giovedì 30 giugno 2011


Il libro della settimana: Valter Binaghi e Giulio Mozzi, 10 buoni motivi per essere cattolici, pref. di Tullio Avoledo, Laurana Editore 2011, pp. 140, Euro 11,90, 

http://www.laurana.it/


Werner Sombart ne Il socialismo tedesco, raccolse 187 «denominazioni» del termine socialismo. Si andava da «socialismo sociale » a «socialismo centralista », per cinque pagine di fila. Probabilmente per catalogare le definizioni di cristianesimo, religione bimillenaria, non basterebbero libri su libri… Per questa ragione non ci convince il tentativo di Valter Binaghi e Giulio Mozzi di produrre l’ennesimo libro in argomento: 10 buoni motivi per essere cattolici, (pref. di Tullio Avoledo, Laurana Editore 2011, pp. 140, euro 11,90 - http://www.laurana.it/). Ci spieghiamo subito.
L’idea dei «buoni motivi» implica una visione del cattolicesimo, di qui l’interpretazione o definizione: l’ennesima appunto. E di che si tratta? Binaghi e Mozzi, tifano per un «cristianesimo-cattolicesimo» dell’amore. Se si vuole, delle emozioni, poco sociologico, molto immaginario o immaginato… Ora, qualche pezza d’appoggio al nostro discorso.
La religione «cristiana cattolica (…) è, prima di tutto, una narrazione: un insieme, un coacervo di narrazioni. È una storia d’amore difficile e contrastata - come tutte le storie d’amore - tra un creatore e le sue creature» ( Binaghi e Mozzi, p. 25). Un creatore, «tanto innamorato da farsi ammazzare nel più umiliante dei modi – appeso a una croce, trafitti i polsi e i polpacci, ad agonizzare per ore – per dare prova del proprio innamoramento» (Mozzi, p. 46). Perciò, ecco il punto, trattandosi di una religione « fondata sul comandamento dell’amore, la Chiesa è caduta, secondo Ivan Illich, nella più pericolosa delle tentazioni: quella di voler “controllare – fino a regolamentarlo – questo nuovo tipo d’amore. Di creare un’istituzione che lo garantisca, lo assicuri, lo protegga, criminalizzando il suo opposto”. Corruptio optimi pessima. Ignorando ciò che Gesù disse davanti al suo giudice (“Il mio Regno non è di questo mondo”), la Chiesa ha fatto non solo di se stessa un’istituzione selettiva e conservatrice, ma su quel modello sono anche sorte le istituzioni secolari oppressive che l’occidente ha prodotto via, e che svelano la modernità non come l’antitesi ma come la perversione del cristianesimo» (Binaghi, p. 51). Per inciso, l’amico Alain de Benoist, a proposito del rapporto cristianesimo-modernità, dice più o meno le stesse cose. Ma lui non è cristiano…
Su queste basi, alquanto fragili sul piano della reale comprensione del funzionamento delle istituzioni sociali (che, attenzione, sono sempre selettive, gerarchiche e conservatrici, a prescindere dal credo…), vengono poi declinati i buoni motivi per essere cattolici. Motivi che possono essere più meno buoni, ma che risentono di un vizio d’origine: quello dell’assiomatizzazione del Dio dell’amore. Tesi, nessuno lo nega, che ha un fondamento teologico nel Nuovo Testamento. Ma che purtroppo non ne ha uno di tipo sociologico. Il che determina, nell’argomentazione di Binaghi e Mozzi, il mancato raccordo tra dover essere (il Comandamento dell’amore) e l’essere (il necessario funzionamento dell’istituzione-Chiesa, per forza di cose “sociologiche”, sempre selettiva, gerarchica, e conservatrice…). Una frattura che Mozzi e Binaghi, cercano di colmare puntando sul ruolo del profetismo, come punta dell’iceberg movimentista, nel nome, semplificando, di una specie di trotzkismo cristiano, all’insegna delle rivoluzione permanente: «Il profeta è dunque colui per il quale in qualsiasi momento, un atto di libertà è possibile. O, se preferite, è colui per il quale in qualsiasi momento un atto di speranza è possibile: il nesso tra speranza e libertà mi pare evidente. Qui, nella percezione che un atto di libertà e un atto di speranza sono possibili, nascono i gesti di coraggio. Nascono i grandi amori. Nascono le grandi intuizioni cognitive. Nascono le idee che guidano i popoli. Nascono le accettazioni estreme, come quella di Maria. Nascono i rifiuti estremi, come quelli dei martiri (da Stefano a Jan Palach). Eccetera» (Mozzi, p, 119). Perciò « anche la Chiesa, come ogni comunità, ha bisogno di essere rinnovata nello Spirito, e dunque non può fare a meno del profeta. Dagli Atti degli apostoli apprendiamo che ogni comunità cristiana delle origini ne aveva uno. Ivan Illich direbbe che ha maggior ragione ne ha bisogno, perché chi custodisce il dono più grande corre il più grande rischio: quello di organizzare una cinta muraria a difesa di quel dono anziché diffonderlo presso le genti, o di farne il fondamento e la giustificazione di un potere, pervertendone totalmente il significato» (Binaghi, p.127).
Che Mozzi e Binaghi, pensino a se stessi come nuovi profeti? Mah… sospendiamo il giudizio. Tuttavia, questo modo trotzkista (il movimento è tutto, l’istituzione nulla) di intendere il «cristianesimo-cattolico» è molto pericoloso. Perché rischia per un verso di distruggere un equilibrio bimillenario, frutto di necessari compromessi (perché sociologici) tra istituzioni e movimenti, mentre per l’altro di impoverire quella cultura della mediazione che, piaccia o meno, è necessaria a una Chiesa che pur non essendo del mondo deve comunque parlare al mondo. O no?
Quanto al Dio dell’amore, non essendo santi, profeti, mistici, teologi non abbiamo le carte in regola per pronunciarci. Con onestà, ammettiamo però di non avere tanta simpatia neppure per il Dio del Vecchio Testamento.
Di una cosa invece siamo più certi: l’uomo non è amore né odio allo stato puro. E i preti sono uomini come tutti gli altri (dal Papa all’ultimo parroco). Di qui, tre raccomandazioni ai cattolici (massì, ci buttiamo pure noi…): realismo, nel giudicare come spesso vanno, o meglio non vanno, le istituzioni della Chiesa; massima osservanza, per quanto umanamente possibile, del Decalogo; fede assoluta, dopo aver chiuso e riposto i manuali di sociologia, nella Provvidenza divina. Non è molto, ma può aiutare… Anzi, aiuta e da duemila anni.


Carlo Gambescia

mercoledì 29 giugno 2011


La scomparsa di Peter Falk
Quando il Tenente Colombo andò in Russia...


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La settimana scorsa, Peter Falk se ne è andato per sempre, e con lui il famosissimo Tenente Colombo. L’abile quanto mal messo poliziotto di origine italiana, capace di risolvere i casi più intricati, stringendo il colpevole nell’angolo, grazie alla sua perspicacia e al sudicio libretto degli appunti dove si annotava tutto.
Gli ultimi anni di vita dell’attore non sono stati felici, a causa di controversie in famiglia. Inoltre Falk soffriva di Alzheimer. Ma non è di questo che vogliamo parlare. I coccodrilli li lasciamo volentieri agli altri. Anche perché desideriamo ricordare in particolare un suo vecchio film italiano.
Piccola premessa. Come è noto Peter Falk non era di origini italiane, nelle sue vene scorreva sangue ungherese, polacco e russo. Eppure le sue caratterizzazioni più incisive restano quelle dell’italo-americano come il Tenente Colombo e del mafioso, simpatico e sfortunato di Angeli con la pistola. Miracoli di Hollywood…
Però, scorrendo i giornali in occasione della sua scomparsa, abbiamo scoperto solo qualche timido accenno a una delle sue più belle interpretazioni. E non del solito italo-americano, ma di un italiano tout court. Di quale caratterizzazione parliamo? Del tenente napoletano Mario Salvioni. Un suo stupendo cammeo, come si dice in gergo, nel film di Giuseppe de Santis, Italiani brava gente (1964): un’opera spettacolare sulla sfortunata campagna dell’Armir, girata in Russia e con grandi scene di massa. Un film che per certi aspetti, ricorda La Grande Guerra di Monicelli. Ecco quel che si legge in proposito nel classico Morandini (1999): « G. de Santis (1917-1997) persegue la sua idea di cinema popolare ricorrendo all’impiego dei generi (commedia dialettale compresa) e delle regole per piegarli in senso ideologico e didattico: l’internazionalismo, la divisione per classi e non per nazionalità, l’antieroismo, la solidarietà tra russi e italiani poveri, la denuncia dell’assurdità delle guerra».
Insomma, un film - prendendo spunto da una parola alla moda - piuttosto che fasciocomunista, comunista vecchia maniera… Ma riapriamo il Morandini: «Narrazione rapsodica attraverso quadri ed episodi corali, di un ‘epica “bassa” impregnata di una costante vena “malinconica” con una pittoresca galleria di personaggi e di macchiette tra cui bisogna ricordare almeno il tenente medico napoletano di P. Falk, l’antifascista meridionale di R. Cucciolla, il contadino emiliano di L. Pryguniov ».
Insomma, un grande Peter Falk. Sentiamo come ne parla, nel saggio dedicato a De Santis, il critico Stefano Masi: « Particolarmente felice è la costruzione del personaggio del tenente napoletano Mario Salvioni, uno scansapericoli che, solo per orgoglio, veste i panni dell’eroe e finisce per trovare la morte nel più stupido dei modi. Peter Falk è molto bravo nei panni di questo gagà napoletano. La sua non è la comicità drammatica di La grande guerra. Il personaggio che egli interpreta è simile, piuttosto, a quello del marinaio burlone di Roma ore 11, per la sua surreale assurdità, quasi zavattiniana. Mentre i partigiani russi lo conducono al loro accampamento, egli chiede ad uno di questi “comunisti atei”: “Ma se non credete in Dio con chi ve la prende¬te quando dovete bestemmiare?”. E alla bella partigiana molto seriamente fa la corte: “Tu sei proprio una bella ciaciona. Se capiti a Napoli ricordati che io abito in via Partenope numero 263, interno 8”. E aggiunge: “Ma prima di venire telefona!” » .
Aggiungiamo, confidando nella nostra memoria, che nel film, Peter Falk era doppiato da Carlo Croccolo, un napoletano verace, ma capace di inflessione dialettali da quartieri ricchi. Un modo di esprimersi, appunto da gagà, che faceva e fa la differenza con la parlata dei napoletani dei vicoli e dei bassi.
Se è vero, come si dice, che non esistono piccole o grandi parti, ma solo piccoli o grandi attori, il Peter Falk-Mario Salvioni, prova che con la morte dell'attore americano il cinema perde purtroppo un altro grande protagonista.

Carlo Gambescia


martedì 28 giugno 2011

Se potessi (non) 
avere 1000 euro al mese


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Ormai i giornali si occupano solo del caso Bisignani-P4, perciò quel che stiamo per riferire è finito sepolto sotto paginate e paginate di intercettazioni... Veniamo al dunque: secondo l’Istat, anno di grazia 2009, quasi la metà dei nonni d’Italia (il 46,5 per cento) ha un reddito da pensione inferiore ai 1.000 euro. Quattro soldi e con un’estate davanti… Sì perché, studi e indagini confermano che il periodo più duro per l’anziano è quello estivo. I mille euro, in fondo, sono la punta di iceberg, di una società che considera poco l’anziano , soprattutto quando arriva la “stagione dei bagni”, un momento in cui i già tenui legami familiari diventano ancora più flebili. Ci spieghiamo meglio. Le “grandi vacanze” segnano un punto di rottura anche negli affetti. E così molti anziani sull’orlo della vecchiaia e con pochi di mezzi finiscono per restare soli. O in amara “compagnia” , quando esistono infrastrutture sociali e culturali, di altri coetanei, a loro volta, vittime sacrificali dell’egoismo vacanziero dei figli. Un ghetto. 
Che cosa resta all’anziano solo in città? La televisione ( che di gran lunga è il passatempo preferito). Tenuta accesa, spesso, per più di otto ore giornaliere, in particolare, pare, dagli under settantacinque. Un dato, purtroppo confortato, dalle cosiddette morti domestiche, dove spesso il corpo senza vita di un “nonno” o di una “nonna”, viene ritrovato talvolta dopo settimane, davanti a una televisione urlante e indifferente. E con il telecomando “abbandonato” sul vecchio divano, tanto per citare Franco Battiato.

 Ora, senza pretendere di volare troppo alto, si può però dire che la “questione anziani” è legata all’uscita “dal ciclo produttivo” dell’uomo-anziano, in genere tra i sessanta e i sessantacinque. A quel punto, se non si hanno mezzi economici congrui, si corre il rischio di uscire dal circuito della socialità. Perché gli impegni degli anziani si rarefanno, a mano a mano che entrano nel ciclo della vecchiaia, dopo i settanta. Mentre figli, a loro volta, molto impegnati e soprattutto se privi di prole in età scolare da affidare ai nonni, si allontanano in misura crescente dai padri ormai vecchi.
In genere, dopo i settant’anni, la socialità tra padre e figli, si riduce al minimo di una telefonata giornaliera, se non settimanale. Restano le feste del ciclo religioso e familiare, che vengono però festeggiate sempre più di rado in famiglia. I figli, in fuga da un lavoro spesso oppressivo, preferiscono gli amici coetanei, oppure l’isolamento a livello nucleare (marito, moglie e figlio). in qualche località turistica.
Perciò, ripetiamo, d’estate, il maggiore isolamento di cui è vittima l’anziano, rischia di accrescerne l’ emarginazione esistenziale e sociale. Figurarsi poi, con meno di mille euro al mese da spendere…


Carlo Gambescia

lunedì 27 giugno 2011

Società di rating
C’è Moody’s e maniera…





E ti pareva. Adesso Moody’s ha messo sotto osservazione il rating di sedici banche dello Stivale. Perciò, si prepara un possibile taglio in linea con quello già adottato verso l’ Italia. Insomma, per queste società, pubblico e privato, stato e individui sono la stessa cosa. E per giunta si tratta di consulenze ben pagate, richieste dagli stessi soggetti che devono essere valutati. Detto brutalmente: cornuti e mazziati.
Ripassino storico-semantico. Il termine “rating” deriva dall’inglese “to rate” (giudicare, valutare). Il concetto si riferisce a una valutazione di tipo qualitativo; semplificando al massimo: se un soggetto economico sia o meno solvibile.
Attualmente, il rating è controllato da due operatori mondiali: Moody’s Investor Service (Moody’s) e Standard and Poor's Rating (S&P). Non va però dimenticato un terzo operatore, più piccolo: l’agenzia Fitch IBCA (Fitch), di proprietà francese, fondata nel 1924, quasi un due picche…
Standard and Poor’s iniziò la sua attività nel 1860, quando il fondatore Henry V. Poor propose agli investitori statunitensi un’analisi di affidabilità e qualità del credito dei progetti riguardanti l’edificazione di canali e ferrovie. Nel 1909, anno primo della presidenza del repubblicano Taft, nacque Moody’s Investor Service che cominciò a valutare i titoli del governo federale, trattandoli alla stregua di quelli emessi da qualsiasi privato: un fatto, soprattutto concettualmente, fondamentale. Si trattò della madre di tutte le privatizzazioni, comprese quelle di tanti nipotini venuti dopo, come la signora Thatcher e il presidente Reagan. E così Moody’s e S&P, guardarono per svariati decenni solo al ricco mercato statunitense.
Stando a uno studioso della materia, «il mercato del rating, conobbe un primo periodo di espansione tra il 1909 ed il 1930. Negli anni ’40, ’50 e ’60 le agenzie dovettero fronteggiare una domanda debole a causa di un ambiente caratterizzato da una bassa volatilità, un’economia sana e ben pochi fallimenti da parte delle aziende». Per contro, a partire «a partire dagli anni ’70 si è assistito ad un periodo di rapida crescita che dura fino ad oggi».
Gli esperti però non ci dicono che, dopo il 1945, l’approccio americano al mercato dei capitali fu imposto, al resto del mondo occidentale, per ragioni militari, di spada… Inoltre, a partire dalla fine degli anni Settanta, grazie alla vittoria mondiale delle tesi neoliberiste e al crollo politico, nella parte orientale, del nemico sovietico, la regolamentazione basata sui rating dilagherà in tutti i paesi, sviluppati e non, Unione sovietica inclusa.
Tuttavia le società di rating, come ogni altro attore economico, non possono non subire il peso di giganteschi conflitti di interesse. Dal momento che il mercato puro, buono e bello, esiste solo nei libri si testo di economia. Ad esempio, si pensi al fallimento di grandi società come Enron, WorldCom, Parmalat. Come mai, e parliamo di fatti avvenuti qualche anno fa, nonostante i prezzi delle loro azioni fossero in calo, o comunque soggetti a fluttuazioni anomale, le agenzie di rating si guardarono bene dal riformulare per tempo le proprie valutazioni favorevoli?
Alcuni esperti confidano tuttora nel Nuovo Accordo “Basilea 2” sui requisiti patrimoniali della banche. Accordo, entrato in vigore nel 2007, che consente alle banche di scegliere - stiamo semplificando - tra rating interno ed esterno, affidato appunto alle società di rating. C’è però un problema. Sembra infatti che i mercati continuino a confidare nelle valutazioni esterne alle imprese. Il che, in linea di principio, sarebbe pure giusto. Ma chi controlla i controllori?

Carlo Gambescia

venerdì 24 giugno 2011

Il libro della settimana: Emanuele Severino, Il mio ricordo degli eterni. Autobiografia, Rizzoli 2011, pp. 166, Euro 18,50. 

http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/ .
Come accostarsi all’autobiografia di Emanuele Severino? Rivestendosi« condecentemente di panni reali e curiali», come il Machiavelli a ideale colloquio con gli «antiqui huomini»? Oppure andando in cerca, come in un improvvisato reality filosofico, dell’aneddoto, della curiosità, del momento di abbandono dietro le quinte della stringente teoresi?
Severino proprio «antiquo» non è, ma la levatura del filosofo è altissima, allo stesso livello dei nostri Maggiori. Quindi la risposta è scontata: «condecentemente» vestiti. Perciò il lettore si allacci le cinture. Anche perché dietro ogni riga dell’autobiografia, per usare un termine caro all’autore, si scorge un destino incontrovertibile: quello di un giovane di buona famiglia, destinato a diventare filosofo, all’interno di mondo affettivo ( genitori, fratello, moglie, figli, colleghi e amici, allievi) che in qualche misura (grande o piccola) partecipa di un destino unico, segnato da quegli eterni, che danno il titolo al volume. Poiché, scrive il filosofo, «in ogni uomo il suo ricordare è il suo ricordo eterno degli eterni - dove eterni sono, appunto, sia le cose ricordate, sia il ricordante» (p.137).
Del resto, secondo Severino, « “l’uomo” si illude di capire e perfino di approvare la verità, e addirittura di capire e farsi sostenitore del destino della verità ». Situazione che riguarda anche i filosofi: «In questa illusione mi trovavo e tuttora mi trovo (e vi si trova qualsiasi altrui esser “uomo” che creda di capire e di approvare il Contenuto del destino). Non è l’ “uomo” a capire il destino, ma è il destino stesso a capirsi e ad apparire nel proprio sguardo - e questo apparire siamo Noi nel nostro essere originariamente oltre l’ uomo » (p.100) .
Ma che cos’è il destino? La citazione è lunga ma necessaria: «La parola de-stino indica (…) lo stare: lo stare assolutamente incondizionato. Il destino è l’apparire di ciò che non può essere in alcun modo negato, rimosso abbattuto, ossia è l’apparire della verità incontrovertibile; e questo stesso apparire appartiene alla dimensione dell’incontrovertibile. Al di là di ciò che crede di essere, l’uomo è l’apparire del destino. Al centro di ciò che non può essere in alcun modo negato sta l’impossibilità che un qualsiasi essente (cose, eventi, stati della coscienza o della natura o di altro ancora) sia stato un nulla e torni ad esserlo. Questa impossibilità è la necessità che ogni essente - dal più umbratile e irrilevante al più grande e profondo - sia eterno. Al centro di questo centro sta l’apparire del senso autentico della impossibilità e della necessità. Nella sua essenza, ogni uomo è l’eterno apparire del destino; e nel cerchio del destino, in cui l’essenza dell’uomo consiste, va via apparendo ciò che sopra abbiamo chiamato manifestazione del mondo, cioè il grande sogno che include anche questo esser uomo che sono io e cha sta scrivendo intorno ai propri ricordi » ((pp.46-47).
Ovviamente, Severino parla anche di sé e della persone care. Ma sempre con l’occhio del grande filosofo «antiquo» capace di ricondurre ogni cosa dal particolare all’universale, e viceversa. Come a proposito dell’amatissima moglie Esterina, scomparsa alcuni anni fa: «Ho assistito a tutti e due i parti di mia moglie, entrambi in casa (…). In questo momento sto scrivendo nel mio studio. Alla mia sinistra, contro il muro, c’è una libreria che apparteneva ai miei genitori (…). Nell’imminenza del parto, dove ora si trova la libreria era stato disposto un lettino e lì Esterina diede alla luce Federico. Io ero pressappoco qui o accanto al lettino e la levatrice mi teneva su di morale. Ora mi guardo attorno e vedo il mio studio: giro la testa vedo la libreria. Ma Esterina su quel lettino e quella mattinata della Domenica delle Palme e il primo vagito di Federico non sono un passato a cui debba guardare con la tristezza che si prova per le cose perdute per sempre. Quella mattinata è lì tutta intera, eterna, appena dietro l’angolo dell’oblio, e, come ogni altra cosa passata, attende l’inevitabile, ovvero che giunga il tempo opportuno per rigirare l’angolo e tutta intera rifarsi innanzi, in Me, insieme a tutte le cose passate. In me, invece, in me come “uomo” e dunque come uno che ha ed è fede e che erra, qualsiasi cosa egli abbia a sentire o pensare, in me che ora sto girando la testa verso il muro e non vedo quella mattinata, sopraggiunge la tristezza del tempo perduto. Ma il mio esser oltre l’essere uomo, il mio esser Io del destino, vede che anche questa tristezza è un errare e che, quando il passato rigirerà l’angolo, essa avrà compimento. Non sarà annientamento, ma sarà il fondovalle che, non più coperto dalle nubi, si mostra ai piedi della corona dei monti. Poi tornerà la stanza di quella Domenica delle Palme, col lettino, e la stanza di quest’ora che mi ha visto girare la testa, trovando la libreria» (pp. 85-86).
Difficile trovare di questi tempi pagina più densa e profonda, ma al tempo stesso illuminante. Perché capace di riassumere un pensiero dove la vita si fa filosofia, la filosofia destino, e il destino verità. 

Carlo Gambescia

giovedì 23 giugno 2011

Ma quando è stata la P1?
di Carlo Gambescia



Bollettino meteo-politico. Come previsto, la tempesta di chiacchere intercettate, targate Inchiesta Bisignani,  si è regolarmente  abbattuta sull’Italia politica e non…  Battute a parte, ormai, quello delle paginate di intercettazioni a  singhozzo,  è  uno sport nazionale, più diffuso del gioco del calcio.  Con una aggravante. Quale?  Visto lo spazio sproporzionato riservato dai media ai gossip giudiziari,  è come  se  tutti gli italiani, anche quelli che amano il Polo,  fossero  obbligati a seguire h24 il campionato di calcio.     
Il nostra  analogia tra i due mondi  è spericolata? Magari poco calzante?  D’accordo, allora mettiamola così.  Che in Italia sia esistita una P2 è vero… Che tuttora  ci siano in giro molti  faccendieri pure.  Ma che esistano una P3 e perfino una  P4, francamente,  ci sembra eccessivo…  Intanto, la scorsa estate, in seguito all’arresto di Flavio Carboni,   qualcuno  tirò fuori l’etichetta P3.   Chi? Boh…  Gli appartenenti? I giudici? I media?   Dopo un anno, ancora  non  si sa  nulla, neppure circa la presuntiva colpevolezza (sbandierata dai  media di sinistra)  della cosiddetta cupola (Carboni. Verdini, Dell’Utri…,).   Però, fu tutto un pigolio mediatico  di  P3 di qua, P3 di là.
Adesso, è addirittura saltata fuori la P4. Ma Bisignani lo sa? Boh… E la gente comune?  Ariboh…
In realtà,  carpendo qui e là qualche conversazione (al bar, in metropolitana, al mercato), abbiamo scoperto che  principalmente ci  si interroga sulla sorte della P1: «  “ Dotto’,  sì,  la P2 me la ricordo, ma quando è stata la P1?», mi diceva proprio ieri il portinaio.  Dando così per scontata, come al cinema dopo il quarto, quinto episodio di un sequel , l’esistenza in vita  delle varie P3, P4, e così via.…  Circostanze, invece, ancora tutte da provare.
Sempre che non si voglia usare un falso teorema politico a scopo ideologico, per defenestrare, seguendo la via  giudiziaria,   il  Governo in carica. Che tutto sommato, nonostante gli ultini rovesci,  sembra tenere.
Insomma,  crediamo che i giudici - certi giudici, non tutti ovviamente - stiano maltrattando l’ Italia. Perché un conto è combattere la corruzione puntando su fatti provati, un altro pretendere di far cadere un Governo, votato dal popolo, sulla base di puri teoremi  a sfondo complottistico, amplificati ad arte dai giornali amici. Una strategia del gambero, il cui unico risultato può essere  quello di accrescere la disaffezione dei cittadini  verso la democrazia: perché andare a votare, ci si potrebbe chiedere, se poi  la sorte dei governi viene decisa, non dal libero voto, bensì  da giudici e media politicamente schierati?
Ma, in realtà, che cosa era la P2? Boh…  Per alcuni un nido di cospiratori, per altri  un raggruppamento di  patrioti anticomunisti, per altri ancora una raduno di bons vivants. Il giudizio dipende, tuttora,  dallo schieramento politico. Anche perché, a parte Licio Gelli - uno che a Roma chiamerebbero “ er sola” - gli altri “iscritti” sono stati tutti assolti…
A proposito,  ma davvero quando è stata la P1?

Carlo Gambescia

mercoledì 22 giugno 2011


Un libro (discutibile) di  Gustavo Zagrebelsky 
A scuola di democrazia? 
Sì, ma con giudizio




La domanda non è tra quelle che spingono a leggere un post… Ma noi ci proviamo lo stesso: la democrazia può essere insegnata e quindi imparata da cittadini-studenti? Non è facile rispondere. Si può dire, semplificando al massimo, che a differenza degli antichi, che preferivano studiare la democrazia e le sue degenerazioni, i moderni hanno preteso, da subito, senza troppi approfondimenti, di insegnare la propria a tutti cittadini, come la migliore e l’unica. Un esempio del primo tipo è dato dall’opera politica di Aristotele. Mentre del secondo, dal pesante pedagogismo liberal di Dewey, uno dei padri del pragmatismo filosofico americano.

Quanto all’Italia, si pensi a certa pedagogia politica democratico-risorgimentale, non sempre di buona lega. Il che non significa che tra i moderni siano mancate figure dedite allo studio della democrazia. Ne citiamo solo uno, croce e delizia, di generazioni di studenti di storia delle dottrine politiche: Charles-Louis De Secondat, Barone di Montesquieu. Un pensatore affascinato dallo studio della “natura” e del “principio dei Governi”, spesso malamente assimilato, proprio dagli studenti …Non desideriamo però annoiare il lettore con spocchiosi rimandi e citazioni o con un generico invito a potenziare lo studio dell’Educazione civica a scuola. Prima di tutto, infatti, rimane un problema di mentalità democratica da risolvere. Perciò facciamo subito un esempio. Ecco, si prenda, il libro di Gustavo Zagrebelsky, Imparare democrazia (Einaudi), scritto appunto da un giurista, vero nume tutelare, ideologicamente parlando, del “Partito” rappresentato dal quotidiano la Repubblica, alle cui pagine, come si usa dire, laiche, democratiche e antifasciste, il professore attivamente collabora.
Zagrebelsky può essere definito un “moderno”, perché interessato alla pedagogia della democrazia. Però ne parla, senza dare alcuna preventiva definizione del politico in senso puro, schmittiano. Insomma, senza il necessario riferimento all’ astoricità e universalità - pardon, per i paroloni - delle tre categorie di individuazione del nemico, decisione e conflitto. Il che, purtroppo, non facilita lo sviluppo di una pedagogia democratica né di una matura teoria della democrazia, né di una mentalità sinceramente democratica. Certamente, Zagrebelsky, forse proprio perché giurista, ha una visione nobile della democrazia come idea regolativa, fondata sull’ uguaglianza e sull’ espansione dei diritti. E soprattutto, come missione che riguarda da vicino ogni cittadino responsabile. Di qui, a suo avviso, l’importanza di una pedagogia democratica, tra uguali, basata sull’esempio e sulla diffusione di una comune consapevolezza civica e civile: la « sua ricompensa [dell’ideale democratico] sta nello stesso agire per realizzarlo», così scrive, lapidario.
Tuttavia l’ analisi di Zagrebelsky, resta sospesa tra la norma (come deve essere la democrazia) e la descrizione dei fatti (com’è in realtà). Non c’è ponte tra i due aspetti, come del resto tuttora mostrano tanti manuali scolastici di Educazione civica, vuoti e retorici. Per quale ragione? Perché l’impianto normativo-pedagogico del suo pensiero non può consentirlo. Ad esempio, si pensi all’accento posto da Zagrebelsky sull’importanza ideale del dialogo tra eguali in democrazia, come fattore pedagogico per eccellenza. Il che è vero in teoria, ma non sempre in pratica. Esistono, infatti, all’interno della nostra stessa cultura politica sostenitori di altre forme di democrazia: socialista, locale, diretta, federale, eccetera. I quali hanno idee profondamente diverse dell’eguaglianza: economica, sostanziale, territoriale, eccetera. Vanno insegnate anche queste ultime, soprattutto a scuola, oppure no? Inoltre, si pensi alle questioni ecologiche, sulle quali spesso le popolazioni locali insorgono in nome di interessi particolari. Sono anche queste forme di democrazia degli uguali, oppure no? Per non parlare del conflitto in atto fra le democrazie occidentali e fondamentalismi religiosi. I quali si appellano, a loro volta, a un’idea di democrazia “comunitarista”, totalmente differente, o comunque non uguale alla nostra…
A queste domande Zagrebelsky non risponde… Salvo porre l’accento sulla bontà assoluta dei valori occidentali, quale base minima (ed egualitaria…) per stabilire un proficuo dialogo universale. Il che è veramente paradossale. Perché si tratta di valori-base non condivisi da tutti. Ecco allora - se ci si passa la rozza metafora - rientrare dalla finestra, il conflitto, in precedenza, fatto uscire dalla porta principale. Che ne facciamo, professor Zagrebelsky dei cattivi studenti in democrazia occidentale? Li convertiamo, “dialogando” a suon di bombe e missili?
Ricapitolando, si può insegnare ( e quindi imparare) la democrazia? Sì, ma con giudizio. E in che modo? Confidando nell’idea che quella che si sceglierà di insegnare (e quindi imparare), sarà sempre una, tra le tanti forme esistenti di democrazia, e non l’unica o la definitiva. La democrazia, in ultima istanza, è dialogo tra diversi, mai tra uguali.

Carlo Gambescia

martedì 21 giugno 2011

Dove è finito il buonsenso  (storico e) politico?
Grecia e dintorni





L’Impero romano chiuse i battenti per fallimento economico? Secondo alcuni storici sì. Per altri studiosi invece accadde l’esatto contrario, non fu l’economia ma la coesione morale a mancare…
Anche i signori feudali non scherzavano: nei limiti di un’economia dell’autoconsumo, spendevano e spandevano per se stessi, salvo poi dichiarare guerra al vicino: scopo ripianare il bilancio. E che dire dei tempi moderni? La Monarchia francese prima del 1789 era da un pezzo sull’orlo del fallimento. Così gli Zar e la Repubblica di Weimar, che nei primi anni Venti rischiò di essere totalmente travolta dalle riparazioni di guerra e dall’inflazione.
Quindi gli Stati possono fallire. Però, di regola, dietro il fallimento c’è sempre una guerra perduta o una rivoluzione. Per buttarla sul politologico: una crisi istituzionale. Detto altrimenti: prima della caduta, già nessuno si filava più l' imperatori romani, il Re di Francia, lo Zar, e così via.
E qui veniamo al caso Grecia, intorno al quale, un giorno sì, l’altro pure si evoca il fallimento. È evidente come il caso greco, in prima battuta, non sia paragonabile alle gigantesche crisi storiche di cui sopra. Tuttavia, per dirla tutta, siamo davanti a una situazione che in qualche modo ricorda la Repubblica di Weimar, ridotta sul lastrico dalla durezza delle condizioni imposte dai vincitori, in particolare francesi. E come ne uscì Weimar (si fa per dire, perché poi finì nelle braccia di Hitler)? Con una politica mirata di aiuti internazionali (in particolare Usa). E soprattutto grazie alla consapevolezza internazionale che una Germania economicamente sana, avrebbe impedito la marcia in Europa del Bolscevismo. E la Germania, nella seconda metà degli anni Venti, si riprese. Poi però arrivò la grande crisi, eccetera.
Cosa resta importante di quell’esperienza? Il principio di buona volontà. Principio di cui l’Occidente fece tesoro. E così, all’indomani del Secondo Conflitto Mondiale, riuscì a impedire, con massicci aiuti economici che una Germania distrutta e divisa in due, finisse nelle mani di qualche avventuriero.
Possibile che oggi, proprio la Germania, non capisca l’importanza di aiutare la Grecia? Impedendo che la crisi economica possa trasformarsi in crisi politica, e così costituire un pessimo esempio per un’Europa, già in difficoltà? Ma come? Rifinanziando il debito greco. Anche a costo di imporre l’operazione-fiducia a un riottoso sistema bancario. I sacrifici vanno divisi tra tutti, diremmo progressivamente divisi in base ai profitti realizzati, a cominciare proprio dalle banche.
Purtroppo, la Francia nei primi anni Venti fu inflessibile con la Germania sconfitta. E sembra che Sarkozy non abbia tuttora imparato la lezione. In un’economia di mercato, per giunta globalizzata, tutto si tiene: i debiti come i crediti. Ciò significa che il fallimento della Grecia può estendersi ad altri stati, rischiando di provocare il fallimento di tutti, con in prima linea le banche tedesche e francesi.
Ora, è scontato che questo aspetto non sia compreso da economisti e banchieri, attenti solo a bilanci e patti di stabilità. Ma i politici? 

Carlo Gambescia

lunedì 20 giugno 2011

C'era una volta la Libreria Feltrinelli
Quando andavamo 
in via del Babuino…


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Nulla di nuovo... La cosiddetta americanizzazione dell’editoria italiana è sotto gli occhi di tutti, e da un pezzo: corsa ai bestseller stranieri e nostrani (pochi, per verità), battaglie per aggiudicarsi i premi letterari che fanno vendere ( anche qui pochini, Strega a parte…), e così via, lungo le strade asfaltate e dritte di un’ editoria che non conosce limiti alla velocità di ricambio del libro sugli scaffali. Certo, magari non tutti se ne accorgono. Per dirla con Ortega, guardano senza vedere... Inoltre, non tutti comprano e leggono... Il che - va riconosciuto - segna la differenza con gli Stati Uniti... Terra dove i lettori non mancano.
Qualche anno fa Remo Ceserani, molto attento al fenomeno, puntò il dito, addirittura dalle pagine de il Manifesto, sulla Feltrinelli. E in particolare per criticare quel processo di « crescita esponenziale delle [sue] librerie, che sempre più si allineano ai modelli Barnes & Noble in America». Dove il commesso, più che amare i libri, deve saper sorridere al cliente… Magari, già sarebbe qualcosa. Perché, a dire il vero, i commessi delle librerie Feltrinelli, almeno a Roma e fatte salve alcune lodevoli eccezioni, non solo non amano i libri ma neppure sorridono… Forse perché nemmeno li conoscono. L’unica cosa che mostrano di saper fare a meraviglia è grugnire un mezzo saluto, sedersi sbuffando davanti al computer e digitare nervosamente sul motore di ricerca il nome dell’autore richiesto. Il più delle volte sbagliando, soprattutto quando non si tratta di Harry Potter: memorabile, tempo fa, uno scambio tra Hegel ed Engels...


Ma la peggiore accoglienza viene riservata alla cassa. Dove ragazzotte accigliate non degnano di uno sguardo il cliente in fila. Più o meno come al supermercato. Del resto sembra che, economicamente, questi ragazzi non vengano trattati meglio dei venditori di latticini, derivati ( i quali, per carità hanno tutto il nostro rispetto). Preferiamo perciò stendere un velo pietoso... Anche perché il vero colpevole sembra essere il modello della rete libraria all’americana: un sistema che rende veramente difficile la vita di quei lettori, come chi scrive, non dediti al tossico consumo di bestseller. Insomma, il comportamento del commesso – poverino - è un danno collaterale o aggiuntivo. Ad esempio, tra gli scaffali delle Librerie-Supermercato alla Feltrinelli si trovano solo le ultime novità ( delle stesse grandi case editrici, eccetera, eccetera): libri spesso rilegati come elenchi telefonici che restano in libreria un mese al massimo. Le opere di catalogo vanno perciò ordinate, passando per le forche caudine del commesso che sbuffa come un vecchio treno a vapore. Il che richiede possesso (nel cliente) di notevoli competenze relazionali. Ma pure pazienza, dal momento che una volta ordinato il libro (anche dell’ editore medio-grande) i tempi di attesa non sono mai brevi, spesso dieci-quindici giorni, se non di più. Di conseguenza le piccole case editrici, nonostante i fiumi di parole sull’editoria democratica, sono del tutto ignorate. A meno che non si occupino di filosofia new age. Oppure di viaggi, turismo, misteri, serial killer e sesso… In genere, chi chiede qualche libro pubblicato dal microeditore, si sente rispondere che occorre un mese per riceverlo. Come dire: se lo vuoi leggere, scrivi tu all’editore... Oppure prova a ordinare il libro via Internet, con tempi di consegna spesso non inferiori ai venti giorni…


A metà anni Settanta, qui a Roma, si andava in via del Babuino, dove c’era una bellissima libreria Feltrinelli. E c’era solo quella. Regolarmente si comprava qualche libro scoperto fra quelli di scaffale, lasciato lì a invecchiare come una buona bottiglia di vino… Nonché felici per aver potuto incrociare lo sguardo, scambiando due parole, con qualche commessa dagli occhi seducenti. Chissà... sospiravamo all’uscita, immaginando grandi conquiste …Certo, oggi, abbiamo tutt’altro aspetto: l’età anagrafica non perdona. Ma siamo sicuri che al solo accenno di un sorriso, le ragazzotte accigliate chiamerebbero subito la vigilanza: « Stalker a ore dodici, aiuto! » Che malinconia.

Carlo Gambescia

venerdì 17 giugno 2011

Il libro della settimana: Alain Finkielkraut, Un cuore intelligente, Adelphi, 2011, pp. 212, Euro 20,00. 


http://www.adelphi.it/

Alain Finkielkraut è un riccio o una volpe? Ecco quel che pensavamo leggendo l’ultima sua fatica, ora tradotta in italiano: Un cuore intelligente (Adelphi, 2011, pp. 212, euro 20,00). Come è noto, si tratta di una classificazione, introdotta da Isaiah Berlin ma ripresa da Archiloco: «Molte cose sa la volpe, il riccio una sola, ma grande». O detto altrimenti: la volpe, nonostante tutte le sue astuzie, viene sconfitta dall’ unica arma del riccio: gli aculei…
Secondo Berlin, sarebbe un criterio che fissa le differenze tra scrittori e pensatori (oltre che fra gli essere umani). Da un lato, quelli che adorano l’idea unica, cui rinviare qualsiasi ragionamento e giudizio ( i ricci), dall’altra chi persegue molti fini, non collegati spesso contraddittori, privi di qualsiasi riferimento a un principio (le volpi). Ad esempio Dante, apparterrebbe alla prima categoria, Shakespeare alla seconda. Platone, Lucrezio, Pascal, Hegel, Dostoevskij, Nietzsche, Ibsen, Proust sarebbero in varia misura ricci. Mentre Erodoto, Aristotele, Montaigne, Erasmo, Moliére, Goethe, Pushkin, Balzac, Joyce, purissime volpi.
Ripetiamo allora la domanda? Alain Finkielkraut è un riccio o una volpe? Crediamo sia un riccio che vuole però presentarsi come volpe. Il che può essere un complimento, visto che Berlin definisce in modo analogo Tolstoj…
Cosa dice Finkielkraut? Apparentemente tante cose. Perché il suo testo sembra ricordare le pasoliniane descrizioni di descrizioni. Insomma, abbiamo tra le mani un libro costruito su altri libri (nove, per l’esattezza): Lo scherzo di Kundera, Tutto scorre... di Grossman, Storia di un tedesco di Haffner, Il primo uomo di Camus, La macchia umana di Roth, Lord Jim di Conrad, Ricordi dal sottosuolo di Dostoevskij, Washington Square di Henry James, Il pranzo di Babette di Karen Blixen . Tutti testi di cui Finkielkraut fornisce una lettura avvincente e ricca di sfumature, ma… solo in apparenza. Perché ad ogni pagina torna e ritorna l’idea unica che avvolge, quasi fino a soffocarlo, Un cuore intelligente. Quale? Che la letteratura sia la «giurisprudenza» della vita… Non abbiamo sottomano il testo francese. Ma considerando la qualità delle traduzioni Adelphi, diamo per scontato il significato italiano del termine ( certo, sotto metafora): quel complesso di principi, leggi e istituti che regola la vita umana. Che però, se abbiamo capito bene, consiste nel produrre e consumare storie senza interruzione. Allora, il movimento è tutto il fine niente? Proprio così. «Essere uomo - scrive Finkielkraut - è affidare il proprio destino alla letteratura perché gli dia forma. Tutto sta nel sapere a quale» (p. 212).
Pertanto il libro poggia su una grundnorm, che giustifica se stessa come generatrice di perpetuo movimento. Ars gratia artis? Forse. Dal momento che l’idea proposta è quella di una letteratura, in perenne moto, il cui unico compito (o forma?) sia di «sostituire il regno delle antinomie con quello della sfumatura» (p.193).
Di qui, un susseguirsi di passi suggestivi, come ad esempio, quello su Grossman: «il Male è nello slancio stesso, nel fatto di localizzare il Male, attribuirgli nome e indirizzo e dedicarsi con foga redentrice al suo annientamento» (p. 47). Dove però si espone null’altro che l’ennesima, seppure condivisibile, condanna del perfettismo rivoluzionario. Alla quale Finkielkraut accosta a scopo profilattico il quieto e sfumato perfettismo, post-rivoluzionario e culinario, di Babette, ex comunarda, approdata dalla Parigi barricadiera al sonnacchioso tran tran domestico: «Alla fine del racconto Karen Blixen attribuisce all’arte il merito di aver ristabilito l’armonia» (p.209). Infatti «Babette ha combattuto armi in pugno per l’uguaglianza. In quanto artista, ha celebrato e difeso la differenza, La pétroleuse ha dato fuoco ai lussuosi locali della clientela altolocata, ma era in uno di questi locali che la cuoca magnifica esprimeva il suo talento. Queste due identità le erano ugualmente care» (p. 208).
Tutto qui? Quale può essere il senso riposto del sostituire la tirannia dei valori con la tirannia delle sfumature e delle doppie (ma sicuramente anche triplici, quadruple, ecc.) identità ? Celebrare il banchetto dell’ esistente. Non che ci sia nulla di male. Ma le sfumature catturate dalla Volpe, rinviano all’unica arma, quella vincente del Riccio: la circolarità dell’esistenza… Una risposta-non riposta, quella del tutto torna (anche utile), che in realtà rinvia il Riccio-Finkielkraut (o finta volpe), all’universo del Principe di Salina: « Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».
Del resto, se come scrive Finkielkraut, la letteratura è «giurisprudenza», quest’ultima, si sa, è conservatrice per eccellenza… Ora, il culto della rivoluzione per la rivoluzione è pericoloso. Ma non lo è meno di quello per una letteratura ripiegata su se stessa e rivolta a scrutare e chiosare, sfumatura dopo sfumatura, le pandette dell’esistente. 

Carlo Gambescia

giovedì 16 giugno 2011


Contestazioni contestabili
Brunetta e i suoi "nemici"


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Il Ministro Brunetta non è persona simpatica. Ma i Ministri di Stato devono essere simpatici? Crediamo debbano fare i ministri, punto. Come i padri, i padri, e non gli amici; gli insegnanti, gli insegnanti, e non i profeti, e così via. In perfetto contrasto con certo immaginario buonista post-sessantottino, tuttora però disposto a perdonare, come con Battisti, "i compagni che sbagliano".
Ma torniamo a Brunetta, oggi nuovamente finito sulle prime pagine per aver insultato un gruppo di precari. Cominciamo col dire che si trattava di "precari organizzati" dipendenti dello Stato, appositamente intervenuti per contestare il Ministro, in margine a un convegno romano sull’Innovazione. Certo, aperto al pubblico, e di conseguenza anche ai facinorosi, con videocamere al seguito, lì, solo per contestare con tanto di striscione e ricco repertorio di insulti… E Brunetta ha agito da Brunetta… Scuro in volto, ha abbandonato la sala, rifiutandosi di rispondere alle domande di una precaria dell’agenzia tecnica del Ministero del Lavoro. E, mentre usciva, ha liquidato i contestatori con un “voi siete l’Italia peggiore”.
Ora, è deprecabile che un Ministro si esprima così. E di questo comportamento, Brunetta si è in qualche modo giustificato in un apposito video diffuso, a sua cura, su You Tube ( http://www.youtube.com/watch?v=R3QfM1pmdyQ). Anche perché sarebbe bastato allontanarsi in silenzio, evitando così di fare il gioco dei provocatori, intervenuti, ripetiamo, con tanto di videocamere al seguito. Ma a Brunetta piace la bagarre… Per chi sia curioso, l’ episodio è maldestramente condensato in un video, prodotto dai contestatori e uscito su You Tube, da cui si evince come i precari sindacalizzati fossero lì solo per contestare Brunetta (http://www.youtube.com/watch?v=9pFjw72v_lc ). Altro che dialogo razionale…
Si dirà: chi è in difficoltà economiche, come un precario, ha sempre ragione. Oddío, dall’abbigliamento, la signora che voleva comiziare contro Brunetta, non sembrava affatto uscita dal Quarto Stato di Pelizza da Volpedo. Meglio così. Anche Lenin a Zurigo, pur nelle ristrettezze, indossava sempre dignitosi colletti rigidi bianchi.
E poi c’è un altro fatto. Non ci risulta che lo stesso trattamento sia mai stato riservato a Padoa-Schioppa, Ministro dell’Economia del Centrosinistra, passato alle cronache per aver definito "bamboccioni", proprio i precari. All’epoca, finì a tarallucci e vino… Potenza del conformismo politico a sinistra… In Italia, la precarizzazione del lavoro risale al Centrosinistra (pacchetto Treu, anno di grazia 1997), ma non è di bon ton ricordarlo…
Infine resta una questione gravissima. Queste contestazioni, a senso unico (avvenute anche nei riguardi di sindacalisti riformisti come Bonanni), alimentano un torrido clima d’odio, che non promette nulla di buono. Per farsi un’ idea si dia un’occhiata su YouTube ai commenti dedicati ai due video. Sono tantissimi e di una violenza verbale inaudita. Si incita al linciaggio di Brunetta e dei politici di Centrodestra.
Certo, tra il dire e il fare… Però.
Carlo Gambescia

mercoledì 15 giugno 2011

Il Centrosinistra non  taglierà mai le tasse
Questione di  Dna


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L'antefatto. La settimana scorsa, prima della sconfitta referendaria, il Ministro dell’Interno Roberto Maroni aveva chiesto «coraggio» al Governo e « più soldi a famiglie, lavoratori e piccole medie imprese». E Tremonti, a stretto giro di posta, aveva risposto picche o quasi: « Non è un problema di posizione personale, ho le idee chiarissime. Ma non si può andare al bar, dire “da bere per tutti” e alla domanda “chi paga?” rispondere “pagate voi” . Sono tentato di dire vi faccio la riforma e voi mi trovate 80 miliardi ».
Del resto, come sanno i tecnici, una riforma fiscale, a far tempo da Diocleziano, implica un iniziale calo delle entrate e una redistribuzione del carico fiscale. Insomma, qualcuno deve sempre pagarla. Una riforma del fisco, come saggiamente insegnava Luigi Einaudi, non è mai a costo zero.
Perciò, come non dare ragione, una tantum, a Giulio-Mani-di Forbice? Volete la riforma, allora trovatemi 80 miliardi… Infatti, il ragionamento, in fondo, è semplice: se per un verso è autentica la necessità di aumentare le entrate di famiglie e lavoratori, per l’altro il momento non è del tutto propizio. Poiché i salari, stante il ristagno produttivo, non possono aumentare, mentre le tasse, non possono diminuire, pena il tracollo finanziario dello Stato.
Diciamo la verità, dopo la sconfitta di domenica, l’appello di Maroni suona ancora più minaccioso. Probabilmente c'è preoccupazione in tutta la Lega per il dopo-Berlusconi e per possibili elezioni anticipate. Di conseguenza, proprio ieri Tremonti, invertendo la rotta, ha parlato di introdurre tre aliquote bla bla… Quando si dice il caso... Puro gioco delle parti ? Mah... Comunque sia, come dice il saggio, chi vivrà vedrà.
Però c’è anche un problema di fondo: il prossimo Governo, a prescindere dal suo colore politico, si troverà alle prese con gli stessi problemi. Detto questo, va però segnalata una differenza di fondo tra Centrodestra e Centrosinistra. Quale? Se Tremonti non ha aumentato né diminuito le tasse, un futuro Ministro dell’Economia di Centrosinistra, non solo non le diminuirà, ma, di sicuro, le aumenterà , magari introducendo la tassa patrimoniale.
Fantascienza della finanze? Sì e no. Perché se è vero che un Monti, Ministro all’Economia di un Governo Bersani, si guarderebbe bene dal varare la patrimoniale, per contro è altrettanto vero che un Ministro di matrice vendoliana non ci penserebbe due volte. Del resto, al voto, se si andrà, il Centrosinistra si presenterà compatto, con dentro tutti: da un Casini titubante come una finta verginella a un Vendola deciso a presentare il conto. Certo, quanto potrebbe durare un Governo del genere? Poco. Magari giusto il tempo di aumentare le tasse. Perché, mai scordarlo, il fiscalismo è nel Dna del Centrosinistra. Proprio come il Bunga Bunga, per dirla con l'amico Giuseppe Puppo ( *), è in quello del Cavaliere...

Carlo Gambescia


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martedì 14 giugno 2011

La vittoria dei Sì 

Tempesta in un bicchier d’acqua



Hanno vinto la paura per il nucleare e l’antiberlusconismo viscerale. L’effetto-Giappone ha spinto al voto quasi la metà degli elettori del Centrodestra; elettori che in larga parte, come sembra, hanno votato Sì, dando un contributo decisivo al conseguimento del quorum e alla vittoria del fronte abrogazionista. Mentre l’odio viscerale verso il Cavaliere ha fatto ilresto, coagulando tutte le opposizioni, radicali o meno, prontissime a votare Sì sul Legittimo Impedimento. Naturalmente, nel conto va anche messa una spruzzatina (anzi spruzzatona) di quell’individualismo protetto e casereccio (molto italiano), che scorge nel pubblico ogni salvezza, tranne in occasione della Dichiarazione dei Redditi…
Questi i fatti. Ovviamente, come da copione, il Centrosinistra per bocca di Bersani ha subito chiesto le dimissioni di Berlusconi. Per contro, Di Pietro, stranamente si è smarcato. Mentre la Lega sembra minacciare sconquassi. Invece, Berlusconi ha già dichiarato che andrà avanti.
Tempesta in un bicchier d’acqua? Forse. Sempre che la Lega non decida a Pontida di ritirare l’appoggio al Governo. Insomma, Berlusconi potrebbe farcela di nuovo. Del resto il Cavaliere ha già perso, e clamorosamente, altre due volte (1996, 2006), quindi l’imbattibilità è soltanto un mito incapacitante del Centrosinistra. E tra l’altro, questa volta, si è trattato di referendum, come quello sul nucleare, ad alto tasso di irrazionalità.
Probabilmente, per tenere in piedi la baracca governativa, basterebbe un taglio alle tasse. Il che però, stante il Patto di stabilità, non sembra possibile. Tuttavia, qualora Berlusconi insistesse, Tremonti potrebbe anche dimettersi. Di lì alla crisi di governo, il passo sarebbe breve, nonché vista l'età del Cavaliere, il profilarsi del cosiddetto richio-fine ciclo. Ma sfiduciare il Ministro dell'Economia, e di riflesso una Lega Pro-Tremonti, sarebbe un suicidio. E, si sa, Berlusconi non è uno stupido.
Del resto, al di là degli entusiasmi dell’ora, il Centrosinistra è cosciente della propria mancanza di coesione e della debolezza programmatica. Un fattore, quest’ultimo, reso ancora più complicato dal perdurare della crisi economica e dall’impossibilità, per qualsiasi governo, di alimentare il consenso puntando sulla crescita della spesa pubblica. Quindi, per il Centrosinistra andare al Governo subito, anche per interposta figura (governo tecnico, o di salvezza nazionale), o puntare alle elezioni a ottobre, con una Legge di Stabilità (lacrime e sangue) da varare, potrebbe essere un suicidio.
Concludendo, la paura fa novanta nel Centrodestra come nel Centrosinistra. Di conseguenza, per ora, non è alle viste nessuna grande svolta politica. Probabilmente, il Governo tirerà a campare fino all’approvazione della Legge di Stabilità, e forse anche oltre la primavera 2012. Come Di Pietro sembra aver già  capito.

Carlo Gambescia

lunedì 13 giugno 2011

"Calcioscommesse"
Corsi e ricorsi



Ci risiamo. I campionati di Serie A e B sono appena finiti e le manette tornano a tintinnare. Nel giro di poche settimane, come si legge sui giornali, alcune squadre « rischiano di passare dalle stelle alla polvere. Dallo champagne allo spettro della retrocessione». Si riparla, insomma, di scommesse su eventi sportivi manipolati. E già circolano i nomi di quadre della Massima Divisione, probabilmente coinvolte nelle compravendita di partite.
Che dire? Forse è giunto il momento (l’ennesimo) di fare qualche riflessione su quel che è diventato il gioco del calcio, ormai gestito come una pura e semplice macchina per fare quattrini, anche in modo illecito. Di solito si ritiene che lo sport riverberi pregi e difetti sociali. Se un secolo fa, affari e calcio (ma fino a un certo punto) seguivano strade separate, oggi invece procedono insieme. E non solo in Italia. La svolta risale agli anni Ottanta-Novanta del secolo scorso, quando l’ ascesa dei profitti speculativi borsistici, spinse molte società calcistiche a volare alto, trasformandosi in società per azioni, gestite da manager (apparentemente) di successo. Di lì provengono le lucrose sponsorizzazioni pubblicitarie e la necessità di vincere per far salire il titolo in Borsa. Ma anche il culto orgiastico del dio-denaro, i «magheggi» arbitrali e il giro delle scommesse illecite, come del resto mostrano, rispettivamente, i casi Moggi e Signori.


E i tifosi come hanno reagito? Innanzitutto, va ricordato un dato sociologico «duro» ( nel senso di stabile), che emerge da sondaggi, indagini e libri (uno per tutti quello di Beha e Di Caro): l’80 per cento di coloro che seguono il calcio ritiene il campionato poco credibile, perché viziato da interessi economici e politici. Solo il rimanente 20 per cento, sostiene che il calcio sia ancora uno sport autentico. Ma nonostante ciò, il 50 per cento continua a dichiararsi tifoso accanito di una squadra. Facciamo il punto: c’è uno zoccolo duro di tifosi sul quale l’apparato economico-sportivo-mediatico, può assolutamente fare affidamento. Ciò però non significa che al tifo per la squadra del cuore corrisponda pari fiducia nel sistema: di quei cinque tifosi su dieci che continuano a soffrire-gioire per la propria squadra, almeno uno non nutre alcuna stima verso il mondo del calcio. Il che vuol dire che quel tifoso sarà incline a ritenere vera la tesi ricorrente del complotto occulto contro squadra amata? Sì, ma fino a un cenrto punto. Perché anche il tifoso complottista finisce per applicare il criterio della doppia verità, soprattutto nei riguardi dei dirigenti vincenti, o comunque legati alle cosiddette stagioni d’oro. Ad esempio Cragnotti, rimasto invischiato in vicende poco edificanti, è tuttora apprezzato dai tifosi laziali. Lo stesso si potrebbe dire di un ex uomo-squadra come Chinaglia, il conducator dello scudetto laziale 1974. Discorso che può valere anche per altre società calcistiche.


Di regola, anche il tifoso complottista difende l’alto dirigente, magari disonesto, ma capace di far vincere lo scudetto alla squadra del cuore. Il tifoso applica, come abbiamo anticipato, una specie di criterio della doppia verità morale: l’imprenditore che ruba e basta, è disonesto, soprattutto se presidente di una squadra avversaria, mentre l’imprenditore che ruba, ma porta la squadra per cui si tifa in Champion League viene difeso a spada tratta. Lo stesso discorso vale per il campione che scommette. Per chi lo «tifa» è una specie di «compagno che sbaglia». Che può quindi essere perdonato. Sempre che non abbia scommesso («Orrore!») contro i propri colori… Probabilmente, il criterio delle doppia verità, pur riguardando una minoranza (ma non va sottovalutato il fenomeno della mimesi comportamentale, soprattutto nelle fasi di crisi), riflette certe caratteristiche della società italiana. In fondo, per allargare il discorso, ai tempi di Tangentopoli, alcuni attivisti ed elettori, applicando lo stesso criterio, giustificavano, se non proprio assolvevano, il politico che avesse rubato, non per se stesso ma per il partito. Probabilmente siamo davanti a una forma di «comunitarismo amorale»: un fenomeno sociologico che vede l’individuo identificarsi nei gruppi a lui più vicini: famiglia, amici, campanile e, naturalmente, la squadra del cuore… Concludendo, Moggi, Signori & Co. per i tifosi sono colpevoli? Dipende. 

Carlo Gambescia

venerdì 10 giugno 2011

Pacifismo referendario
Al vuoto, al vuoto...





Domenica (e lunedì) non andremo a votare. Del resto la legge lo consente. E neppure ci sfiorano le critiche, già nell’aria, per il possibile non conseguimento del quorum a causa di “disertori” come noi ("disertore", il lettore prenda subito nota del termine...). Come non ci tocca la compagnia del Cavaliere o di quei ministri pidiellini che non andranno a votare perché, come si legge, “ si tratta di un voto contro il Governo". E per una ragione molto semplice: perché la nostra scelta non è contro né a favore del Governo... E allora che cos'è ? Diciamo che è un "non voto" di protesta contro gli isterismi di tutti i tipi: governativi, antigovernativi, nuclearisti, antinuclearisti, liberalizzatori, antiliberalizzatori, giustizialisti , antigiustizialisti. I lettori sanno quanto disistimiamo l’antismo. E il referendum è lo strumento antista per eccellenza: pro o contro, senza sfumature e ragionamenti. Di conseguenza non ne abbiamo mai capito il senso istituzionale, né gradito il sottile potere di disorganizzare i rapporti politici tra cittadini, infiammandoli oltre il lecito.
Del resto Hannah Arendt non ha scritto che la politica, in quanto basata sul contrasto tra diversi, è in parte uno sforzo per organizzare “a priori gli assolutamente diversi in vista di uguaglianza relativa, e per distinguerli dai relativamente diversi”?
Ecco il referendum, se seguiamo il filo del ragionamento arendtiano, pone gli uni contro gli altri armati e per giunta in nome di una assoluta (o perfetta) diversità, ideologicamente inconciliabile, e quindi non organizzabile a priori attraverso un pacato ragionamento istituzionale sul bene comune (ovviamente, "bene" non perfetto, come invece pretendono i referendari antisti, ma sempre relativo e imperfetto...). Ma il sale del Politico non è il conflitto amico-nemico? Certo, però proprio perché (per fortuna) viviamo in una democrazia liberale, fatta di regole e procedure, ci si può sottrarre singolarmente, salvo pagarne, se ci saranno, le possibili conseguenze, anche negative, e non solo sul piano individuale... Ma è così: la vita è rischio, scommessa, incrociarsi pericoloso e talvolta perverso di individuale e collettivo, quindi imperfetta... In questo senso il conflitto esiste: è nelle cose. Certo, può essere addomesticato, ma non soppresso. Addomesticato, in nome dell'arendtiana organizzazione delle diversità. Di sicuro, lo scontro referendario resta preferibile alla guerra civile e alla guerra tout court. Ma attenzione: la differenza, tra “battaglia referendaria” e “battaglie vere" resta sempre di grado non di specie. E in guerra, come per i referendum, non c’è tempo per le sfumature: si vince o si perde. Però si può disertare. Diciamo perciò, per rimanere in metafora, che il nostro è un pacifismo referendario.

Carlo Gambescia