lunedì 28 febbraio 2011

Il linguaggio dei nuovi media 
Costi e ricavi


..
Il medium è il messaggio? Dopo Mcluhan il problema è sempre lo stesso. Detto altrimenti: è più importante quel che si dice o il chi e il come? Il contenuto o la forma del messaggio?
La risposta non è facile. Perché da essa dipende la corretta valutazione dei nuovi media, che a detta di alcuni avrebbero universalizzato i contenuti del nostro linguaggio, mentre secondo altri no. Diciamo che la verità è nel mezzo.
Studi recenti provano che il linguaggio dei giovani, soprattutto la generazione cresciuta a pane e Internet, è mutato, universalizzandosi, anche grazie all’uso del basic english di tipo informatico. Vocaboli come cliccare, craccare, eccetera sono entrati nel linguaggio comune. Come del resto è ben documentata la rilevanza dei Social Network (altro termine nuovo), teatro di fiorenti incontri amicali: reti fiduciarie che si esprimono attraverso linguaggi nuovi di zecca e ricchi di accattivanti richiami informatici. Ad esempio, oggi non si è più in casa o meno, ma si è on-line/off-line…
Inoltre, grazie allo sviluppo della telefonia cellulare e delle chat il linguaggio degli sms ha prodotto una vera e propria neo-lingua. Ecco un piccolo esempio tratto da un’inchiesta giornalistica: « Cmq sec. me se stas. c6è meglio così parl1po; se inv. nn c6fa niente». Tradotta in italiano la frase suona così: «Comunque secondo me se stasera ci sei è meglio, così parliamo un po’; se invece non ci sei non fa niente». Morale: la prima è di quaranta caratteri la seconda di sessantaquattro. Il che significa un congruo risparmio di tempo e denaro.
Tuttavia quel che si guadagna in quantità forse lo si perde in qualità: il medium pc, ad esempio, avvicina e allontana troppo in fretta, basta un clic per escludere, pardon bannare, chiunque all’improvviso non piaccia più a un cuore narciso.

Inoltre, la lingua di una chat resta priva delle sfumature che spesso “fanno” la differenza culturale tra individui. Perciò viva l’universalismo-egualitarismo dei nuovi media? Certo. Anche se impone, come sta avvenendo, un prezzo da pagare: si comunica velocemente con troppe persone e il più delle volte in modo superficiale. Onestamente, contabilizzare cinquemila amicii su Facebook significa veramente spezzare il pane dell'amicizia? Mah...
Superficialità, che per certi aspetti ricorda nei contenuti la diffusione del libro a stampa nel Cinquecento, segnata dal prevalere di una letteratura facile e popolare. Che però favorì lo sviluppo dell’alfabetizzazione e delle moderne istituzioni democratiche.
Ciò significa che Internet, grazie alla sua icasticità comunicativa, potrà influire, e in misura maggiore del libro, sulla capacità di mobilitazione politica della gente (si pensi, per ora, all’influenza dei Social Network sui movimenti di protesta, anche di segno opposto, dai no-global ai tea party). Oppure potrà potenziare l'arma, non proprio felice, del gossip politico, come nel caso delle sopravvalutate "battaglie" di WikiLeaks.
Resta però una controindicazione: lo strapotere del politicamente corretto, oggi molto forte soprattutto negli Usa, patria dei nuovi media. Infatti, i controlli linguistici su Internet, in base a parole chiave sono notevoli. Talvolta basta poco per essere individuati e bannati. Ovviamente, anche a Cuba le cose non vanno meglio…Anzi. Il che però significa che potere economico e politico sono sempre in agguato.
Insomma, il bicchiere può essere visto come mezzo vuoto o mezzo pieno. Fermo restando che in ultima istanza, come scriveva Ferdinand De Saussure, il padre della linguistica moderna, la radice del linguaggio è nell’interiorità dell’individuo. E perciò l’uomo, alla fin fine, sa sempre cosa è bene per lui. Quindi - botta di ottimismo inizio settimana - nessuna paura, ce la caveremo anche con Internet.

Carlo Gambescia


.

venerdì 25 febbraio 2011

Il dopo Gheddafi
Chi  ne raccoglierà  il  potere?


.
Per trarre qualche utile lezione politologica e sociologica dalla crisi libica è inutile concentrarsi sulla retorica mediatica e politica. Retorica, attenzione, largamente usata dagli occidentalisti più sfrenati come dagli ammiratori di Gheddafi.
Il problema fondamentale che la crisi libica pone - come sa ogni studioso serio di politica - è quello del vuoto di potere. Infatti il potere non ammette vuoti, al massimo brevi sospensioni o stati di eccezione.
Fino a quando il Colonnello, con le buone o le cattive, ha tenuto politicamente insieme la Libia, il vuoto non c’era. La Libia, ricca di petrolio, mostrava di essere all’altezza degli altri attori politici ed economici internazionali e quindi di favorire, seppure a fasi alterne e maggiormente dagli anni Novanta in poi, una politica di ordinato equilibrio esterno. 
Ora però non è più così. Il che pone due problemi
Primo. La Libia è oggettivamente in guerra con se stessa. E con una differenza sociologica importante rispetto all’Egitto e alla Tunisia. Quale? Che, come alcuni hanno notato, esercito e polizia sono divisi secondo linee etniche e tribali. E che quindi il Paese, da questo punto di vista, è più simile allo Yemen e alla Somalia. Il che non depone in favore di un rapido ritorno alla pace interna e, soprattutto, per vie interne.
Secondo. Il vuoto di potere rischia perciò di perdurare anche dopo l’eventuale caduta di Gheddafi. Si faccia attenzione all’assenza tra i rivoltosi di un qualsiasi governo provvisorio o comitato insurrezionale capace di parlare a nome di tutti.
Pertanto, dal punto di vista, del superamento del vuoto di potere, non restano che due possibilità: o un “recupero” di Gheddafi o un intervento occidentale in favore di una delle parti in lotta. Attualmente il Colonnello è completamente isolato. Quindi, se intervento ci sarà, non sarà di sicuro per rimetterlo in sella. Salvo che Russia e Cina non si oppongano fermamente a un intervento armato Nato. Ma, a loro volta, dovrebbero indicare un successore o comunque un referente politico interno. E dove trovarlo in una realtà clanico-tribale? Quanto all' Africa - in particolare quella Settentrionale - si tratta di un attore, almeno per ora, completamente fuori gioco. Dell’Onu è inutile parlare.
La vera questione perciò è quella del vuoto di potere. Il potere libico andrà a chi sarà capace di raccoglierlo.

Carlo Gambescia
.

giovedì 24 febbraio 2011

Il libro della settimana: Luciano Lanna, Il fascista libertario. Da destra oltre la destra tra Clint Eastwood e Gianfranco Fini, Sperling & Kupfer 2011, pp. 256, euro 17,00.



www.sperling.it

.

È possibile far andare a braccetto Eugenio Scalfari e Alain de Benoist? Il plutocrate del giornalismo radicale e lo spartano avversario del Pensiero Unico? No. A meno che non ci sia sotto il tentativo di nobilitare, attraverso un libro, un progetto politico parassitario. Ora, il libro è quello di Luciano Lanna, Il fascista libertario ( Sperling & Kupfer), mentre il progetto politico rinvia a Gianfranco Fini. Sulla natura personalistica dello strappo finiano è inutile sprecare parole. Soprattutto alla luce del flop milanese.
Che dire invece del libro di Lanna? Che non è un rigoroso saggio di storia delle idee, visto che la bibliografia secondaria è quasi tutta basata su fonti giornalistiche. Né, come sfugge allo stesso autore, « un libro di politica» o di teoria politica, perché, come spiegheremo, privo di qualsiasi valore teorico. E non è neppure, come lo definisce il volatile prefatore, Luca Barbareschi, una «cronaca culturale». Perché quando si fa “cronaca” (si pensi a certi affreschi di Montanelli) non si cerca, una pagina sì e l’altra pure, di certificare la coerenza delle posizioni politiche di Fini. Sfiorando il ridicolo, come sull’ immigrazione, dove mai si accenna alla Bossi-Fini. E nelle Conclusioni, dove in onore del Fini-Radamès, Lanna si attacca a pieni polmoni alle trombe dell’Aida.
Quanto al fascismo libertario, per tornare sull' inesistente valore teorico del libro, diciamo che viene ricondotto, all’insegna dell’et-et debenoistiano (ma leggendo Del Noce al contrario) a un azionismo di destra (buono) che occhieggia alla sinistra non comunista (buona). Che però non avrebbe radici illuministiche. Probabilmente si tratta di romanticismo fascista rispolverato e purificato… Lanna infatti accenna all’ omonimo libro di Sérant, ma in modo soft. Sapendo benissimo che l’et-et debenoistiano è una cosa, mentre l’aut-aut azionista-antifascista di Scalfari, principale sponsor del progetto finiano, un’altra. E così glissa su quei temi, come l’antisemitismo (Arendt) e il feroce anticapitalismo ( Kunnas e Furet), che avvelenarono il versante dark del fascismo immenso e rosso: sia a livello di regime che di movimento. Come provano le Leggi razziali del 1938, poi ribadite a Salò, che libertarie di certo non furono…
Insomma, il metodo Lanna - visto che altrove si parla di «metodo Perina» - consiste nelle citazioni e parafrasi, selettivamente aggiustate “in funzione di”. Prendiamo il caso della Nuova di Destra anni Ottanta. Secondo Lanna, dietro il progetto tarchiano c’era una «sensibilità nuova» ovvero «per dirla in positivo, comunitaria e libertaria a un tempo, postliberale e radicata nella grande cultura del Novecento, dalla vocazione euromediterranea e contraria allo “scontro di civiltà”, pacifica e solidarista, capace di pensare e declinare una dimensione del sacro nel rispetto della società secolarizzata, in grado di ipotizzare un’alternativa nella sfera economica al paradigma utilitarista e al modello dell’egoismo sociale, attenta alla qualità della vita e all’idea di una “modernità con l’anima” promotrice di un mondo plurale in cui le specificità vengano valorizzate e integrate, avversa a qualsiasi forma di imperialismo culturale e alla logica di esportare la democrazia con le armi fautrice di una prospettiva inclusiva e aperta di cittadinanza democratica». Perfetto. Siamo davanti a una bellissima parafrasi - certo, dichiarata - del miglior Tarchi. Ma di quello antisistemico e anticapitalista. Che c’entra tutto questo con l’ insistente ricerca da parte di Fini di rendite sistemiche e filocapitaliste ? Giudichi il lettore.
Ma il culmine del metodo Lanna è raggiunto a pagina 131, dove per edificare le ultime giravolte centriste di Fini, si ricorda che « il 31 maggio 1984, parlarono allo stesso tavolo Umberto Croppi, Giuseppe Niccolai e Giano Accame con l’esponente del Psi Antonio Landolfi e, soprattutto, con il giovane Francesco Rutelli»…
Si noti il «soprattutto». Inutile aggiungere altro.

Carlo Gambescia
.

mercoledì 23 febbraio 2011

Oggi pubblichiamo il post del giovane amico Giacomo Gabellini. Si tratta di una rilettura de La Quarta Guerra Mondiale di Costanzo Preve. Libro, a nostro avviso, sicuramente interessante ma di taglio geofilosofico piuttosto che geopolitico, nonché influenzato da quella visione idealistica e idealizzante (in senso filosofico e morale) della concezione marxiana, così spesso rimproverata a Preve. Di qui il consiglio di integrarlo con altre letture più sobrie e strutturate, due in particolare: Gianfranco La Grassa, Finanza e poteri (Manifestolibri), ottimo vademecum per ogni buon realista post-althusseriano; Angelo Panebianco, Guerrieri democratici (il Mulino), eccellente ritorno a un realismo liberale più attento alle costanti del politico che alle presunte "regole" del mercato.
Buona lettura. (C.G.)


Riletture 
"La Quarta Guerra Mondiale"
di Giacomo Gabellini

.



Se c'è un merito indubbio, tra i tanti, da riconoscere al professor Claudio Mutti, è quello di aver scelto di inserire tra le pubblicazioni della piccole ma agguerrite Edizioni all'insegna del Veltro ( http://www.insegnadelveltro.it/ ) molti saggi particolarmente eterodossi rispetto allo stagnante Zeitgeist contemporaneo.
Tra i tanti testi di indubbio valore, spicca senz'altro il saggio firmato dal prolifico e istrionico filosofo torinese Costanzo Preve (nella foto) , intitolato "La quarta guerra mondiale" Costanzo Preve, (La Quarta Guerra Mondiale”, Edizioni all’insegna del Veltro” 2008, pp. 192 ). Pensatore di formazione marxista, Preve si è sempre considerato un filosofo "divergente" rispetto all'ortodossia interpretativa che ha contribuito a fare delle idee del grande ebreo trevirese un vero è proprio oggetto di culto. In ogni caso, l'impostazione di carattere marxista propria a Preve si evince già dalle prime righe della prefazione, in cui egli ammette il proprio rammarico nel prendere atto del "revisionismo" postumo operato da molti intellettuali (Toni Negri e Marco Revelli in primis) provenienti dalla sua stessa area culturale, che hanno immolato tutti i propri ideali "di gioventù" sull'altare del "politicamente corretto" per condannare senza appello il Ventesimo Secolo, liquidato come vero e proprio "secolo delle ideologie assassine". Preve respinge questa lettura oltranzista e conformista offrendo una propria, originale riconsiderazione degli eventi.
Ma qual è la data di inizio della Quarta Guerra Mondiale? Il 1991, quando la ristrutturazione economica gorbacioviana meglio nota come “perestroijka”, improntata alla “glasnost” (trasparenza), assestò il colpo definitivo alle casse sovietiche e innescò un repentino effetto domino di conseguenze sempre più disastrose che culminarono, per l’appunto, con la disgregazione dell’Unione Sovietica è l’instaurazione di un assetto unipolare del mondo, con gli Stati Uniti al comando. In quello specifico frangente storico va collocato, secondo Preve, l’inizio della Quarta Guerra Mondiale, un conflitto quasi esclusivamente combattuto sul terreno della cultura. Autori di puro stampo reazionario colsero l’occasione per proclamare una non meglio precisata “fine della storia” (Francis Fukuyama), che avrebbe sancito il trionfo della democrazia anche negli angoli più remoti del pianeta, mentre altri (Samuel Huntington) preferirono andarci coi piedi di piombo e richiamarsi a un fantomatico “scontro di civiltà” che avrebbe visto la cultura confuciana e quella islamica opporsi frontalmente a quella “occidentale”. All’epoca la Russia era tenuta in pugno dall’ubriacone Boris El’cin che diede il via a una serie di privatizzazioni in ambito economico che rimpinguarono enormemente il portafogli di uno sparuto manipolo di “oligarchi” (Mikhail Khodorkhovskij, Roman Abramovich, Boris Berezovskij ecc.) ben assistiti da governi e poteri forti occidentali, a spese di una popolazione ridotta alla fame. In questa congiuntura si inserì un personaggio di nome Vladimir Putin, cui Preve riconosce enormi meriti, non ultimo dei quali quello di aver riportato la Russia nel novero delle principali potenze mondiali. Il circo mediatico occidentale si è invece scagliato contro Putin e contro tutti gli uomini politici dei paesi più disparati, accomunati dalla volontà di restituire alle proprie patrie un accettabile grado di sovranità. Preve non manca di smascherare l’ipocrita atteggiamento tenuto da quelli che definisce “intellettuali vaselina”, ovvero personaggi appartenenti alla risma sopra descritta, impegnati, con la loro costante opera di mistificazione (anche grazie alla visibilità che il circuito mediatico garantisce loro) a tempo pieno a inculcare il Verbo del Nuovo Ordine Mondiale nelle menti di milioni di persone.
Come si vede, ipocrisia e moderazione non trovano quartiere nell’incedere previano. Comunque, tirando un po’ le conclusioni, è possibile affermare che La Quarta Guerra Mondiale è un libro partigiano, scritto da un intellettuale che non nasconde il proprio background culturale e che non rinnega la propria giovanile fede comunista, ma che avverte l’urgenza di utilizzare gli strumenti indicati da Marx e da alcuni suoi interpreti (Lenin su tutti), per comprendere la complessa realtà che abbiamo sotto gli occhi. Una bella sfida.
.


Giacomo Gabellini
.
Giacomo Gabellini si interessa di filosofia, storia, politica e geopolitica. Autore di numerosi articoli che toccano i temi indicati per il blog Conflitti & Strategie (www.conlittiestrategie.splinder.com), con il quale collabora attualmente.
.


martedì 22 febbraio 2011

Crisi libica

Quando l’ Opposizione 
è imbecille… o in malafede


.
Imbecille o in malafede... Che cosa pensare infatti di un’Opposizione che approfitta della grave crisi libica per attaccare ancora una volta Berlusconi? Che è imbecille o in malafede. Perché non capisce o fa finta di non capire, che in Libia - non dal 1994 ma dal 1911 - gli interessi economici italiani vanno ben oltre l’odiata figura (dalla sinistra) del Cavaliere… E che quindi qualsiasi governo - giallo, rosso, nero, bianco - in una fase ancora politicamente fluida come quella che sta attraversando la Libia, non può non usare ogni cautela, proprio per non inimicarsi chi resterà o agguanterà il potere. Soprattutto, come nel caso dell'Italia, quando non vi sia alcuna volontà di sostenere militarmente - come accadeva in età coloniale - una delle fazioni in lotta.
C’è una cosa che si chiama interesse nazionale. E qual è attualmente il nostro interesse nazionale? Salvaguardare i rapporti economici e politici con la Libia. Possibile che sia così difficile comprendere che l’asse (mediterraneo) del nostro interesse nazionale non può essere spostato con le chiacchiere umanitarie ma solo grazie alla creazione di un altro asse geopolitico? Creazione che deve essere precedente allo “spostamento”. L’Opposizione sa almeno indicarne uno? No. Diciamo la verità: i vari governi di centrosinistra, succedutisi negli ultimi anni, non si sono mai discostati da una politica di buonissimo vicinato con la Libia.
Altra cosa. Anche ammesso - e non concesso - un interesse personale del Cavaliere nei riguardi di Gheddafi, come sostengono gli antiberlusconiani con la bava alla bocca, va precisato che in termini di realpolitik l’interesse privato del Cavaliere andrebbe a collimare (orrore!) con quello pubblico dell’Italia. E quale sarebbe l'interesse pubblico? Quello di passare inverni al caldo, di fruire di congrue commesse economiche e di barriere all’immigrazione selvaggia.
Ovviamente, dal punto di vista etico, quello delle anime belle della sinistra, tutto ciò è censurabile, ma non sotto quello del realismo politico.
Piaccia o meno, ma la tutela dell’ interesse nazionale, nipotino dell’antica “Ragion di Stato”, impone ai governi - che vogliano essere tali - di "coltivare" un folto pelo sullo stomaco. Come qualcuno disse, la politica, soprattutto quella estera, è sangue e merda...
Buona giornata a tutti.



Carlo Gambescia

lunedì 21 febbraio 2011

Venti (africani) di rivolta.
.



Quel che sta accadendo in Africa settentrionale e in altre nazioni di un continente che per molti resta tuttora politicamente misterioso dovrebbe far riflettere noi europei. E per una ragione sociologica molto semplice.
La differenza, tra i sommovimenti africani e il largo consenso sociale che nonostante la crisi regna in Europa, è segnata dal differente approccio strutturale alle questioni economiche. In poche battute: in Europa abbiamo la democrazia, l’economia di mercato e buone capacità di produzione e consumo, in Nord Africa, la dittatura, l’economia controllata e limitate capacità di produzione e consumo. Semplificando al massimo: in Europa, grazie a una società policentrica e basata sul consenso contrattato, la crisi finora non ha provocato forti contraccolpi sociali e politici. Mentre in Africa, dove esiste una società monocentrica e fondata sul consenso imposto con la forza, la crisi ha già prodotto in alcuni paesi gravissime conseguenze.
Piaccia o meno, ma è proprio la società democratica di tipo occidentale a fare la differenza tra noi e loro. Ciò non significa che i popoli africani in rivolta siano già pronti per la democrazia. Né che il nostro sistema sia il migliore in assoluto, né che debba essere imposto agli altri con la forza. Anche perché sarebbe inutile e sanguinoso, dal momento che la democrazia di tipo europeo-occidentale implica una società policentrica, ricca di poteri politici e sociali in libera competizione (partiti, sindacati, associazioni). Un’evoluzione sociologica e storica che richiede secoli. Perciò le rivolte in corso - fatte salve le diverse differenze locali - potrebbero sfociare, stante la natura monocentrica di quelle società (la cui unica istituzione effettiva è rappresentata dalle forze armate), in dittature, più o meno aperte, sotto il controllo dell’esercito. L’altra variabile che potrebbe entrare il gioco è quella religiosa, in particolare nella versione fondamentalista. La cui forza ed effettività resta però legata al suo reale grado di penetrazione sociale e al rapporto con le forze armate.
Abbiamo volutamente tralasciato gli aspetti geopolitici della questione per concentrarci su quelli sociologici. Per non parlare delle fantasiose ipotesi “complottistiche” attualmente circolanti...
Come si diceva un tempo, a ognuno la sua arte.

Carlo Gambescia

venerdì 18 febbraio 2011

Sul rapporto tra sinistra e ceti medi ne abbiamo lette di tutti i colori. Crediamo però che l'analisi dell'amico Teodoro Klitsche de la Grange  colga nel segno e aiuti a capire le ragioni della profonda crisi politica che tuttora tormenta eredi e orfani del Pci.
Buona lettura. (C.G.)
La sinistra e i ceti medi, 
da Berlinguer a Prodi
di Teodoro Klitsche de la Grange




Da alcuni anni (meglio sarebbe dire decenni) la propaganda del centrosinistra, tutta imperniata su Berlusconi come Male/Nemico assoluto, e indicato tale perché è un… satiro, diseducatore e così via, mi fa venir in mente un famoso articolo di Enrico Berlinguer, esemplare di un pensiero realmente politico (e di sinistra).
Scriveva il segretario del Pci subito dopo il golpe di Pinochet in Cile che “tra proletariato e la grande borghesia – le due classi antagoniste fondamentali nel regime capitalistico – si è infatti creata, nelle città e nelle campagne, una rete di categorie e di strati intermedi, che spesso si sogliono considerare nel loro complesso e chiamare genericamente «ceto medio»”. E prendeva atto che, pur essendosi formata in Italia una consistente e combattiva classe operaia, questa era tuttavia “una minoranza della popolazione del nostro paese e della stessa popolazione lavoratrice”. Citando altri elaborati del Pci Berlinguer rilevava che “per gruppi decisivi di ceto medio il passaggio a nuovi rapporti di tipo socialista o socialisti non avverrà che sulla base del loro vantaggio economico e del libero consenso, e che in una società democratica che si sviluppi verso il socialismo sarà garantita la loro attività economica” ne consegue che “la strategia delle riforme può dunque affermarsi e avanzare solo se essa è sorretta da una strategia di alleanze. Anzi, noi abbiamo sottolineato che, nel rapporto tra riforme e alleanze, queste sono la condizione decisiva perché, se si restringono le alleanze della classe operaia e si estende la base sociale dei gruppi dominanti, prima o poi la realizzazione stessa delle riforme viene meno e tutta la situazione politica va indietro, fino anche a rovesciarsi” e “Naturalmente, la politica delle alleanze ha il suo punto di partenza nella ricerca di una convergenza tra gli interessi economici immediati e di prospettiva della classe operaia e quelli di altri gruppi e forze sociali”. Ne consegue che, in una società così stratificata l’azione politica non sia effettuata “in modo da sospingere in posizione di ostilità vasti strati di ceti intermedi, ma riceva invece, in tutte le sue fasi, il consenso della grande maggioranza della popolazione… Questo è certamente uno dei problemi vitali che ha dinnanzi a sé un governo di forze lavoratrici e popolari”. Seguiva la famosa proposta del “compromesso storico” e il rifiuto dell’alternativa di sinistra “la contrapposizione e l’urto frontale tra i partiti che hanno una base nel popolo e dai quali masse importanti della popolazione si sentono rappresentate, conducono a una spaccatura a una vera e propria scissione in due del paese, che sarebbe esiziale per la democrazia e travolgerebbe le basi stesse della sopravvivenza dello Stato democratico… Ecco perché noi parliamo non di una «alternativa di sinistra» ma di una «alternativa democratica»”. In altri termini il rifiuto del bipolarismo/bipartitismo e la scelta per la grande coalizione con i cattolici (oltre ai socialisti).
Si dirà che la prospettiva di Berlinguer è datata, perché in larga parte dovuta a condizioni storiche distanti anni-luce dalle attuali (in primo luogo per il crollo del comunismo). Tuttavia c’è un nucleo d’intuizioni che regge al decorso del tempo e tuttora appare utile per indirizzare una politica di sinistra che non si riduca alle querule denuncie delle satiriasi di Berlusconi.
È quello che fa derivare l’azione politica dall’articolazione sociale, che indica nei ceti medi l’alleato preferenziale e nel tener conto degli interessi dei medesimi nell’attuare politiche che non siano, per vocazione, minoritarie.
A valutare sulla base di queste considerazioni – in cui, accanto a Gramsci c’è molto Bernstein, come nella tradizione socialdemocratica del XX secolo – la politica del centrosinistra nell’ultimo quindicennio se ne vede chiara la distanza (e l’errore) abissale.
Se infatti c’è stata una costante della politica dei governi di centrosinistra – sia quelli “mascherati” (Ciampi e Dini) che in quelli manifesti (Prodi, D’Alema e Amato) – è di non tener conto degli interessi dei ceti medi – neanche di quelli “produttivi” (la distinzione è ovviamente, labile), e anzi d’irritarli.
Lo prova in primo luogo la politica fiscale: che non colpisce i redditi elevati ed elevatissimi (difficili oltretutto da colpire in mercati “aperti”), ma quelli delle classi intermedie. Ma non è il solo esempio: oltre alle privatizzazioni, spesso risoltesi nel passaggio d’imprese dalla mano pubblica a grandi capitalisti privati, c’è – soprattutto – la pervasiva presenza di un’amministrazione di scarsa efficienza (il cui costo pesa su tutti e quindi sul ceto medio) e, più ancora, funzionale, più che alla resa di servizi – spesso mediocri – a un occhiuto controllo politico-sociale; per finire con una giurisdizione che a detta dello stesso Procuratore generale della Cassazione, ha un’efficienza più o meno pari a quella del Sao Tomé, e che, anch’essa, abbassa l’efficienza e l’appetibilità per gli investimenti esteri del sistema – Italia.
In queste condizioni la pretesa di ottenere un consenso maggioritario si allontana per la sinistra: i tre milioni di voti persi nel 2008, grazie al disastroso secondo governo Prodi, che riuscì perfino ad irritare i ceti medi facendo cose condivisibili (come una larga percentuale delle “lenzuolate” Bersani), ne è la prova.
Onde credere di scalfire il consenso a Berlusconi, basantesi (anche e soprattutto) sul blocco sociale imperniato sul ceto medio, sperando in un improbabile soprassalto moralistico (da beghine) è a metà tra l’irreale e l’umoristico. E da la misura della decadenza di una sinistra vieppiù incapace di coniugare analisi teorica ed azione politica. Quello che da Gramsci a Berlinguer aveva sempre saputo fare.



Teodoro Klitsche de la Grange



Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica“Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ). Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).

giovedì 17 febbraio 2011

Il libro della settimana: Roberto Alfatti Appetiti, All’armi siam fumetti. Gli ultimi eroi d’inchiostro, intr. di Roberto Recchioni, pref. di Errico Passaro, I libri de “Il Fondo” 2010, pp. 206, euro 12,50.



.
Ebbene sì. Siamo da sempre accaniti lettori di Tex. E per ragioni di puro relax. Insomma, senza aver mai tentato di scavare nelle profondità antropologiche del fumetto bonelliano. Solo un’oretta di rilassante lettura, tra un tomo e l’altro. Tutto qui. Ovviamente, abbiamo seguito, anche professionalmente, la crescita sociale della cultura del fumetto, senza però attribuirle troppi significati e aspettative.
Il fumetto, in quanto narrazione disegnata, è per eccellenza un prodotto editoriale a larga diffusione che appartiene alla letteratura popolare: parla per immagini che veicola per emozioni immediate. Certo, come “genere letterario” (un tempo “sottogenere”) ha inevitabilmente prodotto una letteratura secondaria. Di qui, come per nemesi, la nascita e lo sviluppo di varie scuole esegetiche, di dibattiti criptici, di figure professionali, eccetera. Un universo disciplinare, dove il lettore comune - chiunque legga fumetti per rilassarsi - si sente come il povero invitato alla mensa dei ricchi: sorride e ringrazia, senza però capire una sola parola dei discorsi del padrone di casa.
Su questo filone dell’esegesi, se ne è innestato un altro che, andando oltre la pura ermeneutica del fumetto, lo indaga in chiave di immaginario collettivo, come fonte primaria della vita sociale e politica. A quest’ultima "scuola", abbastanza florida anche in Italia, appartiene il volume di Roberto Alfatti Appetiti, giornalista ed esperto in comunicazione: All’armi siam fumetti. Gli ultimi eroi d’inchiostro ( intr. di Roberto Recchioni, pref. di Errico Passaro, I libri de “Il Fondo” 2010, pp. 206, euro 12,50). Libro che va ben oltre l'occasionale raccolta di articoli, perché ha un suo preciso filo conduttore. Ma il cui titolo, francamente infelice, non rende pieno merito a un saggio intelligente e ben scritto che nulla ha di fascista o nostalgico.
Ma lasciamo la parola all’autore:

.
«Lucia Annunziata direbbe, probabilmente che parlare di fumetti, ci spiega, “consiste nell’affondare il ferro nella realtà”. Ma per farlo, aggiungiamo noi, non si può prescindere dall’immaginario, dalla lezione che ci ha consegnato Edmondo Berselli: “A me piace tutto ciò che è popolare e sono convinto che difficilmente il popolo sbagli”. Perché, come ha detto Michele Serra, lo scrittore modenese era una “smentita vivente della maniera appartata e schizzinosa con la quale il colto rischia sempre di guardare al ‘volgare’ “. Tanto più la minoranza è “illuminata”, semmai, e maggiore rispetto dovrebbe avere – per rimanere alle parole del giornalista e scrittore – “per i materiali della vita”. Parlarne il linguaggio e farsi comprendere, così, dalla maggioranza. Anche commentando una partita di calcio, ascoltando una canzone di Guccini o recensendo un fumetto » (p. 162).
.


Da questo punto di vista Alfatti Appetiti si fa comprendere benissimo. Con sapiente leggerezza di scrittura si muove tra le varie e ricche fenomenologie di Andy Capp, Tex, Zagor, Mister No, Dylan Dog, eccetera. Senza però mai "caricarle" di misteriosi significati, decifrabili solo da pochi sacerdoti. Per Alfatti Appetiti quel che conta è la persona: dall’autore al lettore. Ma sempre “tramite” il fumetto, che si trasforma, se abbiamo colto il senso del libro, in un veicolo relazionale. Capace di muoversi all’interno di un immaginario (quel che il mondo dovrebbe essere) che, come in un gioco di specchi, riverbera un lettore, quello dei nostri giorni: un homo erectus-televisivus (chiediamo pardon per il latino maccheronico) che sogna di fuggire, pur non sapendo dove, come e con chi... Perciò l’anarchismo-libertarismo, che sembra intrigare disegnatori, eroi del fumetto, lettori e lo stesso Alfatti Appetiti, resta categoria etica - del dover essere - priva però di imperativi, se non quello dell’essere fedeli a se stessi. Ecco la “morale” del libro.
Ora, solo per fare un esempio, anche un nichilista resta fedele a se stesso, ovvero alla sua scelta nichilista... A dire vero, Alfatti Appetiti registra, riflette e talvolta sembra accorgersi che i fumetti da soli non ci salveranno, come il famigerato “inglese” di Battiato. A tratti perciò sembra scorgere l’anomia etica che avvolge la nostra società, ma dalla finestra. Come se preferisse restare a distanza. La “giusta” distanza? Decidano i lettori. E non solo di fumetti.

Carlo Gambescia

mercoledì 16 febbraio 2011

Berlusconi, ultima chiamata?




E ora che accadrà? Il prosieguo della battaglia sarà soprattutto politico e mediatico. Il che significa che il suo esito dipenderà dalla compattezza della Maggioranza, dagli oscillamenti (in un senso o nell’altro) di Napolitano. E soprattutto dalla forza distruttiva dell’offensiva mediatica nazionale e internazionale scatenata contro Berlusconi da gruppi editoriali a lui avversi.
Tuttavia anche una possibile vittoria elettorale, ma con l’infamante condanna per sfruttamento della prostituzione minorile pendente sulla testa del Cavaliere, potrebbe essere del tutto inutile. Quindi il futuro dell’uomo di Arcore è molto incerto e probabilmente infausto. Siamo all’ultima chiamata.
Diciamo però, che qualora il Cavaliere dovesse uscire definitivamente dalla scena italiana con il marchio dell’infamia, meriterebbe veramente, piaccia o meno, l'onore delle armi politologiche... Perché si è battuto e si sta battendo come un leone, e contro un nemico veramente preponderante, soprattutto in quest’ultimo scorcio di legislatura, dove è stato attaccato su tre fronti: politico (la scissione, probabilmente manovrata dei finiani), giudiziario (attraverso inchieste mirate), mediatico (l’uso, anch’esso mirato delle intercettazioni). Dc e Psi, sotto l'assedio dei giudici di Tangentopoli, durarono molto meno, sciogliendosi al sole come tarda neve di primavera.
Probabilmente una parte, non piccola, degli italiani detesta il Cavaliere per ragioni morali e politiche, ma un’altra parte, non certo minoritaria, lo ammira e vota con altrettanta convinzione. Perciò una volta caduto lascerà un vuoto enorme: sia tra i primi, per mancanza del capro espiatorio, sia tra i secondi, orfani di un capo carismatico.
Ovviamente, dopo la caduta di Berlusconi, come per incanto spariranno le veline, la tv spazzatura, la prostituzione d’alto bordo, le tangenti, eccetera… E Bersani, Casini, Fini, Rutelli, Vendola e Di Pietro finalmente potranno edificare un’Italia “più bella e più superba che pria” … 
Vedremo.


Carlo Gambescia

martedì 15 febbraio 2011

Immigrazione. 
La cultura dell’ et-et

La crisi sociale del Nord Africa e gli sbarchi di Lampedusa, sull'onda dell'allarmismo mediatico, rendono ancora più infuocato il dibattito sull'immigrazione. Cerchiamo di fare il punto.
.
I dati
In base a dati Istat, non freschissimi (2009) ma più che sufficienti per farsi un’idea, al primo gennaio 2008 gli immigrati hanno superato la soglia dei quattro milioni (4.328mila, di cui sono 3.677mila regolari), 346mila in più rispetto al 2007. Nel 2030, secondo studi condotti da alcuni centri di analisi e ricerca (ad esempio Fondazione Migrantes), presumibilmente - e per alcuni quanto stiamo per dire equivale a un “uppercut”- gli immigrati presenti in Italia saranno circa 8 milioni, con un aumento del 137% sul 2008. Il Nord-Ovest accrescerebbe i propri residenti stranieri del 154%, il Nord-Est del 152%, il Centro del 128% e il Mezzogiorno del 75%. Se oggi ci sono in media 6 stranieri ogni 100 italiani, nel 2030 ce ne saranno 14,9 (nel Settentrione il rapporto salirebbe a 22, mentre nel Mezzogiorno a 3,8). Passando all’analisi delle fasce d’età, nel 2030 nel Nord avremmo uno straniero ogni tre italiani sia tra i minorenni che tra i giovani adulti (18-34enni), mentre tra i 35-44enni si ipotizza un rapporto di quattro a dieci.
Attualmente gli immigrati dell’Est Europa rappresentano il 43% degli stranieri residenti in Italia. Il primato di presenze va alla Romania che al 1° gennaio 2008 conta 625mila unità (l’87,% in più rispetto al 2007). Segue l’Albania con 402mila presenze. Al terzo posto il Marocco con 366mila immigrati. Registrano elevati tassi di crescita anche la Polonia (+34%), la Moldova (+23,2%) e l’Ucraina (+10%), cui si affiancano il Bangladesh (+19,6%) e l’India (+11,6%). Non è detto però che l’Est Europa sia destinata a svolgere un ruolo di “primo” serbatoio dei flussi migratori. Si prevede infatti che Serbia, Montenegro, Polonia, Ucraina e Romania per il 2030 avranno una sostanziale stabilizzazione (assieme alla Cina) dei flussi. Le nazionalità destinate a crescere in modo esponenziale sono quelle latinoamericane (Ecuador e Perù), asiatiche (Filippine, Bangladesh, Pakistan, India) e africane (Senegal, Nigeria ed Egitto).
.

Le due culture
Questi i dati nudi e crudi. Perciò non si può far finta di nulla. Il vero problema è che l’Italia della politica non sembra pronta culturalmente. In sostanza, finora, hanno avuto la meglio due culture contrapposte: quella della “porta aperta a tutti” cara alla sinistra e alle gerarchie cattoliche e quella del “ padroni in casa nostra”, privilegiata da certa destra, non solo leghista. Un vicolo cieco.La cultura della “porta aperta a tutti” dà per scontato l’inserimento del migrante nel nuovo contesto socioculturale, grazie al conseguimento di un lavoro, all’affitto di una casa, alla cittadinanza. Si tratta di un approccio universalistico, che considera ininfluenti le differenze socioculturali. O comunque superabili nel tempo, grazie all’utilitaristica adesione da parte del migrante, divenuto “immigrato-cittadino”, alle istituzioni di adozione, attraverso la creazione di un’area franca di “fedeltà repubblicana”.
.


"Padroni in casa nostra"?
La cultura del “padroni in casa nostra”, dà invece per scontato che il migrante sia presuntivamente pericoloso. Si pensi, ad esempio alle dichiarazioni di un Borghezio. Di qui l’impossibilità di inserire il migrante, in quanto “cellula” potenzialmente “patogena” all’interno di un tessuto “sano”. Siamo davanti a un approccio particolaristico che considera determinanti le differenze socioculturali, forse troppo. Tuttavia, i migranti, pur essendo considerati pericolosi vengono classificati, a livello governativo, come appartenenti a nazionalità con “potenziali” criminogeni diversi. E così il filippino sarà sempre più “addomesticabile” del rumeno. Insomma, il particolarismo implica una specie di razzismo differenzialista: prima gli italiani, poi i filippini, eccetera…
-
Nomadi e sedentari
Come uscire dal vicolo cieco dell’aut-aut del “tutti dentro o tutti fuori”? Puntando sull’ approccio socioculturale. Tradotto: va preso in considerazione il “brodo” di cultura e relazioni in cui vive il migrante. Quando arriva in Italia, di regola, il migrante si trova già inserito in un circuito socioculturale di connazionali: persone con cui divide valori, desideri, ma anche bisogni e paure. Sono in genere strutture claniche, parentali, familiari, che spesso vanno a intersecarsi con le strutture illegali che gestiscono l’immigrazione, in patria e all’estero, indirizzandola verso specifici settori: dalla prostituzione allo spaccio di droghe, ma anche all’accattonaggio e al lavoro nero. Pertanto il migrante viene subito cooptato all’interno di tali strutture, che talvolta, per i paesi extraeuropei, godono anche di appoggi consolari. Spesso perché il migrante deve ripagare il “viaggio” o perché gli è più facile “relazionarsi” socialmente con i suoi “simili”, coi quali divide un vischioso ma confortante “brodo” socioculturale, imbevuto di tradizioni, bisogni, ricatti e sentimenti. In genere 2 migranti su 3 tendono a restare immersi nel “loro brodo”, o perché vogliono ritornare presto nel paese di origine, o trasferirsi, più avanti, in una nazione terza. Ecco perché è corretto definirli migranti e non immigrati. Da ciò discende la difficoltà istituzionale di stabilire un “contatto”. Siamo davanti all’antico problema del complesso rapporto tra culture nomadi ( o semimobili), quelle dei migranti, e culture sedentarie ( o stabili), quelle dei paesi “riceventi”, E le culture (stabili o mobili che siano) non possono mai essere troncate con un secco colpo di spada.
.
Le ambiguità del mercato
Da ultimo va ricordato che il mercato capitalistico per un verso non facilita l’integrazione culturale del migrante, spesso ridotto a puro fattore lavoro, mentre per l’altro, favorisce le migrazioni imponendo, quando occorre, al lavoratore-migrante di trasferirsi seguendo le fluttuanti necessità del ciclo economico. Insomma, il mercato capitalistico, proprio perché basato su valori materiali, non può contrastare “spiritualmente” i suoi effetti economici di ricaduta sul “brodo” socioculturale cui abbiano accennato.In questo senso la cultura della “porta aperta” può favorire, in un clima già alterato dagli inesorabili meccanismi utilitaristici del mercato, la riproduzione, per reazione protettiva, di vischiosi e pericolosi legami comunitari. In che modo? Facilitando sia la nascita e lo sviluppo di una criminalità etnica (una specie di “contro-stato”) , sia la violenta reazione identitaria e religiosa (una specie di contro-chiesa, si pensi ai diversi fondamentalismi…) dei migranti solo formalmente “nazionalizzati”. Come nel caso esemplare degli “immigrati citoyens” delle periferie-ghetto francesi.
Per contro, la politica del “padroni in casa nostra” con il pendant della poliziesca “tolleranza zero”, può limitarsi soltanto a reprimere. Rischiando così di giocare a livello istituzionale il ruolo di “Guardia Bianca” del capitalismo. Con l’ulteriore pericolo di favorire la crescita del razzismo diffuso, dal momento che si indica un nemico: il migrante. Ma anche di innescare possibili contro-risposte identitarie, persino da parte delle comunità più stabili di non recente immigrazione.

.
La cultura dell'et-et

Concludendo, che fare?
Barricarsi dentro o aprire a tutti? O puntare su una terza via, all’insegna dell’ et-et, fatta di strutture flessibili, giuridiche e sociali, ancora da inventare. Capaci di separare, ma non troppo, il migrante dal suo “brodo” e al tempo stesso di regolamentare gli accessi senza però infierire.
Tutto qui. Purtroppo riconosciamo, almeno per ora, di non avere risposte pronte.



Carlo Gambescia

lunedì 14 febbraio 2011

Oggi pubblichiamo, e volentieri, il bel post dell’amico Giuseppe Puppo . Dove si affronta una questione, che va ben al di là del personaggio Barbareschi, perché investe un intero mondo culturale, quello della Destra post-missina e post-An, ormai alla resa dei conti . Di qui il titolo.
Di Barbareschi abbiamo un ricordo personale. Durante un incontro di "intellettuali", organizzato dalla Fondazione FareFuturo prima che Fini decidesse di piantare in asso Berlusconi, l’intervento di Barbareschi spiccò per il tasso, pericolosamente elevato, di egocentrismo. Parlò, se ricordiamo bene, per primo o secondo. Incensò se stesso, la sua famiglia e i successi riscossi anche come imprenditore: un monologo. Dopo di che, probabilmente perché già appagato dal suono della propria voce, si alzò e lasciò la sala...
Buona lettura. (C.G.)


La Destra 
e la sindrome Barbareschi
di Giuseppe Puppo
.


Quando facevo politica, pensavo che essa fosse un’estensione dell’impegno culturale, pensavo, cioè, che essa dovesse reggersi su solide fondamenta ideologiche e dovesse essere preparata, orientata, guidata in ogni sua articolazione da lucidi riferimenti superiori, continuamente alimentati da una passione non disgiunta dallo studio
Nel Msi trovai invece scarsa considerazione per la cultura, ritenuta per lo più un corollario superfluo, se non controproducente, comunque noioso, più a meno a tutti i livelli.
Feci in tempo, da ragazzo, prima della loro morte, a vedere come fossero stati ignorati, nella migliore delle ipotesi, se non proprio esplicitamente boicottati, dagli ambienti politici missini ufficiali, uomini come Ezra Pound, Julius Evola, e Adriano Romualdi.
Una cecità assoluta, poi, per i fenomeni artistici, multimediali, spettacolari, che tanta parte potevano avere e oggi più di ieri hanno per la ricerca e l’acquisizione del consenso.
Basti ricordare “Il Bagaglino” e il cabaret, abbandonati a sé stessi; o la satira delle vignette di Isidori e Nistri; il teatro, che pure annoverava un potenziale maestro quale Giorgio Albertazzi; i tanti attori di cinema, come i cantanti di musica leggera, che erano simpatizzanti e tenevano però ben nascoste le proprie simpatie.
Invece di uno studioso, già allora ricercatore e sperimentatore, preparatissimo Marco Tarchi, Giorgio Almirante scelse per la guida del “Fronte della gioventù”, quindi quale suo delfino, il modesto e grigio Gianfranco Fini ( parlo della considerazione comune generalizzata all’epoca ): e verrebbe voglia nella fattispecie di mutuare l’unica, divertente e felice battuta che sia mai uscita dalla bocca di Umberto Bossi a proposito "di trote e delfini" .
I giovani più politicamente preparati non riuscivano a emergere, esattamente come i politici più attenti alle ragioni della cultura, quale Beppe Niccolai.
Finito il Msi e iniziata Alleanza nazionale, Luca Barbareschi è stato degno continuatore di questa poco edificante tradizione.
Di estrazione facoltosa e iniziali simpatie sinistrorse, fa per anni gavetta senza infamia e senza lode, grazie alle sue conoscenze e ai suoi contatti, alle possibilità e ai mezzi, fra Roma, Chicago e New York.
Niente degno di essere ricordato, né come regista, né come interprete, sia al teatro, sia al cinema.
La notorietà gli arriva con la televisione, cui grazie ai socialisti era riuscito ad arrivare, con “C’eravamo tanto amati” e a metà degli anni Novanta è pronto a cambiare punto di riferimento politico, abbandonando la sinistra e avvicinandosi a Gianfranco Fini nella neonata Alleanza nazionale.
Quindi adesso Fini ha poco da litigare con lui, lanciandogli matite come uno scolaretto stizzito: questo era l’uomo e avrebbe dovuto agevolmente valutarlo fin dai primi momenti.
Infatti, Luca Barbareschi è stato vicino al partito per alcuni anni, anni in cui non ha promosso nessuna iniziativa, o dibattito, o movimento, o sommovimento. Diceva che voleva incontrare i giovani, si accreditava quale fermento attivo e creativo, additava campi di intervento, specialmente nel campo dell’informatica. Tutte parole e intenzioni. Di concreto, nulla, in questo senso. Peggio: non ha mai dato retta a chi gli si rivolgeva, sperando di trovare almeno ascolto, se non aiuto.
Così, mentre a sinistra, pur fra rivalità, gelosie e divergenze, si sono sempre aiutati e favoriti l’un l’altro, a destra quei pochissimi che avrebbero potuto far qualcosa, in fase organizzativa, quanto meno di promozione, se non altro semplicemente aiutando chi aveva merito e capacità, non hanno fatto mai niente e hanno pensato soltanto alle loro carriere e alle loro attività.
Infatti, i nuovi riferimenti politici, trovati sulle sponde della destra, dopo aver abbandonato quelli della sinistra, guarda caso subito dopo il 1994, quando aveva vinto le elezioni, hanno giovato non poco alla fino ad allora mediocre sua carriera artistica.
Direttore di teatri, regista cinematografico, autore e interprete di fiction televisive, conduttore di programmi televisivi: un bel salto di qualità, insomma, almeno in termini di riscontri economici e di immagine, oltre ad altre cariche varie ed altri incarichi eventuali.
Intendiamoci: parliamo di quantità, non di qualità.
Nemmeno in questo secondo periodo, quello sulla riva destra, Luca Barbareschi ha fatto niente di qualità.
Il film trasmesso qualche sera fa su Rai3, “Il trasformista”, ne è un paradigmatico esempio: generalizzato, indistinto, retorico, nella sua presunta critica al mondo politico, ipocrita, poi, perché in quello stesso mondo che il regista critica nella finzione, nella realtà il politico sguazza beato con diletto e tornaconto economico.
Infatti, nel 2008 è stato eletto, pardon, designato da Fini e ratificato sulla scheda elettorale, deputato.
Risulta però assente il più delle volte dai lavori parlamentari.
Quando gliene chiedono conto, si giustifica dicendo che non ce la fa a campare con il solo stipendio da deputato ( che, voglio ricordarlo, per sottolineare questa vera e propria offesa di Luca Barbareschi a tutti i lavoratori italiani, arriva fino a trentamila euro al mese ) e che dunque ha bisogno di svolgere altre attività.
Oltre quelle cosi dette artistiche, ce ne sono infatti di imprenditoriali, con aziende che, prima di essere eletto, aveva promesso di cedere, cosa che si è regolarmente ben guardato dal fare poi.
Dell’attività politica di Luca Barbareschi si ricorda l’estemporanea uscita del 2008” An porta in Rai solo mignatte”.
Di chi parlava?
In un articolo sul “Giornale” di pochi giorni fa Vittorio Sgarbi gli accredita comunque una certa competenza in materia, con seguente annuncio di querela, di cui vedremo gli esiti giudiziari, se ce ne saranno.
Poi, sempre di pochi giorni fa, la sceneggiata sul suo voto di astensione alla camera sul rinvio degli atti contro Berlusconi e le voci sul suo ritorno da Fli al Pdl, che aveva lasciato per seguire Gianfranco Fini, fino allo scambio di matite durante un confronto fra i parlamentari della nuova formazione, in procinto di trasformarsi in partito.
Quanto alla cultura, lasciamo perdere.
Quanto, infine, alla cultura di destra, grazie a personaggi come Luca Barbareschi, essa ormai, praticamente, non esiste più.

Giuseppe Puppo



Giuseppe Puppo, giornalista, scrittore, autore teatrale, blogger (si veda il suo sito: http://www.giuseppepuppo.it/ ). Tra i suoi libri: Dieci anni dopo. Dal fallimento della contestazione alla costruzione dell’alternativa al sistema, (pref. di Marco Tarchi, Solfanelli), Storia del Movimento Sociale (Massano), Breviario d’amore , (pref. di Pietrangelo Buttafuoco, Azimut Libri), Ottanta metri di mistero (Koinè). Attualmente, sta presentando in varie località la sua performance teatrale Voglio combattere ancora! – Attualità di Filippo Tommaso Marinetti, interpretata dall’attrice Sandra Maggio. 

giovedì 10 febbraio 2011

La rivista della settimana: Behemoth, n. 48, Luglio-Dicembre 2010, euro 7,00 . 
.
http://www.behemoth.it/index.php?nav=Home.01



Behemoth, spaventoso animale biblico di terra, che con le corna si sforza di dilaniare Leviathan, mitico e gigantesco mostro marino, che a sua volta con le pinne cerca di soffocare l’ avversario, sono le figure utilizzate da Carl Schmitt, in Terra e Mare. E per quale ragione? Per raffigurare il contrasto politico, tra potenze marittime e terrestri. E più in generale quello amico-nemico, come base di ogni sana e realistica teoria della politica.
Perché questo “cappelletto” teologico-politico? Per presentare l’ultimo fascicolo di Behemoth (n. 48, Luglio-Dicembre 2010), rivista di cultura politica, diretta da Teodoro Klitsche de la Grange, avvocato, giurista, autore di sottili volumi intorno alla teoria della stato e del diritto. Insomma, per dire che si tratta di una rivista che tiene alte le gloriose insegne del realismo politico, e fin dal titolo. Quindi molto Carl Schmitt, molto Hobbes, tanto per citare due pesi massimi. Ma anche grande attenzione per quei pensatori, come Julien Freund, capaci di coniugare realismo politico e sapere sociologico. Oltre al costante interesse per il diritto e la dottrina dello stato, senza per questo trascurare, trasversalmente, filosofia e attualità politica. In poche parole: una rivista da non perdere, soprattutto per chi desideri evadere dalla melassa di moralismi a orologeria oggi dominante. Evadere, ovviamente, con stile e rigore scientifico.
Il nuovo fascicolo si apre con il pungente editoriale del Direttore. Dove si dà subito una dotta stoccata a quei « poteri forti» che sembrano dominare lo scenario italiano, come forme di « potestas indirecta, del potere senza responsabilità».
Segue l’interessante traduzione della prima della sei “Leçons sur le mouvement social” di Maurice Hauriou, giurista francese presto dimenticato in Italia. Una sorta di Pareto delle scienze del diritto, attento ai parallelismi tra fisica, diritto e sociologia, senza però mai abusarne.
Ottimo anche il saggio del compianto Gian Franco Lami su “Adriano Tilgher e l’Est Europeo”, che offre squarci di luce fra i due mondi e su un autore purtroppo tuttora trascurato, al quale Lami ha invece dedicato meritorie analisi critiche.
Da non perdere l’intervento di Andrea Salvatore (“Schmitt l’ultimo classico”). Dove si rivendica « l’apporto fortemente innovativo» del giurista di Plettenberg. Un’ opera importante, e per un ragione precisa, come emerge anche dallo studio di Salvatore: perché saggiamente dedita alla comprensione delle cose come sono e non come dovrebbe essere.
Notevole l’articolo di Teodoro Klitsche de la Grange su “L’ossessione dell’assoluto”. In cui si fanno i conti filosofici con la «tesi tanto spesso ripetuta» (e «altrettanto contraddetta»), da ultimo in un fascicolo-supplemento di Micromega, circa l’influenza negativa dell’ assolutismo religioso in politica. Una tesi, secondo de la Grange non sbagliata, ma a una condizione: quella di non commettere l’errore di sostituire Dio con altri assoluti, come l’individualismo e la modernità.
Stimolante anche la riflessione di Biagio di Iasio su “Libertà e sofferenza nel pensiero di Luigi Pareyson”. Dove si spiega come secondo il filosofo l’interpretazione dell’esperienza religiosa, debba configurarsi non quale discorso su Dio ma da Dio: in Pareyson la fiducia nell’esistenza della Verità, deve precedere ogni successiva indagine «se non si vuole ridurre l’interpretazione a vuota e vana esercitazione».
Chiudono il fascicolo l’interessante nota di Clemente Forte (“Tra fisica e filosofia”) e la ricca rubrica di recensioni. Dove il direttore si riserva, alcune simpatiche “unghiate” finali. Ad esempio, parlando, tra l’altro positivamente, del libro di Andrea Salvatore (Il Pacifismo, Carocci), de la Grange non può non notare, divertito, che «se sarà un successo editoriale vedremo meno bandiere e voleranno più aquiloni».

Carlo Gambescia

mercoledì 9 febbraio 2011

Massimo Fini, 
tra Sorel e Abatantuono
.






« In Tunisia sono bastati due giorni di manifestazioni, non armate, ma nient'affatto pacifiche, per cacciare Ben Alì, un dittatore che vi spadroneggiava da ventitré anni. Sarebbe sufficiente una spallata del genere per abbattere Silvio Berlusconi. Ma in Italia non si può. Siamo una democrazia, la violenza, anche minima, è bandita. Basta un cazzotto a Capezzone e siamo già al golpe. Ma qui si pone una domanda. Che difesa ha, in democrazia, il cittadino quando c'è un personaggio che l'ha svuotata di tutti i suoi contenuti e proprio grazie a questo inganno si mantiene al potere?Meditate, suorine democratiche del Fatto, meditate ».


.

Cosa dire? Che di solito si alza la voce quando si teme di non essere ascoltati. Infatti, detto tra noi: ma, oggi, chi se lo fila Massimo Fini? Nessuno.

A destra, ha pescato lettori pubblicando cose scritte due secoli fa, e molto meglio di lui, da Joseph de Maistre. E grazie alla totale incultura di un ambiente fermo ai Littoriali. Ovviamente attentissimo, il Nostro, a presentarsi come perseguitato editoriale numero uno. Salvo poi, alla prima occasione, ritornare all’ovile della grande distribuzione. Lui che predicava e predica tuttora la decrescita e il piccolo è bello.
A sinistra, lo disistimano dagli anni Ottanta, quale ex socialista destrorso. E lui ricambia. Ogni tanto ne azzecca una.
Da qualche anno si è messo a fare il Sorel dei poveri… E francamente ce la mette tutta. Sorel parlava di violenza simbolica, lui il Sorel della Bovisa invece vuole il sangue.
A dire il vero, è roba vecchia che Fini ricicla, neppure abilmente. Ripetiamo: mercanzia inizio Novecento tipo guerra igiene del mondo e menate simili. Una brodaglia culturale che purtroppo ha prodotto dittature, guerre mondiale e milioni di morti.
Tutti l’hanno capito. Eccetto Massimo Fini. Che insieme all'attore Abatantuono è rimasto l’unico in Italia a gridare “viulenza!”. Solo che Diego fa ridere, mentre Fini fa pena. Anche, così dicono, come attore.

Carlo Gambescia

.