venerdì 30 dicembre 2011

Chiudiamo l’anno, un anno pessimo per gli italiani, con i versi di Remo Remotti: artista nel senso più ampio e ricco del termine, che non ha bisogno di presentazioni. Roma è l’Italia, l’Italia è Roma? Remotti, novello Marziale, non lo afferma, ma neppure nega. Il suo atteggiamento nei riguardi della Capitale, ricorda quello degli italiani verso la patria: un misto di amore e odio. La Roma scolpita da Remotti è quella degli anni Cinquanta... In fondo, crediamo, visto che siamo nati e viviamo nella "Città Eterna", non molto diversa per mentalità dalla Roma di oggi. O no?
 Buona lettura e (si spera) Buon 2012 a tutti.(C.G.)
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Mamma Roma: addio!
di Remo Remotti


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A Roma salutavo gli amici. Dove vai? Vado in Perù. Ma che sei matto?
Me ne andavo da quella Roma puttanona, borghese, fascistoide, da quella Roma del "volemose bene e annamo avanti", da quella Roma delle pizzerie, delle latterie, dei "Sali e Tabacchi", degli "Erbaggi e Frutta", quella Roma dei castagnacci, dei maritozzi con la panna, senza panna, dei mostaccioli e caramelle, dei supplì, dei lupini, delle mosciarelle...
Me ne andavo da quella Roma dei pizzicaroli, dei portieri, dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli, degli appuntamenti ai quali non si arriva mai puntuali, dei pagamenti che non vengono effettuati, quella Roma degli uffici postali e dell'anagrafe, quella Roma dei funzionari dei ministeri, degli impiegati, dei bancari, quella Roma dove le domande erano sempre già chiuse, dove ci voleva una raccomandazione...
Me ne andavo da quella Roma dei pisciatoi, dei vespasiani, delle fontanelle, degli ex-voto, della Circolare Destra, della Circolare Sinistra, del Vaticano, delle mille chiese, delle cattedrali fuori le mura, dentro le mura, quella Roma delle suore, dei frati, dei preti, dei gatti...
Me ne andavo da quella Roma degli attici con la vista, la Roma di piazza Bologna, dei Parioli, di via Veneto, di via Gregoriana, quella dannunziana, quella barocca, quella eterna, quella imperiale, quella vecchia, quella stravecchia, quella turistica, quella di giorno, quella di notte, quella dell'orchestrina a piazza Esedra, la Roma fascista di Piacentini...
Me ne andavo da quella Roma che ci invidiano tutti, la Romacaput mundi, del Colosseo, dei Fori Imperiali, di Piazza Venezia, dell'Altare della Patria, dell'Università di Roma, quella Roma sempre con il sole – estate e inverno – quella Roma che è meglio di Milano...
Me ne andavo da quella Roma dove la gente pisciava per le strade, quella Roma fetente, impiegatizia, dei mezzi litri, della coda alla vaccinara, quella Roma dei ricchi bottegai: quella Roma dei Gucci, dei Ianetti, dei Ventrella, dei Bulgari, dei Schostal, delle Sorelle Adamoli, di Carmignani, di Avenia, quella Roma dove non c'è lavoro, dove non c'è una lira, quella Roma del "core de Roma"...
Me ne andavo da quella Roma del Monte di Pietà, della Banca Commerciale Italiana, di Campo de' Fiori, di piazza Navona, di piazza Farnese, quella Roma dei "che c'hai una sigaretta?", "imprestami cento lire", quella Roma del Coni, del Concorso Ippico, quella Roma del Foro che portava e porta ancora il nome di Mussolini. Me ne andavo da quella Roma dimmerda! Mamma Roma: Addio!
...E poi ce so' tornato!
Remo Remotti


Per ascoltare "Mamma Roma: Addio!" dalla voce, intensa e tagliente, di Remo Remotti:




giovedì 29 dicembre 2011


I libri della settimana: Roger Scruton, Del buon uso del pessimismo (e il pericolo della false speranze), Lindau, 2011 pp. 232, euro 23,00; Robert Spaemann, Tre lezioni sulla dignità della vita umana , Lindau, 2011, pref. di David L. Schindler, pp. 112, euro 12,00 - 


http://www.lindau.it/

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I libri di Roger Scruton si leggono sempre con interesse. Certo, non è necessario essere ogni volta d’accordo con il poliedrico filosofo britannico, capofila di un conservatorismo intelligente, colto e combattivo… Però è d’obbligo meditarli, come ad esempio la sua ultima fatica: Del buon uso del pessimismo (e il pericolo della false speranze), appena uscito per i tipi di Lindau (pp. 232, euro 23,00 ).
Per quale ragione è un testo importante ? Perché ruota intorno a una “bussola”, che purtroppo il nostro tempo sembra avere smarrito. Parliamo del “senso del limite”, ossia di quella capacità, oggi perduta, di capire che esiste un punto di non ritorno morale, superato il quale, individuo e società rischiano l’autodistruzione.
Quali sono i profeti, vecchi e nuovi, di un mondo privo di limiti morali? Gli «ottimisti senza scrupoli », definizione che Scruton riprende da Schopenhauer, senza però sposare la cupa visione del pensatore tedesco. «Gli ottimisti senza scrupoli credono che le difficoltà e i disordini dell’umanità possono essere superati con una correzione su vasta scala: è sufficiente concepire un nuovo modo di organizzarsi, un nuovo sistema, e le persone si ritroveranno liberate dalla loro temporanea prigione in un mondo fatto di successi (…). La speranza, nella loro disposizione mentale, cessa di essere la virtù personale che mitiga dolori e problemi, insegna la pazienza e lo spirito di sacrificio, e prepara l’anima all’agape. Piuttosto, diviene un meccanismo per trasformare i problemi in soluzioni e il dolore in esultanza, senza fermarsi a studiare tutte le prove accumulate nel tempo sulla natura umana, le quali testimoniano come l’unico miglioramento che rientri nel nostro controllo sia il miglioramento di se stessi» . Scruton, insomma, si riferisce agli utopisti: dal comunista rivoluzionario al riformatore radicale di origine borghese, nonché, da ultimi, i cosiddetti trans-umanisti. Tutti insieme convinti di poter costruire un uomo nuovo (magari proprio un cyborg…), capace di superare se stesso e i limiti imposti da un’antropologia e da una sociologia, che da secoli, descrivono giustamente l’uomo-come-è: un impasto di bene e male, di razionale e irrazionale. L’esatto contrario dell’uomo-come-deve-essere, immaginato dall’ « ottimista senza scrupoli» .
Semplificando, diciamo che Scruton è invece un pessimista pieno di scrupoli… Perciò nel libro si sezionano, e attentamente, le fallacie o errori in cui incorrono utopisti, radicali borghesi, maniaci del progresso, ma, paradossalmente, in qualche caso, anche i nemici del progresso, come i fondamentalisti islamici. Veri e propri “tic” che sintetizziamo così: la fallacia della migliore ipotesi (“La sconfitta non è nella nostra agenda”); la fallacia del nascere liberi (“La società è il male, perciò va cambiata se non abolita”); la fallacia utopica (“I fatti ci danno torto, tanto peggio per i fatti”), la fallacia della somma zero (“I ricchi si arricchiscono sempre alle spalle dei poveri”); la fallacia della pianificazione (“Non ci sono limiti all’uso applicato dell’intelligenza umana); la fallacia dello spirito del tempo (“È il progresso bellezza!”), la fallacia dell’aggregazione (“L’uomo deve essere educato alla libertà, anche in modo dispotico”).
Insomma, Scruton ci ricorda che siamo davanti a un mix ideologico, altamente tossico. E per una semplice ragione: perché, in fondo, ogni fondamentalismo (progressista e antiprogressista), ha un comune denominatore: quello di calpestare le condizioni che rendono possibile la libertà morale dell’uomo. In certa misura, assenza e sovrabbondanza di limiti finiscono, allo stesso modo, per annullare il senso di responsabilità dell’uomo. Fermo restando che non possono essere azzerati. Pertanto, l’equilibrio è a metà strada: forse verso la parte in salita, quella dei doveri, piuttosto che in discesa, inseguendo a perdifiato i soli diritti… Infatti, come nota giustamente Scruton, «una società libera è una comunità di esseri responsabili, vincolati da “leggi di simpatia” e dagli obblighi dell’amore famigliare. Non è una società liberata da qualsiasi limite morale, poiché ciò sarebbe esattamente l’opposto di una società. Senza limiti morali non ci possono essere cooperazione, devozione famigliare, prospettive a lungo termine, speranza di avere un ordine economico, tanto meno sociale».
Sotto quest’ultimo aspetto il libro di Scruton si “sposa” bene con quello di Robert Spaemann, il grande filosofo cattolico tedesco: Tre lezioni sulla dignità della vita umana , anch’esso edito da Lindau nella stessa bella collana “Biblioteca” ( pref. di David L. Schindler, pp. 112, euro 12,00).
Anche Spaemann “batte” sulla questione del limite, toccando un aspetto, oggi tabù per certa intelligenza progressista, come quello della morte cerebrale. Il filosofo contesta che la morte del cervello sia in effetti anche la morte dell’essere umano. Spaemann ci mette in guardia contro le ipocrisie scientiste. Che, in un mondo ritenuto preventivamnete privo di limiti morali, invece ne impongono altre, mascherandole da oggettive verità scientifiche. Mentre in realtà, scrive, citando due giuristi tedeschi (Ralph Weber e Wolfram Höfing), « il criterio della “morte cerebrale” è adatto soltanto a dimostrare l’irreversibilità del processo di morte e quindi a fissare un termine al dovere del medico di curare per tentare di ritardare l’evento». Dal momento che siamo davanti a « un essere umano morente, ma ancora in vita, ai sensi della Costituzione [ della Repubblica tedesca, art. 2, II, 1 99]». Perciò «i pazienti cerebralmente morti, vanno considerati correttamente moribondi, quindi persone vive in uno stato di insufficienza cerebrale irreversibile».
Tutto ciò significa, conclude Spaemann, che «dopotutto quello che è stato detto, per chiunque sia ancora dubbioso si applica, secondo Hans Jonas, il principio In dubio pro vita. Lo stesso Pio XII dichiarava che, in caso di dubbio insolubile, si può ricorrere alle presunzioni di diritto e di fatto. In generale sarà necessario presumere che la vita permane» .
E stare dalla parte della vita, significa, anche per Scruton, essere dalla parte delle cose come sono, senza utopismi o furbi nominalismi: «Invece che perderci in speranze irreali, nota, dovremmo quindi riflettere ancora sulla nostra natura di creature stanziali e negoziatrici, e tornare al compito che abbiamo a portata di mano, che è quello di guardare alla nostra attuale condizione con ironia e distacco, e capire come vivere in pace con ciò che abbiamo».
Detto altrimenti, ritrovando il senso del limite.


Carlo Gambescia

mercoledì 28 dicembre 2011

Le liberalizzazioni di Monti 
Pagherà il consumatore…

Monti ritorna alla carica con le liberalizzazioni. Il che suona come una presa in giro... Si legge di "taxi, farmaci, ordini professionali, soprattutto servizi pubblici e trasporti locali, strade, servizi postali e energia, a partire dal gas e dalla benzina". Ecco i settori che potrebbero essere "aperti alla concorrenza" nelle prossime settimane. Si parla, infatti, di un provvedimento governativo entro metà gennaio.


Queste misure rilanceranno un’ economia già entrata in recessione? No. E per due ragioni.
In primo luogo, perché il liberismo “applicato”, visto che si parla sempre (e tanto) di "aprire alla concorrenza", dovrebbe prima riguardare le condizioni generali della concorrenza stessa; come dire: ex ante. E quindi la necessità di cominciare dall’alto, ad esempio dalle grandi banche e non dai tassisti… Ma con un banchiere al Ministero dell’Economia sarà molto difficile.
In secondo luogo, ed è la ragione più importante, perché le liberalizzazioni varate negli ultimi venti anni hanno solo prodotto ciclopici aumenti di prezzi e tariffe, come ha dimostrato la recente indagine dell’Ufficio Studi CGIA di Mestre (*), peraltro ignorata dai media, di cui pubblichiamo l’interessante tabella riassuntiva.
Insomma, liberalizzare, in un contesto, come quello italiano, dove la concorrenza non esiste, significa favorire automaticamente i cosiddetti poteri forti dell’economia. Poteri, sui quali si dovrebbe invece intervenire ex ante, puntando sull' introduzione di una seria legge antimonopolistica (*), capace di colpire i "pesci grossi". Dal momento che le liberalizzazioni ex post rivolte a colpire i soli "pesci piccoli", si traducono in pesanti aumenti ai danni dei consumatori... Ma quale crescita! Ma quale "Fase 2"! Monti ci sta prendendo in giro. E Napolitano con lui.
Carlo Gambescia

martedì 27 dicembre 2011

La scomparsa di Giorgio Bocca





Con Giorgio Bocca, scomparso il giorno di Natale, muore un "pezzo" di storia del giornalismo italiano. Negli anni Settanta del secolo scorso, chiunque cominciasse a leggere i quotidiani, non poteva non avere come punti di riferimento Bocca e Montanelli, l' altro "pezzo" storico del giornalismo italiano, mancato nel 2001. Due giornalisti politicamente diversi ma liberi. Non per nulla Bocca e Montanelli sono dietro due quotidiani, poi divenuti influenti, sorti proprio in quegli anni: “La Repubblica” e “il Giornale”.
Qual è la lezione di Bocca? Molto semplice (a parole…): ogni giornalista deve essere libero di cambiare idea. E quindi anche di contraddirsi. Ovviamente sulla base di un libero convincimento basato (e maturato) sui fatti. Insomma, il contrario di quel che sosteneva Lenin...
Proprio per tale ragione Bocca e Montanelli fondarono due giornali, come dire, su misura: liberi, critici e indipendenti. Almeno fino alla "discesa in campo" del Cavaliere. E così, dopo aver cambiato giudizio sul personaggio, si ritrovarono insieme in prima linea contro Berlusconi. In un Paese, dove oggi, proprio i giornalisti più giovani, sembrano essere interessati a vendersi al miglior offerente. Magari vantandosene pubblicamente…
Perciò Bocca non ha fatto scuola ( e ovviamente anche Montanelli...) .
Sit tibi terra levis.

Carlo Gambescia

venerdì 23 dicembre 2011

Di nuovo sul fisco spione



Visto che i media non ne parlano, e se vi accennano ne parlano bene, allora dobbiamo tornare di nuovo sull’argomento. Di che si tratta? Della cancellazione del segreto bancario, inserita nel decreto salva-Italia… Altro che liberalismo, siamo davanti a una misura da Stato di Polizia Elettronica. Per il funzionamento di Serpico, il "Grande Fratello" digitale che frugherà senza alcun ritegno nei nostri conti correnti, rinviamo a un articolo di taglio propagandistico apparso su “Repubblica”: http://www.repubblica.it/economia/2011/12/20/news/serpico_controlli_fisco-26902292/ .
Qual è la differenza, e non da poco, rispetto al passato? Che prima del decreto Salva-Italia, il controllo dei conti correnti scattava solo se sul singolo contribuente era già in corso un controllo. Il che poteva avere pure un senso, soprattutto dinanzi a precise contestazioni da parte del fisco. Non parliamo insomma, come sta per accadere, di solo fumo algoritimico.
Ora invece, grazie (si fa per dire) a Napolitano, Monti e a coloro che hanno votato la misura, tutti gli italiani diventano presuntivamente colpevoli di evasione fiscale. Capito? Invece di prevalere, come in ogni stato liberale di diritto, la presunzione di innocenza, in Italia, da gennaio 2012, prevarrà quella di colpevolezza. Detto altrimenti: saremo tutti in libertà condizionale… Certo, non si dovrà ancora passare ogni giorno dal Commissariato per la firma… Ma le banche e gli intermediari finanziari invieranno, periodicamente, una nota al Cervellone. Documentazione di tutti i movimenti (pochi o tanti, non importa...), di cui il “Grande Fratello” si impadronirà. Dopo di che gli "algoritmi di analisi del rischio" di Serpico individueranno un elenco di presunti colpevoli. E così partiranno gli "accertamenti". Perciò nella migliore delle ipotesi prepariamoci a una montagna di cartelle pazze… Atti perfettamente inutili, dal momento che, come ammette a denti stretti “Repubblica”, «le vecchie lettere del redditometro di qualche anno fa, per dire, avevano incastrato solo 12mila evasori su 75mila cartelle erariali inviate»...
Per fortuna, Serpico potrebbe avere vita breve. E per una semplice ragione: è incostituzionale. Di qui l’ importanza di riportare integralmente il coraggioso articolo di Fabio Perugia apparso sul “Tempo”. Coraggioso, perché finora il resto della "truppa" giornalistica, totalmente embedded (basta fare un giretto su Google), sembra abbia preferito non disturbare i manovratori.

«Serpico, il super cervellone dell'Agenzie delle entrate in grado di monitorare le transazioni economiche di tutti gli italiani, potrebbe avere vita breve. «È incostituzionale», dice il presidente dell'Istituto nazionale della privacy Luca Bolognini. Inserito nel decreto salva-Italia, sarà operativo il 2 gennaio. Ma basterebbe un piccolo ricorso alla Corte di giustizia europea per spegnerlo per sempre. Non a caso lo scorso anno la Germania provò a introdurre un sistema simile e dovette desistere. Il governo era pronto ad «accendere» Elena, la versione tedesca di Serpico, ma i contrasti con le norme sulla privacy hanno indotto i tecnici di Berlino a ritirare la norma. Con Serpico, infatti, «si va da un eccesso a un altro e si rischia uno stato di polizia elettronica. Si invade la sfera privata delle persone - spiega Bolognini - per garantire un ordine pubblico perfetto. L'operazione riesce, ma il paziente muore». Il super cervellone che entrerà in azione non si limiterà a verificare gli estratti conto bancari, ma segnalerà ogni minima transazione. E lo registrerà a priori. «Non puoi mettere sotto controllo tutti perché vuoi scoprire alcuni evasori. Si viola la Carta europea dei diritti dell'uomo e le normative sulla privacy. Vai contro i principi di proporzionalità, di necessità e di non eccedenza. Lo stesso discorso per cui ci sono regole costituzionali e del codice di procedura penale che non permettono di mettere sotto controllo a priori i telefoni dei cittadini». Se i padri della Costituzione si posero il problema delle intercettazioni ma non quello dell'esistenza di una banca dati elettronica, per ovvi motivi, è stata l'Unione europea a dare regole precise in merito. Sistemi come Serpico non sono ammessi. I testi di legge europei in tema di privacy dichiarano illegale il trattamento massivo di dati a priori. Non a caso, l'altro il Garante europeo aggiunto per la protezione dei dati personali, l'italiano Giovanni Buttarelli, ha mostrato la sua contrarietà alla norma inserita nel decreto salva-Italia, invitando il governo Monti a non metterla in atto, anche per risparmiare soldi in tempi di magra. Del resto un articolo del Codice privacy, il numero 14, esplicita: nessun cittadino può essere sottoposto a decisione da parte dell'autorità pubblica che abbia effetti su di lui sulla base di una profilazione di un'analisi automatizzata di elementi che lo riguardano. Ma come si arriverà all'incostituzionalità della norma che introduce il sistema Serpico? Bolognini spiega che ci saranno due vie. «Nel primo caso - racconta il presidente dell'Istituto - la Commissione europea avvierà una procedura d'infrazione nel momento in cui affronterà il tema. Nel secondo caso, al primo contenzioso per l'utilizzo di Serpico sarà interpellata la Corte di giustizia europea che, rifacendosi alle leggi dell'Unione, non potrà far altro che azzerare la norma. E non è detto, infine, che anche la Corte costituzionale in Italia prenda in esame la questione e si esprima contrariamente». Il direttore dell'Agenzia delle entrate, Attilio Befera, difende Serpico dicendo che non sarà un grande fratello, i rischi di intromissione nella sfera privata non sono elevati. Ma le norme di Bruxelles sulla privacy sembrerebbero dire altro». ( http://www.iltempo.it/politica/2011/12/22/1311203-europa_cancellera_sistema_serpico.shtml ).


Insomma, Napolitano, Monti e compagnia cantante, pardon votante, sono liberali, ma solo a parole. Vergogna!

Carlo Gambescia.

giovedì 22 dicembre 2011

Il libro della settimana: Harold J. Berman, Diritto e rivoluzione II. L’impatto delle riforme protestanti sulla tradizione occidentale, il Mulino, pp. 691, Euro 45,00. 

 
https://www.mulino.it/isbn/9788815139436#





Chi è Harold J. Berman? Non è un esame, ovviamente. Ma l’ “attacco” di un post… Alcuni lettori, in prima battuta, potrebbero confonderlo con Paul Berman, l’ autore di Terrore e liberalismo e Sessantotto, puri esercizi di politicamente corretto, da parte di un modesto professore di giornalismo. Niente di che, insomma. L’esatto contrario di Harold J. Berman: professore di diritto per più di trent’anni nella prestigiosa Harvard Law School, e dal 1985, nella Emory University School of Law di Atlanta, sede, tra l’altro, dell’importante Center for the Study of Law and Religion.
Berman, morto nel 2007, quasi novantenne, ha pubblicato 25 libri e più di quattrocento articoli scientifici. E che libri! Non parliamo infatti di un semplice giurista ma di un acutissimo studioso di storia del diritto, e in particolare del rapporto tra diritto e religione. Senza dimenticare, ovviamente, i suoi notevoli contributi alla comprensione del diritto sovietico. Da lui analizzato, quale intreccio di ragioni organizzative e motivazioni ideologiche-educative al servizio di una religione secolare. Si veda in particolare La Giustizia in Urss (Giuffrè, 1965).
Berman, tuttavia, non può essere definito un “compagno di strada”. Anzi… Nel 2005 affiancò, come esperto, Pat Robertson, guru mediatico della Christian Right. E in che cosa? Nella sua battaglia in difesa dei Dieci Comandamenti, quale granitico fondamento del diritto costituzionale dello Stato del Texas… E, più in generale, della stessa democrazia americana: una «Grande Nazione», nella cui Declaration of Independence , come notò Berman, «si invoca giustamente Dio».
E così grazie alla perspicacia editoriale del Mulino, il lettore italiano potrà finalmente fruire del suo "intero" capolavoro: Diritto e rivoluzione. Le origini della tradizione giuridica occidentale, uscito negli Usa nel 1983 e in versione italiana nel 1998 (ristampa, 2006, pp. 581, euro 25,00, di cui abbiamo scritto qui: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.it/2007/02/ilibri-della-settimana-h.html); Diritto e rivoluzione II. L’impatto delle riforme protestanti sulla tradizione occidentale, uscito in America nel 2003 e ora in Italia (pp. 691, euro 45,00).
Perché si tratta di un'opera importante?
Innanzitutto, come abbiamo già notato, Berman insegna che la tradizione dell’Occidente (non solo giuridica), è qualcosa di sociologicamente vivente: «Parte del diritto romano sopravvisse, infatti, nel diritto popolare germanico, e quel che è più importante, nel diritto della Chiesa; anche una parte delle filosofia greca sopravvisse, ancora nella Chiesa; la Bibbia ebraica, naturalmente rimase in vita come Vecchio Testamento… In questa prospettiva non è che l’Occidente sia la Grecia, Roma e Israele, ma ci si riferisce ai popoli dell’Europa occidentale, che guardano ai testi greci, romani ed ebraici in cerca di ispirazione e li trasformano in un modo che avrebbe stupefatto i loro stessi autori». Ecco perché, aggiunge, « un popolo che vive in una società in un determinato periodo» ha «la convinzione che la società stia in realtà crescendo o sviluppandosi, decadendo o morendo». Insomma, sotto la cenere delle morti e rinascite, cova sempre il fuoco dello spirito vitale dei popoli .
In secondo luogo, Berman dimostra che il diritto, proprio perché sospeso tra conservazione e rivoluzione, è storicamente condannato a nascere e rinascere, anche seguendo i percorsi più diversi: «Dopo più di una generazione di lotta e di sommovimento, la Rivoluzione viene a concludersi e si raggiunge un assetto legale che riconcilia la sua visione utopica con alcune delle istituzioni giuridiche che essa aveva inizialmente rovesciato. Con la fine di ogni Grande Rivoluzione, il vecchio e il nuovo diritto si incontrano in un nuovo complesso unitario. La Rivoluzione tedesca mise fuori legge la Chiesa cattolica romana nei territori che vennero ad essere governati da principi luterani e sottomise l’intera giurisdizione ecclesiastica all’autorità secolare; eppure una parte considerevole della sostanza del diritto canonico cattolico romano fu reintrodotta dai legislatori e dai tribunali secolari tedeschi così come dalle corti ecclesiastiche. In realtà, una parte considerevole del diritto di tutti i paesi dell’Occidente, inclusi gli Stati Uniti, è storicamente derivato dal diritto canonico della Chiesa Cattolica romana».
Diritto canonico, di cui Berman, scorge le radici in quella «tradizione giuridica occidentale» formatasi «fra il dodicesimo e tredicesimo secolo sotto l’impatto della Rivoluzione papale, che liberò la gerarchia della Chiesa cattolica romana dal controllo di imperatori, re e signori feudali, e sfociò nella creazione del primo moderno sistema giuridico occidentale, il diritto cattolico romano».
Un diritto, saldamente collegato alla religione. E ciò che conta, a una religione che non era, come oggi, pura questione privata. Il che però, secondo Berman, non significa che ora si debba recuperarne il carattere pubblico in chiave teocratica. «Il presente lavoro - scrive - ritorna a una concezione del diritto pre-illuminista, che combina tutte e tre le dimensioni del diritto - quella politica, quella morale e quella storica. Una tale concezione integrativa del diritto definisce il diritto stesso come un processo equilibrato di ordine e giustizia alla luce dell’esperienza».
In fondo, si chiede Berman, «il diritto - con la D maiuscola è fondato sul comandamento divino di amare Dio e di amare il prossimo, e, più in particolare, di onorare l’autorità, di non uccidere, di non rubare, di non violare le regole morali nelle relazioni matrimoniali, di non “dire falsa testimonianza” di non tentare di privare gli altri dei loro diritti? Gli antropologi - conclude - hanno dimostrato che gli ultimi sei fra i Dieci Comandamenti hanno un riscontro in ogni cultura riconosciuta ».
Troppo facile? Al contrario, troppo difficile. Perché al «riscontro» non sempre corrisponde l’obbedienza…

Carlo Gambescia

mercoledì 21 dicembre 2011

C’è chi spara agli esseri umani, come è accaduto a Firenze, e chi invece si spara e spara tacchi vertiginosi… Segni (l'uno e l'altro) dei tempi (cattivi)? Mah… Lasciamo la parola all’amico Carlo Pompei . Buona lettura. (C.G.)


                                                   Il futuro è nonna?
 di Carlo Pompei


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Roma, dicembre 2011, ore 18. In un negozio di calzature per donna entrano “nonna-madre”, “figlia-madre” e “figlia-nipote”. Dopo un’estenuante (per la nonna sessantacinquenne) mezz’ora abbondante di prove di scarpe dai tacchi vertiginosi da parte di madre e figlia, le due decidono entrambe per un “tacco15-zeppa5”. La più giovane opta per un “vernice rosso fuoco”, la più matura per un “sobrio leopardato”. Totale 330 euro.«A ma’, co’ queste a li piedi, se gireno ancora tutti agguardatte», dice compiaciuta la figlia alla madre. «E a te, co’ quelle a li piedi, te pijeno sicuro ar “grandefratello”», dice rinfrancata la madre alla figlia. Poi, rivolgendosi alla “nonna-madre”, le chiedono - in posa tre/quarti, mani sui fianchi e ginocchio flesso – un parere: «Cheddici, ma’?», «Cheddici, no’?». La “signora” - in confronto alle altre due – scomodamente seduta con evidente imbarazzo su un divanetto bianco trapuntato da medio bordello, commenta lapidaria: «Cheddico? Dico che me parete du’ mignotte!». Giorgia Meloni ha detto che «il futuro è donna». Forse intendeva “nonna”…


Carlo Pompei



Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level”.

martedì 20 dicembre 2011


Il timido sorriso di Hannah Arendt



«Dopo cena andarono tutti nel soggiorno, e cominciarono a discutere (…). All’improvviso, sotto gli occhi spaventati dei suoi ospiti, dopo un breve accesso di tosse, la Arendt ricadde all’indietro nella poltrona dalla quale stava a loro servendo il caffè, priva di conoscenza. I Baron corsero all’armadietto delle medicine e vi trovarono l’indirizzo del suo medico personale. Questi venne immediatamente (…); ma prima del suo arrivo Hannah Arendt era morta per un attacco cardiaco senza aver ripreso conoscenza ».
Questi sono gli ultimi istanti di vita della grande Hannah Arendt, morta il 4 dicembre del 1976, come dire, sul campo: ragionando con i suoi amici di storia, filosofia e politica. E non è un brutto modo per dire addio al mondo. Dobbiamo la preziosa testimonianza a Elisabeth Young-Bruehl, autrice di una bellissima biografia: Hannah Arendt. Per amore del mondo 1906-1975, pubblicata all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso. L’edizione italiana, per i tipi di Bollati Boringhieri, risale al 1990. E, crediamo, tuttora disponibile, in ristampa.
L’opera filosofica di Hannah Arendt è probabilmente fra le più intriganti del XX secolo. Come la sua persona del resto: ebrea tedesca, allieva di Heidegger e Jaspers, teologa di formazione ma lettrice onnivora, soprattutto di filosofia politica, classici antichi, romanzi e poesia tedesca. Nonché dotata, particolare non secondario, di un timido sorriso, tra i più teneri dell’intera storia della filosofia. Sorriso che all’inizio degli anni Venti del Novecento fece addirittura perdere la testa al trentenne Heidegger, allora giovane e promettente docente a Friburgo …
Ma il destino esistenziale ed intellettuale della Arendt è figlio del terremoto nazionalsocialista. Infatti, dopo l’ascesa di Hitler, si rifugia prima in Francia e poi negli Stati Uniti, sua seconda patria. Ma anche dell’altro sisma novecentesco, quello comunista. Due cataclismi che la spingono ad occuparsi di teoria politica.
E così la Arendt, per sfuggire alla morsa totalitaria, abbraccia un liberalismo politico “malinconico”, molto particolare. Un approccio che nasce in chi sappia mantenere la giusta distanza dalle cose umane; in chi sia capace di osservare la realtà, conservando un senso di dolce mestizia. Per un verso la Arendt è mestamente consapevole dei limiti del liberalismo all’interno della società di massa, e per l’altro è perfettamente cosciente di come esso sia la sola alternativa al totalitarismo moderno. La Arendt è perciò, al tempo stesso, testimone della necessità, non propriamente liberale, di aprire la politica alla partecipazione collettiva, ma anche assolutamente consapevole dei pesanti limiti di un liberalismo perfidamente economico e purtroppo in sintonia con una società dedita ai crescenti consumi di massa .
In questo ridotto spazio interstiziale, segnato anche dalla smisurata ammirazione per la democrazia degli antichi, si sviluppa la filosofia politica arendtiana. Secondo la pensatrice, dal momento che l’uomo è un animale politico, il fardello dei filosofi è quello di indicare i confini tra politica ed etica, tra essere e dover essere, senza però sperare di individuarne di definitivi. Perché, a suo avviso, esiste un rischio. Quale? Di ricadere nell’ideologia: in una specie di sapere cristallizzato nell’utopia. Secondo la Arendt, per evitare ogni deriva utopistica, sottoposta allo stolto criterio dell’azione pura (l’azione per l’azione), sono necessari realismo e immaginazione: una forma di pensiero concreto che illumini la prassi, pensando il mondo non separatamente (come certa filosofia elitaria), ma rapportandosi a esso. Tradotto: il vero politico prima di parlare al mondo, deve capirlo e conoscerlo, con quella cura che si deve avere per le «cose buone» del mondo. E soprattutto accettare, che come tutte le cose, anche quelle «buone», vanno e vengono. Insomma, non durano per sempre: il paradiso non è sulla Terra.
Pertanto una pensatrice profonda, e tutto sommato imprevedibile. Come scrive Elisabeth Young-Bruehl, la «Arendt era e sarebbe rimasta sempre conservatrice e insieme rivoluzionaria». Il che ha tuttora un suo grande fascino…
Come avvicinarsi al suo pensiero? Insomma, cosa leggere di e su di lei? La letteratura critica dedicata alla Arendt è sterminata. Diciamo subito che un’ ottima base di partenza è proprio la biografia della Young- Bruehl: opera di oltre seicento pagine, non recente, ma scritta da un’allieva che ne conosceva a fondo il pensiero e, se ci si passa l’espressione, anche il “retro-pensiero”.
A chi invece abbia fretta di avvicinarsi direttamente al suo pensiero, consigliamo la lettura dell’ antologia curata da Paolo Costa: Hannah Arendt. Pensiero, azione e critica nell’epoca di totalitarismi (Feltrinelli). Una raccolta, uscita in occasione del centenario della nascita, che riprende alcuni testi inclusi nei due precedenti volumi dell’Archivio Arendt, 1930-1954, sempre pubblicati da Feltrinelli (eccetto quello su Lessing, l’umanità in tempi bui, 1960).
Si tratta di un’ ottima scelta di articoli, saggi, conversazioni. Basta scorrere l’indice per scoprire che sono affrontati tutti i nodi principali del suo pensiero, poi sviluppati in libri, ormai classici, come Le origini del totalitarismo (1951), Vita activa. La condizione umana (1959), Tra passato e futuro (1961), La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Sulla violenza (1970), Politica e menzogna (1972).
Proprio prendendo spunto dall’ antologia, desideriamo affrontare due punti decisivi del suo pensiero
In primo luogo, la polemica della Arendt con Voegelin, altro importante studioso del totalitarismo. Una polemica in cui si giunge a discutere del concetto stesso di natura o essenza dell’uomo. Insomma, siamo a livelli stratosferici, soprattutto se pensiamo a certe polemiche filosofiche terra terra di oggi; per capirsi alla Massimo Cacciari…
Per Voegelin il totalitarismo, di qualsiasi colore, non può distruggere quel che vi è di più nobile nell’uomo: la sua essenza spirituale. Perciò il totalitarismo, sarebbe un errore di percorso, frutto dell’agnosticismo e del secolarismo, malattie dalle quali l’uomo moderno può guarire ma a una condizione: quella di recuperare la sua dimensione spirituale.
Per contro, secondo la Arendt, studiosa molto concreta e per nulla interessata alle «essenze» voegeliniane, il totalitarismo implica il rischio di una trasformazione della natura umana: una specie di punto di non ritorno, a prescindere dalla reversibilità storica dei regimi totalitari. Ma lasciamole la parola : «Il successo del totalitarismo coincide con una soppressione della libertà, in quanto realtà politica e umana, molto più radicale di qualsiasi altra verificatasi in passato. Stando così le cose, sarebbe una ben magra consolazione aggrapparsi all’immutabilità della natura umana (…). Storicamente, noi abbiamo cognizione della natura dell’uomo solo nella misura in cui ha un’esistenza, e nessuna delle sfere di essenze eterne potrà mai consolarci se l’uomo perderà le sue facoltà essenziali». E poche righe più sotto, citando Montesquieu, aggiunge: «L’uomo questo essere flessibile, che si adatta nella società ai pensieri e alle impressioni altrui, è ugualmente capace di conoscere la propria natura quando gli viene mostrata, e disperderla fino al punto di non accorgersi che gli è stata sottratta».
E qui, il groviglio di contraddizioni sociali che segna il difficile presente di molti paesi post-totalitari, a cominciare dall’Unione Sovietica, dà ragione alla Arendt e torto a Voegelin. Non sarà mai facile per l’uomo ex sovieticus liberarsi dalla malattia totalitaria.
In secondo luogo, rimane molto interessante la distinzione arendtiana tra politico e non politico. A suo avviso, il discrimine è costituito dalla natura del vicolo: «L’appartenenza a un gruppo è una condizione naturale. Si appartiene a un gruppo per nascita, sempre (…). Ma (…) aderire o formare un gruppo organizzato, è qualcosa di completamente diverso. Questo genere di organizzazione si costituisce sempre in relazione al mondo: ciò che accomuna gli uomini che si organizzano sono quelli che in genere vengono chiamati interessi (…). Di conseguenza, persone delle organizzazioni più diverse possono anche essere amici personali, ma se si confondono questi piani, se, per parlar schietto, si porta l’amore al tavolo del negoziato, si commette secondo me un errore fatale ».
E qui si pensi all’impoliticità di certo pacifismo attuale, che vuole appunto portare «l’amore al tavolo del negoziato», ignorando che spesso in politica, come nota la pensatrice, possono più gli interessi che le passioni. Il che non significa, che l’amicizia, tra uomini spesso diversi, per idee e religione, non sia effetto di «una scintilla d’umanità» o fratellanza. Ma che, come nota la Arendt, parafrasando Lessing, la politica impone che ognuno di noi si comporti da «amico di molti, ma fratello di nessuno» .
Tuttavia sotto la scorza del suo realismo si nasconde un ideale di democrazia che rinvia alla città di Pericle, basato su un’estesa partecipazione politica, come appunto nella polis ateniese. Un repubblicanesimo antico, capace però di conciliare modernamente, difesa liberale delle minoranze con gli interessi collettivi, all’interno di uno spazio politico, nel quale tutti possano liberamente partecipare e dissentire. Questo “liberalismo repubblicano” ( se ci si passa l’espressione, una specie di Mission Impossible filosofico-politica), causò alla Arendt critici e nemici di ogni genere, a destra e sinistra.
Alla domanda di come conciliare libertà private e pubbliche, o di come evitare le manipolazioni politiche, la pensatrice ha sempre risposto asserendo di non avere in tasca soluzioni salvifiche, ma solo un pugno di principi liberali da difendere. E, ovviamente, tanti rischi… Collegati, appunto, ai pericoli insiti nell’esercizio della moderna libertà di massa, sempre pronta a vendersi al primo offerente, magari in stivaloni… E dunque, ripetiamo con la pensatrice, sempre a rischio.
Di qui il suo liberalismo malinconico. Ma i rischi, osserva la Arendt, vanno sempre accettati: fare politica, a tutti i livelli «è dare inizio a qualcosa». Significa « aggiungere il nostro filo a un intreccio di relazioni. E che ne sarà di esse [le relazioni, ndr] non ci è dato saperlo » .
In fondo, la sua lezione è lineare. Da una parte la libertà dall’altra il dispotismo, e in mezzo uomini e donne che devono scegliere a proprio rischio e pericolo. Alcuni cadono, molti vengono a patti, pochi lottano. E pochissimi, riescono a scrivere, come la Arendt, libri veramente belli.
Sì, belli, come il suo timido sorriso… Perché, per dirla con Benedetto Croce, altro inascoltato profeta di un liberalismo politico e malinconico, quel « velo di mestizia» che pare «avvolga la bellezza, (…) non è velo, ma il volto stesso della bellezza» .


Carlo Gambescia

lunedì 19 dicembre 2011


Il Dna centrista



Riflettevamo ieri con un amico che l’Italia dagli anni Cinquanta dell’Ottocento è stata governata al Centro. Prima il Connubio tra Centrodestra e Centrosinistra, poi la Destra storica, quale erede, talvolta infedele, del lascito politico cavouriano, il Trasformismo, il Giolittismo, la parentesi fascista, la Dc di De Gasperi , il Centrosinistra, il Compromesso Storico, il Pentapartito, e di nuovo, dopo Tangentopoli, Centrodestra e Centrosinistra, comunque dipendenti dal Centro. Quindi perché meravigliarsi se Udc, Fli, Api ora si sentono sulla cresta dell’onda ? Del resto Alfano (ex democristiano) non guarda al Centro? Come Bersani (leader di un partito zeppo di ex democristiani) d’altronde? L’Italia ha un Dna centrista.  Come dire: ci si accontenta di poco, anzi del  giusto, che però  deve essere alla  portata di tutti .  Invece della Ferrari per pochi, una bella Fiat 500 per molti...  Concetto ben ribadito -  certo, in chiave politica -    alla convention di ieri  del Terzo polo da Rutelli Casini e Fini (*) .
''Davanti alle difficoltà drammatiche, alla prima occasione le vecchie alleanze si sono liquefatte, il bipolarismo primitivo si e' liquidato da solo - dice ancora il leader centrista -. Ora non abbiamo bisogno di trasformismi, ma di persone che credono a un progetto per il Paese. La priorità e' sostenere il governo. La politica delle alleanze si vedrà poi''. Così Casini.
''Vogliamo essere la prima aggregazione politica ed elettorale del Paese. Oggi ci sono tanti che saltano sul carro alla venticinquesima ora”. Così Rutelli.
“Non e' stato facile parlare fuori dal coro. Dopo il governo Monti il quadro politico cambierà. È inevitabile. E il Terzo polo avrà la grande possibilità , se ne sarà capace, di contribuire al cambiamento. In futuro le coalizioni non dovranno più essere messe in piedi per battere qualcuno e non dovranno essere sommatorie aritmetiche, ma dovranno essere basate sulle scelte concrete di chi condivide valori e programmi di riferimento''. Così Fini.
Che malinconia... Ovviamente, mai fare di tutta l’erba un fascio ( visto che abbiamo appena citato Fini…): tra Cavour e De Gasperi da una parte e Casini, Rutelli, Fini dall’altra, esiste una bella differenza. Per i primi il centrismo fu quasi un fine ideale, per i secondi sembra essere un puro mezzo per agguantare il potere. I primi hanno fatto e (ri)fatto l'Italia, i secondi rischiano invece di sfasciarla.Qualcuno però dovrebbe spiegarlo agli italiani. Ma chi?
Carlo Gambescia

venerdì 16 dicembre 2011

Il ghiotto post dell’amico Teodoro Klitsche de la Grange smitizza, con una causticità degna del grande Pareto, l'operato dei "tecnici" imposti da Napolitano: quei professori e banchieri che da circa un mese governano l'Italia con apparente fare notarile. Apparente...Buona lettura.(C.G.)
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.Come far scendere i governi tecnici dal piedistallo
 di Teodoro Klitsche de la Grange



Dopo le prime “misure” del Governo Monti è possibile trarre qualche lezione – sottoposta ovviamente a future smentite dei fatti – sul gabinetto “tecnico”.
La prima: che ai tecnici – non si sa se sia un bene o un male, o piuttosto un misto tra i due – manca la fantasia. Anzi sono per questo il perfetto anti-68: non solo perché insegnanti e non studenti, ma perché d’immaginazione, di novità, nelle proposte del governo non se ne vede punto. Anzi ricordano gli analoghi provvedimenti dei governi “balneari” di “decantazione” di “tregua”, “istituzionali” e quant’altro partorito dal lessico politico della prima repubblica; tutti connotati non tanto dalla presenza di “tecnici” (all’epoca occasionale e comunque non sbandierata) ma dalla necessità di una tregua tra partiti (che in regime partitocratico è, se non la sospensione, la parentesi della partitocrazia), e di un defilarsi degli stessi. Dal palcoscenico della politica questi si trasferivano nel golfo mistico, dove chi suona la musica è visibile (tranne il direttore) solo a metà.
Ed è certo che per aumentare l’imposizione sugli immobili, l’IRPEF sui redditi più elevati, la tassa sulle auto di lusso (un tempo denominata super-bollo) e le barche da diporto e (che sorpresa!) le accise sulla benzina, non erano necessari dei gran professori: bastava un qualsiasi politico della prima repubblica come i compianti Rumor o Leone o (anche) della seconda come (il non a caso prof.) Prodi. Qua d’ “immaginazione” non c’è niente: è tutto un déja-vu, un copia/incolla che ricorda vagamente le pubblicazioni per i concorsi a cattedra. Dato il conformismo diffuso nell’università italiana (e non solo) il tutto non sorprende. Sorprende invece che qualcuno potesse aspettarsi qualcosa di diverso. Ciò conferma che i professori non sono andati al governo per il motivo (in positivo) di detenere la ricetta per superare la crisi, ma per quello negativo, che nessuna forza politica aveva il coraggio di far digerire all’elettorato tali dolorose ovvietà, e pagarne poi il prezzo elettorale. Che gli insegnanti al governo non devono saldare perché non sono eletti.
Tuttavia dovremo ringraziare il prof. Monti e colleghi se riuscirà, come propone, a far alzare il limite dell’età pensionabile: che come riforma non è né di destra né di sinistra, perché, come tutti sanno, dipende dallo straordinario aumento della vita media nel XX secolo.
Onde non si può chiedere a nessuno, e neanche allo Stato-provvidenza (??) di mantenere per trenta-quarant’anni dei cinquantenni in buona salute che di anni ne hanno lavorati si e no trenta; tanto meno di sacrificare necessità più urgenti e sentite agli idola di una sinistra che considera le pensioni il surrogato della società senza classi, invano attesa – dove il comunismo si era realizzato - da un paio di generazioni. Prima e dopo l’implosione del quale la sinistra decideva d’impadronirsi di una conquista – che comunque rimane tale - dovuta assai più a Bismarck, a Bernstein, alla socialdemocrazia e alla destra “sociale” che a Marx e a Lenin. Ma in mancanza d’idee (quelle antiche sono improponibili per rigetto della storia) si attacca a quello che può: come donna Prassede di idee ne ha poche, ma a quelle è affezionata al pari del personaggio manzoniano. Il fatto di far inghiottire all’elettorato di sinistra la (necessaria) riforma, indorando la pillola con la scusa di togliere il potere all’arcinemico Berlusconi (con che una sconfitta sociale diviene un successo politico) è un piccolo capolavoro (anche se anch’esso non nuovo) di illusionismo politico-mediatico e per realizzare una riforma necessaria.
La seconda: coerentemente al carattere “tecnico”: il governo non ha indicato valutazioni politiche di quello che sia successo e su chi dobbiamo ringraziare e perché in Italia (e altrove) l’’impatto della “crisi” sia stato superiore che altrove. Tutte tali domande non hanno risposte “tecniche” né prevalentemente tali: sono interrogativi politici. Se si sia trattato (come probabile) di una manovra anti-euro, chi l’abbia progettata ed eseguita, e se l’obiettivo fosse (anche) il governo Berlusconi, e se accanto vi sia il disegno di porre l’Italia sotto tutela (più di quanto già non lo sia dal 1945), se vi siano forze interne corrive a tale progetto (e sopratutto quali : quelle non-visibili sono più pericolose delle visibili); se sia sufficiente alzare imposte e allungare l’età lavorativa per superare la crisi e così via interrogando.
Di tutte tali questioni ne voglio ricordare due.
La prima, che vado ripetendo da tempo, è che l’ostilità politica (il nemico) in una società globale terrorizzata dalla guerra, assume forme (e compie atti) che non sono riconducibili alla guerra “classica”, ma ne ottengono effetti più o meno uguali. I due famosi colonnelli cinesi che previdero l’attacco alle due Torri qualificarono come nuova “forma di guerra” la speculazione organizzata da Soros a danno dell’Asia orientale. Probabilmente anche noi italiani abbiamo un Soros da ringraziare; cioè un nemico che ha letto con profitto Sun-tzu e sa bene che il nemico è tanto più pericoloso quanto più riesce a non farsi riconoscere come tale, coniugando così alle capacità offensive l’invulnerabilità difensiva (magari con l’aiuto della “legalità”). Qua siamo al massimo dell’occultamento del nemico; non solo non si capisce dove sta e quando colpirà, ma neppure se esiste. Ma non aspettiamoci che ce lo indichi un governo alle prese con conti e partita doppia.
La seconda: se è vero quanto sosteneva Mortati dell’importanza della funzione d’”indirizzo politico”, nell’organizzazione e funzionamento dello Stato, non si capisce quanto la possa esercitare un governo qualificato come opposto alla politica. Se fossi un utopista alla Saint-Simon o un seguace di Guglielmo Giannini sarei propenso a credere che a governare bastino i tecnici e persino i ragionieri. Ma finché si pensa che lo Stato sia, com’è, un ente politico, e che la politica possa essere non totalizzante, ma sicuramente primaria e insuperabile, le soluzioni non possono essere che due: o l’indirizzo politico è comunque assicurato dal governo tecnico, con la conseguenza che non è tecnico, o quanto meno lo è molto meno di quanto si voglia far credere in giro; oppure che la repubblica italiana è (probabilmente) l’unico Stato, nominalmente sovrano, che ha un governo che non da un indirizzo politico, malgrado questo sia connaturale allo Stato, più ancora che prescritto dall’art. 95 della costituzione (formale) vigente.
Tra le due soluzioni, la più realistica e meno pericolosa è ovviamente la prima, anche se ipocrita.
E tutto sommato è meno peggio così.
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 Teodoro Klitsche de la Grange
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Teodoro Klitsche de la Grange  è avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica "Behemoth" ( http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).

giovedì 15 dicembre 2011

Il libro della settimana: Nicola Vacca, Almeno un grammo di salvezza, Associazione Culturale Edizioni il Foglio 2011, pp.100, euro 6,00.  

http://www.ilfoglioletterario.it/

Per dirla con Borges, “ogni poesia è misteriosa”. Insomma, resta, e da sempre, assai difficile capire il profondo senso esistenziale nascosto nei versi. E soprattutto quel collegamento tra vita interiore e anima poetante. O se si preferisce fra la routine su questa Terra e lo sguardo verso il Cielo.
Sono filamenti segreti che talvolta uniscono, talaltra separano poeta e lettori. Ovviamente, non tutto è tenebre e mistero: i buoni versi folgorano e lasciano sempre trasparire nuovi cieli e nuove terre. Squarci improvvisi, autentiche sciabolate di luce nel grigiore di un’ esistenza quotidiana, ciclica e ripetitiva, e perciò, apparentemente, priva di senso.
Di qui alcune difficoltà. Come porre domande alla poesia e al poeta? Quale può essere l’utilità di una critica letteraria, condannata, quasi per statuto, a restare esterna alla poesia? E, infine, perché recensire poesia? In fondo, ogni poeta è una monade: comunica, e segretamente, solo con se stesso. Resta molto difficile decifrare quel che è scritto nel cuore di un poeta. Talvolta anche quando gli si è amici… Restano però le eccezioni, magari solo per confermare la regola… Una di queste è rappresentata da Nicola Vacca, poeta da sempre dedito al corpo a corpo tra vita e poesia. La sua è un’opera che sfida il mistero, coinvolge il lettore e scardina tutte le regole dell’incomunicabilità. Anche a costo di ferire. O invece di sorprendere, come prova, appunto, la sua ultima fatica: Almeno un grammo di salvezza ( Associazione Culturale Edizioni il Foglio 2011, pp.100, euro 6,00 - http://www.ilfoglioletterario.it/ ).
Anche in questa nuova raccolta siamo davanti a un duro frugare senza pace “tra le macerie/in cerca di persone vere (Persone vere). Ricerca non vana, perché l’altro può rivelarsi “all’improvviso con la semplicità di un bacio”: “il gesto che salva/ due anime che si appartengono” (Sulla strada del cuore). Ma quali sono le persone vere? “Le persone vere sono poche/ il loro volto è lo specchio del cuore/accolgono gli altri nell’ascolto/chiedono scusa per gli errori/ di chi sa solo giudicare” (Persone vere II). Ciò significa che “il dramma è l’altruismo/ di chi non sa più ascoltare” (Non so). Pertanto “al di là del bene e del male/della ragione e del torto di ognuno/quanto spreco di vita"(Spreco di vita). Frutto avvelenato di “questo stare in equilibrio/sulle cose che non durano" (Nel tempo della paura e del male). Purtroppo, “quello che manca è il pane/ dello stare insieme e mani operose/ Che lo spezzano per donarlo/a chi ne ha bisogno" (Alcune parole non sono chiare). Ma se è pane dell’anima, allora discende da Dio ? Sì. Nella nuova raccolta, come attestano i luminosi versetti del Vecchio e Nuovo Testamento, posti, e non superficialmente, a incipit di molte poesie, si scopre un Nicola Vacca, se ci passa il gioco di parole, “reo converso”: nel senso in un poeta che finalmente leva gli occhi al Cielo, ma, questa volta, non in segno di sfida, bensì di amore. In questo modo - crediamo - il mistero esistenziale del poeta si fonde e scioglie con quello di Dio, e con grande umiltà di versi: “Quali parole per annunciare la salvezza?/Alla fine del buio/ l’avvenire è un respiro freddo./La profezia è spenta/la poesia è muta/ L’alfabeto di Dio/ è davanti a noi/ nessuno lo legge/eppure è già rivelato” (L’alfabeto di Dio).
Probabilmente è qui la chiave di una poesia della svolta, dove il tormento esistenziale e civile di Nicola Vacca si va trasfigurando in nobile e onesta preghiera: “Il cielo è ferito/la bellezza del mondo/si tramuta in cenere/Sotto i riflettori di questa luce buia/riesce quasi impossibile convivere/ con un mondi senza padri/Occhi freddi negano/ il segno di un bene che soccombe/alla potenza senza scampo del male./Almeno un grammo di salvezza/ci sarà concesso/dalla preghiera che apre la mente.” (Almeno un grammo di salvezza). Insomma, “nessuna parola muore/ se incontra l’attimo giusto" (L’attimo fuggente). Soprattutto se in quell’attimo si coglie Dio nella sua grandezza.
Siamo però dinanzi a una fede antica: quella che Nicola Vacca ritrova nei duri decreti del Dio del Vecchio Testamento. Un Dio che percuote un mondo moderno, moralmente riarso a sassoso, dove si scopre che “quando il grido di Dio è forte/le sillabe della sua misericordia/scavano pozzi profondi" (Pericolo di crollo). E che perciò “la sofferenza ti fa capire se ti piomba addosso/che non puoi sprecare l’amore/per cui sei chiamato a vivere./Per questo abbiamo anche bisogno/ della notte di Dio/per seminare le lacrime./E la notte di Dio non sempre è oscurità" (La notte di Dio). Pertanto l’imperativo è “di aprire le porte”. (Dobbiamo aprire le porte), perché “non è mai troppo tardi/ per asciugare il dolore dell’altro" (Dare voce al dolore dell’altro). Del resto, molti non fanno “ tutto il possibile/ per apprezzare l’unicità di un cuore vivo. (La caduta nelle cose). Poveri noi che “mastichiamo l’Apocalisse/non mangiamo/altro che distruzione (…). Né terre né mari/per la nostra zattera”… (Di questo momento). Noi che viviamo male perché ci ostiniamo a non capire che “la calunnia è l’arsura/che ha freddato la castità di un bacio". (La maldicenza). Tuttavia, proprio “il vaniloquio/ ci dirà che con le parole non si scherza" (Sull’importanza delle parole). E che “davanti alla Croce/rimaniamo dentro una pazienza quotidiana./ In attesa di un passaggio/ non è un azzardo/ guardare nel buio” (La nostra Pasqua).
Ecco allora farsi tutto più chiaro: “Dio parla sempre/siamo noi che dovremmo capire/che il suo disegno ha delle ragioni/ che la ragione non conosce.” (Le ragioni di Dio). Ed è, come dicevamo, il severo Dio dell’Antico Testamento: “Il Dio di Giobbe è il Signore di tutti noi/uccisi all’improvviso dal suo silenzio/per rinascere un’altra volta/nell’eternità delle polvere”(Il Dio di Giobbe). Del resto, “davanti al mistero si può solo stare/ con la sapienza dell’attraversamento”. (L’eterno interrogativo). Non è forse vero che “la luce e le tenebre/si attraversano con l’amore/ spiegazione di tutto/che dona senso all’universo”? (La grazia è nel senso ). Perciò “scaviamo nel sottosuolo/con le unghie di chi non vuole arrendersi./ Torniamo a incendiare i cuori"(Con le unghie). Ma ora, come crediamo di aver capito, sotto lo sguardo di Dio.

Carlo Gambescia

mercoledì 14 dicembre 2011

Il tragico tirassegno di Firenze sull'immigrato di colore

CasaPound e lo "scemo del paese"


La strage fiorentina di senegalesi è un evento grave. Tuttavia, riteniamo che come tipologia (il mortale tirassegno sull’immigrato di colore), non abbia precedenti in Italia. Il che però non può diminuirne la gravità. Inoltre, il fatto che l’autore sia di estrema destra comprova come certa cultura, purtroppo permeabile al richiamo del razzismo, rischia di favorire, anche indirettamente, soluzioni estreme. Ovviamente, siamo davanti al gesto solitario - quindi non organizzato - di una persona con evidenti problemi mentali.
Non crediamo però che la risposta giusta sia quella di isolare e criminalizzare un’intera area culturale e politica. E in particolare CasaPound, cui sembra l’autore della strage fosse iscritto. Parliamo di un’organizzazione, che pur con qualche contraddizione, da anni, investendo molto in campo culturale e sociale, si interroga sul valore della democrazia e sulla necessità del dibattito culturale e politico. Contribuendo così a tenere lontani dalla violenza i giovani di destra. Il che è sicuramente meritorio. Noi stessi abbiamo avuto modo, e con diletto, di partecipare a interessanti iniziative.
Tuttavia non abbiamo apprezzato quel che ha dichiarato il coordinatore regionale di CasaPound Toscana: «Abbiamo avuto modo di scambiarci due chiacchiere [con Gianluca Casseri, autore della strage, ndr] molto in superficie. Frequentava saltuariamente le nostre riunioni, ma non era parte della comunità, non era un militante. Sembrava un po’ strano, in qualche modo “lo scemo del paese”. Siamo sorpresi anche noi. Era solo, senza patente, girava in treno. Non era una persona molto partecipe» ( *) .
Ora, definire «scemo del paese» un uomo morto in quelle circostanze, e per giunta da poche ore, è irrispettoso. Ma c’è dell’altro: liquidare Casseri come il deficiente della porta accanto, significa rifiutarsi di fare i conti, e fino in fondo, con certa sottocultura razzista, cui proprio CasaPound tenta da anni, meritoriamente, di opporsi. Insomma, e dispiace dirlo, ci si fa del male da soli.

Carlo Gambescia


martedì 13 dicembre 2011

                                                  La nuova disciplina sui conti correnti

Il fisco spione


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Il nuovo pacchetto anti-evasione del decreto salva-Italia ( si fa per dire), consentirà all’ amministrazione finanziaria di radiografare fiscalmente tutti i cittadini. Infatti, sarà possibile conoscere i guadagni di tutti con le dichiarazioni dei redditi e mantenere sotto controllo le spese dei contribuenti grazie al nuovo redditometro. E fin qui siamo nella norma… Ovviamente, nella norma di uno stato socialdemocratico alla svedese che fornisce servizi sociali a quattro stelle. Il che in Italia, come è noto, non è mai avvenuto, né di certo avverrà, soprattutto con questi chiari di luna...
Ma c’è un aspetto ancora più preoccupante. Cosa può trasformare lo stato socialdemocratico italiano ( a parole) in uno stato di polizia (vero) ? Presto detto: il fatto che il pacchetto anti-evasione prevede il controllo di tutti i rapporti intrattenuti con gli intermediari finanziari… E in che modo? Puntando sulla tracciabilità dei singoli i conti correnti. Tradotto, addio segreto bancario... Si dirà, era ora. Mah... Procediamo per gradi.
Come riportano i media ( pochi, a dire il vero) ), in base all’articolo 11 della manovra, dal primo gennaio 2012, tutti gli operatori finanziari, la banca o l’ufficio postale presso cui si è aperto un conto corrente, saranno obbligati a comunicare all'anagrafe tributaria periodicamente tutte le movimentazioni che hanno interessato i rapporti finanziari intrattenuti con i contribuenti. Lo scopo è quello di utilizzare i dati forniti per l'individuazione dei contribuenti a rischio di evasione. Il che, attenzione, avverrà in automatico. Detto altrimenti: a prescindere da qualsiasi presunzione di innocenza.
Complimenti! Siamo giunti alla presunzione di colpevolezza fiscale: per lo stato italiano ogni cittadino deve essere considerato presuntivamente colpevole di evasione fiscale. E quindi un sospettato sul cui capo deve pendere la classica notizia di reato. E qui siamo nel mare aperto del reato penale... Infatti, la notizia di reato «si realizza mediante l'informativa della Polizia Giudiziaria, la denuncia, il referto, nonché gli altri atti idonei, ad esempio, scritti anonimi e delazioni confidenziali». Capito? L'evasore, anzi il presunto evasore, e non importa più per quale entità o motivazione, quale criminale da perseguire. Anche se solo possessore di un conto corrente. Insomma, possedere un conto corrente è già indizio di reato. E pensare che la rivolta fiscale ci riporta alle splendide origini delle grandi rivoluzioni liberali e democratiche moderne (inglese, americana, francese): No taxation without representation. Ecco quel che gridavano i coloni americani, stanchi di essere sfruttati dal fisco britannico ... Per contro, nell'Italia del 2011, non si indaga ex post nei conti correnti come si usa fare nei paesi liberali, bensì si fruga ex ante, secondo la peggiore pratica poliziesca, degna solo dell' "antico regime" pre-rivoluzionario. E in che modo? Il più classico, of course: puntando sulla delazione... Si parla infatti di istituire, dopo la soffiata telefonica al fisco, anche quella via e-mail. Il che è compatibile, come dire, con l'infernale meccanismo della notizia di reato... Perfetto, molto liberale. A quando il ritorno del capofabbricato (magari telematico) di totalitaria memoria?
Del resto, come evidenzia il Comando generale delle Fiamme Gialle, si procederà « come al solito: se si ha un sospetto e solo in quel caso si andrà ad interrogare l’Anagrafe. Le informazioni arriveranno - asserisce la Guardia di Finanza - solo in seguito all’apertura di un procedimento penale o amministrativo». (*) . Ma un sospetto, magari frutto di delazione malevola e interessata, resta un sospetto… Si tratta, al massimo, di un dato soggettivo, ad personam… Manipolabile, come dire, in entrata, perché frutto del furore delatorio di qualcuno, e in uscita, perché il discrimine (sul procedere o meno nelle indagini), visto che si tratta di "sospetti", è discrezionale. E qui si apre un'altra grave questione: chi gestirà concretamente i dati? La Banca d’Italia in tante faccende già affaccendata ? Una Guardia di Finanza, talvolta "politicamente" sospettosa? La Magistratura spesso tentata dal tintinnio delle manette, magari a senso unico? Questi dati "sensibili”, riguardanti tutti i cittadini, attraverso quante e quali mani ( e occhi) passeranno?
Il saggio Montesquieu - citiamo a memoria - sosteneva che «negli stati liberi il compenso per la gravezza dei tributi è la libertà», mentre «negli stati dispotici è la modicità dei tributi a compensare la libertà perduta».
Cosa aggiungere? Che in Italia abbiamo la «gravezza dei tributi» e, se continua così, neppure la libertà.

Carlo Gambescia


lunedì 12 dicembre 2011


Fede o scienza? 
Chi dice Diavolo…



Padre Gabriele Amorth, l’esorcista, autore di una montagna di libri, l’ha fatta di nuovo grossa: « Praticare lo yoga porta al male come leggere Harry Potter». Infatti, secondo il prelato, il popolare apprendista mago «sembra innocuo ma porta alla magia e, quindi, porta al male. A suo avviso, «anche in Harry Potter il demonio ha agito in maniera nascosta e furba, sotto forma di poteri straordinari, magie, maledizioni». Quanto allo yoga, conclude padre Amorth, «pensi di farlo per scopi distensivi ma porta all’induismo. Tutte le religioni orientali sono basate sulla falsa credenza della reincarnazione».
Premessa: parliamo sicuramente di una persona seria. Quando il prelato racconta che fa a cazzotti con il Diavolo, parla di cose che conosce. Il vero problema nasce quando il nostro, come spesso capita, pretende di ridurre tutto a una gigantesca lotta, che pure ci sarà, tra Cristo e Satana.
Tutto questo, dal punto di vista metodologico, si chiama riduttivismo. Termine che indica le concezioni unilaterali, non rispettose della complessità. Per capirsi esistono, il biologismo (tutto è biologia), l’economicismo (tutto è economia), e (perché no?) il teologismo…
Di certo, ora, i tradizionalisti si incazzeranno… Ma rifiutare il teologismo, almeno per chi scrive, non significa, rifiutare, il cristianesimo, la teologia, o l’esistenza del Male nel mondo sotto forma di Belzebù… Anzi. Ma più semplicemente il rifiuto, quando si analizza un fenomeno sociale complesso, del riduttivismo,
Ad esempio “ridurre” Harry Potter e lo Yoga alla sola lotta tra il Bene il Male, significa sottovalutare gli aspetti sociologici (e dunque non teologici), ma altrettanto negativi dei due fenomeni. Ci spieghiamo meglio.
Dietro la saga di Harry Potter, infatti, come ideologia-guida non c’è solo la celebrazione della magia, ma anche il culto del “professionismo meritocratico”, tema sociologico per eccellenza: una specie di “Culto-contentino” in passato veicolato dalle storie a fumetti di Walt Disney: quello dello «studia sodo, preparati, scegli una professione, molto remunerativa, e divieni esercitandola un pilastro di quella stessa comunità, che fornendo gli “strumenti” di studio (scuole e università), ti ha concesso di diventare uno stimato professionista». Insomma, la vecchia la solfa.
Che poi in realtà la selezione delle élite segua altri percorsi fiduciari e clientelari, e che spesso funzioni al contrario, provocando sfruttamento, nevrosi, fallimenti, rabbia e violenza, poco importa… Tanto di questi fallimenti i libri di Harry Potter non parlano, come dire, per contratto.
Quanto allo yoga, va notato che nella nostra società viene recepito veicolato e praticato, a parte rare eccezioni, come una sorta di fitness spirituale di lusso… Un modo per investire il tempo libero in gadget spiritualistici…
Nel tritacarne della società dei consumi di massa, sia il libro di Harry Potter sia il “Corso di yoga a prezzi scontati” diventano banali merci da acquistare e consumare in fretta. Di facoltativo, nelle scelte di consumo, c’è veramente poco. Sono quasi sempre consumi imposti, attraverso i ciclici ritorni di mode collettive pianificati a tavolino. E da chi? Secondo Padre Amorth da Satana in persona. Secondo chi scrive, da esperti tecnocrati della pubblicità. Certo, potrebbero esistere collegamenti. Mai dire mai… Tuttavia, accertarne l’esistenza resta materia di fede, non di scienza. Sociologica s’intende.

Carlo Gambescia

venerdì 9 dicembre 2011

Alcuni giorni fa una diciassettenne è stata aggredita in casa propria da un gruppo di parenti infuriati, dopo una banale discussione nata su Facebook. La notizia, a dire il vero ci era sfuggita. Fatti del genere, sicuramente emblematici, non possono non essere commentati... Lasciamo però la parola all’amico Carlo Pompei . Buona lettura. (C.G.)
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Il cacciatore di cardellini…
di Carlo Pompei



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Non passa giorno che non si legga di accadimenti quantomai bizzarri. Uno a caso: “Una 17enne è stata aggredita da zio e cugini, che si sono presentati infuriati a casa della ragazza, a Roma, dopo una discussione banale nata su Facebook. La minorenne è stata colpita al volto, la casa dei genitori distrutta dalla furia dei cuginetti. Lo zio e uno dei il cugini sono stati denunciati per lesioni personali aggravate, mentre altri due cugini sono accusati di danneggiamento” ( http://www.firstonline.info/a/2011/11/20/internet-minore-aggredita-da-parenti-serpenti-lite/83116094-b633-4ef8-91ec-69037f8f2848 ) . In questo tipo di notizie, che sembrano nate e morte lì, in realtà c’è da considerare l’angolazione sociale. Ma prima un’introduzione al problema per capirne i contorni: c’è differenza tra un cacciatore di cardellini e uno di cinghiali?Decontestualizzandoli, assolutamente no: stivali “zompafosso”, gilet multitasca e cappelli mimetici con ramo secco in corporato, doppietta (attenzione: se affiancata o sovrapposta è già indice di distinzione)e calzone “alla zuava” d’ordinanza. Descrizione fantozziana a parte, già vediamo la questione più “a fuoco”, quindi contestualizziamo: il cacciatore di cardellini dovrà avere una mira migliore di quello di cinghiali?
Sì e no. “Sì” perchè il cardellino è piccolo e sfuggevole.“No” perchè se lo manca, il cardellino fugge, appunto, ma non ci sono controindicazioni.Il cinghiale, invece, se lo manchi, carica; e quando ti raggiunge, sei morto. Bene, possiamo dire che le relazioni virtuali ci illudono di partecipare ad una “battuta di caccia” al cardellino, fintanto che non si materializza il cinghiale (sempre in agguato).L’illusione è nata molto prima dei social-network, con i videogiochi “spara-spara”.Dalla Columbine ad Anders Breijvik possiamo verificarne i tragici “High-scores”…



Carlo Pompei
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 Carlo Pompei, classe 1966, “Romano de Roma”. Appena nato, non sapendo ancora né leggere, né scrivere, cominciò improvvisamente a disegnare. A scuola mise subito in evidenza le proprie capacità di “fuoriclasse”. Come? Venendo "buttato" fuori dall’aula dai professori, un'ora sì, l'altra pure… Oggi, si divide tra grafica, impaginazione, scrittura, illustrazione, informatica, insegnamento ed… ebanisteria “entry level”. Perché, come spesso ricorda agli amici, "c’è il mutuo da pagare".

mercoledì 7 dicembre 2011

La pubblicazione de La nozione di autorità di Alexandre Kojève, pensatore ricco di intuizioni e sfaccettature, merita un’attenzione particolare. Perciò proponiamo due recensioni. La prima più analitica e di taglio giuridico-politico scritta dall’amico Teodoro Klitsche de la Grange. La seconda, più attenta alla ricaduta sociologica del suo pensiero, è invece opera nostra. Buona lettura. (C.G.)
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Il libro della settimana: Alexandre Kojève, La nozione di autorità, Adelphi, 2011, pp. 143, Euro 29,00.


 
www.adelphi.it




L’autorità tra stato, diritto e politica
di Teodoro Klitsche de la Grange




Scrive Kojève nelle considerazioni preliminari: “É curioso, ma il problema e la nozione di Autorità sono stati molto poco studiati. Ci si è occupati soprattutto delle questioni relative alla trasmissione dell’Autorità e alla sua genesi, ma raramente l’essenza di questo fenomeno ha attirato l’attenzione. Eppure, in tutta evidenza, è impossibile trattare del potere politico e della struttura stessa dello Stato senza sapere che cosa è l’Autorità in quanto tale. Uno studio della nozione di Autorità, sebbene provvisorio, è quindi indispensabile, e deve precedere qualsiasi studio del problema dello Stato”. In questo seguiva de Bonald quando questi sosteneva, polemizzando con M.me de Staël, che non è possibile trattare di politica (e dello Stato) prescindendo dall’autorità.
Kojève inizia col fare un’analisi concettuale delle teorie dell’autorità, distinguendo così quattro tipi “semplici” o “puri” (analoghi agli idealtipi weberiani): la teoria teologica o teocratica, secondo la quale l’Autorità primaria e assoluta appartiene a Dio, e tutte le altre ne derivano; la teoria platonica, secondo cui l’Autorità si fonda sulla Giustizia; quella aristotelica, secondo cui appartiene a chi ha il sapere e la capacità di prevedere; infine quella di Hegel che la riduce al rapporto tra Signore e servo (vincitore e vinto), basato sulla lotta, il rischio e il riconoscimento del vincitore come autorità. Di queste, solo l’ultima – scrive Kojève “ha avuto un’elaborazione filosofica completa, che si sviluppa sia sul piano della descrizione fenomenologica sia su quello dell’analisi metafisica e ontologica. le altre non hanno oltrepassato il livello della fenomenologia”.
Ciò non toglie che anche la teoria di Hegel non sia stata capita davvero e subito sia stata dimenticata, al punto che anche “il più importante erede di Hegel, Marx” ha trascurato completamente il problema.
Nota subito Kojève – e la distinzione ricorre in tutto il volumetto – che esiste “anche una ‘teoria’ dell’Autorità che la considera soltanto una manifestazione della forza. Ma vedremo in seguito che la Forza non ha nulla a che vedere con l’Autorità, perché anzi le è esattamente opposta. Ridurre l’Autorità alla Forza significa quindi semplicemente negare, o ignorare, l’esistenza della prima. perciò fra le teorie dell’Autorità non annoveriamo questa opinione errata”.
E in effetti ciò che distingue l’autorità dal (mero) potere è proprio fare assegnamento, perché la propria volontà sia osservata nella comunità, di non dover ricorrere alla coercizione, all’impiego della forza perché i comandi siano eseguiti. Di comandare con successo (inteso in senso weberiano) senza i mezzi coattivi (dalla fucilazione, al carcere, alle confische). Il che non vuol dire che questi mezzi non debbano esistere: significa solo che un potere autorevole vi fa ricorso in modo assai parsimonioso; uno non autorevole, con dovizia. E ricorda da vicino la teoria di Donoso Cortès sullo Stato moderno: che più perdeva autorità, più ha dovuto aumentare il potere (e i mezzi) di coercizione.
Nell’ “analisi fenomenologica”, Kojève da la propria definizione generale dell’autorità “Esiste Autorità soltanto là dove c’è movimento, cambiamento, azione (reale o almeno possibile): si ha autorità solo su ciò che può «reagire», cioè cambiare in funzione di ciò o di colui che rappresenta l’Autorità (la «incarna», la realizza, la esercita). E, in tutta evidenza, l’Autorità appartiene a chi opera il cambiamento, e non a chi lo subisce: l’Autorità è essenzialmente attiva e non passiva”; per cui il supporto reale di ogni autorità è un agente e che questo sia libero e cosciente; e ciò è complementare alla definizione dell’atto autoritario, il quale si distingue da “tutti gli altri per il fatto di non incontrare opposizione da parte di colui o coloro ai quali è diretto, E questo presuppone, da un lato, la possibilità di un’opposizione e, dall’altro, la rinuncia cosciente e volontaria alla realizzazione di questa possibilità”. Ne consegue che “l’Autorità, quindi, è necessariamente una relazione (fra agente e paziente): è un fenomeno essenzialmente sociale (e non individuale); perché vi sia Autorità bisogna essere almeno in due.
Quindi: l’Autorità è la possibilità che un agente ha di agire sugli altri (o su un altro), senza che questi altri reagiscano nei suoi confronti, pur essendo in grado di farlo”. Questa definizione evidenzia che il fenomeno dell’Autorità è affine a quello del Diritto; tuttavia se ne distingue perché “nel caso dell’Autorità, la «reazione» (l’opposizione) non esce mai dall’ambito della possibilità pura (non si attualizza mai): la sua realizzazione distrugge l’Autorità. Nel caso del Diritto, invece la «reazione» può attualizzarsi senza per questo distruggere il Diritto”; da ciò “consegue che se, in linea di principio, l’Autorità esclude la forza, il Diritto la implica e la presuppone, pur essendo tutt’altra cosa rispetto alla forza (non vi è Diritto senza Tribunale, né Tribunale senza Polizia...”. L’autorità è legale e legittima per definizione “Colui che «riconosce» un’Autorità (e non c’è Autorità non «riconosciuta») ne riconosce per ciò stesso la «legittimità». Negare la legittimità dell’Autorità significa non riconoscerla, cioè – per ciò stesso – distruggerla. Si può quindi negare, in un caso concreto, l’esistenza di un’Autorità; ma non si può opporre alcun «Diritto» a un’Autorità reale (cioè «riconosciuta»)”.
La definizione di Autorità, sostiene l’autore, può essere accostata a quella del Divino “è divino – per me – tutto ciò che può agire su di me senza che io abbia la possibilità di reagire nei suoi confronti”; il che ricorda da presso sia la teoria di Spinoza sull’onnipotenza divina (e sul rapporto con la sovranità) sia la concezione esposta da Kant nella Metaphisik der Sitten di Dio come essere che ha tutti i diritti (cioè è attivo in senso assoluto) e verso il quale si hanno solo doveri. Anche se la definizione del Divino “differisce da quella dell’Autorità: nel caso dell’azione divina, la reazione (umana) è assolutamente impossibile; nel caso dell’azione autoritaria (umana), la reazione è invece necessariamente possibile, e non esiste in ragione di una rinuncia cosciente e volontaria a questa possibilità”; è connaturale quindi all’Autorità umana sia il rischio (se non quello della conquista, almeno di perderla, all’uopo basta che ci sia reazione al comando) sia la giustificazione della sua esistenza. Per cui Kojève distingue i diversi tipi di autorità “puri” e le loro combinazioni in concreto fondati sulla spiegazione del riconoscimento dell’Autorità e delle ragioni d’essere della medesima. E’ anche interessante come Kojève critica altre teorie dell’autorità, come quelle del contratto sociale e del principio maggioritario, che affiancherebbero un altro/i tipo ai quattro individuati dal filosofo “è quello che afferma la teoria del «contratto sociale» (parlando in generale dell’Autorità sui generis che ha la Maggioranza sulla Minoranza). Dobbiamo perciò vedere se questa teoria è esatta. (Se è esatta la nostra è falsa. Se la nostra è vera, l’Autorità in questione deve poter essere ridotta o a uno dei nostri tipi «puri», o a una qualsiasi delle loro «combinazioni»)”.
Quanto alla concezione dell’autorità della maggioranza, questa si basa sulla forza (tale o presunta) della quantità ed è quindi irriducibile alla definizione di autorità (incompatibile con l’esercizio della forza o della minaccia della forza).
Quella inversa, della minoranza sulla maggioranza, “non proviene mai dal fatto che la Minoranza è una Minoranza. La «giustificazione» (la «propaganda») è sempre del tipo: «Sebbene non siamo che una minoranza, noi...». L’Autorità di cui si riveste una Minoranza è «giustificata» o spiegata dalla «qualità» e non dalla quantità... E l’analisi dei casi concreti mostra che la Minoranza si appella sempre all’Autorità o del Padre, o del Capo, o del Signore, o del Giudice (oppure delle loro «combinazioni»)” (e quindi è riducibile a quelle).
Un’analisi approfondita è dedicata da Kojève al problema della distinzione dei poteri, alla sua relazione con l’Autorità (e ai di essa tipi); se l’Autorità possa essere divisa e se e a quale tipo vadano ricondotte le istituzioni così “separate” (e come). Il tema dell’Autorità è così la chiave per valutare la forma – e la vitalità – del potere statale.
Chiudono il volume due appendici, scritte nel 1942. Nella prima l’autore si dedica a un’analisi della natura dell’autorità del maresciallo Pétain, a capo del governo collaborazionista di Vichy. Nella seconda propone una sorta di progetto per la “Rivoluzione nazionale” francese”, allora. dibattuta, anche perchè la legge costituzionale del 10 luglio 1940, aveva conferito il potere costituente al governo.
Si conclude quindi con un’applicazione al caso concreto delle teorie sull’autorità: un’occasione troppo interessante per il filosofo, dato il carattere del tutto particolare e quasi esemplare, del “principato nuovo” che sembrava si dovesse organizzare per la Francia, e del maresciallo Pétain, che impersonava la nuova Autorità.
Dato l’impegno di Kojève nella resistenza francese, non sembra che il tutto possa ridursi ad una sorta di captatio benevolentiae dei governanti di Vichy.
Soprattutto perchè l’indagine sul regime collaborazionista è coerente con le idee di Kojève sull’autorità e non appare influenzata da opinioni (o occasioni) politico-partitiche. E’, insomma, condotta sine ira ac studio. In conclusione, come scrive il curatore nel breve saggio “Sebbene Kojève riconosca che, prima di lui, molti altri pensatori hanno affrontato il tema, lamenta il fatto che nessuno di essi abbia indagato in maniera approfondita e completa l’essenza del fenomeno autoritario”; e, indubbiamente, le pagine di Kojève sono un valido tentativo di colmare (in parte) la lacuna.
Teodoro Klitsche de la Grange
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Teodoro Klitsche de la Grange è avvocato, giurista, direttore del trimestrale di culturapolitica"Behemoth" ( http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009)..



Chi dice autorità…
di Carlo Gambescia
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Chissà, se fosse tra noi, cosa direbbe Alexandre Kojève della crisi italiana… Che in fondo, e non da oggi, dipende da un deficit di credibilità istituzionale. A questo pensavamo leggendo La nozione di autorità (Adelphi, 2011, pp. 144, euro 29,00). Un ghiotto testo scritto nel 1942 dal più chirurgico e discusso interprete novecentesco di Hegel, Kojève appunto. Filosofo e funzionario al tempo stesso. E non è un critica. Un « incarico», quest’ultimo, come ricorda il curatore Marco Filoni, «da lui brillantemente ricoperto nell’amministrazione francese dal 1947 fino alla morte», avvenuta nel 1968 a sessantasei anni. Il suo compito - prosegue - era quello di definire le tattiche da adottare nelle negoziazioni economiche internazionali. Se gli obiettivi erano stabiliti dall’Eliseo, i mezzi per raggiungerli erano affidati alle argomentazioni e alle abili manovre del filosofo (…). Ben presto divenne una sorta di “bestia nera” per i membri delle altre delegazioni. Specie per gli americani che lo soprannominarono la “serpe nell’erba” ».
Riportiamo tutto questo, non per fare del puro colore, ma per mostrare come in Kojève, l’attento studio dei problemi filosofici, politici e giuridici, nella loro essenza (tecnicamente, si chiamava e chiama fenomenologia…), fosse sempre strettamente collegato alla comprensione e “gestione” degli eventi storici. Parliamo, insomma, non di un volgare burocrate delle idee, bensì di un filosofo prestato alle istituzioni. O per dire meglio: un uomo che pur essendo del mondo (il funzionario) non rinuncia a parlare al mondo (il filosofo).
Ad esempio, ne La nozione di autorità, scritto nella Francia del Maresciallo Pétain, si fa seguire all’acuta dissezione del concetto, la sua applicazione alla realtà storica. Di quale natura è l’autorità del Maresciallo? E con quali modalità essa influisce sulla Rivoluzione nazionale? Ecco le domande cui Kojève cerca di rispondere in un’ appendice che, per qualità esplicativa, vale veramente l’intero e pur notevole libro.
Prima però occorre fare un passo indietro. Kojève distingue «quattro tipi irriducibili di Autorità umana»: 1) di derivazione teologica ( il Dio-Padre creatore della scolastica, quale causa di tutte le cose, da cui discende l’autorità del padre di famiglia); 2) di derivazione hegeliana (l’autorità del Signore, che accetta il rischio della battaglia per il riconoscimento, al contrario di coloro, i futuri servi, che preferiscono non battersi per paura della morte); 3) di derivazione aristotelica ( del Capo, che viene seguito perché ritenuto superiore, in quando artefice di un progetto), 4) di derivazione platonica (del giudice, portatore di un’ autorità che discende dalla sua natura, pubblicamente riconosciuta, di uomo giusto).
Sono quattro tipologie, che possono combinarsi tra di loro, fino a un totale, scrive Kojève, «che esaurisce tutte le possibilità», «di 64 tipi di autorità (4 puri e sessanta combinati, oppure 15 (4 puri e 11 combinati), se non si tiene conto delle varianti» . Complicato? Addirittura macchinoso? Prima di qualsiasi giudizio vediamo come Kojève, impiegandole, se la cava con Pétain.
L’autorità del Maresciallo, a suo avviso, cumulava quelle del Signore («il vincitore di Verdun»), del Capo («Vi guido, seguitemi»), del Giudice ( l’ «onesto», «l’imparziale», «Ho donato la mia persona alla Francia»), del Padre ( quel suo «atteggiamento paterno», così amato dai francesi). Cosicché «nel 1940 c’è stata una genesi spontanea (“non manifestata da un voto di fiducia”) di Autorità politica totale, perché il Maresciallo funge da “supporto” (individuale) a tutti e quattro i tipi “puri” di Autorità (sotto una forma politica) » . Dopo di che però - Kojève, ricordiamolo, scrive nel 1942 - Pétain perde l’autorità del Signore (la guerra è comunque persa…), ma mantiene quelle del Padre, del Giudice, del Capo. Tuttavia, ecco il punto, «si può anche dire che allo stato attuale l’Autorità del Maresciallo rappresenta un ideale politico, Ma ogni ideale svanisce se non si realizza, o se almeno non si tenta di realizzarlo. Ora, un ideale in via di realizzazione si chiama idea; si intende: idea concreta e costruttiva che, generando l’azione, trasforma il dato in funzione dell’ideale ( e quest’ultimo, in conseguenza della sua realizzazione, si trasforma tanto quanto il dato). Bisogna quindi che il Maresciallo smetta di essere un ideale per diventare un’idea politica. Il che significa che deve formulare e mettere in atto un programma di Rivoluzione nazionale» .
Un progetto politico che però mai decollerà, per ragioni esterne (i progressivi successi militari degli alleati) e interne ( l’umiliante peso delle intromissioni tedesche). E probabilmente Kojève, già all’epoca attivo nella Resistenza, ne era consapevole. Eppure - o forse proprio per questo - da bravo “chirurgo” delle idee tagliava, asportava e ricuciva. Forte, probabilmente, di una grande consapevolezza: il male anche se lo si demonizza, fino al punto di non nominarlo, resta tale. Di qui - crediamo - l’importanza da lui attribuita alla “chirurgia” filosofica a tutto campo. Insomma, siamo davanti a un’analisi estremamente ricca ed elegante. Altro che macchinosità concettuale… Perciò che senso ha definire disdicevole l’ interesse di Kojève per il Maresciallo? Qui siamo d’accordo con Marco Filoni (che riprende la tesi di Danilo Scholz): «Con il testo sulla nozione di autorità, Kojève avrebbe iniziato ad abbozzare la concettualizzazione di una politica dello Stato Francese. Che passava non soltanto per la Resistenza, ma anche per il regime di Vichy» . Nel “chirurgo”, pardon, fenomenologo della politica, pulsava già il cuore del funzionario filosoficamente attento ai destini ultimi della Repubblica francese.
A proposito, per ritornare, concludendo, alla crisi italiana, l’ autorità di Berlusconi a quale tipologia potrebbe appartenere? Escludiamo il Padre e il Giudice… Forse il Signore, o più semplicemente il Capo: “Vi guido, seguitemi”. Benché ultimamente, proprio all’interno del suo partito, sembra che non tutti siano disposti ad ascoltarlo…
Carlo Gambescia
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