altro una riduzione semplicistica della questione, ma spiega abbastanza bene la naturale tendenza dell’uomo - chiamatelo pure istinto - a divenire ladro. E a volte assassino.

Carlo Pompei


Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level”.

martedì 10 aprile 2012


.Critica delle ideologie 

e ciclo metapolitico



Da quanti anni si discute di crisi delle ideologie? Lasciamo stare… E diciamo pure secoli, perché si potrebbe tranquillamente risalire alla critica di Saint-Simon, tutta imperniata, già all’inizio dell’ Ottocento, sul rifiuto delle astrattezze politiche. Mentre sul piano filosofico si rischia di andare ancora più indietro

In realtà, le ideologie, non sono mai morte, vivono e lottano insieme a noi, anzi, visto che chi scrive è uno studioso, "intorno a noi". E probabilmente esisteranno sempre. Perché sono le stampelle grazie alle quali si sostengono a turno difensori e avversari del “mondo così com’è”. Intanto, possiamo distinguere tre grandi categorie: a) quelle sostenute dai difensori dello status quo; b) quelle impugnate dagli avversari dell'ordine esistente; c) quelle brandite da coloro che predicano il ritorno allo status quo ante. In breve, e nell'ordine: ideologie conservatrici, rivoluzionarie e reazionarie. Abbiamo usato il termine “a turno”. Per quale ragione? Perché resta difficile ricondurre le numerose e varie ideologie nell’alveo di una sola della tre categorie ricordate.
Ad esempio, un liberista, scontento della società attuale, perché ritenuta statalista, ne invoca il superamento. Così come auspica il marxista, per combattere, come dichiara, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Come però non definire il liberista e il marxista rivoluzionari? Il primo vuole instaurare una nuova società integralmente basata sul libero mercato. Il secondo una nuova società comunista libera da ogni iniquità. Due società che entrambi, se interrogati, definirebbero “libere”. Salvo poi, come notava l' amico Carlo Pompei, una volta agguantato il potere, trasformarsi da liberisti e rivoluzionari in conservatori dell'ordine esistente. Oppure, in caso di successiva sconfitta, e perdita del potere, in reazionari, ossia in coloro che rimpiangono il passato e sognano, alla prima occasione di restaurarlo, anche seguendo (e perché no?) modalità rivoluzionarie.
Ecco il punto: la “battaglia delle ideologie” rinvia a una precisa costante del politico, o meglio metapolitica: conservazione-rivoluzione-conservazione-rivoluzione. Ma esiste anche un ciclo "minore": conservazione-riforme-conservazione-riforme ; un sub-ciclo che si sviluppa grazie all'intelligente innesto di costumi nuovi su tradizioni antiche. In genere, il riformista è un ex: un rivoluzionario, un conservatore, talvolta addirittura un reazionario, che da "pentito" rifiuta gli eccessi. Per tornare al tema iniziale, la critica delle ideologie, di regola, riflette il momento della conservazione del potere (di qualunque origine), perché rivolta a demolire le posizioni ideologiche opposte, in quanto, come sempre si legge, astratte e lontane dal risolvere i problemi concreti della società esistente...
Ciò spiega perché chiunque si ostini a parlare di crisi delle ideologie finisca sempre per celebrare, in chiave conservatrice, il presente, sposando, suo malgrado (se in buona fede..), una posizione, comunque, ideologica... In genere, il critico delle ideologie ignora ( o finge di ignorare) il ciclo metapolitico conservazione-rivoluzione-conservazione-rivoluzione. Ma lo stesso si potrebbe dire delle tesi sostenute da reazionari e rivoluzionari. Il reazionario, dopo la vittoria, si trasforma in conservatore, come del resto accade al rivoluzionario e al riformista, entrambi attenti a celebrare e conservare le conquiste della rivoluzione e delle "stagioni riformiste". E così via… Per le stesse ragioni resta molto difficile credere nella romantica vittoria di rivoluzioni conservatrici, capaci di porre fine, magari con il ferro e con il fuoco, al ciclo metapolitico. Ciclo, la cui forza ricorda quella di gravità. Certo, l'uomo, da sempre, mostra di subire il fascino delle sfide... Di qui, l' umana volontà di vincere l'effetto di gravità, anche del ciclo metapolitico. Ma a quale prezzo?

Carlo Gambescia

venerdì 6 aprile 2012

Giochi di "società"

Chi comanda in Italia?



Oggi facciamo un gioco sociologico. Nulla di approfondito. Quattro chiacchiere tra amici. Il tema però è serio: chi comanda in Italia? Diciamo innanzitutto che comanda il gruppo organizzato. Ma come - qualcuno si chiederà - nel Bel Paese dell’Individualismo il gruppo ha la meglio sul singolo? Sì. Piccola premessa, ragioneremo per “entità collettive”. Sarà poi il lettore a “riempire” le “caselle” con nomi e cognomi. E ora entriamo nel merito.
La Mafia, il più grande gruppo organizzato, comanda, e in modo capillare, dovunque riesca ad infilarsi. Ma comandano anche la Banca che, tenendo i cordoni della borsa, impone la politica economica; il Sindacato che controlla reticolarmente, e in modo ferreo, il mondo del lavoro; la Magistratura che solo aprendo un'indagine può innalzare o far cadere nella polvere chiunque. E allora i Partiti, la Grande Impresa, i Mass Media? Diciamo che prendono ordini. Proprio come Polizia, Carabinieri e Forze Armate Quanto alla Chiesa Cattolica, dispiace dirlo, sociologicamente, segue la corrente: si accontenta di restare a galla. E chi dovrebbe istituzionalmente comandare, come il Governo, che fa? Media, impone tasse, magari contrattandole prima, cerca di far rispettare l’ordine pubblico e di restare fedele alle alleanze internazionali. Media, ripetiamo, ma non comanda: si chiami Napolitano-Monti, Berlusconi, Bossi, Prodi, Bersani, eccetera. Insomma, il Governo assomiglia alla Chiesa: cerca di tenersi a galla, vivacchia... Dimenticavamo: la Piccola-Media Impresa? Dipende dalla Banca. Come del resto la Grande Impresa. Per inciso - scusandoci per la caduta di stile - il famoso Popolo delle Partite Iva non ha mai contato un cazzo...
Il che spiega, crediamo, perché Mafia, Sindacato, Banca e Magistratura siano, attualmente, i poteri che tutti, invocando le giustificazioni o "derivazioni" ( per dirla con Pareto) più diverse e spesso opposte, desiderano in qualche misura ridimensionare: tutti, nel senso dei poteri dipendenti, sopra ricordati. Ovviamente i quattro poteri supremi (chiamiamoli così), confliggono e/o si alleano tra di essi. E guardano tutti dall'alto in basso. La Magistratura, in concerto con il Sindacato, persegue Banca e Mafia. Banca e Mafia, talvolta si alleano, talaltra si scontrano. Ma anche Sindacato e Banca qualche volta si alleano. Alcune volte la Mafia si infiltra nel Sindacato, nella Banca, nella Magistratura. E così via. Banca e Mafia hanno forti legami internazionali. Il Sindacato meno. La Magistratura non ne ha affatto.
Perciò concludendo, in Italia, comandano Banca e Mafia, più forti all'interno e all'esterno. Chi vincerà - ammesso che desiderino scontrarsi... - la battaglia finale?


Carlo Gambescia

giovedì 5 aprile 2012


Il libro della settimana: Giovanni Borgognone e Martino Mazzonis, Tea Party. La rivolta populista e la destra americana, I libri di Reset, Marsilio 2012, pp. 160, euro 12,00.

www.marsilioeditori.it



Negli Stati Uniti, ma non solo, il termine populismo ha un significato negativo, spesso teratologico. Si veda per tutti, ad vocem, l'accreditato Urban Dictionary ( http://www.urbandictionary.com/define.php?term=populism ). Eppure, il richiamo al popolo sovrano è parte integrante di tutte le costituzioni moderne, compresa quella americana. Per stabilire una distinzione, diciamo che per il liberal il popolo è chiamato a decidere (scegliere) chi dovrà decidere (di qui, la democrazia rappresentativa), per il populist è il popolo stesso che deve decidere (di qui, la democrazia diretta). Ovviamente, parliamo di differenze, come dire, filosofiche, di massima. Tuttavia, al populismo americano, come evidenziano le tuttora citatissime ricerche di Richard Hofstadter, si rimprovera uno stile politico patologico, una specie di peccato originale: niente mediazioni, niente tolleranza, niente raffinatezze culturali. Il populista sarebbe un uomo-contro che scorge continuamente complotti e nemici, in particolare a Washington e nei consigli di amministrazione delle grandi società per azioni. Insomma, un isolazionista, un razzista e, culturalmente parlando, un becero.
Siamo davanti a una caricatura? In effetti, Hofstadter, da buon avversario del romanticismo politico, non ha mai apprezzato gli estremismi politici ( o quelli che per lui erano tali). Di qui la sua voglia di intingere la penna nell'inchiostro del ridicolo. Per contro, studiosi, meno politicamente corretti, come ad esempio Paul Piccone, hanno presentato il populismo, partendo dagli studi di Lasch e di altri storici, sotto una luce diversa: non come malattia infettiva e contagiosa, ma quale movimento politico giustamente attento alla questione dell’autogoverno locale e della democrazia diretta. Secondo Piccone, il populista, pur essendo nemico di Washington e Wall Street, resta un uomo-per la democrazia, che vuole difendere dai suoi nemici: i burocrati federali e gli affaristi delle grandi corporations .
Ovviamente, abbiamo semplificato, sorvolando sulle sfumature storiche che hanno contraddistinto il populismo americano dall' Ottocento ad oggi. E per una semplice ragione. La dicotomia interpretativa, sulla quale ci siamo dilungati (forse troppo), permette di collocare, magari all'ingrosso, Giovanni Borgognone e Martino Mazzonis, autori di Tea Party. La rivolta populista e la destra americana ( I libri di Reset- Marsilio), tra i seguaci di Hofstadter e dell'approccio teratologico. Il che non significa che il libro non sia degno di lettura. Tra l'altro, di Borgognone, studioso di storia americana, ricordiamo un ottimo volume su Burnham. Tuttavia, il lettore simpatizzante dei tea partiers, come dire, non gioca in casa. E quindi rischia di non trovarsi a suo agio. Piccola citazione, per chiarire lo Zeitgeist del libro: «Nella nuova versione del populismo statunitense rappresentata dal Tea Party, in ultima analisi, la questione centrale era il rifiuto del sistema economico e politico vigente. Il fattore chiave che determinava questa situazione era la percezione che le grandi istituzioni, tanto quella governative quanto quelle private, si fossero oramai rivelate fallimentari nel tentativo di affrontare le nuove sfide, che fosse peraltro in corso una fase di declino dell’egemonia economica americana a livello internazionale e che fosse ancora più in declino la posizione del cittadino comune statunitense di fronte al governo del proprio paese.». I Padri Fondatori, continuano Borgognone e Mazzonis, tentando di calarsi, certo da par loro, nella mentalità dei tea partiers, « avevano insegnato che ogni forma di oligarchia politica ed economica era contraria allo spirito americano: in quanto aristocrazia “artificiale”, infatti, rappresentava la minaccia di un’influenza maligna dell’Europa da cui si sarebbe dovuta preservare la vita del nuovo continente. Nel Vecchio Mondo vigeva il “governo dei lupi sugli agnelli”, mentre un tratto essenziale dell’ “eccezionalità” americana era l’autogoverno del popolo, inteso quale fondamentale pilastro in difesa della libertà dall’ingiustizia e dal privilegio. Questo ovviamente era per i tea partiers un insegnamento prezioso e irrinunciabile» (pp. 68-69).
Di qui però, la convinzione che «il populismo dei tea partiers discende da quello di analoghi movimenti novecenteschi di destra, in particolare dall’opposizione al New Deal rooseveltiano». Anche se, proseguono gli autori, « le sue radici sono ancora più profonde e possono essere fatte risalire ad Andrew Jackson (settimo presidente degli Stati Uniti e per molti versi padre del moderno Partito Democratico), il quale ostentò pubblicamente il proprio essere allineato con l’ “uomo comune” contro le oligarchie; alla successiva parabola del People’s Party di fine Ottocento, che, in difesa degli agricoltori del Sud e dell’Ovest, denunciava la corruzione delle élite politiche finanziarie e il pericolo di un generale decadimento morale (…); a Woodrow Wilson, abilissimo nel ricorso a una retorica americanista e localista (contro la burocrazia e l’establishment), anche se nei fatti egli fu il presidente artefice di quell’ampliamento dei grandi apparati federali che pose per certi versi le premesse del New Deal di Franklin Roosevelt». Ciò significa che « i più evidenti antecedenti della rivolta dei tea partiers, come si è detto sono comunque rintracciabili nella variante “di destra” del populismo sorta negli anni della Grande Depressione, quando si diffuse l’ostilità nei confronti delle iniziative per fronteggiare la crisi economica da parte del governo federale, ritenuto colpevole di introdurre il socialismo in America» (p. 111). Le stesse accuse che oggi i tea partiers rivolgono a Obama, usando gli epiteti più coloriti.
Insomma, gli autori escludono, come per gli altri populismi, che il movimento possa giocare in futuro un ruolo positivo nella vita politica americana. Ecco le conclusioni: « Non sembra (…) adeguata quale autentica “risorsa coesiva” la molla anti-politica dei tea partiers. Significativa come si è visto, delle frustrazioni della middle class nazionale ma, proprio in quanto incentrata primariamente intorno a paure derivate dal senso di precarietà dello status socioeconomico, incapace di andare veramente oltre un generico risentimento nei confronti della politica tradizionale, facilmente manipolabile dai poteri organizzati». Viene mostrata grande sfiducia anche sul nesso fra il movimento del Tea Party e i nuovi media: questi ultimi « non sembrano in grado di incidere significativamente su un reale potere decisionale da parte del popolo, autentico senso della nozione di “democrazia” che pare tuttavia confinato nella sfera degli ideali» (p. 149). A dire il vero, si tratta di un giudizio, che Borgognone e Mazzonis estendono anche a Obama e al network politico, culturale e mediatico che ruota ai Democratici, poco attento a «ridare un senso di dignità alle persone».
Ma non è ciò che si propone il movimento del Tea Party? Di raccogliere la protesta dell'ordinary citzen americano, come avvenne nel 1773, contro le vessazioni stataliste? Certo, ora si tratta di Washington e non di Londra. Ma non è la prima volta che nella storia americana ci si appella ad "uso interno" all'episodio del Boston Tea Party. Da ultima, la sinistra studentesca negli anni Sessanta del Novecento contro la guerra del Vietnam (si vedano le belle pagine in argomento scritte da Bairati, americanista troppo presto dimenticato ne Gli orfani delle ragione. Illuminismo e nuova sinistra in America, Sansoni, 1975, pp 65-70). Certo, nel caso del Tea Party il senso di dignità rinvia alla quadricromia, non propriamente progressista, Costituzione-Dio-Famiglia-Proprietà. Ma che c’è di male? Parliamo di una nazione ideocratica in cui Bibbia e Carta costituzionale si intrecciano continuamente. Si pensi ai dotti lavori di Berman, dove si prova l’impatto delle riforme protestanti sulla tradizione giuridica occidentale e quindi anche americana. Anzi, il movimento del Tea Party, per certi aspetti, è fin troppo laico. Il “populista” è un patriota costituzionale, ma in chiave isolazionista. E isolazionismo per molti negli Usa non è una ingiuria… Il "populista" accetta lo stato, ma respinge lo statalismo... Certo, crede nella Costituzione perché i Padri Fondatori, profondamente credenti, vi scorsero trasposti e sublimati i valori cui abbiamo accennato. E, di conseguenza, qualunque violazione o attacco ai "sacri principi" non può non colpire la sua dignità di cittadino-americano, credente, genitore, proprietario-lavoratore. Provocando reazioni. Certo, spesso brusche, forse troppo. Ma la politica è solo di questione di stile?


Carlo Gambescia

mercoledì 4 aprile 2012

Fondo Monetario Internazionale
Christine Lagarde e i bilanci in regola



Le dichiarazioni di Christine Lagarde, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, sulla complicata evoluzione della crisi, evidenziano le contraddizioni in cui incorrono i seguaci dei bilanci in regola a tutti i costi. Ascoltiamola, riprendendo un testo Ansa:
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«L'economia globale sta cercando di emergere dalla più profonda e dolorosa crisi economica dalla Grande Depressione. Ci sono segnali incoraggianti di stabilizzazione finanziaria in Europa. Ci sono segnali incoraggianti negli Stati Uniti in termini di più forte crescita e occupazione. Ma non dobbiamo illuderci: la ripresa e' ancora molto fragile'' mette in evidenza Lagarde, precisando che fra i rischi ci sono ''il sistema finanziario europeo ancora sotto pressione, il debito troppo alto e i prezzi del petrolio, che hanno il potenziale di creare molti danni''. Il direttore generale del Fmi promuove la decisione dell'Europa di rafforzare le proprie difese, il firewall, che aiuterà a fermare il contagio. E afferma: la crescita e' uno degli obiettivi da perseguire. ''Rafforzare la crescita significa usare la politica monetaria a sostegno dell'attività, soprattutto quando non ci sono segnali di inflazione fra i paesi avanzati. Ma significa anche usare la politica di bilancio, dove possibile, per aiutare l'attività. E' vero che molti paesi devono ridurre il debito ed e' vero che molti paesi sono sotto pressione e non hanno altra alternativa che ridurre il deficit oggi. Ma una corsa globale indifferenziata all'austerity si rivelerà controproducente. Paesi come gli Stati Uniti che hanno costi di finanziamento bassi non dovrebbero muoversi troppo velocemente"»( http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2012/04/03/visualizza_new.html_160682537.html )
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Non siamo economisti, ma qui si tratta di senso comune. Semplificando al massimo, di contraddizione, ne rinveniamo una in particolare: parlare di rafforzamento della crescita, senza però gravare sulle politiche di bilancio è un controsenso. Anche perché i tassi di interesse nei paesi avanzati sono a livelli prossimi allo zero, se non sotto. Perciò, se il privato ha paura di investire, perfino con tassi molto bassi, e il pubblico deve restare a guardare, per non appesantire i bilanci, chi investirà? In America e Giappone, dove i tassi di interesse sono ancora più bassi che in Europa, una vera e propria ripresa non si è ancora verificata. Di conseguenza, bilanci in regola e manovre su tassi e fisco, come teorizza il monetarismo più rigido non bastano. In sintesi: si tagliano le spese pubbliche, si controlla la quantità di moneta, si tengono basse le tasse, aspettando che il cavallo-investitore-consumatore beva... Ecco la vulgata monetarista. Detto per inciso, in realtà, nessuno avverte - soprattutto in Italia - la necessità di abbassare le imposte, soprattutto quelle dirette.
Però - ecco il punto, sul quale la Lagarde sorvola - come conciliare tagli fiscali e aumento della spesa pubblica? Dove si prendono i soldi per la crescita della domanda? Tagliando i posti di lavoro? E quindi influendo su una domanda che invece dovrebbe crescere? E che tra l'altro sarebbe colpita da un parallelo e necessario aumento delle imposte indirette…
Come si può capire, la battaglia sui bilanci in regola mal si concilia con altre variabili economiche capaci di favorire la crescita. Di sicuro i tagli, alla lunga, rischiano per un verso di non giovare all’offerta (perché nessuno investe con le fabbriche chiuse ), per l’altro di affossare la domanda (perché il consumatore, impaurito non compra, né risparmia). E qui va registrato un altro fatto: di capitali privati e pubblici in circolazione ce ne sono anche troppi. Sotto questo profilo il sistema gode di livelli di liquidità elevatissimi, impiegati però in operazioni speculative. Problema, quest’ultimo che piuttosto che economico è sociologico, perché concerne la presente composizione sociale delle élite dirigenti dei paesi avanzati, che vede prevalere il pavido percettore di rendite (anche speculative) sull’imprenditore creativo e coraggioso
Sotto questo aspetto, i tagli imposti dalle Borse, dalle Società di valutazione, dalle Banche Centrali e dalle Autorità monetarie mondiali sono frutto di una profonda convinzione, più economica che sociologica. Quale? Che a un certo punto, visto che il mercato è un meccanismo capace di auto-regolarsi, il cavallo berrà. Ma - ecco il punto, sociologico non economico - a un livello così basso di stabilizzazione, da rendere ancora più faticosa la risalita. E non di un pugno di cavalli, bensì di milioni di esseri umani.


Carlo Gambescia

martedì 3 aprile 2012

«Socialismo comunitario». 
Caro Binaghi, 
l’onere della prova spetta a te…



Ammiriamo veramente la grande attenzione, quasi una dedizione, dell' amico Valter Binaghi (nella foto), scrittore e insegnante, verso lo studio dei “massimi sistemi”. E in particolare colpisce la sua sincera volontà di proporre vie d’uscita, confrontandosi con tutti e proponendo spunti sempre interessanti.
Ieri l'altro, partendo da un articolo di Gallino sulla crisi, Binaghi ha introdotto alcuni concetti che meritano di essere discussi, anche se solo per accenni. Ma, per correttezza, lasciamo a lui la parola :
..


«Quel che immagino io è la costruzione condivisa di un’idea di comunità, di giustizia e di sobrietà che le epoche passate non potevano nemmeno rappresentarsi ma che per noi sarebbe tutt’altro che un regresso: una sintesi vitale.In definitiva, quel che sostengo è che autonomia e controllo (anche dei bisogni) sono la strada per la libertà. Ezra Pound diceva che una nazione senza debiti fa rabbia agli usurai. Aggiungo che una sobrietà consapevole fa rabbia agli spacciatori di sogni. E con questo mando a fare in culo politica e pseudocultura degli ultimi quarant’anni, non per tornare agli anni cinquanta ma per togliermi di dosso le sanguisughe che mi uccidono». ( https://valterbinaghi.wordpress.com/tag/socialismo/ )

.)9).



Binaghi parla di «costruzione condivisa di un’idea di comunità, di giustizia e di sobrietà» (primo concetto, ovviamente da scomporre); di «autonomia e controllo (anche dei bisogni)» (secondo concetto), riconducendo la sua proposta nell’alveo ideologico del «socialismo comunitario» ( terzo concetto).

Alcune domande: cosa si intende per «costruzione condivisa»? Un progetto da decidere all’unanimità? A maggioranza assoluta? Qualificata? Semplice? Relativa? E attraverso quali future istituzioni politiche? E quale sarà la sorte delle minoranze dissenzienti, visto che in “natura” sociale e politica esistono tante idee di comunità, giustizia, sobrietà, quanti sono gli uomini. E quale potrà essere il ponte istituzionale tra «costruzione condivisa» e «autonomia e controllo (anche dei bisogni)»? Il «socialismo comunitario»? E, ripetiamo, quale sarà la sorte del non conformista ? Lo si costringerà ad essere libero rieducandolo ? E come? Obbligandolo a frequentare scuole di «socialismo comunitario»? E coloro che rifiuteranno di andare a scuola? Che sorte avranno? Campi rieducativi?
Probabilmente i nostri dubbi nascono da un’antropologia imperfettista e dalla conoscenza - ci si perdoni l’immodestia – delle leggi o costanti del politico. Parliamo di "conoscenza riflessa", frutto dell'intenso studio dei classici del realismo politologico. Il che non implica la negazione del progresso (o del regresso...) nelle vicende umane, ma soltanto la necessità ( in certa misura etica, soprattutto nell'intellettuale di professione, per dirla con Weber), di non eccitare ex cathedra gli animi, scongiurando salti nel buio. Naturalmente, si tratta di una posizione antropologica e cognitiva, totalmente diversa - crediamo - da quella che anima Binaghi. Ovviamente, potremmo essere in errore: nessuno è perfetto. E conosciamo benissimo il rischio che corre ogni realismo: quello di essere usato e trasformato - certo, da altri, più in alto di noi - in egoistica difesa dello status quo. Però, ecco il punto, sul piano dell'analisi teorica l’onere della prova contraria, cioè di provare sulla base di dati storici e politologici l’erroneità del nostro approccio, attento in primis alle modalità isituzionali della trasformazione e alla difesa delle minoranze dissenzienti, spetta a chiunque auspichi il mutamento. O, se ci si perdona la "battutina", il vero e proprio ritorno al bosco. Proprio come sembra suggerire amico Valter Binaghi...


Carlo Gambescia