venerdì 29 ottobre 2010

Il Manifesto d’Ottobre degli “intellettuali finiani”
Tra Badiou e Machiavelli


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Molto si è scritto sull’ incoerenza del Manifesto d’Ottobre elaborato dalle “teste d’uovo” finiane (*). Siamo d’accordo. Ma, attenzione, non perché il Manifesto tradisca le premesse di una qualche “solida” destra divina, o perché, al contrario, sia intriso di "gelatinosi" valori cripto-comunisti. Bensì perché il “patriottismo repubblicano” mal si concilia con la possibilità di favorire la partecipazione politica degli “invisibili”. Ci spieghiamo meglio.
Nel Manifesto, per un verso si punta, salendo esplicitamente sulle forti spalle di Machiavelli, sul "patriottismo repubblicano" come “consapevolezza collettiva del patrimonio materiale e immateriale”, da costruire attraverso “la partecipazione politica”. Per l’altro si proclama, abbarbicandosi implicitamente (ma il linguaggio è rivelatore...) su quelle di Badiou, Negri, Žižek, di voler dare la parola agli “invisibili” e ai “clandestini della politica”, ossia agli “esclusi dalle logiche della rappresentanza e della decisione pubblica”.
Ora, ogni inclusione non può non essere, in primis, sociale ed economica. E qui se ci si passa l'espressione, cade l'asino, perché di welfare nel Manifesto non si parla. Anzi c’è perfino una concessione al mantra iperliberista della “modernizzazione”, cui si affianca, ma solo in extremis, l’ accenno a “ promuovere un’idea espansiva e non puramente negativa della libertà” ( notare, "espansiva": si evita di usare il termine libertà positiva per non far scappare i non pochi liberisti del circolo finiano...)
Inoltre, non è possibile cavarsela a buon mercato costruendo a tavolino il mito dei possibili ceti medi riflessivi di destra, sulla cui esistenza a sinistra non crede più neppure Paul Ginsborg. Ceti, come si legge nel Manifesto, che al momento sarebbero “clandestini” o “refrattari alla vita pubblica”, solo perché “politicamente e intellettualmente più esigenti”…
Ora, ammesso pure che il ceto fenice esista, si tratta, stando alle ridotte quantità di libri e giornali che leggono gli italiani, di una minoranza che non "sposta" più voti a sinistra, figurarsi a destra, dove al libro, almeno tendenzialmente, si è sempre preferito il moschetto.
Ma dov’è l’incoerenza? Nel proporre una soluzione di destra (il "patriottismo repubblicano" ) a una questione di sinistra (quella degli “invisibili” politici e sociali).
Badiou, Negri, Žižek (che fra di loro, sia detto per inciso, non vanno d’accordo su nulla…) definirebbero il Manifesto, e di comune accordo, “termidoriano”. Perché coerentemente, dal loro punto di vista, la conseguente risposta all’esclusione politica, sociale ed economica è rappresentata dalla rivoluzione (comunista). E non dal placido e dottrinario "patriottismo repubblicano" dei professori e dei notabili borghesi, saliti al potere dopo aver eliminato Robespierre.
Altra coerenza avrebbe avuto il Manifesto se si fosse confrontato con la questione dei diritti sociali (mai nominati, a differenza dei diritti civili e politici…), tentando di dare sostanza sociale ed economica, alle sue tesi, senza per questo sposare la causa dei sanculotti o più modernamente quella della socialdemocrazia... Si chiama capitalismo sociale di mercato... Per "scoprirlo" sarebbe stato sufficiente, senza scomodare la Arendt e la città antica, leggere il buon Wilhelm Röpke. O, per restare in Italia, Abolire la miseria di Ernesto Rossi. E ci stupisce che un pensatore mai banale come Giacomo Marramao lo abbia firmato.
Ma, in realtà, era possibile la "sterzata" sociale? No. E per una ragione molto semplice, di Dna: il "patriottismo repubblicano", a voler essere indulgenti, resta un patriottismo da professori, cartaceo anche in senso letterale: dei "signori" che leggono e capiscono i giornali… Vincenzo Cuoco - tra l'altro buon lettore di Machiavelli - già due secoli fa ne aveva intuito le pericolose oscillazioni tra feroce giacobinismo e imperturbabile dottrinarismo.
E questo, probabilmente, è il principale limite metapolitico del Manifesto. Parla a pochi. E meno che mai al popolo.
Carlo Gambescia

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giovedì 28 ottobre 2010


La rivista della settimana: “Catholica”, Automne 2010, n. 109, pp. 152, euro 12,00. 

http://www.catholica.fr/



Au-delà de la crise... Così recita il titolo del dossier che dà il nome al nuovo numero di "Catholica" (Automne 2010, n. 109, pp. 152, euro 12,00). Un auspicio che rinvia anche al classico pensiero della crisi… Siamo allora davanti a un fascicolo di taglio spengleriano? Non proprio. Il nostro richiamo al celebre cantore dei tramonti a tinte fosche è sur un ton plaisante, o scherzoso. Infatti “Catholica”, come sintetizza nell’editoriale il direttore, Bernard Dumont, non ama le compiaciute passeggiate tra le rovine, né crede in alcun post-moderno Cesare carismatico, insediato dalle masse. Ma, eventualmente, rivolge lo sguardo al magistero del Papa e della Chiesa Cattolica: l’unica forza, “à condition de reprendre sa libertè complète de parole enverse la modernité tardive”, in grado di far uscire la nostra società “du marasme”.
Compito non facile, come si può intuire anche dai diversi interventi. Dove appunto si tratteggiano scenari epocali molto complessi e perciò non totalmente padroneggiabili neppure da un redivivo Urbano II. Chi risponderebbe oggi all’appello di Clermont? Questo è il problema.
Ma veniamo ai contributi. Il dossier si apre con un ottimo articolo di Christophe Réveillard sui tentennamenti politici dell’Unione Europea ( Entre perplexité et fuite en avant. L’Union européenne face à la crise, pp. 10-23), cui segue un’intervista del bravo Jean-Michel Huten a Hervé Coteau-Bégarie, studioso di strategia, dal titolo per molti lettori sicuramente invitante (La mondialisation peut-elle cesser?, pp. 24-33). Dove si evidenzia la crescente contraddizione tra globalizzazione economica e disgregazione sociale e politica. Di qui, la possibilità di una “rupture inévitable” ma di cui “nous ne savons pas quand ni comment elle va se produire”. Di grande spessore il contributo di Bernard Wicht, altro docente di strategie geopolitiche (Une nouvelle Guerre de Trente Ans? Réflexion et hypothèse sur la crise actuelle et ses suites possibile, pp. 34-50). Dove appunto si avanza l’ipotesi di una “nuova guerra dei trent’anni”, europea s’intende, rivolta alla “liquidation de la société industrielle” e all’ “accouchement (parto, n.d.r.) de la société de l’information”. Ma da cui, crediamo, l’Europa, se non vi sarà prima riforma morale e intellettuale, rischia di uscire pronta, non tanto per una nuova “forme de renaissance” quanto per autorelegarsi nel museo archeologico della storia. Come del resto sembra intuire anche Pierre de Lauzun nel suo commento al testo di Wicht (Crise financière et géopolitique, pp. 48-50). Quindi, come dicevamo all’inizio, una nuova Clermont, presuppone una "reconquista" della società, purtroppo ancora lontana.
Sotto quest’ultimo aspetto, il fascicolo offre nella sezione miscellanea, tra gli altri, due eccellenti interventi, che pur toccando campi diversi giungono alla stessa conclusione : il primo di Laurent Jestin (Faut-il “recadrer” l’interprétation de Vatican II, pp. 51-63); il secondo di Gregor Puppinck (La liberté religieuse et les paradoxes du réel. Une approche juridique, pp. 64-79). Per quale ragione? Perché in buona sostanza, nei due contributi si sottolinea come la Chiesa post-conciliare, per una curiosa (ma per i "pre-conciliaristi" fino a un certo punto...) eterogenesi dei fini, pur proponendosi di ritornare a parlare a molti, umanizzando l’esperienza del Cristo e quella della libertà, abbia ottenuto il risultato contrario. Quale? Quello di essere ascoltata da pochi... E sempre più spesso dalle persone sbagliate...
Bello e “sentito” il ricordo di Bernard Dumont del filosofo Thomas Molnar, scomparso quasi novantenne nel luglio scorso (In memoriam, pp. 80-87). Sicuramente, un instancabile lavoratore dell' intelletto che rimane - con Augusto Del Noce - il più originale critico cattolico del nichilismo tardo borghese. Al ricordo di Dumont sono affiancati alcuni brani tratti dal libro-intervista di Molnar, curato dallo stesso Dumont, apparso in Italia nel 2005 (Dove va la tradizione cattolica?, Edizioni Settimo Sigillo - http://www.libreriaeuropa.it/ ).
Segnaliamo infine, due contributi italiani, piccole e preziose perle che vanno a incastonarsi in un fascicolo già di per sé tutto da leggere: il primo di Teodoro Klitsche de la Grange (Hipatie avait-elle lu Kant, pp. 127-139), dove il direttore di "Behemoth", ironizza, con il suo tocco felpato, “sull’alambiccato” (il termine non è nostro ma del critico Fabio Ferzetti) film di Alejandro Amenàbar; il secondo di Claudio Finzi (Savorgnan de Brazza. Ou la nuit coloniale démentie, pp. 119-126), in cui lo storico delle dottrine politiche fa brillantemente il punto su un “colonizzatore” ed esploratore ottocentesco, poco in sintonia con la durezza se non ferocia dei suoi tempi.
Come sempre ricche e intriganti le sezioni Lectures (pp. 131-141) e Bibliographie (pp. 142-149).
Buona lettura a tutti.

Carlo Gambescia

mercoledì 27 ottobre 2010

Tre sfide per la politica
Socialità, economia e ambiente 



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Ieri abbiamo parlato di "monnezza" italiana, magari anche celiando... Oggi vorremmo estendere la nostra analisi, più "seriosamente", alle questioni in ambientali e in particolare al rapporto tra politica ed ecologia. 
Una premessa. Quando si parla di questioni ambientali si corrono sempre due rischi. O si considera la natura come qualcosa di indipendente dall’uomo, con le sue leggi eterne, come fa certo “fondamentalismo verde”. Oppure la si concepisce come un universo manipolabile, alla stregua di certi economisti che celebrano le leggi, altrettanto imprescrittibili, di un mercato onnivoro.

Crediamo che la verità, almeno dal punto di vista sociologico sia nel mezzo. La natura e l’economia hanno cicli ecologici e produttivi che vanno rispettati, ma anche la società ha le sue costanti, alle quali ubbidire. E una di queste costanti rinvia alla forza espansiva della socialità umana.
Di che cosa parliamo?
L’uomo tende a riprodursi, non solo biologicamente, ma anche socialmente. E in che modo? Creando intorno a sé, anche nei contesti più sfavorevoli, le condizioni materiali e culturali che gli consentono di riprodursi socialmente. E ciò implica la progressiva manipolazione della natura e dell’economia. La storia umana, con le sue civiltà, ma anche con i sue guerre, testimonia questa “volontà di manipolazione sociale”. Che non è altro che il motore di una socialità umana, che però superati certi limiti, rischia di auto-distruggersi.
Qui si apre l’intrigante capitolo del rapporto tra socialità, natura ed economia. Infatti, la volontà di sopravvivere, manipolare e svilupparsi anche nelle situazioni meno adatte rischia di essere messa a dura prova dallo sfruttamento intensivo dell’ambiente. Una crescente fame di risorse che ne rappresenta il risvolto negativo. Facciamo due esempi.
Si pensi alla capacità di adattamento e sviluppo di certe comunità di immigrati: “gli irregolari”, che spinti dalla globalizzazione economica, riescono a ricostituire nei luoghi più impensati delle nostre città, comunità materiali e culturali di vita . Certo, ben al di sotto di quegli standard che spetterebbero loro come persone, dotate di diritti e doveri sociali. Ma si pensi anche alle stesse capacità di resistenza, mostrate dai cittadini “regolari”, che vivono in città sempre più inquinate, a causa di uno sviluppo capitalistico privo di regole. Che intendiamo dire? Che pur vivendo in contesti economici e sociali diversi, gli uomini mostrano eguali capacità di vivere e riprodursi. Ma fino a quando vi riusciranno?
Il vero dilemma, infatti, è rappresentato dai due volti della socialità umana: per un verso è forza di integrazione, perché permette di sopravvivere nelle condizioni più difficili; per l’altro rischia di disintegrare le condizioni stesse della vita sociale, esplicitandosi in capitalismo selvaggio e inquinante.
Ovviamente, non pretendiamo qui di risolvere i massimi problemi della condizione umana. Tuttavia un punto va chiarito.
La dialettica tra integrazione e disintegrazione ha bisogno, semplificando al massimo, di una risposta politica. Il fatto che la socialità umana da forza positiva rischi sempre di trasformarsi in negativa, richiede decisioni politiche, anche forti e capaci, come ogni decisione politica, di creare e gestire il conflitto.
Insomma, se la socialità umana, scorre come le acque di un fiume, dall’alto verso il basso. Irrorando i campi, ma spesso anche allagandoli, fino a distruggere, con rovinose piene, villaggi e città. Allora servono dighe o comunque opere di sistemazione capaci di evitare alluvioni e rovine. Fuor di metafora: la globalizzazione economica priva di regole va contrastata. Ovviamente, si tratta di un compito che spetta alla politica. Proprio per consentire alla socialità umana, introducendo decisioni e regole (le dighe di cui sopra), di svolgere la sua opera senza provocare (eccessivi) danni, soprattutto all’ambiente.
Si dirà che il nostro è un discorso astratto, da teorici. Forse. Ma non lo è meno di quello dei fondamentalisti verdi o degli strenui difensori del mercato. Perché anch’ essi, partono da una visione della socialità umana, ovviamente opposta alla nostra. Ma dalla quale, in quanto visione (come capacità di rappresentare l’uomo), si deve ripartire per poi giungere alla politica, quella vera. Dal momento che i contenuti delle regole (le dighe…) da introdurre, riguardano solo la politica.
Ma vediamo, anche per concludere, quali sono le divergenze di fondo tra i due fondamentalismi.
Per l’ambientalismo radicale la socialità umana non è al centro della natura, ma viene ricondotta nell’alveo di una socialità animale di specie tra le altre specie. Per il fondamentalista dell’economia, l’unica forma di socialità umana è quella economica. Per il primo, l’uomo è un animale tra gli animali, che una volta “liberato” dalle costrizioni sociali sarà capace di ritrovare individualmente il proprio equilibrio ambientale. Per il secondo, l’uomo deve solo credere nel dio-mercato, dal quale giungerà prima o poi la salvezza, magari grazie all’utilitaristica scoperta di qualche miracoloso “ritrovato” contro l’inquinamento globale… Entrambi, insomma, credono nei meccanismi autoregolatori del mercato o della natura animale dell’uomo. E rifiutano le “dighe” della politica.
Ma fino a quando potranno permetterselo? La risposta, dipende anche da noi, o meglio da chiunque creda nella forza della politica. E soprattutto della capacità della politica di conciliare progresso economico, diritti di libertà e rispetto della natura. Una Mission Impossible ? Forse. Ma perché non tentare?


Carlo Gambescia 

martedì 26 ottobre 2010

La "via italiana"...
Federalismo “della monnezza”?


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E così dopo il federalismo fiscale pure il federalismo “della monnezza”.

L'antefatto. Nei giorni scorsi a causa dei "fuochi artificiali", si fa per dire, di Terzigno e dintorni, i media non hanno dato grande importanza ai toni usati da Luca Zaia, presidente, pardon generale leghista del Veneto, molto simili a quelli dei Kosovari… I quali, a dire il vero, trattano come “monnezza” i Serbi (e viceversa). In realtà, per l’ex Ministro dell’Agricoltura l’ immondizia è solo immondizia. Solo che per lui quella veneta è più uguale delle altre…
Ma che cosa ha detto il “generale” Zaia? Che “la spazzatura ognuno se la deve tenere a casa propria”. Ma ascoltiamolo: “ E’ scandaloso assistere alle scene che si vedono in tv: guerriglia urbana per le immondizie. Non so se sarò da solo in questa battaglia, io difendo i veneti: qui ‘non passa lo straniero’ ”. Non contento, ha rilevato: “Un federalista impenitente quale sono, e come sono molti amministratori che conosco, non può che sollecitare che i rifiuti vengano smaltiti in loco”. Questo vuole anche dire, ha concluso il presidente del Veneto, “avviare un progetto, fare un inoculo di federalismo anche in quei territori dove magari si vivono meno il senso dell'autonomia. E autonomia non vuol dire solo gestire la spazzatura, ma decidere in casa propria fatti molto importanti”( http://www.lucazaia.it/it/index.php?s=postit_dett&newsId=9f82f70e9465da8ebe8179ecf66aab06&title=RIFIUTI+DI+NAPOLI ).
Ovviamente, il “Serbo-Napoletano”, Caldoro, a sua volta “generale” della Regione Campania, ha subito replicato al Kosovaro-Veneto: “Se questa arroganza viene dalla Lega - allora risponderemo alla Lega colpo per colpo. Combatteremo e alla fine le buone ragioni prevarranno” (http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=122181&sez=NAPOLI - http://infosannio.wordpress.com/2010/10/12/caldoro-si-smarca nel-pdl-in-crisi-la-lega-e-arrogante-e-prepotente/ ). Come dire, se c’è anche da morire “per la monnezza”, magari a colpi di uova marce e lattine vuote di birra, moriremo.
Domanda, per il “generale” Zaia: ma dei rifiuti napoletani non si occupava la Enerambiente? Azienda privata veneta? Sì ( ci rispondiamo da soli). E allora, non è che i rifiuti del Veneto magari siano finiti in Campania. E’ un’ipotesi s’intende… Che rilanciamo, perché qualche collega blogger “investigativo”, possa raccoglierla. Per ora si sa solo che la Enerambiente ha subappaltato ad alcune cooperative locali, che a loro, volta… E qui ci fermiamo per evitare il gioco della scatole cinesi. Ma, probabilmente, nell’ eccesso di frammentazione si è infilata la Camorra. Dopo di che blocchi, incendi, non tutti genuini, per dividersi o riconquistare il territorio perduto.
Non crediamo neppure che i “superconsulenti veneti” che Zaia vuole inviare a Napoli - che ricordano tanto i furbi consulenti europei dei viziosi Pascià - possano “risolvere” una questione di trasparenza, cui la Enerambiente non ha saputo fare fronte.
Il problema non è napoletano o veneto ma riguarda il modello di sviluppo (lasciateci volare alto…). Una questione colta con largo anticipo dal grande Italo Calvino. Il quale nel lontano 1972, scriveva nelle Città Invisibili:

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“La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello d’apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove”.
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Tradotto: Nella Leonia-Italia bisogna consumare di meno, o comunque con razionalità e intelligenza. La scelta non è di morire “per la monnezza” , come sembrano bellicosamente sostenere Zaia e Caldoro. Ma “di monnezza”… Nel senso di “in mezzo” all’immondizia… E tutti, veneti e campani inclusi.

Carlo Gambescia

lunedì 25 ottobre 2010

Simpatie...
Perché ci piace Marchionne


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Nel marasma politico ed economico italiano, dove politici, imprenditori e sindacalisti dicono una cosa e ne fanno un' altra, l’unico che sembra puntare sulla trasformazione delle parole in fatti è Marchionne.
Attenzione, non ci piace per quello che dice, ma per come lo dice… Si prenda l’intervista a Fazio - altro bel campione dell’ipocrisia italiana, languidamente sbilanciata a sinistra e con a casetta (sulla Senna, of course) il filippino in livrea... Bene, Marchionne ha espresso chiaramente il suo pensiero, senza remore buoniste, su una certa idea, chiara e precisa, dell’Italia. E soprattutto sull’innegabile ruolo storico della Fiat, nonché sulla necessaria ma non obbligatoria collaborazione della grande azienda automobilistica con lo Stato. Prendere o lasciare (*). 

Marchionne ricorda nello stile quei borghesi più "leoni" che "volpi", che tanto piacevano a Pareto. Consapevoli di giocare un ruolo di classe e in grado di battersi fino alla morte, senza esclusioni di colpi. E soprattutto in modo coerente rispetto all' ideologia borghese.
Qui perciò servono risposte altrettanto precise e chiare da parte di Stato e sindacato. E non parole vaghe (Sacconi, Uil e Cisl) sui soli benefici della “cassa integrazione” o su pur importanti diritti ma con pochi doveri ( Cgil e in particolare Fiom), magari giocando - solo giocando... - alle obsolete e narcisiste liturgie di massa o all' occupazione delle fabbriche in stile 1920, per scambiare il tutto, alla fine, con il solito osso con pochissima polpa.

Detto fuori dai denti: occorrono una politica industriale degna di questo nome e un sindacato, realmente riformista, capace di imporre impegni precisi, diremmo ferrei, sullo scambio tra aumenti di produttività e crescita dei salari .Il resto è fuffa.
E Marchionne l’ha capito.


Carlo Gambescia


venerdì 22 ottobre 2010

A proposito della "neolingua" di Berlusconi...
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Riceviamo e pubblichiamo volentieri il ghiotto commento dell'amico Teodoro Klitsche de la Grange (*) allo scritto sulla "neolingua berlusconiana" del professor Gustavo Zagrebelsky. Il testo del Presidente emerito della Corte Costituzionale è uscito in sintesi su "la Repubblica" il 14 ottobre scorso ed è consultabile anche in Rete. Si veda ad esempio qui: http://legvaldicornia.wordpress.com/2010/10/14/la-neolingua-del-cavaliere/ .
Anche noi, a suo tempo, ci siamo occupati, seppure marginalmente, del pensiero politico del professor Zagrebelsky, a dire il vero non sempre originale e lineare (cfr. qui: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2007/05/il-libro-della-settimana-g-zagrebelsky.html ).
Buona lettura. (C.G.)

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Il professor Zagrebelsky, 
Berlusconi e le "battaglie semantiche"

di Teodoro Klitsche de la Grange


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Si può leggere sulla rete la sintesi di un intervento del prof. Gustavo Zagrebelsky sulla “neolingua del Cavaliere” secondo cui “nella lingua del nostro tempo, si nota la presenza sovrabbondante di un lessico che non sarà certo quello di Schiller ma è forse piuttosto quello di Berlusconi, dei suoi e dei loro mezzi di comunicazione che si esprimono come lui. E noi abbiamo cominciato a parlare come loro”; in sostanza il Presidente emerito della Corte costituzionale ripropone un tema – il rapporto tra lingua e politica – tra i più presenti agli addetti ai lavori (cioè ai politici) anche se tra i meno frequentati dagli studiosi. Tra questi, uno dei più antichi – che ci risulti - è quello del giovane Hobbes che, commentando Tacito, sottolineava la sagacia di Augusto nel cambiare radicalmente la Costituzione romana, perché evitava (in specie per sé) qualsiasi termine che fosse inviso al “senso comune” dei romani: pur essendo in sostanza un rex o un dictator (e a vita) si contentò della carica di Tribuno della plebe (ma a vita) e del termine imperator, in sé “neutro” e non rievocante né il periodo monarchico né quelli più drammatici della fine della repubblica.
Un modo sottile per edulcorare una prassi di segno contrario con un linguaggio “neutro” e non “indisponente”.
Ma forse il prof. Zagrebelsky è andato, con le sue considerazioni, fuori del seminato. Quando, ad esempio, scomoda la teologia politica per l’espressione “scendere in campo” (come se si trattasse della discesa sulla terra di un salvatore, se non addirittura di una novella Incarnazione), a chi la legge (o la ascolta) quella ricorda più il significato letterale (reso più probabile dall’essere Berlusconi presidente di una squadra di calcio), perché dato che il campo sta più in basso delle tribune dello stadio, per giocare la partita è necessario giocoforza scendere al livello del terreno.
E lo stesso – che le tribune stiano più in alto del “campo” (o del palcoscenico) succedeva nel medioevo per i tornei, nell’antichità per gli anfiteatri e i circhi e così via: non pensiamo, per motivi di visibilità (e non di teologia politica) che sia esistito al mondo e nella storia umana un “campo” in cui gli spettatori stessero più in basso dei “competitori”.
E quanto alle altre parole indicate come rivelatrici della neolingua non cambia il tentativo di cercare un significato più distante (e quindi improbabile) invece della metafora più prossima ed usuale; così il contratto – che a un modesto pratico del diritto come chi scrive ricorda la definizione dell’art. 1321 c.c. (l’accordo di due o più parti per costituire, modificare, estinguere…) - e suggerisce quindi l’impegno ad eseguire quanto “stipulato” tra i contraenti, al prof. Zagrebelsky appare invece un giudizio di Dio, una “buona novella” annunciata dagli “apostoli della libertà”, il “riconoscimento del salvatore da parte dei salvati”. Ma resta il fatto che non si capisce né la relazione tra fare un contratto e il “giudizio di Dio” né tantomeno come il contratto (che ricorda sia pure in senso di metafora la parità dei contraenti, le obbligazioni da adempiere e così via) possa trasformarsi in una rivelazione soteriologia (anche perché non ci risulta che Cristo abbia stipulato un contratto con l’umanità, dato che la grazia non è acquisibile con un negozio giuridico, neppure per adesione).
E l’amore? Qua il Presidente emerito critica anche il Partito democratico, che avrebbe imitato il cavaliere. Invece l’amore in politica – e sempre metaforicamente – è la base dell’ “amicizia” cioè di quell’insieme di relazioni che fa si che esista una comunità politica. Ed è polemicamente indirizzato – e questo il prof. Zagrebelsky, anche indirettamente lo sottolinea – contro quelle ideologie volte a sovvertire, attraverso la costituzione di un altro “centro” di rapporti d’amicizia (la classe, il partito, la razza, il Terzo Stato, e così via), la comunità politica; e di cui la modernità ha abbondato fin troppo. Il cui effetto è suscitare un odio (di classe, razza) di una parte della popolazione contro un’altra parte (borghesi, preti, aristocratici, ebrei, kulaki, …). E si sa, da Eschilo in poi, che il nemico è stato un potente collante dell’unità politica: e così l’odio verso il nemico, da certe classi dirigenti è stato accuratamente coltivato e strumentalizzato, anche indirizzandolo contro il vicino di casa.
E che l’Italia, paese che a partire dalla Rivoluzione francese, di guerre civili ne ha avute quattro (dalle insorgenze del 1798-99 al Risorgimento, dal “biennio rosso” e relativa reazione fascista, alla resistenza), abbia bisogno – e in parte si è raggiunto - di praticare meno l’odio e i di esso fomentatori che l’amore, è sicuramente opportuno.
Per l’assoluto; tale vocabolo suggerisce per lo più la chiarezza di impegni e decisioni irrevocabili. Giustamente il prof. Zagrebelsky dice “L’assoluto, invece, comanda e pretende obbedienza” mentre il “relativo è ciò che costringe al confronto e induce a pensare”. Solo che la politica non è la scienza: mentre in questa il “relativo” cioè l’ipotesi verificabile e “falsificabile” è la regola, nel mondo politico (e giuridico), che non è un laboratorio scientifico, c’è sempre il momento dell’assoluto, di ciò che non è ulteriormente discutibile, quale oggetto (e conseguenza) di decisioni irrevocabili. Dal giudicato tra condomini, risalendo fino agli atti espressione di sovranità (come quelli costituenti o dello stato d’eccezione, le rotture costituzionali e così via). In fondo aveva ragione Locke quando diceva che, in certi frangenti, non c’è che l’appello al cielo (altro Assoluto). E ancor di più Vico nel sostenere, distinguendo tra certum e verum, che certum ab auctoritate, verum a ratione. La certezza richiede l’autorità, la verità la ragione, e non sempre, per così dire, coincidono: anzi, non coincidono spesso e, in ogni caso una comunità può prosperare senza verità assolute, ma non senza certezze.
Fare – lavorare – decidere. Anche qua il Presidente emerito sostiene che questo è frutto di un’ "ideologia aziendalista" del fare e del lavorare mette in evidenza, esaltandolo, il momento esecutivo e ignora, anzi nasconde il momento deliberativo: "Chi decide, in che modo decide e che cosa decide? Tutto questo è "assolutamente" fondamentale in democrazia perché rappresenta il momento formativo e partecipativo delle scelte politiche. La logica aziendalista, trasportata in politica, fa dell’efficienza l’esigenza principale: efficienza per l’efficienza. Il fare per il fare: attivismo". Veramente nelle aziende il fare è normalmente finalizzato al vendere: l’attivismo, senza acquirenti, è merce che impolvera sugli scaffali. Tuttavia uno Stato è altrettanto vincolato alla logica del fare e decidere ancor più che qualsiasi altra “entreprise” come sosteneva Maurice Hauriou. Il quale, non a caso, pur vivendo in una repubblica parlamentare (che più parlamentare non si poteva) sottolineava la priorità del potere esecutivo-governativo rispetto a quello delibérante (così chiamava il potere del Parlamento), proprio perché senza un governo una comunità si dissolve; mentre senza un Parlamento può esistere, come la storia prova. Forsthoff sosteneva qualcosa di non molto diverso quando nella legge sottolineava l’elemento della ratio, nel provvedimento quello dell’actio. Se l’actio senza ratio è attivismo, la ratio senza actio è inutile. Pura glossocrazia.
Infine il politicamente corretto, contro il quale sarebbe stata condotta una “battaglia semantica”. Ma anche qua, da almeno duemila anni si sa che, sotto le espressioni accattivanti, corrette, educate, spesso si nasconde una realtà e un’intenzione contraria. Lo sapeva già Tacito, quando nel discorso che mette in bocca a Petilio Ceriale, questi diffida i Galli dal credere alle belle espressioni usate dai Germani per indurli a “liberarsi” del dominio romano: “Sempre identico e unico è il motivo del passaggio dei Germani nelle Gallie, l’avidità senza limiti e la smania di cambiare sede: vogliono lasciare le loro paludi e le loro terre desolate per impossessarsi di questo suolo così fertile e di voi stessi. Naturalmente accampano la libertà e altre belle parole, ma chiunque abbia voluto asservire e dominare gli altri è sempre ricorso alle stesse identiche parole”.
Quindi quel genere di “battaglie semantiche” – e le ragioni che occultano - sono note e praticate (almeno) da 2000 anni. E di esempi sia a livello di politica interna che internazionale recentemente non sono mancati: come le guerre per “l’esportazione della democrazia”, per i diritti umani e via favoleggiando.
In (quasi) tutte le tesi del Presidente emerito ci sono – espresse ovvero implicite – delle presenze costanti (e deprecate): quelle riconducibili a valutazioni più realistiche e non tributarie di molte aspirazioni (e illusioni) della modernità. Di tali aspirazioni, illusioni e buone intenzioni la neolingua dell’ “ortodossia repubblicana” (quella che il berlusconismo starebbe soppiantando) era – ed è – piena. Frutto anche di un’egemonia durata oltre un quarantennio, che, solo nell’ultimo ventennio progressivamente ridimensionata, ora (forse) volge al termine. La “spaccatura”, cui accenna il Presidente emerito è il risultato, lessicale, del deperimento di quell’egemonia. D’altra parte, se i partiti della prima repubblica sono quasi tutti venuti meno, e quelli residui – essenzialmente gli ex – comunisti e la ex sinistra DC, raccolgono ormai un terzo scarso dell’elettorato, questo fatto (reale), anch’esso spia del mutato common sense, deve avere qualche conseguenza linguistica.

Teodoro Klitsche de la Grange

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(*) Avvocato, giurista, direttore del trimestrale di cultura politica “Behemoth" (http://www.behemoth.it/ ).
Tra i suoi libri: Lo specchio infranto (1998), Il salto di Rodi (1999), Il Doppio Stato (2001), L'apologia della cattiveria (2003), L'inferno dell'intellettuale (2007), Dove va lo Stato? (2009).
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giovedì 21 ottobre 2010

Il libro della settimana: Edward Shils, Tradition, University Chicago Press, pp. 334.

http://www.amazon.com/Tradition-Edward-Shils/dp/0226753263
Il vero problema non è la tradizione ma... il tradizionalismo, specie se dottrinario, tipo "La Tradition c'est moi ! ". Anzi, per essere ancora più chiari: i tradizionalisti delle più diverse, esoteriche e rigide osservanze. A questo proposito vogliamo tornare sul bel libro di Edward Shils, uscito per la prima volta nel 1981, e riedito qualche anno fa: Tradition (University Chicago Press, Chicago 2006, pp. 334). E purtroppo non ancora tradotto in italiano. Un volume, insomma, che per l’ampiezza e ricchezza delle sue argomentazioni merita di essere calorosamente raccomandato al lettore italiano, soprattutto se attento a queste tematiche, ma ovviamente non in chiave antiquaria e autoconsolatoria. E chi ci segue, sa quanto il pensiero di Shils ci sia stato utile nella stesura di Metapolitica.
Ma, prima di prendere la rincorsa, soffermiamoci un momento sull’autore. Presentiamolo.
Edward Shils, scomparso nel 1995, alla venerabile età di ottantacinque anni, ha insegnato sociologia negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Di origine russo-ebraica, naturalizzato americano, attento studioso di Max Weber e Karl Mannheim, e per un certo periodo collaboratore di Talcott Parsons, figura carismatica della sociologia americana, la cui teoria delle funzioni sociali, in pratica, riproponeva, modernizzandolo, il famoso apologo di Menenio Agrippa.
Shils ha goduto di un momento di celebrità in Italia. Nel 1983, infatti, ricevette il premio Balzan, e sempre nello stesso periodo su invito di Giovanni Paolo II, partecipò agli incontri estivi di Castel Gandolfo, tra il Papa e importanti uomini di cultura. Dopo di che scivolò in una specie di limbo intellettuale. Del resto uno studioso, non cattolico, ma apprezzato dal Papa, non poteva incontrare il favore di una sociologia, come l’italiana, che in quegli anni, pendeva ancora dalla labbra di Marx. E così, a quanto ci consta, l’ unico suo libro tradotto resta Centro e Periferia. Elementi di macrosociologia (Morcelliana 1984) dove svolge alcune degli argomenti sviluppati in Tradition . Un testo esaurito da anni. Ed è un peccato, perché Shils è stato l’unico sociologo, della seconda metà del Novecento, a occuparsi esplicitamente di tradizione.
Ora, che gli ambienti progressisti, lo abbiamo snobbato non deve stupire più di tanto, mentre è non è strano che un libro come Tradition, tra l’altro uscito, come già anticipato, in prima edizione nel 1981, sia sfuggito anche ai tradizionalisti, non dico statunitensi (alla cui parrocchia Shils non aderì mai ), ma italiani.
Però, in effetti, una ragione c’è. Shils “analizza” la tradizione freddamente. Non è interessato a nessuna concezione ab aterno . Insomma, non cerca di giustificare visioni metastoriche di qualsiasi tipo, o ancora peggio, di risuscitare, come uno sciamano, istituzioni storiche, morte e sepolte. Mentre distingue, ottimamente, fra la tradizione in quanto tale (la “tradizionalità“, “substantive traditionality”), che obiettivamente garantisce la continuità sociale attraverso la trasmissione dei valori, e i contenuti delle tradizioni, sui quali di solito si appuntano gli strali delle critiche ideologiche “tradizionaliste” e “antitradizionaliste”. Critiche che, spesso per partito preso, finiscono per gettar via il bambino (la “tradizionalità) con l’acqua sporca, del “tradizionalismo” o dell’ ”antitradizionalismo”, secondo le rispettive preferenze.
Ma Shils non si ferma al tradere. Infatti il termine tradizione, come è noto, viene dalla voce dotta latina traditione(m) che a sua volta proviene dal verbo tradere nel suo significato di “consegnare” (dare) “oltre” (tra), di qui il termine traditio, come “ dare ( "consegnare") oltre” . Ma lasciamo parlare l’autore: 


“ La tradizionalità è compatibile con qualsiasi contenuto sostanziale. I modelli di pensiero, di credenze e relazioni sociale, le pratiche, le tecniche, gli oggetti, creati o meno dall’uomo, e suscettibili di essere trasmessi, possono diventare una tradizione” (p. 16).

Non tutto però “è tradizione”:

“Provare un sentimento non è tradizione: è solo qualcosa che avvertiamo all’improvviso. Un giudizio razionale non è tradizione: è un’asserzione di tipo logico (…) . Un processo di produzione industriale non è tradizione: è una pura e semplice organizzazione di alcune azioni individuali (…). L’esercizio dell’autorità non è tradizione: è un insieme di parole scritte e parlate volte a promuovere o meno alcuni adempimenti individuali. L’esecuzione di un rito, sia che si tratti di un atto (…) celebrativo di un anniversario(…), o di lealtà nei riguardi di un sovrano, magari attraverso un banchetto, non è tradizione: è solo un insieme di parole e movimenti fisici espressivi di fugaci credenze e sentimenti " (p. 31).
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E allora? Per parlare di tradizione serve qualcosa di più, non basta la pura “riproduzione (o trasmissione) sociale” di una certa cerimonia. Occorre che ogni società abbia un “centro”: un “Guiding Pattern”. Un “modello-guida” capace di indirizzare il comportamento che viene reiterato, dando agli uomini la consapevolezza storica, sociale e morale che “quel che stanno facendo sia intrinsecamente giusto” (p. 32). Dal momento che le “tradizioni sono la ‘componente tacita’ delle azioni razionali, morali e cognitive” (p. 33). Senza le quali l’uomo precipita nell’individualismo anomico (privo di regole).
Di qui una serie di analisi molto acute, intorno alle quali si sviluppa il libro. Dall’ esame delle più diverse e opposte tradizioni religiose, politiche, culturali,: dal monoteismo al politeismo, dal liberalismo al socialismo, solo per citarne alcune. Paradossalmente, secondo Shils, la necessità umana di punti riferimento costanti avrebbe addirittura creato nei secoli moderni (antitradizionali per eccellenza), una tradizione dell’antitradizione, fondata sull’idea di progresso infinito e la fine di ogni particolarismo sulla terra, come nel caso del comunismo. Che tuttavia nella Russia sovietica, come fa notare l’autore, “dovette adattarsi ai pregiudizi [nazionalisti, e dunque “passatisti”] dei suoi effettivi aderenti” (p. 238). Per Shils, infatti, fare i conti con la realtà, con quel che realmente pensa la gente, significa fare i conti con le tradizioni, o meglio con la “tradizionalità”: con quelle credenze che mescolando passato e presente nella vita quotidiana delle persone, rendono loro chiara l’altrimenti incerta navigazione nel mondo dei significati sociali.
Particolarmente interessante è la parte dedicata ai modelli di “stabilità e cambiamento”. Secondo Shils una tradizione scompare quando non è più grado di soddisfare il naturale bisogno nell’uomo di regolarità sociale. Il suo “centro” si inaridisce spiritualmente, come fu nel caso delle religioni precristiane, e non riesce più a gratificare moralmente i suoi fedeli e seguaci. Anche se - ecco l’aspetto interessante delle sue tesi - il politeismo in quanto “tradizionalità”, in realtà non è mai scomparso totalmente, anche all’interno dello stesso cristianesimo, quale “centro” di irradiazione, come ad esempio mostrano i culti “periferici” dei santi.
In realtà, Shils mostra che la “tradizionalità” come impasto di passato e presente (i cui ingredienti principali, e per alcuni i migliori, sono sempre i più antichi…), non potrà mai scomparire, perché se ciò accadesse verrebbe meno la stessa socialità umana, e di riflesso ogni forma di vita civile. Pertanto l’uomo, soprattutto se istruito e colto, vive, senza saperlo, immerso nella “tradizionalità”: quando legge l’Iliade di Omero, per poi magari spiegarla agli altri; quando risolve un complesso problema giuridico, usando categorie che derivano dal diritto romano; quando si sposa e mette su famiglia, assentendo tacitamente al valore della monogamia, che ha origini antichissime. E così via.
A questo punto il lettore si chiederà, se al di là della “tradizionalità”, Shils abbia anche una sua tradizione” di riferimento. Certo, ed è quella liberale e moderatamente illuminista. Si tratta di un liberalismo alla Raymond Aron che teme gli eccessi dello stato ma anche quelli del mercato. E di un illuminismo ben temperato dalla conoscenza storica e sociologica, come in Ortega. Scrive Shils:


“Una società è un fenomeno “trans-temporale. La sua esistenza non è rappresentata dal vivere in un certo preciso momento. Ma dall’ esistere nel tempo. Ogni società si costituisce temporalmente. ” (p. 327). .
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E chiunque la privi della sua storia la condanna a morte. Sotto questo aspetto un illuminismo liberale che continui in futuro a deificare il progresso e disprezzare le tradizioni “è un errore colossale”. Mentre il suo compito dovrebbe essere quello di aiutarci, iniziando a scoprire storicamente

“quel che è vivo o morto nell’illuminismo stesso, visto che si è sviluppato a dismisura, perdendo la sua vitalità fino al punto di divenire ingombrante” (p. 330).
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Ecco, quanti tradizionalisti ab aeterno, ferocemente anti-illuministi e anti-liberali, sarebbero disposti a fare autocritica come Shils? Difficile dire. In realtà, progressisti a parte, il vero problema, come abbiamo detto all'inizio, non è la tradizione ma il tradizionalismo. O comunque, certo tradizionalismo. 

Carlo Gambescia

mercoledì 20 ottobre 2010

"Alessio (Burtone) libero!"
Richiamo della foresta? No, del “gruppo




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Alessio Burtone, il ragazzo romano che ha ucciso a pugni Marcica Hahaianu, infermiera romena regolarmente residente in Italia, è da ieri in prigione in attesa di un giusto processo.
Ma quel che colpisce, e negativamente, di una storia già di per sé gravissima, è la violenta reazione "degli amici di quartiere" al suo trasferimento in carcere. Ecco, qualche esempio degli insulti urlati all’indirizzo dei carabinieri, nel tentativo, tra l’altro, di passare dalle parole ai fatti, fortunatamente non riuscito: “Alessio libero!”, Alessio! Uno di noi” e “Carabinieri infami!”(per una ricostruzione, forse a tinte troppo fosche, si veda qui: http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=33467&sez=HOME_ROMA&npl=&desc_sez= ).

Un momento di attenzione però: "quel che colpisce ” non tanto dal punto di vista morale e delle regole sociali e penali vigenti (aspetti già abbondantemente "sfruttati"dai giornali), bensì da quello della nostra metapolitica “sociologica”.

Allora, che dire?
In primo luogo, va evidenziato il ruolo del riconoscimento identitario: una sorta di “istinto” sociale profondo, fondato sul senso di appartenenza e insito in ogni gruppo sociale. Un “istinto” che gioca un ruolo fondamentale: l’appartenenza, come riconoscimento di un' identità comune (che può essere ascrittiva o acquisitiva, ma non vorremo complicare troppo le cose…), indica il discrimine tra l’incluso e l’escluso. E quando si uccide un estraneo (l’escluso) al gruppo non si incorre in alcuna sanzione. Al contrario, il gruppo (gli inclusi) si schiera subito con l’uccisore.

In secondo luogo, l’episodio mostra e prova - come in laboratorio - la natura dei comportamenti pre-statuali. O comunque presenti nelle società dove non esiste una gerarchia, politica e sociale stabile, capace di detenere il monopolio legittimo della violenza. Ad esempio, in una società pre-statuale ( e questa è una chiave utile anche per lo studio delle varie mafie) quei carabinieri (in quando membri di un altro gruppo sociale, esterno) verrebbero contrastati con le armi. E in ultima istanza il destino di Alessio Burtone dipenderebbe dalla distribuzione delle forze in campo. Un conflitto, sempre restando in esempio, che potrebbe estendersi al gruppo di appartenenza della vittima, pronto a sua volta a reclamare vendetta, lungo la spirale di una faida secolare. E fino a estinzione "fisica" degli uni o degli altri. Salvo sacrifici armistiziali.
In terzo luogo, l’episodio prova come le nostre moderne società, soprattutto sul piano interno, siano brillantemente riuscite ad “addomesticare” il politico (come conflitto amico-nemico), certo spostandolo altrove (ma questa è un’altra storia…). Senza il moderno monopolio legittimo della violenza attribuito o conquistato da un determinato gruppo sociale (lo Stato), la nostra società (interna) vivrebbe in una condizione di perenne guerra civile. Non dimentichiamo che fino a tutto il Seicento, nella vecchia Europa, era perfettamente normale uscire di casa armati.
Concludendo, quei ragazzi che urlavano “Alessio libero!”, “Alessio! Uno di noi” e “Carabinieri infami!”, rappresentano il “basso continuo sociologico” che segna costitutivamente la condizione sociale di individui e gruppi. Un suono di fondo, forte o debole in base alle circostanze storiche, spesso fastidioso - nel caso di Burtone ripugnante - che può essere contenuto in vari modi, ma non eliminato. Purtroppo.


Carlo Gambescia

martedì 19 ottobre 2010


Il caso
Il sonno della letteratura genera i Pennacchi


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Tra le numerose interviste concesse da Antonio Pennacchi, inferiori per quantità solo a quelle rilasciate dalla famiglia Misseri, ne peschiamo una, “emblematica” (e ci scusiamo con lo scrittore, magari costretto a ricorrere al vocabolario...) del cattivo stato di una letteratura, quella italiana, che distribuisce allori letterari a caso, come il SuperEnalotto.  Premio,  quest'ultimo,  che come è noto  può essere vinto anche di un Gaucci.
Pennacchi come Gaucci? Intanto, sull’effettivo valore del romanzo vincitore dello Strega 2010, rinviamo alla onesta recensione di Franco Cordelli (*). Quanto al lessico di Pennacchi, sì, è vero, può fare concorrenza a quello di Gaucci. Del resto parliamo di grandi frequentatori dei “Bar Sport”. Certo, "Lui" - il Cantore delle Paludi Pontine - scrive, o meglio prova a scrivere romanzi, mentre Gaucci colleziona Tulliani. Nessuno è perfetto.
Ecco alcuni passaggi caratteristici dell’intervista concessa da Pennacchi a Mario Grossi de “il Fondo Magazine”(**).
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Questi sono assolutamente cazzi loro. Se sono incapaci di leggere un romanzo per quello che è, io che ce posso fa’. Io ho scritto un romanzo storico, corale, se qualcuno lo legge in quel modo lì a me non me ne frega niente. Guarda ti dico un’altra cosa: a me quando sono andato al bar tra la mia gente mi sono sentito dire “Avemo vinto lo Strega".
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Per quanto riguarda Cent’anni di solitudine e Il Signore degli Anelli puoi paragonarmi a chi ti pare, anche se Il Signore degli Anelli è una gran rottura di palle. Se devo scegliere dei modelli o dei padri cui riferirmi scelgo Il Mulino del Po di Bacchelli o Il placido Don, anche Via col Vento perché è molto vicino ai perdenti. Anche Guerra e Pace con la sua pietas che racconta dei russi lo sento vicino alla stessa pietas che cerco di trasferire nelle storie che racconto, a partire dagli operai dei miei racconti.
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Che cultura letteraria... Che eloquio forbito… Ora, qualcuno provi a immaginare uno Strega vero (non uno Strega-Gaucci), ad esempio Flaiano (1947) o Bassani (1956), esprimersi in questo modo.
E il fine filosofo? Sì, perché Pennacchi vuole far sapere in giro che conosce Croce.
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Sì. È il principio dell’estetica crociana. Tanto più sei legato al particolare tanto più riesci a spiegare l’universale.
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Nonché teologo e linguista...
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È un problema di sempre. Già san Girolamo, credo nel IV secolo, se lo poneva quando traduceva la Vulgata domandandosi se bisognava rimanere fedeli alla lettera o allo spirito. Non c’è niente da fare ogni traduzione è un tradimento. S. Teresa del Bambin Gesù a proposito di Santità e di Grazia di Dio diceva che una volta in Paradiso tutti saremo pieni della Grazia di Dio in egual misura e a chi le obiettava che non era giusto, visto che ci sono persone più meritevoli di altre, opponeva l’esempio dei bicchieri. Ognuno di noi è un bicchiere di taglia e forma diversa, la Grazia di Dio riempie con quantità diverse ognuno di questi bicchieri, ma ognuno ne è colmo, tanto che tutti ne possono gioire. È un po’ la differenza che c’è in poesia tra lettura ingenua e lettura allusiva. Ognuno nei suoi limiti può godere nel leggere un verso. Se tu di un certo verso sai coglierne i riferimenti avrai una lettura più piena, ma questo non toglie a chi legge ingenuamente di goderne con la medesima forza e intensità. Nella traduzione è lo stesso, qualcosa andrà inevitabilmente perduto ma questo non impedisce di poter apprezzare comunque il testo letto. Quello che tenterò di trasmettere ai traduttori è la necessità di restituire il registro che uso nella mia scrittura e pretendere che scelgano un registro popolare per trasferire al meglio il mio.
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Capito, che “spessore” (magari di "bicchiere"...) ? Notare il "registro" semantico delle parolacce e la ricercatezza stilistica del “se tu”… Anime Elette di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, altro Premio Strega (1959) e di Guido Piovene (1970)... Dove siete?
Purtroppo, il sonno della letteratura genera i Pennacchi…


Carlo Gambescia

(*)http://archiviostorico.corriere.it/2010/aprile/06/PENNACCHI_INCAGLIA_NELL_AGRO_PONTINO_co_9_100406062.shtml

(**)  http://mirorenzaglia.org/forum/index.php/index.php?topic=6488.0

lunedì 18 ottobre 2010

Un "comunista dentro"
Santoro, Liu Xiaobo, Giorgio Gaber



“Anno Zero” sta alla cultura del sospetto e del complotto, esattamente come le capziose inchieste a comando di Vittorio Feltri. Quel che poi dà più fastidio di Michele Santoro è l’atteggiarsi a perseguitato politico. E in un’Italia dove fa quello che vuole, guadagnando milioni di euro. Ma se Santoro è un perseguitato Liu Xiaobo, il Premio Nobel in carcere che cos’è?
Il fondo è stato toccato la settimana scorsa, quando il conduttore televisivo - uno che dopo ogni puntata di Anno Zero fa l’analisi minuto per minuto, grafici in mano dell’ascolto, “cazziando” peggio di Marchionne i suoi dipendenti, pardon collaboratori - ha cantato in coro, pregustando l'ennesimo coup de théâtre , “La Libertà” di Gaber, come se l’Italia di Berlusconi fosse la Cina... Che vergogna.
Povero Gaber, uomo libero sul serio… Ma si sa, le grandi canzoni finiscono per appartenere a tutti, "belli e brutti", come dicevano i nonni...
Ma perché Santoro si comporta così?
In primo luogo, perché in questo modo è diventato ricco.
In secondo luogo, perché non è diventato ricco come Berlusconi. Di qui l'invidia.
In terzo luogo, perché è restato “comunista dentro”. Esiste il “fascista dentro”? Ebbene Santoro è “comunista dentro”. E in un senso molto semplice, quasi elementare, perché si ritiene comunque dalla parte “di qualcosa” che, ovviamente, deve “elevare” rispetto al non adepto: i comunisti erano dalla parte delle leggi di sviluppo economico della storia, Santoro, dopo aver buttato Marx e Lenin alla ortiche, ha optato per quelle dello sviluppo morale dell’umanità, ma "secondo Michele". Ovviamente solo in trasmissione, perché dietro le quinte, ripetiamo, tratta malissimo i dipendenti, pardon collaboratori.
Giovedì scorso “Anno Zero” ha avuto ascolti altissimi, solo perché il "buon" Michele aveva precedentemente litigato in diretta, sotto sotto per ruggini antiche che sfuggono alle masse, con il direttore generale Mauro Masi…
E sia. Continuiamo, anzi continuate cari “telespettatori” a farvi del male. Del resto l’alternativa Rai qual è? Vespa, “democristiano dentro”?

Carlo Gambescia