mercoledì 31 marzo 2010

Le radici sociali 
dell'astensionismo


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C’era una volta la democrazia. No, magari c’è ancora. Diciamo però, che non gode buona salute. E che sempre più spesso assistiamo al solito confronto tra destra e sinistra su tasse e spesa sociale. Roba da ragionieri. Anche se nei giorni precedenti e successivi alle elezioni, come capita dal 1994, i media finiscono sempre per concentrarsi sugli scandali politici.
Ormai in Italia le intercettazioni a singhiozzo hanno sostituito i contenuti e i confronti politici. Si pensi solo alla campagna appena finita, condotta “a colpi di procure” .
A questo proposito, probabilmente torna utile una riflessione più generale - in termini di cause profonde - sul fenomeno dell’astensionismo. Perché come hanno mostrato, anche le elezioni regionali, se proprio c’è un fantasma che si aggira per l’Europa, sicuramente è quello di una democrazia che perde sempre più elettori. Perché?
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L'elettore "assente"
L’elettore “assente”, chiamiamolo così, in genere è quello più attento alla nuova puntata di “Amici” o di “Ballando sotto le stelle” che di “Porta a Porta” o “Anno Zero”. E non si sintonizza neppure quando Vespa e Santoro si occupano di onorevoli allupati. Perché, come hanno mostrato alcune ricerche, i talk show politici sono seguiti dai soliti che votano: quelli già convinti (pro o contro). Ciò implica che, nonostante i timori del Cavaliere, i programmi di intrattenimento politico non influiscono sull’ elettore “assente” chi vota, continua a votare, chi non vota, continua a restare a casa.
Ma eleviamo un po' il tono dell’ analisi.
Se la democrazia è la “macchina che fabbrica cittadini”, nel senso che il voto rappresenta l’esercizio di una libera scelta attraverso cui l’elettore può “cambiare le cose” e quindi “farsi” cittadino, allora la democrazia italiana non “fabbrica” più cittadini dal 1948. Anno in cui gli italiani votarono, facendo una precisa scelta di campo in favore del capitalismo. Dopo di che il sistema dei partiti, diviso in due blocchi, sprofondò in una specie di limbo politico (tutto Chiesa e Casa del Popolo), durato fino alla caduta dell’Unione Sovietica.
Negli anni Novanta l’apparizione di Berlusconi, ha agitato le acque e scatenato le procure. Di qui quella democrazia, molto particolare, segnata da intercettazioni a singhiozzo, proclami contro i "giudici comunisti", invocazioni, altrettanto feroci, contro quel “fascista del Cavaliere”, e cosi via. Di riflesso, da almeno un quindicennio, ogni tornata elettorale anche amministrativa, viene enfaticamente vissuta come la sera prima della battaglia del Termopili.
Tuttavia, nonostante tutte le scazzottate mediatiche e giudiziarie, gli spettatori a bordo ring mostrano di annoiarsi. Infatti persiste tuttora il sentimento diffuso che recarsi alle urne non abbia alcun valore. In Italia, secondo alcune indagini votano meno di 3 cittadini su 4 , in Europa 2 su 4, negli Stati Uniti 1 su 4.

Tuttavia i dati negativi delle regionali, se confermati in futuro, attestano che l'Italia si sta purtroppo avvicinando alla media europea. Del resto quando si intervista il cittadino che vota, si scopre che 1 su 2 non crede più nell’importanza del suo voto, perché non ha alcuna fiducia in una classe politica, spesso giudicata corrotta e inefficiente.
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Le "tre cittadinanze"
Ora, se la democrazia non “fabbrica” più cittadini, attraverso l’esercizio del voto, come li “fabbrica”? Nessun problema, il circuito della legittimazione e del consenso ormai pratica altre strade. Innanzitutto, va ricordata la “cittadinanza mediatica”. Gli studi sui contenuti dei programmi e delle notizie veicolate dai media, provano che insieme alle scazzottate viene costantemente ripetuto un solo messaggio: il nostro sistema di vita è il migliore in assoluto. E che di conseguenza i cazzotti sono solo un prezzo, fin troppo lieve, da pagare alla democrazia. E così il “cittadino mediatico o “mediatizzato”, pur non capendo, come il buon Ferrini, “si adegua”.
Va poi ricordata la “cittadinanza economica”. Finora il sistema produttivo, pur con alti e bassi, si è mostrato all’altezza della situazione. Il che, per dirla in sociologhese, ha permesso una redistribuzione abbastanza regolare del prodotto sociale e garantito tutele sindacali, previdenziali e assistenziali. Un processo che ha favorito, accrescendone il consenso sociale, l’integrazione delle classi lavoratrici. Ma che, per contro, ha trasformato ogni dibattito politico in economico. Tradotto: la “politica” ormai ruota intorno alla pura divisione, tra cittadini e potere, della ciccia intorno all’osso. Tuttavia la ciccia - con questi chiari di luna - rischia di assottigliarsi…
Infine, va segnalata la “cittadinanza consumistica”. Assicurare a tutti (o quasi) la possibilità di acquisire beni e servizi, rappresenta la carta vincente: la “riprova” che il sistema funziona. L’iperconsumo viene giudicato dalla gente comune, che subisce l’ipnotico effetto della cittadinanza mediatica, come l’agognato traguardo della cittadinanza economica.Cittadinanza mediatica, economica, consumistica. Cerchio perfetto? No, perché, come accennavamo. la crisi economica in corso rischia di rimettere tutto in discussione, e in particolare la cittadinanza economica e consumistica. Di qui la necessità che la “macchina economica” torni al più presto a macinare profitti veri (non speculativi) da redistribuire, più o meno, a tutti.
Ma per quale ragione? Perché più la crisi si allunga, più la credibilità del sistema rischia di risentirne.
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Può bastare la ricerca del puro benessere?
Per ora, le persone continuano a ragionare come in passato: se si vive in una specie di “Paese dei Balocchi”, che senso può avere la cittadinanza politica? Perché si dovrebbe votare per cambiare? Se, nonostante i casi di corruzione e malgoverno, tutto sembra “marciare” per il meglio, perché l’elettore dovrebbe punire i corrotti ? E del resto non sono gli stessi politici, dagli sguardi rassicuranti e benevoli, a promuovere politiche centriste? Presentando la realtà che ci circonda come il migliore dei mondi possibili?
Il che ripetiamo, non è falso. Ma il benessere “nonostante tutto”, non può bastare. Dal momento che la gente ha bisogno anche di ideali, valori e soprattutto rispetto. Quel rispetto, che spesso un mercato affamato solo di profitti speculativi, rischia di ignorare.
Un’ultima osservazione: le cittadinanze mediatica, economica e consumistica sono inversamente proporzionali alla cittadinanza politica. Se si consolidano le prime tre, si indebolisce la seconda. E per quale motivo? Perché la gente, reputando la politica ininfluente sull'economia, se ne frega e non va a votare. Studi in materia provano come il crescente astensionismo elettorale sia tipico delle democrazie opulente, tutte egoisticamente concentrate sui consumi e non sulla politica, vissuta come altruistica partecipazione attraverso il voto. Il presidente Napolitano, qualche volta vi accenna, ma nessuno se lo fila. Si preferisce invece parlare di utilitaristico voto di scambio. Inoltre anche gli scandali, più o meno manovrati, non aiutano gli italiani a fare spogliatoio.
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Conclusioni

Perciò se l’ astensionismo subisse un'improvvisa flessione - cosa che domenica non è stata - sarebbe un segnale di risveglio della cittadinanza politica? No. Perché dietro il non voto si nasconde sia la paura della crisi, in parte comprensibile, sia l’egoistico timore di perdere la cittadinanza consumistica. Il che significa che le vie dell’egoismo umano, come quelle del Signore, restano infinite. Soprattutto quando si incrociano con quelle di un capitalismo sempre più sordo a qualsiasi movente non economico. 

Carlo Gambescia

lunedì 29 marzo 2010

Il Cardinal Martini e il celibato


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Oggi “La Stampa” riporta una dichiarazione del Cardinale Carlo Maria Martini, apparsa su un periodico tedesco: “L’obbligo del celibato per i preti dovrebbe essere ripensato... Le domande fondamentali della sessualità devono essere riformulate” ( http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201003articoli/53573girata.asp ).
Il Cardinal Martini ha perso una buona occasione per tacere. E per due ragioni.
Uno: il nesso causa-effetto pedofilia celibato è tutto da provare.
Due: dove i sacerdoti hanno preso moglie, come nel mondo protestante dell’Europa del Nord, la pratica religiosa pare mostrare le stesse crepe dell’Europa Latina.
Alla Chiesa Cattolica non potrà dunque bastare una “mogliettina”, per uscire dalla crisi che sta attraversando.

Ora, sul celibato non abbiamo alcuna posizione precisa. Non siamo teologi e preferiamo non inerpicarci su sentieri che poco conosciamo. Ma una notazione sociologica più generale desideriamo farla.
La presuntiva centralità della "questione sessuale" sembra essere il portato di una società materialistica, anzi “sensistica”, che attribuisce alla sessualità un valore inaudito, per alcuni addirittura ossessivo. Si veda al riguardo il documentatissimo libro di Pitirim A. Sorokin pubblicato nel 1956: The American Sex Revolution (mai tradotto). Dove, dati statistici alla mano, si scarnifica sociologicamente il “pansessualismo” dei moderni, in particolare del XX secolo. E dove si evidenzia l’ egemonico alternarsi nella storia di mentalità e pratiche sessuali molto differenti: dall’ascetismo all’erotomania. Senza trascurare le modalità valutative, storicamente mutevoli, del concetto di libertà sessuale. Un libro che merita tuttora di essere letto e discusso.
Per carità, la Chiesa può venire a patti con chiunque. Noi non siamo tra quelli che vogliono insegnare al Papa e ai Cardinali "il mestiere"... Quel che preme invece sottolineare, sulla scorta dell’analisi sorokiniana, è che “ i bisogni sessuali” possono essere se non determinati, almeno condizionati culturalmente. Per farla breve: socioculturalmente “modellati” secondo i valori prevalenti. E con esiti che il teologo, il moralista, lo psicanalista, il medico e lo storico possono poi giudicare in modo differente, secondo la propria ottica: per un freudiano l’astinenza sarà un male, per un teologo un bene e così via.
In realtà il dato sociologico "fondamentale" - quello che permane - è la possibilità di “modellare” socialmente il bisogno sessuale secondo la mentalità culturale prevalente. Ma anche di opporsi alla "vulgata" in nome di valori differenti. Insomma, non esiste un pensiero unico anche in materia sessuale: nulla consente di escludere, che a differenza della presente, una società futura si proponga di assegnare alla sessualità importanza marginale.

Una possibilità a posteriori che il Cardinal Martini esclude per principio. Dal momento che accetta a priori , assolutizzandola, la mentalità sensistica dominante. Come quando chiama in causa le "domande fondamentali della sessualità".

Carlo Gambescia

venerdì 26 marzo 2010

Sociologia del reduce


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Chi è il reduce? Secondo i dizionari è colui che torna o è tornato dopo una lunga assenza da una prigionia o da un’impresa difficile o pericolosa. Si pensi, ad esempio, al reduce di guerra. A quello che rappresentò il “reducismo” combattentistico all’indomani della Prima Guerra Mondiale. Oppure alla figura ottocentesca (prima metà) del reduce napoleonico, da molti storici collegata alle origini della leggenda sviluppatasi intorno al “Grande Corso”.
Ma il reducismo è anche una forma di mentalità. Si pensi ai reduci del Sessantotto, degli Anni di Piombo. O andando ancora più indietro ai partigiani comunisti e a certo fascismo oltranzista repubblichino.
In genere il reduce ideologico, come in questi ultimi casi, mitizza il passato, minimizza gli errori, e soprattutto appaga quello che potremmo definire il narcisismo del reduce: quell’ “Io c’ero, voi no”.
Sul piano del dibattito politico il reducismo fa più male che bene. Soprattutto perché il reduce ideologico sale in cattedra e si mette ad assegnare voti a tutti. Si pensi a certi rottami del comunismo e del fascismo che cercano di tuttora di difendere l’indifendibile.
Il reducismo è una forma di nostalgia? Sì e no. Perché la nostalgia è desiderio di qualcosa che il “nostalgico” sa che non potrà tornare. Il reduce, invece ci crede, e si "prodiga"… Ad esempio, si pensi solo ai legami ideologici, spesso ammessi dagli stessi interessati senza alcun problema, tra brigatismo rosso e partigiani comunisti. Oppure tra terrorismo nero e brigatismo repubblichino.
Possono le società fare a meno del reducismo? Sì e no. Diciamo che c’è un livello fisiologico legato alla normale necessità di tenere vivi i simboli comunitari. Si cade invece nel patologico, quando i simboli riguardano un’esperienza del passato, magari tragicamente conclusasi, rifiutata dall'intera collettività e quindi politicamente morta e sepolta.
In genere il reducismo riguarda comunità ristrette, di tipo settario. Sotto questo aspetto la Rete è una specie di serra calda. Dal momento che vi proliferano, in modo particolarmente rigoglioso, intere famiglie di “reduci ideologici”.


Il termine “famiglia” non viene evocatocasualmente. Perché il reducismo, se integralmente vissuto introiettato nell'ambito provenienza, tende, anche se non di regola, a passare di padre in figlio. O ad essere veicolato fusionalmente all'interno di una comunità di "pari" politici, sentita come famiglia dalla varie generazioni di "militanti". E tutto ciò spesso spiega, sul piano psicologico, le figure del “giovane” con la “mentalità” del reduce fascista o comunista.
Discutere di qualsiasi argomento con un “reduce ideologico”, di destra come di sinistra, si trasforma in impresa titanica: perché chi crede di avere la verità in tasca, pretende sempre di avere sempre ragione... Ovviamente, in alcuni, la condizione di reduce, soprattutto se in età ancora giovane, aggrava il rapporto percettivo con la realtà e incide sulla normale formazione della personalità. Soprattutto quando si tratta di caratteri con forti tratti narcisistici costitutivi. Comunque sia, il reduce, una volta "giunto a maturazione" si rifiuta patologicamente di capire perché "l' altro" non voglia capire: “Uno gli porta la verità” - spesso ripete - e si vede sbattere la porta in faccia”… Il reduce non accetta una fisiologica diversità. Di qui isolamento, eventuale cooptazione degli eguali (i forum sotto questo aspetto sono molto interessanti e indicativi), una crescente aggressività verbale.
Prendendo spunto dal Freud de L’interpretazione dei sogni, il reduce è uno che sogna a occhi aperti. E questo è l’aspetto più pericoloso, perché scambia i sogni per la realtà, la notte per il giorno, aggirandosi tra di noi come un fantasma. O peggio un perfetto, si fa per dire, zombie delle idee.

Carlo  Gambescia

giovedì 25 marzo 2010

Il libro della settimana: Loris Zanatta,  Eva Perón. Una biografia politica Rubbettino, Soveria Mannelli 2009, pp. 336, euro 19,00.

http://www.store.rubbettinoeditore.it/catalogsearch/result/?q=Loris+Zanatta

Potere carismatico o potere razionale? O entrambi? Queste sono le giuste domande che ci si deve porre quando si affronta la biografia di Eva Perón. Magari approfondendole alla luce della storia sociale argentina. E, in particolare, di quel decennio 1943-1952, che abbraccia la parabola politica di Eva, compagna di Juan Domingo Perón e anima nazional-cattolica e sociale del peronismo.

Quesiti con i quali si cimenta Loris Zanatta, storico dell’America Latina e studioso del peronismo, con il suo Eva Perón. Una biografia politica (Rubbettino, Soveria Mannelli 2009, pp. 336, euro 19,00).
Innanzitutto, perché una biografia politica? Per la semplice ragione che l’autore, docente all’Università di Bologna, si occupa del decennio politicamente caldissimo di cui sopra, trascurando il periodo precedente della vita di Eva, nata nel 1919.
Ne emerge un quadro biografico particolare, dove ragione e passione, razionalità del potere e carisma parareligioso si intrecciano: da un lato l’edificazione, quasi miracolosa, di grandi opere sociali, dall’altro la fredda gestione di un potere personale. Sullo sfondo di una società in “transizione verso la modernità”, per usare una terminologia cara Gino Germani, insigne studioso della modernizzazione argentina
Il tornado Evita si muove in un contesto antico e moderno, al tempo stesso bisognoso di carisma e riforme. Un mondo, tuttora in bilico tra passato e presente, sul quale nessun altro politico in seguito riuscirà a incidere con lo stesso vigore, soprattutto sul piano del welfare.
Probabilmente nuoce alla pur densa sintesi di Zanatta, certo illuminismo morale di fondo. Scrive, infatti, l’autore:

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“Di certo Eva ‘fece del bene’: tanti, se non tutti, lo riconobbero; perfino tra i suoi avversari. Proprio a ciò, d’altronde, dovette la sua immensa popolarità e deve oggi il ruolo che occupa nella storia: Come però recita il celebre aforisma di Denis Diderot, ‘non basta fare il bene, ma bisogna farlo bene’. Poiché il bene fatto male può risultare nocivo. E proprio questa - conclude Zanatta - in sintesi è la porta d’ingresso alla biografia politica di Eva”.

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Il che in linea di principio può essere vero. Però, l’ idea del “bene fatto male”, almeno in questa occasione, crediamo finisca per influire sull’economia del lavoro, e non bene. Perché, ad esempio, si registra l’assenza di qualsiasi dato quantitativo su un welfare carismatico e patrimoniale, ma edificato a passi forzati e in un contesto socialmente retrivo dalla ventenne Eva Perón. Insomma, qualche statistica sociale, sul prima e dopo il tornado Evita, avrebbe contribuito a quantificare - e verificare - in quale proporzione, anche minima, il “bene”, di cui sopra, venne “fatto male”. Anche ammessa la difficile reperibilità delle fonti, qualcosa di più forse si poteva fare.
Ma c’è un altro aspetto che lascia perplessi. L’autore dà per scontato che il populismo “ossia l’idea di popolo come comunità organica”, incarnato da Eva, “sia il vero humus comune ai regimi fascisti e a quelli comunisti, l’invisibile ma potente trait d’union che li ha spesso fatti sembrare così affini”.  Il che è vero, ma fino a un certo punto. Come, infatti, ha mostrato Gino Germani, la differenza tra peronismo e fascismo resta nel fatto che il fascismo è una risposta alla mobilitazione delle classi medie che impone la smobilitazione della classe operaia, mentre il peronismo è una risposta alla mobilitazione delle classi popolari entrate nel vortice delle modernizzazione. Una distinzione, sembra, non tenuta in adeguata considerazione da Zanatta. Il quale pare ricondurre il peronismo - inclusa sopratutto la figura di Eva - nell’alveo del comunismo di destra o del fascismo sinistra. Dopo però essersi diffuso sulla natura nazional-cattolica della dottrina politico-sociale di Eva Peron… Quanto di più lontano dal nazi-fascismo e dal comunismo sovietico. Insomma i conti non tornano.
In conclusione, una biografia interessante, ben scritta, ma da leggere cum grano salis

Carlo Gambescia

mercoledì 24 marzo 2010

Le elezioni regionali e l'ossessione securitaria
 Polverini-Schwarzkopf


A volte sospettiamo che la politica in Italia si regga su una specie di enorme “Guardie e Ladri”. E non solo perché qui “è tutto una magna-magna signora mia”… Ma per l’ossessione sicurezza. Che poi ogni politico, declina con stile proprio. Ad esempio Di Pietro vuole mettere in prigione Berlusconi, Bossi, tutti i clandestini, e così via.
Insomma un tormentone. Prendiamo la Polverini, candidata al Commissariato, pardon, Regione Lazio. Ieri ha dichiarato: “La sicurezza è una priorità anche per il Lazio”. Dopo di che la neo-poliziotta del centrodestra - oddìo, la Fenech era meglio… - ha promesso, oltre al versamento delle somme già dovute dalla Regione, un contributo di 12 milioni di euro in 3 anni da ripartire tra sedi territoriali delle forze dell’ordine, rinnovo parco macchine di questura, carabinieri e guardia di finanza, realizzazione di un nuovo presidio di vigili del fuoco a Roma nord, acquisto di computer portatili per la Polizia”. Investimenti che avrebbero come unico scopo “ dare sostegno concreto agli strumenti che rendono più capillare l'intervento degli operatori della sicurezza”.
Tradotto: una specie di operazione “tempesta nel deserto” formato Lazio.
Ma se “dal 2007 al 2009 a Roma c’è stato un calo del 30% di tutti i reati”, come ha notato il sindaco Alemanno, e per giunta con i mezzi già a disposizione, a che serve tutto questo ambaradan? Qualche maligno, direbbe, per beccarsi i voti di poliziotti, finanzieri, vigili e famiglie, che a Roma e dintorni sono tanti e contano. E poi si vedrà.
Quindi la Polverini-Schwarzkopf recita, più o meno bene, il suo copione. Invece, per dirla, una tantum, con “il Manifesto”, la vera questione è rappresentata dalla galoppante mentalità “securitaria” che sembra conquistare tutto il mondo politico, dal centrodestra al centrosinistra.
Se li si lascia fare si rischia perciò di ritrovarsi i carabinieri in camera da letto. In parte però è anche colpa della gente, che pompata dai media, finisce per scorgere delinquenti ovunque. E fino alla paranoia: se uno a volte chiede per strada un’informazione viene guardato con sospetto…
Il punto è che si dovrebbe ritrovare l’ equilibrio perduto. Certo, non quello retorico, delle chiavi lasciate attaccate alla serratura della porta di casa. Indietro non si torna. Bensì quello di una razionale difesa della legalità, senza mai arrivare al punto di far presidiare perfino i gabinetti da telecamere e poliziotti. E magari tornare anche a parlare di politica: quella vera, fatta di valori e progetti. No?
A metterla sul dotto, qualche anno fa, in un bel libro, scritto da un filosofo politico svizzero, Eric Werner (L’anteguerra civile, Edizioni Settimo Sigillo), si avanzava profeticamente un’ipotesi inquietante: come, già allora, sulla paura del disordine creata ad arte, le democrazie stessero tentando di edificare un occhiutissimo stato di polizia.
L’ordine, appunto.
Carlo Gambescia

martedì 23 marzo 2010

Stati Uniti e Francia 
Una lezione 
per la sinistra italiana


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Non piace neppure a noi il tono celebrativo nei riguardi della riforma sanitaria introdotta da Obama. Come non apprezziamo il presentare la vittoria della sinistra francese come esclusivo trionfo del buon gusto politico contro la volgarità di Sarkozy.
Però, detto questo, non si può non prendere atto della natura innovativa della riforma Obama. E soprattutto in un paese dove chiunque non abbia successo o un buon lavoro, viene da sempre giudicato un fallito, degno solo di andare alla deriva. Questa è l'America.
Come, per contro, non si può disconoscere la sincera e giustificata antipatia di molti francesi, non solo di sinistra, per la trivialità del “presidente bling bling”… Antipatia, che però è solo una parte della storia.


In realtà, negli Stati Uniti e in Francia, la sinistra ha vinto, perché ha creduto nella prevalenza dell' interesse pubblico su quello privato. E sul punto è rimasta unita. Non come in Italia, dove larga parte della sinistra continua tuttora a rimpiangere di non aver creduto, a suo tempo, nella purezza degli “spiriti animali” del mercato. E quindi a dividersi.
Ovviamente, poi ogni realtà, ha caratteristiche proprie. Negli Stati Uniti, la riforma verrà concretamente gestita dalle assicurazioni private. Inoltre Obama ha dovuto fare alcune concessioni. In Francia, all’importante risultato amministrativo di domenica, dovrà invece seguire un accordo politico nazionale, fondato sulla difesa integrale dei diritti sociali, sindacali e dell’ambiente.
Perciò la lezione da trarre non può non essere questa: mercato sì, ma non senza limiti. Soprattutto, ripetiamo, nell’ambito del welfare, del lavoro, dell’ambiente e dei beni pubblici. Si pensi solo alla questione dell’acqua: bene pubblico (oggi è di moda dire, “comune”…) per eccellenza.
Su questi temi, nessuna corsa al centro, nessuna concessione. Se la sinistra, vuole vincere anche in Italia, a partire da domenica, non dovrà transigere.
Bresso e Bonino sono d’accordo? 

lunedì 22 marzo 2010

Recessione e carceri piene




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La recessione economica ha influito sullo sviluppo della criminalità? Prima di rispondere, qualche dato.
A gennaio 2010 il tasso di disoccupazione, in ascesa, si è posizionato all’ 8,6%. L’Istat ha sottolineato che si tratta del dato peggiore dal gennaio 2004, inizio delle serie storiche. I disoccupati ammontano infatti 2 milioni 144mila unità, in crescita del 18,5% (+334 mila unità) rispetto a gennaio 2009.
Attualmente nelle carceri ci sono circa 67 mila detenuti Il primo gennaio del 2007, a pochi mesi dall’indulto, i detenuti erano 39mila; in 38 mesi l'aumento è stato di 28.000 unità, pari a una media di 730 ogni mese: circa 9mila detenuti all’anno. La crescita è stata costante, come appare dalle rilevazioni semestrali del Ministero della Giustizia. Rispetto ai posti previsti ci sono oggi 23.000 detenuti in più, con un tasso di affollamento del 153% . E, se il tasso di crescita prosegue così, nel 2012, tra 32 mesi, i detenuti saranno 24mila in più.
Non sarebbe però corretto parlare di una relazione diretta tra crescita della disoccupazione e aumento della popolazione carceraria. Perché si dovrebbe prima conoscere tipologia dei reati, motivazioni della condanna, professione del detenuto. Tuttavia, con una disoccupazione in crescita, non bisogna scherzare. Anche perché, invece, la relazione indiretta è provata: nel senso di un fattore povertà economica che non determina ma influisce, facendolo salire, sul tasso dei reati. Soprattutto in società a ricchezza diffusa come la nostra, dove chiunque si trovi a disagio, può commettere molto più facilmente delitti contro il patrimonio che non in una società dove la ricchezza sia nelle mani di pochi: lungo un crescendo che va dal furto al supermercato alla rapina a mano armata. Per farla breve: il brigantaggio sta alla società tradizionale, come il furto e la rapina individuali stanno a quella moderna.
Va però ricordato che Heather Mac Donald, opinionista di destra del “Wall Street Journal” , di recente, ha tentato di sostenere il contrario, basandosi sul fatto che nel primo semestre del 2009, la recessione americana pare sia stata accompagnata da una diminuzione del numero dei reati: il tasso di omicidi sarebbe sceso del 10%, quello dei furti del 6 %. Come dire, chi non è “marcio dentro”, nonostante la crisi, non ruba… Ma andrebbero sentiti i criminologi, perché la “base osservativa” (un semestre, contro una tendenza pluriennale e comprovata, se non secolare) è ridotta e insicura.
Pertanto, per ora, la migliore “terapia” contro le prigioni piene - certo, di lungo periodo - resta quella della creazione di posti di lavoro, grazie a forme di finanziamento pubblico-privato. E qui si pensi al perverso rapporto, da invertire, tra disoccupazione giovanile e "arruolamento" nelle cosche mafiose. Mentre un'altra possibilità - ma che non incide sulle cause - è quella dell'indulto (l'ultimo fu opera del magnanimo centrosinistra...). Resta, infine, la possibilità di costruire nuove carceri... Scelta, che piace ai falchi del centrodestra. E che ideologicamente assomiglia a quella della costruzione di parcheggi: più automobili più parcheggi, più detenuti più prigioni. E così via, all'infinito. Viva la civiltà del diritto (penale).
Comunque sia, qualcosa andrà fatto, dal momento che sarebbe sciocco sperare che le cose possano mutare, da sole, grazie ai miracolosi effetti del libero mercato sulla crisi economica. 

Carlo Gambescia

venerdì 19 marzo 2010

Burqa sì, burqa no 
That is the question...


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Calma e gesso. In Francia, dove vogliono vietarli, sembra che siano meno di duemila le donne che indossano il burqa (velo integrale) o il niqab (velo che lascia scoperti solo gli occhi). Perciò in Italia, con una percentuale di immigrati islamici molto inferiore, le “signore” interessate, saranno anche di meno.
Resta però la questione di principio: il burqa e il niqab sono compatibili con i valori francesi e italiani? E’ giusto permettere che si ci vesta come si desideri o esiste uno “stile” da imporre ai “diversi" in nome dell’ ”identità nazionale”? Si può negare la cittadinanza, come sembra accadere in Francia, al marito che imponga alla moglie il burqa?
In Italia, per quanto ci risulta, esistono tre proposte di legge (Lega, Pdl, Udc) che puntano alla sua eliminazione, e una (Pd) che cerca di conciliare la questione della sicurezza con le motivazioni religiose e culturali, al fine di consentirne l’uso pubblico.
Ma il bello è che quest’ultima proposta sembra non piacere agli stessi islamici. Come commenta Gamal Bouchaib, presidente del Movimento dei Musulmani Moderati, “ i deputati del Pd stanno compiendo un massacro dei diritti della donna”. Inoltre “la proposta presentata - prosegue Bouchaib - consentirebbe di girare con il burqa, a volto coperto, lasciando alle autorità la discrezione di identificare eventualmente chi si cela sotto quella prigione, snaturando la ratio della legge antiterrorismo del 1975”. In buona sostanza “questa iniziativa dei deputati di una certa sinistra” sarebbe “un atto di inaudita gravità: così si lede la dignità umana, l’essere donna, si giustificano i soprusi e le violenze che subiscono tante mogli e figlie di integralisti islamici”.
Ma non finisce qui. Anche il Segretario generale della Confederazione dei Marocchini in Italia, Mustapha Mansouri, membro del Comitato per l’Islam del ministero degli Interni, interviene sulla questione: “La religione non c’entra niente, il burqa è un usanza solo di alcune comunità afgane e talebane, il Corano non parla di burqa come precetto islamico. In Italia stiamo dando voce e spazio a iniziative integraliste pericolose anche per il rischio terrorismo”.
Critiche, infine, anche da Saber Mounia, portavoce di Acmid-Donna Onlus: “Non accetteremo e non permetteremo invasioni nella sfera dei diritti umani. Invece di occuparsi di immigrazione, il Pd vuole metterci il burqa”.
Che dire? Che come al solito la sinistra cade in contraddizione: da un parte proclama i diritti della donna, dall’altra vuole imporre il burqa. Va però respinto anche il divieto assoluto voluto dalla Lega. Perché le donne islamiche, una volta private per legge del burqa , sarebbero indotte da padri a mariti a restare chiuse in casa.
Tuttavia, quel che vogliamo dire, è che non sono soltanto in gioco la libertà religiosa, il multiculturalismo (spesso “alla amatriciana”, come quello di Fare Futuro) o l’identità nazionale o nordista invocata da PdL e Lega, ma soprattutto la libertà di scelta. E di una donna, che non va considerata come “manichino” da vestire o spogliare secondo i desideri di mariti e padri.
Pertanto, invece di vietare o obbligare, perché non lasciare la libertà di burqa o niqab alla donna, condizionandola però alla sua effettiva manifestazione di farne uso? Una volontà da verificare, attraverso appositi consultori pubblici, per così dire, “sul costume”? Già esiste, presso molti comuni, la figura del mediatore culturale. Si dovrebbe solo affiancarvi un assistente sociale e al massimo uno psicologo. I quali, riuniti in commissione, su richiesta delle interessate, dovrebbero deliberare.
Il problema, ripetiamo, non è vietare o imporre l’uso di un velo, ma rispettare la libertà dei singoli. Che, è bene non dimenticarlo, resta valore tipicamente occidentale. Un principio che spesso determina la differenza, e in meglio, con le altre tradizioni. Perché, allora, non valorizzarlo? 


Carlo Gambescia

giovedì 18 marzo 2010

Da sabato 20 marzo sarà disponibile in libreria il libro postumo di Giano Accame, La morte dei fascisti (Mursia 2010, pp. 346, euro 18,00) .

http://www.mursia.com/
“Trabocca di passione politica”. Ha ragione Giorgio Galli, nella sua toccante prefazione al libro postumo di Giano Accame, La morte dei fascisti (Mursia 2010, pp. 346, euro 18,00), da sabato 20 in libreria.

Esce in questo marzo piovoso, che rimanda allo stesso mese dello scorso anno, quando Giano, lottava contro il male. Ma conservando una lucidità di pensiero e una forza di parola, difficili da dimenticare.
La morte dei fascisti, libro al quale Giano ha lavorato per anni. ma anche argomento di fitte conversazioni con gli amici più stretti, non tradisce le aspettative. Nonostante la sorte non sia stata benigna, impedendogli di “inserire” nel libro quelle che lui chiamava scherzosamente “chicche”: il tocco finale .
Ma lasciamo la parola a Giano:

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“Questo studio sull’immagine della morte secondo i fascisti è inteso come storia drammatica d’una parte importante delle idee del Ventesimo secolo. Storia affrontata sotto un duplice aspetto: cosa i fascisti da un lato pensassero della morte, come sfida vitale, spavalda, valore simbolico; e tesa a ricordare da un altro lato quella sorta di genocidio culturale che - in un secolo crudele non solo a senso unico, giacché i ruoli di carnefice e vittima vi furono ampiamente scambiati a vicenda - ha fatto pagare care le idee ai fascisti e a chi di fascismo fu accusato. Pagate care anche quando le idee vennero poste ai punti più alti del pensiero e dell’arte (…): Gentile, maggior filosofo accademico italiano del secolo scorso; o di Marinetti, Pound, Céline, grandi innovatori nell’espressione linguistica. Le intelligenze scomode dei pensatori fascisti o accusati di fascismo che animarono il Novecento in una serie impressionante di casi, da José Antonio Primo de Rivera a Corneliu Z. Codreanu, da Pierre Drieu la Rochelle a Robert Brasillach, a Yukio Mishima, tutti morti tragicamente, a Knut Hamsun, premio Nobel finito in miseria, furono scomode anzitutto verso se stesse”.

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In realtà, nei suoi densi sei capitoli, il libro va oltre l’analisi del semplice simbolismo della morte in camicia nera. Come nota acutamente Giorgio Galli: “ La sua lettura mi fa pensare che i pensieri dell’Autore fossero rivolti, più che alla morte, alla vita: se sia, cioè, possibile che vi sia qualche forma di sopravvivenza alla morte politica di quel fenomeno rilevante nella storia del XX secolo che fu il fascismo” .

La morte dei fascisti supera, e di molto, il pur bel libro di Tarmo Kunnas, intitolato La tentazione fascista. Kunnas parlava il linguaggio della pura ragione storica, Giano Accame quello dei sentimenti e della ragione storica insieme. Alla luce del primato della politica sull’economia nell’eterna lotta, come si legge, del sangue contro l’oro. Conflitto che viene prima del fascismo e va oltre il fascismo stesso.
Una verità che poteva e può sfuggire a storici e politici, ma non a un leale combattente delle idee come Giano. 


Carlo Gambescia

martedì 16 marzo 2010

Todos liberali, pure gli ex aennini?



In realtà la questione del “liberalismo” a destra, affrontata ieri, è molto più importante dei guai giudiziari di Berlusconi e di tutto quel che anima ogni giorno il pollaio della politica italiana. E perciò non riguarda solo , come qualcuno potrebbe pensare, noiose beghe interne alla destra intellettuale post-missina…
Perché, per dirla brutalmente, Berlusconi passa, la questione della necessità di una destra conservatrice e liberale di massa resta. Questione che, allo stato attuale delle cose, non è assolutamente presa in considerazione da Fini e dai suoi cervelli, tesi più che altro a prendere il mano il boccino del potere dentro il Pdl o contro il Pdl… Così tanto per sfasciare tutto, e far nascere il megapartito del destra-centro-sinistra. E, infatti ieri, con la complicità di quel fine letterato e politico di Italo Bocchino, è partita la finiana “Generazione Italia”…
Mentre un vero bipolarismo potrebbe difenderci da operazioni del genere.
Ovviamente, quelli del “tanto peggio tanto meglio”, di cui la Rete è piena, penseranno: “ A Gambe' ma che ci frega del bipolarismo, del liberalismo, del destra e sinistra, tanto qui crolla tutto”. Sì, ma bisogna vedere, come, quando e perché… Ma siete proprio sicuri, cari imbecilli in preda ad agitazione psicopolitico-motoria, che con un colonnello decrescista al potere, le cose “dopo” andranno meglio? Mah…
Purtroppo la crisi italiana nasce da un deficit di liberalismo e riformismo: liberalismo a destra e riformismo a sinistra. Se un Berlusconi travalica, e sinistra e magistrati fanno peggio, è perché la cultura liberale del rispetto delle regole, delle minoranze e dell’avversario in Italia non è mai esistita. Né ci si è mai sforzati di promuoverla, neppure dopo la "caduta" della Prima Repubblica. Un solo piccolo esempio, le intercettazioni a singhiozzo sui giornali, vengono usate a destra e sinistra, secondo convenienza politica. Oggi è sotto schiaffo Berlusconi. Domani chissà, chiedete a Feltri e Belpietro...
Perciò, per tornare al punto, una destra come quella di Fini, che gioca a presentarsi liberale, senza aver letto neppure una riga de “Il Mondo” di Pannunzio, non è cosa intellettualmente seria. Ma lo è politicamente, purtroppo. Ma vi siete chiesti perché i nipotini incravattati e ripuliti di gente che nel Ventennio sputava sul “giolittismo”, e nel dopoguerra sul "degasperismo", oggi vogliono addirittura presentarsi come eredi del liberalismo pannunziano? Per qualche strapuntino in più. E il "Corriere", "Repubblica" e "Stampa, lì a leccare loro il culo. Perché Fini, ora, fa comodo, contro l'ingombrante Berlusconi... Dopo si vedrà. 
E poi dice che uno s’incazza.


Carlo Gambescia

lunedì 15 marzo 2010


A proposito di un articolo di Roberto Alfatti Appetiti
Pannunzio, “Il Mondo” 
e l’antifascismo


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Quali addentellati ideali possono sussistere fra la cultura missina, postmissina e il gruppo della sinistra liberale rappresentato da “il Mondo” di Mario Pannunzio? Crediamo, nessuno.
L’interrogativo scaturisce dalla lettura di un testo, comunque interessante, di Roberto Alfatti Appetiti ( http://robertoalfattiappetiti.blogspot.com/2010/03/ecco-perche-rivendichiamo-mario.html) . E ci limitiamo, per ora, a un solo punto.
Il brillante articolista del “Secolo d’Italia” celebra e rivendica, come forma esemplare di giornalismo liberale ( oggi si dice "post-ideologico"), l'atteggiamento molto critico e distanziante di Mario Pannunzio ( e dice il vero) verso le due chiese: la democristiana e la comunista. Però - dispiace dirlo - Alfatti Appetiti nello stesso articolo glissa sull’ostilità - massima - del direttore de “Il Mondo” nei riguardi del fascismo. 
Si veda a questo proposito - senza andare troppo lontano - la bella raccolta della rivista curata dallo storico Giampiero Carocci (“Il Mondo”. Antologia di una rivista scomoda, Editori Riuniti 1997) che ospita una sezione, appunto intitolata “L’antifascismo”. Dove in un “Taccuino”, scritto da Pannunzio a proposito dei fatti di Genova (luglio 1960) si legge:


“Un conto il ciellenismo, un altro conto il frontismo. Quando sono in gioco i valori dell’antifascismo, la difesa della carta costituzionale, si ricostituisce inevitabilmente l’unità di tutte le forze che non vogliono il fascismo, che intendono mantenersi fedeli al patto costituzionale: si ricostituiscono cioè di fatto i Cln (…). Per l’antifascismo si fanno le manifestazioni insieme ai comunisti. Per il governo si sostiene l’autonomia socialista contro il frontismo comunista, per il centro-sinistra contro il milazzismo e così via discorrendo. Potremmo anche dire che per i democratici l’antifascismo presuppone il fronte unico, la lotta politica la lotta su due fronti, contro l’estrema destra e l’estrema sinistra. E’ così semplice e le vicende di questi ultimi anni dovrebbero aver dimostrato senza possibilità di dubbi che non si tratta di proposizioni astratte ma di una realtà che ha ricevuto giorno per giorno la conferma dei fatti” (pp. 168-169)

Perciò, le chiese erano tre e non due… Una posizione condivisibile, che indubbiamente rifletteva la veracissima anima liberale e antitotalitaria di Pannunzio. Sulla quale era ed è inutile insistere. Sul punto specifico il giornalista del “Secolo d’Italia” sfonda una porta aperta.
Però, celebrare Pannunzio, sorvolando sul suo antifascismo radicale (in altro scritto si parla persino di “veleno di fascista”, pp. 170-173), rivela un atteggiamento poco imparziale nei riguardi della verità storica. Atteggiamento che finisce per tradire le stessa lezione liberale di Pannunzio che invece si voleva rivendicare.
Luigi Einaudi asseriva che per deliberare è necessario prima conoscere. E che dunque l’imparzialità è virtù liberale per eccellenza. O no?


Carlo Gambescia

venerdì 12 marzo 2010

Immigrati 
Perché la “marcia indietro” 
della Cassazione?


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L’ “indietro tutta” della Cassazione sulla tutela dei diritti dei figli degli immigrati a crescere in Italia, merita una riflessione più profonda. Oltre la questione specifica. E dunque non tanto sul pur importante problema delle frontiere aperte o chiuse, quando sull’ “indietro tutta” in sé: come caratteristica strutturale e "sociologica" dell’attività giurisdizionale.
In pratica, secondo il cambio di rotta della Suprema Corte, il “generale interesse della tutela delle frontiere, che si esprime nelle esigenze di ordine pubblico che convalidano il decreto di espulsione”, non può cedere il passo in favore della tutela di “situazioni caratterizzate da essenziale normalità e tendenziale stabilità, in quanto collegate al normale processo formativo del minore”. Detto in altri termini, il timore della Cassazione è che, altrimenti, si finirebbe “col legittimare l'inserimento di famiglie di stranieri strumentalizzando l'infanzia”.
Insomma "tutela delle frontiere" contro "diritti dell'infanzia e libertà di emigrare ". Personalmente propendiamo per i secondi. Ma il punto che qui interessa è un altro: perché i giudici cambiano così frequentemente idea?
Il fatto dipende dalla qualità e dall’intensità della coesione di una società sui valori fondamentali. Dove c’è accordo di fondo, le decisioni dei giudici - soprattutto se riguardanti questioni etiche - non stonano. Dove invece c’è disaccordo, le distonie sono un fattore di ulteriore contrasto.
Ovviamente, le società non sono mai uniformi, e il contrasto, anche giurisdizionale, è nella natura delle cose sociali. Perciò la differenziazione delle sentenze, può essere un fattore di regresso come di progresso. Ma non dipende dai giudici, bensì dalla società.
Pertanto, la questione della diversità giurisdizionale non può essere risolta obbligando i giudici, in vari modi, a prendere la decisione “giusta”, ma facendo chiarezza dentro noi. O se si vuole dentro la società. Stabilire, finalmente, un accordo di fondo, su quel che l'Italia "vuole fare da grande". Si dirà: ma già c'è la Costituzione... Benissimo, ma come mai non tutti sembrano condividerla?
Probabilmente perché la “giustizia”, anzi il senso di giustizia, è un riflesso della società. E’ il costume che fa leggi, e non i giudici e le leggi che fanno il costume. 


Carlo Gambescia

giovedì 11 marzo 2010

Il libro della settimana: Anders Chydenius, La ricchezza della nazione, introd. di Francesco Forte, Liberilibri, pp. XXVIII-50 , euro 13,00. 

http://www.liberilibri.it/anders-chydenius/167-la-ricchezza-della-nazione.html

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In principio era Adam Smith… E invece no. A ritenerlo è Francesco Forte nella sua densa introduzione a Anders Chydenius, La ricchezza della nazione (Liberilibri, pp. XXVIII-50 , euro 13,00). Un notevole volumetto pubblicato per la prima volta nel 1765, undici anni prima della famosa Ricchezza delle Nazioni, al plurale, di Adam Smith.
Ma chi era Anders Chydenius? Diciamo, intanto, che non lo si trova nell’indice dei nomi delle maggiori storie del pensiero economico, a partire dall’enciclopedica, purtroppo incompiuta Storia dell’analisi economica del grande Schumpeter. Perciò, grazie anche all’immaginazione editoriale di Liberilibri, siamo davanti a una vera e propria scoperta culturale.
Anders Chydenius, nasce nel 1729 a Sotkamo in Finlandia, allora provincia svedese. Figlio di un pastore luterano, di cui seguirà la vocazione. Muore nel 1803. Da attento osservatore della società del suo tempo, si dedica allo studio dell’economia, all’epoca non ancora - e fortunatamente - disciplina autonoma. Di qui, in lui, quella felice sintesi di senso morale, spirito critico e liberalismo che caratterizza il “protoeconomista” settecentesco: un geniale “volatile” da biblioteca di cui Adam Smith resta comunque esempio classico.
Ma in che cosa Chydenius anticipa il papà della “mano invisibile”? Nel rapportare la ricchezza della nazione al libero commercio, e non alla pura e semplice accumulazione di metalli preziosi a danno dei partner commerciali stranieri, come invece pretendeva il mercantilismo seicentesco. L’idea di fondo che anima il pensiero di Chydenius e Smith non è quella dello scambio di mercato dove una parte perde e un’altra vince, ma dove entrambe vincono, arricchendo le rispettive nazioni.
Sulla bontà di questo laissez faire, per così dire, giusto e solidale (sulla scia dell’idea del commercio che ingentilisce i popoli, adombrata in Montesquieu), ci sarebbe molto eccepire. Ma il punto non questo. Quel che conta è che Chydenius anticipa Smith. E ciò che il pensatore scozzese disperde in un migliaio di pagine, il finlandese lo sintetizza in quaranta. Gli studenti sono avvisati.
Ma c’è un punto particolarmente interessante de La ricchezza della nazione che suona di monito per tutti coloro che alle virtù presunte del mercato oppongono, idealizzandole, quelle dello stato. Dove Chydenius, parlando dell’interventismo pubblico, si lascia andare alla seguente considerazione:

“Ma anche se fosse possibile avere tutta la conoscenza necessaria… potrebbe nonostante ciò accadere che la buona volontà venga a mancare in coloro che gestiscono tale questione… Potrebbe facilmente succedere che essi stessi [gli uomini al governo] traggano qualche vantaggio dall’indirizzare le persone in quello o quell’altro settore particolare, e per questo lo sostengano. Cos’altro potrebbe verificarsi allora se non che il settore più proficuo verrebbe privato di lavoratori con un’irreparabile perdita per la nazione?” .
o


Hayek sarebbe d’accordo. Anche perché si tratta di una “buona volontà” che sembra mancare anche oggi. Che però pone un problema, prima che economico, antropologico. Questione sfuggita anche a Chydenius. Quale? Che se la buona volontà morale “viene a mancare” nei dirigenti politici, perché viziata dall’interesse privato, non si capisce perché lo stesso interesse privato, che sembra prevalere come costante “antropologica” fra “tutti” gli uomini (politici e non), debba condurre allo scambio a somma positiva fra privati teorizzato da Chydenius e Smith. Delle due l’una: se l’interesse privato è moralmente buono, allora i dirigenti politici nel perseguire il proprio interesse sono nel giusto; se invece l’interesse privato è moralmente cattivo, allora non esistono scambi giusti e solidali, neppure a livello di singoli individui privati, operanti sul mercato. Si tratta di una questione non risolta da Chydenius e neppure da Smith. E accantonata dagli economisti venuti dopo. Ma questa è un’altra storia. 

Carlo Gambescia

mercoledì 10 marzo 2010

La nuova Fondazione di Veltroni 
A volte ritornano... 






Provaci ancora Walter… Il titolo già c’è. La Fondazione pure, e si chiama “Democratica”. Lui, Veltroni, sta decidendo cosa farà da grande. Tradotto: dopo la “caduta”, post-regionali di Bersani… Infatti, gli amici dell’attuale segretario, quando incrociano Veltroni nei corridoi, si danno la famosa “grattatina”…
Anche se quelli del PdL di Roma e Milano (alcuni dicono in quota An), ce la stanno mettendo tutta per perdere le Regionali. Ma questa è un’altra storia. Almeno per ora.
Torniamo a Walter.
Secondo indiscrezioni de “L’Espresso” la “Fondazione Democratica” starebbe già “scaldando i motori” ( http://espresso.repubblica.it/dettaglio/network-walter/2122450/8 ). Oddio a scorrere i nomi dei papabili sembra di essere dalle parti dell’ “Isola dei famosi”. O peggio, “degli sfigati”…
“In una seconda cena a casa del fondatore del Pds Achille Occhetto - si legge - si è perfezionata la rete degli interlocutori politici: Area democratica, corrente di minoranza del Pd in cui militano i veltroniani, una parte di Italia dei Valori, un pezzo di Sinistra Ecologia e Libertà già ex minoranza della Quercia di Fabio Mussi” . “Mondi - prosegue “L’Espresso” - che si ritrovano nella candidatura di Giulia Rodano in Idv alle regionali del Lazio: un nome nobile del Pci, amica di Veltroni, ieri nell’ex sinistra Ds, oggi tra i dipietristi” .
Diciamola tutta: altro che “Isola dei Famosi”… Occhetto, sembra uscito dalla “Notte dei morti viventi” di Romero. Si è mangiato interi pezzi del Pci. E dove è andato ha fatto danni… Come del resto Veltroni, che si è divorato ululando parti intere del corpaccione elettorale Ds… L’unico che invece non sono mai riusciti a sbranare è Massimo D’Alema. Il quale infatti sta con Bersani. E c’è un perché. “Baffino”, a differenza di Veltroni e Occhetto, i quali continuano ad aggirarsi nottetempo per i cimiteri della politica, ama invece il sole, le barche, il mare e il pesce freschissimo. E’ inavvicinabile.
Non si spiega però come i due zombies di lusso possano fare il tifo per Giulia Rodano. Certo, è un “nome nobile del Pci”. Ma giusto il nome…
Il padre Franco non era un cattocomunista: era il “cattocomunismo” fatto persona. Una posizione, la sua, rigidamente moralista e lontana mille miglia dal relativismo liberal di Veltroni e Occhetto
Evidentemente, la figlia Giulia si è fatta pure lei liberal… Ci documenteremo meglio. Comunque sia, deve però aver conservato qualcosa del moralismo paterno, ma in chiave esclusivamente antiberlusconiana. Capita.
Ad ogni conto, se il buon Franco Rodano - tra l’altro persona degna e, pur da sponde diverse, amico di Augusto Del Noce - tornasse tra noi. Altro che “Notte dei morti viventi”… Ne vedremmo delle belle.
Azzannerebbe subito, da austero consigliere di Berlinguer, i polpacci liberal della figlia e quelli di Veltroni e Occhetto. E dopo anche lo stinco di Berlusconi.
Quindi, concludendo, la Fondazione Democratica, nasce sotto il segno dell’antiberlusconismo liberal. Basterà? 


Carlo Gambescia

martedì 9 marzo 2010

Berlusconi,  “triste, solitario y final” ? 
Può darsi



Innanzitutto chiarezza. Giuridicamente, la decisione del Tar del Lazio, stando anche agli esperti, non fa una grinza. E di conseguenza il PdL riceve con gli interessi quel che ha mostrato di meritare sul piano organizzativo e politico: a) la presentazione delle liste è una “mission” delicatissima, guai ad affidarsi a funzionari di partito incompetenti, come è avvenuto a Roma; b) né, dopo, si doveva puntare, se non altro per una questione di “immagine” politica, sul cambiamento delle regole in pieno svolgimento di partita: contrastando così una tantum il “moralismo” dei vari Di Pietro. Ma il Dna del Cavaliere è quello che è…
Ora, nel centrodestra sarà difficile rimettere i cocci insieme. Anche perché il suo elettorato, inebetito e disgustato, potrebbe disertare le urne, come del resto indicano alcuni sondaggi. E una sconfitta di grosse proporzioni alle regionali, rischia addirittura di affondare il governo di centrodestra e lo stesso PdL.
A questo punto tutto è possibile, persino il rinvio delle elezioni regionali. Ma una scelta del genere, che scatenerebbe un’opposizione monopolizzata da Di Pietro, può essere approvata da Fini e Napolitano?
Crediamo di no. Per il Cavaliere sembra minacciosamente avvicinarsi quel triste, solitario y final, invocato in modo ossessivo dai giacobini de “Il Fatto Quotidiano”.
E, in effetti, sta facendo di tutto per meritarselo.


Carlo Gambescia

lunedì 8 marzo 2010

Festa della Donna
Buon Otto Marzo!


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Mia madre, nata all’inizio degli anni Trenta, giovanissima lavoratrice passata attraverso guerra, dopoguerra e infine un pizzico di benessere, festeggiava con gioia l’Otto Marzo. Ancora ne ricordo gli occhi ridenti, quando riceveva il suo rametto di mimosa.
Mia figlia, nata nei primi anni Ottanta, infanzia e adolescenza serene, amici, viaggi, buone letture, laurea in psicologia, detesta l’Otto Marzo. Si dirà: base osservativa (una mamma e una figlia) insufficiente... Touché.  Ad ogni buon conto, che cosa è successo?
Indubbiamente ai giovani la retorica pubblica non piace. E peggio ancora se mescolata al consumismo sciatto. E l’Otto Marzo - è vero - si è trasformato nel trionfo del cattivo gusto: quello regalini, pasticcini e bottiglia. Ma era meglio prima, quando non si festeggiava? Difficile dire.  Ricordo, negli anni Settanta, i cortei femministi che invocavano la proprietà dell'utero. E noi lì, maschi afflitti da forti sensi di colpa, a fare sì con la testa.

Oggi invece, un femminismo maturo e colto, quello che snobba l'Otto Marzo, chiede più riforme e meno retorica di quasiasi tipo, anche quella rivoluzionaria.
Giusto. Ma perché non prendere atto che rispetto all’Otto Marzo 1960 - quando la magistratura, tanto per fare un esempio, era ancora preclusa alle donne - le cose sono abbastanza cambiate?
Credo che in Italia, a causa della retorica declinista, frutto della crescente distanza delle élites acculturate, anche femministe, dal "popolo", si sia perso il senso della misura: del cammino, comunque fatto. Il che ovviamente non significa che non resti ancora molta strada da fare.
Pertanto, anche per questa ragione, care Altre Metà del Cielo, buon Otto Marzo!


Carlo Gambescia

venerdì 5 marzo 2010

Listini & Listoni


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Non sappiamo ancora come finirà la storia dei “listini” elettorali. Si spera non come quella del “listone” fascista, anno di grazia 1924.
Tre considerazioni.
Se hanno sbagliato quelli del centrodestra affidandosi a gente totalmente impreparata, l’eliminazione dalla “gara” elettorale ci sta tutta. Le regole sono regole.
Se invece dietro le quinte, come alcuni “dietrologi” sostengono, ci sono gli ex aennnini, consigliamo al Cavaliere di dare, quanto un prima, un calcione in culo a Fini & Co.
Se, infine, come altri “dietrologi” pontificano (principalmente ex Forza Italia), dietro la telenovela ci sono i “giudici comunisti” in inciucio con il Pd e i radicali, consigliamo all’Italia di scegliersi un’altra Opposizione.
Comunque stiano le cose, sconsigliamo al Cavaliere di cambiare le regole “in corsa”.
Perché, come direbbe una velina, non è carino. 

Carlo Gambescia