venerdì 27 febbraio 2009

Perché non abbiamo sottoscritto, né sottoscriveremo, l' Appello di Massimo Fini e di Movimento zero "contro la Dittatura Bancaria e Tecnofinanziaria"


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Per ragioni di stima e onestà intellettuale si riproduce l 'Appello contro la Dittatura Bancaria e Tecnofinanziaria "lanciato" ieri da Massimo Fini e dagli amici di Movimento Zero.
Diciamo subito che non lo condividiamo. Intanto però invitiamo a leggerlo (il testo in rosso) . Più sotto (in nero) spieghiamo perché.
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Appello contro la Dittatura Bancaria e Tecnofinanziaria
di Massimo Fini - 26/02/2009
http://www.movimentozero.org/
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No alla vita basata sul prestito e sull’usura
No al debito eterno degli Stati, dei Popoli e dei Cittadini
Il Popolo (attraverso lo Stato) torni titolare della Sovranità Monetaria
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La questione della Sovranità Monetaria non è questione economica. Riguarda tutti gli aspetti della nostra vita. La Banca Centrale Europea, proprietà delle Banche Nazionali Europee, come Bankitalia, emette le banconote di Euro. Per questa stampa pretende un controvalore al 100% del valore nominale della banconota (100 euro per la banconota da 100 Euro), appropriandosi del poter d’acquisto del denaro che crea a costo zero e senza garantirlo minimamente.
E’ un’incredibile regalia truffaldina ai danni della popolazione intera. Gli Stati pagano questa cifra con titoli di Stato, quindi indebitandosi. Su questo debito inestinguibile, pagheranno (pagheremo) gli interessi passivi per sempre. Con le tasse dei cittadini, o vendendo a privati beni primari, come le fonti d’acqua. Per contenere il debito pubblico, che è generato soprattutto dal costo dell’emissione del danaro che lo Stato paga alla BCE, ogni governo è costretto ad aumentare una pressione contributiva diretta ed indiretta sempre più alta nel tempo, che per alcuni soggetti, i più deboli, corrisponde ad un prelievo forzoso di oltre il 60% del proprio guadagno.
Questo enorme profitto è incamerato ingiustamente, illegittimamente ed anticostituzionalmente dalla BCE, ovvero dai suoi soci, le Banche Nazionali, a loro volta controllate da soggetti privati. Queste Banche sono di proprietà privata, e, soprattutto, di gestione privata, anche se ingannevolmente vengono fatte passare per “pubbliche”. Gli utili che traggono dalla emissione monetaria vengono occultati attraverso bilanci ingannevoli, in cui si fa un’arbitraria compensazione dei guadagni da Signoraggio con inesistenti uscite patrimoniali. Dopo 60 anni di Signoraggio (il guadagno sull’emissione) esercitato da Bankitalia e BCE, l’Italia ha un enorme debito pubblico generato esclusivamente dai costi per l’emissione del danaro pagati alle Banche Centrali.
Se l’emissione del danaro fosse stata affidata allo Stato, senza creare debito, oggi non avremmo un solo euro di debito pubblico e le tasse da reddito potrebbero non esistere od incidere minimamente sui redditi da lavoro. Tutti i costi sociali (pubblico impiego, opere, scuole, ospedali) si sarebbero potuti coprire con i proventi da IVA (imposta sul valore aggiunto) magari maggiorata al 30% per i prodotti di lusso e non popolari, e da tasse su transazioni soggette a pubblica registrazione.
Senza usura contro lo Stato da parte delle Banche Centrali, che ha costretto lo Stato a vessare i propri cittadini con tasse spropositate (ricordate il prelievo sul conto corrente voluto dal banchiere Ciampi, travestito da uomo politico?), non bisognerebbe lavorare 30 anni per comprare una piccola casa, pagando tassi da usura. Non esisterebbe il degrado sociale, la povertà, il precariato, la delinquenza come mezzo di sopravvivenza di massa. Senza il Signoraggio delle Banche Centrali gli Stati non avrebbero più debiti e non sarebbero più costretti a tassare e tartassare i propri cittadini, a sottoporli a forme di controllo poliziesco per la determinazione dei redditi. I guadagni da lavoro dipendente ed autonomo sarebbero tutti legittimi, provati e dichiarabili senza timore, senza evasione, senza elusione, e l’unica tassa da riscuotere sarebbe quella sull’acquisto di beni e servizi, favorendo quelli per la sussistenza con aliquote più basse ed alzando le aliquote per i prodotti voluttuari e di lusso.
Ritornando la sovranità monetaria nelle mani degli Stati sovrani si eliminerebbe il debito degli stessi e di conseguenza di larga parte della popolazione. L’esistenza di noi tutti, condizionata e vincolata fin dalla nascita dal principio usurocratico del debito sarebbe sollevata dall’angoscia da rata, da scoperto di conto corrente, da pignoramento, da sfratto, da banca dati della puntualità dei pagamenti. Le nostre vite sarebbero liberate dall’assillo dal lavoro, del doppio lavoro, del bisogno di guadagnare tanto, per poi pagare il 60% del proprio guadagno allo Stato, perché lo Stato è sotto l’usura dei Banchieri.
Merita trattazione a parte l’analisi delle influenze sulla nostra vita dell’assillo economico. Influenze negative di carattere psichico, culturale, sociale. Con i drammi della povertà, dell’emigrazione, del doppio lavoro familiare, del lavoro precario, del lavoro insicuro, delle pensioni minime, che, senza la voracità da usura delle Banche Centrali, si sarebbero potuti evitare. Sottoponiamo l’appello a deputati, senatori, giornalisti, intellettuali, contestatori, anticonformisti, per promuovere la proposta di legge che faccia tornare l’emissione monetaria in mano statale, ovvero politica e popolare. Diffondiamo la verità negata: viviamo in una dittatura bancaria che impone a tutti l’angoscia esistenziale della vita basata sui debiti.
Azzeriamo il debito degli Stati.
Eliminiamo la schiavitù degli indebitati per sopravvivere.
Riprendiamoci la nostra vita e la nostra libertà.
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Massimo Fini, Marco Francesco De Marco, Valerio Lo Monaco, Alessio Mannino, Andrea Marcon
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E ora veniamo alle ragioni del nostro dissenso.
In primo luogo, ritenere che la nazionalizzazione - perché di questo si tratta - delle Banche Centrali possa risolvere la questione della “dittatura bancaria e tecnofinanziaria” è semplicistico. Dal momento che affidare direttamente allo Stato l’emissione del denaro significa semplicemente passare dalla dittatura dell’Economico a quella del Politico, nella sua veste peggiore, anche rispetto a un passato, per quanto idealizzato: quella presente, dello Stato Partitocratico e Burocratico.
In secondo luogo, criticare l’ elevata tassazione e correlarla all’”usurocrazia” senza tenere conto della massiccia evasione fiscale, mai contrastata e recuperata – proprio da quei politici e da quelle burocrazie cui si vuole affidare il controllo dell’emissione di denaro - è estremamente ingenuo.
In terzo luogo, l’ “angoscia da rata” e l’ “assillo del lavoro” non possono essere collegate, altrettanto ingenuamente, all’usurocrazia. Vanno invece ricondotte a un preciso modello socioculturale consumistico, dove il denaro è un puro e semplice veicolo. Pertanto se prima non cambia la mentalità - che non può mutare a colpi di ukaze intellettuali per quanto nobili e sinceri - la sostituzione del Banchiere con il Burocrate Pubblico è assolutamente inutile.
In quarto luogo, richiamare l'attenzione sulla voracità del sistema è giusto. Ma la discussione critica andrebbe estesa anche all’implacabile logica capitalistica del profitto per il profitto. Logica che anima il sistema economico mondiale. Sistema che molto probabilmente rischierebbe di continuare a “funzionare” come tale, anche se ” il Popolo (attraverso lo Stato)”, come auspica l'Appello, tornasse “titolare della Sovranità Monetaria”.
E qui, in quinto luogo, è inutile sottolineare, alla luce degli scritti e purtroppo anche degli errori di Carl Schmitt, quanto siano pericolose le identificazioni tra “Stato” , "Popolo”, e dispiace dirlo, come in questo caso, Movimento (Zero)... Fermo restando il rischio minore (si fa per dire) di cumulare tutti i peggiori difetti del "burocratismo" statalista e del "profittismo" mercatista, nell'evenienza più che probabile di un predominio, anche dopo l'azzeramento del signoraggio, delle logiche capitalista e statalista (seppure ammantata, quest'ultima, di "popolarismo").
Per queste cinque ragioni non abbiamo sottoscritto, né sottoscriveremo, l'Appello di Massimo Fini e di Movimento Zero.
Carlo Gambescia

giovedì 26 febbraio 2009

Il libro della settimana: Giulio Sapelli, La crisi economica mondiale. Dieci considerazioni, con una postfazione di G. De Lucia Lumeno, Bollati Boringhieri, Torino 2008, pp. 64, euro 7,00. 

http://www.bollatiboringhieri.it/scheda.php?codice=9788833919669


Tentare di spiegare in poco meno di sessanta pagine (postfazione esclusa) le ragioni della crisi mondiale può essere una sfida interessante. Soprattutto per un studioso del calibro di Giulio Sapelli. Tuttavia spesso, come dicevano crudamente i nonni, “chi troppo vuole nulla stringe”. Il che in soldoni significa che il volume di Sapelli ( La crisi economica mondiale. Dieci considerazioni, con una postfazione di G. De Lucia Lumeno, Bollati Boringhieri, Torino 2008, pp. 64, euro 7,00 ) manca l'ambizioso bersaglio. E per due ragioni.
In primo luogo, perché il volume è privo di organicità. Dà l’idea di una raccolta di scritti giornalistici. Sapelli, come è noto, collabora al Corriere Economia, e crediamo questa sia la sede di provenienza degli scritti. E di riflesso ricostruzione e argomentazione finiscono per risentirne. Ad esempio, ricondurre "giornalisticamente" la crisi mondiale nell’alveo di un presunto “colpo di stato mondiale dei manager stockopzionisti”, per poi tornare a celebrare il valore di una “governance” (altra parola magica, assai usata dai giornalisti), costituita carnalmente dagli stessi top manager stockopzionsti viziati e infedeli di cui sopra, non può non creare sconcerto nel lettore affamato di certezze e chiarezze. Probabilmente, ripetiamo, si tratta di “pezzi” dedicati alla crisi, ma scritti in fasi diverse, e riuniti per l’occasione.
In secondo luogo, il volume non dice nulla di nuovo sulle origini della crisi che non si sia già letto sulla grande stampa neo-liberista italiana. Quella che in altri tempi si liquidava come " La Voce del Padrone". Ma quanta acqua è passata sotto i ponti. Purtroppo.
Infatti, Sapelli, tra le cause elenca, oltre alle stock option, la crescita delle rendita (alimentata da speculazioni finanziarie), il fallimento delle rivoluzioni liberali in economia, la corruzione dei politici e il mancato rispetto da parte di numerosi imprenditori delle regole dell’etica economica capitalistica.
Nulla di nuovo sotto il sole. Eccetto quando l'autore accenna alla necessità teorica di una nuova teoria economica del rischio, capace di aiutare gli operatori economici a distinguere tra rischio necessario e rischio non necessario. O se si preferisce tra rischio utile e inutile.

Ma per chi? Per i ceti più deboli, come nel caso dei subprime statunitensi? Oppure per quelli più forti, rappresentati da imprese capaci di favorire solo la speculazione borsistica, "regalando" stock option ai propri manager ?

Se ripercorriamo la storia della crisi attuale, nel primo caso lo scopo originario di un prestito era di favorire il godimento di un diritto sociale come quello del sicuro “tetto sulla testa”: dietro il rischio c'era un bene sociale. Nel secondo caso lo scopo primitivo era di facilitare l'arricchimento di un pugno di manager, spesso, stupidamente, a danno della stessa impresa : dietro il rischio c'era un bene antisociale.

Certo, la possibilità di "giocare" con i "derivati" ha poi trasformato in bombe a orologeria i rischi connessi con attività di valore sociale differente. Il che però significa che va tenuta teoricamente ferma la diversità delle motivazioni iniziali: sociali nei mutui abitativi, antisociali nelle stockoption. Insomma, mai gettare il bambino (del valore sociale) con l'acqua sporca (della speculazione).


Di qui la necessità di una nuova teoria sociologica del rischio. Capace però di commisurarlo, anzi ancorarlo, al valore sociale (originario) di un investimento. Ecco il punto: l’economia va ripensata sociologicamente. Peccato che proprio un studioso, anche di storia sociale, come Sapelli non sia interrogato su questa importante questione. 

mercoledì 25 febbraio 2009

Polemiche
Blogo-conformisti



Atto primo. Nel post di lunedì, scritto a quattro mani con il caro amico Nicola Vacca, altro cavaliere del nulla , anzi contro il nulla (avanzante) come chi scrive, insieme abbiamo attaccato An e il suo caravanserraglio di interessi, furbizie ideologiche e carrierismi un tanto al chilo. Come si dice dalle nostre parti: noi non portiamo in groppa nessuno.
Il post non è stato ripreso, con l’ evidenza che richiedeva, dai siti liberali e di centrodestra, che di solito riprendono i post di Nicola Vacca. Ma neppure da quelli di sinistra o comunque “non conformisti”, che riprendono il sottoscritto e anche l'amico Nicola.
Atto secondo. Ieri ho buttato giù un post dove discutevo dal punto di vista sociologico il concetto di fiducia e nella chiusa avanzavo alcune critiche al cosiddetto catastrofismo anticapitalista. E - ma probabilmente c'era da aspettarselo - non è stato ripreso, dalla solita sito-polizia del pensiero, ufficialmente non conformista… Che magari riprende regolarmente i post complottisti più osceni (aggettivo molto di moda…) e più scemi. Per poi di fatto staccare la spina, con la comoda scusa della libertà di rassegna stampa, ai "ragionatori", magari "scassapalle", ma "ragionatori". Ma si sa questa è la sorte, per dirla con Dante, di coloro che sono A Dio spiacenti ed a' nemici sui.

Del resto questa mia (nostra scomodità, perché associo anche l’amico Nicola Vacca) per un verso gratifica e onora moralmente. E devo dire che mi (ci) ha sempre accompagnato(i). E non poteva non accompagnarmi (ci) anche qui sulla Blogosfera. E naturalmente il discorso, non riguarda solo chi scrive e l'amico Nicola, ma tutti gli autentici non conformisti, in senso dantesco.
Epilogo. Questo per dire, anzi per ribadire che di libertà ce n’è poca anche qui. Si dirà, bella scoperta… Certo, ma con una differenza. Di questo passo la blogosfera, rispetto al mondo della carta stampata (vi assicuro, vero regno delle veline di regime), rischia di trasformarsi, al tempo stesso, non solo nel tempio del blogo-conformismo, di destra o sinistra non importa, ma in quello delle critiche a senso unico e di un complottismo più imbecille che mai. Perché disabitua, soprattutto i giovani, che sono tanti qui in Rete, a ragionare.
Complimenti. Continuate a farvi del male.

Carlo Gambescia 

martedì 24 febbraio 2009

Crisi economica 
La fiducia è una cosa seria



Soprattutto in questi giorni, in cui la crisi economica sembra farsi più grave, si legge della necessità di creare un clima di fiducia intorno ai mercati: solo il ritorno della fiducia nelle principali istituzioni economiche capitalistiche (imprese e banche), si scrive, potrà consentire il superamento della crisi.
La fiducia è una cosa seria. E purtroppo è una “risorsa morale” difficile da (ri)generare, perché dipende da una sensazione soggettiva di sicurezza, fondata sulla speranza o stima riposta in uomini e/o istituzioni. Sensazione soggettiva, che si alimenta e diffonde collettivamente, attingendo a due fonti: l’esempio e la funzionalità sociale.
L’esempio, come esemplarità sociale del comportamento, è legato al ruolo fodamentale che il senso del dovere sociale svolge in una società. Più le classi dirigenti (politiche ed economiche) avvertiranno il peso dell’esemplarità sotto il profilo della emulazione collettiva di ogni comportamento di governo, più la fiducia nelle capacità morali e di governo di “quella” classe dirigente, favorirà, autoalimentandola, la circolazione e la crescita della fiducia all’interno della società.
La funzionalità, o produttività sociale delle istituzioni , è invece legata alla correlazione, che viene sempre stabilita in termini di “immaginario sociale” da ogni collettività, tra capacità morale e funzionamento concreto delle istituzioni. Si hanno qui due processi differenti: a) se le istituzioni “funzionano”, e bene, in termini di costruzione del benessere sociale, permane una fiducia diffusa in “quelle” istituzioni, a prescindere da qualsiasi giudizio morale (positivo o negativo) sulla classe dirigente (politica ed economica); b) se le istituzioni non “funzionano”, nei termini di cui sopra, la fiducia pubblica si incrina, rischiando di travolgere, estendendosi ad esse, anche le classi dirigenti. E quando la crisi di fiducia si trasferisce dalle istituzioni agli uomini che vi sono dietro, l’intero sistema economico, sociale e politico rischia di crollare.
Ora, la crisi economica in atto, sta mostrando l’incapacità delle istituzioni economiche capitalistiche di produrre benessere sociale.
Ovviamente per i difensori del sistema (soprattutto la classe dirigente economica: imprenditori, banchieri, finanzieri, economisti) si tratta di una crisi grave ma transitoria: si dovrebbe solo tornare a nutrire nei riguardi del sistema “quella” fiducia che si aveva in precedenza.


In realtà più che una dimostrazione di fiducia la classe dirigente economica chiede alla gente comune un atto di fede: un credere nel sistema economico slegato da qualsiasi valutazione sulla sua effettiva funzionalità. Pertanto mai confondere gli atti di fede, imposti dall’alto, con la fiducia generata dal basso, grazie al buon funzionamento delle istituzioni.
Sotto questo aspetto, e soprattutto nelle circostanze attuali, il principale compito della classe dirigente politica è quello di dare una risposta operativa, capace, mettendo sotto controllo pubblico il mercato, di ripristinare la funzionalità del sistema. E perciò la sua capacità di alimentare ( di ritorno) fiducia dal basso.
In realtà la classe politica tentenna. Si parla troppo e si agisce poco. Ci si mostra indecisi tra il sostegno alla richiesta di un “atto di fede” avanzata dalla classe dirigente economica, e la necessità di un aperto interventismo politico-economico per sostenere le istituzioni capitalistiche. Istituzioni, ripetiamo, che una volta tornate a “funzionare”, dovrebbero favorire la crescita della fiducia collettiva nel sistema, avviando un cosiddetto circolo virtuoso.
L’indecisione politica è un “cattivo esempio”. Che accresce la condizione di insicurezza tra la gente comune, deprime gli investimenti, paralizza la produzione e i consumi. Insomma, l’inazione politica rischia di provocare l’azzeramento della fiducia nelle istituzioni (del capitalismo) e nella classe dirigente (politica ed economica).
Il che, dobbiamo ammetterlo, potrebbe trasformare la crisi infrasistemica in sistemica. Per assoluta mancanza di fiducia. E - attenzione - in un quadro politico ed economico, privo di qualsiasi seria alternativa, almeno per ora, al sistema capitalistico. E parliamo di alternative vere, capaci di ricostruire una “funzionalità” ed esemplarità differenti. E dunque basate su una “nuova” fiducia, come dire, “postcapitalistica”.
Il crollo puro e semplice del sistema, oggi auspicato da alcuni avventurieri delle idee, sarebbe soltanto un pericoloso salto nel buio. Soprattutto per i più deboli. 
Carlo Gambescia

lunedì 23 febbraio 2009

Attenti a quei due 

Il Gotha di An è la destra salottiera 

Quale sarà il cammino della nuova destra che confluirà nel Pdl di Silvio Berlusconi?
Alleanza Nazionale prepara il documento, che come vedremo ricorda più che altro l’album delle figurine Panini di veltroniana memoria. Ma in vista di che cosa ? Dell’assemblea filosovietica, questa sì altro che la Costituzione italiana, che deciderà lo scioglimento del partito. Come dire: aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più. Forza Italia e chi ci starà. Sulla tavola già apparecchiata si può essere d’accordo, visto che stanno tutti al governo. Sull’amico in più, si vedrà.
E così un gruppo di lavoro ( la crema della crema, pare) è stato incaricato di redigere un elenco di padri spirituali da portare in dote al partito unico.
In vista della fusione si riscrivono le (parola grossa) coordinate ideali, e probabilmente di gran fretta, tipo notte prima degli esami, passata sul Bignami.
Del resto, come direbbe il Dottor Freiss di Tutti per pazzi per amore (chissà, non è detto che non ci finisca pure lui nel documento di An): “Il marketing e la comunicazione impongono una nuova identità che sia conforme alle regole del villaggio globale”.
Il nuovo manifesto politico è affidato a un gruppo di giornalisti di area che frequenta abitualmente i salotti televisivi, presenzialisti di tutti i talk show che contano, pronti a tirare la volata al chiacchiericcio del politichese. Insomma tutta gente preparata. Quasi come la famigerata armata Brancaleone di Monicelli e Gassman: quella del “prendimi e dammiti cuccurucù” . Magari più sul “prendimi” ( voce del verbo prendere): contrattini, collaborazioni, cariche, giurie, eccetera, eccetera. Che sul “dammiti” (voce del verbo dare) nel senso di fare qualche sacrificio. Rinunciando alle prebende.
Il che significa che l’ intellighenzia della destra salottiera, politicamente corretta e banale, si è limitata a ratificare le scelte del conformismo culturale. Altrimenti niente “prendimi e cuccurucù”.
I miti nuovi di Alleanza Nazionale sono gli intellettuali antifascisti Piero Gobetti, e Pietro Calamandrei. E poi dice che uno si butta a destra... (sì, ma dove?).
Novità interessanti troviamo anche tra i nomi dei politici: oltre Berlusconi e Fini (il duce, anzi i duci hanno sempre ragione…). Nel pantheon aennino entra Helmut Kohl, uno dei padri del post-popolarismo europeo. Post, perché prima di lui c’erano due po-po-po-lari con le balle: come Konrad Adenauer e Ludwig Erhard. Padri autentici, non solo del po-po-la-ri-smo ma della rinascita tedesca nel dopoguerra. E costoro ovviamente nel Pantheon non ci sono. L’armata Brancaleone certe letture non le ha fatte. È ferma agli anni Ottanta. Ha ricominciato a leggere dopo la caduta del Muro di Berlino.
Ma questi fanno davvero sul serio. Lo capiamo quando nel documento leggiamo anche il nome di Enrico Mattei, che in effetti le “balle” le aveva, eppure grosse. Al punto di far incazzare i petrolieri americani. Di qui qualche dubbio su una sua scelta per un Pdl sdraiato a tappetino davanti a Berlusconi. Nel documento c’è spazio anche per i grandi della letteratura italiana come Dante, Foscolo e Leopardi. L’argenteria fa sempre comodo.
Non c’è che dire, gli intellettuali al servizio del partito sono davvero colti. Nel documento le appropriazioni identitarie sono state concertate come al gioco delle figurine Panini che si faceva da bambini: si gettano allegramente per aria e quelle che ricadono dalla parte del volto del calciatore, pardon, del padre della patria culturale di An, vincono .
Et voilà, il nuovo pantheon è pronto per essere servito. Con una platea così illustre, la destra salottiera sarà accreditata ufficialmente nella politica mediatica. E cosa più importante il “prendimi e cuccurucù”, potrà proseguire finché centrosinistra non li divida.
Non si scandalizzi nessuno se nel nuovo ideario della destra italiana che si scioglie nel berlusconismo non ci sia più posto per Giorgio Almirante. Ormai ridotto a una specie di Zazà senza Isaia. Che però nessuno cerca, ma che rimpiange a parole come nella più strappalacrime delle sceneggiate napoletane: “Addo’ sta Almirante Oh! Maronna mia!…
Il fondatore del Movimento Sociale rappresenta le radici. Quelle radici di cui An si vergogna e che possono risultare scomode nell’epoca della politica spettacolo e soprattutto del “prendimi e cuccurucù”.
L’attuale classe dirigente del partito non ha mai avuto travolgenti passioni per la letteratura e la cultura. Magari per i fumetti, sì. Certo, ad alcuni si doveva spiegare che le frasi dentro le nuvolette si dovevano leggere: guardare le figure non bastava. E ora, i colonnelli di An si sentono tutti autorevoli rappresentanti dell’Accademia dei Lincei, dantisti d’eccezione e profondi conoscitori della poetica leopardiana.
Lo storico leader del Msi per tutti loro è stato il padre spirituale che li ha iniziati alla politica vera. Quella per capirsi, del solo “dammiti”, senza “prendimi e cuccurucù”.
Sarà proprio per questo che oggi hanno deciso di dargli il benservito.
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Carlo Gambescia 

Nicola Vacca 


venerdì 20 febbraio 2009

Divagazioni

Dal nazional-popolare all’internazional-popolare



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Che cos’è nazional-popolare? Il Festival di San Remo? Il Grande Fratello? Assistere commossi alla sfilata del 2 giugno? Un film di Alberto Sordi?  Fare tifo per la nazionale di calcio? Difficile dire. Ci limiteremo ad alcuni spunti veloci. Niente di complicato e definitivo. Un invito all'approfondimento.
Partiamo dai "Maggiori". La teorizzazione di Gramsci del nazional-popolare come capacità dell’intellettuale “progressivo” di farsi interprete delle aspettative delle “classi subalterne”, è oggi superata. Proprio come certi romanzi, pur suggestivi, di Cesare Pavese. Per quali ragioni?
Perché non c’è più alcun partito-principe, al quale l’intellettuale debba essere in qualche modo fedele, non ci sono più masse da nazionalizzare, e cosa più importante, quel che è "nazionale" - come ad esempio l’amor di patria e in subordine il piacere di viaggiare (e “mangiare”) in lungo e in largo per l’Italia – non è più "popolare". Ricerche e sondaggi mostrano che gli italiani si “sentono” sempre più internazionali: cittadini del mondo. Viaggiano all’estero, apprezzano la cucina etnica, eccetera.
Si dirà, sono dettagli. Ma a nostro avviso molto significativi. Per due ragioni.
In primo luogo, perché mostrano l’internazionalizzazione della cultura popolare, quella del cibo e degli usi sociali, come il viaggiare: il livello più basso, profondo e sentito. E qui è sufficiente seguire una qualsiasi conversazione, tra persone comuni, per scoprire come oggi il non viaggiare sia avvertito e sancito socialmente come una diminutio capitis.
In secondo luogo, perché indicano che sarebbe più corretto parlare di cultura internazional-popolare. Ovviamente non in senso gramsciano, ma in chiave sociologica come insieme di valori e pratiche diffusi internazionalmente tra la gente comune. E qui ci riferiamo a quel modello sensistico (di valori, atteggiamenti e comportamenti) condiviso da Roma a San Francisco (se non oltre), incentrato sull’ ubi bene ibi patria e veicolato dal cinema, dalla musica e dai media in genere, attraverso un inglese di base, ormai impadronitosi linguisticamente della cultura audiovisiva.
Pertanto continuare a discutere del nazional-popolare è inutile. Andrebbe invece studiato l’internazional-popolare.


Carlo Gambescia

giovedì 19 febbraio 2009

Il libro della settimana: Stéphane François, Les néo-paganismes et la Nouvelle Droite (1980-2006), Archè, Milano 2008, pp. 318, euro 22,00.



http://www.librad.com/libfr/LND-2227-EDAR/Les+n%C3%A9o-
paganismes+et+la+nouvelle+Droite+%E2%80%93+1980-2006.html


Alain de Benoist non è facile argomento di studio. Per almeno due ragioni: la ricchezza e l’ampiezza della sua opera intellettuale, in continua evoluzione; la complessità del personaggio, ricco di sfumature umane e culturali, lontanissime dallo rozzo stereotipo del "nazi”, sul quale vivacchia da anni certa pseudosinistra ottusa che scorge fascisti dietro ogni angolo.
Naturalmente per chi sia cattolico uno degli aspetti più difficili da studiare e “digerire” del vivacissimo mosaico debenoistiano è da sempre il suo “paganesimo”. Mentre in realtà, come il pensatore francese ha più volte spiegato si tratterebbe di un sostanziale “acristianesimo”: un non essere né pro né contro (Penser le Paganisme. Entretien avec Alain de Benoist, "Antaïos", 11, Hiver 1996, p. 16).
Il che può comunque dispiacere al cattolico, magari tutto d'un pezzo. Crediamo però, forse manifestando eccessivo ottimismo, che ci si debba comunque porre in ascolto del complesso pensiero debenoistiano, anche in argomento. L' "acristianesimo" non è indifferentismo nichilista o agnosticismo liberale. Ma tutt'altro. Perché lascia trapelare che probabilmente la categoria cognitiva per interpretare tout court il pensiero debenoistiano sia quella del politeismo weberiano: come presa d’atto e di distanza dai molteplici valori che circondano e spesso assediano e sfidano l’uomo. Anche in campo religioso. Ferma però restando l’attenzione debenoistiana verso il "sacro-sacro", e non il "sacro-secolarizzato" come in Weber. Insomma, verso il sacro come veicolo di religiosità vissuta, tra Atene e il Gange, passando per le foreste nibelungiche, e non come l'ennesimo "Enola Gay" delle idee con a bordo una qualche "teologia-politica" proveniente da una Roma cristianizzata da Pietro e Paolo...
Il politeismo - come acristianesimo - è un “metodo” per guardare il mondo attraverso quel bisogno di sacro, avvertito da tutti gli uomini. Ma che, come de Benoist ha più volte sottolineato, non può mai essere“risacralizzazione” del mondo, attraverso la riesumazione di riti e pratiche neo-pagane in chiave folklorica e/o new age. Il politeismo debenoistiano è una messa in forma del sacro dove crediamo possa ricercarsi (sul "trovarsi" ancora non ci pronunciamo...) un punto di incontro - e qui i cattolici allaccino le cinture - in termini di "piccola tradizione" (quella delle "piccole pratiche vissute" e non della “grande tradizione teologica”) tra monoteismo e politeismo, tra il culto dei santi e degli dei delle antiche città, nel quadro di una religiosità popolare praticata sul delicato filo del sincretismo psicologico e sociologico.
E in certo senso questa (o quasi) è l'intrigante direzione di ricerca, il "nuovo approccio", sul cui solco si muove con sobria scientificità il notevole libro di Stéphane François, Les néo-paganismes et la Nouvelle Droite (1980-2006). Pour une autre approche, (Archè, Milano 2008, pp. 318, euro 22,00 - Via E. Troilo, 2 - 20136 Milano - tel. e fax 02 89409525 ). Il testo si divide in tre parti. Nella prima (pp. 21-113) si ricostruisce la storia della nuova destra francese (con dignitose pagine dedicate alla sua "implantation en Europe et dans le monde", e dunque anche in Italia). Nella seconda (pp.117-195) si studia il variegato mondo del "paganesimo "néo-droitier". Nella terza (199-288) si entra nel merito della questione esaminando la relazione critica tra neo-paganesimo e una serie di temi ( razza, sessualità, occidentalismo, democrazia, ambiente, regionalismo, nazionalismo, europeismo ). Segue infine una corposa bibliografia (289-314). A questo proposito va ribadita la scientificità dell'opera, in quanto rielaborazione di una tesi di dottorato in argomento, come del resto nota lo stesso prefatore, il noto politologo e studioso di filosofia politica Philippe Raynaud.
Il libro ha due meriti principali.
Il primo è quello di ricostruire con ricchezza di dettagli storici e su solide basi sociologiche la relazione tra la nuova destra e l'universo neo-pagano. E qui molte saranno le sorprese... Dal momento che il neo-paganesimo viene utilizzato dai "néo-droitiers" non sempre in chiave antiegualitaria e antidemcratica. Ovviamente, evitando assoluzioni preventive. Dal momento che l' accoppiamento tra paganesimo e politica (per alcuni poco giudizioso) procede lungo una scala a pioli, spesso scricchiolante, dove attraverso gli scalini del politeismo, come chiarisce lo stesso François, si può salire fino al piano nobile dell’ apprezzamento sincero delle diversità come nel caso di Alain de Benoist, oppure sprofondare nelle buie cantine del razzismo più o meno scoperto di altri personaggi.
Il secondo merito è quello di ricostruire in termini evolutivi il percorso intellettuale di Alain de Benoist, che della nuova destra europea è il padre fondatore. Come già accennato, quella scala di cui sopra, il pensatore francese, a differenza di altri menbri del GRECE, la percorre lungo un itinerario biografico-intellettuale che va dal razzismo, più o meno dichiarato degli anni Sessanta, alla onesta e meditata valorizzazione di un pluralismo culturale privo di grossolane cadute etnocentriche.
Particolarmente interessanti sono le pagine dedicate all' intelligente recepimento debenoistiano del pensiero di Maffesoli, teorico di un moderno politeismo comunitario e girovago al tempo stesso. In effetti De Benoist è più vicino alla sociologia politeistica e dionisiaca delle identità sempre cangianti di Maffesoli che a quella apollinea e monoteistica di Tönnies, condizionata dal netto dualismo tra società e comunità. Il che rappresenta un altro segno della distanza debenoistiana da certa estrema destra, di cui Stéphane François puntualmente ricostruisce le vicende. Destra, non solo francese, che stupidamente continua a sacralizzare nazione ed etnia, tra l’altro fraintendendo il pensiero, sostanzialmente democratico, di Tönnies. Altro motivo, insomma, per leggere questo bel libro. 

Carlo Gambescia

mercoledì 18 febbraio 2009

Le dimissioni di Veltroni 
Troppi giri di Walter



A sinistra l’uscita di scena di Valter Veltroni ha dato luogo a due reazioni.
Da una parte i duri e puri della sinistra radicale, felici, per essersi tolti dai piedi un pericoloso avversario. Dall’altra i blairiani della sinistra riformista, tristi, per aver perduto il principale profeta.

Ciò però non significa che tutti (riformisti e radicali) ora non siano preoccupati per il futuro dell’intera sinistra italiana, mai come oggi divisa, se non frantumata in correnti di partito, partitini, cespugli. Per non parlare degli elettori, completamente demoralizzati.
La “caduta” di Veltroni - se si vuole entrare nel merito della questione - è soprattutto “caduta” del veltronismo. Che non era altro che berlusconismo di sinistra: un certo modo di identificare la politica con la pubblipolitica, puntando su un immaginario sociale mercatista e sulla personalizzazione mediatizzata del leader. E con l’ ”esclusiva”, rispetto al berlusconismo, sulle "campagne" legate ai diritti civili: battaglie importanti ma socialmente minoritarie, perché interne alla latitante cultura liberalsocialista di microscopici, se non del tutto fantomatici, ceti medi riflessivi.
Probabilmente, la differenza fondamentale con la pubblipolitica vincente di Berlusconi, è nell’avere sbagliato “esclusiva”: non aver caratterizzato il Pd come partito dei diritti sociali. O se si preferisce come partito del welfare. E perciò con una sua forte fisionomia sociale (senza per questo cadere nell' anticapitalismo...). E qui è inutile rinvangare la politica mercatista (e dunque di destra) dei governi "fondomonetarizzati" di centrosinistra, succedutisi nell’ultimo quindicennio.
Diciamo che Veltroni, dando qui per “buona” la sua scelta pubblipolitica, ha lasciato che si facessero troppo giri di Walter sulle politiche sociali ed economiche. Lì, la sinistra riformista ha perso la sua partita con Berlusconi.
Va anche detto che qualsiasi ipotetico progetto veltroniano da sinistra sociale si sarebbe scontrato con una realtà italiana priva di solide tradizioni riformiste di stampo socialdemocratico. E quindi di una solida cultura del welfare.
Insomma, la sinistra postcomunista ha preteso di passare dal comunismo berlingueriano al blairismo, saltando una fase socialdemocratica "vera" di tipo tedesco o britannico. Per farla breve: il postcomunismo italiano ha sposato le riforme di mercato, senza aver mai condiviso la cultura socialista e democratica del welfare.
Perciò Veltroni avrebbe dovuto lavorare di "immaginario sociologico", per dirla con Charles Wright Mills. Cosa che si è ben guardato dal fare. Avendo preferito fin da giovane e poi da sindaco e segretario del Pd, agli studi economici e sociali secondo la tradizione socialista e democratica, le tavole rotonde e le ospitate televisive con registi, cantautori, medici, bioetici e magistrati d’assalto.

E ora raccoglie quel che ha seminato. Anzi, fa raccogliere al Pd...
Carlo Gambescia 

martedì 17 febbraio 2009

La sconfitta del centrosinistra in Sardegna 
Vittoria della democrazia? 
No del Bonapartismo



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La dura sconfitta del centrosinistra in Sardegna (la distanza tra i due candidati al momento è intorno all’8 per cento; (http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/politica/elezioni-sardegna/capellacci-governatore/capellacci-governatore.html ) spinge a fare una riflessione sul carisma bonapartistico di Berlusconi.
Partendo proprio da una sua dichiarazione a caldo: in queste elezioni “ci ho messo la faccia (…) non potevo perdere...". Queste parole, che non vanno liquidate come buffonesche, rivelano, meglio di tante altre, la natura bonapartistica del berlusconismo e il segreto dei suoi successi elettoriali. Ci spieghiamo meglio.
Innanzi tutto che cos’è il Bonapartismo? Per scoprirlo si dovrebbe rileggere un classico delle scienze sociali e politiche. Quale? Roberto Michels, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, uscito quasi cento anni fa, riedito dal Mulino nel 1966 (con introduzione di un altro “gigante politologico” , Juan J. Linz), esaurito da più di trent'anni e mai più ristampato dalla casa editrice bolognese. E non si capisce perché. Ma questa è un'altra storia.
Il libro racchiude, come pietra preziosa, incastonata in una collana già di grandissimo valore, un capitolo sull’ideologia bonapartistica (pp. 293-305).

Ora, noi non siamo i primi a parlare del Bonapartismo di Berlusconi, ma desideriamo discuterne in altri termini, e sicuramente non nella chiave giornalistica dei soliti alti e bassi del ciclo elettorale italiano. Vogliamo andare più a fondo, oltre le stesse elezioni sarde. Ed esaminarlo come forma di legittimazione democratica. I cui limiti dovrebbero far riflettere onestamente, pur non respingendolo, sull'ambigua natura del moderno concetto di sovranità popolare. Per ragioni di spazio, diamo qui per scontata da parte del lettore la conoscenza della genesi storica del Bonapartismo.
Scrive Michels:
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“Il Bonapartismo riconosce la volontà popolare in modo tanto illimitato da concederle perfino il diritto al suicidio. Il principio della sovranità popolare ha la sua completa esplicazione nel diritto di abolire se stessa (…) Il Bonapartismo è la teorizzazione della volontà individuale, scaturita in origine dalla volontà collettiva, ma emancipata col tempo per diventare a sua volta sovrana: la sua genesi democratica la protegge dai pericoli che potrebbero derivare dal suo presente antidemocratico. Nel Bonapartismo il governo del Cesare diventa (…) un organo regolare della sovranità popolare” ( pp. 294-295).
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Il che implica quattro conseguenze.
In primo luogo, che il Bonapartismo, è una forma di legittimazione democratica e moderna, legata alla sovranità popolare, che non ha nulla a che vedere con le forme di legittimazione premoderne, legate alla sovranità di un principe, al quale tutti dovevano obbedire “perché ciò avrebbe significato peccare contro Dio” (p. 300). Di qui il rischio di un suo uso intensivo da parte di quei leader democratici, con propensioni autoritarie. E qui, sia detto per inciso, il problema non riguarda solo Berlusconi e comunque esula dal sistema politico italiano.
In secondo luogo, come è ovvio, il Bonapartismo ha necessità di un Cesare. Un uomo capace di mescolare nella sua persona, con abilità, “le due forme contrastanti (…) della democrazia e dell’autocrazia” (p. 296).
In terzo luogo, il Bonapartismo è gradito alle masse democratiche perché le fa sentire importanti. Nota Michels:
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“Il Bonapartismo ha sempre buone probabilità di successi presso folle imbevute di sentimenti democratici perché lascia l’illusione di rimanere padroni dei propri padroni; e tramite la procedura della delegazione da parte di vaste masse popolari, dà inoltre a questa illusione un’apparenza giuridica, cosa molto gradita alle masse che lottano per il loro ‘diritto’ (p. 299).
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In quarto luogo, il Bonapartismo alimenta nell’elettorato il mito della sua revocabilità ( nel senso della revoca del Bonaparte di turno al potere). Osserva Michels:
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“Il conferimento del mandato e la conseguente rinuncia ai propri poteri da parte del popolo, ha il carattere di un processo naturale nato da un atto consapevole della volontà popolare e non da quel metafisico aiuto divino cui si appella l’odiata monarchia ereditaria e legittima. Il capo prescelto sembra essere stato eletto al suo posto da un atto di spontanea volontà, anzi di arbitrio delle masse, ed è apparentemente una loro creatura. Questo pensiero lusinga l’amor proprio di ogni singolo elettore, che si dice: ‘ Quello non sarebbe diventato ciò che è diventato, se non lo avessi fatto io’, ‘Quello l’ho eletto io!’ “ (p. 299).
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Adesso, dovrebbe essere chiaro perché Berlusconi “ci ha messo la faccia” anche nelle elezioni in Sardegna e perché continui a prendere valanghe di voti...
Al di là dell'inevitabile fascino della ricchezza e del successo, della controversa forza dei media, dell’ ”egoismo-populismo” degli italiani (come scrivono alcuni), del malgoverno del centrosinistra (come scrivono altri), l’elettore medio che vota per lui, crede che Berlusconi - il vero il nodo è qui - sia una sua creatura e che il suo potere possa sempre essere revocato.
Il che per il momento è vero, ma sarebbe bene che gli italiani non tirassero troppo la corda. 

Carlo Gambescia

lunedì 16 febbraio 2009

Polemiche
Massimo D’Alema riscopre il socialismo


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Probabilmente la crisi della sinistra italiana sta toccando il suo punto più basso: la divisione regna sovrana, sia all’interno dell’area moderata (Pd), sia in quella radicale (da Rifondazione fino ai cespugli). Per non parlare della frattura sindacale in atto, con una Cgil che manifesta in proprio, certo coraggiosamente, ma sempre da sola. Infine se in Sardegna Soru dovesse perdere, Veltroni potrebbe non arrivare segretario alle europee (alcuni penseranno meglio così...).
In questo quadro politicamente compromesso spiccano le dichiarazioni bolognesi di D’Alema ( http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090215/pagina/01/pezzo/242280/ ). Il quale, tutto vispo, citando il titolo della copertina dell’ultimo numero di Newsweek edizione europea “Siamo tutti socialisti” ( http://www.newsweekeurope.com/magazine/), ha così commentato: “Senza un po’ di socialismo, di giustizia sociale e di riscoperta del ruolo delle politiche pubbliche, da questa crisi non si esce. E’ evidente che da una crisi come questa si esce con una visione diversa dello sviluppo”.
Che dire?
In primo luogo, che D’Alema ha improvvisamente riscoperto il socialismo, come quando dieci anni fa rimase fulminato sulla via del neo-liberismo ( e dell'atlantismo al fosforo, su Belgrado). E di qui a dieci anni probabilmente sarà pronto a tessere le lodi di qualche altro modello politico a scelta. Inattendibile.
In secondo luogo, che il suo candidato “socialista” alla segreteria Pd è Pierluigi Bersani, già Ministro dell’Industria e poi dello Sviluppo, sempre con Prodi. Il cui socialismo consisteva nella battaglia politica per la riduzione del cuneo fiscale, ovviamente a vantaggio delle imprese. Cosa di cui Bersani ancora si vanta. Penoso.
Ma perché D’Alema non si ritira a vita privata? 

Carlo  Gambescia

venerdì 13 febbraio 2009

Il caso Englaro e la “metafisica” del diritto 
(conclusioni provvisorie al termine di una settimana molto lunga)


Abbiamo seguito con interesse il dibattito sulla vicenda di Eluana, sviluppatosi nel Paese e in particolare su questo blog. E cogliamo l'occasione per ringraziare pubblicamente tutti gli amici commentatori.
Vorremmo ora però fissare alcuni paletti, di "metodo” (come piace a noi) sulla questione del rapporto tra diritto, politica, cultura e società: questione emersa, ma fino a un certo punto, dal dibattito. Ovviamente affronteremo la cosa dal punto di vista sociologico.
Sotto questo aspetto il diritto è una forma di organizzazione sociale. Che riflette, storicamente, le particolari concezioni socioculturali, non solo del diritto, succedutesi nel tempo, sulle quali qui però non ci pronunceremo in termini valutativi.
Riteniamo, con la scuola istituzionalista, quella forse più attenta alla questione sociologica, che il diritto sia un fatto sociale, in quanto fatto organizzativo, e dunque sociale (nel senso che nasce “in società”) e societario (in quanto “organizza la società”).
Tuttavia quando si dice società si dice organizzazione; quando si dice organizzazione si dice gerarchia (quantomeno funzionale); quando si dice gerarchia si dice suddivisione della società in governati e governanti.
Il che significa che il diritto positivo (quello dei codici e delle leggi) consiste da sempre in una certa idea realizzata ( anche se imperfettamente; ma già definirla imperfetta implica un giudizio di valore e di parte…) di organizzazione sociale in base alla visione socioculturale prevalente (poi vedremo come) in un certo momento storico.
Ma - ecco il punto - prevalente fra e su chi? In genere sono le classi governanti, più o meno controllate da quelle governate, a dettare le linee organizzative del diritto, per ragioni di preminenza culturale ed economica. Ovviamente la dominanza non è mai completa, soprattutto nella moderna società democratica, dove prevale un diritto socialmente attivo rispetto a quello passivo delle società premoderne. Di qui il conflitto, più o meno acceso, tra le diverse concezioni socioculturali del diritto e i vari gruppi che le sostengono. Di solito nelle situazioni di conflitto - e questo è un dato che riguarda qualsiasi società - si usa invocare la relazione tra diritto esistente, come “fisica” del diritto, e una qualche costruzione culturale del diritto, come "metafisica", sia in chiave difensiva ( nel senso della perfetta "aderenza" della "fisica" alla “ metafisica” del diritto) sia in chiave offensiva ( come imperfetta "aderenza", eccetera) .
Quando parliamo di “metafisica” del diritto ci riferiamo a una serie di valori che di regola vengono correlati, soprattutto in Occidente, al diritto naturale, nelle sue varie tradizioni e incarnazioni religiose, morali, etiche, lungo un continuum di posizioni che vanno dall' onnipotenza della Natura, di Dio, dell’Uomo e ritorno.
Pertanto - e veniamo finalmente al punto - il conflitto culturale (in senso lato) e politico sul diritto per Eluana, di morire o meno, va inquadrato, almeno dal punto di vista sociologico ( o meglio della sociologia della conoscenza), come una lotta tra opposte concezioni socioculturali del diritto come fattore organizzativo della società, invocanti particolari “metafisiche” contro la “fisica” di un diritto positivo, giudicato come imperfettamente organizzato, da entrambe le parti, e ovviamente, come già notato, sulla base di valori opposti. Tuttavia, in questi casi a decidere in ultima istanza non è il valore veritativo delle "metafisiche" in conflitto, ma la forza socialmente "dirimente" dell’apparato di potere sociale. Apparato che in genere è appetito da tutte le forze in campo (a favore e contro). Ma come mostrano esperienza storica e sociologica, dal momento che non è facile impadronirsi di esso con la sola forza persuasiva della "bontà" delle idee, di regola finisce per vincere ( o comunque è molto favorito) chi detiene il controllo “effettuale” della struttura organizzativa. Un controllo che riguarda non solo l'esercizio del potere nudo (quello che alcuni definiscono biopolitico, di vita e di morte), e ovviamente nelle società democratiche quello organizzativo sui cosiddetti tre poteri, inclusa la magistratura, ma anche il potere, oggi fondamentale, di informare-formare la pubblica opinione. E dunque, come si dice, quello di "dettare l’agenda" e perciò di ostacolare o favorire la marcia del potere nudo.
E così è stato, anche per Eluana.
Alcune conclusioni (provvisorie). 
Che pure in questa occasione vi sia stato un conflitto tra concezioni socioculturali, forti di "metafisiche" differenti del diritto, è un indubbio segno di vitalità sociale . Che questo conflitto sia sfociato nella vittoria organizzativa di una delle due parti in lotta è un dato effettuale. Del resto sul piano della vitalità sociale, anche una sconfitta - o una vittoria - è sempre preferibile alla stasi, come totale assenza di conflitti.
Resta però aperta la questione “metafisica” del giudicare se si sia trattato o meno di una vittoria di Pirro.
Carlo Gambescia 

giovedì 12 febbraio 2009

Il libro della settimana: Oscar Nuccio, La storia del pensiero economico italiano come storia della genesi dello spirito capitalistico, Luiss University Press, Roma 2008, postfazione di Paolo Savona, bibliografia di Oscar Nuccio, pp. 780, euro 80,00. 




Il mestiere del recensore è difficile. Come far capire al lettore in poche battute significato e valore di un libro? Ma lo è particolarmente quando si tratta di recensire un volume impegnativo come quello di Oscar Nuccio, La storia del pensiero economico italiano come storia della genesi dello spirito capitalistico, Luiss University Press, Roma 2008, postfazione di Paolo Savona, bibliografia di Oscar Nuccio, pp. 780, euro 80,00). Opera, dal titolo non meno roccioso, realizzata grazie all'Associazione Guido Carli e con la supervisione di Paolo Savona, del quale, visto che ci siamo, consigliamo di leggere il nitido, Che cos'è l'economia (Sperling & Kupfer Editori, Milano 1999 - http://www.sperling.it/ ). Cercheremo comunque di fare del nostro meglio.
Innanzitutto, chi era Oscar Nuccio (“era”, perché scomparso inaspettatamente nell’aprile del 2004, a un passo dal compiere settantatré anni)? Un professore di storia del pensiero economico nella romana Facoltà di Scienze Politiche. Pugliese, di modeste origini sociali (era figlio di palombaro, di qui però, chissà, quel Dna per le profondità non del mare ma del sapere...) ; spirito critico e indipendente, eruttivo; lettore onnivoro e studioso instancabile: un genuino, come si dice, "sedere di pietra", ma con il gusto del dettaglio e una fiera antipatia per il "sentito dire": un vero nemico degli orecchianti, grandemente apprezzato, guarda caso, da un umbratile e creativo economista del calibro di Sergio Ricossa. Evidentemente esiste una misteriosa chimica sociale delle intelligenze, grazie alla quale gli studiosi non conformisti finiscono per ritrovarsi e, per così dire, convolare a nozze... Per chiunque voglia delibare la verve critica di Nuccio, consigliamo la lettura del suo Falsi e luoghi comuni della Storia, Alberti & Alberti, Arezzo 2000 http://www.albertieditori.it/ ). E piace ricordare che Nuccio ebbe come collega di facoltà alla Sapienza, Giuseppe Palomba, economista eterodosso, non meno combattivo, scomparso negli anni Ottanta. ( http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2006/02/riletture-giuseppe-palomba-1908-1986.html ).

Ma ciò che qui interessa è che Oscar Nuccio ha scritto un monumentale lavoro storico intititolato Il pensiero economico italiano (1050-1750), in sette volumi (1983-2003, Mediocredito Centrale, Roma 2004), che nelle sue intenzioni doveva giungere fino ai giorni nostri. Ma non ha prodotto solo quest'opera: Nuccio, come studioso può vantare una bibliografia di ben 247 voci, tra libri e articoli scientifici. Senza dimenticare, la riedizione per sua cura, dei cinquanta tomi delle collezione “Scrittori classici italiani di economia politica”, nota come “Collezione Custodi” (Bizzarri, Roma 1965-1969): un gioiello di erudizione economica, che avrebbe sicuramente fatto la gioia di un economista-bibliofilo come Luigi Einaudi. Insomma uno studioso da Premio Nobel Economia. Che invece ha chiuso la sua carriera come semplice professore associato... Misteri dell’università (statale) italiana... E forse anche di un carattere tellurico e da cavaliere solitario. Su di lui si veda il partecipe e informato ricordo di Vincenzo Merolle in  http://www.europeanjournal.it/culturaepolitica/politica12.pdf .
Oscar Nuccio
(Fonte: http://www.europeanjournal.it/culturaepolitica/politica12.pdf )
La Storia del pensiero economico come storia della genesi dello spirito capitalistico, che esce contemporaneamente in lingua inglese (sempre per i tipi delle Luiss), è una sintesi nel senso alto del termine, in particolare dei primi cinque tomi dell’opera maggiore. Un tour de force terminato dallo stesso autore pochi giorni prima della morte: una frenetica galoppata, con un Oscar Nuccio-cavaliere solitario che "spara" citazioni su citazioni senza mai perdere un metro e un solo colpo sui pur notevoli avversari. Una cavalcata che cronologicamente va dal 1050 al 1650 ( gli ultimi due tomi dell’opera maggiore si arrestano invece al 1750).
Nella notevole postfazione di Paolo Savona si sottolinea infatti che il sulfureo Nuccio “cattolico convinto e praticante ingaggia una lotta con il pensiero di Max Weber per dimostrare che la radice del capitalismo di mercato non si rinviene nella riforma protestante, ma nella 'riforma' cattolica, ossia nell’elaborazione dei fatti economici intrapresa dalla Scolastica alla soglie del secondo millennio”. Attenzione però: "elaborazione" come temperie culturale ricca di contrasti e creativi fermenti laici e non come cooptazione del capitalismo nascente all'interno del sistema di pensiero sociale di Santa Madre Chiesa. Il che significa che Nuccio non accetta la versione cattolica e romantica, da Toniolo a Fanfani, di un capitalismo cattolico, oggi tornata di moda (si pensi ai lavori citatissimi del teocon Michael Novak). Al contrario Nuccio, soffiando sulla pistola ancora calda dei documenti scovati e sezionati e facendo prendere fiato al destriero della sua intelligenza, sostiene che le origini del capitalismo, come spirito (il suo è uno studio di storia delle idee) sono italiane, ma laiche. Insomma, né cattoliche né protestanti.
Tra i secoli XI e XIV , scrive, “alla visione ecclesiologica del disprezzo del mondo (…) fu contrapposta - prima che facessero la loro comparsa sulla scena della storia i protestanti di Calvino e i frati francescani di Bernardino da Siena - la filosofia dell’agire economico razionale quale espressione dell’uomo naturale (…) il cui modello era nel ritrovato patrimonio della cultura classica” . E ne indica l'emblematico antesignano in Albertano da Brescia , giurista vissuto nel tredicesimo secolo, al quale, tra l'altro, ha anche dedicato un libro a parte (Epistemologia dell' "azione umana" e razionalismo economico nel Duecento italiano. Il caso di Albertano da Brescia, Effatà Editrice, Cantalupa (To) 2005 - http://www.effata.it/ )
Nuccio perciò entra in rotta di collisione, sottoponendoli a una critica serrata e convincente, Sombart, Weber, Tawney, Schumpeter, solo per fare qualche nome classico. Un “riesame” fondato sulla studio estensivo e attentissimo di centinaia di autori, in particolare giuristi, studiosi del diritto romano, senza trascurare mercatores, banchieri e umanisti economici, spesso dimenticati se non del tutto sconosciuti, da un critica storica e sociologica volta a far "decollare" lo spirito del capitalismo solo alla fine e non all’inizio del Basso Medio Evo.
Pertanto, e concludendo, il lettore di questa corposa sintesi si ritrova tra le mani una sorta di ghiotto antipasto, ricchissimo di spunti, stimoli, scoperte. Che non placa l'appetito. E che di riflesso può stuzzicare il lettore, curioso e affamato di sapere economico, fino al punto di avvertire il bisogno di immergersi nelle acque profonde, ma fresche e limpide, dell’opera maggiore.
Cosa che per Oscar Nuccio, figlio di palombaro, e lui stesso generoso palombaro della scienza, sarebbe sicuro motivo di giusto orgoglio. 

Carlo Gambescia

mercoledì 11 febbraio 2009

Polemiche

Bioetica, paghi uno compri tre




Che cos’è la bioetica? Semplificando, per i contrari è un inutile carrozzone con dentro scienziati e moralisti, prontissimi a discutere di vita e di morte senza mai approdare a una risposta certa. Per i favorevoli è un utile tentativo di mettere d’accordo “laici” e “clerici” sui giusti confini tra l’ Al di là e l’ Al di qua…
E per la gente comune? Difficile dire, perché non esistono studi affidabili in argomento. L’unico dato certo, molto rozzo, è quello della secolarizzazione, i cui indicatori provano che la pratica religiosa è in calo: la funzione domenicale è frequentata da tre persone su dieci. Negli anni Sessanta si recavano a messa regolarmente sei persone su dieci.
Si dirà: ma chi se la sente di giurare sulla fede dei praticanti? Giusto. Diciamo, allora, che nei riguardi dell’Al di là oggi prevale l’indifferenza. Si vive “attaccati” all’Al di qua, nutrendo fiducia nella scienza e nella tecnica. O tutt’al più praticando una religiosità naturale new age (ancora meno misurabile e sicura di quella “artificiale”, cristiana e cattolica). Ma quel che più è importante è che si crede in particolare nella capacità della medicina di prolungare la vita umana: nella medicina come sostitutivo della religione, grazie alla sua presunta (collettivamente) capacità, non tanto di dare risposta, quanto di rimuovere quelle domande che secondo Julien Freund danno sociologicamente e storicamente corpo, istituzionalizzandolo, al fenomeno religioso ( sia di tipo artificiale o naturale, sia di natura monoteista o politeista, sia in termini di trascendente e/o di sacro): perché il dolore, perché la morte? dove andremo dopo la morte?
Certo, si tratta di una fiducia spesso scossa dai ricorrenti episodi di malasanità, soprattutto in Italia… Si vive perciò in una condizione di incertezza, anche perché, a causa degli alti e bassi economici, si teme di perdere quel poco di benessere così faticosamente conquistato. E come ci si difende? Puntando sull’ individualismo assistito: uno schizofrenico mix di libertà individuale e assistenza sociale (sempre meno per la verità...). Milioni di anonimi individui, come formiche terrorizzate, cercano di privatizzare i profitti e socializzare le perdite, inseguendo quel miraggio, criticato dai nostri nonni, del “solo diritti, nessun dovere”…
E’ quindi ovvio che in una società anarchica a metà, dove si crede di poter regolare l’individualismo sociale per legge, dalla culla alla tomba (suicidio “assistito” incluso), la bioetica sia assurta a scienza delle scienze: a disciplina capace dire l’ultima parola sui confini della vita. Grazie anche alla forza sostitutiva, nel senso sopra indicato, attribuita preventivamente alle discipline mediche.
Ma in questo modo senso la bioetica, grazie alla determinante alleanza con le scienze mediche, rischia di apparire un “surrogato” scientifico ( e per alcuni ancora più oppiaceo) della religione. E così l’uomo comune, credendovi, si illude, come al supermercato, di pagare uno (“Credi nella scienza!”) e portare via tre ( “Salute, Sicurezza, Lunga Vita”).
Ma facciamo un esempio. Al professor Veronesi, noto difensore dell’approccio bioetico, dobbiamo un libro dal titolo programmatico: Il diritto di morire. La libertà del laico di fronte alla sofferenza, ( Mondatori 2005).
Per Veronesi il “diritto di morire” fa “parte del corpus fondamentale dei diritti individuali”, come il diritto di formarsi o meno una famiglia, il diritto alle cure mediche, il diritto a una giustizia uguale per tutti, il diritto all'istruzione, eccetera.
A metterla sul difficile, quel che dice Veronesi può essere esatto sul piano “logico-ideologico”: dal momento che una volta stabilita una preminenza logica (il singolo uomo come “premessa logico-argomentativa”) e ideologica (il singolo uomo come punto di “partenza” e di “arrivo” di qualsiasi processo storico), dell’individuo, le libertà di scelta e azione dell'uomo, nella sua singolarità, non possono non essere totali.
Resta però problema pratico. Sul quale riflettere, proprio in questi giorni in cui si parla della necessità improrogabile, sulla quale siamo d'accordo, di una legge sul testamento biologico. Come verrà articolato socialmente il "diritto di morire" in una società che pratica l' individualismo assistito? Verranno istituite commissioni mediche, di “specialisti”, che decideranno quando e come “soddisfare” le “richieste” dei singoli? E su quali parametri? E in quali strutture? Non sussiste forse il rischio di commettere ingiustizie e abusi?
Crediamo di sì, dal momento che una volta stilato, da parte del singolo, "il testamento biologico perfetto" (auspicando che ci si arrivi legislativamente), a occuparsi degli aspetti esecutivi e pratici saranno le stesse burocrazie mediche, amministrative e politiche che non riescono a gestire in modo efficiente i nostri ospedali. Quel che può “filare” sul piano logico-ideologico, purtroppo può non “filare” sul piano sociologico.

Pertanto sono questioni che vanno tenute presenti: non esiste l' "uomo astratto", ma esiste l'uomo "in società". Insomma, per tornare all’illusione del “paghi uno e porti via tre”, l’uomo comune crede di essere libero di decidere, mentre in realtà rischia di finire prigioniero di occhiute burocrazie che decidono per lui.
Certo, in maniera “bioeticamente” giusta … Ma per chi? 
Carlo Gambescia

lunedì 9 febbraio 2009

  Eluana è morta!


Le parole mancano e bisogna dirle.
In questi inverni scuri
al bianco della pagina
chiediamo il coraggio di guardare avanti.
Le parole mancano e bisogna dirle,
le pronunciamo nelle cose.
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(Nicola Vacca, Ti ho dato tutte le stagioni)
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Per ricordarla osserveremo un giorno di silenzio



10/9/2009
A proposito di un post di Giuseppe Genna su Eluana Englaro  

Leggendo il post di Giuseppe Genna su Eluana Englaro, (http://www.carmillaonline.com/archives/2009/02/002934.html#002934 ) siamo rimasti colpiti da questa tesi. E sfavorevolmente, soprattutto per come viene sviluppata.
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“La tragedia prima è questa, cioè l'artificialità con cui la natura è stata soppressa da una seconda natura, violentissima, che ne ha stuprato la volontà certa, comprovata, che lei non avrebbe desiderato per sé l'artificio che mantenesse respirante un corpo incapace di sopravvivere, nemmeno di vivere, senza l'ausilio di questo emblema della tragedia tutta, che è 'il sondino' ".
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Secondo Genna si tratta di un criterio di artificialità che sarebbe condiviso dalla Chiesa, per ragioni piuttosto tortuose, riprese da Illich.
In realtà, il poliedrico teologo e scrittore di origine austriaca, come tutti i profeti sociali, è purtroppo noto agli “addetti ai lavori” per non aver mai capito la differenza sociologica tra movimento e istituzione, nonché l’inevitabilità della trasformazione di ogni movimento in istituzione. E dunque anche della “chiesa-istituzione”, rispetto al “movimento cristianesimo primitivo”, esteticamente bello per la sua purezza, ma incapace di costituirsi, per semplice auto-diffusività del bene, in reale società (istituzionale) cristiana.
Il che però non significa che i “movimenti primitivisti”, non abbiano svolto nella storia del cristianesimo (non nel significato di Illich) un prezioso ruolo di rinnovamento. Il punto è che - se ci si perdona la caduta di stile - una pentola piena d' acqua non può bollire a cento gradi all'infinito, pena il prosciugamento del suo contenuto... Per farla breve: chi dice società, dice organizzazione, e chi dice organizzazione, dice gerarchia... Ma questa è un’altra questione, troppo lunga per essere affrontata qui. E comunque sia, consigliamo a Genna di leggere Le dottrine sociali delle chiese e dei gruppi cristiani (1912) di Ernst Troeltsch, contemporaneo di Max Weber. Un classico del pensiero sociologico in argomento. Esiste nelle biblioteche una versione italiana in due volumi pubblicata dalla Nuova Italia.
Il ragionamento di Genna può essere riassunto così: la tecnica è di per sé un’ idea di seconda natura artificiale che la Chiesa ha abbracciato; Luana è stata costretta a vivere e morire a causa di questa idea di seconda natura artificiale; ergo la Chiesa è colpevole.
Ora qui non interessa difendere la posizione di Santa Madre Chiesa (si difende benissimo da sola), ma semplicemente osservare che la tecnica, come trasformazione della realtà che ci circonda, è in se stessa neutrale. L’ energia atomica sul piano della sua gestione culturale, può servire a costruire bombe o alimentare la caldaia di un asilo nido. Dipende dai valori aggressivi o pacifici che gli uomini condividono in un determinato momento storico. La tecnica è una scatola vuota che viene riempita di contenuti storici e filosofici differenti. La seconda natura artificiale, ripetiamo, dipende dalla sua gestione culturale: esistono perciò una tecnica laicizzata in nome della scienza e del progresso, una tecnica cristianizzata in nome di Dio, una tecnica, nazistizzata in nome di Hitler e del razzismo, eccetera.
Ora, semplificando, mettere sullo stesso piano, come fa Genna, Auguste Comte, Dio e Hitler è scorretto. Un conto è una tecnica al servizio dell’eugenetica (idea presente anche in Comte) con una sua idea di “gestione” della seconda natura , pronta a eliminare chiunque non sia fisicamente in regola, un conto è una tecnica al servizio di una visione che vuole gestirla per preservare la vita in qualsiasi sua forma.
La questione che “quella vita”, da alcuni come Genna, non venga ritenuta tale, dipende dal contenuto storico e valoriale condiviso che si attribuisce al valore vita. Che Genna però riconduce nell’ambito di spiegazioni specializzate dal punto di vista scientifico (peso del cervello, statistica delle capacità percettive dei malati nelle condizioni di Eluana, eccetera). Facendo così rientrare dalla finestra la tecnica scacciata dalla porta.
Il che è molto scorretto logicamente. Perché non si può ricorrere a Comte, Dio e Hitler, secondo convenienza. A meno che Genna non ritenga che l’unica idea giusta di vita sia quella di natura scientista-tecnicista . Ma a questo punto mancherebbe di originalità. Il che per chiunque voglia fare da grande lo scrittore sarebbe disastroso.

Carlo Gambescia