venerdì 29 gennaio 2010

Dipietrismo: malattia 
infantile della democrazia


Che cos’è il dipietrismo? Un berlusconismo al contrario, ma senza la gaglioffa simpatia da bon vivant brianzolo del Cavaliere… Dove al “Napoleone Berlusconi” si oppone il “Napoleoncino Di Pietro”. Che, per dirla tutta, resta simpatico quanto il questurino addetto a ricevere le denunce di furto…
Ma ecco dalle agenzie due freschi esempi della selvatica arroganza dell’ex magistrato
A proposito dell’Emilia: “Anche in questa regione noi non vogliamo andare da soli, ma certamente non accetteremo il male minore”…
Quanto alla Campania: “Abbiamo fatto proposte di candidature di qualità… Vogliamo andare oltre il ‘bassolinismo’ e il ‘deluchismo’. Tra Bassolino e De Luca bisogna scegliere chi tra i due ha problemi giudiziari più dell’altro...”.
Tradotto: estremismo verbale tanto, contenuti politici pochi. O solo uno: ricattare il Partito Democratico per portarlo sulle posizioni giustizialiste dell’Italia dei Valori. Nella convinzione tutta molisana che “Daje e Daje pure a c’poll dvent aje”. Proverbio che sintetizza bene l’essenza del dipietrismo: sotto la testaccia dura, nulla.
Al di là delle battute, c’è un aspetto più profondo, che per alzare il tiro, andrebbe esaminato sotto il profilo sociologico. Quello che l’elettorato dipietrista è sicuramente più estremista del suo leader maximo. In verità, mancano ancora buoni studi in argomento. Ricordiamo, en passant, quello di Pino Pisicchio (Italia dei valori. Il post-partito, Rubbettino 2008). Che però resta di parte: l’autore, un accademico già deputato dell’Italia dei Valori, sembra tuttora difendere la tesi sulla mutazione antropologica degli italiani per colpa di Berlusconi: cavallo di battaglia cripto-lombrosiano di Antonio Di Pietro e della peggiore sinistra giustizialista, di scuola “floresdarcais-cizzante”…
Comunque sia, a chi voglia farsi in poche battute un’idea sull’ estremismo che circola tra i suoi elettori, consigliamo una rapida visitina al sito e al blog dell’ex magistrato ( http://www.antoniodipietro.it/ - http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/ ). Roba da brividi... E soprattutto - ecco il fatto più grave - si lascia che i commentatori credano fermamente nei risvolti luciferini della figura di Silvio Berlusconi. Insomma, l’elettore dell’Italia dei Valori è un elettore allo stato brado. E guai a sventolargli di sotto gli occhi il drappo rosso…
Tuttavia la demonizzazione politica può produrre solo una overdose di odio civile. Pertanto come va rimproverato Berlusconi quando aizza le folle contro i presunti “comunisti”, così va biasimato Di Pietro quando paragona il Cavaliere a Satana.
La “teologia politica” (come uso di categorie religiose nel discorso pubblico) è pericolosa. Dal momento che la politica, quella vera, ha il compito di far ragionare i cittadini e non di eccitare gli istinti peggiori. E la famigerata scusa “del noi ci comportiamo perché il primo a cominciare è stato il nostro avversario” , spesso usata da Di Pietro, è puro segno di infantilismo…
In questo senso, per parafrasare Lenin, se il terrorismo era la malattia infantile del comunismo, il dipietrismo lo è della democrazia.

Carlo Gambescia


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giovedì 28 gennaio 2010

Il libro della settimana: Franco Cordero, Savonarola, Bollati Boringhieri, Torino 2009, pp. CXCIV-366, VIII-560, VIII-668, VIII-823, euro 75,00.





Ci sono libri che vanno letti. Sempre. Nei quali però non si deve cercare l’ultima parola su un certo argomento. Ma neppure, maliziosamente, la penultima. Vanno letti, se ci passa l’espressione, perché “immunizzano”. E liberano il lettore dal pericolo del sapere a buon mercato e dai giudizi superficiali dei parassiti dell’editoria. E che una volta chiusi mettono al riparo il lettore, anche di buona o discreta cultura, dalla velleità di riuscire a sapere tutto su un certo argomento, e magari con modico impegno.

Uno di questi libri è sicuramente il Savonarola di Franco Cordero, titanica biografia in quattro volumi del fiammeggiante predicatore domenicano, usciti per Laterza tra il 1986 e il 1988, ora riediti, con una nuova prefazione del giurista, da Bollati Boringhieri (pp. CXCIV-366, VIII-560, VIII-668, VIII-823, euro 75,00).
Cordero nella densa prefazione pareggia i conti con i disistimatori… Ma lasciamo ai lettori il piacere, o addirittura la goduria, di scoprire nomi e cognomi delle navi ammiraglie giustamente colpite e affondate… E con che stile.
Ma veniamo al libro. Il Savonarola di Cordero è un “razzista dell’anima”, che odia le anime “tiepide”. E che punta a una dittatura “egoteocratica”. La sua vicenda politica evolverà per gradi, tra il novembre del 1494 e il maggio del 1498: dalla “pietà” alla “forca”, per così dire; morirà, inviso a tutti, Papa, Principi e Re, a cominciare dalla monarchia francese, nella quale il predicatore aveva confidato. Non è quell’uomo del rinascimento, dipinto da certa storiografia compiacente al canone moderno, ma neppure un proto-Lutero o un post-modernista mancato… O addirittura il “quasi santo”, di certa storiografia chiesastica. Ma una figura a metà strada tra il millenarismo medievale e quello totalitario. Come scrive sinuosamente Cordero: Savonarola ” viola le anime, padrone d’una platea in stato ipnotico; adopera spie e una polizia giovanile manesca; scalda le midolla al pubblico con processioni, roghi delle vanità, balli omofili; lascia che il partito decapiti cinque avversari, in barba alla regola che lui aveva imposto (l’appello al corpo elettorale); sotto vari aspetti prefigura tecniche novecentesche del controllo nello stato totalitario, Sarebbe un perfetto inquisitore. Che combatta corruzione ecclesiastica, immoralità pubblica, egoismo oligarchico, è il lato positivo: nessuno glielo contesta; qui valutiamo i mezzi e lo stile”. Insomma un Savonarola che in fondo, proprio per la sua sfortunata sorte, può anche destare un filo di simpatia umana… Se ci si passa il brusco cambiamento di registro, dal drammatico al comico: il predicatore anche per certe espressioni (“”Dio manderà lo adiutorio”; “lo spirto subtratto”, eccetera) ricorda quel monaco Zenone, trascinatore delle malmesse truppe crociate del Brancaleone monicelliano: il quale, precipita nel vuoto proclamando che “lo cavalcone”, come la Firenze piagnona di Savonarola, “è saldo” …
Battute a parte, anche Savonarola, nonostante il troppo supposto aiuto di Dio, precipiterà verso la morte, salendo sul patibolo. Proprio a causa del suo essere profeta disarmato, come già aveva notato, rallegrandosene, il laico Machiavelli. E anche Cordero, tutto sommato, sembra essere d’accordo con l’autore de Il Principe.
Queste, grosso modo, le tesi del libro. Prendere o lasciare. Ma se si prende, si può godere della lettura di un testo ricco e documentato, ma anche spigoloso e poco incline alla ricerca del consenso facile. Presupponiamo perciò che in più di vent’anni il libro di Cordero, non abbia ricevuto grandi premi e riconoscimenti… Il che è un merito.
Libri complessi, estranei al circuito del birignao fieristico, come il Savonarola vanno letti perché forgiano il lettore. Dal momento che, come in montagna, una volta superate certe quote, oltre a godere di una vista migliore, il lettore acquista la consapevolezza dello scalatore . E soprattutto capisce e apprezza la giusta distanza che lo separa ( e “deve” separarlo) da un montanaro delle anime del calibro del professor Franco Cordero. 

Carlo Gambescia

mercoledì 27 gennaio 2010

Incontri su YouTube 
 “Colpo di Stato” 
di Luciano Salce


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Segnaliamo un film che non abbiamo mai visto… E di cui non sapevamo nulla fino all’ improvviso incontro-scoperta su YouTube di qualche giorno fa. Titolo: “Colpo di Stato”; regista: Luciano Salce. Chiunque desideri saperne di più clicchi qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Colpo_di_stato_(film_1969) .
E' un film di fanta(satira)politica: 1972. In Italia i comunisti vincono le elezioni, ma rifiutano di andare al potere, perché Mosca non vuole. E su questo “niet” Luciano Salce imbastisce una galleria di situazioni e personaggi da manuale del rivoluzionario politicamente corretto...
Ecco quattro momenti salienti del film ripescati su YouTube:
http://www.youtube.com/watch?v=vNibXv7Giok ( i comunisti dicono di no ai democristiani: “Col cavolo che andiamo al Governo"); http://www.youtube.com/watch?v=FpFaayoHEFQ (surreale discussione in automobile, sulla strada del ritorno verso via delle Botteghe Oscure); http://www.youtube.com/watch?v=9ptwgGisW7w ( lo sfogo leninista di un compagno “omofobo”...); http://www.youtube.com/watch?v=aoV5HD0ZLu4 ("amarezze trotskiste" ...).
Quanto ci piacerebbe vedere questo film! All’epoca sparì subito dalle sale, perché inviso, sembra, a comunisti e democristiani. A detta dei cinefili, pare sia stato trasmesso in televisione una sola volta: su Canale 5, prima metà degli anni Ottanta. Ovviamente introvabile nei negozi specializzati in cassette e dvd.
A Luciano Salce, regista e attore, colto e ironico, si deve anche “Il Federale” (1961), film interpretato dal bravissimo Ugo Tognazzi. Come dimenticare il suo " 'buca', 'buca con acqua', 'buca con fango'"... 

Carlo Gambescia

martedì 26 gennaio 2010

Nichi Vendola, 
istruzioni per l’uso


Sgombriamo subito il campo da una pericolosa illusione. Quella che il nichivendolismo possa aiutare in futuro la sinistra non tanto a vincere le politiche, quanto a governare bene dopo la vittoria.
Vendola è sostanzialmente un esteta della politica, che però ne conosce a fondo meccanismi e rapporti di forza. E soprattutto come ricavarne vantaggi. Ci spieghiamo meglio: in ogni situazione il Presidente della Regione Puglia intuisce subito quel che "politicamente" è meglio per se stesso: sapeva di perdere consensi individuali se fosse rimasto all’interno di Rifondazione, e infatti ne è uscito; sapeva di poter vincere le primarie, e le ha subito imposte e vinte.

Su questo realismo soggettivo del potere, Vendola sparge a piene mani l’incenso di una cultura a sfondo universalistico e singhiozzona, ma assolutamente non marxista. Il che sarebbe un bene, se non fosse che Vendola, a causa di ciò, considera le questioni economiche come secondarie. Per lui il bello viene prima dell’utile. Il che va bene se si deve presiedere un premio di poesia. Ma diventa un grosso ostacolo perfino al comando di una Onlus… Figurarsi di un paese come l’Italia.

Quanto alla Puglia, ed è proprio il caso di rilevarlo, ai magistrati l'ardua sentenza...
Ora, in termini di concrete scelte governo, quale contributo può dare all'interno di un centrosinistra già diviso, una overdose di egoismo politico e decadentismo estetizzante e singhiozzone alla Nichi Vendola?
Lasciamo la riposta ai lettori.
Un’ultima nota. E’ interessante osservare come l' ottimo strumento democratico delle primarie, se impiegato sul piano locale, finisca per risentire dei reali rapporti di forza preesistenti, che in genere privilegiano la macchina elettorale del partito o della frazione al potere.
Certo, Vendola ha vinto le primarie con una maggioranza schiacciante. Ma qualche volta il meglio secondo il popolo è nemico del bene comune...

Carlo Gambescia

lunedì 25 gennaio 2010

Dove va la scuola italiana?


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A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina. La proposta di sostituire, su scelta del giovane, un anno di scuola dell’obbligo con uno di apprendistato, non solo abbassa l’età dell’obbligo da 15 a sedici anni, ma punta - ipotizziamo - a “disingolfare” il biennio di accesso alle scuole superiori. Et voilà, signori, più apprendisti meno studenti per professore… Insomma, qualcuno alla Commissione Lavoro della Camera, crede di poter risolvere i problemi dell’istruzione con la bacchetta del Mago Silvan …

Ma qual è lo stato di salute della scuola italiana?


Ecco qualche numero tratto da “La scuola in cifre 2007” (Ministero Pubblica Istruzione - ora disponibile sull’omonimo sito Web - http://www.pubblica.istruzione.it/news/2008/.../libro_la_scuola_in_cifre_2007.pdf ) . La diffusione delle sedi scolastiche è più capillare nel Centro e nel Sud Italia; gli studenti sono in diminuzione nelle regioni meridionali, mentre sono in crescita nelle regioni settentrionali, anche per una maggiore presenza e stabilità dell’immigrazione. La regione che ha la percentuale maggiore di alunni stranieri è l’Emilia Romagna. Il numero di studenti per docente è aumentato dal 10,9, nell’anno scolastico 1995/1996, all’11,2 del 2005/2006, benché il rapporto resti uno dei più bassi d’Europa. Inoltre l’età media dei docenti è elevata: 50 anni circa. Invece il carico orario degli studenti è più alto della media europea. La professione di docente è fortemente femminilizzata: mediamente per tutti i livelli scolastici, dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di secondo grado, l’81% degli insegnanti sono donne. Il tasso di scolarizzazione nella fascia d’età 15-18 anni è in aumento. Varia da regione a regione ed ha valori particolarmente alti nelle Marche e in Basilicata. Gli istituti tecnici vantano la percentuale più alta degli iscritti alla scuola superiore (35,1%); vengono poi licei con il 32,5% ed infine i professionali con il 23%. Gli alunni di nazionalità non italiana sono in aumento in tutti gli ordini e gradi di scuola (incidenza rispetto al totale pari al 4,9%). Anche le iscrizioni degli alunni diversamente abili sono in crescita; sono il 2,4% nella scuola primaria, il 3,1% nella scuola secondaria di primo grado , l’1,4% nella scuola secondaria di secondo grado. I docenti di sostegno, che erano 65.615 nel 2000/2001, sono 83.761 nel 2005/2006. Sono più di 400.000 all’anno gli iscritti ai Centri Territoriali per l'Educazione degli adulti, di cui il 26% sono stranieri. Sono oltre 65.000 gli iscritti ai corsi serali per lavoratori-studenti della scuola secondaria di secondo grado.

Ora, al di là del fatto pur preoccupante che il bilancio del Ministero è per il 90% assorbito dalle spese correnti, i dati elencati non sono del tutto negativi. Anzi.
In realtà, la crisi della scuola italiana ha una causa più profonda. Come scrisse un paio di anni fa Galli della Loggia, “ essa è l’altra faccia della medaglia della crisi di identità di un paese incapace di progettare il suo futuro, perché non riesce più a incontrare il suo passato”.
Ma come risolvere una crisi storica? Intanto, prendendone onestamente atto, per poi ripartire proprio dalla scuola. Occorrono idee forti sul ruolo repubblicano dell’ istruzione pubblica, e dunque di integrazione di tutti i cittadini (immigrati inclusi); sulla necessità di restituire autorevolezza al docente, che prima di tutto resta un educatore. Infine, occorre un disegno complessivo capace di andare oltre le strombazzate tre I (inglese, informatica e impresa), ma anche di raccordare scuola e mondo del lavoro. Un collegamento che deve riguardare la riforma dell’istruzione secondaria e il necessario legame, in termini di basi educative (destinate a durare tutta al vita), tra scuola dell’obbligo e scuola superiore.
Un vincolo, quest’ultimo, che non può essere ignorato, ricorrendo a giochi di prestigio, tipo quello di un anno di apprendistato che magari spunti come un coniglio dal cilindro della scuola dell’ obbligo…

Carlo Gambescia

venerdì 22 gennaio 2010

Brunetta e i giovani...
(Con un Post Scriptum di Roberto Buffagni)



Dopo la sparata sul tutti fuori di casa per legge al compimento della maggiore età, Renato Brunetta ha aggiustato il tiro. Ma fino a un certo punto: “Ho detto un po’ per scherzo che se avessi la bacchetta magica farei una legge per far uscire tutti i ragazzi di casa a 18 anni. Ma ho anche detto che questa legge avrebbe senso se desse anche a tutti servizi, lavoro, scuola, Università”. Mentre “adesso come adesso, - continua il Ministro - tutto invece si tiene dentro la famiglia. E se uno nasce in una famiglia borghese o piccolo borghese va bene! Ma se uno nasce in una famiglia povera, cosa fa?”.
Ma come è buono lei professor Brunetta! Per dirla con il Fantozzi dopo il rituale calcio in faccia del capoufficio…
Battute a parte. Il problema della dipendenza dei giovani dalle famiglie non è assolutamente causato, come sostiene Brunetta, “dall’egoismo di genitori che disponendo di pensione di anzianità possono tenersi i figli in casa”. Queste cose lasciamole dire a Vittorio Feltri…
La famiglia italiana oggi dispone di redditi addizionali, perché per una-due generazioni ha lavorato duro, risparmiato, acquistato, ereditato, prime e seconde case. E non titoli spazzatura… All’argomento Geminello Alvi, qualche anno fa dedicò un libro notevole (Una Repubblica fondata sulle rendite).
Siamo seri: i giovani ( 1 su 2 fino a 30 anni; 53 % maschi; 42% femmine ) non escono di casa perché non trovano lavoro. E la famiglia di conseguenza rappresenta un prezioso paracadute sociale. Altro che egoismo.
Ma per capire anche la natura culturale del problema si deve dare un’occhiata al “Rapporto Giovani 2008” (uscito nell’estate del 2009), prodotto dal Dipartimento di Studi sociali, economici, attuariali e demografici della Sapienza di Roma per conto del Ministero della Gioventù.Nella fascia di età tra i 15 e i 19 anni, su 3 milioni circa di adolescenti ci sono 270 mila ragazzi che non studiano e non lavorano (il 9%); 50 mila ragazzi ( l’1,6%) che di necessità hanno fatto “virtù”: al momento non cercano lavoro; 11 mila invece non sono interessati a lavorare o studiare neppure in futuro. E qui siamo davanti a 11 mila “micro-bamboccioni”, per dirla con Padoa-Schioppa e Brunetta. Pochi.
Ma vediamo quali sono le tendenze nella fascia che dovrebbe “spiccare il volo”, quella tra i giovani dai 25 ai 35 anni: un milione e novecentomila non studiano e non lavorano; circa uno su quattro (meno del 24%). Un milione e 200 mila (circa il 15%) gravitano nella sfera della disoccupazione per ragioni varie, in particolare scoraggiamento. Mentre settecentomila (l’8,75 %) sono “inattivi convinti”: non cercano un lavoro e non sono disposti a cercarlo in futuro. E perciò solo questi ultimi potrebbero aspirare al titolo di “bamboccioni”. E tutto sommato sono pochi: grosso modo 1 ogni 10Ora, per la fascia di età tra i 15 e 19, viste le bassissime percentuali di inattivi per convenienza e/o scelta anche per il futuro, non è possibile rilevare alcuna tendenza precisa verso una prossima “società dei bamboccioni”… Tuttavia un fatto va registrato: che la “disaffezione” al lavoro tende ad aumentare con l’età. E tocca punte relativamente più alte tra i 25 e i 35 anni. “Relativamente” perché gli inattivi convinti” o “bamboccioni”, all'interno di quest’ultima fascia, non sono tanti. Ripetiamo: circa 1 su 10. .Semplificando, per la fascia tra i 15 e i 19 anni siamo al di sotto della soglia di rilevanza sociologica. Mentre per quella strategica, tra i 25 e i 35 anni, sarebbe interessante capire le ragioni di quell’ 1 su 10 che rifiuta il lavoro per vivere alle spalle dei genitori. Sarebbe utile conoscerne i titoli di studio, l’estrazione familiare, eccetera.
Di qui la necessità di giovarsi, prima di trinciare giudizi, di una migliore base concettuale, osservativa e statistica. Perché, per ora, di “bamboccioni” autentici ce ne sono pochi in giro…Mentre i giovani sfruttati o privi di un lavoro sono troppi.

Carlo Gambescia

Post scriptum
di Roberto Buffagni
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Brunetta, ancora uno sforzo per essere veramente liberista: quando il giovane compie 18 anni, BUTTA FUORI DI CASA i genitori, e si impadronisce di tutto il malloppo, eventuali posto di lavoro e patrimonio mobiliare e immobiliare del genitore compresi.
Questo sì che avrebbe effetti economicamente positivi: da un canto i giovani consumano di più (e vai con la domanda interna) hanno energie più fresche (e vai con la produttività) e si adattano più facilmente al nuovo (e vai con la flessibilità); dall'altro i vecchi si scrollano di dosso le perniciose abitudini facilone e pigre accumulate in tanti anni di comodo tran tran (prova a fare la pennichella sdraiato su un cartone sotto un ponte, e vedrai che smetti subito) scagliati allo stato brado di homeless muoiono prima (e si risparmia sulle pensioni e l'assistenza sanitaria) e per finire, combattendosi selvaggiamente nelle strade per l'accesso agli avanzi dei cassonetti danno finalmente un buon esempio di animal spirits ai giovani, che si preparano adeguatamente per il momento in cui lo struggle for life toccherà a loro.
Unico lieve danno collaterale sarà forse un leggero calo di natalità, ma poca brigata, vita beata.
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P.S. Brunetta, se vari la legge ricorda che il copyright è mio! Come royalty, mi contento di uno 0,01 del risparmio sulla spesa corrente dello Stato. Ciao, ciccio, e buon lavoro!

Roberto Buffagni

giovedì 21 gennaio 2010

Il libro della settimana: Stefano Zamagni, Avarizia, il Mulino 2009, pp. 144, Euro 12,00. 

www.mulino.it
Ottima idea, quella della casa editrice il Mulino, di pubblicare una “minicollana” sui vizi capitali (sette volumetti sette), diretta da Carlo Galli. Sono già usciti Superbia (Laura Bazzicalupo), Gola (Francesca Rigotti), Accidia (Sergio Benvenuto) e ora Avarizia (pp. 144, euro 12, 00), testo di cui qui ci occuperemo.
Diciamo subito che l’autore, Stefano Zamagni, docente di economia politica, si è prodotto in una riuscita e gradita invasione di campo. Perché ha scritto un profilo dell’avarizia più sociologico che economico.
A suo avviso, l’avarizia, di cui traccia un notevole excursus storico-filosofico, resta legata alla mancanza di relazionalità, o se si preferisce di fiducia, ricambiata, verso l’altro: concetto sociologico per eccellenza. L’avaro - di tutti i tempi - è un essere che vive per se stesso. Che - e qui però fa capolino l’economista - usa la ragione in modo limitato, o se si vuole incompleto: la rivolge, per così dire, solo sull’arte di far quattrini su quattrini, cercando di cederne il meno possibile agli altri. Per l’avaro l’economia, soprattutto quella capitalistica, è il fine e non uno dei mezzi a disposizione dell’uomo per migliorarsi e, soprattutto, migliorare la società.
Naturalmente abbiamo semplificato. Ma qual è il rapporto tra economia contemporanea e avarizia? Quello di aver sopravvalutato il ruolo di quest’ultima. Scrive Zamagni:

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“ E’ un fatto che da quando ha iniziato a prendere forma quel fenomeno di portata epocale che è la globalizzazione, la finanza non solamente ha via via accresciuto la sua influenza economica, ma ha progressivamente contribuito a modificare il sistema di valori delle persone e con esso le loro mappe cognitive. E’ a quest’ultimo aspetto che si fa riferimento quando, nel linguaggio corrente, si parla di finanziarizzazione dell’economia, vera e propria ideologia - travestita da presunta scientificità - secondo cui a partire dall’assunto antropologico dell’ homo oeconomicus , cioè dall’assunto di comportamento avido, si arriverebbe alla conclusione che tutti i mercati (inclusi quella finanziari) sono assetti istituzionali in grado di autoregolarsi e ciò nel duplice senso sia di assetti capaci di darsi da sé le regole del proprio funzionamento sia di farle rispettare” .
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E con quei risultati negativi che, ora, sono sotto gli occhi di tutti. Di qui, secondo Zamagni, la necessità di recuperare il legame tra democrazia e mercato. E soprattutto di ricondurre un mercato dominato dall’avidità dell’homo oeconomicus, nell’alveo della ragionevolezza e della generosità dell’ homo democraticus (se ci si passa il latino maccheronico, o quasi). Nel senso di un ritorno all’Adam Smith, più sociologo che economista, soprattutto quando
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“insisteva che un ordine sociale autenticamente liberale ha bisogno non di una ma di due mani per durare nel tempo: invisibile l’una - quella di cui tutti parlano, anche se spesso a sproposito… - e visibile l’altra quella dello Stato che deve intervenire in chiave sussidiaria, come diremo oggi, tutte le volte in cui l’operare della mano invisibile rischia di condurre verso la monopolizzazione dell’economia e, più in generale, verso la produzione di effetti perversi” .
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Non per nulla, Zamagni, da anni, teorizza la necessità di un’“economia civile”. Per un verso ricostruendo genealogie intellettuali, che affondano le radici nell’umanesimo civile italiano, e per l’altro lavorando intorno a un’economia della reciprocità, capace di assegnare alla qualità della relazione sociologica con l’altro un “valore” capace di influire sulla scelta economica, di regola, puramente quantitativa. E dunque tutto il contrario di un’ economia dell’avarizia, che invece sembra assegnare un ruolo determinante alla sola ricerca individuale del profitto per il profitto
Ecco perché se qualcosa manca, al pur ricco volume di Zamagni, è un accenno alle belle pagine di François Perroux, grande economista francese, scomparso nel 1987. In particolare quelle sull’ ”avarizia della nazioni”, racchiuse ne L’économie du XXéme siècle (1964). Dove Perroux criticava un’ economia capitalistica, che proprio nelle nazioni più progredite, si manifestava come rifiuto, “per avidità”, di comprendere il valore di sostituire al capitalismo senza freni un capitalismo umanizzato: welfarista.
Non dimentichiamo che Perroux scriveva queste cose negli anni Sessanta del Novecento, molto prima delle cosiddetta rivoluzione neo-liberista: in una fase storica segnata da grandi aperture sociali e ingenti risorse economiche. Eppure già allora vi erano forti resistenze - alcuni noteranno come sempre… - a un capitalismo più sociale, non esclusivamente fondato sull’avarizia dell’ homo oeconomicus.
Comunque sia, il libro di Zamagni merita di essere letto e meditato, proprio per l’ approccio sociologico, non solo all’avarizia, ma all’economia nel suo insieme: apertura oggi non comune tra gli economisti.
E Perroux, di lassù, avrà certamente gradito.


Carlo Gambescia

mercoledì 20 gennaio 2010

Incontri su YouTube 
Guareschi e il fascino 
(in)discreto della televisione


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Guareschi nemico della modernità? Mica tanto. Guardare per credere: http://www.youtube.com/watch?v=YGaWDgUb-8o   (parte prima) rt prima); http://www.youtube.com/watch?v=Z3HYKSnwnbg  (parte seconda).
Siamo nel 1959. Si tratta di uno dei famosi “Incontri” televisivi ideati e condotti da un istrionico Indro Montanelli, perfettamente a suo agio con il nuovo mezzo. Benché, come imponeva il tempo, ancora troppo “giornalista-letterato”…
Guareschi, purtroppo, sembra la mediocre controfigura di se stesso. Non adatto al cinema (il suo tentativo di interpretare Peppone sullo schermo venne bocciato dal regista Duvivier dopo poche battute… ), figurarsi alla televisione, dove la presa diretta” richiedeva attori consumati.
Perché Guareschi si sarà prestato alla pessima sceneggiata? Bisogno di soldi? Di fama? Amicizia per Montanelli? No. Probabilmente Giovannino già subiva il fascino (in)discreto e ipnotico della televisione… Se fosse vissuto ai nostri giorni, l’ "antimoderno" Guareschi, probabilmente, sarebbe finito in uno dei tanti salotti televisivi con Morelli, Signorini e compagnia cantante.


Certo, Guareschi era ed è ancora un grande. Ma che malinconia… 

Carlo Gambescia

martedì 19 gennaio 2010

Rapporto annuale Censis
Gli italiani, sempre diversi, 
sempre uguali


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Ma gli italiani possono cambiare “caratterialmente” da un anno altro? Esiste o no uno zoccolo duro, rubricato alla voce “carattere nazionale”, semplificando un mix di genio, sregolatezza, individualismo e spirito di adattamento? E se esiste può mutare ogni trecentosessantacinque giorni?
Sono domande che ci poniamo ogni anno, quando sfogliamo il Rapporto Censis ( http://www.censis.it/ ). Perché al di là della valutazioni sui “freddi” dati statistici, tra l’altro già discussi su queste pagine, quel che ci incuriosisce dei dotti rapporti curati da Giuseppe De Rita, è il tentativo di individuare nel comportamento degli italiani, partendo da quel che è instabile, come il ciclo economico, ciò che invece resta stabile.
E che c’è di più stabile del nostro carattere nazionale, ovvero della capacità di reagire in modo prevedibile a problemi sempre nuovi?
Il grande storico Fernand Braudel includeva nei fenomeni di “lunga durata” la mentalità. Da lui definita una “rappresentazione di se stessi e degli altri”. Un fattore tra i più restii al cambiamento. O comunque lentamente modificabile solo nel corso di parecchi secoli: quasi una “seconda pelle” dei popoli.
Del resto se gli italiani non fossero mai cambiati, non si spiegherebbe, il continuo appello, attraverso le varie età storiche, all’Italia dei Romani, dei Comuni, del Rinascimento, dei Papi, del Risorgimento, della Resistenza… E di conseguenza a tante differenti tipologie di italiani.
Sotto questo aspetto le analisi del Censis partono dall’italiano degli ultimi cinquant’anni, “secolarizzato” dal consumismo. Che però ha molto costruito e prodotto, in linea con la modernità capitalistica e quel mix di individualismo e adattabilità, lo zoccolo duro cui abbiamo già accennato. Un mix che affonda culturalmente le radici nell’italiano del Rinascimento, con i suoi pregi e difetti, fino al servilismo cortigiano. Ma anche nella capacità di sopravvivere a tutto e tutti. Parliamo della famigerata “arte di arrangiarsi”, certo già presente perfino nella commedia plautina, ma largamente sviluppatasi sotto l’incalzare delle invasioni straniere in epoca moderna.
Pertanto, quando il Censis nota che gli italiani ”sono sempre gli stessi”, affermando che siamo una società replicante che “vive in apnea”, il referente sociologico profondo, anzi profondissimo, crediamo sia l’italiano del Guicciardini. Quello, a livello popolare, “del Franza o Spagna, purché se magna”.
Certo, un italiano che va studiato inforcando le lenti della modernità. Anche perché come fa notare il Censis stiamo assistendo “alla dura ristrutturazione del terziario e al silenzioso sfarinamento del lungo ciclo dell’individualismo”. E che c’è di più moderno del terziario?
Tuttavia sullo “sfarinamento del lungo ciclo dell’ individualismo” saremmo più cauti. Perché, stando al Guicciardini viene da lontano. Mentre il Censis ha sott’occhio solo l’individualismo consumistico gli ultimi cinquant’anni:
E questo è il limite, del resto scontato, delle analisi “a breve”. Tuttavia quando il Rapporto asserisce che ”se abbiamo passato senza troppi danni il 2009… non è stata una reazione casuale o improvvisata, ma un ricorrente riflesso condizionato”, si avvicina alla verità storica. Soprattutto quando precisa che gli italiani hanno messo in campo un comportamento adattativo-reattivo che funziona da tempo e cheavevamo visto già all’opera nella crisi drammatica del 2001 e poi nel superamento della esasperazione del declinismo e dell'impoverimento”.
“Funziona da tempo”… Diciamo, almeno cinque secoli. Certo, sappiamo benissimo che il Censis deve sfornare dati sempre freschi. Però, se è vero che gli italiani da un anno all’altro, cambiano di “stato d’animo”, è altrettanto vero che non mutano in quella enorme capacità di adattamento, o “arte di arrangiarsi”, che sembra essere un’importante componente del nostro carattere nazionale.
Conlcudendo, Censis o non Censis, sembriamo fatti proprio così... 

Carlo Gambescia

lunedì 18 gennaio 2010

Il “nodo Pio XII”


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Non possiamo pretendere di sciogliere il “nodo Pio XII" scrivendo un post. Certo, come alcuni sostengono, la verità storica va accertata fino in fondo, aprendo gli archivi Vaticani. Ma può essere sufficiente? Ne dubitiamo. Prima di spiegare perché, passiamo però in rassegna le varie posizioni.
Antisemiti e antigiudaisti (più sfumato l'atteggiamento degli antisionisti) sono contro qualsiasi forma di approfondimento "storiografico" perché vi scorgono una grave intromissione nelle vicende interne della Chiesa, se non di peggio…
Al contrario la comunità israelitica è favorevole. Anche perché si ritiene, che Pio XII avrebbe potuto, comunque, fare di più. E ovviamente, al suo interno, i livelli polemici variano in relazione ai diversi atteggiamenti politici maturati all'interno della diaspora ebraica. 
La Chiesa Cattolica, pur mostrandosi interessata e aperta al confronto, pare invece sostenere nei fatti che da un maggiore approfondimento storiografico nulla potrà venire di nuovo: Pio XII, fin d’ora, avrebbe le carte in regola per aspirare alla santità.
Il punto è che il “nodo Pio XII” è innanzitutto una questione politica. Perché legata alle differenti valutazioni degli attori politici internazionali sulla questione palestinese e in più in generale sul rebus medio orientale.
Perciò, pur auspicandolo, crediamo che un maggiore approfondimento storiografico, non scioglierà mai “il nodo Pio XII”.
La cultura non può bastare: i “dirimenti” dati archivistici, tanto invocati e attesi, in un contesto segnato da forti contrasti, rischiano di essere interpretati, una volta "usciti", secondo le rispettive convenienze politiche.
Solo un decisivo mutamento dei rispettivi, e per ora contrastanti, interessi strategici tra Usa, Europa, Israele, mondo arabo e islamico potrebbe contribuire a scioglierlo. Ma purtroppo ci si può giungere sia con la pace sia con la guerra.
Perciò, in ultima istanza il nodo Pio XII non è una questione storiografica, ma di rapporti di forza.


E di intelligenza politica. 

Carlo Gambescia

venerdì 15 gennaio 2010












Haiti
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Come esprimere il dolore del mondo? Forse la poesia dell’amico Nicola Vacca può aiutarci a capire la tragedia che si è rovesciata sul popolo haitiano.

Haiti
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La terra trema su quel poco
che hanno gli ultimi della terra.
In poco più di un minuto
l’inferno si scatena
e dove già si viveva di nulla
arrivano le macerie a condannare
per sempre chi ogni giorno
sopravvive nell’apocalisse della miseria.
Perché il Dio del Creato
distrugge ogni cosa
dove invece dovrebbe
arrivare la sua misericordia?
Qualche malpensante sostiene
che Egli sia l’alleato fedele del male.
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Agli ultimi due versi il credente può rispondere rinviando al misericordioso disegno divino. Ma il non credente? Chiunque rifiuti il Mistero non può non interrogarsi sul perché di tanto dolore. Abbattutosi su un popolo già tanto provato…

Ma se Dio è l’alleato fedele del male, visto che nei versi di Nicola si dà come scontata la sua esistenza, siamo sicuri che l’uomo sia sempre buon alleato di se stesso?
Se si accetta l’idea che Dio esiste ( sempre che non si condivida l’arduo dualismo gnostico del demiurgo cattivo e del dio impenetrabile, se non intellettualmente), perché mettere in dubbio la sua misericordia? Si può essere, a un tempo, credenti e non credenti? 

Carlo Gambescia

giovedì 14 gennaio 2010

La rivista della settimana: “Catholica” - n.106 - Hiver 2009-10 – Euro 12,00. 

http://www.catholica.fr


Ai lettori curiosi e privi di pregiudizi consigliamo la lettura del fascicolo appena uscito di “Catholica” (n.106 – Hiver 2009-10 – Euro 12,00 ), rivista francese, diretta da Bernard Dumont, brillante intellettuale, poliglotta, uomo di fede ma anche di battaglie. Per nulla abituato a fare sconti a destra come a sinistra: dai cattocomunisti ai tradizionalisti cattolici, gerarchie ecclesiatiche romane incluse.
Il fascicolo affronta un tema importante, quello del rapporto tra “utilitarismo e bene comune”. Per farla breve, si propone di lavorare intorno a una terza via fra neoliberismo e statalismo, come sviscera ottimamente Bernard Dumont nel suo editoriale (Du bien commun à l’ordre public). Di qui il forte accento sul concetto di sussidiarietà, ben sviluppato dal giurista spagnolo Miguel Ayuso (L’Ètat de droit, le pluralisme et la pluralitè ). Visto come l’ infrastruttura morale di un reale bene comune, non imposto dallo Stato, né scaturito da brutali interessi economici.
Quegli stessi “istinti animali” che rischiano di distruggere l’ambiente, alla cui difesa come spiega Denis Mestre (L’écologie et le bien commun) non si può rispondere in termini di calcolato utilitarismo giuridico, ma di concreta consapevolezza morale e individuale, prima che collettiva, della posta in gioco. Probabilmente, come si evince dal saggio del giurista Juan Fernando Segovia (La crise de la justice politique dans la societè post-liberale), servono risposte capaci di andare oltre la pura redistribuzione materiale o formale dei beni. Ma come trovarle? Puntando su una nuova “sociabilité” dove il bene comune sia sentito nel reale vivere quotidiano, come illustra Claude Polin, docente di Filosofia Politica alla Sorbona (Les conditions de la sociabilitè ).
Come è tipico della rivista il dibattito resta aperto. Pur all’interno di coordinate religiose, o che comunque si riconoscono nella tradizione cristiana; si veda ad esempio il saggio di Ignacio Barreiro Carámbula (La sacralité de la médiation politique). Del resto nessuno è perfetto…
Inoltre come è suo costume “Catholica” offre anche un certo numero di articoli e recensioni di interesse generale. Ne segnaliamo uno per tutti: Philippe Baillet (Sur deux approches de l’idéologie nazi): interessante confronto fra le interpretazioni storiche di Mosse e Chapoutot.
Notevole anche la ragionata recensione di Kostas Mavrakis, al libro, appena uscito in Francia, di Jean Birnbaum, Les Maoccidents. Un néconservatisme à la française (Stock). Che merita di essere letta più del libro di Birnbaum…
Infine si segnala la pubblicazione di alcune eccellenti pagine di Augusto Del Noce (Gramsci, ou le suicide de la révolution), già note ai lettori italiani, ma non a quelli francesi. Del resto Bernard Dumont, tra le altre cose, ha introdotto in Francia il pensiero del filosofo italiano.


Altra ragione per leggere "Catholica".

Carlo Gambescia

mercoledì 13 gennaio 2010

Incontri su YouTube 
Il Circolo Pickwick 
di Ugo Gregoretti



Chi non ha letto Il Circolo Pickwick di Charles Dickens? “Fresca creazione giovanile”… contenente in embrione pressoché la sua opera futura”, secondo il parere di un famoso anglista italiano…
Probabilmente molti però non ricordano che del picaresco romanzo esiste una gustosa versione televisiva del 1968, opera di Ugo Gregoretti, giornalista, scrittore, musicologo, regista, occasionalmente attore e anche testimonial di storici caroselli Coop.
La versione televisiva è a metà strada fra il teatro di studio e l' inchiesta giornalistica di taglio satirico, alla Gregoretti, appunto. Che in abiti moderni intervista i protagonisti, chiedendo commenti e spiegazioni come usava fare nel suo riuscitissimo programma televisivo di allora, “Controfagotto” .
Insomma, uno spasso. Anche perché sul lavoro soffia il vento dominante del Sessantotto. E Gregoretti eccelle nel distillare gli umori progressisti di quegli anni. E per giunta in una Rai a tasso altissimo di “democristianità”…
Come esempio si veda l’ intervista al direttore della Fleet -   il  famigerato carcere londinese al quale viene associato per debiti Pickwick -  dal simpatico e spiccato accento partenopeo,  interpretato dal  professor Alessandro Cutolo, personaggio di spicco di una televisione garbata e pedagogica . Mentre il cantante che rallegra, si fa per dire, i prigionieri “paganti” è Mal dei Primitives, all'epoca sulla cresta dell'onda. Quanto agli attori protagonisti, li si scopra lentamente, come si fa con le carte del poker, attraverso i titoli di coda. Un nome su tutti: quello del giovanissimo Gigi Proietti. 




Carlo Gambescia

martedì 12 gennaio 2010

I giovani e la professione più bella del mondo
Piccoli giornalisti crescono? 


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Provocazione. Oggi l’unica strada per diventare “giornalisti” famosi, sembra sia quella di non essere giornalisti… Pare, infatti, prevalere il modello “Le Iene” o “Striscia la notizia”. E in che cosa consiste? Nel mettere l’aggressività verbale al servizio dei diritti del cittadino. Ma non sempre, perché più spesso la si mette al servizio di un pettegolezzo “orientato”. E da chi? Dalla “notiziabilità” o meno di un fatto, stabilita dai grandi media. I quali decidono quando sia necessario dare spazio a personaggi come Corona e quando no… Sulle base, ovviamente, del colore delle braghe del padrone. Ma evitiamo la dietrologia. Un grande politologo francese, Maurice Duverger, una volta disse, che i media, era liberano da tutto, eccetto che dal denaro.
Ma allora cosa significa, oggi, essere (buoni) giornalisti? Che cosa conta veramente? Dal punto di vista “tecnico”, e sorvolando sulla natura del media in cui si eserciti l’attività, possono essere distinte due scuole: il Passion-Driven Journalism e il Market-Driven Journalism… Tradotto: la scuola del giornalismo impegnato civilmente, si pensi al “modello Saviano”, merce sempre più rara; e quella del giornalismo dedito alle banalità, oggi strabordante, spesso non svolto da professionisti. E dominato dalla commercializzazione della notizia. Si pensi al “modello Le Iene” .


Da alcuni dati Censis per agli anni Duemila, sui giovani dai venticinque ai trent’anni frequentanti scuole di giornalismo, emerge un fatto interessante (http://www.censis.it/277/280/339/430/453/3279/3289/content.asp): chi vuole abbracciare la professione è mosso nella maggioranza dei casi da “ragioni vocazionali”: il 63,2% . In questo senso, quello del giornalista, resta un mestiere che si fa per passione. Infatti la “scelta ragionata” riguarda solo il 24,1%. Tuttavia il 74,4% desidera ottenere dalla professione “soddisfazioni personali” Mentre il 56,9 è alla ricerca della “possibilità di svolgere un ruolo utile per la società” .
Quindi tra coloro che vogliono praticare giornalismo professionalmente due su tre aspirano “a sistemarsi” in modo soddisfacente, mentre un futuro giornalista su due vuole “ aiutare il prossimo”. Di qui probabilmente, una volta entrati in redazione la scelta di praticare la “via di mezzo”: un colpo cerchio (la carriera) e uno la botte (il prossimo).
Potremmo perciò parlare “tipologicamente” di un giornalista “postmoderno”, tra l’altro laureato e padrone delle nuove tecniche di comunicazione. Che, soprattutto nelle nuove generazioni ( i trentenni), proverà a volare alto con Saviano, per poi - magari non sempre - planare sul pettegolezzo o quasi: politico, economico, culturale eccetera.
Concludendo: grandi ideali, piccolo cabotaggio. Anche perché il settore è in crisi, soprattutto quello della carta stampata. E perciò primum vivere.

Carlo Gambescia

lunedì 11 gennaio 2010

Immigrati
Tutta colpa 
della sociologia buonista?



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Non ha tutti torti Claudio Risé a criticare su “il Giornale” quanto sia sbagliato collegare sbrigativamente violenza criminale e povertà, come fa certa sociologia “radical-borghese”, o buonista, che addossa tutte le colpe alla società ( http://www.ilgiornale.it/cultura/cultura/09-01-2010/articolo-id=412415-page=0-comments=1 ). Ma non è neppure il caso di asserire, in modo altrettanto frettoloso, e per alcuni cattivista, che tra i due fenomeni non ci sia alcuna relazione, perché ognuno di noi, anche il più povero, è sempre e comunque responsabile delle sue azioni...


Sociologicamente, la verità è nel mezzo. A certe condizioni, benché Risé sembri sostenere il contrario, la povertà può trasformarsi in violenza. E quindi va prevenuta.
Ma a quali condizioni? Facciamo subito notare una cosa, prendendo spunto dai fatti di Rosarno. Quale provvedimento hanno preso le forze dell’ordine? Disperdere gli immigrati sul territorio. Per dirla brutalmente, “deportarli” nei Centri di Identificazione e Espulsione (ex CTP). Misura terribile, ma necessaria. Assunta per separarli dalla popolazione locale e salvarli, per ora, dagli artigli delle associazioni criminali. E per quale ragione? Per un semplice motivo sociologico. La contiguità fisica e psicologica, quando frutto di condizioni economiche precarie, funziona da moltiplicatore dei conflitti sociali. Di qui la necessità di istituire distanze all’interno (tra gli immigrati stessi) e all’esterno (tra immigrati e popolazione locale). Dal momento che contiguità spaziale e promiscuità fisica facilitano la nascita e la trasmissione (come per contagio) delle informazioni più tendenziose, ai limiti dell’ossessività sociale. “False notizie” che, come in guerra, servono solo ad accrescere l’odio reciproco.
Insomma, stante una situazione di disagio sociale, che resta il detonatore di una crisi, contiguità e promiscuità agiscono come moltiplicatori della sua intensità. Quindi un legame tra povertà e violenza c’è.
Ovviamente, il punto della questione, non è reprimere “dopo”, ma intervenire “prima” sulle condizioni sociali degli immigrati. Facendo in modo che, clandestini o meno, non siano mai costretti a vivere nel degrado sociale come a Rosarno. Il che significa che il problema non può essere risolto confinando gli immigrati nei Centri di Identificazione e Espulsione , dove contiguità e promiscuità sono addirittura peggiori. Ma adottando politiche adeguate nei riguardi dell’immigrazione. Politiche che tengano sempre presente un fatto fondamentale: il rispetto dell’altro ha un fondamento non solo religioso o umano, ma sociologico. Nel senso che la sociologia, sconsigliandoci di sottovalutare la carica di violenza implicita nel mix povertà-contiguità-promiscuità, rappresenta la realtà né in chiave buonista né cattivista ma così com’è.
Durkheim parlava di “fatti sociali”, nudi e crudi. O anche uno dei padri della sociologia, va liquidato come buonista? 

Carlo Gambescia

venerdì 8 gennaio 2010

Body Maroni




Il Comitato Interministeriale per la sicurezza aeronautica (Cisa) ha deciso che l’Italia si doterà dei body scanner. Strumenti che saranno operativi entro 2-3 mesi. Così l’annuncio, con squilli di tromba e rulli di tamburo, del Ministro dell’Interno, Roberto Maroni, al termine della riunione del Comitato.
Inoltre è stato istituito un Comitato ristretto, formato da alti burocrati, per decidere la scelta degli apparati da acquistare per tutelare la salute dei passeggeri e la privacy. Apparati che saranno installati inizialmente a Malpensa, Fiumicino e a Venezia, il cui costo previsto è tra i 100 e i 200 mila euro ciascuno.
Ora, una prima notazione è che non esiste ancora una posizione univoca dell’Unione Europea sull’utilizzo dei body scanner negli aeroporti. Certo, una scelta unitaria è stata sollecitata dalla presidenza spagnola della Ue. Inoltre secondo il ministro dei trasporti spagnolo José Blanco , ”una posizione comune, anche se non vincolante, sarebbe positiva per tutti”. Come si visto alcuni paesi europei, come l’ Italia, ma anche Gran Bretagna e Olanda, hanno deciso di installare gli scanner negli aeroporti dopo il caso di Umar Farouk Abdulmutallab, il nigeriano salito a bordo di un volo della Delta con dell’esplosivo addosso. Ma ripetiamo non c’è ancora "posizione comune". E quindi perché correre da soli, come sta fecendo Maroni? Avventatosi sulla questione sicurezza con la consueta veemenza leghista... Tra l’altro prima di partire con un’iniziativa del genere - e soprattutto in chiave europea - si dovrebbe stabilire con sicurezza se gli scanner siano sicuri o meno dal punto di vista della salute… Insomma, accertare, e una volta per tutte, se al decesso per attentato aereo, rischia di sostituirsi la morte per cancro, o malattie simili…
Ma quel che dà più fastidio è l’ossessione securitaria di derivazione leghista. Quasi un “complesso” che sembra ottenebrare la mente di un ministro pur capace come Maroni. Inutile qui ricordare certe ridicole proposte “padane” come quella di prendere le impronte dei piedi agli immigrati. Oppure la buffonata delle ronde, tra l’altro destinata a finire nel nulla. Pare, infatti, che il Ministero dell' Interno, che doveva autorizzarle, abbia ricevuto finora solo tre o quattro richieste da tutta Italia. Roba da ridere.
Invece non c’è da ridere sull’ossessione in se stessa. Che rivela un smania, non solo leghista, ma molto Usa, di mettere sotto controllo tutto e tutti. Ora, la guerra al terrorismo, a un fenomeno fantasmatico (quindi in ultima istanza militarmente inattingibile, secondo la lezione del buon Carl Schmitt), richiede non solo misure militari o di sicurezza, ma soprattutto impone l’opera della diplomazia. E su questo aspetto Maroni e Obama, fatte le debite proporzioni, sembrano, per così dire, poco attenti.
Ma c’è un punto particolarmente inquietante. Quale? Quello che una legislazione securitaria, magari imposta a colpi di provvedimenti urgenti finisca per limitare, se non cancellare, la libertà dei cittadini. E su questi rischi c’è una letteratura vastissima a partire dai libri di David Lyon, sulla "società della sorveglianza", sviluppatasi in tutto il mondo occidentale dopo l’11 Settembre. Il rischio fondamentale, secondo lo studioso, resta quello che le montagne di dati accumulate sulla cittadinanza, grazie ai sempre più veloci e tecnicamente perfetti processi di digitalizzazione, possano finire in enormi casseforti digitali. E dunque nelle mani di strutture pubbliche ma anche private (grazie a privatizzazioni e appalti ad hoc), Per poi essere gestiti come strumento pressione e controllo sui cittadini, superando addirittura i livelli della famigerata Stasi.
Si dirà, che c’entra l’ex polizia segreta della Germania comunista, con Maroni? C’entra. Perché chi scrive, non metterebbe mai la mano sul fuoco sulla fedeltà di Maroni e Bossi ai valori della liberaldemocrazia… Quanto a Obama, il "Premio Nobel", meglio stendere un velo pietoso...

Carlo Gambescia