martedì 31 maggio 2011

Dopo la vittoria del Centrosinistra 
Tutti  più liberi (da Berlusconi)?  Sì, ma non dalla crisi economica e dai vincoli di bilancio




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La sconfitta del Centrodestra (perché hanno perduto Pdl e Lega) ha una causa evidente. E come si chiama? Crisi economica. Ma non è la sola, come vedremo. Procediamo per gradi.
Dietro la batosta di domenica e lunedì non c’è la questione giudiziaria, il solipsismo di Berlusconi, una campagna elettorale dai toni spropositati, ma un fatto molto importante: l’assenza da parte del Governo in carica, al di là degli interventi sugli ammortizzatori sociali, di una politica sociale capace di rendere meno duro il peso della crisi sulle spalle delle famiglie italiane.
Diciamo che dietro la batosta c’è la politica economica della lesina di Tremonti, politica che ha scontentato tutti. Semplificando: industriali, impiegati, operai, insegnanti, agricoltori, giovani, studenti, lavoratori autonomi, pensionati. Tutti settori, appartenenti all’intera società italiana, dove nel 2008 il Centrodestra aveva largamente attinto.
E qui c’è un’altra osservazione da fare: storicamente, dalle politiche del 1994 in poi, il Centrodestra ha sempre dimostrato, di non saper conservare il potere, dopo una Legislatura (o quasi) al Governo (1996, 2006). Quindi la sconfitta di domenica, segnala l’esistenza di forti possibilità che nel 2013 possa vincere il Centrosinistra. Perciò, dopo aver dato il giusto peso alla crisi, è necessario interrogarsi su un’altra questione altrettanto importante: nel Dna del Centrodestra c’è traccia di politica sociale? No, almeno secondo gli elettori di domenica e lunedì. E questo è un grosso problema, perché è con la politica di welfare che si conserva il potere, soprattutto nei momenti di crisi. Del resto, anche le passate sconfitte del Centrosinistra (2001, 2008) possono essere ricondotte alla stessa ragione: mancanza di una politica sociale. Analisi semplicistica? Forse. Il potere però, secondo la tesi di una tradizione che va da Aristotele a Röpke, passando per Tommaso, si regge sul consenso, e il consenso sulla buona vita, o più modernamente, sul welfare.
E qui si apre un altro problema: quello dei rigidi vincoli esterni dettati da Bce, Fmi, società di rating; vincoli di tipo monetarista, resi ancora più duri dal lento evolversi della crisi. E ai quali nessun Governo, di Centrodestra o Centrosinistra, poteva sottrarsi in passato, figurarsi oggi. Insomma, i margini di manovra per qualsiasi politica sociale rimangono molto limitati, e per tutti: la "quadra" resta dura da trovare, e per qualsiasi forza politica. Meno che per i rappresentanti dell’antipolitica: i parolai. E qui pensiamo, in particolare, ai Grillo, ai Di Pietro, ai De Magistris, a certa sinistra populista, in grado di vincere, sparandole grosse, come è avvenuto alle amministrative di domenica e lunedì, ma non di governare, come appunto mostrano le tribolate vicende dei passati governi non solo di Centrodestra...
In conclusione, nei panni del Centrosinistra, non canteremmo vittoria. Almeno fino a quando la crisi non sarà passata. E, di riflesso, il rispetto dei vincoli esterni meno impegnativo.

Carlo Gambescia
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lunedì 30 maggio 2011

Corte dei conti 

 Controllare  i  bilanci o  fare politica economica,  questo è il problema...




Dopo Standard & Poor’s, ecco la Corte dei Conti. Insomma, come direbbe Totò, esula tu, che esulo io…
Infatti, in occasione della presentazione del suo Rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica, la Corte dei Conti ha esulato (e per alcuni non sarebbe la prima volta…), lanciando, dispiace dirlo, un diktat al Governo in stile Standard & Poor’s( http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2011/05/24/visualizza_new.html_846041959.html. )
Prima però i fatti. Nel Rapporto si evidenzia « quanto impervio sia il percorso che la finanza pubblica italiana è chiamata a seguire nei prossimi anni per rispettare i vincoli europei e rendere possibile una crescita economica più sostenuta ». Vabbè, fin qui… Dopo di che però si legge in stile Ufficio Studi: « Non è sufficiente che la spesa primaria rimanga costante in rapporto al prodotto, e neanche che rimanga costante in termini reali ». Di qui la «necessità che la si riduca in termini reali, rispetto a livello, già compresso, previsto nel Def per il 2014», nonché di «interrogarsi su quelli che possono realisticamente essere i nuovi confini ed i nuovi meccanismi dell’intervento pubblico nell’economia». Dal momento che « per rispettare i nuovi vincoli europei sul debito occorrerà un intervento del 3 per cento all’anno, pari, oggi, a circa 46 miliardi nel caso dell’Italia». Si tratta di «un aggiustamento di dimensioni paragonabili a quello realizzato nella prima parte degli anni Novanta per l’ingresso nella moneta unica».
Insomma, nessuna diminuzione della pressione fiscale e possibili tagli a manetta… Questa è politica economica, altro che controlli contabili… Come del resto provano gli sguardi languidi lanciati dalla Corte dei Conti verso i governi bancocentrici primi anni Novanta. Tutti governi che invece - secondo Giano Accame - «realizzarono un esempio di “colonnellismo” bancario che per intensità di presenze non aveva precedenti nella storia di nessun paese (ma un seguito coi governi Dini, prodi e in proporzioni minori persino coi governi D’Alema ». (Una storia della Repubblica, pp. 391-392),
E infatti la Sinistra, come ai vecchi tempi di Azeglio Ciampi, ha subito mostrato di gradire: «I 46 miliardi all’anno necessari per riequilibrare il nostro bilancio e raggiungere gli obiettivi indicati dalla Ue ci dicono che è necessario che il Tesoro non ceda a trovate propagandistiche ed elettoralistiche». Così Michele Ventura, Vicepresidente vicario dei deputati del Pd.
Ma la Corte dei Conti si è trasformata in Ufficio Studi e di Programmazione economica? Perché, stando al dettato costituzionale (art. 100), credevamo che gli alti magistrati contabili dovessero limitarsi a esercitare, riferendone direttamente alle Camere, « il controllo preventivo di legittimità sugli atti del Governo, e anche quello successivo sulla gestione del bilancio dello Stato», nonché a partecipare, «nei casi e nelle forme stabilite dalla legge, al controllo sulla gestione finanziaria degli enti a cui lo Stato contribuisce in via ordinaria». O no?

Carlo Gambescia

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venerdì 27 maggio 2011

Fincantieri 

Il Governo se c'era, dormiva...


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Purtroppo, la domanda è sempre la stessa: il mercato viene prima dell’uomo? È quel che ci siamo chiesti a proposito della vicenda Fincantieri. Una situazione che sta provocando tra i lavoratori a rischio licenziamento dure proteste, soprattutto a Castellamare di Stabia. Siamo giunti al punto che il sindaco Luigi Bobbio, già Capo di Gabinetto del Ministro della Gioventù Giorgia Meloni, non esclude l’intervento dell’Esercito. «La situazione a Castellammare di Stabia - ha dichiarato il Primo cittadino all’Ansa - sta diventando insostenibile, da questa mattina sono in atto azioni sovversive in città. La protesta degli operai deve assolutamente rientrare e restare nei limiti della legalità. Chiedo, in maniera accorata, al prefetto di concentrare ora, subito, a Castellammare di Stabia tutte le forze necessarie a recuperare il controllo della piazza e a ripristinare la legalità. Un solo attimo di ritardo potrebbe far arrivare le cose troppo oltre. Se necessario coinvolgere l’Esercito. Chiedo allo Stato, in tutte le sue articolazioni, di non lasciare sola la città di Castellammare in questo difficile momento».
L’ impiego dei soldati contro gli operai riporterebbe di colpo l’Italia indietro di cento anni: un Paese arretrato, dove appunto, gli industriali, in frac e cilindro, consideravamo i lavoratori un’appendice del mercato: una merce da comprare e vendere… Con una differenza fondamentale: che oggi Fincantieri è un’azienda a partecipazione pubblica, di cui, per farla breve, il Governo è l’azionista principale. E in una Repubblica, a quanto ci risulta, tuttora fondata sul Lavoro e non sull’… Esubero.
Indubbiamente, la situazione cantieristica mondiale è grave. Come ha spiegato l’Ad di Fincantieri, Giuseppe Bono, « a livello mondiale la domanda armatoriale, dal 2007 al 2010, ha subito un crollo del 55%; in Europa in trent’anni la quota di mercato complessiva della domanda armatoriale è crollata dal 30 al 4 per cento e in 2 anni (2008-2010) si sono persi 50 mila posti di lavoro (circa il 30% della forza lavoro) ». Di conseguenza, Fincantieri ora si trova « a dover competere in uno scenario in cui ci sono gli stessi competitor ma ordini dimezzati: per quanto riguarda le navi da crociera nel 2007 su 16 ordini a livello globale Fincantieri ne ha presi 8, nel 2008 due su tre, nel 2009 uno su uno, nel 2010 due su 6 (due dei quali maturati in condizioni di mercato atipiche) ». Di qui la richiesta, quale parte integrante del Piano industriale 2010-2014, di chiudere due cantieri, ridimensionarne un terzo, per un insieme di « 2.551 esuberi», come ipocritamente si usa dire.
Il punto è che questi numeri, come alcune fonti riferiscono, già circolavano nel 2010. Ora, a parte il fatto che si tratta di una crisi che viene dal lontano e perciò nota da anni (anche allo stesso Centrosinistra, che ora insorge…). Il che, già di per sé, è grave indizio di inazione politica a 360 gradi. Ma nello specifico, il Governo, negli ultimi, mesi dove era?

Carlo Gambescia

giovedì 26 maggio 2011

Il libro della settimana, Kenneth Minogue, La mente liberal, Liberilibri, Macerata 2011, pp. XXXIV-288, euro 18.00.
Angelo Panebianco nell’eccellente Il potere, lo stato, la libertà (2004) non cita neppure in bibliografia il collega Kenneth Minogue, professore emerito di Scienze politiche alla prestigiosa London School of Economics.
Un vero peccato, perché alcuni libri dell’attuale Presidente della Mont Pelerin Society come The Liberal Mind (1963) Nationalism (1967), Politics: A Very Short Introduction (1995) avrebbero impreziosito lo studio di Panebianco, meritoriamente rivolto a conciliare liberalismo e “politico”.
In che modo? Si prenda ad esempio The Liberal Mind, finalmente uscito in Italia (La mente liberal, Liberilibri, pp. XXXIV-286, euro 18.00). Si tratta di un libro ricco e problematico perché non riduce il liberalismo a pura appendice del mercatismo antipolitico. Ma procediamo per gradi.
Innanzitutto, si rifiuta la tesi del liberalismo come fenomeno non ideologico. Per Minogue, infatti, il liberalismo è «un’ideologia» cresciuta, come tante altre «all’interno di una tradizione particolare» di tipo individualistico. Detto altrimenti: «Un insieme di idee la cui coerenza primaria deriva non dalla loro verità e coerenza, come nella scienza e nelle filosofia, ma da qualche causa esterna; più immediatamente, questa causa esterna sarà uno stato d’animo, una visione, o un un’emozione». Tradotto: dal desiderio, storicamente enucleatosi, di imporre una certa concezione sociale ritenuta giusta, più in termini psicologici che scientifici.
Questo fattore emotivo-culturale ha però prodotto, come in altre ideologie, una tensione interna. Dal momento che il liberalismo (una certa visione delle cose come dovrebbero essere) si è ritrovato a fare i conti con la realtà storica (con le cose come sono); realtà che, come ogni onesto sociologo ammette, proprio individualistica non è.
E così, da un lato si è sviluppato uno spirito libertario, pronto a contrastare qualsiasi attacco, da parte delle istituzioni reali, alla libertà dell’individuo, dall’altro uno spirito salvazionista o liberal (come preannuncia il titolo del libro) che ritiene di sapere quale sia il vero bene per ogni individuo, fino al punto di favorire la dissennata manipolazione costruttivista delle istituzioni reali.
Va perciò cercato un punto di equilibrio tra libertarismo e salvazionismo liberal. Minogue crede nella possibilità di individuare una terza via liberale tra il Far West di cartapesta, caro a certi libertari e l’opprimente welfarismo liberal. Ma in che modo? Partendo da tre consapevolezze di tipo politico.
Uno, che la politica «si manifesta quando esiste conflitto e spesso sembra provocare, o quanto meno accentuare , il conflitto stesso ». Perciò «l’ambizione di quanti cercano l’armonia», come ad esempio propugnano i liberal, «comporta l’abolizione dell’attività politica ».
Due, che «come la soluzione dell’intesa definitiva è un’ illusione, così il tentativo», gradito ai libertari più accesi, «di eliminare la politica dagli affari umani può avere come conseguenza solo il suo mascheramento».
Tre, che « la politica è una modalità d’azione, appannaggio di certi insiemi autocoscienti di pensiero e di sentimento, che possiamo chiamare movimenti; e il risultato dell’emergere di una politica è la creazione e il mantenimento delle istituzioni». Quindi se è vero che esiste l’individuo, è altrettanto vero che l’uomo necessita di istituzioni, che, di riflesso, sono frutto di movimenti sociali.
Di conseguenza, individui, istituzioni e movimenti, contrastandosi, innervano il moto perpetuo della politica, segnato da decisioni politiche e dilemmi morali. Altro che il pacifico welfare universale per tutti e per sempre, come predicano i liberal… O l’ O.K. Corral mercatista con le pistole a tappi del dolce commercio, come propugnano certi libertari…
Una chicca: l ’argomentazione di Minogue si avvicina molto a quella di Carl Schmitt, che proprio amico del liberalismo non era… C’è addirittura un punto dove Minogue sembra parafrasare, certo in modo inconsapevole, il pensatore di Plettenberg: « La distinzione politica più importante è fra ciò che è esterno e interno. Ogni governante è un Giano bifronte che guarda all’interno verso i suoi sudditi e all’esterno verso gli altri Stati sovrani. Per i suoi sudditi è un protettore, nei suoi rapporti esterni è un difensore del suo popolo, e perciò un potenziale nemico[per altri popoli, ndr]. Tale punto è stato trattato minuziosamente da Hobbes , ed è riconosciuto nell’anelito liberal per un’istituzione - il governo mondiale - che non abbia nulla che le sia esterno. Questa sembrerebbe infatti la soluzione al problema delle inimicizie: chi governasse il pianeta, non sarebbe nemico di nessuno. Il problema che questo sogno presenta consiste nel fatto che ciò che è fisicamente interno all’istituzione potrebbe essere politicamente esterno. Per esempio, i criminali per definizione considerano un nemico chi governa; e se, come nelle rivoluzioni, lo Stato fosse politicamente concepito nei termini di fedeltà a un insieme di idee, intere categorie di individui potrebbero essere emarginate - ebrei, bantù, kulaks [Kulaki, ndr], aristocratici , oppositori, tanto per fare solo gli esempi più ovvi ».
Insomma, il liberalismo di Minogue è politico, perché, in ultima istanza, rinvia al conflitto amico-nemico e alla consapevolezza «che gli uomini, in vari tempi e luoghi, sono stati pronti a combattere per una bizzarra congerie di obiettivi; in molti casi sono pronti a combattere per il solo gusto di combattere».
E qui vale la pena di ricordare che un liberal come Keynes in Politici ed economisti ironizzò su Churchill, ritenendolo animato dalla stessa consapevolezza politica, qui rilevata in Minogue. L’economista scrisse di provare «un tantino di invidia [verso Churchill, ndr], per la sua convinzione incrollabile che frontiere, razze, patriottismo, perfino guerre se necessario, siano per il genere umano verità ultime: convinzione che conferisce ai suoi occhi una specie di dignità, e perfino nobiltà, a eventi che per altri non sono che un ossessionante interludio, qualcosa da bandire in eterno ».
Certo, Churchill era un conservatore, Minogue un liberale. Il che però significa che le vie del “politico”, come quelle del Signore, sono infinite… 

Carlo Gambescia

mercoledì 25 maggio 2011

Mercati e politica
Anche Standard & Poor's vota


Si possono affidare le chiavi di casa a un topo di appartamento, per giunta brillo? No. Eppure, ci si continua a fidare delle Agenzie di Rating che, pur dando i numeri ( si pensi alla tripla A assegnata ai titoli Lehman Brothers a pochi giorni dal crollo del 2008), continuano a entrare e uscire dalle nostre abitazioni (nazionali), portandosi via quadri e altri oggetti preziosi Esageriamo? E sia. Allora riformuliamo la questione: Ok, è il capitalismo bellezza! Se vuoi un prestito, devi provare di essere economicamente sano, in una parola solvibile. E chi meglio delle società rating è in grado di fare il contropelo?
Il ragionamento sembra filare, ma fino a un certo punto. Perché non è assolutamente corretto mettere sullo stesso piano un individuo in coda per un prestito e una nazione di sessanta milioni di cittadini? Tutti in fila davanti allo sportello? Ma scherziamo? Anche perché trasparenza nisba. Infatti, come non nutrire sospetti verso il taglio dell’outlook dell’Italia, passato da stabile a negativo, deciso da Standard & Poor’s?
In primo luogo, per il momento in cui cade: tra due turni di amministrative, con Maggioranza e Opposizione in piena battaglia. Va però riconosciuto, come qualcuno ha notato, che la patata bollente è rimbalzata tra le manine a forbice di Tremonti nel week end, a borse chiuse. In fondo, un trattamento di riguardo, come usano fare certi “cravattari” con i buoni clienti (le famose galline dalle uova d’oro cui c’è sempre tempo per tirare il collo…). Però, dopo il sabato e la domenica, di solito, arriva il lunedì. E la settimana in corso rischia di non essere troppo favorevole per titoli italiani ed euro.
In secondo luogo, non essendo economisti non possiamo entrare nel merito del giudizio di S&P. Però, una tantum, ci fidiamo di Tremonti, il quale coglie bene un punto: che senso ha asserire che le prospettive di crescita e di riduzione del debito pubblico, sono diminuite? Quando i fondamentali macroeconomici ( per capirsi, Pil, investimenti, consumi, risparmio, reddito, eccetera)), sono più o meno gli stessi di dicembre? Possibile che in pochi mesi la situazione sia precipitata? Mah…
Che dire infine della sciabolata di S&P sullo stallo politico italiano («political gridlock»)? E di conseguenza - e ti pareva… - circa la necessità di nuove liberalizzazioni? Ma dove è scritto che un commercialista, sia pure targato S&P, debba indicare a un cittadino per chi votare? E, guarda caso a Sinistra… Vista la reazione giuliva di Bersani & Co., subito accodatisi alla richieste di ulteriori liberalizzazioni, che - altra coincidenza… - piacciono tanto ai manchesteriani delle rottamazioni di Confindustria.
Forse sbagliamo, forse no… Ma l’affondo di S&P mostra, ancora un volta, che i mercati votano. E che votano contro Berlusconi. Non è una novità, ma dài e dài il Cavaliere rischia di rimanere per strada. E, purtroppo, l’Italia con lui. 

Carlo Gambescia

martedì 24 maggio 2011

24 Maggio 1915. 
Una data rimossa




Il 24 Maggio 1915 l’Italia presentò la dichiarazione di guerra all’Austria-Ungheria. Ne fu incaricato, come da protocollo, l' ambasciatore a Vienna, Giuseppe Avarna. In questo modo il governo italiano, presieduto da Antonio Salandra, mise in atto gli accordi intercorsi con i nuovi alleati nel Memorandum sottoscritto a Londra il 26 aprile. Il 24 Maggio del 1915 ebbe così inizio un’esperienza che avrebbe cambiato l’Italia e provocato un serie di ripercussioni storiche. L’Italia avrebbe vinto la guerra ma non il dopoguerra.
 Che cosa resta di quella guerra vittoriosa? Nulla. Il 24 Maggio non viene ricordato. E soprattutto, al di là della ricorrenza del Quattro Novembre, quale Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, non sempre si scorge nella Prima Guerra Mondiale quel carattere di Quarta Guerra d’Indipendenza e di necessario completamento dell’Unificazione: un vero dovere in cui credevano i migliori, sia tra i liberali, sia tra i democratici.
 Perché oggi non si ricorda un evento, pur così importante? I cattolici non hanno mai amato la Prima Guerra Mondiale, la sinistra marxista persino odiata, mentre i fascisti ne hanno stravolto il significato in chiave nazionalista e militarista. Di riflesso, nel secondo dopoguerra, nell'Italia divisa a metà tra cattolici al Governo e socialisti e comunisti all’Opposizione, la data fatidica del 24 Maggio non poteva non essere rimossa.
Oggi, di quella guerra vinta, in molte piazze, restano vecchie lapidi abbandonate all'incuria e all'indifferenza di cittadini e governanti. Che dire? Un popolo privo di memoria è un popolo morto.

Carlo Gambescia

lunedì 23 maggio 2011

Social Network 
Attenti ai PGF


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Che, grazie ai Social Network, il Grande Fratello (GF), ipotizzato da Orwell, potesse dividersi in milioni di Piccoli Grandi Fratelli (PGF) non lo aveva previsto nessuno. E invece ci siamo quasi… Infatti, stando all’ intervista a la Stampa (*) del professor Francesco Pizzetti, Presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, il rischio sarebbe grosso. Secondo il Garante, «negli anni scorsi abbiamo visto casi come la diffusione su YouTube o Facebook, per esempio, di video ripresi a scuola che hanno creato non pochi problemi e di fronte ai quali spesso i ragazzi mostravano di non avere piena consapevolezza degli effetti che scatenavano. “Non pensavo che il video lo vedessero tutti”, era la tipica risposta dopo che era esploso un qualche caso». Invece adesso, osserva Pizzetti, «l’idea è che realizzo il video proprio perché lo vedano tutti. Lo scopo è dare la massima diffusione a ciò che denunciamo, fosse anche soltanto un professore ripreso in classe con un telefonino mentre sbircia in un libro, magari perché non ricorda un concetto: ci vuol poco sul web a farlo passare per ignorante. Ci stiamo trasformando in controllori, che a loro volta però rischiano continuamente di essere controllati. La voglia di trasparenza è diventata uno stato di denuncia permanente di abusi veri o presunti».
Il quadro tracciato è preoccupante. Soprattutto se si pensa a due fattori di rischio: da un lato il cattivo esempio fornito dalle feroci divisioni politiche, dall’altro la diffusa sfiducia dei giovani verso tutto e tutti. Il mix, per usare un parolone, tra il nichilismo, imperversante e il crescente sviluppo delle tecnologie comunicative rischia di trasformarsi in boomerang.
Ovviamente, indietro non si può tornare. Non possiamo fare un rogo di televisori, computer e tecnologie varie, come auspica Massimo Fini. Il bello (o brutto che sia) della democrazia consiste proprio nell’accettazione del rischio libertà-licenza, ossia nella possibilità di eccessi, come a proposito di una fraintesa, e tecnologicamente armata, idea di trasparenza totale e assoluta. Del resto l’alternativa quale può essere? Zero trasparenza? Come in Cina e in altri nazioni antidemocratiche? No. Probabilmente se la politica attenuasse i toni, fornendo esempi di buon governo , e se certo giornalismo smettesse di usare l’idea di trasparenza come un martello qualunquistico, buono però per colpire i nemici politici di turno, forse le cose potrebbero cambiare, e in meglio, soprattutto tra i giovani.
Perché non va mai dimenticato, che la trasformazione della «voglia di trasparenza in stato di denuncia permanente di abusi veri o presunti », evidenziata da Pizzetti, è una reazione uguale e contraria all’assenza di una trasparenza che tuttora, spesso, continua ad essere negata anche nelle nazioni democratiche. Serve perciò una politica del giusto mezzo. Certo, facile a dirsi… Ma si deve tentare.

Carlo Gambescia



(* )  http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&ID_articolo=9013&ID_sezione=38&sezione

venerdì 20 maggio 2011

Politicamente corretto?
Quasi un elogio

 



Fare il gesto del dito medio verso chi non la pensi come noi è politicamente scorretto? Sottoscrivere ogni dichiarazione di un nostro beniamino ideologico, levando il pollice è politicamente corretto? Ovviamente, sono gesti che costituiscono il livello minimo delle relazioni politiche e sociali. Insomma, la questione è un pochino più complessa. Prendiamola da lontano.
In realtà, una società su che si fonda? Ma sulla reiterazione dei comportamenti, of course. Su ciò che si può dire e fare e su ciò che non si può dire e fare, perché ogni società è un insieme di regole. Di più: ogni gruppo umano che desideri durare, deve favorire schemi di comportamento prevedibili e reiterabili sulla base di regole precise. Detto altrimenti: sulla ripetizione dei comportamenti giusti, ossia sul politicamente corretto.
Piaccia o meno, ma le istituzioni sociali, sono conformiste per Dna, altrimenti vivremmo tuttora isolati in caverne. Semplificando: la regola sociale di base non è l’innovazione ma la conservazione. Per contro - va riconosciuto - il vero “miracolo” (sociale) dei moderni è l’ aver tentato, in parte riuscendovi, di edificare una società basata sul non conformismo e sull’innovazione permanente in tutti i campi (dalla morale alla politica e all’economia, eccetera), insomma su una certa dose di imprevedibilità… Di qui però gli squilibri e, paradossalmente, la necessità di “un conformismo dell’innovazione”, ossia di un “politicamente corretto” ad uso e consumo della volubilità ideologica dei moderni. Perciò il “politicamente corretto”, di qualunque colore politico sia, ha radici sociologiche profonde: non è l’invenzione di qualche cattivo ideologo, se ci si passa l’espressione, per fregare il prossimo. Ovviamente, quanto più crescono le dimensioni di una società, tanto più diviene difficile imporre comportamenti conformistici, soprattutto quando si tratta di società innovative, pluraliste, relativiste come le moderne. Al contrario, il conformismo si impone più facilmente nei piccoli gruppi, si pensi, ad esempio alle sette, politiche o religiose. Naturalmente le tecnologie informative, oggi preponderanti e spesso sapientemente manovrate, tendono a ridurre la distanza tra comportamenti non conformisti e conformisti, in favore però di questi ultimi. Il che non è bene. Come del resto non è accettabile che la dialettica tra politicamente corretto e scorretto tenda a risentire eccessivamente della diseguale distribuzione del potere sociale. Tradotto: purtroppo, chi non ha soldi, cultura, e posizione deve adeguarsi o ribellarsi, ma a proprio rischio e pericolo Quale può essere un naturale antidoto, non violento, al conformismo sociale e al politicamente corretto?
Non c’è una “ricetta” precisa. Intanto, quanto più una società crede nei valori del pluralismo e del relativismo tanto più allontana da sé il pericolo del conformismo sociale: una società aperta, per quanto dominata dai media e segnata da una distribuzione diseguale del potere sociale, sarà sempre meno conformista di una società chiusa. Inutile qui ricordare il servile destino dei popoli dominati dal comunismo sovietico e da altre ideologie-caserma.

 Esiste però anche il pericoloso conformismo di matrice relativista e pluralista. Infatti, superato un certo limite, anche le società aperte tendono a dissolversi e sparire tra le onde dei conflitti particolari. Anche perché, a prescindere dal regime politico, non è mai facile individuare a tavolino il giusto “grado” di coesione sociale, o se si preferisce il mix sopportabile di politicamente corretto. Vilfredo Pareto amava distinguere tra l’utile della società (fissato dalla società stessa) e l’utile per la società (fissato dagli uomini). Purtroppo, il problema resta sempre quello che, a causa della divisione sociale del potere in governanti e governati, l’utile della società di solito viene scambiato con quello economico, in genere preferito dalla élite al comando o di governo, mentre l’utile per società finisce sempre per essere fissato, talvolta a priori, talaltra di fatto, da uomini mossi da orientamenti politici differenti e rivolti a conquistare il potere o la governabilità su altri uomini. Non esiste, insomma, una società che "fissa" neutralmente qualcosa... Certo l'utile della società può avere una base quantitativa, e apparentemente oggettiva, ma quasi mai è così. Di qui quei conflitti e conformismi di segno contrario che, regolarmente, finiscono per dividere i sostenitori dell’ utile della società da quelli degli “utili” ideologicamente differenti per la società. In realtà, è sempre il contesto storico, fatto di uomini, istituzioni, e valori in conflitto - a decretare, caso per caso, la vittoria di questo o quel concetto di utilità. Spetta invece agli storici scoprire “dopo” , e magari a colpi di revisionismo storico, quel che “prima” spesso viene deciso a colpi di spada. E così via…
Pertanto bisogna rassegnarsi: un certo grado di conformismo o di politicamente corretto (certo, di fatto, difficile da quantificare), è nell’ordine naturale delle cose sociali. E dunque va accettato, se non proprio elogiato. Concludendo, un modesto consiglio: meglio diffidare di chiunque prometta di spazzare via a colpi di folle rivoluzionarie il politicamente corretto. Perché sotto si nasconde la fregatura... Infatti, è certamente giusto, come riteneva un pensatore politico sardo, che la verità è rivoluzionaria, ma è altrettanto giusto sostenere che i rivoluzionari, di ogni tipo e colore, reputano la propria verità più vera di tutte le altre, a cominciare da quella degli avversari. E una volta al potere tendono a imporla. Come? Attraverso tribunali, prigioni e purghe in difesa del politicamente corretto, rivoluzionario, of course

Carlo Gambescia

giovedì 19 maggio 2011

Il libro della settimana: Giampaolo Pansa, Carta Straccia. Il potere inutile dei giornalisti italiani, Rizzoli 2011, pp. 412, euro 19,90.

http://www.rizzoli.eu/





Una volta arrivati a pagina 412, l’ultima, del libro di Giampaolo Pansa (Carta Straccia. Il potere inutile dei giornalisti italiani, Rizzoli, euro 19,90), ci si sente come dopo un lungo viaggio ferroviario in compagnia di qualcuno simpatico ma verboso. Quando, scendendo, ci si chiede ma di cosa ha parlato il nostro compagno? Boh… Di tutto un po’. E così è andata con Pansa: «Tizio è un furfante, Caio un dritto, Sempronio un inetto…; Quando ero giovane io, caro lei…; Quello sì che era un uomo…». Certo, Pansa non è uno qualsiasi, sa sempre come farsi ascoltare.

Ma procediamo per gradi. Intanto, per parlare difficile qual è il sottotesto? Che «il giornalismo di oggi » somiglia a una «macchina confusa, a volte immersa nel caos, e non di rado un nido di vipere, uguali a tanti altri serpai d’Italia». Non è una grande scoperta… Già il Balzac de Le illusioni perdute, ego-dirimpettaio ottocentesco che a Pansa non dovrebbe dispiacere, aveva capito tutto: « Il giornalismo è un inferno, un abisso d’iniquità, di menzogne, di tradimenti ».
Certo, Pansa attualizza, facendo nomi e cognomi. E come sempre il suo stile è inconfondibile, musicalmente lo si potrebbe definire un evergreen: «Questo è un libraccio molto personale», scrive, «zeppo di ricordi, di personaggi di situazioni. Tutta merce spacciata alla buona, quasi sempre in modo sornione e allegro. Ma con un bel po’ di pagine toste scritte all’arma bianca, da vera carogna».
Giusto, « merce spacciata alla buona ». Forse, troppo alla buona però. Perché il libro ruota intorno al pop-tormentone, oggi targato Libero-il Giornale . Quello della sinistra post-comunista e post-illuminata («Partito de La Repubblica» in primis) che odierebbe a morte il parvenu Berlusconi, fino al punto di evocarne la defenestrazione. Anche a colpi di mini-riproduzioni del Duomo milanese.
Ora, per carità, nessuno nega la natura settaria dell’ antiberlusconismo. Ma quel che manca è la corretta genealogia storica dell’odio un tanto chilo verso il Cavaliere. Pansa (forse perché allievo di Alessandro Galante Garrone?) glissa sulla natura autoritaria dell’azionismo politico, soprattutto di marca torinese, principale collante storico e ideologico del fascismo degli antifascisti: un mix di giacobinismo e perfettismo morale, oggi ben esplicitato, perfino nei titoli, dal «Partito de La Repubblica». Un «partito» di spocchiosi Unti dalla Ragione che pretende di costruire ex novo l’italiano, sempre a calci nel sedere come il fascismo, ma in nome delle libertà borghesi. Tuttavia, se ci si perdona la caduta di stile, i calci in culo sono sempre calci in culo, a prescindere dall’uniforme del sergente maggiore di turno.
Si dirà, un giornalista, anche bravissimo, non è tenuto a leggere a fondo quel (pardon) palloso di Augusto Del Noce. Giusto. Peccato però, perché approfondendolo, Pansa, col suo fiuto, avrebbe scoperto che tra la Repubblica di Scalfari e quella di Mauro c’è solo differenza di grado e mai di specie...
Nel libro c’è anche del buono, e non poco. Infatti, nonostante la “tratta” sia lunga, il viaggio scorre in modo piacevole. Perché dal finestrino si possono apprezzare i numerosi ritratti in stile “bestiario” di colleghi e personaggi politici, dove Pansa dà il meglio di sé, come nel caso di Gianfranco Fini: «Per cominciare, aveva una faccia sbirola, stramba da seminarista frustato. Con quel naso a proboscide che sembrava sempre sul punto di staccarsi. Il suo lento accento bolognese mi ricordava il “lasagne, lasagne!”. Era la cantilena che, un tempo, alla stazione di Bologna accoglieva i viaggiatori affamati di pasta al ragù». Niente male come inizio. «Mentre lo seguivo passo dopo passo», prosegue Pansa, «compresi di Fini più di una cosa. La prima era che Lasagne aveva la stoffa non dell’ideologo o dello stratega, bensì soltanto del tattico. Capace di marciare con un ritmo costante, ma senza correre a rompicollo. E soprattutto senza avere ben chiaro il traguardo ». Colpito e quasi affondato. Ma ora viene il meglio: « Argenio Fini [il padre di Fini, volontario della Divisione San Marco, ndr] era scampato alle mattanze dei vincitori comunisti nel dopoguerra. Chi non aveva avuto la stessa fortuna era stato un cugino del padre. Quel parente si chiamava Gianfranco Milani e aveva vestito la divisa della Guardia Nazionale Repubblicana a Bologna. Il 26 aprile 1945 venne sequestrato dai partigiani rossi a Monghidoro (…). Da allora sparì nel nulla (…). E quando il futuro presidente della Camera nacque (…) fu chiamato Gianfranco in memoria di quel ragazzo assassinato». Ecco, la stoccata finale: «Le mie ricerche sulla guerra civile mi hanno insegnato che, nel mondo dei vinti, non succede quasi mai che le vicende famigliari vengano cancellate. È una costante che vale non soltanto per i genitori, i fratelli e le mogli di chi ha perso la vita, ma anche per i figli, i nipoti, i pronipoti. Il sangue versato e il silenzio imposto dai vincitori rendono la memoria uno scudo. I vinti non dimenticano. E quasi mai cambiano campo, anche quando arrivano a pensare che i loro morti abbiano pagato per una causa sbagliata. Fini non appartiene a questa etnia» .
Pagina strepitosa. Da sola, vale il prezzo dell’intero "biglietto ferroviario"...

Carlo Gambescia

mercoledì 18 maggio 2011

L’amico Teodoro Klitsche de la Grange , prendendo spunto dall’ incolore ultimo fascicolo di BBC History Italia ( n. 2 - maggio 2011), invita a ragionare, e con la giusta ironia, su una questione fondamentale: quella di una società incapace di riflettere storicamente su se stessa.
Buona lettura. (C.G.)



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La storia è finita, ma il gossip imperversa

di Teodoro Klitsche de la Grange


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Qualche giorno fa ho acquistato in edicola una (nuova) rivista di storia: BBC History Italia (n. 2. maggio 2011 - http://www.bbchistory.it/?p=861 ). Rivista lanciata con un certo battage pubblicitario. L’ho comprata pensando che avrebbe pubblicato nell’occasione, qualche scoop storico. Del tipo: Cavour voleva davvero l’invasione delle due Sicilie? Hitler ha trattato con Stalin la pace separata nel giugno del 1943? Mussolini che ruolo vi ha ricoperto?
Nulla di tutto questo: il servizio principale era sugli amori (e confidenze) del Duce con la Petacci (30 pagine!) dal sottotitolo “i lati imbarazzanti del duce”, con tanto di escort “in camicia nera” (forse anche la nonna di Ruby?). Non manca la soluzione del giallo (un po’ stracotto): Napoleone morì avvelenato? Né le “cronache mondane”, ovvero i pettegolezzi sulle nozze reali. E così via, per gran parte della rivista. Di fatti e analisi nuove di storia politica, economica, sociale e culturale, pochissimo.
La lettura non mi ha sorpreso, anzi ha confermato su quanto vado pensando da tanti anni (circa venti) e cioè che, almeno in Italia, la “fine della storia” vaticinata da Fukuyama a quei tempi (che notoriamente non s’è vista), si è invece realizzata, almeno a livello di dibattito sociale, politico, culturale: nel senso che di tutto quel che succede si coglie l’aspetto più transeunte, stupefacente e “privato”, a scapito dei movimenti epocali, nascosti e “pubblici”, in analogia a come si fa cronaca (politica?). Qualche anno fa, in occasione di un incontro estivo tra Tony Blair e Berlusconi, che probabilmente dovevano parlarsi perché qualche decina di migliaia tra soldati inglesi e italiani occupavano l’Irak, quasi tutta la stampa dedicò pagine su pagine allo sconveniente “look” del cavaliere presentatosi all’incontro con il premier tenendo la bandana in testa. Di qualche migliaia di giovanotti in Irak non si curava nessuno.
La storia è finita, ma il gossip imperversa. Si potrebbe imputare ciò alla sindrome da “Grande Fratello”: non solo il reality di Mediaset, ma anche l’entità politica del romanzo di Orwell. Il cui protagonista è infatti addetto, con criteri diversi, alla falsificazione della storia: lì occultando o mutando statistiche, fatti, date, documenti, di guisa che da ciò ne appaia ex-post la positività, la coerenza, e così venga confortata la verità di regime.
Ora, invece, si fa pettegolezzo storico perché sia confortato l’assunto che tutta la storia è un susseguirsi di vicende private, e, più di altre, sono queste a determinare quelle pubbliche: ovvero una visione della storia e della società umana in cui non vi sia un senso, ma soltanto la soddisfazione dei sensi. I rapporti sessuali rivestono la funzione che, nella filosofia di Marx, hanno quelli di produzione: determinare il modo di agire e pensare. Se non bastano quelli, sono comunque dei rapporti privati a farlo (ma in effetti, almeno in ciò, anche il marxismo determina la sovrastruttura dalla struttura di rapporti privati, giacché quelli di produzione sono tra questi). La storia ridotta a gossip non solo è assai più facile da capire, alla portata di qualsiasi teledipendente, ma proprio perciò genera la convinzione che non basti documentarsi, leggere, studiare. Per capire, ad esempio, il Risorgimento italiano: basta pensare alla grande avvenenza della contessa di Castiglione che aveva irretito Napoleone III, di guisa che “così l’Italia la fu fatta”, come si cantava in una canzonetta goliardica. Che da goliardica è diventata seria e reale.
Ma se questo può spiegare il dissolvimento della storia nel pettegolezzo, non appare l’unica delle spiegazioni. Ce n’è un’altra, tutta italiana.
Quando, nel 1989-1991, cadde per implosione il comunismo, i comunisti, cioè la parte maggioritaria della sinistra italiana, persero il principale sostegno dell’ineluttabilità della vittoria finale: quello della storia, giusta la visione marxista. In un sistema di pensiero di derivazione hegeliana vale però il principio che “la storia del mondo è il tribunale del mondo”: la condanna di quella è senza appello, e lo era con ciò, quella del comunismo. Ancor più se il comunismo cadde, come cadde, per rigetto endogeno della società, cioè per rifiuto della stessa. Rifiuto che in Cina ha fatto di un partito comunista il promotore del capitalismo, pur mantenendo il potere. Altrove ha estromesso dal governo non solo idee e programmi, ma tutto l’armamentario del socialismo reale: a cominciare dal partito comunista e dallo Stato socialista. Un tale evento rendeva palese, come scritto dall’Osservatore romano che i comunisti fossero gli “sconfitti della storia”. Una sconfitta epocale e nuova nella storia, come inconsueta ed unica era stata l’illusione del comunismo: di cambiare la natura umana, essendo esso la soluzione dell’enigma della storia. Il che suonava funebri rintocchi, non solo per la classe dirigente PCI, ma anche per quell’altra parte della “sinistra” italiana che del rapporto con il comunismo aveva fatto un perno e ragione essenziale della propria azione (e ruolo) politico. Dai catto-comunisti i quali dopo il 1991 hanno perso il trattino e quello che seguiva (che senso ha essere catto-comunista a comunismo defunto?); agli azionisti, abituati a sorreggersi sulla robusta gamba comunista, che si sono trovati a dover camminare da soli.
Da qui la necessità, per i perdenti della storia, di farla dimenticare o sottovalutare, non potendola cambiare: verum ipsum factum scriveva Vico. Dopo di che l’importante è costituito – nella propaganda promossa dalla sinistra - dall’avere buone intenzioni (dati i pessimi risultati), un comportamento politically correct e soprattutto trovare un nuovo nemico (questo è l’essenziale) il cui agire sia l’inverso degli idola moralistico-legalitari, affrettatamente messi là, a sostituire la fede nella “società senza classi”. Pertanto operoso, straricco e puttaniere (tutti “vizi” privati). E il crollo della prima repubblica non è stato un (modesto) corollario dell’implosione del comunismo, della rottura dell’equilibrio di Yalta, dell’emergere di un nuovo assetto economico e politico del potere mondiale, dello scadere del ruolo geo-strategico dell’Italia, o, scendendo di livello, di qualche maneggio o complotto dei “poteri forti”. No: è stato opera delle procure impegnate, di tecnocrati pensosi, di pasionarie illibate, tutti nobilmente accomunati nel ripristinare morale e legge, e nel reprimere giustamente chi vi si oppone: come dimostrano le tette di Ruby e le telefonate di Lele Mora.
Evviva il lupo cattivo!
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Teodoro Klitsche de la Grange

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  Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).

martedì 17 maggio 2011


Risultati elettorali
La sconfitta dei moderati



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Prima la buona notizia. Minore ma buona. La patetica lista fasciocomunista di Latina, capeggiata da Antonio Pennacchi e sostenuta da Fli, ha preso meno dell’uno per cento. Evidentemente, questa volta, gli elettori non hanno mostrato la stessa disponibilità di quelli del Premio Strega…
Ma veniamo al primo turno delle amministrative. Berlusconi ha perso, non c’è alcun dubbio. Anche il Pdl è arretrato. Ma non ha vinto neppure il Pd. Perché le elezioni hanno premiato grillini, IdV e sinistra radicale.
Allora qual è il messaggio? Hanno perso i moderati dei due schieramenti ( con Torino, come unica eccezione a sinistra). Anzi dei tre schieramenti più importanti (almeno sulla carta), perché neppure il Terzo Polo ha convinto gli elettori. Il fatto stesso che la Lega mugugni, per non aver dilagato, perché attestatasi, come a Milano, in difesa dei candidati moderati, conferma la nostra ipotesi di un voto favorevole alle truppe radicali.
Può darsi che ai ballottaggi, i moderati del Pdl e del Terzo Polo riescano a trovare un punto di accordo. Tuttavia la linea di tendenza, quella della crescita di un voto radicale, rischia di uscire confermata dalle lezioni amministrative. E non è una buona notizia, perché con il radicalismo si può vincere ma non governare. L’Italia è una democrazia matura, economicamente complessa, che ha bisogno di normalità e quindi di una sinistra riformista, capace di conciliare riforme sociali ed economia di mercato. Dubitiamo, e fortemente, che Vendola, Grillo, Di Pietro siano all’altezza di un simile compito.
A sinistra, qualcuno penserà sempre meglio di Berlusconi… Ecco, l’antiberlusconismo, spesso sponsorizzato al contrario (come berlusconismo accanito) dallo stesso Premier, alla lunga, non porta da nessuna parte, come prova il voto di domenica e lunedì. Perché, di volta in volta, premia principalmente i cattivi ayatollah della politica, sull’uno e sull’altro fronte. Ripetiamo, con i radicalismi, si vince ma non si governa, anche perché chiunque vinca, resta poi costretto a gestire maggioranze estremamente composite, segnate all’interno da spinte politiche contraddittorie
Ma c’è un altro aspetto interessante. Il Centrodestra e il Centrosinistra divisi non vincono ( i colpi di testa centristi non pagano, Fini, ad esempio, è uscito a pezzi dal voto…), con una differenza però. Che il fronte moderato dal Pdl al Terzo Polo, Lega esclusa (perché moderata non è …), può offrire migliore governabilità, rispetto a un Centrosinistra, dove la distanza tra Bersani e Vendola, Grillo, Di Pietro rimane sicuramente maggiore rispetto a quella tra Berlusconi e Casini.
Restano però due incognite, a destra in particolare.
La prima è legata all’inevitabile uscita di scena di Berlusconi, e dunque alla necessaria rifondazione dell’intero Centrodestra; la seconda rinvia al complicato rapporto dei partiti moderati, dal Pdl all’Udc, con la Lega, che, ripetiamo, moderata non è.
Due problemi non da poco.

Carlo Gambescia

lunedì 16 maggio 2011


Il risparmio degli italiani e il “ciclo della sfiga”



A metterla sul tenero si potrebbe dire che gli italiani non si comportano più da giudiziose formichine. Infatti, una recente indagine dell’Ufficio Studi della Confcommercio( http://www.confcommercio.it/home/ArchivioGi/2011/-Viaggio--nel-risparmio-delle-famiglie-dal-1990-ad-oggi.htm_cvt.htm ) , sulla quale non si è però riflettuto abbastanza, ha rilevato che nel 2010 le famiglie italiane hanno risparmiato, di media, solo millesettecento euro rispetto ai quattromila (in termini reali) del 1990. Se prima, su ogni cento euro se ne mettevano via ventitré, oggi si è scesi a dieci. Inoltre, altro dato preoccupante, un italiano su tre non riesce ad accantonare un solo euro.
Magari, ci siamo trasformati in cicale? No. Perché i dati evidenziano che nello stesso periodo il reddito procapite (ai prezzi del 2010) è rimasto tale e quale: intorno ai diciassettemila euro. Di conseguenza, quando c’è poco da scialare, prima si tappano buchi “aperti” in passato (mutui e rate varie), poi, per il futuro, si vedrà.. Ma soprattutto si finisce per consumare poco, come appunto mostrano le statistiche.
Non c’è di che stare allegri, perché la ripresa economica sembra lontana mentre l’aggiustamento di bilancio vicino, stando almeno alle ultime della politica.
Ma perché si risparmia di meno? Il dato di fondo è psicologico. E riflette la lunga transizione politica che l’Italia sta attraversando da vent’anni. Una “traversata” che sembra non finire mai. Ci spieghiamo meglio. Mentre gli anni Ottanta furono gli anni da bere, quelli dell’euforia, dei redditi che crescevano insieme ai consumi, con un risparmio che teneva abbastanza, il successivo ventennio, apertosi con Tangentopoli, è stato vissuto dagli italiani all’insegna di una marcia nel deserto, dove, come si sa, di acqua potabile… A parte gli improvvisi miraggi, come ad esempio le promesse politiche non mantenute… E si badi bene, a Destra come a Sinistra.
Ovviamente i due dati (psicologico ed economico) si sono sostenuti e rafforzati a vicenda, fino a dar vita a un mix, se ci si passa l’espressione, della “sfiga”: se la sfiducia è diffusa e il reddito non cresce, non si consuma ma neppure si risparmia. Magari si tappano i buchi, finché possibile, assottigliando man mano i risparmi residui.
C’è infine un dato sociologico, evidenziato dallo storico Valerio Castronovo, il quale in un ottimo articolo sul Sole ( http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-05-09/borghesia-rischio-estinzione-063752.shtml?uuid=AaX2QVVD ha osservato che i dati di cui sopra «sono tanto più preoccupanti se si considera che la propensione al risparmio è sempre stata una delle attitudini preminenti del ceto medio e uno dei principali fattori della sua stabilità sul piano sociale ». Problema non da poco. Perché, secondo una tesi che risale addirittura al buon Aristotele, la crisi del ceto medio implica regolarmente quella del sistema. Detto altrimenti: qui è a rischio la spina dorsale del Paese.
Possibile che non si capisca che gli italiani, per tornare a risparmiare e consumare in modo equilibrato, prima che di investimenti e di giusti incrementi di reddito, hanno bisogno di certezze politiche?

Carlo Gambescia

venerdì 13 maggio 2011

Oggi proponiamo l’interessante recensione di Giacomo Gabellini (*), scritta appositamente per Metapolitics. Una piccola chiosa: suggeriamo di integrare la lettura del libro di Gullo con quella dell’ ottimo testo di George Modelski, Long Cycles in World Politics , uscito nel 1987 ( http://www.amazon.com/Cycles-World-Politics-George-Modelski/dp/0295964308 ). Vi si possono ritrovare molte tematiche e concetti presenti nel libro di Gullo. Ovviamente sviluppati dallo studioso argentino in chiave di volontarismo scientifico, nel senso di una scienza politica al servizio di quell’ «insubordinazione fondante», da cui pare dipendere il futuro dell’America del Sud. Diciamo perciò che il testo di Modelski è meno militante ma più profondo. E che quindi bilancia, sul piano della scienza politica pura, il libro di Gullo.
Buona lettura. (C.G.)

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Il libro della settimana: Marcelo Gullo, La costruzione del potere. Storia delle nazioni dalla prima globalizzazione all'imperialismo statunitense, Vallecchi 2010, pp. 256, euro 16,00 

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Suscita ottimismo il fatto di riuscire ancora a reperire con relativa facilità libri come quello in questione, scritto dal professor Marcelo Gullo, fervente oppositore delle dittature militari argentine fin dai primordi. È effettivamente sbalorditiva la capacità analitica con cui egli decostruisce la sovrastruttura dei tanti stati-nazione che hanno lasciato un segno indelebile nei secoli, puntando dritto al nocciolo duro, sede della loro grandezza. Al fine di rendere l'analisi teorica più chiara e diretta, Gullo elabora un concetto fondamentale con cui “misurare” la capacità dei paesi di esercitare potenza. Di cosa si tratta? Lasciamo a Gullo la parola:
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« Perciò, d’ora in avanti, intenderemo per soglia di potere un quantum di potere minimo necessario al di sotto del quale cessa la capacità di autonomia di un'unità politica. Soglia di potere è dunque il potere minimo di cui ha bisogno uno Stato per non finire nello stadio di subordinazione, in un determinato momento della storia; dalla sua natura storica e relativa dipende, di conseguenza, anche la natura "variabile" di questa soglia di potere».
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Questa «soglia di potere» è ricavabile dalla somma di vari requisiti, che l’autore individua nel possesso di tecnologie d'avanguardia, nell'industrializzazione, nel controllo e sfruttamento delle risorse naturali e soprattutto nell’ «insubordinazione fondante», ovvero la spinta delle ex colonie ad affrancarsi dai paesi dominanti. Prende il via così una rassegna analitica delle condizioni dell'Italia delle repubbliche marinare, del Giappone, della Spagna, della Germania e, infine, degli Stati Uniti. Gullo, in sostanza, intende volgere lo sguardo verso il passato ed esaminare la strutture portanti delle grandi nazioni al fine di comprendere le dinamiche geopolitiche attuali, in modo da porsi nelle condizioni di poter avanzare qualche ipotesi per il futuro a venire. L'autore è un argentino che sottolinea l'urgenza di «pensare dalla periferia per uscire dalla periferia», onde riaffermare l'autonomia di un continente, come quello latinoamericano, schiavo di un passato tragico in cui ha funto da "cortile di casa" per le logiche imperiali di Henry Kissinger e da laboratorio a cielo aperto per la sperimentazione delle teorie economiche dei "Chicago boys" molto in voga negli anni Settanta. Di qui l’urgenza, sottolineata con forza da Gullo, di mettere da parte i dissidi tra nazioni sudamericane e promuovere una necessaria integrazione continentale, onde evitare il rischio di incorrere nell’errore compiuto a loro tempo dalle repubbliche marinare, che non seppero superare i propri meschini interessi privati e, rimanendo divise, furono travolte da forze di ben altra consistenza. La strada da imboccare, secondo Gullo, è invece la seguente:
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«Bisogna ricordare che così come la Germania ha pagato il prezzo più alto per ottenere la formazione della Comunità Europea, allo stesso modo il Brasile dovrà pagare il prezzo più alto per rendere effettiva l’alleanza con l’Argentina, e i due paesi dovranno a loro volta pagare il prezzo più alto per il consolidamento dell’unione sudamericana delle nazioni (…). La strada solitaria verso il primo mondo porta alle buie cantine dell’edificio e alla subordinazione permanente. L’America del Sud deve compiere la propria insubordinazione fondante, come a suo tempo la misero in atto le tredici colonie, i divisi Stati tedeschi, il Giappone feudale e la Cina priva di coscienza. Ci troviamo dinnanzi a uno dei momenti decisivi della storia: oggi ci giochiamo il futuro».
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Vedremo se i governanti sudamericani sapranno far tesoro degli insegnamenti del passato, e attrezzarsi efficacemente per superare quella “soglia di potere” che conduce all’autentica indipendenza politica.
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Giacomo Gabellini
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 Giacomo Gabellini si interessa di filosofia, storia, politica e geopolitica. Autore di numerosi articoli che toccano i temi indicati per il blog Conflitti & Strategie (http://www.conlittiestrategie.splinder.com/), con il quale collabora attualmente.

mercoledì 11 maggio 2011


Draghi e Tremonti
La strana coppia


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È una minaccia? Oddio, il Cavaliere, ciclicamente, fa il nome del possibile successore alla guida del partito o del Governo. Dipende dall’umore del giorno… e quindi dal comportamento delle ormai famigerate «toghe rosse»
Evidentemente, la settimana scorsa a “Porta a Porta”, non era di quello giusto, al punto però di riuscire a rovinare il sonno degli italiani. Perché? Presto detto. Alla domanda circa la possibilità di ricandidarsi quale Capo del governo anche alle prossime politiche, previste tra due anni, Berlusconi ha risposto così: «Lo vedremo alla fine di questa legislatura se sarà necessario per il centrodestra mettermi ancora quale candidato alla guida del governo, io non mi tirerò indietro. Ma se, invece, verranno fuori altre personalità e ne abbiamo diverse, in primis Tremonti, che possono suscitare consenso elettorale, secondo i sondaggi di cui disporremo, io sarei felice di restare ancora in politica ma ad occuparmi del Pdl lasciando ad altri la conduzione del governo».
In primis Tremonti… Ecco la minaccia. Diciamo subito che Giulio-Mani-di-Forbici a carisma è messo male. Perciò come telecandidato non bucherebbe. Il che, in pubblipolitica, è un serio handicap (e Berlusconi dovrebbe saperlo...). Inoltre, come si vocifera, l’uomo è “capatosta”: si impunta. Degni addirittura di “Scherzi a Parte” (soprattutto delle parti tagliate…) alcuni diverbi con colleghi e colleghe durante il Consiglio dei Ministri.
Insomma, l’uomo non è duttile... E una volta eletto sarebbe guerra per bande. Lui e Bossi (altro carattere difficile…) da una parte, e tutti gli altri in ordine sparso… A quel punto, perfino le imboscate finiane assumerebbero di colpo i contorni di un dolcissimo e autunnale ricordo.
Ma c’è un’altra questione, ancora più seria. Se Draghi dovesse andare alla Bce sarebbero dolori per le tasche degli italiani. Perché l’ex vicepresidente di Goldman Sachs prima è banchiere, poi cittadino della Repubblica. Per farla breve, con Draghi formato Bce, il rischio principale resta quello di devastanti tagli alla spesa pubblica, imposti direttamente da Francoforte.
Ai quali - ecco l’altro corno del dilemma-successione - Giulio-Mani-di-Forbici, una volta diventato Primo Ministro, sarebbe capace di opporsi? Noi propendiamo per il no. Perché Tremonti, pur non essendo banchiere, è fissato con i conti… E poi non ha spessore politico, perché qualsiasi questione viene da lui inquadrata in termini di partita doppia… Un approccio, in fondo, identico a quello di Draghi… Inoltre, ripetiamo, e si tratta di un dettaglio non privo di importanza, Tremonti non buca lo schermo: non ha carisma... In tv, al massimo, ridacchia delle proprie battute, per poi chiudersi in scostanti silenzi professorali del tipo io capisco tutto, voi nulla.
Insomma, con Draghi a Francoforte e Tremonti a Roma, il rischio per gli italiani è di ritrovarsi in mutande. Mentre con l'accoppiata Draghi-Bersani (o Draghi-Casini) sarebbe tutta un'altra cosa...

Carlo Gambescia