lunedì 31 ottobre 2011


RinTron(y)ati...
La "battaglia di Ponte Milvio"


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Nei primi anni Cinquanta del Novecento, Claude Lévi-Strauss, il celebre etnologo, definì il consumismo natalizio, che allora si affacciava nelle vetrine e nelle case europee, come il primo passo verso un gigantesco mutamento culturale e antropologico (nel senso dello stile di vita indotto). Qualcosa di simile ai mutamenti succedutisi nelle culture arcaiche in seguito all'introduzione dell’acciarino a pistone e della piroga a bilanciere... Insomma, per Lévi-Strauss, fatte le debite proporzioni, grazie al culto secolare di Babbo Natale e alla produzione di massa, stava nascendo l’homo consumans.
Perciò, perché meravigliarsi, sessant'anni dopo, di quella che un nostro amico ha definito, scherzosamente, la “battaglia di Ponte Milvio”? Riferendosi, ovviamente, non allo storico scontro tra Costantino e Massenzio, ma alla “guerra pacioccona” ( mica tanto però ), per aggiudicasi un televisore a prezzo stracciato, come prometteva l’astuta campagna pubblicitaria. Una battaglia che ha visto radunarsi, davanti all’ingresso del nuovo centro commerciale Trony (di Ponte Milvio appunto), migliaia di persone a caccia di gadget audiovisivi. Una folla a mala pena contenuta, tra calci, spintoni e vetrine rotte, da vigilantes privati e vigili comunali. Naturalmente, strade bloccate, automobilisti infuriati, eccetera... Incluse le scontate polemiche politiche tra sindaco e oppositori…
Come commentare? Mah… L’homo consumans, se ci si perdona la caduta di stile, se ne frega… L’impulso all’acquisto è difficilmente controllabile: una cosa lo muove, il comprare, e a ciò si attiene, comprando. Tutto qui. Va notato, che tra la folla, spiccavano immigrati di tutte le razze. Perciò la mutazione, intuita da Lévi-Strauss, ora è completa.
Piccola notazione: quando economisti e banchieri inneggiano agli spiriti animali del capitalismo, fanno riferimento a comportamenti tipo l' “inTronato” di Ponte Milvio. Perché, attenzione, nel cacciatore di Ipad a prezzo scontato il comprare si accompagna al rivendere, come nella migliore tradizione capitalista… Leggere per credere: «Ho comprato quattro televisori: uno è per mio cugino, uno per me e gli altri due invece li rivendo così ci guadagno qualcosa e mi ripago il mio». Così un “inTronato”, tutto soddisfatto.
Perciò l’ homo consumans, se ci si passa il latino maccheronico, è anche venditores. Le due cose vanno sempre insieme. Perché? Perché è così. È il capitalismo bellezza…
Del resto come ha risposto alle critiche la direzione della Trony? Scusandosi con la città, anche tangibilmente (perché si promette di pagare gli straordinari dei vigili). Ma con la compiaciuta sottolineatura, «di avere creato 50 nuovi posti di lavoro e rilanciato un punto commerciale che era agonizzante».
Insomma, la Trony, quasi meriterebbe il titolo di benemerita, come l’Arma dei Carabinieri… Dulcis in fundo: anche l’incasso è stato notevole, 2 milioni di euro in poche ore. E vissero così tutti felici e contenti…
E l’automobilista “incazzato”? Come si dice a Roma, ha fatto “du’ fatiche”… Ma poi, siamo così sicuri che nessuno tra quelli di passaggio si sia messo in fila? Magari abbandonando la vettura in mezzo alla strada? Perché con le mutazioni antropologiche non si scherza… Quando nel consumatore scatta il “riflesso” allo shopping compulsivo, non si può fare nulla. Salvo abbatterlo, come si fa con gli elefanti quando improvvisamente caricano…

Carlo Gambescia
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venerdì 28 ottobre 2011


Le intuizioni di Federico Caffè e Argo Villella
Borse “sottovetro”?



Volano le borse… Almeno così oggi riferiscono i giornali a proposito dell’euforia in Borsa, salita al massimo, «dopo l’accordo raggiunto nella notte a Bruxelles sulle misure per battere la crisi del debito sovrano di Eurolandia». Notare, «Eurolandia»… Come se l’Europa fosse un enorme parco giochi. Ma, in fondo, che cos’è diventata la Borsa? Se non un gigantesco casinò per pochi ricchi speculatori. Non è più, sicuramente, uno strumento di finanziamento delle imprese. E non è una nostra fissa, visto che già altre volte abbiamo affrontato l’argomento sul nostro blog. Ma, come dire, le cose ripetute giovano… Dal momento che non pochi storici dell’economia (si pensi solo al grande Braudel) hanno rilevato che con l’avvento del capitalismo manageriale ( e con la conseguente distinzione tra proprietà azionaria e direzione strategica affidata ad amministratori delegati), l’aspetto speculativo è passato in primo piano. Insomma, la Borsa non è più strumento di finanziamento delle imprese, se non per finta… Perché non prenderne atto?
Alla creatività del capitano d’industria, padre-padrone di un’impresa, oggi si è sostituito il mordi e fuggi di anonimi gruppi di azionisti che tengono in ostaggi volatili amministratori delegati. Parliamo di un mondo lontano anni luce da quell’impresa creativa, un tempo osannata da Schumpeter. Naturalmente, il gigantesco sviluppo delle comunicazioni e la crisi dello stato-nazione hanno fatto il resto. Soprattutto la crescente assenza di un controllo politico dell’economia ha accelerato la tempistica della crisi economica mondiale, segnata da crisi borsistiche sempre più gravi e frequenti.
Ormai le Borse decollano e atterrano, solo per ragioni speculative. Un andamento troppo oscillante che, come sta accadendo, moltiplica gli effetti negativi. Allora, che fare? Chiudere la Borsa come abbiamo scritto qualche tempo fa? Misura dirompente e forse di non facile attuazione. Sospendere temporaneamente, come talvolta viene fatto, alcune tipologie di transazioni a rischio? Misura accomodante e di fin troppo facile attuazione.
Perché, invece, non provare a conservare la Borsa, ma, come dire, "sottovetro"? Insomma, mantenerla solo per chiunque desideri giocare d’azzardo con i titoli, come al Casinò. Proprio per sganciare la Borsa da qualsiasi relazione con i valori reali dell’economia e delle singole imprese.
Si tratta di un’ ipotesi avanzata a suo tempo da studiosi non ostili al capitalismo come Federico Caffè e Argo Villella, ai cui libri rinviamo i lettori. Del primo si veda La solitudine del riformista, (Bollati Boringhieri); del secondo, Quale capitalismo?, (Liguori Editore). Soprattutto per un approccio tecnico al problema.
Caffè e Villella sostengono la necessità di eliminare definitivamente la finzione del finanziamento alle imprese mediante la Borsa. E in che modo? Aprendo in chiave esclusiva e crescente, i canali dell’impresa a banche e risparmiatori, tramite l’acquisto di azioni di prestito non trattabili in Borsa. Scrive Villella: « “In un’ economia vitale deve formarsi una giusta quota di risparmio che deve fluire, attraverso il prestito, alle attività produttive intese in senso lato, garantendo mediante un equo tasso di interesse una mercede al prestatore. Se si forma un sano risparmio questo non può che andare verso il prestito (…) Riportare dunque il capitale di prestito alla sua oggettiva funzione significa ridimensionare la tendenza alla speculazione eccessiva ed alla avidità finanziaria». E la Borsa? In questo modo si trasformerebbe in una piazza “sottovetro” , dedita allo scambio di titoli privi di qualsiasi valore atto a finanziare e ricapitalizzare le imprese. Certo, si tratta di una specie di scommessa. E poi come si dice, "fatta la legge, trovato l’inganno"… Noi, da non economisti, probabilmente in modo ingenuo, riproponiamo idee di altri, magari facilmente manipolabili sotto il profilo politico ed economico. Ma perché non provare?

Carlo Gambescia

giovedì 27 ottobre 2011

Il libro della settimana: Geminello Alvi, Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, Marsilio 2011, pp. 335, euro 21,00. 

http://www.marsilioeditori.it/


A pagina 53 dell’ultimo libro di Geminello Alvi (Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, Marsilio, pp. 335, euro 21,00) si scrive che Pitirim A. Sorokin completò la pubblicazione di Social and Cultural Dynamics, tra il 1937 e il 1942, facendo uscendo uscire i primi tre tomi nel 1937 e “altri due volumi” entro il 1942. Il che è inesatto, perché il capolavoro sorokiniano si componeva, e compone di quattro volumi, e il quarto, l’ultimo, fu pubblicato nel 1941. Inoltre, Alvi riporta alcune citazioni sulla fortuna immediata dell’opera tratte dalla nuova introduzione, all’edizione ridotta del 1985, scritta da Michel P. Richard. Dalla quale si evince - abbiamo il testo sulla scrivania - contrariamente a quanto scrive Alvi, che l’opera di Sorokin, fin dall’inizio divise la critica. Altro che “fin troppo, direi, all’epoca incensato”, come invece sembra reiventare l’economista marchigiano.
Certo, sono peccati veniali. Però, come disse un tale, a proposito di quei commercianti pronti a rubare sul peso, magari solo pochi spiccioli: «Sì va bene, ladri di galline… ma un pollo oggi, un pollo domani»… Per carità, Alvi è un dotto e rispettabile scrittore di economia e altre cose ancora, forse troppe, ma - ecco il cattivo pensiero - se trattasse le sue fonti, come sopra, all’insegna di un pollo al giorno, i lettori un bel dì potrebbero pure sentirsi fregati… O no?
In effetti, quest’ ultima sua fatica delude, e molto. E per una semplice ragione. Non c’ è nulla nuovo, per chi ovviamente abbia iniziato a seguirlo fin da Le seduzioni economiche di Faust (1989): Alvi da oltre vent’anni reitera, per ogni dove, la sua tesi, tra l’altro, neppure freschissima, almeno per chi conosca fin dall’inizio i suoi maggiori (Steiner, Sombart, Dumézil e Adriano Olivetti). Quale tesi? Che il capitalismo, come scrive a pagina 130, «non è riducibile, come mostrano i paradossi cinesi, alla venalità individuale, ma richiede, in dosi crescenti, complicità statali. Consiste d’individualissima invidia, persegue il lusso del superfluo, ma richiede lo stato di guerra o in stampa di banconote. Solo un individualismo in espressione paradossale: di parca anarchia, che non perseguisse l’economia del superfluo e limitasse il potere statale, sarebbe poi risanante».
Perciò il riferimento nel titolo all’ideale cinese (in senso negativo, di incubo), vuole sottolineare la «naturale tendenza al dispotismo dello stato capitalistico», che rischia in futuro di accomunare, sotto le insegne del capitalismo di stato, l’esperienza cinese e occidentale. Insomma, siamo davanti alla solita riproposizione dell’ antico leitmotiv caro a ogni pensiero reazionario: quello di capitalismo e comunismo, come facce della stessa moneta. Che novità!
In realtà, Alvi, probabilmente perché in fondo consapevole del pericolo involutivo racchiuso nell’anticapitalismo romantico, oppone - altro cavallo di battaglia - il capitale, come frutto di un atto creativo e solidale, al capitalismo, quale venale accumulazione fondata sull’invidia… Quindi al capitalismo come “è” contrappone il capitalismo come “deve” o “dovrà” essere”: un’ auspicabile e ordinata anarchia delle coscienze, al servizio di un capitale solidale e decumulabile grazie al dono puro; al fatto oppone la norma morale. Grave errore metodologico.
Comunque sia, come può avvenire questo mutamento? Lasciamo a lui la parola: «Nel cuore c’è un granello infinitesimo e nascosto. Ogni agire fraterno, e il dono, il lavoro devoto e buono, l’armonioso fare, lo saldano a questa economia, che il sonno consueto non sa: l’economia vera svela l’io umano, al lavoro con gli dei del creato».
Che dire? Bolle d’aria in bello stile, anzi bellissimo… Alvi sembra però ignorare un problema di fondo: quello che l’Io ( i cuori, eccetera.) , se non determinato, è sicuramente condizionato dalla società e dai valori dominanti. Ciò significa che la filosofia delle anime (magari pure belle e a fin di bene), senza una buona sociologia dei gruppi sociali, e delle costanti comportamentali cui essi rispondono, non porta da nessuna parte. Olivetti, ad esempio, provò a entrare in politica. E mal gliene incolse, perché dovette scontrarsi, completamente impreparato, con le idee dominanti, molto strutturate e aggressive. Anche Alvi, per esperienza personale, dovrebbe pur saperne per qualcosa…
Ricapitolando, se la rivoluzione delle anime si propone solo il cambiamento interno, al massimo potrà produrre alcune comunità di spiriti eletti, pure città delle parole. Se invece, vuole puntare sul cambiamento esterno, deve accettare le idee di conflitto e di politico, come divisione in amici e nemici, anche all’interno della stessa città, passando dalle parole ai fatti. E con tutto quel che ne consegue, anche di brutto. La “mitezza fraterna”, di cui tanto parla Alvi, purtroppo, da sola non basta. Il che non comporta l’obbligo di celebrare guerre, rivoluzioni e carneficine varie ( insomma, di trasformarsi in guerrafondai). Ma solo quello di ragionare in modo realistico. In realtà, molti dei difetti che Alvi imputa al capitalismo appartengono, come insegna la sociologia dei Pareto, dei Mosca, dei Michels, a tutte le organizzazioni umane… Quindi per dirla con Machiavelli, guai ai profeti disarmati. E che soprattutto, come Alvi, la facciano troppo lunga. Perché 335 pagine per dire le stesse cose di vent’anni fa, sono francamente troppe.

Carlo Gambescia

mercoledì 26 ottobre 2011

Pensioni 
La vera posta in gioco
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Oggi vorremo scrivere qualcosa sulla questione pensionistica, che però vada oltre l’attuale disputa, degna del peggiore teatrino politico. Un tema che abbiamo più volte affrontato, ma, come si dice, repetita iuvant... Entriamo perciò subito in argomento. Quando si discute di pensioni, si dovrebbe evitare di restringere i tempi storici del dibattito alle cosiddette “riforme” degli ultimi 15-20 anni. Per quale ragione? Perché si tratta di un grave errore politico (oltre che storico), dal momento che si finisce per non considerare quel che l’assicurazione pensionistica obbligatoria ha rappresentato nelle politiche economiche e sociali del Novecento: un elemento di pace sociale e di consenso alla società capitalistica. Il che non è poco.
Qualche dato. L’assicurazione pensionistica (insieme con altri programmi sociali) venne introdotta in Europa Occidentale e nell’America del Nord (Stati Uniti e Canada), grosso modo, nella prima metà del Novecento. Ad eccezione della Germania e della Danimarca dove l’assicurazione pensionistica obbligatoria risaliva, rispettivamente, al 1889 e al 1891. Ecco qualche indispensabile dato storico sulla nascita del sistema pensionistico: Austria (1906), Svezia (1913), Italia (1919), Francia (1910), Olanda (1913), Italia (1919), Belgio (1924), Canada (1927), Finlandia (1937), Norvegia (1938), Stati Uniti (1935), Svizzera (1946),
Ovviamente, per ragioni di spazio, ci dobbiamo limitare ad alcune semplificazioni e indicazioni generali, probabilmente noiose, ma utili per capire i veri termini della questione, come il lettore scoprirà più avanti . Chi voglia approfondire, può leggere o consultare in argomento P. Flora e A. J. Heidenheimer, Lo sviluppo del welfare state in Europa e in America, il Mulino 1986: un piccolo classico.
Torniamo a noi. La periodizzazione, sopra indicata (1889-1946), è importante perché fa capire che le pensioni vennero introdotte in un momento di massima pressione delle lotte operaie, e di grande diffusione, dopo la Rivoluzione russa (1917), del cosiddetto pericolo rosso. Il che significa che il capitalismo probabilmente accettò il diritto alla pensione in termini tattici e strumentali. O se si preferisce obtorto collo . E non per convinzione sincera e profonda. Del resto la storia dell’uomo non è, né sarà mai, un pacifico e gentile minuetto…
Altro punto storico importante: a quando risale, il consolidamento del welfare state (e dunque del diritto alla pensione)? Al trentennio post-Secondo Guerra Mondiale. Quando il crescente conflitto con il comunismo russo (e il conseguente pericolo rivoluzionario interno) terrorizza l’establishment capitalistico. E quando, invece, si inizia a mettere in discussione il sistema pensionistico? Quando il pericolo rivoluzionario, diminuisce fino a ridursi a zero, prima negli anni Ottanta, con il riflusso delle lotte operaie in Europa ( avvenute nel decennio1968-1978), e poi con la definitiva uscita di scena dell’Unione Sovietica (1991). Dopo di che, negli anni Novanta, si procede, in tutto il mondo occidentale, al crescente smantellamento del welfare state, invocando ufficialmente motivazioni legate alla spesa pubblica e al calo demografico ( ad esempio, la legge italiana di riforma delle pensioni è del 1995). Da questo punto di vista, le cosiddette rivoluzioni liberiste rivendicate dalla Thatcher e da Reagan, negli anni Ottanta, sotto il profilo della revisione del sistema pensionistico, furono ben poca cosa. La vera svolta avviene solo negli anni Novanta, quando la sinistra si appropria del thatcherismo-reaganismo: si pensi, ad esempio al ruolo del blairismo, e alle forti limitazioni introdotte dal premier laburista nel sistema pensionistico britannico. E, si parva licet, si pensi all’ attuale posizione del Partito Democratico, in particolare alla cosiddetta "ala liberal", favorevole all’ allungamento dell’ età necessaria per andare in pensione.
Ora, nessuno nega che in passato vi siano stati abusi (si pensi alle “pensioni baby”in Italia), e che il problema pensionistico vada riesaminato alla luce dell’evoluzione demografica. Tuttavia, il vero punto della questione è di principio, ossia riguarda il diritto alla pensione. Che attualmente è sotto tiro, nonostante le "rassicurazioni", molto interessate, fornite da questo o quel politico. Cosa sta accadendo?
Per un verso si punta a ridimensionarlo, elevando l’età pensionistica e abbassando il valore delle pensioni, per l’ altro vi si contrappone il diritto al lavoro delle generazioni più giovani, cercando però di estendere la pratica del lavoro flessibile e poco pagato, anche in termini contributivi. Di qui, il rischio della progressiva impossibilità, per i giovani, di “costruirsi” una pensione e un futuro ( considerati soprattutto i bassi emolumenti). E per gli anziani di godersi la pensione da subito e in età ancora decente.
Un vicolo cieco, per tutti: per i pensionati di oggi e soprattutto per i giovani. I quali - è così banale ripeterlo - saranno gli anziani di domani…
Chiunque sia politicamente attento al sociale dovrebbe perciò interrogarsi sulla reale posta in gioco, ossia sulla volontà di certo capitalismo senza scrupoli, che sembra intenzionato a fare un passo indietro verso la prima metà dell’Ottocento. E così cancellare qualsiasi diritto alla pensione. Del resto, per gli imprenditori, come dire, più rapaci, non si tratta di una mission impossible. Considerata, appunto, la possibilità di delocalizzare o comunque di reperire nel Sud del mondo mano d'opera a buon mercato, più che diposta a trasferirsi in Occidente.
Insomma, per l’ideologia mercatista l’uomo dovrebbe lavorare tutta la vita, o almeno fino ad “ esaurimento” fisico. E poi, magari, accontentarsi di una pensione ai limiti della sopravvivenza.
Il che però è veramente contraddittorio. Perché se è vero che l’ iperliberismo continua a blaterare di un “diritto dell’uomo alla felicità privata”, è altrettanto vero, come del resto giustamente sostiene certo liberalismo sociale, che il lavoro “creativo” è una componente necessaria del diritto alla felicità. Di riflesso, ecco la contraddizione, come conciliare, di fatto, il diritto alla felicità privata con l’infelicità pubblica, causata dalla crescente diffusione del lavoro precario e dall’ attacco, ormai sistematico, al diritto a una pensione dignitosa? Come conciliare la crescente produzione di beni di consumo con la riduzione del potere di acquisto di stipendi, salari, e soprattutto pensioni? Come vivere, in questo quadro così incerto, tutti (giovani e anziani), “felici e contenti”?
E non sono domande da poco. Purtroppo.


Carlo Gambescia

martedì 25 ottobre 2011

Giustizia? Non basta la parola





In tempi dove la corruzione politica sembra (si fa per dire…) dilagare. può essere interessante interrogarsi sull’idea di giustizia. In realtà, che cos’è la giustizia?
 Un passo alla volta. Dobbiamo innanzitutto distinguere fra due tipi di giustizia: giustizia metaumana, quella del Signore in barba bianca che si affaccia tra le nuvole, e la giustizia umana, che implica, giudici, avvocati, secondini, agenti delle tasse, ispettori del lavoro, eccetera. La giustizia metaumana rinvia a un piano superiore. E si fonda sulla distinzione tra un ordine assoluto (superiore) e un ordine umano (inferiore). Parliamo di un’ opposizione fondata sul principio che la giustizia, la “vera giustizia”, non è di questo mondo. Si pensi al passo del Vangelo di Matteo: « Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di questi è il regno dei cieli».
 La giustizia umana, invece, per dirla con quella vecchia volpe di Proudhon è «tutta umana, nient’altro che umana; è farle torto riportarla da vicino o lontano, direttamente o indirettamente, a un principio superiore o anteriore all’umanità» (La Giustizia nella Rivoluzione e nella Chiesa). Di conseguenza non potendo fondarsi su un principio superiore, la giustizia umana deve basarsi sul principio dell’unicuique suum («a ciascuno il suo»).
 Tuttavia, come determinare ciò che spetta esattamente a ciascuno? Dal momento che il principio di giustizia interna (quel che io credo mi spetti, in termini di redistribuzione di diritti e beni soggettivi), di regola, non collima mai perfettamente con il principio di giustizia esterna (quel che la società ritiene che mi spetti, in termini di redistribuzione di diritti e beni oggettivi)?
Da questo “scollamento”, infatti, sorgono i conflitti e l’appello dei differenti attori (individui o gruppi sociali) alla formulazione e applicazione di un criterio di giustizia “giusto”. Di regola, finiscono per esistere tanti modi di intendere l’unicuique suum , quanti sono i soggetti in conflitto… Non esiste perciò soluzione definitiva, almeno in questo mondo. Ecco perché, come scriveva Thomas Mann, «la giustizia non è ardore giovanile e decisione energica e impetuosa: giustizia è malinconia”» ( Disordine e dolore precoce).
 Spesso la corruzione nasce nelle pieghe dello “scollamento” tra giustizia interna e giustizia esterna. E soprattutto in contesti dove la giustizia metaumana non gioca più alcuno ruolo, né sul piano interiore né su quello esteriore.
Il corrotto - e ovviamente il corruttore - considera inadeguato quel che la società ritiene che sia giusto per lui (in base allo status). Di qui il tentativo di procurarsi “beni personali aggiuntivi” in qualsiasi modo. Oppure è la stessa società, se priva di principi di giustizia esterna, a favorire, grazie al vuoto anomico, la generale “ricorsa”, spesso feroce, ai “beni personali aggiuntivi”. E qui ci fermiamo. Perché ora dovrebbe essere chiaro quanto sia difficile contrastare la corruzione in una società segnata da un più o meno prevedibile scollamento tra le due forme di giustizia (interna ed esterna). E per giunta priva di qualsiasi forma di credenza, almeno in parte condivisa, nei valori di giustizia esterna o metaumana. O no?

Carlo Gambescia


lunedì 24 ottobre 2011


Il linciaggio di  Gheddafi 
L’ ipercorpo del dittatore


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Non desideriamo entrare nel merito delle grandi questioni internazionali, ma solo fare qualche riflessione sociologica partendo da non corpo di Gheddafi: spintonato, trascinato, colpito, offeso.
È la sorte, ora si legge, di tutti i dittatori, soprattutto se in vita crudeli e violenti. Parliamo delle immagini di un linciaggio telediffuso quasi in tempo reale, grazie ai cosiddetti prodigi della moderna tecnologia telefonica. Ormai da anni ai corpi curatissimi di conduttrici e veline televisive vanno regolarmente ad affiancarsi le immagini del corpo sanguinolento del dittatore di turno, caduto nella polvere. Si pensi alla sorte di Ceauşescu e di sua moglie Elena, subito fucilati. I cui corpi, disarticolati come quelli di usurate marionette, fecero il giro del mondo. E nei giorni in cui si festeggiava il Santo Natale… Anno di grazia 1989.
Perciò il corpo di un dittatore caduto, per le major televisive così attente alle fasce protette, è un non corpo… Un ammasso di carne e ossa senz’anima che può essere mostrato a tutti. Si potrebbe perciò parlare di “carcassa”, come per un animale. Anche se, come è noto, quel che resta di una scimmietta sezionata, può essere televisivamente mostrato, solo come pubblico esempio della cattiveria di scienziati dediti a spaventose sperimentazioni.
Probabilmente, alla stessa stregua, si mostra il non corpo di Gheddafi (la “carcassa”), quale esempio, di quel che può produrre, per reazione (il linciaggio), la sanguinosa sperimentazione politica, imposta dal Colonnello alla Libia. Diciamo che è come se si concedesse alle scimmiette, di cui sopra, facoltà di vendicarsi, prima nelle piazze, poi in televisione.
Va però ammesso che, storicamente, gli sconfitti hanno sempre torto. E che la sacralità di un corpo, purtroppo, non è mai data una volta per tutte. La storia mostra tombe di monarchi, principi e papi violate dai vincitori. Ovviamente, a loro volta, monarchi, principi e papi…
Talvolta, il non corpo riacquista la sua dignità nel momento cui lo si seppellisce. Proprio allora, la volontà, politicamente prevalente, di tenere nascosto il luogo della sepoltura, prova la paura del vincitore anche verso una povera “carcassa” . Si teme, infatti, che il non corpo possa trasformarsi in mito politico, ossia in ipercorpo.
Lascia veramente senza parole, la grande capacità umana, in primis culturale, di trasformare, anche senza volerlo, il corpo celebrato in vita di un capo politico, prima in non corpo, umiliato e offeso, poi in ipercorpo, glorificato e amato. E così via, avanti e indietro per la storia…
E qui si pensi, solo per fare un piccolo esempio, alle spoglie di Benito Mussolini, passate attraverso le fasi appena ricordate, da Piazzale Loreto al Cimitero di Predappio, tuttora meta di consistenti pellegrinaggi politici. Va però rilevato che la mancanza, per le ragioni più diverse, di un preciso luogo di sepoltura, come ad esempio per Cola di Rienzo, vissuto nella Roma trecentesca, mostra di non influire sulla sua fama postuma. Ricordiamo (anche per ricordarlo...), con l’amico Giano Accame, lunghe e interessanti discussioni, legate all’attualità, proprio sull’ ultimo dei tribuni romani… Per non parlare delle leggende medievali fiorite intorno alle ceneri di Giulio Cesare che, in certo senso, ne hanno corroborato il mito.
Ciò significa che un corpo politico, se appartenuto a un vero politico, non si “corrompe” mai.

Carlo Gambescia

venerdì 21 ottobre 2011

Riproponiamo il post di ieri, scritto a caldo, nel tardo pomeriggio. Non desideriamo, per ora, aggiungere altro sulla morte di Gheddafi. Salvo che si è trattato di un linciaggio, probabilmente, in quelle condizioni, inevitabile. Non è sicuramente una bella pagina finale... Tuttavia, noi occidentali che di teste sovrane ne abbiamo tagliate, e tante, dovremmo evitare moralismi postumi... Del resto la verità, anche in ordine alla natura ferina degli uomini, finisce sempre per vendicarsi. Andrebbe perciò evitato quel "doppiopesismo" storico e morale, magistralmente descritto da Joseph Ki-Zerbo, grande storico africano: "Quando un generale romano fa giustiziare suo figlio per motivi patriottici di disciplina pro patria, si fa passare il fatto per eroismo patriottico, quando Samori [condottiero africano del XIX secolo] fa altrettanto, si grida alla barbarie" (Storia dell'Africa Nera, Einaudi, 1977, p. 29). Probabilmente, Ki-Zerbo, se ci si perdona la divagazione, si riferisce all’episodio, riportato da Livio, del console Lucio Giunio Bruto, ottimo soldato, il quale però agli inizi del periodo repubblicano, fece condannare a morte il figlio Tullio, reo di aver appoggiato il ritorno dei Tarquini. E perciò presentato - in seguito, anche dalla storiografia moderna - come grande esempio di severità pro patria. Detto questo, va però sottolineato che il linciaggio di Gheddafi non costituisce neppure un buon inizio. Benché - principio in cui crediamo - l'osservatore intelligente degli eventi, se davvero intelligente, non debba mai dare nulla per scontato (C.G.)




“Gaddafi Killed”


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« Ho avuto sempre una simpatia vivace per il tiranno che sa essere tiranno fino alla morte… Penso che l’onestà dei farabutti sta nell’essere farabutti fino all’ultimo». (Palmiro Togliatti, “Il Lavoratore”, 8 marzo 1923)
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Gheddafi è morto. Ucciso, come riferiscono i media. Ma da chi? Dai rivoltosi? Sotto le bombe degli aerei Nato? E in quali circostanze? Combatteva? Fuggiva? In effetti però, sono informazioni secondarie. Politicamente parlando, la costruzione di una leggenda (nera o bianca che sia) su un personaggio storico, implica sempre la "reinvenzione" in base alle diverse necessità di umiliare, nobilitare, pacificare. Preferiamo perciò riflettere, anche se brevemente, su cose più importanti.
L’ uscita di scena del Colonnello comporterà pace, democrazia e progresso, come scrivono da mesi i media occidentali? Difficile dire.
Certo, la torta petrolifera non è piccola, quindi può darsi che le varie forze politiche, militari, burocratiche, tutte a sfondo tribale, riescano a trovare, in modo incruento, un utile accordo redistributivo, come dire, post-dittatura pretoriana. Molto dipenderà dall’atteggiamento dell’Occidente, e in particolare di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia: quel che andrebbe evitato è di appoggiarsi o addirittura aizzare le varie fazioni libiche, sperando, “dopo”, di poter incamerare la fetta più grossa di contratti petroliferi.
Non va neppure escluso che in Libia il vento del deserto, da solo e quindi non in conto terzi (si legga Occidente) , possa tornare a spirare forte, e con esso quello di un’anarchia “tribal-petrolifera”, all'insegna del tutti contro tutti, antica nelle affiliazioni, moderna per finalità economiche. E in quest'ultimo caso, gli europei - a maggior ragione - dovrebbero evitare di procedere in ordine sparso.
Di fatto, la Libia con la detronizzazione del Colonnello, si trova davanti a un difficile processo di transizione che impone scelte decisive. Semplificando: con Gheddafi la Libia era indipendente e laica, ma non libera e democratica, almeno dal punto di vista del costituzionalismo occidentale, adesso, senza il dittatore, può riscoprire la libertà (la libertà dei moderni…), ma rischia di perdere l’ indipendenza. La leadership libica, storicamente maturata, anche se pro o contro “con” Gheddafi, riuscirà a comprendere l’importanza della posta in gioco e muoversi con equilibrio e competenza tra indipendenza e libertà, senza scontentare nessuno?

Carlo Gambescia




giovedì 20 ottobre 2011


Gilbert K. Chesterton, Il profilo della ragionevolezza, Lindau 2011, pp. 254, Euro 21,00.

http://www.lindau.it/


Facciamo un gioco: il lettore provi ad aprire una qualsiasi storia dell’economia per cercare anche il più piccolo accenno al Distributismo… Bene, anzi male, perché non ne troverà uno, dicasi uno, di accenno…. Stessa cosa nei manuali e dizionari economici. Certo, ci sarà sempre una bella e ampia voce dedicata al problema della distribuzione del reddito, ma non alla redistribuzione della proprietà.

Insomma, dagli economisti accademici, il Distributismo, legato ai nomi di Hilaire Belloc, dei fratelli Chesterton, di Vincent McNabb e Arthur Penty, continua a non essere preso in considerazione, neppure come curiosità teorica. Perché? La risposta è nel celebre libro, pro-distributismo, di Gilbert K. Chesterton, Il profilo della ragionevolezza ( The Outline Sanity,1921), meritoriamente pubblicato da Lindau ( pp. 254, euro 21,00 ), nell’ottima traduzione di Federica Giardini, attentissima alle sfumature e, soprattutto, capace di restituire il burrascoso clima del tempo, grazie a un intelligente apparato critico. Puntualissima anche la nota biobibliografica, opera di Marco Sermarini, presidente della Società Chestertoniana Italiana.
Dicevamo che la risposta è nel libro. Chesterton, come scrive fin dalla prima pagina, non se la prende con la proprietà privata, ma con l’iniziativa privata: « Oggi un borsaiolo è considerato un campione dell’iniziativa privata, ma sarebbe forse esagerato definirlo un campione della proprietà privata. Il fatto è che il capitalismo e l’affarismo, nei loro recenti sviluppi, hanno predicato l’espansione degli affari anziché la conservazione dei beni personali; nel migliore dei casi hanno tentato di travestire il borsaiolo attribuendogli alcune virtù del pirata. Quanto al comunismo, corregge il borsaiolo solo vietando le borse e le tasche ». Insomma, il « bolscevico è la conseguenza e la punizione del bucaniere» capitalista. Dal momento che entrambi puntano alla concentrazione totale del potere sociale: i Rossi aspirano al potere dello stato; i Bianchi, per così dire, al potere dei grandi monopoli privati.
Per contro, il Distributismo interviene direttamente sul potere sociale, frazionando la proprietà. Rileva giustamente Chesterton: «Il punto su cui insistiamo è che il potere centrale ha bisogno di poteri più piccoli per esercitare una funzione di bilanciamento e di controllo, e che questi poteri devono essere di vario tipo: individuali, collettivi, ufficiali, e così via. Alcuni probabilmente abuseranno del loro privilegio, ma preferiamo questo rischio a quello dello Stato o del monopolio che abusa della sua onnipotenza».
Risulta chiaro come alla base del Distributismo ci sia l’idea di sussidiarietà: tutto quel che può essere gestito dai poteri minori, non deve mai essere assorbito e manipolato da poteri maggiori. L’esatto contrario di ciò che accade quando il mercato capitalistico viene abbandonato a se stesso: nell’assenza di regole, infatti, i poteri minori sono subito fagocitati dai poteri maggiori delle imprese più grandi e aggressive.
Dietro il Distributismo c’è il Tomismo, in particolare quello valorizzato da Leone XIII, nonché - va onestamente riconosciuto - una visione medievaleggiante dei rapporti sociali. Senza mai però esagerare nel culto del bel tempo che fu: Chesterton, infatti, resta un uomo pratico, come qui: « Di seguito, per esempio, descrivo una mezza dozzina di interventi che favorirebbero il processo del Distributismo (…): 1) la tassazione dei contratti per scoraggiare la vendita di piccole proprietà a grandi proprietari e per incoraggiare il frazionamento di grandi proprietà tra piccoli proprietari. 2) Qualcosa di simile alla legge testamentaria napoleonica e alla soppressione della primogenitura. 3) Assistenza legale gratuita per i poveri in modo che la piccola proprietà possa sempre difendersi contro la grande. 4) la volontà di tutelare gli esperimenti per tornare alla piccola proprietà, anche attraverso dazi e persino dazi locali. 5) sovvenzioni per favorire il successo di questi esperimenti, 6) Una lega per promuovere la destinazione a uso pubblico delle proprietà e alte iniziative simili».
Se uniamo a questi punti, gli altri cavalli di battaglia del Distributismo, come la lotta alla grande distribuzione, la cogestione e la compartecipazione agli utili, lo sviluppo del cooperativismo, ci troviamo davanti a un progetto sociale in rotta di collisione con quella visione darwiniana dell’economia che sembra tuttora attrarre cattedratici e bucanieri. Il che, per contro, spiega il velo di oblio che tuttora avvolge il Distributismo.
Basterà un libro a smuovere le acque stagnanti della cultura e della pratica capitaliste? Difficile dire, l’accademia sembra più impermeabile che mai … E i bucanieri dei grandi oligopoli speculativi più tronfi di prima. Tuttavia, le cose belle e importanti non sono mai facili, richiedono impegno. E probabilmente vanno perseguite proprio perché nobili e difficili. Il Distributismo pare essere una buona causa: un modo per riformare il capitalismo dei prepotenti e sottrarre persone, spesso disperate, alle pericolose sirene del socialismo di stato.
Perché, allora, non tornare a discuterne, proprio partendo da questo bel libro, ripetiamo, meritoriamente pubblicato da Lindau ?

Carlo Gambescia

mercoledì 19 ottobre 2011

Gli Indignados secondo Buttafuoco
Una questione di neuroni...



.È serio liquidare come fascisti i luddisti urbani di San Giovanni? No. Il fascismo è una categoria storica, non antropologica. Oppure, altro giro altra corsa, cogliere la palla al balzo, per magnificare la Marcia su Roma e azzerare quella su San Giovanni? Come appunto fa Pietrangelo Buttafuoco, ormai ritagliatosi nel clubino Eyes Wide Shut de “il Foglio”, il ruolo, con mascherina o senza, del fascista-letterato-prestato-al-giornalismo.


No. Anche perché si rischia di ridurre il più generale fenomeno sociale degli Indignati a una questione di alfabetizzazione, o peggio ancora, come vedremo.
Ma lasciamo la parola a Buttafuoco: « Troppo comodo, poi, pensare che possano fare epoca. Sarà globale, infatti, la mobilitazione - ci sarà tutta una canea a muoversi - ma tutti questi indignados sono così a corto di concetti, di parole e di raziocinio che è proprio un’esagerazione andargli addosso con gli idranti della forza pubblica. È sufficiente farli parlare. Di tutti questi indignados, infatti, quelli interpellati a caldo, dopo gli incidenti di sabato – ma anche a freddo, a bocce ferme – non ce n’è uno che sappia fare la “O” col bicchiere. Il povero David Parenzo, in collegamento dalla piazza ancora rovente per “In Onda” su La7, dai leader raccolti intorno al suo microfono non riusciva a cavargli un costrutto che fosse uno, due parole messe in croce, tre neuroni in grado di sostenere una spiegazione del loro essere indignati. Stessa fatica per Bianca Berlinguer, sempre in collegamento con i giovani indignati al Tg3 “Linea notte”, che non riusciva a farsi dare una frase di senso compiuto da questi avanguardisti, incapaci perfino di dare una risposta a Mario Draghi» ( http://www.ilfoglio.it/soloqui/10790 ).
Che analisi profonda! Notare, «tre neuroni»… Quindi non è solo una questione di alfabetizzazione. L’indignados nostrano parrebbe essere proprio scemo. E qui viene il bello, perché Buttafuoco chi designa come rivoluzionario-tipo? Adriano Sofri… Uomo indubbiamente ricco di neuroni, ma privo, stando ai giudici, di qualsiasi tessuto umano e morale... Cosa vogliamo dire? Che il ragionamento di Buttafuoco comporta due pericolose conseguenze: la prima, che i neuroni non fanno rima con umanità; la seconda, che i luddisti di San Giovanni, ammesso che ci riescano, dovrebbero prendere esempio da Adriano Sofri…
Morale, 4500 battute buttate via. Prive di un qualsiasi tentativo di analisi. Se non quello, molto "Bar Catania", di fare paragoni, in perfetto stile da laudator temporis acti, tra i rivoluzionari di ieri e di oggi. Il tutto, come da copione, fra uno sbadiglio, un colpo di stecca, un tiro di sigaro... Si potrebbe riderne, come capita quando si guarda un vecchio film di Franco e Ciccio. Si potrebbe... se non ci fosse il risvolto inquietante del rinvio a Sofri. Certo, nell’articolo le citazioni si sprecano. Necessità di allungare il brodo? Giudichi il lettore. In realtà, alcune espressioni di Buttafuoco sono frutto più di viscere che di neuroni. Quindi, malgré lui, molto Marcia su San Giovanni. Come qui, dove però salta il coperchio di ghisa del tombino fascista: «Quel puzzolentissimo libretto di Stéphane Hessel, “Indignatevi”». Salvo poi lisciare, quando capita, la Gemeinschaft dei devoti atei alla versione del dio Barney… Ma questa è un’altra storia.

Carlo Gambescia

martedì 18 ottobre 2011

Le stravaganti  tesi  di Luca Doninelli
Madonne profanate 
e cattolici postmoderni


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Ci sono “cattolici” - le virgolette sono d’obbligo - che si fanno del male da soli. Uno di questi è Luca Doninelli . Leggere please, ciò che ha scritto su “il Giornale” di ieri, a proposito delle profanazioni di sabato scorso: «L’immagine della statua distrutta e calpestata ieri a Roma ci rinvia a quelle figurazioni romanzesche, dove la distruzione, prima che nell'atto materiale che la compie, consiste nel fatto che qualunque cosa vale qualunque altra cosa: un'automobile, una sigaretta, una statua di Maria, un computer. C’è stato, sicuramente, anche un calcolo nel gesto di Roma, un piccolo progetto stupido, la volontà di “andare oltre”, forse addirittura un filo della vecchia ideologia che vede nell'eliminazione delle religioni dal mondo una specie di liberazione dell'umano» ( http://www.ilgiornale.it/interni/cade_lultimo_tabu_la_madonna_distrutta_e_unoffesa_alluomo/17-10-2011/articolo-id=552060-page=0-comments=1 ).

Ma quale filo! Come tanti altri cattolici postmoderni ( a destra e sinistra), quelli che devono stupire per contratto coniugando Foucault, Testori e Agostino, Doninelli oppone alle più sode certezze ideologiche, legate alla natura anarcoide delle profanazioni di sabato ( o come dicono i questurini “anarco-insurrezionaliste”), incerte epistemologie, fatte di figurazioni bislacche, che rinviano a un immaginario nichilismo post-moderno segnato da non-luoghi ideologici, pseudo-deserti dove il black bloc distruggerebbe automobili e Madonne solo per il gusto distruggere. Compri tre, paghi due...
Troppo comodo. In Spagna nel 1936 gli anarchici ne fecero di cotte e di crude. E solo perché - ecco il punto - credevano in un mondo migliore, da imporre però con la violenza (certo, non minore di quella praticata dagli avversari fascisti), distruggendo chiese e uccidendo a migliaia sacerdoti e suore…
La matrice è quella, non è mai cambiata. E rinvia al nichilismo anarchico del “Né Dio Né Padrone” ("Plus de Dieu, Plus de Maître") . Il resto è fuffa postmoderna, dispensata da Doninelli, e con larghezza. Infatti, dove va a parare? « La mia impressione - scrive - , però, è che l'insulto di ieri non sia l'espressione di questo tipo di atteggiamento. Il contesto in cui si colloca quel fatto - non la manifestazione in sé, ma la grave crisi non solo economica ma culturale e antropologica che attraversa il mondo - lo pone a un diverso livello di gravità. Questa non è più una bestemmia cristiana: semplicemente, non è più niente, e in questo niente sta il vero orrore della cosa.Il simbolismo mariano travalica il cristianesimo. Maria è amata da musulmani e buddisti: io ho visto con i miei occhi l'immagine di Maria in case islamiche, uomini completamente atei, colpiti da un grave dolore, rivolgersi in preghiera a Lei. Maria rappresenta un destino di tenerezza che ogni uomo, credente o meno, desidera per sé, nel profondo di sé».
Bel presepio relativista, complimenti. Ma perché non chiedere al musulmano e al buddista cosa ne pensano, tutti e due, di Medjugorje, ad esempio? Per non parlare dei protestanti… La tenerezza è una cosa, Maria Vergine, e sottolineiamo Vergine, un’altra. A meno che, come Doninelli, non si desideri sguazzare nella caramellosa palude del sentimentalismo postmoderno.
Eventualmente, un vero elemento di riflessione, può essere rappresentato dal fatto che oggi dall’ateismo scientifico e organizzato dei marxisti ( tipo Museo dell’Ateismo, come nella Russia e nell’Albania comuniste), si sta tornando indietro, a quello bestiale e disorganizzato, degli anarchici… Perché questa ciclicità? Forse perché non esistono più i grandi partiti comunisti, e neppure, per reazione, quelli socialdemocratici di un tempo. E quindi si torna indietro all’anarchismo pre-marxiano, quale deriva dell’attuale società globalizzata, dove i padroni sono tornati a fare i padroni.

Carlo Gambescia

sabato 15 ottobre 2011

Pressoché certi del prossimo "balletto" politico sulle responsabilità dei gravi incidenti di oggi pomeriggio, ci permettiamo di riproporre un nostro post di qualche tempo fa, nella speranza che possa offrire alcuni elementi di riflessione generale. (C.G.)



Roma, Piazza San Giovanni, sabato 15 ottobre, ore 18.


Sociologia della violenza



.Proprio non ci siamo… Certe tesi, di nuovo in circolazione, rivolte a giustificare l’uso della violenza “operaia” contro quella “sistemica”, sono francamente preoccupanti. Il che ci spinge a proporre qualche riflessione sociologica sulla questione del rapporto tra violenza e politica. Un tema più volte discussso sul nostro Blog. Ma, come si dice, Repetita juvant…

Che cos’è la violenza?
In primo luogo, la violenza è un reale fattore sociale e storico. E di che si tratta? La violenza consiste nel rimuovere con la forza fisica - fino alla totale eliminazione - gli ostacoli sociali (individui e/o gruppi) a quella che può essere definita, in ultima istanza, l'espansione della volontà di potenza insita nell’uomo. Volontà che può essere culturalmente sublimata, ma non soppressa. A cicli alterni, e secondo le circostanze, riappare, per poi scomparire di nuovo, ritornare, e così via. La violenza, insomma, ha una sua storia naturale segnata da un andamento ciclico, condizionato, come vedremo, culturalmente.
In secondo luogo, la violenza è giustificata o condannata a seconda delle convenienze e sulla base di retoriche politiche differenti. Ad esempio, il terrorista per giustificarsi parlerà di risposta alla violenza del sistema; il poliziotto che reprime si appellerà al rispetto della legge, qualificando, la sua violenza, come uso legale della forza pubblica contro gli eversori.
In terzo luogo, il giudizio sull’ uso della violenza muta sulla base della risposta storica: i vincitori presenteranno sempre se stessi come difensori della pace e gli sconfitti come guerrafondai, e così via.
In quarto luogo, l’intensità della violenza usata contro un ostacolo sociale (individui e/o gruppi) resta legata al grado umanità che gli si riconosce: quanto più l’ostacolo sociale è considerato di natura aliena o sub-umana, tanto più la violenza esercitata sarà rivolta alla sua completa eliminazione. Pertanto l'esplosiva miscela odio-violenza andrebbe sempre maneggiata con grande cautela. E mai con quella superficialità che spesso affiora in certi dibattiti, anche in Rete, dove, ad esempio, si parla fin troppo genericamente di “violenza sistemica”, non tenendo presente, appunto, che più si spersonalizza umanamente l’avversario, più si corre il rischio di sposare la causa della “soluzione finale”.
In quinto luogo, proprio perché la violenza ha una sua storia naturale, non ha un limite oggettivo, se non quello della totale distruzione reciproca o di una delle due parti. Ma esistono invece - e per fortuna - limiti culturali, come dire soggettivi (sempre riferiti all'individuo e/o gruppo sociale), che di regola riescono a ciclicizzarla, sublimarla, controllarla. Le teorie pacifiste, di ispirazione religiosa o meno, ne sono un esempio. Ma anche quelle ispirate al diritto naturale. Come pure le moderne teorie procedurali della politica di stampo liberale. Oppure quelle del cosiddetto “dolce commercio” come apportatore di pace eterna e universale. Sono “retoriche” ( o narrazioni, come è di moda dire) che possono piacere o meno, ma se ci si passa l'espressione, tali teorie "aiutano": rendono l'uomo più riflessivo. Per alcuni anche troppo. Ma questa è un'altra storia.
In sesto luogo, la benevolenza, non sopprime per sempre il nemico né la violenza. Dal momento che è il nemico stesso a designare un certo ostacolo sociale (individui e/o gruppi) come proprio nemico. Il che significa che si può pure porgere l’altra guancia, ma se il nemico, come di regola accade, ha prescelto e deciso di distruggere "proprio quel certo ostacolo sociale", ogni benevolenza del prescelto o dei prescelti sarà inutile.
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Fine di un ciclo?
Pertanto il vero problema, che ogni gruppo sociale si è sempre trovato a dover risolvere, pena la propria autodistruzione, resta quello di come individuare un giusto equilibrio storico e sociologico tra limiti (o vincoli) culturali e dinamica naturale e ciclica della violenza. In alcune epoche ci si è giunti consapevolmente, in altre meno.
Sotto questo aspetto la società contemporanea ha abilmente sublimato e proceduralizzato la violenza, proprio perché uscita da un gravissimo conflitto bellico (la Seconda Guerra Mondiale), dove si era fatto un uso inaudito della violenza.
In questo processo un ruolo essenziale è stato giocato dallo sviluppo economico, dalla nascita del welfare state, dalla democrazia sociale e pacifista (all’interno). Fattori che hanno consentito al mondo occidentale e industrializzato, di “proceduralizzare” e “anestetizzare” la violenza, puntando su un sistema di garanzie sociali, di cultura consensuale e di procedure economiche e sindacali, durato più di sessant'anni. E che ora, come evidenziano le recenti avvisaglie, non solo in Italia (contestazioni, anche violente, sequestri di dirigenti, manifestazioni di massa come in Grecia), sembra stia entrando in crisi.Infatti, il rischio che si apra un nuovo ciclo, come dire, della violenza predominante, interno all’Occidente, non è da escludere. Dove, attenzione, il pericolo maggiore è quello della violenza acefala a spirale: del colpo su colpo, segnato appunto dal vortice violenza extra-istituzionale/violenza istituzionale; vortice capace di risucchiare tutto e tutti. Che già si va profilando, soprattutto in alcune grandi periferie urbane europee, anche grazie a quell'ossessione per la sicurezza, agitata come uno straccio rosso dai governi di destra. “Straccio” davanti al quale il "toro" teorico e giustificativo della vecchia violenza di classe - "contro la violenza borghese" o “sistemica” - sembra aver già pavlovianamente preso posizione, minacciando di partire a testa bassa. Il che però non significa che la violenza extra-istituzionale - risanatrice per alcuni - possa di per sé, aprire chissà quali prospettive future di libertà e progresso. La violenza è sempre e solo violenza. E come abbiamo già detto ha una sua storia naturale. E rimane solo violenza, anche se nasce da una situazione di oggettivo disagio. Non basta toccare, magicamente, il punto limite della disorganizzazione sociale.
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Il vero problema
Il vero problema è come lo si tocca, con chi, e con quali progetti ricostruttivi. Perché, in effetti, quel che per ora manca è un serio progetto alternativo. Anche perché all’orizzonte non scorgiamo una classe dirigente alternativa capace realizzarlo, né un’elite culturale onesta e sincera, né un movimento sociale ben radicato che non sia puro ricettacolo di “spostati”. Di qui la puerilità di certi dibattiti.
E' poi così difficile capire che l'interpretazione qui proposta della violenza quale fattore storico e sociologico ciclico non implica alcun giudizio di valore? Ma solo la necessità, come saggezza sociologica impone, di comprendere che la storia – meccanismo assai complesso - non ammette scorciatoie o salti. Di conseguenza la violenza per la violenza non serve a nulla. Anche se frutto di risposte meccaniche a oggettivi processi sociali di disgregazione: non esistono solo il "Sociale" o solo l'Economico, come meccanismi auto-riproduttivi, esistono anche il "Culturale" e il "Politico" che influiscono (spesso in modo determinante), completandoli dal punto di vista dei significati profondi, i meccanismi sociali ed economici .
Il vero problema delle rivoluzioni non è tanto ( o solo) conquistare il potere, quanto quello di gestirlo "dopo la vittoria" : di come trasformare (recependo il costruttivo insegnamento delle grandi rivoluzioni borghesi) la violenza rivoluzionaria, anche dura, in sincero, solido e democratico consenso popolare. O se si preferisce la violenza in “forza” culturale e politica: il pugno chiuso in mano tesa e aperta. E per far questo servono uomini, idee chiare e istituzioni, non chiacchiere pseudo-rivoluzionarie da intellettuali frustrati e cinici , pronti a mandare al massacro sempre gli altri: gli ingenui idealisti, spesso giovanissimi. Quasi sempre tra i primi a cadere.
In questo senso la vera missione della sociologia resta quella teorizzata da Auguste Comte: Savoir pour prévoir, prévoir pour prévenir. Ovviamente senza esagerare, perché esiste anche il rischio scientista e tecnocratico. Ma questa è un'altra storia...

Carlo Gambescia
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venerdì 14 ottobre 2011


Ucronie
E se non ci fosse stato Berlusconi?



Ipotesi azzardata ma non troppo. 29 marzo 1994, l’Alleanza dei progressisti guidata da Achille Occhetto, che include l’intera sinistra, vince le elezioni prendendo una valanga di voti. Grazie all' Italia che crede in quel "nuovo che avanza", pompato dalle sole reti Rai (visto che, come scopriremo, Berlusconi ha liquidato per tempo le sue televisioni...), la " gioiosa macchina da guerra" di Occhetto riceve il settanta per cento dei voti. Praticamente, alla sua destra restano il Movimento Sociale con il 10 per cento dei voti, la Lega con un altro 10, il Patto Segni (inclusivo dei Popolari) e il Centro Cristiano Democratico con il 5 per cento a testa.
Gianfranco Fini, soddisfatto del risultato, radicalizza le posizioni neofasciste. E accusa Occhetto di voler trasformare l’Italia in paese meticcio, comunista e pieno di gay. Un linguaggio politico che galvanizza l’intero stato maggiore del partito. I saluti romani si sprecano.
Patto Segni e Centro Cristiano Democratico, nemicissimi del “fascista Fini” promettono invece di esercitare un’opposizione democratica e responsabile. La Lega, pur reclamando il Federalismo, sembra disposta a trattare con i vincitori, anche perché avverte il fiato sul collo dei giudici di Mani Pulite.
Negli anni successivi, l’Italia viene governata da una coalizione, che apre gradualmente al Patto Segni e al Centro Cristiano Democratico, escludendo Rifondazione, anche grazie alla nuova legge elettorale maggioritaria, imposta dal duo “trasversale” Veltroni-Segni (come scrive giulivo il “Corriere della Sera”), che introduce il quorum del 15 per cento per entrare in Parlamento. E così il Centrosinistra, privo dei rissosi alleati di Rifondazione e capeggiato dal professor Romano Prodi, giudicato da mercati e banchieri più affidabile di Occhetto, privatizza l’economia, riforma le pensioni, introduce per tutti il lavoro flessibile, azzera il debito pubblico. Guadagnandosi il plauso dei mercati, dei banchieri, di Confindustria. Anche i sindacati, pur non capendo, si adeguano, visto che al Governo c’è una bella fetta di sinistra.
Del resto, ora gli insegnanti di scuola media superiore accettano di essere trasferiti da Caltanissetta a Gorizia e di andare in pensione a settantacinque anni; le cause civili durano tre mesi ( inclusa la Cassazione); nessuno paga più tangenti (anche in natura); tutti pagano le tasse; la mafia si è autosciolta; immigrati e italiani vivono tutti insieme, felici e contenti. Infine, le televisioni, ora completamente private, Rai compresa, continuano, nonostante la retraite di Berlusconi, a mandare in onda, tra il giubilo degli italiani, culi e tette...
Ciliegina (politica) sulla torta: nel 2004, un ictus cerebrale malcurato in una clinica di Abbiategrasso, costringe Bossi ad abbandonare la politica. La sua uscita di scena si ripercuote sulla Lega, che nel giro di qualche mese si sgretola, dividendosi in fazioni sub-regionali e cantonali.
E il Movimento Sociale e Rifondazione? Oltre a scontrarsi fisicamente nelle piazze, tentano di cavalcare la protesta, in realtà molto ridotta, nonostante l’inizio della crisi mondiale. Ma la polizia sorveglia. Infatti, dopo l’approvazione della “Legge Veltroni” sui “fasciocomunisti” i “partiti non rappresentati in Parlamento” e “incitanti all’odio razziale e sociale” rischiano lo scioglimento d’autorità. Al riguardo, va ricordata, la plateale protesta di Gianfranco Fini, che in occasione della sua promulgazione, si è fatto incatenare in camicia nera all’Obelisco Mussolini del Foro Italico.
Del resto, secondo Prodi, attuale Presidente del Consiglio, intervistato ieri sera dalla direttrice del Tg1, Bianca Berlinguer, “il Paese, grazie alle moderate riforme del Centrosinistra, finora ha vissuto senza alcuna preoccupazione. Quindi, non si capisce perché gli italiani protestino: qualche piccolo sacrificio, a causa della crisi, potrà fare loro solo bene”…
E Berlusconi? Il Cavaliere, dal dicembre 1993 risiede negli Stati Uniti, dove si occupa di produzione cinematografica e musicale. Le sue televisioni sono state acquisite da Murdoch nel gennaio del 1994, poi subito rivendute dal magnate australiano, più interessato a Fox, ai cinesi, e infine trasmigrate nel portafoglio mediatico di Carlo De Benedetti. Ora, Berlusconi, come spesso dichiara dalla sua villa di Beverly Hills dove vive con la giovane consorte, la cantante Lady Gaga, considera gli Stati Uniti la sua nuova patria. Secondo alcuni fonti, sembra che il Cavaliere, alla non più verde età di settantacinque anni, voglia fondare, come neo-cittadino americano, un terzo partito: "Forza Stati Uniti"... Va detto che, dopo quasi vent’anni, non si è ancora compresa bene la ragione del suo trasferimento negli Usa. All’epoca, dopo un accenno al desiderio di “scendere in campo”, Berlusconi venne fatto oggetto, come si dice in burocratese, di alcune misteriose informative. Di qui, forse, come alcuni ritengono, la sua decisione di desistere, anche perché molto diffidente nei riguardi non tanto dei giudici quanto degli avvocati… Per i quali, come ha dichiarato di recente, ne riferiamo testualmente: “Io, Berlusconi, non ho mai speso un soldo, minga sun stupid”.

Carlo Gambescia
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P.S.
Dimenticavamo,  Antonio Di Pietro, oggi,  dirige la Procura di Campobasso.

giovedì 13 ottobre 2011

Ci sono recensioni che aggiungono valore a un libro, indicando piste, e recensioni puramente descrittive, spesso inutili. Ora, lo scritto dell’amico Teodoro Klitsche de la Grange (*) appartiene al primo “tipo”. E quindi siamo onorati di pubblicarlo. Infatti, la sua recensione, al di là dell'esposizione dei contenuti, pur interessanti, de Il golpe inglese, invita a riflettere su un fatto importante, diremmo decisivo, e di regola ignorato da coloro che dividono in angeli e demoni i protagonisti del pluriverso politico: "Le potenze non sono 'buone' o 'cattive' per scelte ideologiche o morali: le potenze proteggono i loro interessi (in fondo è la 'vocazione' degli Stati) e in questo i 'buoni' inglesi equivalgono ai 'cattivi' sovietici o ai 'discoli' americani (e viceversa)". Buona lettura. (C.G.)

.Il libro della settimana: Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella, Il golpe inglese, Chiarelettere, Milano 2011, pp. 354,  € 16,00.






Questo libro, basato quasi interamente su documenti degli archivi di Stato britannici, ha destato qualche sorpresa, non appena uscito, per la tesi di fondo sostenuta; ovvero che “Ogni volta che gli italiani hanno provato a decidere del proprio destino, gli inglesi sono intervenuti”. In realtà ciò che sorprende di più è la sorpresa: la Gran Bretagna, dati gli interessi che aveva nel Mediterraneo, e in particolare la non disponibilità (allora) di risorse petrolifere proprie – quelle del Mare del Nord erano di là da venire – non fece altro che comportarsi secondo la logica da (grande) potenza, influenzando la politica, specie in quei paesi che avevano minori possibilità e/o volontà di opporsi.
In particolare questo è ancora più evidente per i fatti successivi al secondo conflitto mondiale. Scrivono gli autori nell’introduzione “Conclusa la guerra, a differenza degli americani, Londra non considera gli italiani un popolo che ha combattuto la propria liberazione dal nazifascismo al fianco degli Alleati, ma come una nazione sconfitta. E dunque soggetta alle leggi dei vincitori. Il nostro paese non può avere un regime pienamente democratico. Non può provvedere autonomamente alla propria sicurezza. E, soprattutto, non deve seguire una linea di politica estera basata su un proprio interesse nazionale”. Il tutto sintetizzato in un colloquio tra Churchill e il delegato apostolico di Pio XII nel 1945, nel quale lo statista inglese dopo averlo rassicurato che “l’Italia godrà di eccellenti condizioni” (di pace) aggiunge “l’unica cosa che mancherà all’Italia è una totale libertà politica”. E in effetti la guerra si fa, seguendo Clausewitz, per costringere il nemico a fare la nostra volontà: quando questi è sconfitto, è nella logica del “politico” che debba, in misura di maggiore o minore, fare la volontà del vincitore. Per verificare la quale basta leggere tre documenti. Il primo è la dichiarazione di Yalta sull’Europa liberata, nella quale, tra l’altro, le potenze vincitrici U.S.A., Gran Bretagna e URSS si riservano il diritto d’intervento e prescrivono l’obbligo di cambiare la costituzione per i paesi dell’Asse e occupati dall’asse; il secondo è il Trattato di pace tra l’Italia e i vincitori, con clausole che disciplinano l’ordinamento interno (gli autori ricordano l’art. 16, ma non era il solo, come rilevato da Vittorio Emanuele Orlando nella discussione del Trattato alla Costituente); il terzo la stessa Costituzione vigente, che si adegua alle direttive politico-istituzionali dei vincitori.
Che poi a tutto ciò si accompagnasse anche l’influenza politica dei vincitori sul vinto, spesso esercitata con atti riconducibili agli arcana imperii è cosa che non meraviglia: quando lo si enuncia pubblicamente su documenti ed atti pubblici (spesso insolito) a maggior ragione lo si fa con azioni riservate e talvolta illegali.
Che è poi l’argomento di gran parte del libro “Nel dopoguerra, la storia dei conflitti invisibili tra Roma e Londra si snoda lungo un sentiero strettissimo. Delimitato, da un lato, dalle strategie di una gran parte della classe dirigente italiana, desiderosa di entrare a pieno titolo nel gioco delle grandi potenze economiche; dall’altro, dalla dottrina Churchill, con le sue successive rielaborazioni”; e la Gran Bretagna “mette in campo la sua rete d’influenza e le sue quinte colonne, sempre pronte a scattare al minimo segnale di pericolo”. Quinte colonne spesso costituite dagli ex sconfitti, come il Principe Borghese e ambienti neo fascisti; dall’altro dagli ex partigiani vicini agli alleati occidentali, Edgardo Sogno tra i più influenti. Ma anche più spesso da ambienti anglofili (e massonici) legati alla Gran Bretagna da comunanze ideali (ed ammirazione), nonché da interessi. In particolare la politica “sotterranea” inglese prendeva di mira due personaggi, Enrico Mattei e Aldo Moro, e un partito: il PCI.
L’effetto di tale “rete di protezione” è stato (tra gli altri) di occultare la reale influenza inglese negli affari italiani; leggendo i documenti si pensa “al modo in cui gran parte del mondo politico, degli ambienti intellettuali e dell’informazione italiani tendono ancora oggi ad affrontare nodi della nostra storia... accreditati opinionisti che hanno ‘occupato’ ogni spazio dedicato alla memoria per imporre la loro chiave di lettura, ripetuta come un mantra: tutto è nato, si è sviluppato e si è consumato esclusivamente dentro i nostri confini, senza alcuna responsabilità di menti e mani straniere”: questo è un velo calato sulla storia “si poteva dire all’opinione pubblica, per esempio, quanto le vicende interne italiane fossero condizionate dalla dottrina di Churchill?”. Evidentemente no: sarebbe stato un colpo mortale all’agiografia costruita sulla vittoria degli alleati, e sul contributo datovi dagli italiani.
In conclusione il libro è interessante e da leggere perché racconta fatti e argomenta tesi del tutto inconsueti e trascurati, per via della “rete di protezione” e dell’intento agiografico accennato.
Due notazioni per concludere: se è vero che gli inglesi hanno influito nella politica italiana, è vero del pari che metodi simili sono stati ascritti all’onnipresente CIA e al KGB; probabilmente certi ed ancor più verosimili perché rientranti nella prassi politica, in particolare dei vincitori verso gli sconfitti. Le potenze non sono “buone” o “cattive” per scelte ideologiche o morali: le potenze proteggono i loro interessi (in fondo è la “vocazione” degli Stati) e in questo i “buoni” inglesi equivalgono ai “cattivi” sovietici o ai “discoli” americani (e viceversa).
In secondo luogo: credere che i vincitori vogliano fare gli interessi degli sconfitti (talvolta succede o succede che non se ne approfittino troppo) è ingenuo e alla lunga una classe dirigente che lo pratica finisce per chiudere la nazione nella beatitudine dell’impotenza politica, cioè nella prona e volontaria servitù. Rafforzata anche da quella anglofilia, o meglio ammirazione per il sistema liberaldemocratico che nella Gran Bretagna ha visto la propria matrice. Ma a tale proposito è bene concludere realisticamente che se è ingenuo pensare le Nazioni e la prassi politica svincolate dagli interessi, tra tanti “interessati” è meglio, conservando la propria autonomia, intendersi con chi ha nel proprio DNA il rule of law e l’habeas corpus, che fidarsi di coloro che hanno Tribunali rivoluzionari e campi di concentramento.
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Teodoro Klitsche de la Grange

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Teodoro Klitsche de la Grange è avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica "Behemoth" ( http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).

mercoledì 12 ottobre 2011

Il  Nobel Economia 2011 è andato a Thomas Sargent e Christopher Sims
 Aria fritta


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Mai come quest’anno il premio Nobel per l’Economia indica quanto la riflessione economica sia ormai lontana dalla realtà… E non solo per l’incapacità, ampiamente dimostrata, di rispondere in modo sensato alla crisi, bensì perché i due vincitori, gli statunitensi, Thomas Sargent e Christopher Sims vivono veramente in uno spazio stratosferico, tutto loro, composto di equazioni e calcoli quantitativi che non addentano alcuna realtà. Gli studi dei due economisti, in particolare quelli sugli impatti dei cambi di policy su produzione, inflazione e occupazione, sono tutt’al più compitini ben fatti…. Perciò è verissimo, come recita la motivazione della Royal Swedish Academy of Science che il loro lavoro ha «posto le basi della moderna analisi macroeconomica». Il che però, ecco il punto, non è certamente un merito…
Il lettore non dia perciò retta alle dichiarazioni di altri inciucio-economisti, apparse sui giornali, dove si afferma che i due Nobel verificano le ipotesi, eccetera, eccetera. Sì, è vero, Sargent e Sims verificano, ma solo sulla lavagna… Si tratta, insomma, di verifiche su collezioni macroeconomiche di numeri, che rinviano ad altre cifre, basare su altre stime, e così via… È il trionfo della convenzione, anzi del convenuto, come accordo tra economisti sul valore convenzionale di alcune variabili (ad esempio pil ) oppure sulla composizione del livello medio dei prezzi (dei titoli di Borsa, per farne un altro…). Sui quali, altra convenzione, si eserciterebbero, considerati i margini di incertezza (sempre però secondo il famigerato mezzo pollo a testa della statistica…) le scelte razionali degli uomini. Insomma, peggio di “Cosa Nostra”.
E non lo diciamo noi che abbiamo il dente avvelenato, ma ingenuamente lo riconoscono gli stessi inciucio-economisti, credendo di magnificare i due vincitori… Come, ad esempio, Giacomo Vaciago: «Sono due tra gli economisti più famosi al mondo: Sims è più quantitativo, più econometrico, è il padre-padrone delle stime economiche con i modelli Var di autoregressione vettoriale e cioè delle stime economiche effettuate con grandi computer, con cui si verificano la bontà delle teorie. In altre parole Sims è uno che non esprime opinioni, ma riporta stime. Dei due però è Sargent il più famoso. È lui che ha fondato la scuola delle aspettative razionali».
A Roma, per buttarla sul dialettale, a Vaciago si risponderebbe così: “Ma de che stamo a parlà!”… Di stime su altre stime: fumo su fumo. Di nulla praticamente… E, in particolare, l’econometria, soprattutto nella versione Sims, come nota Alessandro Roncaglia nel suo ottimo trattato storico (La ricchezza delle idee), si allontana progressivamente sia dalla realtà, sia dalla teoria economica (quella, anche agli antipodi ma sana, di Hayek e Keynes ad esempio). E per una ragione molto semplice: perché il Premio Nobel propone una «econometria ateoretica», basata su modelli e ipotesi di tipo matematico, sempre più perfezionati. Ma… dal punto vista matematico e non di una realtà, storicamente e sociologicamente segnata da conflitti, passioni, ideologie e istituzioni. Tutti aspetti, molto genuini, di cui la teoria economica, quella vera, a partire da Adam Smith e Karl Marx, invece ha sempre tenuto conto.
Ciò significa che se Smith e Marx oggi rinascessero, non vincerebbero il Premio Nobel Economia. Così va il mondo. Purtroppo.

Carlo Gambescia

martedì 11 ottobre 2011


Strumentalizzazioni
Perché non lasciare 
in pace Giuseppe Pella?


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«C’era bisogno di un governo di tregua quando il Presidente Einaudi diede l’incarico a Giuseppe Pella. E anche se ebbe vita breve, fu un’esperienza importante e utile, che segnò il futuro dell'Italia repubblicana». Così il presidente Napolitano, giovedì scorso da Biella, centro operaio e laniero.
Cosa dire? Che non fu proprio un «governo di tregua». Anzi. Quindi l’ esempio, dispiace dirlo, è improprio. Nonostante, i giornali amici (del Centrosinistra), si siano subito attivati per fabbricare un Pella ad uso e consumo di un Governo tecnico, magari a guida Mario Monti. E così, chi ha messo il luce, il liberismo di Pella; chi ne ha magnificato il feeling con Luigi Einaudi, la comune piemontesità, e via cinguettando…
In realtà, Pella, pur essendo un difensore del mercato, se ci si passa la “botta” di retorica, fu anzitutto un patriota italiano. Perciò, è vero che il suo monocolore post-elezioni del giugno 1953 (quelle che avevano visto abortire il progetto di stabilizzazione al Centro, malgrado il premio di maggioranza introdotto dalla cosiddetta “Legge Truffa”), venne, se si vuole, imposto da Einaudi, ma è altrettanto vero che durò appena 142 giorni. E in condizioni precarie, come vedremo. Pella cadde il 5 gennaio del 1954, prima mal sopportato, poi scaricato da una Dc, tenuta insieme a fatica dallo stanco De Gasperi, che sarebbe morto nell’agosto di quell’anno.
Ma perché cadde?
Lasciamo la parola a Giano Accame (Una storia della Repubblica): «Pella assunse all’improvviso un carisma nazionale per il repentino esplodere della Questione di Trieste (…). Tito chiedeva l’annessione del territorio libero di Trieste, dicendosi disposto a concedere in cambio l’internazionalizzazione della sola città di Trieste, Pella replicò il 13 settembre con un’orazione in Campidoglio (“Sappiano i fratelli triestini che la loro causa è la causa di tutti gli italiani…”). Uno spostamento dimostrativo di truppe [italiane, ndr] ai confini orientali provocò entusiasmo a destra, ma indulgenze anche a sinistra, dove al Pci filomoscovita e in rotta con il comunismo secessionista di Tito non dispiaceva la fermezza di Pella sia nel contrastare le pretese jugoslave , sia nel subordinare alla questione di Trieste gli impegni contratti dall’Italia con l’Alleanza Atlantica».
Un linguaggio quasi alla D’Annunzio, che dispiacque al fin troppo prudente De Gasperi. Il quale, dopo i gravi incidenti triestini in novembre (tra l’altro, a Pella fu impedito di partecipare ai funerali dei sei dimostranti uccisi dalla polizia britannica), fece pervenire al Presidente del Consiglio, “via” Scelba, il seguente messaggio: «Il Paese ha bisogno di un governo idoneo a fronteggiare la situazione interna e internazionale diventate molto critiche, specie dopo i fatti sanguinosi di Trieste. E il Governo Pella non dà alcuna garanzia di poter essere all’altezza del compito» . Dopo nemmeno due mesi, il Governo cadde. Il povero Pella, reo di uno scandaloso amor di patria, finì nel purgatorio politico fino al 1972, quando venne richiamato da Andreotti, come Ministro delle Finanze in un modesto monocolore pre-elettorale… Per poi finire di nuovo in soffitta, dove solo soletto, nel 1981, affronterà l’ultimo viaggio. Dopo tanto Purgatorio, probabilmente, verso il Paradiso,
Signor Presidente Napolitano, un giorno o due dopo (non ricordiamo bene...), Lei ha dovuto precisare che il richiamo al Governo Pella «era un richiamo storico senza riferimenti all’attualità». Le crediamo sulla parola. Del resto, tra l’amor di patria mostrato di Pella e quello light di Monti & Co., sempre allineati e coperti con i mercati internazionali, c’è un abisso. Ma il punto resta un altro: come abbiamo mostrato il “richiamo storico” rimane improprio… Non fu un «governo di tregua», ma di guerra o quasi. E su tutti i fronti, a partire dall'atteggiamento politico della Dc fino a quello di Tito dell' Amministrazione interalleata di Trieste…

Carlo Gambescia
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