giovedì 30 aprile 2009

Il libro della settimana: Bruno Leoni: Il pensiero politico moderno e contemporaneo, a cura di Antonio Masala, introduz. di Luigi Marco Bassani, Liberilibri, Macerata 2009, pp. XLX-440, euro 22,00. 

http://www.liberilibri.it/bruno-leoni/128-il-pensiero-politico-moderno-e-contemporaneo.html


Bruno Leoni (1913-1967) è un pensatore liberale. Anzi, per molti dei suoi attuali estimatori è addirittura un Libertarian italiano, attivo, "purtroppo", in un periodo storico - gli anni Cinquanta e Sessanta - egemonizzato dal pensiero marxista e cattolico-sociale.
Sul suo libertarismo - in tempi in cui tutti si definiscono libertari, persino i postfascisti del Secolo d'Italia - non ci pronunciamo. Però riteniamo utile consigliare la lettura, anche ai non liberali, de Il pensiero politico moderno e contemporaneo, (a cura di Antonio Masala, introduz. di Luigi Marco Bassani, Liberilibri, Macerata 2009, pp. 440, euro 22,00). Dove sono raccolti alcuni importanti scritti di Bruno Leoni, risalenti appunto al periodo della dittatura culturale “olista” ( per alcuni malevoli: cattocomunista). Anche perché Leoni non nascose mai di essere un individualista metodologico, addirittura “integrale” secondo un suo interprete.
Per Leoni l’individuo precede la società. E lo stato non è che un gruppo sociale, puramente nominale, dietro il quale si cela il potere di precisi individui, con tanto di nome e cognome.
A fronte di una posizione così radicale, molti olisti, come chi scrive, avrebbero dovuto lasciar dormire i libri di Leoni tra la polvere degli scaffali. E invece no. Lo abbiamo sempre letto con interesse, anche quando non era famoso - ovviamente, quel poco che era in circolazione - apprezzandone lo stile di scrittura, l'arguzia e la profondità di ragionamento.
Prendiamo, ad esempio, il primo saggio riproposto in questo bel volume: “Storia del pensiero politico dell’Ottocento e del Novecento” (pp. 5-208). Ebbene, lo avevamo letto avidamente molti anni fa nelle Questioni di Storia Contemporanea di Marzorati (vol. II, pp. 1121-1264), dove era apparso per la prima volta nel 1952. Rimanendo colpiti dal suo taglio, tutto giocato sulla distinzione hayekiana, a quei tempi ignota in Italia, tra individualismo puro (buono) e individualismo spurio, costruttivista (cattivo). E in particolare dalla trattazione dell’utilitarismo, che pur con alcune riserve, Leoni riconduceva, molto prima di Alain Caillé e del Mauss, nell’ambito di un pericolosa visione politicamente moralistica, dove in nome della felicità dei “molti” lo Stato poteva "giustamente" sacrificare i “pochi”. Pertanto il volume andrebbe acquisito e letto solo per questa acuta analisi dell’utilitarismo, come forma di individualismo costruttivista, o come si direbbe oggi “protetto”.
Il pensiero politico moderno e contemporaneo offre anche alcuni saggi di analisi (pp. 213-284), severi quanto onesti, del pensiero marxiano, nonché un’ acutissima indagine dei rapporti tra liberismo e liberalismo, partendo dalla famosa polemica Croce-Einaudi.

Leoni sembra non dare ragione a entrambi. A Einaudi, per la timidezza nel ribadire il legame tra libertà politica e libertà economica. A Croce, per la filosofica veemenza nell’asserire la natura esclusivamente teoretica, quasi stellare del liberalismo. E perciò né politica, né economica.
Purtroppo crediamo che proprio in virtù del suo individualismo metodologico che ben si mescola con con la sua volontà professorale di tenere il pensiero liberale au-dessus de la mêlée, Leoni promuova il liberalismo - andando oltre la filosofia, la politica e in certo senso l'economia - al rango di scienza, confondendo così la norma con la descrizione di un fenomeno. E in questo senso, dispiace dirlo, sarebbe più giusto parlare di integralismo liberale invece che di liberalismo integrale. E come è noto l’integralismo non giova né alla ricerca né alla lotta politica.
Del resto, come mostra l’ultima parte del volume, dedicata alle questioni (più pratiche) della libertà economica, della democrazia e del socialismo (pp. 377-428), all'autore sembra sfuggire, almeno nei saggi qui pubblicati, la questione del potere come fattore di organizzazione, decisione e conflitto. Il che crediamo dipenda dal suo privilegiare l’ordine spontaneo della società rispetto a quello artificiale, se non talvolta artificioso della politica. Cosicché Leoni rischia di scorgere nell’organizzazione e nella decisione politiche solo un fattore di subordinazione dell’individuo a soffocanti entità collettive. E nel conflitto, solo una rivolta dell’individuo verso istituzioni altrettanto oppressive.
Il che può essere anche vero, ma come insegna Carl Schmitt, è solo una parte della storia.

Carlo Gambescia 

mercoledì 29 aprile 2009

Riflessioni
Tolleranza, intolleranza, ciclo politico




Che cosa vuol dire essere tolleranti? Sul piano umano e politico significa rispettare le idee degli altri, anche se diverse. Godere, come si legge, di un’ attitudine a mostrarsi ragionevoli, comprensivi verso idee, credenze religiose, sistemi politici diversi o contrari dai propri.
Ora, porremo alcuni quesiti che riguardano il rapporto tra ciclo politico, tolleranza e intolleranza. Domande talvolta ignorate dai politologi.
La tolleranza è un fatto di costume? Nel senso che dipende da abitudini storiche condivise? Oppure può essere sancita e rafforzata da leggi in grado di imporre ai cittadini il rispetto di alcune procedure? Ma fino a che punto si può essere tolleranti? Come fissare i confini tra tolleranza e intolleranza? Il costume richiede secoli. Una legge pochi giorni o mesi. E di regola le leggi non fondate su costumi consolidati sono disattese dagli stessi cittadini.
Va poi segnalata una contraddizione. La tolleranza rinvia a una visione relativistica della politica, capace di porre tutte le credenze sullo stesso piano. Mentre la politica - o il Politico se si preferisce - rinvia alla decisione. E la decisione implica la scelta fra credenze diverse, e quindi il “sacrificio” della credenza minoritaria.
La democrazia contemporanea, permeata di valori liberali, ha però tentato di aggirare l’ostacolo della decisione, imponendo per legge la mediazione procedurale. Nel senso di garantire in qualche modo una rappresentanza alle credenze minoritarie, duranti le fasi dibattimentali. Nel senso di ascoltare tutti, cercando di recepire le istanze di tutti. Al prezzo però, spesso, di annacquare i contenuti legislativi in discussione e approvazione. Alcuni ritengono che questo sia il giusto prezzo da pagare alla democrazia.
Ma come comportarsi con una credenza basata su aspirazioni di tipo monopolistico? Basterà escluderla dal gioco procedurale? Correndo però il rischio che la credenza minoritaria alla libera partecipazione alla democrazia sostituisca il colpo di forza?
Siamo davanti al più noto dilemma della democrazia moderna. Una democrazia illuminata e discorsiva che ha tentato - per certi aspetti eroicamente, per altri ingenuamente - di sostituire alla forza il ragionamento; alla decisione imperativa la mediazione procedurale.
Mediazione che purtroppo non sempre è condivisa da tutti e che spesso viene accettata strumentalmente dalle stesse credenze a tendenza monopolistica, una volta trasformatesi in movimenti politici, soltanto per agguantare il potere.
Di solito tali movimenti rischiano di rendere necessario l’uso della forza. Ma come definire una forza politica monopolistica? Basterà la sua volontà, pubblicamente espressa, di non rispettare le regole procedurali della democrazia?
No. Tale definizione e il conseguente intervento repressivo sarebbero giustificati solo nel momento in cui la volontà monopolistica si trasformasse in pratica individuale e collettiva, ad esempio terroristica.
Mentre non sarebbero giustificate se un tale movimento scegliesse di partecipare a libere elezioni. Ma come stabilire con sicurezza il "tasso di sincerità politica” e di "democraticità" di un movimento simile? O se si vuole di "conversione" alla democrazia?
I problemi però non finiscono qui. Perché coloro che sono pronti a reprimere in nome della democrazia, a loro volta, possono essere monopolisti della forza legale (perché al potere), ma non di quella legittima (perché non godono più del consenso della maggioranza dei cittadini). Esistono, infatti, anche le finte o false democrazie. Ma chi decide circa la qualità della democrazia? Gli elettori. Ma se gli elettori, ingannati, errano? Insomma, anche per i "democratici" vale lo stesso discorso che si è fatto a proposito dei movimenti politici a tendenza monopolistica. Come stabilire con sicurezza il loro "tasso di sincerità politica" e di "democraticità"?
Inoltre si tratta di valutazioni e decisioni - è bene ricordarlo - che devono essere fatte e prese in situazioni storiche spesso tumultuose. Perché legate, ad esempio, alle condizioni economiche, politiche e culturali, all’ abilità dei capi, all'amore per la libertà di un popolo e a fattori minori e contingenti. Di qui la possibilità di puntare sul cavallo politico sbagliato.

Il che significa che la qualità democratica di un sistema politico è frutto di circostanze storiche. E che principalmente è stabilita dai vincitori. I quali impongono una loro idea di tolleranza, che di regola penalizza o rimuove le ragioni dei vinti. 

Carlo Gambescia

martedì 28 aprile 2009

Polemiche
Le veline secondo la destra finiana




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Le critiche di "Fare Futuro", apparse sul magazine della Fondazione e sostanzialmente recepite da Gianfranco Fini, sulla candidatura alle europee nel Pdl di alcune veline e attrici ("Le donne non sono gingilli da utilizzare come specchietti per le allodole, non sono nemmeno fragili esserini bisognosi di protezione e promozione da parte di generosi e paterni signori maschi, le donne sono, banalmente, persone. Vorremmo che chi ha importanti responsabilità politiche qualche volta lo ricordasse"- http://www.farefuturofondazione.it/
 ), sollevano un problema di fondo. Quale? Quello della dignità del mestiere dell’attore, e nel caso, dell’attrice. E di certo razzismo che sembra oggi prevalere verso di esso.
Ma di quali signore e signorine parliamo? Presto detto: Barbara Matera, già "letteronza", Angela Sozio, ex del Grande Fratello, Camilla Ferranti, reduce da Incantesimo, Eleonora Gaggioli, direttamente dai set di Don Matteo ed Elisa di Rivombrosa. Volti purtroppo destinati - come scrive moralisticamente la Repubblica - “a rappresentare l'Italia in Europa. In quel Parlamento europeo che con le ribalte televisive ha poco da spartire. O almeno dovrebbe”. (http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/politica/elezioni-2009-1/futuro-veline/futuro-veline.html ).
Questo moralismo, secondo alcuni lodevolemente postfascista, non ci convince. Se c’è parità, tra uomini e donne, deve esserci anche parità tra lavori. E soprattutto rispetto per tutte le professioni. Non vorremmo sbagliare, ma in passato, a destra come a sinistra, sono state giustamente candidate, sia in Italia sia in Europa, attrici e conduttrici. Se un Parlamento deve essere lo specchio professionale di una società, è giusto che in esso siano presenti le varie anime lavorative. Soprattutto se femminili.
Naturalmente la tesi di coloro che si oppongono, a prescindere dal camaleontismo di Fini che sta studiando da prossimo segretario del Pdl, è frutto di profondo antiberlusconismo e di odio viscerale nei riguardi della televisione commerciale. In nome di certo superficiale anticapitalismo, che sembra oggi distinguere, a livello di contentino interno, la cosiddetta destra postfascista. Due atteggiamenti, diffusi anche a sinistra, e animati dalle storie intorno al Cavaliere-Sultano che tanto intrigano gli italiani. Atteggiamenti che possono anche essere plausibili sul piano della lotta politica, dove tutto è ammesso, pur di sconfiggere "l’odiato" avversario (nel caso Berlusconi). Ma solo al prezzo, spesso, di violare le libertà formali, come appunto in questo caso. Dove lo svolgimento di un lavoro, quello dell’attrice, che fino a prova contraria va giudicato onesto come tanti altri, viene usato per discriminare politicamente le donne, cercando di privarle di fatto del diritto di elettorato passivo. Che se ricordiamo bene, non riguarda la professione di “velonza” ma gli eventuali requisiti posseduti da un soggetto per potersi candidare, come l’età, la cittadinanza, la posizione giudiziaria. E non risulta che le attrici di cui sopra siano prive di tali requisiti.
Sarebbe onesto perciò che le organizzazioni femministe e i maschi ancora in grado di ragionare con la testa propria, invece di sbavare dietro a Fini, autentico Uriah Heep della politica italiana, prendessero posizione, condannando questa ennesima campagna razzista contro l’inserimento delle donne in politica. O chiediamo troppo?


Carlo Gambescia 

lunedì 27 aprile 2009

Accoppiamenti giudiziosi
Alessandro Manzoni e l’influenza suina


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Ci mancava pure l’influenza suina. Che fare?
Come prima cosa rileggere i capitoli XXXI-XXXII de I promessi sposi, quelli dove inizia la grande “sinfonia storico-poetica della peste”, come si trovava scritto al liceo in certi commenti ampollosi. Ad esempio, tutti ricordano, la storia degli untori: i “fattucchieri malvagi” che nottetempo, ungendo case, muri, porte e panche delle chiese, contribuivano a diffondere misteriose sostanze pestifere.

Beh, c’è già chi dice che dietro la febbre suina ci siano le multinazionali dei maiali in lotta tra loro. Che ne avrebbero favorito la propagazione per ragioni concorrenziali. Cosa non semplice da dimostrare … Altri invece ritengono che dietro diffusione dell’epidemia ci siano i soliti giganti farmaceutici a caccia di facili profitti, legati alla produzione di vaccini. Il che, a dire il vero, non è del tutto impossibile. Ma non è facile da provare. Però volete mettere il fascino del complotto?
Pertanto la seconda cosa da fare è matenere il controllo del nervi. Non sembra infatti dimostrato il contagio diretto animale uomo. Le versioni in materia di medici e specialisti sono discordanti. Il che non aiuta… Ma di fatto, sul piano mondiale, per ora, il numero dei decessi è insignificante. Quindi - soprattutto i media - cerchino di evitare l' allarmismo. Anche perché il panico gioca solo a favore di una maggiore concentrazione del potere. Per usare un termine alla moda favorisce "le caste".
Benché ne I promessi sposi, Don Rodrigo, un perfido aristocratico che oggi finirebbe subito nel cast del GF, si ammala di peste e muore... All'epoca, come insegna Manzoni, le grandi epidemie non guardavano in faccia a nessuno: nobili e popolo. Erano democratiche, nonostante comandassero gli aristocratici. Le "caste" democratiche di oggi potrebbero essere più coriacee... Ma questa è un'altra storia.
Inoltre i politici devono fare attenzione a una cosa fondamentale. Quale? Manzoni scrive: “Tanto nelle cose piccole come nelle cose grandi … osservare, ascoltare, paragonare, pensare, prima di parlare”. Tradotto: cari politici non perdete la tramontana. Non fate come Obama... Perché da come si sta comportando, sembra che il "Primo Presidente Nero della Storia Americana" abbia già perso la calma... Con buona pace di Giovanna Botteri.
La terza cosa, è quella di non correre in farmacia per comprare, accumulare, e ingurgitare ogni genere di rimedio contro l’influenza. Qualcuno potrebbe restarci secco per overdose. Da aspirina con vitamina C.
Insomma, come si dice tra giocatori di biliardo, “calma e gesso”. E soprattutto rileggere Manzoni.

Carlo  Gambescia

venerdì 24 aprile 2009

Intervista al professor Luciano Arcella
L'Aquila e la sua università torneranno a volare? 
(a cura di Carlo Gambescia)




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L’amico Luciano Arcella, docente di storia delle religioni presso l’Università dell’Aquila **, ha accettato di rispondere ad alcune domande sul post-terremoto.

Cominciamo dai soccorsi. Hanno funzionato?
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Per quanto concerne i soccorsi, non posso fornire un resoconto completo, visto che ho visitato soltanto alcune zone ed alcune tendopoli. Da Collemaggio all’area del Globo ai due campi di Pettino, ho certamente constatato una notevole efficienza, pur se gli ospiti hanno evidenziato alcune iniziali carenze. Le stufe sono arrivate dopo qualche giorno e con queste, le cabine-doccia con acqua calda.
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Ma che cosa ti ha colpito in particolare?
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Innanzitutto, la cucina e gli atteggiamenti dei volontari e dei soccorritori in genere. Al cibo sembra venire riservata particolare attenzione, nella consapevolezza che per l’Italiano e non solo per l’Abruzzese, il cibo, nella quantità e nel gusto, è elemento vitale. In Germania ci si sarebbe accontentati di zuppa con wurstel e patate, offerti in ordine alternato a pranzo e cena; da noi invece due primi, secondo e contorno, frutta e bevande varie. Ed a preparare e servire, oltre a militari o civili, cuochi vestiti da cuochi, come in quelle cucine a vista della migliore tradizione igienico-culinaria…
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E poi?
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Mi ha sorpreso l’estrema gentilezza di chi prestava aiuto. Espressione di un piacere nell’operare da tempo dimenticato da noi; che si operi presso strutture pubbliche o private. Quel piacere di cui parlava Mircea Elide a proposito delle biblioteche universitarie nordamericane, i cui impiegati si rivolgevano con gratitudine a chi andava a consultare i testi, e che a noi studenti italiani sembrava un dato da Cuccagna.
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E L’Aquila?
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Più che una città semidistrutta, ho visto una città abbandonata, ma allo stesso tempo ho visto nuovi punti nei quali si è condensata la vita. Certamente provvisori, ma tuttavia significativi nella loro capacità di indicare una precisa volontà di ricominciare.
La perdita della casa per una popolazione decisamente stanziale è un fatto grave, ma deve essere ridimensionata dinanzi alla capacità che è in noi di abitare il mondo e non soltanto una terra…
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Scusa Luciano, fammi capire…
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L’uomo non ha radici, ma ha cultura. L’uomo è in grado di radicarsi dappertutto, ma nella consapevolezza che quel che conta è il luogo degli affetti e del lavoro: entrambi riedificabili in ogni momento, al di sopra di ogni avversità.
Il solo, vero, inestinguibile dolore, è di chi ha perduto insostituibili affetti, e dinanzi a loro, chi ha lasciato alle spalle solo beni materiali deve essere grato al destino.
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Chiarissimo. Ma per tornare al quotidiano, come si vive in tenda?
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La vita in tenda non è male, non è campeggio come ha scherzato Berlusconi, tuttavia è una vita possibile, alternativa per chi deve rinunciare ai benefici cui è abituato, ma che in questa nuova collettività sta ritrovando un nuovo piacere di stare con gli altri. Alcuni lo sentono e lo esprimono, altri lo subiscono, ma in genere credo percepiscono il valore di questa esperienza irripetibile che, pur se durerà qualche mese (tempo auspicabile) nel ricordo diverrà parte lungamente significativa della propria esistenza.
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E che pensi del cosiddetto cosiddetto “carattere forte” degli abruzzesi? Si sta rivelando anche in questa triste occasione?
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Non so se questa esperienza rilevi un carattere schiettamente abruzzese o italiano: preferirei parlare di umanità, finalmente fraterna (ci sono molti stranieri fra i terremotati), finalmente seria dinanzi al comune nemico di una difficile sopravvivenza.
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La Facoltà di Lettere e Filosofia dove insegnavi è andata completamente distrutta … E’ vero che hai fatto lezione dentro una tenda?
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Carlo esageri...
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Luciano, da uno come te che come docente ha girato mezzo mondo, insegnando nelle situazioni più difficili, mi aspetto di tutto….
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Sì vabbé… Non ho tenuto una lezione universitaria in tenda, in quanto mi era stata vietata dal preside della mia facoltà, ma basandomi sulla libertà di esercitare la mia funzione di insegnante anargiro, ho parlato con studenti e non, e ho dato loro ulteriori appuntamenti. Per me si tratta di contribuire alla ripresa d’una vita attiva, esigenza manifestata sia dagli universitari che non vogliono perdere tempo per i loro studi, sia da chi vorrebbe trovare altro da fare in una quotidianità eccessivamente pigra.
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Come vedi il futuro dell’università aquilana?
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Se si saprà operare vedo un futuro più che roseo. Basterà che si appronti un campus fuori dalla città, fatto di costruzioni moderne e leggere; che si favorisca l’iscrizione dei vecchi e dei nuovi studenti con offerte appetitose: forti sconti sulle tasse universitarie e alloggi nel campus a prezzi ridotti. Navette continue che portino in questa nuova città universitaria partendo dal terminal di Collemaggio. Da aggiungere a ciò la fama, nata purtroppo da un evento luttuoso, comunque ora da sfruttare. Prima nessuno all’estero conosceva né l’Aquila né la sua Università: oggi, grazie ai media sono entrambe famose, e potranno trasferire questa fama nata da disgrazie in una fama per meriti turistici e intellettuali.
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A tale proposito, che pensi della decisione di Berlusconi di spostare il G8 all'Aquila?
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Non mi convince. Perché vi scorgo solo la consueta politica spettacolo.
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Concordo. Grazie Luciano della tua interessante testimonianza. Un abbraccio a te, ai tuoi studenti,  a tutti gli amici aquilani.
©Tutti i diritti sono riservati



Luciano Arcella oltre a insegnare presso l’Università dell’Aquila, svolge attività didattica e di ricerca presso università europee e latino-americane ( in particolare tedesche, brasiliane e colombiane). E’ stato per anni addetto dell’Istituto Italiano di cultura all’ estero. Tra le sue pubblicazioni: Rio Macumba (1981), Rio d’Africa (1993), Oltre la storia. Nietzsche (2003), Le bahiane, i bambini e il diavolo. Cronaca del carnevale di Rio (2004). 

giovedì 23 aprile 2009

Il libro della settimana: Gian Franco Lami, Tra utopia e utopismo. Sommario di un percorso ideologico, a cura di Giuseppe Casale, il Cerchio Iniziative editoriali, Rimini 2008, pp. 367, euro 30.00. 


www.ilcerchio.it

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Purtroppo non solo nel linguaggio comune ma anche in quello colto, si continua a confondere l’ Utopia con l’ Utopismo. Finendo così per inquadrare l'utopia possibile - tra poco diremo di che cosa si tratta - con l'utopia l’impossibile. Cioè con quel pensiero socialmente costruttivista, per dirla con Hayek, disposto a tutto, anche a sporcarsi le mani di sangue come in epoca moderna, pur di cambiare radicalmente il mondo.
Siamo perciò davanti a una distinzione, al tempo stesso, sottile e indispensabile . Come appunto spiega Gian Franco Lami, docente di Filosofia Politica all’Università di Roma “Sapienza” nel suo Tra utopia e utopismo. Sommario di un percorso ideologico, a cura di Giuseppe Casale, il Cerchio Iniziative editoriali, Rimini 2008, pp. 367, euro 30.00 . Notevole studio, di cui qui ci occupiamo.
Un piccola premessa: a Gian Franco Lami, punto di riferimento della Scuola Romana di Filosofia Politica, dobbiamo libri densi e importanti su Evola, Tilgher, Voegelin, Cammarata, Del Noce. E resta veramente un “mistero (in)glorioso” dell’università italiana, come mai uno studioso del suo calibro non sia ancora approdato a un più che meritato ordinariato. Ma evitiamo polemiche “in conto terzi”. Che sicuramente dispiacerebbero al professor Lami, uomo di riservatezza antica.
La nostra prima impressione è che Tra utopia e utopismo, volume molto ben curato da Giuseppe Casale, autore dell’intrigante postfazione, parta teoricamente da un' osservazione di Platone, sulla costruzione dello "Stato ideale", che citiamo quasi a memoria: “ Di questa nostra città l’esemplare sta forse nel cielo, e non è molto importante che esista di fatto in qualche luogo o che mai debba esistere: a quell’esemplare deve mirare chiunque voglia in primo luogo fondarla entro di sé” (Repubblica, IX, 591 b.).
Ecco, su questo fondamentale punto di discrimine introspettivo ( la Città Esemplare va prima fondata “entro" se stessi), Lami, non per niente autore di un notevole Socrate Platone Aristotele (Rubbettino 2005), costruisce l'impianto concettuale del suo volume. Tutto incentrato sulla dicotomia utopia/utopismo, quale passaggio dall’interno all’esterno dell’uomo: da un lato la riforma interiore di se stessi, come base positiva di un’ utopia a misura dell’ uomo della Città degli Antichi; dall’altro la riforma del mondo esterno, come fondamento negativo di un pensiero utopico, teso a costruire l’uomo emancipato da ogni legame terreno e celeste.
Da una parte gli antichi, dall’altra i moderni. Con al centro il pensiero cristiano a far da tramite tra le due età. E in che modo? Attraverso la valorizzazione della costruzione interiore, ripresa dagli antichi, che però viene rivolta verso l’ l’utopia della salvezza celeste. Si tratta di una salvezza, quella cristiana, che i moderni, a loro volta, secolarizzeranno, riconducendola nell’utopistica città Terrena delle religioni prima politiche, poi dei consumi.
Naturalmente abbiamo semplificato, anche per lasciare ai lettori il gusto di scoprire la qualità storiografica del percorso delineato da Lami. Il quale con grande abilità interpretativa indica in Platone, Aristotele, Cicerone i padri dell’utopia come riforma interiore di se stessi (anche se in ordine valoriale decrescente...). Scorgendo nel loro pensiero il contraltare prima all’utopia celeste di Agostino, poi alle esitazioni di Boezio e infine agli slanci già premoderni di Gioacchino Da Fiore. Un figura, quella del cistercense, che segna il passaggio decisivo dall’utopia all’utopismo: dalla riforma di se stessi alla profetica attesa di una trasformazione totale del mondo umano; dalla storia interiore alla storia esteriore.
Dopo di che, secondo Lami, giungono i ferrati cavalieri dell’ utopismo moderno, stregati dal fascino demoniaco del potere. Francesco Bacone: il sacerdote dello potere scientifico; Hobbes: il teorico del potere sovrano; Harrington e Rousseau: i filosofi del potere democratico; Saint-Simon e Comte: i funzionari del potere tecnocratico; Cabet, Fourier, Owen, con l'appendice Marcuse: i profeti del potere sociale. Tutti decisi cambiare il mondo, costi quel che costi.
Ovviamente con alcuni pensatori, non del tutto riconducibili alla dicotomia utopia/utopismo, Lami usa toni sfumati, formulando giudizi più problematici. Pensiamo alla trattazione dell'Alighieri, di Pico della Mirandola e Marsilio Ficino. Ma anche all’analisi di altri pensatori di confine come Tommaso Moro, Tommaso Campanella, e in parte Ludovico Agostini. E più avanti dello stesso Vico, vero gigante sospeso tra scienza antica, scienza nuova e scienza di sempre. Tutte figure dove, pur con accenti diversi, resta ben viva, a differenza degli utopisti moderni, l’impronta classica e cristiana, come riforma interiore di se stessi nell’ambito di un cammino verso la Città Celeste, capace però di non disdegnare quella Terrena.
Tuttavia il libro, ottimo sotto l'aspetto descrittivo e dell'impianto concettuale, sembra non rispondere a una questione normativa. Se oggi, come pare ritenere giustamente Lami, vi è più che mai necessità dell' utopia, e se alla base della genuina utopia, secondo la lezione platonica, “deve esserci una virtù individuale, la quale si faccia carico di questa realizzazione utopica”, come insegnarla e trasmetterla agli altri? Come "irradiare" l'energia dell'utopia tra gli uomini, evitando però di cadere nel costruttivismo sociale, tutto esteriore, dell’ utopismo? Possono bastare soltanto la forza dell'esempio e il carisma dei capi in una società complessa, narcisista e segnata dall' individualismo protetto come la nostra?
Probabilmente sarà necessario scrivere un altro libro. Non ( o non solo) di filosofia politica, ma di filosofia pratica. E (perché no?) sociale, se non sociologica.
Buon lavoro professor Lami.

Carlo Gambescia 

mercoledì 22 aprile 2009

Un approccio sociologico
La società italiana e il 25 aprile



E’ sociologicamente interessante come la società italiana segua con disinteresse le ricorrenti polemiche sul 25 aprile.
In realtà, non è così facile interrogarsi sul perché del disinteresse verso il 25 aprile, da sempre vissuto dalla gente comune come pura e semplice occasione per “fare ponte”.
Una ragione però ci sarebbe. La storia istituzionale italiana è breve, risale al 1861. Il che significa, visto il disinteresse per una celebrazione nazionale, che esiste l’Italia ma non esistono tuttora gli Italiani. Certo, la storia culturale è molto lunga. C’è addirittura chi la fa risalire al mondo romano. Ma questa è un'altra storia.
Diciamo soltanto che intorno alla nascita dello stato unitario (dando per scontata la “necessità” storica di questa forma istituzionale e geopolitica, cosa sulla quale non tutti sono d’accordo), si sono consolidate e contrastate varie tradizioni politiche fondate su interpretazioni opposte circa le origini culturali della storia d’Italia. E che discutere di tali tradizioni ci porterebbe troppo lontano.
In realtà quel che qui interessa è che l’Italia politica, storicamente, inizia nel 1861. E che la sua breve storia “unitaria” (148 anni) ha visto succedersi due forme di stato (monarchia, 61 anni, e repubblica, 63 anni ) e tre differenti regimi politici (liberale-rappresentativo ristretto, 61 anni; democratico-rappresentativo allargato, 61 anni; dittatoriale, 23 anni). Grosso modo, sotto quest’ultimo aspetto, il regime dittatoriale (sviluppatosi all’interno di una forma-stato monarchica), rappresenta in termini di durata storica (23 anni, considerata anche la Repubblica Sociale), un periodo abbastanza breve. Ma storicamente incisivo, dal momento che la fase dittatoriale si è intersecata con due guerre e una rivoluzione mondiale, quella russa: fatti che hanno inciso profondamente sui contenuti degli schieramenti politici (si pensi solo alla dicotomia fascismo-antifascismo). E che hanno lasciato ferite ancora aperte all’interno delle classi dirigenti politiche.
Ferite, invece, meno avvertite nel resto della società. E per una ragione molto semplice: la società italiana, a causa del tardivo conseguimento dell’unità politica e del frenetico alternarsi di forme di stato e regimi diversi, ha continuato e continua a scorgere nel potere politico un fattore estraneo, se non in ragione di esigenze primarie come la sicurezza sociale e la tutela dell’ordine pubblico e della proprietà.
E qui ricordiamo che la “Guerra Civile” e/o Resistenza fu sentita da pochi: da alcune centinaia di migliaia di italiani in tutto ( dell’una e dell’altra sponda). Il resto della società italiana rimase alla finestra.

Ora, è vero che la storia è fatta dalle minoranze, ma è altrettanto vero, che queste minoranze devono servirsi di una “formula politica” in qualche modo condivisa (per persuasione, per mimesi, per timore) dalle maggioranze. E, di conseguenza, se le maggioranze continuano a sentirsi estranee non solo al 25 aprile ma alla stessa storia d'Italia (dal 1861) come rappresentazione condivisa, evidentemente, qualcosa non deve tuttora "funzionare" o nella élite, o nella formula politica, o nei processi di socializzazione politica.
Diciamo pure che il senso di estraneità prepolitica della società (da non confondere con le varie forme dell’antipolitica, spesso strumentalizzate dalla politica), ha rappresentato la costante della storia unitaria italiana. Di qui quella frattura fra élite politiche “mediamente” divise e poco responsabili da una parte, e il resto della società dall’altra. I veri esuli in patria sono quegli Italiani (una maggioranza) che in un secolo e mezzo non si sono mai sentiti Italiani...
Il vero problema perciò è come ricomporre questa frattura: di fare gli Italiani. E non quello di celebrare o meno "elitisticamente" il 25 aprile, riunendo in piazza fazioni politiche di destra e sinistra votate a rappresentare soltanto se stesse.

Carlo Gambescia 

martedì 21 aprile 2009

Basta con le ideologie
La crisi economica è una cosa seria




Quando si parla della crisi attuale si dovrebbe sempre distinguere tra ideologia e realtà. Che cosa intendiamo dire? Che coloro che "parlano" ideologicamente della crisi tendono a proiettare su di essa i propri “desideri”.
Il neoliberista asserirà che la crisi è frutto di "poco mercato", perché solo la libera concorrenza può eliminare le mele marce...

Il marxista dichiarerà che la crisi riguarda la caduta del saggio di profitto, e che dunque Marx in fondo aveva ragione...
Il decrescista riterrà che la "megamacchina", a causa di una sovraesposizione finanziaria, sì è finalmente inceppata...
Il riformista sosterrà che i meccanismi capitalistici, funzionano imperfettamente, perché lo stato avrebbe fatto un passo indietro; di qui la necessità di regole.
Queste sono le principali quattro interpretazioni ideologiche della crisi, “secondo i desideri” di chi le formula. Dietro le quali però - cosa del resto compresibile quando si punta solo sulla lotta politica - si nascondono le aspirazioni degli interpreti (per carità politicamente comprensibili: puro "istinto delle combinazioni"): il liberista aspira a un mercato puro; il marxista alla nascita di una società comunista; il decrescista a quella di una società post-capitalista, dalle linee ancora sconosciute; il riformista al mantenimento di un capitalismo welfarista, o quasi.
Sono quattro derive retoriche, in fondo non molto diverse. Vediamole.
Gli approcci marxista e decrescista sono entrambi catastrofisti, nel senso che tendono a scorgere, forzando la realtà, i segni della “fine” in qualsiasi dato sociale ed economico negativo, o parzialmente tale.
Mentre quello liberista è ugualmente catastrofista, ma nel senso opposto, dal momento che tende a scorgere, sempre forzando la realtà, in ogni provvedimento di tipo interventista un attentato al capitalismo.
Infine quello riformista, anticatastrofista per eccesso, tende a scorgere, in ogni lieve segno di miglioramento della situazione, magari a seguito di misure pubbliche, un segnale, anche minimo, di ripresa economica.
Resta anche una quinta interpretazione complottista, spesso politicamente trasversale, che nel suo catastrofismo, giudica qualsiasi regresso o progresso della crisi come un successo o insuccesso, nella lotta contro un' invisibile e potentissima oligarchia economica mondiale.
Purtroppo, su queste basi ideologiche resta e resterà molto difficile - se non in termini di pura lotta politica tra opposte retoriche - giungere a una analisi oggettiva, scientifica e completa della crisi attuale. Queste posizioni "non aiutano", pur soddisfacendo funzionalmente ( in particolare le marxista, decrescista e complottista) certo estremismo ideologico molto diffuso soprattutto nella Rete. Basta infatti decretare, danzando con le parole come sciamani impazziti, l'imminenza della crisi finale del capitalismo per essere ripresi e applauditi. Chi si contenta gode.
Un solo esempio, è noto che la crisi dei ceti medi, non è frutto della crisi attuale, ma risale, almeno alle politiche neoliberiste degli anni Ottanta del secolo scorso, legate ai tagli settore pubblico e alle sovvenzioni alle imprese private e principalmente alla delocalizzazione produttiva, come portato della globalizzazione (chi scrive se ne è occupato per prima volta almeno venti anni fa, a proposito del presunto passaggio dal fordismo al post-fordismo). Una crisi sociale stabilizzatasi negli anni Novanta, e infine riaccesasi, ma non vi sono ancora dati sicuri, all'indomani della crisi attuale, quindi da circa un anno e mezzo, forse due. Si tratta perciò di una tendenza non chiaramente manifestatasi e verificata su basi osservative sicure. Di riflesso non si può ancora parlare di una costante sociale ricorrente nel capitalismo, o addirittura di una legge economica in senso marxiano.
Inoltre, prima di pronunciarsi definitivamente sulla proletarizzazione del ceto medio (che poi rinvia al vecchio, e mai provato, schema marxiano della caduta tendenziale del saggio di profitto e della divisione della società in due classi), per correttezza, andrebbero distinte le situazioni sociali statunitense ed europea sulla base delle diverse tradizioni politico-sociali, e dunque in relazione alle differenti capacità di risposta. Infine i tassi di povertà - certo non encomiabili - sia in Europa che negli Stati Uniti, sono molto diversi, come lo stesso giudizio sulla natura della povertà. Tassi che negli ultimi dieci anni - semplificando - sono rimasti stabili intorno al 10 per cento (Europa), al 20 per cento (Stati Uniti), al 5 per cento Giappone. (http://web.worldbank.org/WBSITE/EXTERNAL/DATASTATISTICS/0,,contentMDK:20394878~menuPK:1192714~pagePK:64133150~piPK:64133175~theSitePK:239419~isCURL:Y,00.html    ).
Alla luce di quanto sopra resta perciò prematuro e fuorviante, almeno per ora, parlare di proletatizzazione galoppante del ceto medio e sognare improbabili rivoluzioni sociali (anche perché, sia detto per inciso, mancano professionisti della rivoluzione, come quelli di inizio Novecento). A meno che, per ragioni narcisiste, non ci si voglia atteggiare a nobili cavalieri senza macchia e senza paura del catastrofismo.
Di qui la necessità, per un pensiero veramente critico, di fuoriuscire da questo stallo epistemologico, per approntare strumenti analitici, capaci interpretare, non per desiderata, la crisi attuale.
Dunque studiare, studiare, studiare...

Carlo Gambescia 

lunedì 20 aprile 2009

25 aprile: non siamo tutti resistenti
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Quanto è ancora complicato uscire dalla paludosa e paludata contrapposizione fascismo-antifascismo. Soprattutto quando si avvicina il 25 aprile. Quando scatta il riflesso pavloviano dei routinier della politica italiana, principalmente a sinistra. Ecco allora che Dario Franceschini in occasione degli imminenti festeggiamenti del 25 aprile tira fuori la retorica resistenziale. Il segretario del Partito Democratico invita ufficialmente Silvio Berlusconi alla manifestazione di Milano, sarebbe un modo per dimostrare che la Resistenza è ancora un luogo condiviso. Il Cavaliere ci sta pensando: “Finora non ho mai partecipato perché mi sembra ci sia sempre stata un’appropriazione indebita da parte di una sola parte politica”.
Berlusconi, una tantum, dice la verità. Ma prima di lui l’aveva detta Sergio Cotta, grande giurista cattolico e partigiano bianco, che più di trent’anni fa si era interrogato in un bellissimo libro intitolato Quale Resistenza?, sull’appropriazione indebita della Resistenza, da parte della sinistra, in particolare comunista. E ovviamente, Franceschini, pur essendo avvocato, non ha mai letto un riga di Cotta. Probabilmente perché quest’ultimo era amico di Del Noce: nemico giurato del cattocomunisti come Franceschini.
In realtà, non è sul concetto di luogo condiviso che bisogna incontrarsi. La parola chiave è sempre e comunque memoria condivisa. Ma la strada da percorrere è ancora lunga. Franceschini non può pretendere che ci si ritrovi tutti insieme sul mito della Resistenza e sulle consolidate e faziose ragioni storiografiche che affondano le radici nell’antifascismo militante o cattocomunista.
La storia della Resistenza deve essere ricostruita senza miti e agiografie: guardandosi negli occhi. Se davvero si vuole raggiungere una memoria condivisa, i partigiani devono scendere dal piedistallo con la loro vulgata resistenziale che sacralizza la Resistenza come mito intangibile.
E non lo sosteniamo noi, ma Napolitano. Il presidente della Repubblica, lo scorso 25 aprile, è intervenuto personalmente sull’ esigenza di “smitizzare” la Resistenza . Il capo dello Stato in quell’occasione affermò che “è possibile e necessario raccontare la Resistenza, coltivarne la storia, senza sottacere nulla, ‘smitizzare’ quel che c’è da ‘smitizzare’, ma tenendo fermo un limite invalicabile rispetto a qualsiasi forma di denigrazione e svalutazione di quel moto di riscossa e riscatto nazionale cui dobbiamo la riconquista anche per forza nostra dell’indipendenza, dignità e libertà della Nazione italiana”.
Smitizzare la Resistenza e non tacere i suoi limiti, questo è il punto di partenza per iniziare il cammino verso una memoria condivisa e una vera pacificazione nazionale.
Gli antifascisti militanti e le associazioni dei partigiani negano o peggio giustificano ancora le atroci vicende della guerra civile italiana, tacciono sulle violenze e sugli omicidi perpetrati dopo la fine del conflitto da molti partigiani contro uomini e donne inermi, e contro altri partigiani che non erano di fede comunista. Insomma, i morti, tutti i morti, devono unire e non dividere. Si deve perciò finalmente ragionare in termini di nazione e non di fazione. Riunire due “fazioni”, nello stesso luogo, come propone Franceschini, è perfettamente inutile, nonché, per dirla fuori dai denti, provocatorio.
Il vero punto della questione è che fino a quando i partigiani staranno sull’altare e chi aderì alla Repubblica sociale nella polvere, il 25 aprile non potrà mai essere la festa di tutti gli italiani.
Vera festa tricolore e del tricolore. E non soltanto di una parte di esso, quella dove prevale il colore rosso.
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Carlo Gambescia e Nicola Vacca

venerdì 17 aprile 2009

La scomparsa di Giano Accame




I funerali si terranno domani alle 10,30 nella chiesa di Santa Maria della Consolazione al Foro Romano
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Per ricordare il caro amico Giano riproponiamo il nostro articolo apparso su "Letteratura - Tradizione", scritto in occasione del fascicolo speciale per celebrare i suoi ottant'anni, uscito nell'estate 2008.


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Per ulteriori informazioni bio-bibliografiche rinviamo i lettori a http://it.wikipedia.org/wiki/Giano_Accame
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Giano Accame o dell’amicizia antieconomicista
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di Carlo Gambescia
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Ho conosciuto di persona Giano Accame, che naturalmente leggevo da anni, in occasione di un convegno, se ricordo bene, da lui ideato e intitolato “Oltre il muro di Wall Street”, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. Da poco era caduto il Muro di Berlino, mentre quello edificato dalla rapace e apolide finanza globale nel secolo americano, era rimasto in piedi, in tutta la sua arrogante imponenza.
Giano si proponeva se non di abbatterlo almeno di aprire qualche breccia, qui in Italia, grazie alle idee controcorrente di un pugno di refrattari al capitale finanziario, come si e ci definì il compianto professor Arduino Agnelli, presente tra gli invitati lì riuniti, grazie alle grandi capacità organizzative di Giuliano Borghi e ai mezzi messi a disposizione dal compianto Ivo Laghi, quale direttore all’epoca di “Pagine Libere”, autentico fiore all’occhiello della Cisnal.
Il muro però oggi è ancora lì. E noi pure, magari con qualche triste assenza legata alle inesorabili leggi della grande catena dell’Essere. Ma sempre con le spade dell’intelligenza sguainate. E con Giano al comando, pronti all’ultima carica, contro i carri armati di Wall Street… Costi quel che costi.
Non poteva perciò non nascere tra noi, già in quegli anni, un grande feeling intellettuale. Poi trasformatosi nel tempo in amicizia.
Su quali basi però? Ovviamente quelle di un rigoroso e affratellante antieconomicismo. E sicuramente ricambiato, nei nostri riguardi, dall’economia stessa. E in particolare dal denaro, che ci ha sempre “guardato”, diciamo così, con analoga antipatia.
Per entrare nel merito: in Giano, l’antieconomicismo passa attraverso il fuoco di una cultura trans-fascista, incarnatasi storicamente nella gigantesca e sempre attuale battaglia del sangue contro l’oro. Mentre nel sottoscritto l’antieconomicismo origina da una formazione di tipo sociologico, meno politicizzata o infuocata, che però designa nello studio dei fenomeni sociali le chiavi ideali per penetrare e cambiare, secondo i valori di sempre, la Città dei Moderni. Troppo sbilanciata sul piano dell’agire economico orientato al profitto, fino a sconfinare nella pirateria borsistica, oggi ancora ben insediata dietro il Muro di Wall Street.
Diciamo subito che anni di conversazioni fitte fitte, avvenute nel suo studio così affollato di libri, quadri, gatti, cani e idee antieconomiciste, hanno contribuito ad allargare i miei orizzonti. Fino al punto di riuscire a capire che l’economia non è solo sociologia, ma anche poesia e letteratura. E soprattutto politica, come capacità di immergersi con la passione dell’intellettuale “armato” (delle sue sole idee, ovviamente), anche nella trivialità, pur necessaria, della comprensione del divenire storico ed economico. Per riaffiorarne con nuove certezze sulla natura a tutto tondo dell’ uomo reale: che non è economico e ragionatore, ma antieconomico e sragionatore. E dunque capace di sacrificarsi “poeticamente”, immolandosi magari in guerra, per un’ idea come quella di patria. O semplicemente per fedeltà alle scelte fatte. E non importa se perdenti. Scegliendo così la via del più ruggente idealismo politico.
Ma devo a Giano anche numerosi suggerimenti di lettura, poi magari concretizzatisi in comuni collaborazioni. Penso al Mazzini, al Carli e al Michels, pubblicati nella collana “Contra” di Settimo Settimo Sigillo da me diretta. E da ultimo, al mio libro su Del Noce, che si avvale di un’intensa prefazione proprio di Giano. Dove, tra l’altro, ho messo a frutto alcune sue preziose notazioni esistenziali sul filosofo cattolico. Ma penso anche ai convegni, alle presentazioni di libri, alle riunioni editoriali e di redazione. Sarebbe veramente lungo fare la lista, per autori, delle suggestioni legate alla sua frequentazione e amicizia.
Un legame fatto anche di momenti ludici. E perciò di vivaci incontri conviviali, con altri valorosi quanto, alla bisogna, faceti amici. Segnati da bicchierate, squisiti manicaretti, e, a fine pasto, da esplosivi “Sgroppini”: una miscela di vodka, gelato al limone e una lacrima di spumantino. Se ci si passa l’espressione un po’ volgare: uno sturalavandini… Al quale Giano, insieme alla poesia e alla letteratura antieconomicista di Pound e di Marinetti, mi ha iniziato… Con mio grande gaudio. E ne sanno qualcosa Enzo Cipriano, il nostro grande e incosciente editore, sempre presente al rito dello Sgroppino. E il bravissimo ristoratore Michele, proprietario della “Piccola Irpinia”, nostro anfitrione romano e sapiente somministratore di “Sgroppini”…
Anche in queste occasioni conviviali, Giano non manca di suggerimenti e stimoli. La convivialità, insomma, nel senso del “vivere con” le emozioni, non solo della cultura, raggiunge il suo livello più intenso proprio durante le nostre cene. Vita e intelletto finiscono così per congiungersi felicemente.
Ecco, questa prodigalità di consigli e suggerimenti; questo donare, così candidamente se stesso, con naturalezza, senza mai far pesare la propria cultura, è tipico di quello che mi piace definire l’antieconomicismo esistenziale di Giano. Che spesso si nota nella sua pagina anche giornalistica, sempre colta, nitida, ma ricca di liberi spunti e stimoli donati al lettore, arricchendolo; si parla al mondo ma senza prevaricare. Con eleganza di cuore.
Il punto è che Giano, pur nella fermezza delle sue idee, è ancora oggi capace di ascoltare il mondo, dando così vita a una specie di circuito del dono intellettuale, tra chi legge e chi scrive. Anche se di sponde opposte. Come del resto dimostra l’attenzione che Giano ha ricevuto in ambienti lontani dalla destra. Il che deve rappresentare una lezione di vita per tutti noi, giovani e meno giovani. Quale lezione? Come essere realmente artigiani delle idee, nel senso più nobile del termine, andando al di là degli steccati politici post-1789. Pur conservando un ideale rispetto per quei “maggiori” di destra o sinistra, dai quali alcuni di noi discendono per precedenti scelte politiche.
E in questo senso mi piace parlare dell’amico Giano come di un mio “Maggiore”: vero maestro di studi, di giornalismo e di vita.
Auguri Grande Giano per i tuoi ottant’anni. Donati bene a quel mondo variegato e ribelle di spiriti liberi che ti ama intellettualmente e che non sarà mai pago di ascoltarti.
Un abbraccio affettuoso dal tuo Carlo. 

giovedì 16 aprile 2009

Il libro della settimana: Alessandro Campi e Angelo Mellone ( a cura di), La destra nuova. Modelli di partito, leader e politiche a confronto in Francia, Gran Bretagna e Svezia, Marsilio, Venezia 2008, pp. 205, euro 11,00. 




Piuttosto deludente - e dispiace dirlo - il volume curato da Alessandro Campi e Angelo Mellone (La destra nuova. Modelli di partito, leader e politiche a confronto in Francia, Gran Bretagna e Svezia, Marsilio, Venezia 2008, pp. 205, euro 11,00), che inaugura la collana “Interventi” della Fondazione Fare Futuro. Della quale Campi, professore associato di Storia delle dottrine politiche presso l’Università di Perugia, e Mellone, ricercatore di Scienza politica della romana Università San Pio V, sono rispettivamente direttore scientifico e direttore editoriale.
In primo luogo, perché l’ipotesi della "destra nuova" non sembra solidamente fondata. Quelli che i curatori indicano, in 38 pagine di introduzione comunque non banali, come i “valori nuovi” della destra francese, inglese svedese ( liberismo dolce e moderata attenzione verso i diritti civili e l’ambiente) sono semplicemente esito di un mimetismo ambientale, imposto da una politica di “corsa” verso il centro politico. Inaugurata, e con successo, da Blair.
Probabilmente Sarkozy, Cameron e lo svedese Reinfeldt nascono come uomini con spiccate propensioni per il centro dello schieramento politico. E in questo senso sono omologhi (o quasi) di Blair, con l’unica differenza che provengono da destra. Dopo di che il mimetismo ambientale ha fatto il resto.
In realtà, il vero problema da indagare, sarebbe quello del perché destra e sinistra ormai si somiglino così tanto: del perché il mimetismo ambientale si sia oggi fatto vettore di valori e interessi "di centro". In questo senso, se proprio si desiderava mettere un cappello accademico sul capo delle pseudodestre nuove, si doveva parlare di “ centri nuovi": perché crediamo sia compito dello studioso sociale analizzare la realtà per quel che è non per quel che dovrebbe o potrebbe essere. Del resto - a riprova di quanto asserito - i saggi raccolti nel libro, mostrano appunto che le destre francese, britannica e svedese si sono spostate al centro. Contraddicendo la tesi dei curatori sulla “destra nuova”. Quando si dice farsi del male da soli...
In secondo luogo, il volume delude perché raccoglie contributi diseguali e poco organici. Già in termini di distribuzione dello spazio: circa la lunghezza dell' introduzione abbiamo già detto; alla Francia di Sarkozy sono dedicati due saggi, complessivamente lunghi 38 pagine; alla Gran Bretagna, tre saggi per 61 pagine; alla Svezia, 4 saggi per 53 pagine.
Inoltre i contributi sull’esperienza francese (Sofia Ventura e Marcello Foa) sono soprattutto incentrati sul "colore" sarkozyano. Per contro, il primo intervento dedicato allo scenario politico-elettorale britannico (Luigi Di Gregorio) risulta altamente specialistico, ricco di dati e tabelle. Finendo così per stonare con i due interventi precedenti. Come con quelli successivi dedicati, il primo, in chiave impressionistica, al conservatorismo cameroniano ( Kieron O’Hara), il secondo, curioso ma giornalistico, alla blogosfera conservatrice britannica (Nicholas Jones).
Probabilmente la parte migliore del libro è quella dedicata ai “Nuovi moderati” svedesi: quattro interventi, tutti ben calibrati, che inquadrano ottimamente il sistema partitico svedese (Göran von Sydow), la cultura della destra (Niklas Ekdal), la tradizione del welfare (Maria Rankka), l’economia sociale secondo i “nuovi moderati” (Fredrik Aage).
Una sezione, quella dedicata alla Svezia, che però può solo rafforzare in chi legge la convinzione che queste "destre" sono sostanzialmente forze di centro. Inutile perciò definirle tali e per giunta "nuove".

Carlo Gambescia

mercoledì 15 aprile 2009


Ecco di cosa si preoccupano i politici
Ma il terremotato 
è per il  proporzionale o per il maggioritario?  


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Voltastomaco. L’espressione è forte ma giustificata. E da che cosa? Dal comportamento ipocrita di tutte la forze politiche a proposito del referendum abrogativo promosso dal professor Guzzetta. Che, in buona sostanza, se vincesse darebbe il colpo di grazia definitivo al proporzionalismo in Italia.
Pertanto la posta in gioco è il concetto di proporzionalismo. Che la Lega e i piccoli partiti di destra e sinistra difendono. A differenza dei grandi partiti, dal Pdl al Pd, che non attendono altro per liberarsi, come spesso si legge, "dagli assurdi veti in Parlamento" dei gruppi politici minori.
Ma sotto c' è dell'altro. Gli studi di teoria del ciclo elettorale mostrano, che anche in questo caso, il voto accorpato rischia di favorire la vittoria degli antiproporzionalisti, perché più politico, mentre il voto su una sola data, non politico, di aiutare i proporzionalisti. Pare che nelle ultime ore stia invece prevalendo la data del 21 giugno, frutto del solito compromesso. Per accontentare la Lega il referendum verrebbe accorpato ai ballottaggi delle amministrative. Come dire un voto "mezzo politico"...
Ora, il nostro voltastomaco nasce dal fatto che tutti i partiti invece di sposare pubblicamente la causa prepolitica del proporzionalismo o dell’antiproporzionalismo, e quindi assumere una posizione tesa a difendere o meno la libertà di tutti, abbiano invece preferito tirare in ballo questione dell’accorpamento perché “fonte di risparmio per tutta la comunità”. Ricorrendo in modo opportunistico alla necessità di destinare risorse ai terremotati abruzzesi. E giocando, in buona sostanza, sul tema antipolitico per eccellenza della lotta agli sprechi. Frutto, quest'ultimo, di una vergognosa e strumentale campagna di stampa. Una guerra qualunquistica alla democrazia rappresentativa, "perché costosa", che prima o poi finiremo per pagare tutti. E in che modo? Con l’arrivo al potere di qualche "buon tiranno" (altro che Berlusconi o Prodi…), capace di “liberarci dalle caste”… Una volta e per sempre. Ma a un prezzo altissimo: quello della libertà. Mai scherzare con il fuoco dell'antidemocrazia.
In realtà, lo strumento del referendum, proprio per la sua qualità profondamente democratica (nel senso che riguarda tutti i cittadini a prescindere dalla scelta politica), non può non rappresentare una storia a sé. E di conseguenza il popolo deve essere chiamato al voto referendario solo per esprimersi in merito ad esso. Qualsiasi tentativo, come sta avvenendo, di confondere le acque attraverso accorpamenti del referendum alle elezioni politiche e/o amministrative, magari invocando ragioni economiche, può risolversi soltanto in una vera e propria truffa politica nei riguardi degli elettori.
Perché la scelta politica e/o amministrativa finirebbe per guidare la mano dell’elettore: spinto a votare, su un tema prepolitico, come quello della rappresentabilità e della rappresentanza della minoranze (tutte le minoranze, attenzione), sulla base di scelte neppure politiche (e dunque già di parte) ma addirittura economiciste, come nel caso della strombazzata lotta alle caste, oggi così di moda nei quartieri alti dell'economia.
In realtà, eliminare gli sprechi è una cosa, minare la democrazia un’altra. Anche perché sulla democrazia non si deve risparmiare: se ci si passa la caduta di stile, mai fare i conti della serva quando è in gioco la libertà di tutti.
Di qui, ripetiamo, il nostro voltastomaco.
Carlo Gambescia 

martedì 14 aprile 2009

Indignati Speciali
Roberto Saviano, 
professionista del dopo-terremoto


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Leonardo Sciascia, che se ne intendeva, li inchiodò come professionisti dell’antimafia(http://www.cuntrastamu.org/mafia/speciali/falcone/sciascia1.htm ).
Il che non significava che Sciascia, da sempre in trincea, fosse favorevole alla mafia. Si trattava solo di evitare che per combattere un' organizzazione criminale si iniziasse a parlarne il vernacolo sociologico. Fatto di favoritismi, esibizionismi, allori civili e carriere veloci. E tutto in nome di un Paese Migliore. O per dirla con il Petrolini similMussolini "più bella e più superba che pria"...
Senza però averne i titoli. Magari letterari.
Proprio come Roberto Saviano: oggi precoce monumento di se stesso. Che - per dirla fuori dai denti - è diventato un professionista dell’anticamorra: un tuttologo h24 dell’antimafia-universale…
Mentre, in realtà, siamo davanti a un emerito sconosciuto, che dopo aver scritto un unico libro, prolisso e illeggibile, di colpo si è ritrovato famoso. Su quello stesso libro si è pure girato un film. E così sono arrivati anche i soldi. E, anche le minacce della camorra. Purtroppo.
Nel frattempo però, grazie alla potentissima macchina mediatica e "premiatica" Mondadori, Roberto Saviano è diventato in Italia l’amministratore unico del partito anticamorra (e antimafia). E così , se oggi si parla male di lui, si viene subito messi all’indice, come camorristi e mafiosi. Accettiamo il rischio.
Dulcis in fundo , oggi è uscito su Repubblica ( il suo sponsor cartaceo) un reportage su l’Aquila, dove come piace a certo "indignazionismo" in servizio permanente effettivo, già si pontifica sul “partito del terremoto” (http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/sisma-aquila-5/saviano/saviano.html ) .
Ovviamente il tour tra le macerie, dello scrittore (?), con caschetto regolamentare e sguardo puntato verso i campanili diroccati, è stato strombazzato fin da ieri a reti unificate. Come si usava - Sciascia insegna - per i professionisti dell’antimafia, anzi per il Partito degli Indignati Speciali Italiani: PISI.
Il pezzo è incolore. Ed è scritto maluccio. Perché freddo di scrivania, per la serie il mondo secondo uno scrittore (?) bla bla bla: incipit letterario tra il rugby, specialità aquilana da sempre ( dopo averlo demonizzato per decenni come sport fascista, ora piace anche a sinistra, anzi "deve" piacere) e Benedetto Croce (che fa tanto Alta Cultura Meridionale). Chiusa patriottico-locale, con il poeta Franco Arminio. E in mezzo una valanga di luoghi comuni - da bollettino sezionale Democratici di Napoli e dintorni - sulla ricostruzione a rischio camorristico. Salvo notare tra le righe, che “ sino ad oggi L'Aquila non ha avuto grandi infiltrazioni”: "lisci" che capitano ai "guaglioni" che sono stati promossi giornalisti e scrittori sul campo.
E ovviamente anche ai professionisti del dopo-terremoto.

Carlo Gambescia

giovedì 9 aprile 2009

La rivista della settimana: “Incursioni" , Semestrale di cultura politica”, Anno IV, n. 4, Marzo 2009, Centro Studi Meridie.

http://www.centrostudimeridie.it/ –incursioni@centrostudimeridie.it

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Una buona notizia per tutti gli appassionati di metapolitica: “Incursioni”, ottimo semestrale pubblicato dal Centro Studi Meridie, è giunto al suo quarto anno di vita.
La rivista è diretta da Giovanni Nicois (direttore responsabile) e Fabio Pagano (direttore editoriale), giovane studioso di filosofia politica. Caporedattore ne è Danilo Massa. Il comitato di redazione è composto da Ernesto Rao Limata, Francesco Fabio, Giustiniano Matteucig, Simone Olla, Fabio Lucidi Balestrieri, Giangiacomo Vale, Gianluca Capone. Ogni fascicolo, circa cento pagine, si sviluppa intorno a un focus, seguono rubriche varie (colloqui, temi, letture, profili, eccetera).
Il tema centrale del fascicolo appena uscito (n. 4, Marzo 2009, pp. 128) è il “crepuscolo della massa”. Ed è prececeduto da un’interessante messa a punto di Fabio Pagano (Ribellarsi alla massa, pp. 5-7). Seguono i saggi di Giulio Maria Chiodi (Massa. Dall’inquadramento ideologico al governo burocratico, pp. 5-19), Claudio Bonvecchio (Società di massa, verità ed eroismo, pp. 31-39), Alain de Benoist (Tipi e figure nell’opera di Ernst Jünger (pp. 41-52), Danilo Massa (La cultura che ammassa i popoli, pp. 53-60).
I diversi apporti confluiscono nell’alveo di una comune critica alla società di massa. Che si avvale delle cannoneggianti idee di Nietzsche, Ortega, Jünger, solo per citare gli autori più citati nel fascicolo. E che sfocia, sul piano sociologico, nella rivalutazione di una sorta di individualismo eroico.
Resta però un punto critico (che forse andava approfondito meglio): Come conciliare individuo (eroico) e comunità (tutta da ricostruire)? Sulla forza primordiale e avvolgente delle gerarchie naturali? Sulla mimesi sociale? Sul convincimento razionale? Tanto per suggerire tre possibilità, spesso poco conciliabili (come le ultime due...). Ovviamente, la nostra non è una critica, ma solo un invito a fare sempre meglio. Visto che le basi intellettuali ci sono.
La rubrica “Approfondimenti” offre un eccellente articolo di Francesco Petrillo (Carl Schmitt: La sfortuna del giurista, pp. 63-77). Che parte dalla raccolta curata da Giorgio Agamben (Carl Schmitt. Un giurista davanti a se stesso. Saggi e interviste, Neri Pozza editore, Vicenza 2005), per ribadire quella che, probabilmente, è la lezione più viva del pensiero schmittiano: gli intellettuali, a cominciare dai giuristi, se ci si passa l’espressione, devono sporcarsi le mani con la storia, salvo poi essere liberi di pentirsi... Di qui però la loro sfortuna.
Anche perché - e questa è una nostra osservazione - il "lavoro intellettuale" non è non solo una "professione" ma anche un dono alla comunità. Dono che può essere al tempo stesso dono-salvezza o dono-veleno. Dal momento che il "controdono" dipende soprattutto dalle circostanze storiche e dalla generosità, di regola, dei vincitori. Quasi inesistente nel caso di Carl Schmitt.
Notevole, sempre nella stessa rubrica, l’articolo a quattro mani di Giustiniano Matteucig e Antonio Ragozzino (L’ingegneria genetica ed il vaso di Pandora, pp. 79-91. Come del resto i brillanti approfondimenti di Claudio Ughetto (Nessuna frattura. L’arte del romanzo e gli equivoci dell’impegno, pp. 93-99) e Simone Olla, Peter Høeg, La donna e la scimmia, pp. 100-101).
Il fascicolo si chiude con una ricca rubrica di recensioni (pp. 104-123) a cura di Ernesto Rao Limata ( Giulio Tremonti, La paura e la speranza); Mattia Panema (Paolo Bellini, Cyberfilosofia del potere); Danilo Massa (Paolo Arpaia, Per una sinistra reazionaria); Francesco Fabio (James Surowiecki, La saggezza della folla); Fabio Lucidi Balestrieri (Steven Gorelik, Piccolo è bello, grande è sovvenzionato).
Molto curato, infine, l’apparato iconografico. Impreziosito dai “pennelli” di James Ensor, Edvard Munch, Giorgio De Chirico, Otto Griebel, Maurits C. Escher, Paul Klee. Le cui opere riproposte, tutte particolarmente significative nell’indicare dubbi, paure, insicurezze, sogni e incubi dell’uomo-massa, sono in perfetta sintonia con i contributi pubblicati. A partire dall’ immagine di copertina (Tribute to James Ensor, di Tony R. Stanley e Nikolaus Baumgarten), così stringente sul piano di un’ arte capace di spiegare icasticamente la società di massa assai meglio di tanta psico-sociologia da salotto televisivo
E anche questo è un altro pregio, non piccolo, di “Incursioni”.

Carlo Gambescia 

mercoledì 8 aprile 2009

Ancora sul terremoto in Abruzzo 
"Aiutati che Dio t'aiuta"


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Il terremoto che ha semidistrutto L’Aquila non può non far riflettere su quello che teologicamente e filosoficamente è il problema dei problemi: perché il male nel mondo? Benché, come vedremo, da qualche secolo "sia fuori moda” porre questo interrogativo.
L’Aquila è semidistrutta, giovani, bambini, padri, madri, nonni sono morti all’improvviso e in modo violento, decine di migliaia di persone hanno perso i propri averi. Che senso ha tutto questo? Perché gli innocenti devono soffrire?
Purtroppo, chi scrive, non è in grado di dare alcuna risposta. O meglio, può rispondere sul piano personale, traendo sostegno dalla propria fede cristiana e rimettendosi nelle mani della volontà imperscrutabile di Dio.
Ma, chi scrive, sa pure che questa spiegazione non può essere accettata da tutti. In particolare da chi non crede in Dio. Ma anche perché, come è naturale che sia, esistono spiegazioni di tipo “terreno”, come l’incuria e l’imperizia degli uomini nel costruire case e nel tutelate il bene comune. Spiegazioni che non possono essere trascurate o minimizzate.
Fermo però restando l’elemento dell’imperscrutabilità: perché, a parità di condizioni L’Aquila e non un’altra città? Perché quella famiglia e non un’altra? Perché quei giovani e non altri, e così via, lungo una triste contabilità del dolore umano. Purtroppo.
Pertanto, mancando risposte incontrovertibili, se non quelle in ordine alle responsabilità umane (ma anche qui fino a un certo punto), resta però interessante scoprire quando, storicamente, è cambiata la mentalità: quando l’uomo ha iniziato a rifiutare la “naturale”, e cristianamente giustificata, presenza del male e del dolore fisico nel mondo.
Per capire meglio il senso di quest’ultima affermazione è necessario risalire alla letteratura che scaturì a seguito del terremoto di Lisbona nel 1755. La distruzione di una città ricca e splendida e la morte di circa quindicimila persone, innescarono una reazione intellettuale che si prolungò negli anni a seguire.
A un Leibniz, che cristianamente aveva precedentemente ritenuto il male necessario al fine di un disegno ultraterreno volto al bene universale, si opposero Voltaire, Rousseau e in seguito Kant, i quali sostanzialmente respinsero l’idea di qualsiasi interferenza divina, rivendicando, pur con accenti diversi, la natura umana, o comunque esclusivamente terrena del terremoto. “Da allora – scrive J. N. Shklar – la responsabilità delle nostre sofferenze fu cercata esclusivamente in noi o caso mai, in un ambiente naturale a cui noi siamo indifferenti” ( I volti dell’ingiustizia, Feltrinelli, Milano 2000, p. 65).
Questa "naturalizzazione" dell’idea di male all’interno della cultura illuministica, pose le basi, per la sua successiva “umanizzazione” che culminerà, per un verso nel progresso civile ed economico, ma per l’altro nelle utopie scientifiche, sociologiche e rivoluzionarie dei secoli successivi, e del Novecento in particolare. Volte a eliminare dal mondo, ogni male, ingiustizia o dolore, sopprimendo un “pugno di uomini cattivi”.
Di qui, più in generale, quella scarsa o nulla capacità di confrontarsi con il dolore del mondo, tipica degli uomini di oggi. Una capacità di accettare con dignità il dolore ( come rispetto di se stessi ma anche di più alti "voleri" ) che invece, fatto straordinario, abbiamo riscoperto in molti aquilani. I quali, a prescindere dall'età, davanti al pervasivo occhio mediatico, hanno mostrato di possedere enormi riserve di antica saggezza pre-illuminista e (perché no?) cristiana. Ma anche di essere decisi a ricostruire. Modernamente.
Ecco, questo, ci sembra l’atteggiamento giusto, a metà strada tra mondo antico e moderno: tra cristianesimo e illuminismo. E che può essere sintetizzato in quell "aiutati che Dio t'aiuta", così caro alla cultura popolare degli abruzzesi. Gli stessi abruzzesi che hanno costruito, spesso nelle vesti di modernissimi imprenditori schumpeteriani, nel mondo e per il mondo. 

Carlo Gambescia