martedì 17 febbraio 2009

La sconfitta del centrosinistra in Sardegna 
Vittoria della democrazia? 
No del Bonapartismo



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La dura sconfitta del centrosinistra in Sardegna (la distanza tra i due candidati al momento è intorno all’8 per cento; (http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/politica/elezioni-sardegna/capellacci-governatore/capellacci-governatore.html ) spinge a fare una riflessione sul carisma bonapartistico di Berlusconi.
Partendo proprio da una sua dichiarazione a caldo: in queste elezioni “ci ho messo la faccia (…) non potevo perdere...". Queste parole, che non vanno liquidate come buffonesche, rivelano, meglio di tante altre, la natura bonapartistica del berlusconismo e il segreto dei suoi successi elettoriali. Ci spieghiamo meglio.
Innanzi tutto che cos’è il Bonapartismo? Per scoprirlo si dovrebbe rileggere un classico delle scienze sociali e politiche. Quale? Roberto Michels, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, uscito quasi cento anni fa, riedito dal Mulino nel 1966 (con introduzione di un altro “gigante politologico” , Juan J. Linz), esaurito da più di trent'anni e mai più ristampato dalla casa editrice bolognese. E non si capisce perché. Ma questa è un'altra storia.
Il libro racchiude, come pietra preziosa, incastonata in una collana già di grandissimo valore, un capitolo sull’ideologia bonapartistica (pp. 293-305).

Ora, noi non siamo i primi a parlare del Bonapartismo di Berlusconi, ma desideriamo discuterne in altri termini, e sicuramente non nella chiave giornalistica dei soliti alti e bassi del ciclo elettorale italiano. Vogliamo andare più a fondo, oltre le stesse elezioni sarde. Ed esaminarlo come forma di legittimazione democratica. I cui limiti dovrebbero far riflettere onestamente, pur non respingendolo, sull'ambigua natura del moderno concetto di sovranità popolare. Per ragioni di spazio, diamo qui per scontata da parte del lettore la conoscenza della genesi storica del Bonapartismo.
Scrive Michels:
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“Il Bonapartismo riconosce la volontà popolare in modo tanto illimitato da concederle perfino il diritto al suicidio. Il principio della sovranità popolare ha la sua completa esplicazione nel diritto di abolire se stessa (…) Il Bonapartismo è la teorizzazione della volontà individuale, scaturita in origine dalla volontà collettiva, ma emancipata col tempo per diventare a sua volta sovrana: la sua genesi democratica la protegge dai pericoli che potrebbero derivare dal suo presente antidemocratico. Nel Bonapartismo il governo del Cesare diventa (…) un organo regolare della sovranità popolare” ( pp. 294-295).
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Il che implica quattro conseguenze.
In primo luogo, che il Bonapartismo, è una forma di legittimazione democratica e moderna, legata alla sovranità popolare, che non ha nulla a che vedere con le forme di legittimazione premoderne, legate alla sovranità di un principe, al quale tutti dovevano obbedire “perché ciò avrebbe significato peccare contro Dio” (p. 300). Di qui il rischio di un suo uso intensivo da parte di quei leader democratici, con propensioni autoritarie. E qui, sia detto per inciso, il problema non riguarda solo Berlusconi e comunque esula dal sistema politico italiano.
In secondo luogo, come è ovvio, il Bonapartismo ha necessità di un Cesare. Un uomo capace di mescolare nella sua persona, con abilità, “le due forme contrastanti (…) della democrazia e dell’autocrazia” (p. 296).
In terzo luogo, il Bonapartismo è gradito alle masse democratiche perché le fa sentire importanti. Nota Michels:
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“Il Bonapartismo ha sempre buone probabilità di successi presso folle imbevute di sentimenti democratici perché lascia l’illusione di rimanere padroni dei propri padroni; e tramite la procedura della delegazione da parte di vaste masse popolari, dà inoltre a questa illusione un’apparenza giuridica, cosa molto gradita alle masse che lottano per il loro ‘diritto’ (p. 299).
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In quarto luogo, il Bonapartismo alimenta nell’elettorato il mito della sua revocabilità ( nel senso della revoca del Bonaparte di turno al potere). Osserva Michels:
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“Il conferimento del mandato e la conseguente rinuncia ai propri poteri da parte del popolo, ha il carattere di un processo naturale nato da un atto consapevole della volontà popolare e non da quel metafisico aiuto divino cui si appella l’odiata monarchia ereditaria e legittima. Il capo prescelto sembra essere stato eletto al suo posto da un atto di spontanea volontà, anzi di arbitrio delle masse, ed è apparentemente una loro creatura. Questo pensiero lusinga l’amor proprio di ogni singolo elettore, che si dice: ‘ Quello non sarebbe diventato ciò che è diventato, se non lo avessi fatto io’, ‘Quello l’ho eletto io!’ “ (p. 299).
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Adesso, dovrebbe essere chiaro perché Berlusconi “ci ha messo la faccia” anche nelle elezioni in Sardegna e perché continui a prendere valanghe di voti...
Al di là dell'inevitabile fascino della ricchezza e del successo, della controversa forza dei media, dell’ ”egoismo-populismo” degli italiani (come scrivono alcuni), del malgoverno del centrosinistra (come scrivono altri), l’elettore medio che vota per lui, crede che Berlusconi - il vero il nodo è qui - sia una sua creatura e che il suo potere possa sempre essere revocato.
Il che per il momento è vero, ma sarebbe bene che gli italiani non tirassero troppo la corda. 

Carlo Gambescia

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