mercoledì 30 novembre 2011

Una  Borsa piena di  Caffè 


Una chicca!  Soprattutto  di   questi  tempi, dove ogni giorno in Borsa si bruciano miliardi,  anche a rischio di affossare l’economia mondiale.  Finalmente è possibile scaricare dalla Rete  la famosa conferenza di Federico Caffè -  l’economista  misteriosamente scomparso  il   15 aprile  del 1987  -   in cui   faceva pelo e contropelo al mercato borsistico. Ecco il files:   http://palmirotogliatti.wordpress.com/2011/07/11/praticoni-mestieranti-e-le-disfunzioni-della-borsa/ . Si tratta di un sito (“Palmiro. Noi veniamo da lontano”),  gestito da un fans di Togliatti.   Che dire?   Nessuno è perfetto.
Il titolo del testo  non è molto allettante: Di una economia di mercato compatibile con la socializzazione delle sovrastrutture finanziarie. Ma possiamo garantire che  merita di essere letto tutto d’un fiato. Piccola precisazione bibliografica: la conferenza  risaliva al 1971,  però, secondo  Ermanno Rea (L’’ultima lezione, Einaudi), il testo venne pubblicato nel 1973.  E subito messo all’indice.  Osserva lo scrittore napoletano: «Il saggio contro la Borsa (…) aveva sollevato subito scandalo, come del resto aveva previsto lo stesso Caffè che, proponendone l’abolizione, si era dichiarato “consapevole”  di avanzare una richiesta che sarebbe stata considerata, a dir poco “ingenua o stravagante” ».  Fino a un certo punto,  come  vedremo…
Ma  Caffè cosa scrive, di preciso, in quel saggio? Un testo, pubblicato, è bene ricordarlo  negli anni in cui era lì lì per esplodere lo scandalo Sindona, finanziere d’assalto, di pochi mezzi (propri), ma dalle tante conoscenze (non sempre pulite).
  «Da tempo sono convinto, osserva Caffè, che la struttura finanziaria-borsistica con le caratteristiche che presenta nei paesi capitalisticamente avanzati favorisca non già il vigore competitivo, ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori, in un quadro istituzionale che consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi ».  
Già allora, è perfino banale ricordarlo,  i grandi oligopoli o restavano sulla difensiva centellinando le emissioni di titoli, oppure si   rivolgevano direttamente alle banche.   Tuttavia   non esisteva ancora  un mercato borsistico mondiale digitale capace di moltiplicare,  con un  solo clic,  i  devastanti effetti predatori, di cui sopra.  Di qui  la grande attualità dell’analisi di Caffè. Ma scendiamo  nei dettagli.
«Riesce pertanto difficile - continua l’economista -  condividere l’apologia corrente  della “intermediazione specializzata” [gli operatori di borsa, ndr] che  attraverso  i fondi di investimento, dovrebbe salvaguardare i risparmiatori sprovveduti dai rischi delle decisioni di investimento finanziario, allorché poi si riversa su di essi  il rischio di distinguere  tra gli “intermediari specializzati” finanziariamente corretti  e quelli che non solo sono. D’altra parte, quando anche i pubblici poteri assolvessero con efficacia e tempestività il compito di fornire informazioni orientatrici delle scelte della collettività (…) il pubblico va spesso alla ricerca di scuse per illudersi, più che di informazioni demitizzatrici.  Come la recente corsa ai più spregiudicati “fondi di investimento” ha ricalcato, in  molti aspetti, le vicende del parossismo borsistico degli anni venti, così non può escludersi che episodi analoghi abbiano a ripetersi nel futuro ».

Profetico. Ma  non finisce qui. « È l’eliminazione in toto della speculazione borsistica, soprattutto nel comparto dei titoli azionari, che appare la soluzione appropriata ad un’epoca in cui, proprio per l’accresciuto numero dei risparmiatori alla ricerca di investimenti finanziari, appare inevitabile, e insanabile con accorgimenti istituzionali,  che essi siano sempre esposti a rischi sproporzionati alle proprie possibilità conoscitive».

Carlo Gambescia

martedì 29 novembre 2011

"Un modesto filodrammatico che fa l'imitazione di Johnny Dorelli".Su Berlusconi - e ne abbiamo lette tante - la definizione dell’amico Roberto Buffagni  ha il valore della classica pietra tombale... Ovviamente, con una chiosa: Dorelli, ai suoi tempi, imitava Frank Sinatra. Come dire, parliamo del crooner del crooner del crooner... Queste e altre cose (inclusa una rilettura del nostro Risorgimento) nel suo gustoso post. Buona lettura. (C.G.)


 Epicedio per Silvio

di Roberto Buffagni





E’ il 150esimo dell’Unità e dell’Indipendenza d’Italia. Con un po' di conversazioni telefoniche (almeno metà delle quali pagate dal contribuente italiano) tre potenze straniere, complice un sosia o, secondo alcuni, addirittura un figlio illegittimo dell'ultimo re di Casa Savoia, ci hanno appioppato un governo Quisling formato da una falange di Pichi de Paperis.
Che senso dell'umorismo, quella vecchia, cinica, macabra pu(bip) della Storia!
Di tutti i molti e anche troppi obiettivi del Risorgimento, uno solo fu realmente acquisito: unità e indipendenza della nazione (e scusa se è poco, aggiungerebbe Abatantuono).
Centocinquant’anni fa, dette unità e indipendenza furono conquistate contro una grande istituzione multinazionale a prevalenza tedesca (l'Impero Austriaco) e contro il Vaticano; oggi, l'indipendenza viene persa ad opera di una istituzione multinazionale a prevalenza tedesca (l'UE) e del Vaticano. Unica novità, non da poco: oggi, i sunnominati agiscono come mandatari degli USA, che allora avevano altre gatte da pelare.
Per l'unità vedremo, ma il fatto che l'unica forza politica capace di opporsi alla perdita dell'indipendenza sia una forza politica apertamente antinazionale non è un segnale rasserenante.
Se poi vogliamo perfezionare l’analogia storica con la nemesi greca o il contrappasso dantesco, oggi l’Italia unita sta per sperimentare quel che sperimentò, centocinquant’anni fa, il Regno delle Due Sicilie: voltafaccia a catena della classe dirigente, disgregazione materiale e morale un po’ di tutto e tutti, indecente calata di braghe a cascata dal vertice in giù, trasformazione in colonia interna, in pittoresca , turistica landa di artisti, atleti, pu(bip) e lacchè... il Giardino & il Bordello d’Europa…Differenza non da poco: Re Francesco II di Borbone, Dio guardi, e la sua Regina Maria Cristina, due ragazzini di vent’anni che si trovarono contro un genio politico come Cavour e l’Impero britannico al suo apogeo, si comportarono con ammirevole dignità; e per quanto impolitici, seppero essere grandi, e persino eroici sovrani. Si vede che sapersi re per sola grazia di Dio, senza intralci di volontà della nazione o del partito, fa bene alla spina dorsale.
E pensare che quel co(bip) di Silvio ebbe la faccia di cu(bip) di millantarsi Unto dal Signore! Silvio, Silvio, Silvio! Il gel marca Yahvè, hai visto adesso quanto costa?
E pensare che il kathecon contro la colonizzazione definitiva, qui da noi, era proprio lui, il patetico Silvio B. dal vituperoso parrucchino…
E pensare che gli avrei perdonato tutto, a Silvio, anche di essere quel che è, un modesto filodrammatico che fa l' imitazione di Johnny Dorelli e crede di vivere su un’eterna passerella del Varietà, se alla fine, alla fine definitiva, ultima, solitaria e finale avesse trovato la follia di resistere, di non farsi protestare come un attore che non ricorda le battute del copione e fa i vuoti di scena…
Silvio, a due passi dai tuoi uffici di Milano c'è via Amatore Sciesa, quello di "Tiremm innanz". Lo sai cosa vuol dire, questo “Tiremm innanz”? No, Silvio, non è il “Basta con le menate, qua si lavora” dei ragiunàtt brianzoli quando la segretaria cincischia al telefono con i rappresentanti. “Tiremm innanz” è la risposta che Amatore Sciesa diede ai poliziotti austriaci che lo portavano alla forca, mentre lo facevano passare sotto le finestre di casa sua, per rammentargli che se tradiva i compagni, la gita poteva cambiare programma: invece che "tirà innanz" verso il patibolo, lo Sciesa poteva fermarsi, salire le scale di casa, accomodarsi sul divano e godersi con la sua signora e i suoi bambini l' ultima puntata di "Casa Vianello". Ma lo Sciesa, essendo persona educata, invece di rispondere “vaffa” rispose “Tiremm innanz,” tiriamo dritto; dritto, c’era la morte. Nota bene, Silvio: faceva solo il falegname, Sciesa, il marangone! (Disclaimer: avverto che d'ora in poi, chi pronuncerà in mia presenza , anche a solo scopo di citazione bibliografica, la frase "Risorgimento senza eroi", si beccherà una testata in bocca).
Mi replicherai che esagero, che il martirio è troppo, che sono robe da musulmani. E va bè, te lo concedo. Niente Amatore Sciesa, niente Carlo Pisacane, niente Gheddafi; ma almeno un Craxi, Silvio, almeno un Bettino che si alza in Parlamento e fa un ultimo discorso prima di esiliarsi ( e scappare)...
Gesù, Gesù…Silvio, con tutte le vanterie di letto, con tutti i miracoli urologici, con tutte le pu(bip) che ti sei spupazzato, possibile che non ci tenessi, ai "cojones"? Che non li tirassi fuori, al redde rationem? Ma lo sai, che se ti fai umiliare così è probabile che non ci sia più Viagra o pompetta che tenga?
Lo confesso: io speravo contra spem che tu, Silvio, andassi a finire come i due soldati italiani cialtroni (Sordi e Gassman) de “La grande guerra” di Mario Monicelli, bel film magari un po’ sopravvalutato. Ti ricordi? Dopo Caporetto scappano per salvare la pelle. Gli austriaci li catturano. “O ci date la posizione delle truppe italiane, o vi fuciliamo.” I due stereotipi cialtroni non ci pensano un momento: tradiamo subito, figuriamoci, siamo Arlecchino e Brighella, no? Però, in superextremis, con le braghe già a mezz’asta, sentono l’ufficiale nemico – un tipo di signorino spocchioso, antipaticissimo – che, come d’altronde meritano, li deride: “Italiani, soliti mandolinisti vigliacchi, etc., etc.”. Al che i due cialtroni hanno il soprassalto d’orgoglio tipo Quattrocchi in Iraq, si cuciono la bocca, e si fanno fucilare per ripicca.
Ecco, Silvio: io da te speravo questo; e non avevi neanche bisogno di farti fucilare. Lo speravo, perché da sperare mi è rimasto pochino, almeno in questo campo.
Purtroppo al momento de la verdad tu, Silvio, ti sei accorto (per la prima volta in vita tua?) di non essere un attore, ma una persona reale che rischia realmente tutto; i soldi, la libertà, l’amore (per te sinonimi), le telefonate con Obama, eventualmente anche la pellaccia, etc., e “hai fatto la cosa giusta”, cioè hai calato le braghe, tue e nostre, di noi italiani.
E’ stato il tuo modo di inserirti nella storia e nella tradizione italiana, con una parodia da avanspettacolo - genere letterario e drammatico a cui appartieni di diritto - della fuga a Pescara di Vittorio Emanuele III.
Dirò la verità (e me ne scuso, so che non è educato). Mi dispiace sul serio. E’ sempre brutto, vedere un uomo che nel momento supremo della sua vita se la fa sotto e si disonora. Se poi nel frattempo disonora anche te (l’imposizione di un governo da parte di potenze straniere è un disonore per tutti gli italiani, anche dissenzienti, perché si riceve uno schiaffo che non si può restituire) è peggio ancora.
Va bè, dai, è andata così. Sono cose che succedono. Qui, però, succedono troppo spesso, e per pagare un conto come questo (altro che debito pubblico, altro che spread!) ci vorranno, ci vorrebbero dei container di eroi, delle petroliere di sangue di martiri….Come quotano, al fixing di oggi? Orso o Toro?
Addio, Silvio. Per lungo tempo, mi facesti un po' ridere e un po' pena, ma mi eri simpatico, mi facevi tenerezza, con quella tua ansia bambinesca e divorante di piacere, di essere applaudito, amato, guardato...ti piacevano tanto, tutti i tuoi soldi, le tue pu(bip), le tue televisioni...ci credevi, ci credevi dur comme fer, in quei lustrini da Wanda Osiris, ("Fe-li-ci- BUM - tààà!") e con te tanta brava gente, tanto popolo italiano, questa banda di co(bip) alla quale voglio e vorrò sempre, nonostante tutto, tanto bene, come all'Italia, questa tua, mia e nostra inabitabile casa...
Adesso, con la vecchiaia e con la morte vicina, è arrivata a bussare la tua porta la tragedia, e tu non eri vestito per uscire, ti si era scollato il trapianto di capelli, eri in costume da Napoleone con la Nicole Minetti in costume da Giuseppina, avevi un insidioso 37 e mezzo di febbre, non avevi fatto i compiti, aspettavi una telefonata importante...insomma. La tua paura più grande, quella contro la quale hai eretto, con perseveranza da castoro lombardo, una Muraglia Cinese di soldi e di luccicanti baggianate, si è avverata: hanno scoperto tutti, ma proprio tuttissimi, che sei fasullo.
Sei farlocco, Silvio. Io e te l'abbiamo sempre saputo, che sei friabile e vuoto come una meringa. Sei un impostore, un attore, una controfigura, un nessuno venuto dal niente che va verso il niente, e non c'è niente da fare.
Caro Silvio, te collocò la provida sventura infra gli oppressi. Non credo che riuscirai a morire compianto e placido, a scendere a dormir con essi; né il tuo cenere sarà incolpato, o meglio, lo sarà nell'accezione odierna (= ti daranno la colpa di tutto e ti manderanno accidenti anche dopo morto) e non in quella del conte Manzoni (= innocente). Non scenderai a dormir con essi. Ma anch'essi oppressi, oggi come oggi, nessuno li compiange, e placidi non sono, e dormire vogliono solo con l'ausilio chimico di droghe eccitanti, di vita spericolata, di pu(bip) roventi: come piaceva e – forse - piace ancora a te.
Così, vedi, mi dispiace ma non ce l'ho con te. Non c’eri tagliato, non eri al tuo posto; lo so. Però, vedi: a quel posto, al posto del Re d’Italia in quel momento c’eri tu, solo tu e basta. Cosa vuoi che ti dica? Non sarà giusto, ma la tragedia è fatta così: da sempre.
L 'hai letto, "Il Maestro e Margherita"? E' di uno scrittore russo molto anticomunista, quindi forse l'hai letto. Ci ha fatto un film, orrendo, Ugo Tognazzi, pensa te.
Se l’hai letto, forse ti ricordi che cosa dice Yehoshua (= Gesù) al procuratore di Giudea Ponzio Pilato, quando si ritrovano nell'aldilà, nel limbo malinconico e curativo a lui destinato. Gli dice: "Il peggiore dei peccati, procuratore, è la viltà."
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Roberto Buffagni
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Roberto Buffagni è un autore teatrale. Il suo ultimo lavoro, attualmente in tournée, è Sorelle d’Italia – Avanspettacolo fondamentalista, musiche di Alessandro Nidi, regia di Cristina Pezzoli, con Veronica Pivetti e Isa Danieli. Come si vede anche dal titolo di questo spettacolo, ha un po’ la fissa del Risorgimento, dell’Italia… insomma, dell’oggettistica vintage.

lunedì 28 novembre 2011


Quel Giano Bifronte 
del liberismo economico



Che noia il chiacchiericcio sulle liberalizzazioni e privatizzazioni, altrimenti note come “riforme”… Ora, però basta. Va chiarito, anzi come si diceva un tempo spiegato al popolo, che razza di contraddizione nascondano le fin troppo rumorose fanfare liberiste. Un passo indietro: il liberismo - attenzione, non il liberalismo politico (che è altra cosa, più complessa e interessante…), ribadisce, si sa, il “primato del consumatore”. Tesi che risale alla teoria della “mano invisibile” di Adam Smith. Ridotta in pillole: il consumatore trae vantaggio dalla concorrenza fra il maggior numero di operatori economici, tutti mossi dal proprio interesse individuale, il cui perseguimento, grazie alla mano misteriosa del mercato, abilissima nel comporre le diverse motivazioni, finisce per giovare a tutti. Di riflesso, più cresce il numero delle imprese sul mercato, più il consumatore si avvantaggia, perché la concorrenza abbassa costi e prezzi... In realtà, ci si guarda bene dal proporre leggi antimonopolistiche, per porre piccoli ed ex grandi sullo stesso piano: il giusto “rovescio”, per così dire, della teoria di Adam Smith. Infatti, il pensatore scozzese ne La ricchezza delle nazioni, temendo la nascita di un “associazionismo segreto ” tra produttori ai danni dei consumatore (includendovi però ogni genere di corporazione, anche tra lavoratori…), mise in guardia i suoi lettori. In questo modo, Smith aprì concretamente alla necessità di una legislazione antimonopolistica. Un “rovescio” presto dimenticato, perché non comodo come il “dritto”.
D’altra parte, l’introduzione di una legislazione antimonopolistica, implicherebbe in linea teorica lo smembramento di quelle numerose grandi imprese italiane, presenti in campo automobilistico, bancario, finanziario, eccetera. In una parola: fantaeconomia… Anche perché, come accade in Italia, rimane molto più comodo evocare misure di liberalizzazione solo nel campo delle municipalizzate, delle farmacie, dei taxi, e così via… Tanto i “piccoli” non contano nulla.
Pertanto, il liberismo sembra essere di pura facciata. E non solo perché non vuole turbare i sonni di quelli che Ernesto Rossi, liberale vero, chiamava i “Padroni del vapore”… Ma anche per un ragione più generale: il mercato, come ogni altra istituzione sociale, tende naturalmente alla concentrazione del potere.
Si tratta di un processo che non può essere affrontato, per buttarla sul giuridichese, attraverso il controllo ex post, di tipo formale, come quello dell’Antitrust. E allora? Si dovrebbe ricorrere al controllo ex ante, sostanziale, di buone leggi antimonopolistiche in grado smembrare le grandi imprese egemoni. Il che però - ecco l’altro corno del dilemma - comporta un rischio: quello legato alla “somministrazione” di dosi, non sempre ben quantificabili, di interventismo pubblico. Come del resto prova il diverso peso specifico delle varie legislazioni antimonopolistiche (non molte per la verità), a partire dallo statunitense Sherman Antitrust Act (1890). “Somministrazioni”, da sempre sgradite ai liberisti, integrali e astratti. Ma anche agli amanti della libertà, dal momento che resta sempre difficile trovare un punto di equilibrio - che in genere è frutto delle circostanze storiche - tra giustizia e libertà. Il rischio grosso, insomma, è quello di cadere dalla padella nella brace. Detto altrimenti: di sostituire, anche in modo soft (gradualmente, nel tempo), il monopolio statale al monopolio dei colossi economici privati.
Ma c’è anche un’altra questione: di fatto, la riduzione delle dimensioni delle imprese, piaccia o meno, rischia, a sua volta, di risultare nociva proprio sul piano delle concorrenza internazionale. Dove più le imprese sono grandi, più di sono “competitive” ( proprio all’Italia, in sede europea, spesso si rimprovera certo “nanismo” imprenditoriale). In realtà, l’economia mondiale, si regge non tanto sugli interessi, quanto sulla volontà di potenza economica delle grandi imprese transnazionali, fra le quali, da ultima, va registrata la “nuova” Fiat di Marchionne.
Di qui, da che mondo (capitalista) è mondo (capitalista), il tutt’altro che silenzioso aggirarsi di un Giano Bifronte: da una parte il liberismo di facciata a uso interno, dall’altra il gigantismo monopolistico, di sostanza, per contendere i mercati esterni ai grandi colossi internazionali. Insomma, siamo dinanzi a una contraddizione fra teoria (liberista) e pratica (monopolista). Del resto, piaccia o meno, il “lavoro sporco” del monopolista resta necessario, come abbiamo ricordato, per competere sul piano internazionale. Il capitalismo liberista è perciò un cane, magari di razza, che però si morde la coda: predica quella libertà economica che è costretto a negare nella pratica, per svilupparsi e crescere, come impone il suo Dna.
E così veniamo al domandone finale: perché il capitalismo, storicamente, ha sviluppato pratiche monopolistiche? La risposta è di una banalità sconcertante: gli individui non sono tutti economicamente uguali. E per quale ragione? Perché ancora prima, piaccia o meno, non lo sono sul piano della dotazione genetica. E così i più forti, i più intelligenti o furbi ( i "lioni" e le "volpi") ne approfittano. Dopo di che, una volta al comando, dal momento che il potere socialmente tende sempre a concentrarsi nelle mani di pochi, resta molto difficile scalzare una élite dominante. Anzi, a dirla tutta, non sempre, le classi al potere hanno ceduto il passo con le buone maniere. Da questo punto di vista il teorema della concorrenza perfetta, forse può essere giustificato sul piano teorico-economico delle formule astratte, ma non su quello sociologico dei concreti rapporti di forza. In definitiva, il capitalismo - attenzione, come altri sistemi storici - si regge su un mix di forza, consenso e inerzia sociale. E questo è tutto. Il popolo è servito...


Carlo Gambescia

venerdì 25 novembre 2011


 Monti, gli inizi... 
Indeciso a tutto?


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Sappiamo che è ancora presto per dare giudizi definitivi, né vorremmo favorire pettegolezzi in stile “Dagospia”… Ma, francamente, Mario Monti, come Premier, da quel che si è intuito (certo poco), in queste prime fasi, non sembra proprio somigliare a quel “super Mario” celebrato in ginocchio dai media di mezzo mondo (Italia per prima, ovviamente).
Non è una questione di eloquio lento, sguardo fisso, legnosità di portamento. Presidente ci perdoni: ma, ogni volta che parla in pubblico, la prima impressione è quella di avere davanti lo zio, pensionato in ciabatte, svegliatosi cinque minuti prima…
Tuttavia non è una questione solo di “immagine”… De Gasperi non era Vittorio De Sica… O Craxi Marcello Mastroianni... Forse però c’entra lo status professorale. Di regola, i professori sono pessimi politici. Del resto un Consiglio di Facoltà non è un Consiglio dei Ministri: criteri e situazioni sono profondamente diversi.
E proprio su questo punto, dopo il Primo Consiglio, abbiamo subito avvertito odore di bruciato. In particolare, quando il neo-ministro Riccardi, all’uscita da Palazzo Chigi, ha spiegato soddisfatto ai giornalisti che il nuovo esecutivo avrebbe subito mostrato di adottare un metodo «collegiale, in cui parlare ha un suo senso, conoscersi e deliberare».
Ma quanto sono bravi e buoni! Questo il messaggio. Noi però, da cattivoni, abbiamo subito pensato: ma si rendono conto della gravità della situazione. Qui servono decisioni lampo e Monti invece dà vita a un seminario universitario tra professori: « Ma le pare collega!», «Dopo di lei.», « No, prima lei!»…
Attenzione, non parliamo del possibile contenuto dei provvedimenti (non desideriamo per ora entrare nel merito), ma della tempistica. Detto altrimenti: la casa brucia e qui si discetta, scambiandosi inchini, sul colore delle divise dei pompieri. Mah…
Anche il minitour europeo ci ha consegnato l’immagine di un Monti con il cappello in mano ma prodigo di banalità. E naturalmente in ciabatte (nel senso dello zio pensionato, di cui sopra…). Preferiamo stendere un velo pietoso sulla gaffe «dell’Italia che deve andare a fondo». Detto per inciso: se l’avesse commessa Berlusconi, Barbara Spinelli avrebbe scritto un editoriale di fuoco. Per non parlare del “Financial Times”…
Oggi, fine novembre, si legge che prima di Natale ci sarà il decreto sul piano anticrisi, eccetera. Alla buon’ora…
Insomma, Monti, almeno per adesso, non sembra un fulmine di guerra. Si pensi, altro esempio, alla telenovela dei sottosegretari, ancora da nominare ( e chissà quando…). A voler essere franchi, Monti appare indeciso a tutto. Magari, in attesa, di qualche input politico. Ovviamente dal Quirinale… E in seconda battuta dagli amiconi del Pd.
Veneziani ha paragonato Monti, se ricordiamo bene, a una specie di « uomo macchina per guidare il Paese».
Perfetto. Una tantum, siamo d’accordo con l’intellettuale di Bisceglie. Però a una condizione, come dire, di tipo automobilistico: Monti piuttosto che a una Ferrari, somiglia alla vecchia Fiat Cinquecento…

Carlo Gambescia

giovedì 24 novembre 2011

Il libro della settimana: Riccardo De Benedetti, Céline e il caso delle “Bagatelle” , Medusa, 2011, pp. 163, euro 14,00.

http://www.edizionimedusa.it/


A pagina 103 di Una Teoria della giustizia di John Rawls (Feltrinelli, ed. 1982), secondo alcuni il capolavoro del filosofo liberal americano, si legge: «Una società aperta incoraggia la più ampia diversità genetica. Inoltre è possibile adottare politiche eugenetiche più o meno esplicite. Non intendo occuparmi di problemi di eugenetica, e mi limiterò agli obiettivi tradizionali della giustizia sociale». Tuttavia, continua Rawls « la ricerca di politiche ragionevoli per questo scopo è qualcosa che è dovuto dalle generazioni precedenti a quelle successive, essendo questo un problema che si manifesta tra generazioni. Perciò una società deve prendere nel corso del tempo, iniziative che come minimo garantiscono il livello generale delle capacità naturali, e impediscono la diffusione di gravi imperfezioni».
Nel cuore dell’Impero, anno di grazia 1971, il maggior filosofo liberaldemocratico, si lasciava scappare dalla penna un’affermazione che probabilmente, pur ritenendola troppo blanda, Louis-Ferdinand Céline avrebbe condiviso nel 1937. Ovviamente, scagliandola, a sua volta, contro gli Ebrei, eugeneticamente pericolosi… Ma Céline avrebbe sottoscritto la frase di Rawls, non tanto come più che simpatizzante di un’ideologia razzista, ma innanzitutto quale medico e moderno “credente” nei grandi poteri curativi della scienza moderna, anche come seria possibilità scientifica di purificare la “razza”.
Proprio a questa inquietante fede trasversale nella scienza, pensavamo, leggendo il denso libro di Riccardo De Benedetti dedicato allo scrittore francese: Céline e il caso delle “Bagatelle” (Medusa, 2011, pp. 163, euro 14,00). Dove, con stile accuratissimo e ricchezza di idee, si ricostruisce la storia di un «libro maledetto», violentemente antisemita, che ancora oggi è impossibile acquistare o leggere, se non in edizione clandestina. Opera, a suo tempo, esclusa dall’edizione Pléiade per espresso divieto della famiglia. Scrive, infatti, Lucette, consorte di Céline, di cui giustamente De Benedetti riporta l’interessante testimonianza (le parentesi quadre sono nel testo): «Oggi [2001, all’età di 89 anni], la mia posizione sui tre pamphlets di Céline: Bagatelles pour un massacre, L’Ècole des cadavres e Les Beaux Draps, [manca significativamente, e onestamente, Mea Culpa] rimane molto ferma. Ho interdetto la loro riedizione e, senza sosta, intentato processi a tutti coloro che, per delle ragioni più o meno confessabili, li hanno pubblicati clandestinamente, In Francia come all’estero. Questi pamphlets sono esistiti in un certo contesto storico, in un’epoca particolare, e non hanno causato a Louis e a me che del male. Ai nostri giorni non hanno alcuna ragione di esistere (…) Anche ora, e precisamente per le loro qualità letterarie, essi possono, presso alcuni spiriti, manifestare un potere malefico che ho voluto, a qualsiasi prezzo, evitare. Ho la coscienza della mia impotenza a lungo termine e so che, presto o tardi, risorgeranno in tutta legalità, ma non ci sarò più e ciò non dipenderà più dalla mia volontà » .
Ecco, si dovrebbe ragionare più a fondo sul concetto di «potere malefico», comunque lo si intenda, invece di perdersi nei meandri dell’ inutile diatriba tra critici fascisti e antifascisti sulla liceità o meno di pubblicare il Céline antisemita… Un aspetto, quello del «potere malefico», che invece De Benedetti, da ottimo conoscitore di Eric Voegelin approfondisce: «Come mi sono limitato ad accennare poco sopra, la nozione di razza ha ben poco a che fare con la religione; la sua costruzione e declinazione in termini politici fa totalmente a meno del linguaggio religioso confessionale. Non si vuole ammettere, qui come in tanti luoghi della discussione contemporanea, che anche il processo di secolarizzazione-laicizzazione ecc, produce i suoi mostri. Quello razzista gli si addice, in misura non certo inferiore a quanto sia stato addebitato al cristianesimo l’antigiudaismo».
Eccellente. Céline portatore (neppure sano) di un male moderno, che attraversa comunismo, fascismo, democraticismo, e persino certo liberalismo progressista, come abbiamo visto a proposito di Rawls: quello, per dirla con De Benedetti che riprende Voegelin, della «commistione di discorso scientifico e progettualità politica».
Un punto colto molto bene nella postfazione anche da Giancarlo Pontiggia, l’ eccellente traduttore dell’edizione Guanda, uscita e subito sequestrata nel 1982: «Se Céline è un autore corrosivo, pericoloso non è certo per i contenuti che esprime nei suoi pamphlet, così semplicistici e iperbolici da apparire a volte ridicoli, semmai per il violento attacco che muove alla cultura umanistica (che liquida, anche stilisticamente, con la dicitura di “stile-liceo”) e perciò all’idea di umanità, di civiltà che essa ha saputo sviluppare. In questo egli è veramente, integralmente moderno, rappresenta anzi il punto di svolta verso la piena modernità novecentesca, che si esprime - come è noto - nella rinuncia a un pensiero strutturato, nel potere accordato alla forza emotiva e viscerale delle parole, dei suoni e delle immagini; nella definitiva liquidazione di ogni gerarchia critica ed estetica» .
Giusto. Ma facciamo un passo indietro. Quando nasce la cultura umanistica? E di quale modernità si parla? Quella di Erasmo da Rotterdam o di Francesco Bacone? Quella di Pascal o dei Libertini? Quella di Vico o di Helvétius ? Quella di Rousseau o di Burke? E cosi via, fino alle profonde pagine di José Ortega y Gasset, Raymond Aron e François Furet sui “moderni” totalitarismi economici e politici novecenteschi.
Cosa vogliamo dire? Che il vero punto della questione non è tanto quello di discutere se celebrare o meno, come sembra suggerire De Benedetti, peraltro neppure con grande (crediamo) convinzione personale, il Céline «cantore di questa fine senza inizio». La modernità ha senz’altro un inizio e uno slittamento o deviazione. E probabilmente avrà anche una fine… E di queste cose, ossia delle “Bagatelle” della modernità, magari partendo proprio da quelle di Céline, che si dovrebbe ragionare. O no?
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Carlo Gambescia



mercoledì 23 novembre 2011


I soldi sono tutto?



Difficile rispondere con un sì o un no. E soprattutto quando nelle tasche della gente, come ora, di denaro non ce n’è molto. Anzi… Comunque sia, procediamo per gradi. Si può partire da Leonardo Becchetti, docente di economia, autore qualche anno fa di un interessante studio in argomento: Il denaro fa la felicità? (Laterza). Parliamo di un libro intrigante, dove ci si occupa dello studio e della misurazione della felicità, dal punto di vista delle scienze sociali, e in particolare economiche.
Abbiamo detto misurazione. Infatti, misurare la felicità, almeno apparentemente, non è più una “missione impossibile”. Dal momento che oggi è possibile stabilire alcuni punti fermi, o meno instabili, grazie a sondaggi di opinione, basati su interviste, facilmente “strutturabili” e “somministrabili”.
A dire il vero, almeno per il Novecento, la palma del pioniere-felicitologico (da felicitologia, neologismo accademico, non proprio felice), spetta a un grande sociologo : Roberto Michels. Il quale scrisse nel lontano 1918, Economia e felicità (Vallardi). Un bel testo, da allora, ma più ristampato. Peccato.
Dicevamo, si o no? Secondo le ricerche di Becchetti, sì, ma a una condizione. Che intorno all’uomo sussista un vigoroso sistema di relazioni sociali. Per farla breve: famiglia, amici, associazioni. Per dirla, poeticamente, con il grande Ezra Pound: «Vieni, compiangiamoli quelli che stan meglio di noi./Vieni, amica, e ricorda/che i ricchi han maggiordomi e non amici,/ e noi abbiamo amici e non maggiordomi. » (La soffitta, da Lustra, in Opere Scelte, Mondadori, p. 85)).
Insomma, si è felici quando si è consapevoli, individualmente che non sì è solo quel che si guadagna, ma quel che si fa per gli altri. O, ancora meglio, quel che si divide e condivide con il prossimo. Molto intriganti e calzanti gli esempi di Becchetti a proposito del volontariato. Le ricerche infatti mostrano quanto alle origini di questo fenomeno, oggi abbastanza diffuso, ci sia la gratificazione sociale e morale: il senso di fare un lavoro socialmente utile, e perciò meritorio. Come dire: la felicità non si nutre di solo pane…
E qui va aperta un’interessante parentesi sul rapporto tra altruismo, felicità e salute. Alcuni studi illustrano come il disinteresse - certo, non fino all’auto-dissoluzione - renda più felici e allunghi la vita. Gli ottimisti, coloro che affrontano la vita con il sorriso e la generosità, vivono più a lungo. Si vedano ad esempio le ricerche di Pitirim A. Sorokin, risalenti agli anni Cinquanta del Novecento, sugli effetti benefici di un sano altruismo, su se stessi e gli altri. Ricerche tra l’altro, oggi disponibili anche in lingua italiana (P.A. Sorokin, Il potere dell’amore, Città Nuova 2004) . Insomma, i soldi non sono tutto.
A questo punto, passando dal privato al pubblico, non possiamo non porci un’altra domanda: lo Stato deve promuovere la felicità dei cittadini?
In realtà, come ben sanno economisti e sociologi, si tratta di un interrogativo spinoso, perché le indagini mostrano che i singoli hanno con le politiche pubbliche un rapporto contraddittorio: per un verso i cittadini cercano la protezione dello Stato (in termini di pensioni, assicurazione sociali, eccetera), per l’altro aspirano a far coincidere la felicità con il massimo della libertà proprio dai voleri dello Stato. E soprattutto in economia (meno tasse, meno vincoli legislativi, eccetera). Di qui quella difficoltà oggettiva, da parte dei governanti, a far quadrare il cerchio tra politiche sociali e ricerca di una sfrenata libertà individuale.
Libertà che i singoli cittadini spesso cercano di perseguire, spendendo denaro, disperatamente accumulato, in beni socialmente inutili. E solo per comprarsi una egoistica “fettona” di felicità. Che malinconia.
Va perciò recuperato l’insegnamento di Albert O. Hirschman (Felicità privata e felicità pubblica, il Mulino) sul senso condiviso del bene pubblico, sullo spirito di servizio, nonché sul valore esemplare dei comportamenti di coloro che sono ai vertici. Cosa sostiene Hirschman? Che le “regole”, per quanto nobili, da sole, non bastano mai. Perché se mancano esemplarità e fiducia, le “regole” possono essere sempre violate all’insegna del famigerato “perché lui sì, io no”… Cui, inevitabilmente, segue la corsa all’arraffa-arraffa collettivo… Anche qui, che malinconia…
È dunque chiaro, quanto l’Italia di oggi, assetata di facili ricchezze, si trovi su una china pericolosa. Ecco allora, la necessità di immaginare un percorso, anche politico, per ricostruire una certa di idea di felicità al tempo stesso pubblica e privata; un’idea basata su valori come il senso della comunità, della famiglia, dei doveri professionali, della “morigeratezza”. Una felicità, insomma, non egoistica, ma capace di recepire il senso dei doveri pubblici e privati. Senza per questo scivolare nel puritanesimo morale. Una felicità, in definitiva, che sorga, non tanto ( o non solo) dal denaro percepito, quando dalla consapevolezza di aver fatto bene il proprio lavoro. Dal momento che gli studi “felicitologici”, ripetiamo, mostrano come la gratificazione morale del singolo, nasca da quel rispetto che si vivifica e cresce intorno a coloro che si “spendono”, soprattutto moralmente, per gli altri. Ma, come dire, a cuor leggero, con naturalezza. La “moneta morale”, l’unica vera moneta, deve andare e venire, tonificando i rapporti sociali.
Qualcuno ha scritto, la borsa pesante fa il cuore leggero. Non è vero, è il cuore leggero che fa la borsa pesante. Anche se, qualche volta, vuota o quasi.

Carlo Gambescia

martedì 22 novembre 2011

Carl Schmitt e Napolitano 
La "versione" di Gennaro Malgieri


Ha ragione Gennaro Malgieri «le idee si posano dove vogliono e quando vogliono». Magari con un aiutino… Come a proposito delle idee di Carl Schmitt che l’Onorevole del Pdl ha evocato, attenzione, non per interpretare ma per giustificare ex post, come direbbero i giuristi, l’ operato del Presidente Napolitano in occasione della defenestrazione di Berlusconi.


Sì, defenestrazione… Come da vocabolario: «esonerare da un ufficio in modo sbrigativo e brutale». Sbrigativo, grazie all’ essenziale regia di Napolitano; brutale, per i fischi e gli insulti di una folla, che se avesse potuto avrebbe appeso il Cavaliere per i piedi.
Veniamo a quel che ha scritto Malgieri su “iI Tempo”, quotidiano del centrodestra, però decisamente schierato con Napolitano e Monti (*). La citazione è lunga ma necessaria: «Quel che è venuto in evidenza nel corso della formazione del governo Monti è stato l’eccezionalità del contesto della soluzione adottata. Perciò è facile per chi abbia dimestichezza con la dottrina schmittiana riconoscere che il tema della sovranità si lega strettamente a ciò che è accaduto (…). Non so se Napolitano si sia reso conto che egli ha dato respiro politico ad un assunto rimasto sepolto nei cassetti dei politologi per decenni implicitamente riconoscendo che “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. Lo affermava perentoriamente Schmitt nello scintillante e profetico Teologia politica (1922), spiegando che un tale stato è quello non descritto, non previsto nell’ordinamento giuridico, dal quale si crea una situazione normale, ricondotta cioè in un alveo nel quale si riconoscono tutti e ne pretendono contezza. Sovrano è perciò colui che decide in maniera definitiva, perfino forzando la prassi costituzionale senza tuttavia stravolgerne le norme, se lo stato di normalità si ristabilisce al fine di non far deflagrare in conflitti incontrollabili le posizioni contrapposte (…). La Costituzione repubblicana non ammette e non vieta che il presidente della Repubblica riconosca lo “stato d’eccezione” e si regoli di conseguenza ancor prima di aver ottenuto la legittimazione delle forze politiche in costanza di un sistema democratico parlamentare. È quanto ha fatto Napolitano, operando scelte che hanno portato alla costituzione di governo autenticamente politico, a prescindere dalla sanzione partita che ha avuto dalle Camere».
Ecco, l’abito schmittiano, a dire il vero raffazzonato, che Malgieri fa indossare al Presidente della Repubblica. Tuttavia il nostro Onorevole, non ancora soddisfatto, si invola in ragionamenti, da “intellettuale della Magna Grecia”, sulla necessità di «costituzionalizzare ciò che ha fatto Napolitano nelle ultime settimane dando vita - e lo scrivo con rispetto istituzionale e culturale - ad una sorta di presidenzialismo non esplicitato, come pure ha osservato il direttore Mario Sechi».
Notare, en passant, il doppio omaggio vassallatico al Presidente della Repubblica e al Direttore de “Il Tempo” …
Dicevamo abito raffazzonato… Perché? Il discorso di Schmitt è molto più complesso. Ma lasciamo la parola al grande giurista tedesco: « Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. (...) . La costituzione può al più indicare chi deve agire in un caso siffatto. Se quest'azione non è sottoposta a nessun controllo, se essa non è ripartita in qualche modo, secondo la prassi della costituzione dello Stato di diritto, fra diverse istanze che si controllano e si bilanciano a vicenda, allora diventa automaticamente chiaro chi è il sovrano. Egli decide tanto sul fatto se sussista il caso estremo di emergenza, quanto sul fatto di che cosa si debba fare per superarlo. Egli sta al di fuori dell'ordinamento giuridico normalmente vigente e tuttavia appartiene ad esso poiché a lui tocca la competenza di decidere se la costituzione in toto possa essere sospesa. Tutte le tendenze del moderno sviluppo dello Stato di diritto concorrono ad escludere un sovrano in questo senso. (...). [In realtà] l'eccezione è più interessante del caso normale. Quest'ultimo non prova nulla, l'eccezione prova tutto; non solo essa conferma la regola: la regola stessa vive solo dell'eccezione. Nell'eccezione, la forza della vita reale rompe la crosta di una meccanica irrigidita nella ripetizione». (Carl Schmitt, Teologia politica. Quattro capitoli sulla dottrina della sovranità, in Le categorie del 'politico', saggi di teoria politica a cura di G. Miglio e P. Schiera, il Mulino, 1989, pp. 33, 34, 41 , il corsivo è nostro).
Sostanzialmente, cosa afferma Schmitt? Che la sovranità risiede in chi possiede l’autorità e il potere di decidere non solo “come” uscire dall’emergenza, ma soprattutto “quando” si possa parlare di stato di eccezione. Cioè, in ultima istanza, la sovranità risiede nel poter decidere che cosa sia eccezione oppure no. Perciò siamo davanti a un fondamentale test politologico per capire ( e quindi interpretare…) chi, in una determinata situazione, comandi su chi. È lì, se ci si passa l’espressione, che si trova la ciccia della dottrina schmittiana. Per il giurista tedesco prima viene la decisione sul “quando”, poi il “come” uscirne.
Malgieri, per contro, privilegia il “come” e stende un velo pietoso sul “quando”, non offrendo così una ricostruzione corretta della concezione schmittiana in argomento e neppure di ciò che è realmente accaduto
Forse, perché indagare ulteriormente sulla decisione del “quando” far cadere Berlusconi, avrebbe gettato luce sui veri depositari della sovranità… Ci spieghiamo meglio.
Dal momento che lo “stato di eccezione”, secondo il centrosinistra (da Nanni Moretti, Travaglio a Vendola e Di Pietro, passando per Bersani, Bindi, Casini & Co.), risaliva alla vittoria elettorale del 2008, vittoria mai accettata, l’aggravarsi della crisi economica nel 2011, ha solo fornito l’occasione d’oro per far cadere finalmente il Cavaliere. Certo, complici poteri economici e bancari desiderosi di far pagare i sacrifici solo ai cittadini. Nonché la riluttanza di Berlusconi, probabilmente causata anche da ragioni personali ( restare a cavallo per evitare i processi), a infilare le mani nelle tasche degli italiani.
Perciò, altro che mercati che votano tutti i giorni! O comunque non solo… Qui sì è trattato di un disegno culturale e politico-economico, molto lucido, concretizzatosi politicamente, nell’immediato, a favore del centrosinistra. E grazie ai mirati « confronti non protocollari» di Napolitano. Siamo perciò davanti a un governo politico. Perché? Nelle democrazie parlamentari le scelte fiscali e previdenziali, redistribuendo redditi, influiscono sempre sulle scelte dell’elettore, e quindi sono politiche, a prescindere da chiunque le decida (politico o meno). Di conseguenza, per il centrosinistra, costretto a subire una politica economica di destra, il successo potrebbe tradursi in una vittoria di Pirro. Vedremo.
Concludendo, Malgieri ricorre alla dottrina schmittiana, non per capire chi comandi su chi, ma per giustificare ex post la defenestrazione di Berlusconi. Reinventando addirittura un Napolitano Custode della Costituzione. Salvo dimenticare che in Schmitt il Custode deve sì rappresentare la costituzione, ma, attraverso di essa, “la totalità del popolo” che lo ha eletto. E, al momento, non ci risulta che il Presidente Napolitano si trovi al Quirinale grazie al voto popolare.

Carlo Gambescia

lunedì 21 novembre 2011

Berlusconi e Fini torneranno insieme? 
Ma chi se ne frega…



 Le voci di un riavvicinamento tra Berlusconi e Fini possono essere argomento di un post “metapolitico”? Sì e no.

Prima i fatti però. Ecco la versione di “Libero”, probabilmente la più accreditata: « “È vero che Gianni Letta mi ha telefonato dopo il colloquio tra il presidente della Repubblica e Berlusconi”, la chiacchierata che è coincisa con le dimissioni del Cavaliere. “E Letta - ha proseguito Fini - poteva dirmi si è dimesso, ma invece me lo ha passato. Berlusconi mi ha detto che si è chiusa una fase, cerchiamo di ragionare per il prossimo futuro. Intervistato da “GrParlamento”, Gianfranco ha però negato che l’ex premier gli abbia fatto i complimenti per aver avuto partita vinta: in effetti, questo sembrava troppo». Invece Berlusconi, secondo alcune agenzie, pur non negando il colloquio, lo avrebbe definito, in puro politichese, «solo di carattere istituzionale».
Ripetiamo la domanda: può una telefonata, di cui non si conoscono i contenuti precisi, diventare la materia prima per scrivere un post “metapolitico”? No. Può però essere interessante - e quindi sì… - per fare qualche osservazione, per così dire tra il serio e il faceto, su alcune regole non scritte della politica italiana. Regole, basate su un sapere tacito e condiviso da tutti. E che tuttavia non favoriscono la tanto celebrata trasparenza fra elettori ed eletti. A dirla tutta, siamo davanti a una specie di arte… Ma procediamo per gradi.
La prima regola è quella di “infastidire i terzi” . Non sappiamo se Fini e Berlusconi, torneranno un giorno insieme, ma quel che ora conta - per entrambi - è stuzzicare opposizioni interne e alleati, da un parte Lega, ex aennini (La Russa & Co.), dall’altra ayatollah futuristi, Casini e Rutelli. Il messaggio è: « Signori non tirate troppo la corda perché potremmo tornare insieme». Si tratta di un vecchio metodo democristiano, e prima ancora di “sacrestia” (dei sacri palazzi papalini però...), fortificatosi nei laicissimi conflitti correntizi interni alla Balena Bianca.
La seconda regola è quella del “contro-ordine compagni”. Le cui origini non risalgono a Togliatti, ma alla spericolata politica cavouriana. Il Connubio mise insieme un gruppone di ex nemici nelle lotte risorgimentali, diventati amici, poi di nuovo nemici, e così via. Per ulteriori approfondimenti rinviamo ad vocem, alla bella biografia dello statista risorgimentale scritta da Rosario Romeo (Laterza). E Cavour era un grande politico… Figurarsi Berlusconi e Fini che sono parecchie spanne sotto il Conte.
La terza regola è quella “del tratta l’elettore come un deficiente”. Anche qui la Democrazia Cristiana ha veramente fatto scuola. Vi ricordate quando alle politiche i “democristi” chiedevano voti anticomunisti - come nel 1976 - per poi inciuciare regolarmente con il Pci? Cosa che, a dire il vero, accadeva pure sulla sponda comunista. E così i due elettorati venivano trattati come deficienti. Perciò se il trucco riusciva con l’attento elettore demo-comunista, non può non riuscire con l’italiano di oggi, totalmente rintronato…
Ecco le regole tacite, di una vera e propria arte italiana della “sòla” politica (per dirla in romanesco), cui tuttora ricorrono non solo Berlusconi e Fini ma tutti i politici nostrani. Che malinconia.
Concludendo, Berlusconi e Fini torneranno insieme? Ma chi se ne frega.

Carlo Gambescia

venerdì 18 novembre 2011

Il libro della settimana: Gordiano Lupi, Fidel Castro. Biografia non autorizzata , A.Car Edizioni 2011, pp. 206, euro 15,00. 


http://www.edizioniacar.it/

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Sul ruolo storico dei grandi uomini, grosso modo, esistono due tesi. E le dobbiamo all’Ottocento, secolo romantico per eccellenza, diviso però tra il culto retrodatato dei popoli e quello eroico dell’individuo. La prima è di Thomas Carlyle: «Nessun grande uomo vive invano. La storia del mondo non è altro che la biografia di grandi uomini » (Gli Eroi). La seconda di Lev Tolstoj: « Negli avvenimenti storici i cosiddetti grandi uomini sono etichette che danno nome all’avvenimento e che, esattamente come le etichette, hanno con l’avvenimento stesso la minima connessione possibile» (Guerra e pace).
Ora, su questi basi come definire Fidel Castro di cui abbiamo sottomano la Biografia non autorizzata (A.Car Edizioni, pp. 206, euro 15,00 ), scritta da Gordiano Lupi? Di certo, un eroe nel senso di Carlyle. Un uomo, Castro, che è stato capace di imprimere un’accelerazione storica all’isola natia. Anche solo per essere riuscito a porre la piccola Cuba al centro dell’agenda politica internazionale per lunghi decenni. Al tempo stesso però, non si può non dare ragione a Tolstoj. Perché, come sanno gli storici, la realtà si vendica sempre. E per quanto forte possa essere stata, in ogni epoca la volontà di potenza e giustizia dei «grandi uomini», la deriva antropologica ed economica dei popoli ha sempre imposto dure correzioni di rotta, anche ai capitani più coraggiosi. Come nel caso delle rivoluzioni, che prima o poi finiscono per essere tradite. Perché, di regola, per i popoli il pane quotidiano resta sempre più importante della rosa rivoluzionaria, come dire, una tantum…
Diciamo perciò che Gordiano Lupi, da profondo conoscitore dell’argomento e ottimo scrittore, sembra idealmente prendere sottobraccio Carlyle e Tolstoj, per inerpicarsi di buon passo lungo i sentieri di una storiografia accurata ma capace di arrivare a tutti, tratteggiando un onesto ritratto di Fidel Castro, senza trascurare luci e ombre.
Ma lasciamo la parola a Lupi: «Fidel Castro è un uomo complesso che può essere reso semplice solo dall’odio anticomunista tipico dei nordamericani e dal rancore degli esuli cubani. All’opposto, molti comunisti di tutto il mondo lo idealizzano come un cavaliere senza macchia e senza paura. Chi è stato sulla Sierra al suo fianco lo adora e rispetta, molti hanno governato Cuba con lui, hanno fatto una rivoluzione di giovani che è invecchiata con loro. Il fascino che Fidel sprigionava sui giovani del 1970, è andato sfumando con le nuove generazioni che conoscono la rivoluzione dalla propaganda televisiva a dai libri di scuola . Fidel castro resta uno dei personaggi più importanti della storia, insieme a Quetzacoatl, Colombo e Bolivar, perché è il primo rivoluzionario che ha portato un paese ispanico a un’organizzazione sociale moderna. Per raggiungere lo scopo ha utilizzato il totalitarismo carismatico e per molti anni ha avuto il suo popolo accanto. Adesso non è più così perché Cuba è un vero e proprio stato di polizia, i cubani sono sempre più indifferenti alla politica e se ne tengono lontani, soprattutto non si illudono più che la rivoluzione risolva i loro problemi. Fidel è riuscito per anni coniugare idealismo e pragmatismo, non dimenticando il pane per la gente comune, mentre adesso si registra una totale assenza di collegamento tra le masse e chi governa, pare quasi che la rivoluzione non conosca i problemi del popolo» .
Ecco, un merito del libro è quello di sottolineare il contraddittorio impasto di idealismo e pragmatismo (il pane e le rose, appunto) che ha segnato la biografia umana e politica di Castro: vicino al popolo, senza essere del popolo (perché colto e di famiglia borghese); socialista, senza in realtà esserlo fino in fondo (perché spiccatamente nazionalista e contrario a ogni determinismo economico); alleato dei comunisti russi, senza però condividerne la grettezza imperialistica (per limiti oggettivi e, soprattutto, perché teso a migliorare le condizioni di vita del popolo cubano).
Probabilmente, l’unica non contraddizione, resta il suo anti-americanismo, frutto di una avversione idealistica (soltanto rose, dunque), al modello di vita Usa, per restare in metafora, imperniato sul solo pane… Una tendenza, del resto, favorita anche dalla grettezza mostrata della maggior parte delle amministrazioni statunitensi, incapaci di capire l’uomo-Castro e gli stessi difficili problemi cubani, se non in chiave di obbligatoria estensione anche a Cuba del modello americano. In certo senso, come scrive giustamente Lupi, nell’imperialismo yankee, «in realtà Fidel ha sempre trovato legna da ardere» per il suo idealismo. Naturalmente, per ragioni di spazio, privilegiamo, semplificando, alcuni aspetti di un’analisi altrimenti ricca e dettagliata, che tocca, senza però mai scadere nel cattivo gusto, tutti gli aspetti, anche quelli privati e segreti, della vita del Comandante.
C’è un ultimo punto, molto interessante. Al Fidel Castro, autentico impasto di idealismo e pragmatismo, Lupi sembra opporre, l’idealismo rivoluzionario di Ernesto Guevara, il suo nobile alter ego: « Il Che era un idealista, disposto a lasciare Cuba, una terra che lo aveva accettato come un cittadino, una moglie e quattro bambini, per un sogno rivoluzionario da realizzare. Ernesto Guevara era un uomo schivo, appartato, solitario, così come Fidel era estroverso e demagogico. Era un uomo puro e austero che si integrava bene con la personalità carismatica del Comandante e aveva deciso di dedicare la sua vita alla realizzazione di un ideale. È opinione diffusa che alla rivoluzione cubana sia stato più utile come martire defunto che come funzionario vivo, perché il suo nome di eroico guerrigliero vive ancora come una leggenda, mentre le sue intuizioni politico-economiche lasciavano a desiderare». Perfetto, ottima premessa. A quando dottor Lupi una biografia, non autorizzata, anche di Ernesto Guevara?

Carlo Gambescia

giovedì 17 novembre 2011

Governo Monti. 
Chi vince e chi perde?


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Quanto durerà il Governo Monti? La risposta più scontata è che durerà fino a quando i sondaggi non saranno in grado di prevedere-assicurare la vittoria («dirimente», direbbe Renato Mannheimer) di uno dei due principali contendenti. Perciò, come tempi, si va da pochi mesi alla primavera 2013. Ovviamente, sia il Pdl che il Pd, prima attenderanno che Monti passi dalle parole ai fatti, facendo così da parafulmine alla rabbia degli italiani. Dopo di che potrà iniziare, tra i partiti, il tira e molla sulle misure economiche, sulla riforma elettorale, eccetera. Un teatrino politico sulla cui spettacolarizzazione influirà l’andamento dei mercati…
Ma veniamo al punto: con Monti, chi vince e chi perde? Vince, anche se defenestrato, Berlusconi. Che, come ha affermato a caldo, può staccare la spina quando vuole, e proprio sulle misure più pesanti, magari guadagnando nuovi consensi sociali. Perde invece il Pd, che, certo, ha “cacciato via” il Cavaliere, il Grande Satana odiato dal Popolo Viola. Ma che ora, dopo aver dato corpo ai sogni di un pugno di giovani giacobini digitali, si trova, e da sinistra, a dover appoggiare un governo economicamente più a destra di quello Berlusconi: un incubo.
È però il Terzo Polo a correre il pericolo maggiore dal punto di vista delle tenuta elettorale, proprio per il suo appoggio incondizionato a Monti: gli elettori bastonati, mai perdoneranno i tre mandanti politici del professore, Casini, Rutelli, Fini. Infatti, il trio-ma-quanto-siamo-bravi-e-responsabili si è tolto dai piedi Berlusconi, ma come? Pagando un prezzo altissimo. Quello di infilare i propri (di piedi) nella soletta di cemento del Governo Monti. A proposito, a dir poco suicida, dietrologie a parte, la proposta di Bocchino su Monti candidato Terzo Polo-Pd alle prossime elezioni… Per la vecchia serie del marito che si taglia gli “attributi” per far dispetto alla consorte…
Per contro IdV, Sel, Lega potrebbero invece capitalizzare elettoralmente (in particolare Bossi, nettamente all’opposizione) l’ atteggiamento critico verso il Governo Monti.
Il nostro ragionamento politico si regge però su una premessa: che Monti abbia la autorevolezza (e quindi la forza) necessaria per scotennare gli italiani. Perché, in effetti, il professore finora si è comportato più da democristiano d'antan, esperto in "galleggiamento", che da puro tecnico... Come ha provato la preoccupata insistenza sulla necessità di «dare un contenuto politico condiviso» al suo governo. Ciò significa che se Monti non fosse riuscito nell’intento di stipulare con i partiti un vero contratto di assicurazione politica, come purtroppo proverebbe lo scivolone sui nomi di Letta e Amato, il suo governo rischierà, già da domani, di condurre vita grama. Anche perché, non avendo alle spalle Pd e Pdl, dove potrà trovare asilo politico? Ma dalle parti del Quirinale, of course. L’unica vera sponda politica cui potrà aggrapparsi per non finire a fondo. Ma con quale controindicazione? Quella di far cominciare un' aggrovigliata telenovela, costellata di incontri, telefonate, pronunciamenti, per puntellare, giorno per giorno, un Governo del Presidente della Repubblica, inviso al Parlamento e, in particolare, a elettori che non lo hanno mai votato, e per giunta bastonati… Di qui però, come in ogni soap che si rispetti, colpi di scena, tradimenti, lacrime, fughe, ripensamenti, eccetera ... Ma attenzione, questa volta, con una special guest star molto lunatica: il mercato borsistico.
Come faceva la canzone del simpatico Tonino Carotone? «È un mondo difficile/ è vita intensa/ felicità a momenti/ e futuro incerto». Ecco, quale potrebbe essere la sorte del Governo Monti. Ma senza “felicità a momenti”. Soprattutto per gli italiani. 

Carlo Gambescia

martedì 15 novembre 2011

Che non esistano governi tecnici, sembra chiaro persino al professor Monti, il quale insiste sulla necessità di conferire una connotazione politica al suo governo (se mai nascerà…). Di qui però la necessità di capire perché teoricamente il governo tecnico sia una pura e semplice leggenda politica. Abbiamo perciò chiesto aiuto, nel non facile compito, all’amico Teodoro Klitsche de la Grange. Buona lettura. (C.G.)





Perché non esistono i governi tecnici

di Teodoro Klitsche de la Grange




Il prof. Monti è da poco designato all’incarico di formare il governo offertogli e gran parte della stampa ne elogia le capacità e soprattutto (malgrado il laticlavio concessogli al 90° minuto) il carattere di tecnico, perciò estraneo ai riti e ai vizi della classe politica, anzi, della “casta”, l’unica, tra le molte che lo meritano in Italia, denominata come tale.
All’essere un tecnico si assocerebbe, nell’immaginario mass-mediale, gradatamente: il sapere cosa (e come) è il caso di fare, la possibilità di realizzarlo, l’essere al di sopra dei partiti e dello scontro politico (cioè “neutrale”) e via elogiando. Di tutte queste qualità, la prima, ovvero la competenza, è quella di gran lunga prevalente e decisiva a connotarne l’immagine.
Non voglio ripetere quanto pensava di tali illusioni, Benedetto Croce (“l’ideale che canta nelle anime di tutti gli imbecilli”) sulla base di qualche secolo di pensiero filosofico e politico, dato che l’ho già scritto qualche tempo fa, e non vorrei fare la fine di un certo filosofo-giornalista le cui ripetizioni (e scopiazzamenti) sono stati di recente all’attenzione dell’opinione pubblica; piuttosto è il caso di chiarire se la “tecnica” è quella che occorre nell’attuale situazione.
A tal fine occorre chiedersi cos’è “tecnica”. In generale per tecnica s’intende un insieme di regole per dirigere efficacemente un’attività. Ovviamente conoscenza, regole (il tipo di efficacia e anche altro) sono determinate dall’attività: la”tecnica” per scolpire una statua non è uguale a quelle per suonare il pianoforte, progettare ponti o curare un malato. Tutt’insiemi di regole, conoscenze, “saperi specializzati” sempre assai differenti, e talvolta non aventi nulla in comune.
Se non un connotato fondamentale: che la tecnica può indicare i mezzi ma non i fini.
Un chirurgo “bravo” è quello che sa operare guarendo il paziente: il fine (la vita del paziente) non è scelto dallo stesso; così uno scienziato (nucleare) è quello che sa come ricavare energia dall’atomo, ma non decide se tale energia debba essere usata per bombardare le città o illuminarle. E i tutto vale anche in materia economico-sociale: non appartiene al tecnico scegliere se uno Stato debba essere organizzato come corporativo-fascista, democrazia liberale o repubblica dei soviet; se si debba osservare il code civil, la common law o la sharia. Se una comunità vuole essere regolata dalla legge coranica, pur essendo questa meno compatibile di altri sistemi giuridici con (la società e) l’economia moderna, non è compito del “tecnico” trasformarla in una moderna società dei consumi (anche se economicamente sarebbe più razionale). Il che fa sì che il tecnico, se tale vuole restare, è costretto a scelte forzatamente prese altrove e probabilmente conservatrici (a fini prestabiliti e rapporti di potere intangibili), pena – in contrario – trasformarsi in politico.
Il che pone due problemi: il primo– e più importante – è se una crisi anche di carattere economico, non rientri nell’ambito del politico. Nessuno, dopo i ricorrenti terremoti che affliggono l’Italia (né – che ci risulti – in alcun altro paese), ha proposto di eleggere un geologo a capo del governo, perché le misure da prendere per il dopo-terremoto investivano comunque la politica. Le cui regole “tecniche” per così dire, sono differenti e considerano presupposti e parametri diversi e talvolta opposti. In politica è d’importanza fondamentale il rapporto di comando-ubbidienza: autorità, legittimità, consenso ne sono presupposti essenziali. Ma se Galilei avesse messo ai voti (cercato il consenso) la tesi (vera) eliocentrica, sarebbe rimasto “in minoranza”, e probabilmente, ai tempi suoi, da solo. La realtà è che in politica, come scriveva Hobbes, auctoritas non veritas facit legem; e Vico proseguiva certum ab auctoritate verum a ratione. Se (alla scienza e) alla tecnica è necessaria la “verità” che sicuramente non dipende dai voti, alla politica lo è il consenso all’autorità (e con ciò l’obbedienza): se questo non c’è corre il rischio di risultare irrilevante o, al contrario di comandare in modo estremamente difficile e costoso.
Il secondo, legato alla situazione italiana, riflesso della crisi finanziaria che affligge l’Europa e, in parte, gli U.S.A., è (tra l’altro) quali siano in Italia i fattori concomitanti che la rendono (a quanto pare) più pericolosa che altrove. Si dice che questo sia il deficit, e il rapporto con il PIL: ma nel passato questo era peggiore; così il differenziale di redditività tra Buoni del Tesoro tedeschi e italiani era assai superiore (specie negli anni ’70 e ’80). Quel che occorre chiedersi è se deficit, spread e quant’altro non siano – almeno in larga misura - la conseguenza (gli effetti) dell’ideologia dello Stato assistenziale (e connessi) che, pur avendo raggiunto obiettivi molto apprezzabili, non può continuare negli stessi modi, forme, strutture perché la situazione storica (ed economica) è cambiata. E quindi occorre una politica che si faccia carico di progettare un futuro, per forza di cose, diverso dal passato: cioè con una grande capacità d’innovazione. Quello che la sinistra italiana, rimasta alle condizioni del secondo dopoguerra, non si rassegna a capire.
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Teodoro Klitsche de la Grange

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Teodoro Klitsche de la Grange è avvocato, giurista, direttore del trimestrale di culturapolitica"Behemoth" ( http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).

lunedì 14 novembre 2011



Galli della Loggia, 
Berlusconi e i “traditori”


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Del fatto che la riconoscenza, già ai tempi di Roma, non fosse diffusa tra i politici, se ne accorse Cesare, suo malgrado, cadendo sotto i colpi dei congiurati. Pertanto, Ernesto Galli della Loggia non dice nulla di nuovo, quando lascia trasparire che in politica il tradimento politico sia quasi un fatto fisiologico ( http://www.corriere.it/opinioni/11_novembre_10/galli-della-loggia-politica-non-esistono-traditori_563a08b0-0bb9-11e1-a5e8-cd9b2a0894cc.shtml ). Aggiungendo che il Cavaliere avrebbe sbagliato tutto rifiutandosi di capire che «la politica è più forte di qualunque legame personale fondato apparentemente su qualcosa di simile all'amicizia ma in realtà, assai più spesso, sui favori e sul denaro travestiti da “amicizia” ». Ragion per cui la sconfitta di martedì sarebbe «una lezione inaspettata e amara», perché «non aver capito questo dato capitale è all’origine della stupefacente catena di errori e di incapacità che lo stanno portando oggi a una fine ingloriosa».
Cosa si vuol dire? O, meglio non dire? Che la politica è nella sua essenza “tradimento”? Anche se i vincitori e transfughi, come la storia insegna, “dopo” usano altri termini?
Un passo indietro. Che cos’è “politica” per Galli della Loggia? Non si capisce bene. Per un verso è interesse, e quindi possibilità di tradimento: «“Lontanissima da me (…) l'idea di pensare che coloro che non hanno votato con la maggioranza lo abbiano fatto per chissà quali ragioni ideali»”. Per l’altro, ideale: « Non già dunque la condivisione di un progetto comune alimentato da valori comuni, l’elaborazione collettiva delle cose da fare e del come farle (sia pure, evidentemente, con una diversa incidenza decisionale e con un diverso grado di responsabilità). No. Al posto di tutto questo, invece - al posto della politica - la persona, la “sua persona” di capo e benefattore: e dunque la fedeltà, la devozione e, perché no?, magari pure la simpatia e l'affetto. Ma comunque e innanzitutto il comando e l’obbedienza. E dunque la categoria del “tradimento”. Chi non lo segue più non può che essere un “traditore” » .
«Il comando e l’ obbedienza», sottolinea Galli della Loggia: qui però cade l’asino. Un certo Julien Freund che all’essenza “du politique” ha dedicato un tomo di ottocento pagine, spiega che la dialettica tra comando e obbedienza è uno dei tre presupposti fondamentali del politico (gli altri due sono il conflitto amico-nemico e quello privato-pubblico) . Senza disciplina, ottenuta con i mezzi più diversi ( e quindi anche quelli che Galli della Loggia rimprovera a Berlusconi…), non si va da nessuna parte: dai partiti alle società; senza il presupposto comando-obbedienza ci si autodistrugge, Si tratta di una costante metapolitica. Quindi il tradimento, pur rinviando implicitamente al presupposto comando-obbedienza (perché si può non obbedire a un comando), è un fattore patologico e non fisiologico. Per quale ragione patologico? Perché non fa emergere quel principio di ordine (l’obbedienza al comando) che, sempre secondo Freund, favorisce, in ultima istanza, la principale finalità del politico: la protezione del cittadino. Ovviamente, possono nascere conflitti fra differenti tipologie di obbedienza, interne ed esterne al “politico” (se esterne si tratta di conflitto tra “essenze”diverse, ad esempio fra obbedienza politica e religiosa); conflitti componibili o meno . Come, del resto, la finalità del presupposto comando-obbedienza può cambiare nei contenuti storici (contenuti sui quali possono registrarsi le idee più differenti), ma non nella sua forma, o essenza, di natura protettiva (sul cui valore non può regnare alcun disaccordo).
Pertanto, il Cavaliere ha senz’altro sbagliato nel “dosaggio” (troppo potere carismatico, tanti rapporti personali, pochi valori comuni, scarsa elaborazione collettiva), ma è nel giusto quando grida al tradimento. Non ha letto Freund… E probabilmente ragiona in chiave personalistica. Però il tradimento c’è. E non farà sicuramente bene all’ “ordine” politico italiano.

Carlo Gambescia

sabato 12 novembre 2011



Ahi, serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di provincie, ma bordello!
(Dante Alighieri, Purgatorio, Canto VI, 76-78)


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Davanti al "patriottismo" di Virgilio e Sordello, i quali al solo nome di Mantova, comune luogo natio, si abbracciano, Dante, al colmo dell'ammirazione - come direbbe un giovane studente di oggi - "sbrocca": l'ammirazione si tramuta in sdegno. E pronuncia una terribile invettiva contro un'Italia purtroppo divisa in fazioni armate. Dove invece di abbracciarsi, in nome della comune eredità, si guerreggia. La definisce serva perché schiava di tiranni e tirannelli, invece di essere retta da un unico legittimo imperatore. (C.G.)

venerdì 11 novembre 2011

Postdemocristiani
Ritorna la "Balena Bianca"?


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Nella Seconda Repubblica ( benché, come pare, stia per arrivare la Terza…), ad ogni crisi governo, alcuni editorialisti tirano fuori l'ever green (Prima Repubblica) della vecchia Democrazia cristiana che “tutto sommato”.. Purtroppo, come si sa, la nostalgia è sempre canaglia: deforma la realtà. Soprattutto quando si rimpiange la cara vecchia “Balena Bianca”. Perché dietro la voglia di Dc fanno capolino tante Democrazie Cristiane immaginarie… Forse troppe, perché - il lettore cripto-democristiano si tenga forte - l’ unità politica dei cattolici non è mai esistita.
Non è esistita davanti al fascismo: i famosi clerico-moderati si gettarono nelle braccia di Mussolini. Né davanti al comunismo, come mostra la storia della sinistra cristiana e di quella dossettiana; per non dire delle varie correnti sinistrorse di natura politico-parlamentari. È invece esistito un blocco elettorale fondato su interessi assortiti, soprattutto durante la Prima Repubblica. E molto meno sui valori, se non come foglia di fico. Va perciò subito chiarito un grande equivoco: l’anticomunismo democristiano deve essere ricondotto alla natura corporativa della società italiana, così bene assecondata dalla Dc.
Una società rissosa che respinse il comunismo nel Primo come nel Secondo dopoguerra, soprattutto per egoismo. E che continuò a rifiutarlo fino a quando non decollò, negli anni Settanta, anche grazie allo sviluppo delle Regioni, il consociativismo degli interessi con un Pci omologato e socio di minoranza della Spa Italia a guida Dc.
Il fatto che non vi sia mai stata “vera” battaglia sui valori, se non nel 1948 ( e parzialmente…), è dimostrato dalle sconfitte referendarie (divorzio e aborto); scontri politici mai sostenuti da “tutta” la democrazia cristiana.
Si dirà: ma come mai la Dc è rimasta al potere per oltre quarant’anni? Presto detto: mondo diviso in blocchi, ma anche governo degli interessi. Ossia capacità democristiana, questa sì, molto chiesastica, di infilare i propri uomini ovunque, cercando di non scontentare le diverse corporazioni: insegnanti, coltivatori, impiegati, imprenditori, eccetera.
Va da sé che l’ideologia interclassista si coniugava benissimo con l’ecumenismo degli interessi: la Dc, in fondo, di necessità faceva virtù. Altro che ricerca dell’ unità politica in nome dei valori cristiani…
Oggi che spazio può esservi per un partito cattolico? E in una società economicamente divisa, dove i valori cattolici - dispiace dirlo - sono in caduta libera?
Prima qualche cifra. L’Udc, partito che si proclama cattolico, alle ultime politiche ha ricevuto oltre 2 milioni di voti alla Camera e 1 milione e 900 mila al Senato. Mentre La “Balena Bianca” alle ultime elezioni cui si presentò unita, quelle del 1992, prese più di 11 milioni di voti alla Camera e 9 milioni al Senato.
La differenza lascia senza parole. Come risalire la china per recuperare un elettore i cui interessi sono ormai difesi da altri?
Del resto se i voti sono finiti in tutti i partiti principali (dal Pdl, Pd, Lega), con soddisfazione degli elettori come attestano risultati elettorali e ricerche, non si capisce perché gli elettori dovrebbero, di punto in bianco, cambiare cavallo e puntare sull’Udc o su un nuovo Rassemblement? Solo perché lo auspicano alcuni onorevoli scontenti delle “nuove case”? E per giunta in nome dei valori cattolici? Ma quali? Se la Dc si reggeva sugli interessi? Lasciamo perdere… Qui si rischia veramente di fare un’operazione verticistica a fondo perduto.
Resta però un’incognita. Se il Pdl dovesse spappolarsi, dividendosi proprio sugli interessi rappresentati, un qualche nuovo centro cattolico, magari di dimensioni più ridotte rispetto alla vecchia Dc, potrebbe, di necessità, raccoglierne l’eredità. Però, attenzione, non intorno ai valori, come spesso invocano le anime belle, ecclesiastiche e non, ma sulla base di puri e laicissimi interessi. E per giunta, raccattati.

Carlo Gambescia

giovedì 10 novembre 2011

Il libro della settimana: Gianfranco Miglio, Lezioni di politica, vol. I, Storia delle dottrine politiche, vol. II, Scienza della Politica, ilMulino 2012, pp. 352, 520, euro  27,00 - 33,00.  

https://www.mulino.it/isbn/9788815233295



E infine sono uscite! Parliamo delle Lezioni di politica di Gianfranco Miglio, intorno alle quali si parlava da anni, con toni, ultimamente, di onirica rassegnazione borgesiana. E invece, grazie alla più grande casa editrice universitaria italiana, il Mulino, li abbiamo, finalmente, tra le mani: due ricchi tomi, dalla veste editoriale sobria ma elegante; un bel contrasto di bianco e blu, da cui si affacciano severi, in copertina, due Maggiori di Miglio: Machiavelli e Hobbes. Il primo volume, Storia della dottrine politiche (pp. 346, euro 27,00), è curato da Davide G. Bianchi, il secondo, Scienza della politica ( pp. 512, euro 33,00), da Alessandro Vitale. La presentazione invece è opera di Lorenzo Ornaghi e Pierangelo Schiera.
I due volumi raccolgono i corsi universitari di Miglio. Come dire, il distillato, la quintessenza di un sapere politico intorno al quale lo studioso ha speso, operosamente, la sua vita. Di qui, probabilmente, “anche” quell’espressione, « politica pura», che Miglio avrebbe voluto usare per denominare le lezioni. Ma così non è stato.
Comunque sia, invidiamo, gli studenti che all’epoca ( gli anni accademici di riferimento sono 1974-1975 e 1975-1976, per la Storia delle dottrine; 1981-1982, per la Scienza della politica) condivisero il rito di iniziazione, centellinando, se ci si passa l’espressione, la fortissima "grappa" politica di Miglio. Per quale ragione iniziazione? Perché si era (e si è) davanti a un’autentica discesa negli inferi della politica: nuda e cruda, senza orpelli e abbellimenti. In questo senso pura, perché libera da qualsiasi impura tirannia dei valori. Miglio, ragiona storicamente per millenni, scava a fondo, cerca regolarità nei comportamenti politici, e soprattutto non fa sconti alle anime belle che amano baloccarsi con i grandi principi ideologici.
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« La politica - scrive lo studioso - ha bisogno dell’ideologia perché la sua realtà sarebbe altrimenti troppo sgradevole. In ogni caso, compito della scienza politica è quello di non farsi depistare da questi percorsi di digressione, il cui compito è quello di tenere insieme la sintesi politica, cementando classe politica e seguito. Quando ci troviamo di fronte a un’impostazione che risolutamente rinuncia a ogni abbellimento - come è nel caso della ragion di Stato - ci colgono allora le vertigini, siamo portati a ritirarci dallo strapiombo che ci si presenta davanti. Bisogna però saper coesistere con il falso dell’ideologia e la realtà della politica, incontrovertibilmente, senza alcuna possibilità di mediazione » (vol. I, p. 211).
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Siamo davanti a un’opera della stessa grandezza e tempra per riferirsi all’Otto-Novecento italiano, di classici del calibro di Pareto, Mosca, Michels. E sicuramente, non inferiore, quanto a intuizioni, a quella di Schmitt e Freund. Di questi ultimi autori, si condivide appieno la fondamentale tesi sulla politica come attività basata sulla distinzione amico-nemico. Puntualizza Miglio:
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« Non esistono aggregazioni politiche di qualche rilievo e soprattutto di qualche stabilità, che non siano polarizzate ed esclusive verso un’altra porzione di umanità (…) . Come i greci non costituirono una struttura politica unitaria, se non quando furono conquistati e dominati da un’entità esterna, con la conquista macedone e vissero un’intensa vita politica ma in sintesi politiche contrapposte, lo stesso è accaduto in Europa. Quest’ultima è esistita quando era un sistema di Stati conflittuali. Il suo declino è derivato dal diminuito carattere decisivo e sovrano delle sintesi politiche che la componevano. L’idea dell’unificazione (…) matura quando il sistema ha cessato di essere vitale. Ma sul piano teorico la conclusione più importante è l’impossibilità strutturale di una sintesi politica unica. Lo Stato politico unico mondiale è escluso da questa logica della contrapposizione polarizzante (…). Nella sua logica il sistema politico è un sistema che ha almeno due grandi aggregazioni politiche, perché la coesione di queste due grandi aggregazioni politiche è data dalla loro conflittualità. C’è una prova storica eccezionale: quando (…) l’Impero romano raccolse tutti gli uomini civili che contavano la sua debolezza interna dipese dalla scarsità del grado di tensione, perché trasformandosi in un grande impero amministrativo che unificava tutti, si ebbe anche il fenomeno del mercenariato, della caduta della funzione conflittuale esterna, della gestione diretta della guerra da parte della classe politica dominante e il sistema si dissolse. Dissolvendosi, diede luogo a una pluralità di sintesi politiche in conflitto fra di loro» ( vol. II, pp. 251-252).
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Ma vanno ricordati due fondamentali apporti analitici, proprietà indiscussa di Miglio : da un lato i concetti di «obbligazione politica» e di « obbligazione contratto-scambio» , dall’altro quello di «rendita politica».
Semplificando al massimo, per lo studioso l’obbligazione politica è fondata sull’identificazione tra leader e seguaci, mentre quella contrattuale su un calcolato dare-avere; la prima è una cambiale in bianco, tra governati e governanti, che guarda con speranza al futuro; la seconda, un contratto, tra due privati, che si volge al presente, imponendo, spesso, istantanea soddisfazione. Il che significa che il gioco delle passioni in politica ha un ruolo fondamentale: il gusto irrazionale di comandare e di afferrare quanto più potere possibile, a danno dei nemici, facendosi aiutare dagli amici, attraversa tutti i regimi politici, pur indossando maschere ideologiche e istituzionali differenti:


«La meta ultima dell’aggregazione politica - sottolinea Miglio - è dunque sostanzialmente il momento in cui i seguaci si identificano, si confondono nel capo. Essi annullano in parte la loro personalità in quella del capo politico. In quel momento la sintesi politica funziona al massimo. Perché in quel momento ogni atto, ogni scelta, ogni decisione, anche magari costosa, sanguinosa, pesante, dei capi politici è sentita come propria (…). C’è un giudizio che trascende il calcolo razionale. Questo fatto indica i momenti di massima tensione (…). Ancora un volta qui si tocca lo sconcertante, antipatico (ma che va studiato) carattere dell’esperienza politica, che è la sua irrazionalità” » ( vol. II, p. 234).
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Quanto al concetto di «rendita politica», lasciamo di nuovo la parola a Miglio:

«Il potere politico stabilisce un ufficio che dovrà rilasciarlo, fissa la quota che per ottenere quel documento ogni cittadino dovrà pagare e trasferisce questo tributo ai funzionari incaricati di fornire il documento. Ecco il classico caso di rendita politica, in cui colui il quale è in grado d stabilire il bisogno mediante costrizione è anche colui che, o direttamente ricava il tributo che in tal modo impone, o lo trasferisce normalmente ai suoi seguaci perché lo godano. Questo è il meccanismo classico delle rendita politica » ( vol. II, p. 323).


Ovviamente lo spettro è molto ampio si va dall’imposizione dei tributi alla richiesta illecita di vere e proprie tangenti. Senza dimenticare, altra intrigante “reinvenzione” di Miglio, i cosiddetti «trasferimenti» di cui si appropria lo Stato, puntando talvolta sull’ inflazione:

«La moneta è il modo con il quale il singolo individuo ha consolidato “l’area del mercato”, l’area dello scambio sottraendosi alla rendita politica. Infatti, cosa vuol dire risparmiare, accumulare risparmio - purché ci siano dei mezzi valutari che siano stabili? Vuol dire pensare ai propri bisogni futuri. Ma come abbiamo visto, l’obbligazione politica la si contrae soprattutto per garantirsi il futuro. L’invenzione e le convenzioni sulla stabilità della moneta sono il modo con cui i singoli individui si sono garantiti con mezzi “privati”. “Non ho bisogno di andare a ossequiare nessuna forza politica perché tanto io, con il mio lavoro, ho accumulato abbastanza da poter provvedere alle mie esigenze future, anche quando sarò ammalato, avrò bisogno di una casa e via dicendo, fino al momento in cui non potrò più lavorare”. Ma inflazione, togliendo valore alla moneta, inducendo i cittadini a spendere tutto quel che guadagnano e a non risparmiare niente li rende inermi di fronte al potere politico. Più che mai questi avranno bisogno di protezione politica per garantirsi il futuro. Allora il potere politico potrà dire. “Provvedo io, con il mio sistema delle pensioni pubbliche. Anzi, a poco a poco ti costringo a non garantirti con pattuizioni e compensi guadagnati nell’economia di mercato. Solo io vi provvedo, con i miei prelievi e, se farai il bravo, se starai buono e ubbidirai, avrai l’avvenire garantito” » ( vol. II, p. 361).
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Che aggiungere? Nulla. O magari solo due cose: l’ invito a non farsi scappare questi due bei volumi. E un piccolo appunto ai curatori: forse un indice dei nomi e (perché no?) anche degli argomenti, oltre che in linea con il galateo accademico, sarebbe stato di qualche utilità per i lettori.


Carlo Gambescia