venerdì 30 maggio 2008

Manganellum e  modello  americano




Le dure dichiarazioni del capo della polizia, Prefetto Manganelli ( a sinistra nella foto), sulla necessità di accrescere i mezzi a disposizione delle forze dell’ordine, vanno ricondotte nell’alveo della più classica ideologia americana del Law & Order. o se si prefersice della Tolleranza Zero (http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/politica/giustizia/manganelli-pena/manganelli-pena.html).
Ora, a un superpoliziotto non si può chiedere di più. Un prefetto di polizia vede il mondo il bianco e nero, anzi deve vederlo in bianco e nero. La sua logica è semplice: “ agli altri istituti sociali la prevenzione, a noi la repressione”.
Possono cambiare i regimi, ma l’antropologia sociale del poliziotto non muta. La differenza tra la polizia di un regime autoritario e democratico è data dalle diverse capacità di contenimento (giuridiche, sociali e politiche) della logica puramente repressiva che caratterizza costitutivamente l’istituzione polizia. Capacità che, ovviamente, nelle democrazie sono maggiori.
Qual è il pericolo insito nelle dichiarazioni di Manganelli? Che la società politica, nella veste dell’attuale maggioranza di governo, accolga il “grido di dolore” del superprefetto e bruscamente riduca la questione “criminale” a un puro e semplice problema di repressione.
Il nostro non è buonismo. E’ ovvio che ogni reato debba sempre essere perseguito. Ma quel che temiamo maggiormente è la trasformazione, certo graduale, della società italiana in una società a Tolleranza Zero. Nel senso di considerare come unico deterrente la prigione. Trascurando le ragioni sociali del reato, o almeno di certi reati (ad esempio quelli legati alle tossicodipendenze o all’immigrazione clandestina). E finendo così per ritenere unico elemento dissuasivo, non tanto la certezza della pena, ma la sua esemplarità. Il che ha un suo fondamento, anche giuridico, ma necessità di importanti correttivi e integrazioni sul piano della prevenzione sociale dei reati. Senza i quali si rischia di trasformare la società in una caserma.
Quel che temiamo, insomma, è la recezione, piuttosto infantile, del modello americano Law & Order , fondato sulla Tolleranza Zero. Paese, gli Stati Uniti, dove però, nonostante le prigioni siano piene e la polizia non faccia tanti complimenti, il numero dei reati commessi non cessa di crescere, almeno sul piano nazionale. 
 

Carlo Gambescia

giovedì 29 maggio 2008

Rapporto Istat 2007

Cercasi giovani pieni di fiducia...




Non è sede questa per un commento dettagliato del Rapporto Istat sul 2007, anche perché non ne abbiamo ancora preso visione nella sua completezza. Da quanto letto in Rete (ad esempio http://www.adnkronos.com/IGN/Economia/?id=1.0.2203738052), il quadro generale che ne emerge non è assolutamente positivo.
Ma c’è un dato in particolare che colpisce. Questo:

“Il tasso di attivita' della popolazione italiana si attesta al 62,5% rispetto al dato europeo del 70,5% con divari ancora molto accentuati tra un Nord al 69,1% e un Sud al 52,5%. Prosegue, pero', il calo della disoccupazione secondo un trend che si registra oramai da almeno otto anni. Nel 2007, i senza lavoro sono stati poco piu' di un milione e mezzo. Ma attenzione: al calo della disoccupazione non si accompagna un parallelo aumento del tasso di occupazione ma un allargamento della inattivita', ovvero degli italiani, specie donne, che hanno rinunciato a cercare attivamente un lavoro”.

La rinuncia alla ricerca attiva di un lavoro, soprattutto da parte di donne, e come le ricerche mostrano, di giovani in genere (fino a trentacinque anni), indica che le "avare" politiche di bilancio dell’ultimo quindicennio insieme alla crescente introduzione del lavoro flessibile, hanno infierito sul quel patrimonio di fiducia in un futuro migliore che dovrebbe segnare ogni giovane generazione.
Domanda: quale fu negli anni Cinquanta e Sessanta la “molla” capace di far decollare l’economia italiana? Quella che per molti giovani padri era una specie di idea fissa: che i figli sarebbero stati meglio di loro, in termini di guadagni e di posizione sociale. Oggi, quanti sono i padri che pensano che i figli disporranno di più mezzi di loro? E, cosa più importante, quanti sono i giovani che ritengono che miglioreranno, rispetto ai padri, il proprio futuro tenore di vita? Un' insignificante minoranza: perché in realtà è la sfiducia totale nel futuro a dominare (si veda a tale proposito il VI Rapporto Iard (http://pollicino.blogosfere.it/2006/11/nel-sesto-rapporto-iard-la-sfiducia-dei-giovani-1.html).
Ora, quando si “uccide” nei padri, e soprattutto nei figli, la fiducia nel futuro, il rischio che il sistema economico e politico possa disgregarsi è reale.

Ma come ricreare un clima di fiducia in una società che continua a ritenere il lavoro flessibile come il migliore dei rimedi? Oppure ancora peggio, come mostra il Rapporto Istat sul 2007, a puntare sui bassi salari?
Precarietà e salari ridicoli, mescolati insieme, non possono produrre nulla di buono. Possibile che non si riesca a capire che crescita salariale e continuità lavorativa sono due strumenti fondamentali per combattere la crisi? E soprattutto per costruire un'Italia migliore?

Carlo Gambescia

mercoledì 28 maggio 2008

Accoppiamenti poco giudiziosi

Ahmadinejad ha chiesto di incontrare il Papa (tedesco)



Secondo fonti diplomatiche, “oltre al possibile incontro con i dirigenti italiani, gli iraniani si aspettano la possibilità di una visita in Vaticano: l'ambasciata iraniana alla Santa Sede ha avuto istruzioni da Teheran di chiedere ‘ripetutamente’ un’udienza con papa Benedetto. Il presidente iraniano vorrebbe esporre a Sua Santità le sue idee, la posizione del suo governo sui maggiori temi d'attualitàmondiale”( http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni /esteri/benedettoxvi-21/iran-papa/iran-papa.html ).
Ora, crediamo, che questa sia una buona occasione per la Santa Sede (parliamo in termni politici di Santa Sede e non di Chiesa Cattolica...), per aprire a un leader iraniano che tutto sommato pone problemi collettivi fondamentali. A cominciare, come nota l'ambasciatore iraniano a Roma Abolfaz Zohrevand, dalla soluzione di “questioni decisive come quelle del cibo".
Che strada sceglierà la Santa Sede? Quella del dialogo? O comunque di una apertura, anche se graduale? Oppure quella della chiusura, allineandosi alla posizioni statunitensi? Difficile dire. E del resto non siamo vaticanisti o studiosi di storia della Chiesa applicata alle relazioni internazionali. Però vorremmo comunque proporre una riflessione in proposito, molto semplice, su questo Papa “tedesco”. Perché la chiave dell’atteggiamento filoamericano di Papa Benedetto XVI, ravvisato da alcuni osservatori, crediamo dipenda proprio dalla sua nazionalità. Ci spieghiamo meglio.
Oggi tedeschi sono i più fedeli alleati europei degli americani. Perché?
La Germania a partire dal 1945 ha subito un processo di crescente denazificazione e di risocializzazione valoriale, a cominciare dai testi scolastici. Segnato dalla imposizione-diffusione, a livello collettivo, di valori politici e pragmatici tipicamente americani, con ricadute nella società dei consumi, eccetera. Alcuni studiosi sono giunti a parlare di un vero e proprio "lavaggio del cervello". Il che spiegherebbe, secondo altri osservatori, perché la Germania attuale sia il paese più "americanizzato" tra quelli europei.
Pertanto gli Stati Uniti per "questa" cultura tedesca americanofila rappresentano un baluardo di libertà politica ed economica. Ovviamente il Papa si è formato in una cultura di questo tipo, risentendone in qualche misura. Perciò riteniamo che sulle questioni di politica estera Benedetto XVI continuerà a comportarsi, prima che da cattolico, da tedesco post 1945, qualificandosi come fedele alleato degli americani.
Certo, questo nostro approccio in termini di carattere collettivo dei popoli, può essere ritenuto semplicistico. Nessun problema: è un’ipotesi come tante altre. Tuttavia riteniamo che Benedetto XVI, come tedesco, difficilmente accetterà di inimicarsi gli Stati Uniti, "smarcandosi" sulla questione iraniana.
Pertanto crediamo poco probabile che Ahmadinejad venga ricevuto in Vaticano dal Papa.

Carlo Gambescia

martedì 27 maggio 2008

Alessandro Portelli e il Black Scare




Secondo Alessandro Portelli in Italia tirerebbe una brutta aria. Fascista. Sul manifesto parla di “fascismo del senso comune” (http://www.ilmanifesto.it/oggi/art1.html ). Ma così - e non è una battuta - non si rischia di fare di ogni erba un fascio?
Portelli è uno studioso intelligente e capace. Ma crediamo dia come scontato il collegamento, forse troppo facile, tra attitudine alla violenza e una specie di fascismo "universale". Costruendo - lui così abituato a decostruire il razzismo degli altri, usando gli strumenti dei post-colonial studies - un vero e proprio razzismo antifascista. E per giunta sociologicamente fondato: ogni manifestazione di violenza viene ricondotta a una sorta di riflesso socioculturale condizionato, di tipo fascista.
Infatti il suo editoriale prende spunto dagli ultimi eventi di Verona, Ponticelli, Roma, inclusi, addirittura, i due ragazzi in motorino uccisi sulla via Nomentana. Episodi, a suo avviso, dove proprio l’ “assenza di matrice politica” indicherebbe che “il fascismo non è più politica, è senso comune”…
Ci sembra una tesi molto pericolosa. Una specie di rabbioso sparare nel mucchio. Ora, non si tratta di negare il passato di Fini, Alemanno, eccetera. O la natura dittatoriale del fascismo storico. Ci mancherebbe altro.
Ma - ecco il punto - trasformare ogni singolo episodio di violenza urbana in violenza fascista, rischia di creare un clima da black scare. Un’ atmosfera da caccia alle streghe che non aiuta a capire, come nel caso del Pigneto, il reale malessere provato da molti cittadini. Un malessere che, ovviamente, non può essere invocato per giustificare le violenze commesse.
Insomma, caro Portelli, perché farsi del male da soli?

Carlo Gambescia

venerdì 23 maggio 2008

Oggi è mancata Donna Anna


Cari amici lettori,
sapete che non amo parlare di me. Ma per una volta sopportatemi: oggi è mancata mia madre, settantacinque anni.
Donna Anna, così mi piaceva chiamarla, era una gran donna, scusate il bisticcio di parole. Le piaceva sempre essere al centro; dire la sua su tutto: dalla moda alla politica. E ultimamente aveva sposato la causa di Berlusconi. Nessuno è perfetto.
Da qualche anno viveva con me. E mentre scrivevo o studiavo, mi bastava alzare la testa per scorgerla. E magari osservarla di nascosto, per lunghi minuti. Io alla scrivania, lei nell'altra camera china a leggere o davanti alla tv, separati da una porta aperta. E da una cuffia.
Mi mancherà.

***
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27 maggio 2008
Grazie cari amici dell'affettuosa partecipazione al mio dolore. Grazie di cuore.  (Carlo Gambescia)

giovedì 22 maggio 2008

I libri della settimana: Marco Cedolin, Grandi opere: le infrastrutture dell’Assurdo, Arianna Editrice, Bologna 2008, pp. 256, euro 12,90; Marco Della Luna, Basta con questa Italia! Secessione, Rivoluzione o Emigrazione, Arianna Editrice, Bologna 2008, pp. 320, euro 13,50  ( www.ariannaeditrice.it ).  




Benché “cassati” dalla rassegna stampa di Arianna Editrice ( e non abbiamo ancora capito perché…), ci corre l’obbligo di segnalare questi due ottimi libri. Come dire: porgiamo l’altra guancia. Carl Schmitt non sarebbe d’accordo. Ma fa lo stesso...
Marco Cedolin non ha bisogno di presentazioni: scrittore, collaboratore di importanti siti web, membro di Decrescita felice. Grandi opere è una informatissima e dirompente enciclopedia dei pericolosi sprechi "infastrutturali" italiani (e non solo…). Un libro che fa giustizia del gigantismo economico contemporaneo. E che sarebbe piaciuto a Leopold Kohr il padre del “piccolo è bello”, maestro di Ernest (o Ernst) Fritz Schumacher…
I grandi cimiteri sotto la luna ci sono tutti: Tav, Mose, autostrade, megainceneritori e via discorrendo. Cedolin non fa prigionieri. E fa bene. Particolarmente interessanti, sotto l’aspetto teorico, i capitoli sull’economia e la psicologia delle grandi opere. Puntuali, e condivisibili, le conclusioni sull’importanza della decrescita. Scrive Cedolin: “Iniziare a decrescere non è difficile, basta avere un pizzico di buona volontà e la consapevolezza di poterlo fare. Ogni piccolo gesto che va nella giusta direzione ci rende un poco più felici e un poco più liberi […]. Cambiare il nostro modo di vivere su questo pianeta è possibile, ma, per riuscirci, è necessario cambiare prima noi stessi e non avere paura di farlo, perché non siamo soli e molte altre ‘persone normali’ stanno iniziando a passeggiare con lentezza insieme noi”. Che aggiungere? Bravo.
Anche l’avvocato Marco Della Luna, non ha bisogno di presentazioni. I nostri lettori ricorderanno senz’altro il bestseller Euroschiavi, scritto con Antonio Miclavez, e pubblicato sempre da Arianna.
Ora, in Basta con questa Italia!, Della Luna ci guida per mano nel Paese degli scandali, delle caste e delle mafie di ogni genere. Una brutta Italia di cui vergognarsi. Ma potentemente illuminata e fustigata dall'autore. E, attenzione. con il piglio del polemista di razza. Un libro che sicuramente piacerà a tutti cani sciolti della Rete e non. Insomma, anche qui, siamo davanti a testo di qualità, da non perdere.
Ma lasciamo la parola all'autore: “Questo è un libro semplice, diretto, esplicito e brutale. Come un manuale per la guerra NBC ( nucleare, batteriologica, chimica). Senza pretese di completezza, di sistematicità: appunto, si tratta di un manuale per allenarsi alla realtà. Un prontuario di analisi, orientamento e critica per districarsi, liberarsi, resistere o ritirarsi strategicamente, secondo le circostanze, ma con una visione di lungo termine, strategica. Per non perder tempo, per non attardarsi sul Titanic aspettando che arrivi in un porto oramai irraggiungibile. Per smagarsi da sé contro l’ipnosi della disinformazione e della propaganda dei mass media e delle istituzioni".
Lasciamo al lettore il piacere di scoprire da sé, quali carte Marco Della Luna abbia in serbo per lui… Perciò qui ci fermiamo. Buona lettura a tutti.

Carlo Gambescia 

mercoledì 21 maggio 2008

Le due città 

Da Agostino a Corviale (2)



La Città di coloro che non hanno
Nella Città Terrena che sorte tocca a coloro che non hanno? Quelle persone, per dirla ancora una volta con Toynbee, che sono nel “pozzo nero, al di sotto delle brillanti opere di superficie”?
Nella Città Celeste i poveri partecipavano in qualche modo, spesso solo simbolico, al potere. Ma, in ogni caso sussistevano limiti “cosmici” alla ricchezza e alla povertà, oltre i quali era pericoloso spingersi. Di più: il popolo era temuto. E ciò spiega le distribuzioni di cibo e denaro, così diffuse nell'antichità, ma anche le feroci rivolte redistributive, dalle secessioni delle plebi romane, ai ciompi e al “vive le roi et sans la gabelle” nella Francia popolare del Seicento.
E oggi? Il “popolo” vive una condizione, come dire, di frammentazione sociale e abitativa. Spieghiamo come e perché.
Le classi medio-basse, se possono, cercano di imitare la secessione abitativa delle élite. Le quali hanno da tempo scelto di vivere in zone residenziali, situate in centro o nei ricchi suburbi. I ceti medi devono perciò accontentarsi di luoghi meno prestigiosi magari periferici, oppure delle cosiddette “aree adiacenti al centro storico”, ma comunque a distanza di sicurezza dal “popolo” che vive invece in teratologici “serpentoni” , “torri” di cemento armato”, come ad esempio nei romani Corviale e Laurentino 38. Dove vivono operai, piccoli artigiani, pensionati sociali, famiglie monogenitoriali, immigrati (“in regola” o meno), giovani disoccupati, e via scendendo lungo la cosiddetta scala sociale…

La Città di coloro che hanno
Ogni società urbana si organizza secondo le risorse e le capacità dei diversi gruppi che la compongono. Ma una caratteristica del nostro tempo sembra essere proprio la separazione sociale, anche di tipo conflittuale, tra centro e periferia. Ovviamente, i ricchi che non hanno problemi di risorse, possono trarre da questa situazione soltanto ulteriori vantaggi. Vediamo perché.
Un ruolo fondamentale è giocato dallo spazio. Oggi, come mai in passato, le élite sono diventate cosmopolite e il popolo “locale”. Lo spazio del potere e della ricchezza si proietta in tutto il mondo, mentre la vita e l’esperienza della gente comune sono radicate nei luoghi, nella propria cultura, nella propria storia.
Di qui la necessità per le élite del potere, per un verso, di evitare ogni contrapposizione tra globale e locale, e, per l'altro, di favorire i conflitti tra localismi diversi: tra etnie e religioni diverse, tra ceti professionali, tra classi.
Viene così a crearsi uno scenario paradossale, dove la Città Terrena, finisce per rappresentare, proprio per il suo "illuminato" e "unificante" gigantismo “tentacolare”, il luogo ideale delle esclusioni, delle rivalità, dei conflitti tra ceti sociali privi di ogni reale potere: dal lavoratore dipendente al microscopico professionista, dall’insegnante sottopagato al pensionato, fino alla giovane famiglia con pesanti mutui bancari sulle spalle. Tutti costoro invece di marciare in massa contro il Palazzo d’Inverno, si perdono in guerre intestine, tra “poveri”, per ottenere la chiusura di un Sert, per invocare la diminuzione delle imposte comunali sulla casa di proprietà, per un facilitazione bancaria di pagamento, eccetera.
La Città Terrena con le sue distanze e i suoi ghetti (anche di lusso) finisce così per favorire la disunione sociale e l’odio verso gli esclusi ( disoccupati, precari, diversi, immigrati, poveri, tossicodipendenti). Spesso incoraggiandolo dall'alto. Si pensi solo al demagogico dibattito sulla sicurezza dei cittadini perbene...
Una situazione conflittuale che consente ad élite sempre più cosmopolite e potenti di dominare incontrastate, puntando sulla propria volontà coesiva di distinguersi dal “popolo”.
Perché - ed è bene non dimenticarlo mai - più una società è formalmente democratica nelle istituzioni politiche, più le élite (come per reazione chimica), sono spinte a distinguersi dal resto della popolazione, creando stili di vita e codici culturali esclusivi. Come infatti sta accadendo sul piano mondiale, dove sembra predominare la cultura efficientistica e cinica dei circoli manageriali del capitalismo informazionale.

Da dove ricominciare?
La vera questione da risolvere concerne perciò un fatto fondamentale: come integrare democrazia politica e democrazia economica? Come ridurre le distanze sociali e promuovere stili di vita non consumistici? Come convincere democraticamente le persone a non considerare desiderabli i mutevoli e costosissimi stili di vita delle élite.?
E qui il discorso si farebbe troppo lungo… In ogni modo resta un fatto fondamentale: la Città Terrena è di ostacolo a qualsiasi trasformazione sociale in senso comunitario. Perciò si dovrà ripartire dalla cultura “antica” della Città Celeste. Ovviamente non nel senso in cui oggi la intendono e promuovono alcune amministrazioni locali: come cultura del divertentismo e dello svago per “masse stressate” da ipnotizzare con dosi massicce di esotismo hollywoodiano. Ma in termini comunitaristi. Tenendo però sempre presente la grande lezione del solidarismo personalista di derivazione cristiana e liberale.
Certo, si parla di valori, ai quali non tutti assegnano lo stesso significato (comunitarismo, liberalismo, cristianesimo). Pertanto resta molto lavoro teorico da svolgere nei termini di una onesta chiarificazione ideologica. Da parte di tutti.

Inoltre rimangono alcuni nodi di fondo: più la Città Terrena cresce, meno è controllabile; più si dilata la cultura del divertentismo urbano (a sfondo narcisistico), meno la gente diviene consapevole dei rischi sociali che corre; più i “poveri” sono in guerra tra loro, meno preoccupazioni insorgono nei ricchi.
Ecco, come sciogliere questi nodi? E soprattutto come far capire a chi ha già poco che il sassoso sentiero che conduce alla Città Celeste, va percorso a piedi nudi”
( fine)
Carlo Gambescia

martedì 20 maggio 2008

Le due città 

Da Agostino a Corviale (1)




Stimolati dalle periodiche e interessanti riflessioni di Biz (http://bizblog.splinder.com), colto architetto e studioso di urbanistica, proponiamo agli amici lettori una nostra riflessione sul destino della città. Ovviamente di natura sociologica.
Si tratta di un testo piuttosto lungo e di taglio prospettico, che abbiamo suddiviso in due parti. La prima viene pubblicata oggi, la seconda domani.

Ricordiamo, in particolare a Biz, che il nostro testo potrebbe tornare utile anche a proposito del dibattito su cattolici e politica. (C.G.)


Può sembrare poco ortodosso, soprattutto al routinier dell’urbanistica più alla moda, ma la teologia agostiniana, quella del conflitto tra le due Città, può aiutarci a capire la crisi della città tardo moderna. Perché la lotta tra Città Celeste e Città Terrena può anche essere rappresentata come conflitto tra principi sociologi opposti. Certo, si tratta di andare oltre la pura interpretazione teologica, magari forzandola un poco. Ma basta intendere i due principi come modi opposti di costruzione sociale della realtà(lo spirituale e il materiale), per disporre in di uno strumento analitico di grande valore

La Città Celeste
Con Città celeste va intesa non tanto ( o solo) la città agostiniana o quella perfetta dei riformatori di ogni epoca, oppure la città “santa” (Gerusalemme, Roma, ecc.) ma la città preindustriale o tradizionale. Perché Città Celeste? Perché si parla di una città basata su una dimensione ultraterrena. Che può essere quella cristiana, ma anche “riflesso esemplare” di una cosmogonia, per dirla con Eliade. Ogni città, come ogni nuova casa edificata, è giudicata un’imitazione o addirittura una ripetizione della creazione del mondo. Ogni spazio urbano finisce così per riflettere un “ordine più alto”: celeste. Attraverso appositi rituali (dai riti di fondazione alle benedizioni pasquali), il singolo si sforza di adeguare, talvolta inconsapevolmente, il suo ambiente umano (città, villaggio, casa), al prototipo perfetto : un luogo che si riceve e consacra a dio o agli dei, e si accetta di difenderlo, anche a costo della vita.
Sul piano storico e materiale siamo perciò davanti a una città circondata da mura, economicamente collegata alla campagna o al porto (come il Pireo per Atene). Con i suoi riti, miti, dei e santi. Con i nobili e i ricchi che vivono gli uni accanto agli altri. Città dove si circola a piedi, in carrozza o lettiga, oppure a cavallo o dorso d’asino. E dove i commercio con il contado e le altre città si svolgono in occasioni di feste religiose. Per circa seimila anni (fino alle soglie del XIX secolo d.C.) il modello generale di ogni insediamento umano, in Occidente, è stato questo.
Roma con il suo impero rappresentò una specie di supercittà tradizionale, il cui entroterra agricolo era costituito dai frutti delle sue conquiste militari.

La Città Terrena
Con Città Terrena, va invece intesa, quella che Arnold Toynbee ha definito City on the Move : l’ aggressiva città degli ultimi due secoli, che “esce di città”, cresce, invade e sommerge “di calcina e mattoni” quanta più superficie, al suo esterno, riesce a “coprire”. Perché Città Terrena?
In primo luogo, perché è una città dove la dimensione ultraterrena è confinata nelle “sottocittà” sante. Che senso avrebbe, in una società che ha privatizzato la funzione religiosa, fare appello a "un ordine più alto”? Ordine che potrebbe essere pericolosamente opposto, da masse di diseredati, al “disordine” economico sul quale la Città Terrena, post-tradizionale, si regge?
In secondo luogo, perché quando gli dei della città tacciono, parlano solo gli uomini, e attraverso questi, quel piccolo dio che corrompe i cuori: il denaro. Infatti quali sono oggi i principali punti di riferimento architettonico? Giganteschi grattacieli che ospitano banche, istituzioni finanziarie, imprese transnazionali: tutti ventriloqui dei dio Mercurio. Sul piano storico e materiale si tratta di una città priva di mura, che non ha più bisogno del contado. Dove ricchi e poveri vivono separati. Una città segnata da traffico intenso, pendolarismo, inquinamento, criminalità. Dove tutto è commercio e denaro. O per dirla più nobilmente con Manuel Castells: flusso informazionale. Il cui controllo è detenuto dai pochi che hanno accesso ai codici culturali: le nuove élite di un capitalismo invisibile, perché informatizzato, che muove cifre colossali, con un semplice clic sulla tastiera di un computer…
Sotto questo aspetto - e semplificando - gli Stati Uniti rappresentano una specie di gigantesca “supercittà” post-tradizionale e imperiale. La City on the Move per eccellenza, che per riprodursi e contrastare i nemici esterni deve ricorrere a professionisti e mercenari (come la Roma imperiale), perché nessuno vuole morire per una città “imperfetta” dove gli dei tacciono e Dio parla solo la domenica. E neppure viene ascoltato da tutti.
(fine prima parte)

Carlo Gambescia

lunedì 19 maggio 2008

Il Giornale 
Prove tecniche di totalitarismo



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Il Giornale, nascondendosi dietro il solito sondaggio “favorevole” ( http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=262359 ), propone con grande entusiasmo di prendere “le impronte e il dna di tutti gli zingari”.
Nulla di nuovo sotto il sole. Purtroppo. E' come tornare a Pilato. Che chiedeva alla folla di scegliere tra Gesù o Barabba... E per giunta il Giornale sembra entusiasta che la gente, dopo duemila anni, risponda ancora all'unisono Barabba... Invece di scorgervi un buon esempio di quanto funzioni male la democrazia plebiscitaria. La stessa che portò Hitler al potere, col consenso maggioritario ed entusiasta di quei tedeschi che volevano sentirsi “sicuri”.
Domanda: ma allora quelli del Giornale che razza di liberal-democratici sono? Risposta: non lo sono affatto. Cianciano di libertà, soprattutto nelle pagine economiche. Perché da bravi sottoposti legano la libertà al possesso di mezzi economici. Come quelli, tanti, forse troppi, posseduti dalla famiglia Berlusconi, che a sua volta, guarda caso, è proprietaria del Giornale. Ma questa è un’altra storia…
Prendere le impronte di una persona, o addirittura il suo dna, senza che abbia commesso un reato è un fatto di assoluta gravità. Perché, ad esempio, significa ritenere tutti gli “zingari“ colpevoli solo per essere tali "dalla nascita". Tesi molto apprezzata a suo tempo dal dottor Mengele.
Non è perciò una misura da prendere sottogamba. Dal momento che una volta passato a "furor di sondaggio" il principio della reponsabilità oggettiva di gruppo, di regola invocato dai più infami regimi totalitari, ogni diverso ( dal membro di una comunità gay a quello di una lunatic fringes) rischia di essere schedato, e poi magari messo in prigione. Solo perché “otto italiani su dieci” eccetera, eccetera…
Di qui la necessità di creare un fronte comune, come dire, di tutti i “diversi”. Un fronte in grado di fare opinione e così impedire l’introduzione di misure come quelle avanzate dal Giornale. Provvedimenti contrari non solo ai principi liberali, come dicevamo all’inizio, ma alle due più elementari forme di libertà personale: quella di natura ascrittiva che riguarda il rispetto dell’ appartenenza per nascita dei singoli a gruppi sociali “marginali” come nel caso dei rom. E quella di natura acquisitiva che concerne il rispetto delle appartenenze per scelta, come nel caso dell’ adesione individuale a gruppi politici “non conformi”, di qualsiasi colore.
La libertà è rispetto della minoranze, tutte. Pertanto la situazione è seria. E l’unica riposta possibile resta la creazione di un “Fronte dei Diversi”.
Guai a dividersi. E qui ci piacerebbe conoscere il parere di Luca Doninelli, collaboratore del Giornale e cattolico come noi. Ma a quanto pare, frequentatore di cattive compagnie...

Carlo Gambescia 

sabato 17 maggio 2008


Il sabato del villaggio nei libri (17)


La cultura di destra
Il deserto dei Tartari.

La cultura di sinistra
Il falò delle vanità.

Berlusconi
L’Arco di Trionfo.

Veltroni
Bonjour tristesse.

Bertinotti, Diliberto & co.
Gorilla nella nebbia.

Pier Ferdinando Casini
Il Signore delle Mosche.


              Carlo Gambescia

venerdì 16 maggio 2008

Rom

Berlusconi e la teoria del "capro espiatorio




Davanti a episodi come l’incendio e il rastrellamento dei campi rom intorno a Napoli, avvertiamo sulle nostre spalle tutto il peso di una vita passata inutilmente a studiare i fenomeni sociali per capire e in certo senso migliorare la qualità della vita di tutti, iniziando dalla necessità di migliorare i rapporti fra le persone di cultura diversa.
Per quale ragione questa stanchezza? Perché, soprattutto nell’Italia di oggi, sembra prevalere una sorta di regolarità o costante sociale “negativa”. Quale? Quella di indicare un capro sociale espiatorio come vittima da immolare sull’altare della pubblica sicurezza degli italiani. Rischiando - ecco il punto - di trasformare l’Italia in uno “Stato di polizia” e soprattutto di trattare le persone - tutte le persone a cominciare dai rom - come puri e semplici ostacoli, al normale “andamento” della vita sociale.
Un esempio: sembra che a Napoli, dopo il rastrellamento di un campo nomadi e il trasferimento dei suoi residenti in apposito centro di raccolta (o di concentramento?), un rom con gravissimi problemi motori, sia stato abbandonato carponi su un giaciglio improvvisato, senza nessun aiuto o conforto…
Si dirà, si tratta di un caso isolato… No. Noi invece crediamo che la situazione sia seria e che questo governo di destra giochi le sue carte proprio sulla creazione di un “capro sociale espiatorio” (rom, romeni, immigrati), come nemico interno, per ricompattare collettivamente gli italiani, intorno alla figura “carismatica” di Berlusconi, salvatore del “popolo” dall' "invasione straniera”.
Creare un “capro sociale espiatorio” e soprattutto tenerlo costantemente vivo, istituzionalizzando una situazione di allarme, introduce un elemento di controllo sociale molto forte. Il che favorisce la possibilità di recepire legislativamente, magari per decreto legge, l’idea di un pericolo sociale incombente. Dopo di che tutto potrebbe diventare possibile sotto l'aspetto delle attività di polizia (preventive e repressive). Nessuno di noi sarebbe più sicuro di conservare la propria libertà, magari in quanto "amico" di rom o stranieri "pericolosi".... Stando alle ultime notizie, Maroni sarebbe favorevole a recepire l'idea di introdurre ronde miste esercito-polizia per una "migliore gestione dell’ordine pubblico".
I sorrisi "plasticati" del Cavaliere, il dolciastro sostegno di Veltroni al governo, l’intimidazione verso qualsiasi forma di opposizione vera (si pensi al caso Travaglio e al “consiglio” di Fini-presidente a Di Pietro, di valutare bene in futuro i contenuti dei suoi interventi parlamentari…), sono tutti segnali molto pericolosi. Soprattutto se collegati alla crescente istituzionalizzazione di un clima da “guerra civile” nei riguardi dello “straniero”, rappresentato come potenzialmente pericoloso. Una raffigurazione sociale, non di tipo descrittivo ma prescrittivo, che serve a spianare la strada al progetto della destra di introdurre, e in modo definitivo, il reato di immigrazione clandestina.
Un quadro sconfortante che spiega certa stanchezza denunciata all’inizio del post. Nessuno ti ascolta. E soprattutto nessuno sembra sinceramente badare al progressivo imbarbarimento della società italiana. Si pensi solo a quel che è capitato in Sicilia alla dolce Lorena. Oppure a Erba…
Il governo di destra, sembra fare leva anche su quest'ultimo fattore, per mantenere gli italiani prigionieri di una paura, che in realtà rischia di favorire solo i segreti giochi di potere dei "manovratori", per citare Antonio Di Pietro.
Che amarezza, povera patria nostra.
Carlo Gambescia

P. S.
In argomento si segnala il bellissimo post di Miguel Martinez, pubblicato su http://kelebek.splinder.com/ , sabato 17 maggio: Diceva di chiamarsi Maria... (4).

Buona lettura.

giovedì 15 maggio 2008


Le mie, di "nuove sintesi",  sono più fresche delle tue


In principio era Cacciari. Che all’inizio degli anni Ottanta rintronò di paroloni, durante un convegno fiorentino, i metapolitici di destra. Sdoganandoli. Almeno così scrissero i giornali. Da lì, come le caravelle di Cristoforo Colombo, partirono le “nuove sintesi”.
Dopodiché venne Berlusconi. I non metapolitici, rimasti intruppati nel Movimento Sociale, bevvero l’acqua di Fiuggi in bottiglioni tricolori con il logo di Retequattro, forniti da Berlusconi. Era lui che fischiava dal nido del Cuculo di Arcore. E non qualche sparuto gruppetto di barbuti intellettuali simil-cacciariani in "gondoetta", con lucerna e celtica dorata. In ballo c’erano le “nuove sintesi”, quelle vere, molto concrete, del potere. E non i falò delle rificolone fiorentine...
Da Firenze e Fiuggi sono passati tanti anni. Forse troppi. Ma post-fascisti berlusconiani e cacciariani stanno sempre lì con il cappello in mano. In attesa che qualcuno, come dicono i professoroni, li legittimi. Oddìo, quelli ipnotizzati da Giucas Berlusconi alla meta ci sono quasi arrivati. Ma si guardano sempre intorno, intontiti, come i miracolati: non si sa mai… Si veda, ad esempio, la faccia un po' così di Fini, neo-presidente della Camera. Ricorda quella di Lazzaro, morto e risorto.
Invece quelli stregati dalle chiacchiere di Cacciari stanno ancora a carissimo amico… Per le loro caravelle l’America è ancora lontana… Un po’ si sono divisi, un po’ no. Ma ognuno gelosamente si tiene stretti i suoi librettini, le sue rivistine, i suoi direttorieditorialini. Anche se poi, appena uno si gira un attimo, subito dopo scopre che gli hanno fregato le sue, di “nuove sintesi”. Che tempi! Le avevo appoggiate lì sul tavolo, solo per un momento. Vabbè.
Collaborare tutti insieme con cuore sincero, come dicevano i nonni? Non sia mai… Le mie “nuove sintesi” sono più fresche delle tue. Sì, come le uova… Magari te le frego di nascosto, però… Morale: Gerusalemme batte Atene uno a zero.
Ma tutto accade a livello lillipuziano. Perché non se li fila nessuno. Purtroppo.
Anzi per la sinistra, quella dura, incazzosa e che conta, i "nuovisintetici", di sintetico avrebbero solo il tessuto della camicia. Nera…
Concludendo, quelli di Berlusconi due soldi li hanno fatti. Quelli di Cacciari: zero carbonella, come dicono a Roma. Ma a loro non gliene frega niente. Giusto. Del resto sempre postfascisti sono: dunque nudi alla meta. Ammesso pure che ci sia ancora una meta.

Carlo Gambescia 

mercoledì 14 maggio 2008

 Dopo la fiducia alla Camera
Perché cresce il consenso 
al nuovo governo Berlusconi? 



Piaccia o meno, ma non possiamo non interrogarci sulle ragioni del crescente consenso sociale al nuovo governo Berlusconi. Un successo, che può preoccupare, ma frutto di un profondo cambiamento sociale, che va analizzato. Una metamorfosi che riguarda in particolare quei ceti popolari che in aprile hanno voltato le spalle alla sinistra nelle sue due versioni: soft (Veltroni); hard (o quasi, Bertinotti e company).
Una prima riflessione, apparentemente scherzosa.
Per parafrasare il titolo di un famoso film di Elio Petri, uscito nel 1972, e interpretato da Gian Maria Volonté, si può asserire, piaccia o meno, che alla fine la classe operaia è andata in paradiso. Certo, non somiglia a quello vero, visto che si deve comunque continuare a lavorare… Ma il punto è che i consumi e la qualità della vita, a prescindere dagli sviluppi non positivi di questi ultimi due anni, sono mutati “strutturalmente", e in meglio. Basta guardarsi intorno, per scoprire quanto sia cambiata in trentacinque anni quell’Italia impersonata da un Volonté, sfortunato campione del lavoro a cottimo. E dove la classe operaia, costituiva un blocco sociale, schierato a sinistra e riconoscibile persino dagli abiti indossati. Mentre oggi si concede qualche piccola vacanza sul Mar Rosso, fa shopping all’Ikea e la spesa nei Discount, si veste con maggiore attenzione, e soprattutto, sempre più spesso, vota a destra
Per capire il senso sociologico profondo delle politiche di aprile 2008 e soprattutto per non limitarsi a valutazioni impressionistiche attingeremo alcuni dati e giudizi dall’interessante studio di Mauro Magatti e Mario De Benedettis, I nuovi ceti popolari. Chi ha preso il posto delle classe operaia? , uscito nel 2006 per i tipi di Feltrinelli.
Si tratta di un’indagine sociologica nazionale, frutto di un intenso lavoro di equipe sul campo, basato sulla combinazione di tecniche di ricerca differenti (interviste, racconti autobiografici, ecc., sulle quali sorvoliamo per non appesantire l’esposizione). L’area della survey riguarda una fascia popolazione tra i 20 e il 49 anni : 1800 soggetti di entrambi i sessi, residenti in differenti aree geografiche, e con basso livello di istruzione. Gli autori, infatti, assegnano l’appartenenza del singolo ai nuovi ceti popolari, sulla base dell’ assenza o meno di un diploma di scuola media superiore ( il 53% nella fascia di età prescelta). Insomma, per dirla con Pierre Bourdieu, del quale Magatti e De Benedittis si dichiarano debitori, l’ accesso al “capitale culturale” (il titolo di studio) si ripercuote, salvo rarissime eccezioni, sul destino sociale e professionale degli individui, che pur svolgendo lavori degni di eguale rispetto, non riescono però ad “ascendere” socialmente.
Ma veniamo alle tesi del libro, particolarmente interessanti per capire le ragioni del successo elettorale berlusconiano.
In primo luogo, il testo ci spiega perché oggi non sia più possibile parlare di classe operaia. La sua scomparsa, è in parte legata al declino delle ideologie totalitarie. Ma soprattutto, secondo gli autori, a due fattori postmoderni o postindustriali, se si preferisce: la sostituzione dell’ufficio alla fabbrica (terziarizzazione) e della rappresentanza individuale a quella sindacale e politica (individualizzazione). Due fattori, amplificati dalla globalizzazione, che hanno prodotto la segmentazione della classe operaia. Che si è così ritrovata divisa in gruppi professionali e lavorativi: i ceti di cui si parla nel titolo. Ma perché definirli “popolari”? Perché sono ceti socialmente “subalterni”, ma non culturalmente inferiori (a prescindere dai titoli): visto che il “tradizionale” e “popolare” buon senso che li anima, permette loro di conciliare antico e moderno: ad esempio, risparmio e consumi (si comprano le scarpe firmate al figlio ma si fa al spesa al discount…). Un circolo di valori vecchi e nuovi, al cui interno, si compie però “il destino sociale” delle persone. Una sorte, si badi bene, non solo segnata in negativo dal rischio dell’ instabilità lavorativa, ma anche, e in positivo, dalla secolare capacità di mediazione e contaminazione dal basso, mostrata dal popolo, fin dall’inizio della modernità. Perciò, non si tratta solo di “imborghesimento”, ma dell’adesione, il più delle volte consapevole, a un modello di vita individualistico, con i suoi pro e contro. Può piacere o meno, ma seguendo le analisi di Magatti e De Benedittis, si scopre che i nuovi ceti popolari hanno accettato, pur con qualche comprensibile esitazione, la sfida della postmodernità...
In secondo luogo, il libro ci informa sulla condizione sociale ed economica dei nuovi ceti popolari, nonché sulle loro preferenze politiche, religiose e istituzionali. Ecco qualche dato (per arrotondamento).
Per quel che riguarda i “profili lavorativi” : il 60% svolge un lavoro a tempo indeterminato, il 17 % atipico, il 16% autonomo, il 6% nero (soprattutto donne). Il 70 per cento vive in una casa di proprietà: fatto che indica una raggiunta condizione di stabilità sociale. La disoccupazione è invece al 13%. Sorprendenti le valutazioni nei riguardi della “funzione sindacale”: il 16% la giudica molto positiva; il 40% abbastanza positiva; il 35% poco positiva; l’8,5 %per nulla positiva): per farla breve, c’è un 43/44 % di “popolo” che giudica piuttosto male il sindacato. Per quel che concerne le preferenze politiche: il 54,7 % si dichiara per il centrosinistra e il 45,3 per il centrodestra. E quest'ultimo dato ci sembra decisivo per spiegare l’eclatante vittoria di Berlusconi.
Quanto al ruolo delle istituzioni pubbliche: il 75% ritiene decisivo l’intervento dello stato nei settori della sicurezza, dell’economia e della giustizia sociale. Soprattutto il dato sulla sicurezza sembra particolarmente importante per capire la valanga di voti ricevuti dal centrodestra.
Sul piano delle scelte religiose, l’85% si dichiara cattolico, l’89 % si è sposato in chiesa, il 96 % ha fatto battezzare i propri bambini, ma solo il 25% pratica assiduamente.
Il quadro complessivo è quello di un ceto conservatore desideroso di sicurezza sociale, in tutti i sensi. Chi appartiene ai nuovi ceti popolari ha un lavoro stabile, vive in una casa di proprietà, ha senso dello Stato, crede in Dio e non ha un buon giudizio del sindacato: il profilo dell’elettore tipico di destra…
E qui il vero problema è costituito, come dire, dalla capacità (politica, e dunque dei governi) del capitalismo di preservare sicurezza e benessere. Perché, ad esempio, qualora la fascia del lavori flessibili dovesse estendersi, e il ruolo delle istituzioni ridursi, malcontento, sfiducia, senso di insicurezza, per ora contenuti, potrebbero estendersi. E così anche il rischio di pericolose oscillazioni tra forme di individualismo nichilistico e di rigida chiusura identitaria.
Resta poi un fatto non secondario: “ I nuovi ceti popolari”, scrivono gli autori, “rimangono fondamentalmente favorevoli all’intervento dello stato: il liberismo in economia è ancora molto marginale tra questi gruppi, che esprimono una forte richiesta di protezione pubblica. Non a caso, il dato sul ruolo dello stato in campo sociale riceve un largo consenso, straordinariamente stabile” .
E probabilmente, da come in questi giorni si sta muovendo Berlusconi, ma soprattutto Tremonti, la destra sembra aver capito la lezione. Ed è possibile che stia cercando di dare risposta a due richieste collettivamente molto sentite a proposito di crescita del potere d’acquisito (mediante riduzioni delle tasse) e della sicurezza ( attraverso una severa repressione, soprattutto della cosiddetta “microcriminalità”).
Per farla breve: i nuovi ceti sembrano accettare la sfida del capitalismo postmoderno, ma chiedono di non essere lasciati soli.
E qui il discorso si fa piuttosto interessante sotto l’aspetto politico, perché il precedente governo di centrosinistra, dispiace dirlo, ma non aveva praticamente capito nulla... Limitandosi a compiacere i poteri forti e a liberalizzare in modo indiscriminato, tassando però case e lavoro, eccetera. Risultato: le fasce sociali più deboli si sono ritrovate esposte ai rischi di una eccessiva flessibilità. E hanno votato contro, puntando sulla destra.
In conclusione i nuovi ceti popolari, chiedono più Stato. Proprio come pare sostenere Tremonti... Attenzione: non più statalismo, ma garanzie e protezioni che rendano i processi di trasformazione economica in atto, più controlla
bili e meno socialmente dirompenti. Si tratta di una cultura della socialità pubblica che il precedente governo Prodi ha mostrato di non possedere.
E per questo è stato punito. 

Carlo Gambescia

martedì 13 maggio 2008

Un ricordo di Franco Basaglia

"Il re dorme se anche la guardia dorme"



Per molti Franco Basaglia (1924-1980) è "quello che liberò i matti”: il "padre padrone" della legge 180, che chiuse i manicomi e mise in discussione il trattamento obbligatorio dei “malati di mente”. In realtà lo psichiatra veneziano scomparso ventotto anni fa, nell’agosto del 1980, è soprattutto una figura intellettualmente intrigante. E dubitiamo che certi suoi critici ne abbiano mai sfogliato gli scritti.
Franco Basaglia nasce a Venezia nel 1924. Nel 1949 si laurea im medicina e nel 1952 si specializza in neuropsichiatria. Lavora nella Clinica delle malattie nervose e mentali dell'università di Padova. Si sposa con Franca Ongaro (scomparsa nel 2005). Gli anni Cinquanta sono anni di studio intenso e di lavoro universitario. Per il suo approccio molto particolare ai problemi delle malattie mentali, che mescola fenomenologia e sociologia, già all'epoca si parla di lui come del "filosofo Basaglia"... Nel 1961 diventa direttore dell'ospedale psichiatrico di Gorizia. A poco a poco, e tra grandi difficoltà riesce a creare intorno a lui un valido circolo di collaboratori. E a far così decollare l'esperienza goriziana...

Nascono libri come L'Istituzione negata (con Franca Ongaro Basaglia, Einaudi, Torino 1968), Morire di classe (Einaudi, Torino 1969), Che cos'è la psichiatria ? (Einaudi, Torino 1973), Crimini di pace (con Franca Ongaro Basaglia, Torino Einaudi 1975). Testi, filosoficamente molto ricchi (e politicamente impegnati in senso libertario), che, in particolare, introducono in Italia, reinventandole, le tesi di Goffman sulle "istituzioni totali": un'autentica rivoluzione di pensiero e mentalità, in un'Italia, "psichiatricamente" ancora positivista e lombrosiana.
Nel 1968 in un celebre servizio di "Tv 7" sull'esperienza goriziana, Basaglia, intervistato, fa un'asserzione, che condensa simbolicamente il suo approccio: "Tra la malattia e il malato, senza dubbio mi interessa di più il malato". Negli anni Settanta cresce la sua fama. Viaggia molto. Prende contatto con studiosi che si muovono sulle sue stesse linee di ricerca. Si reca anche in Brasile e negli Stati Uniti. Tra il 1969 e il 1971 dirige a Parma il manicomio di Colorno. Si impegna nel movimento di Psichiatria Democratica. E si batte a fondo per la legge 180 (che porta il suo nome), finalmente approvata il 13 maggio del 1978. Nel maggio del 1980, a Berlino, si affacciano i primi sintomi della malattia, che ne causerà la morte nell'agosto dello stesso anno.
Va subito sottolineato un fatto importantissimo. Basaglia fu il primo in Italia a considerare il cosiddetto paziente psichiatrico una persona e non un malato. Detto così può apparire retorico o semplicistico, ma tutti sicuramente ricordano la crudezza di Qualcuno volò sul nido del cuculo, film diretto da Miloš Forman e interpretato da Jack Nicholson.
Ora nel film, tratto dall'omonimo romanzo di Ken Kesey, la condizione di non persona del "malato mentale" è delineata con grande bravura e nettezza: dopo pochi istanti si capisce subito che i “pazienti” sono trattati come bambini, o come mine vaganti. E attenzione, in una realtà, l’America degli anni Cinquanta e Sessanta, dove i manicomi, tutto sommato garantivano dei requisiti minimi di “vivibilità”, molto al di sopra di quelli italiani all’epoca. Nicholson vi interpreta la figura di un pregiudicato ribelle, rinchiuso in una clinica psichiatrica, dove viene prima sottoposto a elettroshock, poi lobotomizzato e ridotto a un vegetale: in una parola “normalizzato”. E questo accadeva nel paese-simbolo della modernità, gli Stati Uniti…
Insomma, il punto è che la modernità, in particolare quella capitalistica, con le sue rigide istituzioni (a cominciare da stato e mercato), ha praticamente reinventato la figura del folle, come essere da emarginare, se non far sparire del tutto. E questo perché il “matto” così amato e rispettato da Basaglia, fino al punto di restituirgli le ali della libertà, costituiva e costituisce per le istituzioni economiche e politiche moderne, basate sul calcolo e la previsione razionale, un elemento di disturbo. Come definire altrimenti un individuo che non si adegua esteriormente, e che in fin dei conti, non “consuma” come tutti gli altri?
Pertanto considerare i “matti” persone significa andare controcorrente: vuol dire tornare all’antico. Dal momento che nel mondo premoderno, o comunque in altre civiltà, “l’invasato dalla passione per dio o per gli dei”, visto che non poteva esserci altra spiegazione per i suoi “strani” comportamenti, era rispettato, aiutato, talvolta temuto per i suoi “poteri”, e mai considerato un essere inferiore, da tenere ai margini.
Si dirà: ecco il solito buonismo (per giunta venato di tradizionalismo). Infatti secondo i sostenitori della riapertura dei manicomi, i malati “liberati” rischiano di essere abbandonati a se stessi da famiglie che non vogliono o non possono seguirli. Certo, spesso è accaduto e accade, ma il vero problema è l’assenza di strutture comunitarie di vario livello capaci di accogliere senza umiliare, e soprattutto di sostenere le famiglie. Un problema che ha le sue radici in una società frammentata, competitiva ma dall’economia fragile e segnata da tempi di vita sempre più convulsi: se c’è tensione e disaccordo nelle famiglie economicamente autosufficienti, figurarsi in quelle che non lo sono, e che devono per giunta seguire da sole un parente in difficoltà.
C’è una bella espressione di Basaglia, che riprendiamo da una recente scelta dei suoi scritti (L’utopia della realtà, Einaudi, Torino 2006, a cura di Franca Ongaro Basaglia, introduzione di Maria Grazia Giannichedda; un volume che costituisce una buonissima base di partenza, anche bio-bibliografica per chiunque voglia approfondirne il pensiero - http://www.einaudi.it/ -) : “ Il re dorme se anche la guardia dorme”. Che significa? Che il re può riposare veramente, solo se il suo reame è in pace. E il miglior simbolo di una condizione di quiete è proprio nelle guardie che riposano tranquille, visto che non hanno più nulla da fare. Ma per giungere a questo serve che il re governi bene e soprattutto riesca a edificare una comunità segnata da scopi condivisi e non dalla lotta spietata di tutti contro tutti… In caso contrario, il re potrà dormire, poco e male, solo grazie alla sorveglianza delle guardie, particolarmente attente a tenere la guerra fuori dal palazzo.Un guerra di cui i poveri “matti” sono invece le prime vittime.
E Franco Basaglia lo aveva capito.

Carlo Gambescia 

lunedì 12 maggio 2008

Il giornalismo culturale e la legge di Gresham

Mai mordere la mano che nutre



Diciamo che è un post per addetti ai lavori. Ma che può interessare anche i lettori curiosi, soprattutto se giovani, inesperti ma desiderosi di iniziare la carriera giornalistica.
Entriamo subito in argomento. Regola fondamentale: quando un giornalista scrive un pezzo, quel che non dice è più importante di quel che dice. Ad esempio che succede quando un redattore, che si occupa di cultura, ne scrive uno sulle ultime novità editoriali?
Se si tratta di un grande giornale vengono inevitabilmente privilegiate le major dell'editoria: quelle dedite al conformismo del best seller, proprietarie di giornali e fornite di onniveggenti uffici stampa, capaci di influire a distanza sulla sorte professionale del primo (e sfortunato) redattore culturale che provi a parlar male dell'ennesimo "grande successo"...
Ma le cose vanno male anche nei piccoli giornali. Dove un giornalista, una volta pagato pegno alle major, potrebbe muoversi più liberamente, cercando di privilegiare in base al merito questo o quel piccolo editore non conformista. E invece no. Perché a condizionare il suo lavoro non ci sono più potenti uffici stampa, ma spesso solo gretti interessi di microcordate parapolitiche Senza considerare, naturalmente, invidie, antipatie, ruggini personali, eccetera... Di qui l’esclusione, se ad esempio si deve scrivere di editoria controcorrente, di quelle piccole case editrici giudicate non in linea con certi parametri, diciamo così, politicamente corretti. E chi sono i giudici? Magari un direttore, "schiavizzato" dall'editore. Oppure un capo servizio, tenuto a catena dal direttore, che a sua volta, tiene al guinzaglio il redattore, il quale ha il compito materiale di scrivere l'articolo...
Comunque sia, partendo dai nomi "silenziati", si può ricostruire la mappa, come dire, dei non graditi all' editore del giornale. Un “cartina” molto utile per chi eventualmente stia iniziando a collaborare. Certo, a patto di non dare alcun peso alla propria avvilente positura da "piegato in due", come un maggiordomo di palazzo...
Va anche detto che una volta fiutato il vento sono gli stessi giornalisti, culturali o meno, ad autocensurarsi, Regola numero uno: mai mordere la mano che nutre. Perciò se si vuole mantenere il posto di lavoro o la collaborazione ci si deve adeguare. E dunque scrivere “sugli attenti”. E poi perché schierarsi con una microcordata perdente oppure con qualche Bastian Contrario, il cui solo nome fa imbestialire il capo servizio? Del resto, in alcuni casi, si può scoprire nel redattore “sugli attenti”, seguendone i periodici “contorsionismi”, certo sottile piacere di servire.
E possiamo assicurare che nell'insieme, il servilismo giornalistico, offre uno spettacolo non privo di spessore drammaturgico. Quasi da girone infernale dantesco: al tempo stesso terribile e avvilente. Ma edificante per chiunque, come si diceva un tempo, ami camminare a testa alta.
Quali sono i costi sociali del servilismo?
In primo luogo, il lettore comune continuerà a vedersi proporre gli stessi libri, spesso mediocri, scritti e pubblicati dai soliti noti. Oppure da autori ed editori che sono dalla parte delle microcordate vincenti nelle guerre fra poveri di cui sopra. Il che è tutto un programma...
In secondo luogo, come insegna la legge di Gresham, la moneta cattiva finisce per cacciare quella buona. In che senso? Il giornalista con un minimo di schiena diritta (la moneta buona) viene, prima o poi, emarginato. Il che, automaticamente, favorisce i furbi e i carrieristi (la moneta cattiva).
Un consiglio ai giovani: prima di dedicarvi al giornalismo, e in particolare a quello culturale, riflettete non una ma mille volte.
Carlo Gambescia

P.S. (13.5.08)
Questo post non è stato molto commentato. Chissà forse per mancanza di coraggio... Meglio non inimicarsi la "mano" di cui sopra, firmando un commento, con il proprio nome e cognome, sul blog di un Bastian Contrario...
Così vanno le cose. Come faceva quella canzone di Vasco Rossi? "Siamo soli, Siamo soli..."
Tuttavia che resterà di noi scribacchini, almeno in questo mondo? Solo quel che avremo pubblicato. Nel bene come nel male (altra "quasi" citazione da Battiato).
Pertanto chi scrive "per servire" tragga da sé le conclusioni...

C. G. 

sabato 10 maggio 2008

Il sabato del villaggio (16)


Riotteide
L’abitazione preferita da Riotta: un loft.
Battutine
Altero Matteoli alle Infrastrutture: "L'Etrusco colpisce ancora".

Il nuovo governo Berlusconi
Fatto in casa.

Il governo ombra di Veltroni
Chi si contenta gode.

Spengleriana
Marcello Pera: il declino dello sciabolante.
Replicanti

Biondi, Castelli, Alfano.

                                                           Carlo Gambescia

venerdì 9 maggio 2008

Il libro della settimana: Tilman Allert, Heil Hitler! Storia di un saluto infausto, il Mulino, Bologna 2007, pp. 98, euro 10,00. 

https://www.mulino.it/isbn/9788815124654


Questo libro di Tilman Allert, docente di sociologia nell’Università di Francoforte, crediamo sia uno di quei testi capaci di suscitare vocazioni sociologiche. Perché oltre ad essere un lavoro documentato e ben scritto, si mostra capace di collegare, per così dire, il micro con il macro: i fenomeni concreti con la teoria sociologica. O detto in altri termini di ricondurre un fenomeno particolare, anche se storicamente rilevante, come il saluto nazista, alle costanti generali del comportamento sociale dell’uomo. Soprattutto, come vedremo, in termini di rapporto tra angoscia e politica. Di qui la possibilità di provocare interesse verso le “costruzioni” sociali e sociologiche, soprattutto nei giovani lettori curiosi di scoprire il reale funzionamento della società
Ma lasciamo la parola allo studioso tedesco:

“Le formule di saluto costituiscono un microcosmo, una piccola incarnazione dei rapporti sociali, e ciò che il nostro studio ha inteso suggerire è che è possibile arrivare a comprendere le perversioni del nazionalsocialismo senza ricorrere allo stereotipo di un presunto carattere nazionale dei tedeschi, intrinsecamente antisemiti, predisposti all’autoritarismo e portati a sentirsi vittime della storia. Abbiamo invece potuto seguire il crollo del senso dell’io che ha permesso loro di dissociare le azioni presenti dalle conseguenze future, promuovendo l’indifferenza verso il presente. Questi due fenomeni - la perdita del senso di sé e l’indifferenza morale - formavano un circolo vizioso che impediva ai tedeschi di interagire realmente gli uni con gli altri e li incoraggiava ad anteporre i rituali agli effettivi contatti umani. La storia del saluto hitleriano è la storia di come i tedeschi tentarono di sfuggire alla responsabilità del normali rapporti sociali, rigettarono il dono del contatto con gli altri, permisero che i costumi sociali decadessero e rifiutarono di ammettere la natura necessariamente aperta e ambivalente dei rapporti umani e dello scambio sociale” (pp. 96-97).

Pertanto l’istituzionalizzazione del famigerato “Heil Hitler!" favorì la rimozione collettiva di un' interazione con l’Altro (a cominciare dal normale saluto...), ritenuta come sorgente di insicurezza e angoscia. E soprattutto sintetizzò storicamente la speranza collettiva, irrazionale e mal fondata, che il potere del carisma di Hitler, racchiuso nell’ossessiva ripetitività del saluto nazista (a scuola, in ufficio, tra vicini, eccetera), avrebbe liberato il popolo tedesco da un futuro minaccioso. In questo modo (ma non solo) attraverso l'istituzionalizzazione del saluto nazista come esorcismo gestuale capace di curare le angosce quotidiane, un singolo partito riuscì a impadronirsi della cultura politica e sociale di una intera nazione. Ciò che era lo straodinario per pochi (il saluto come distinzione e opposizione rispetto al resto della società) divenne l'ordinario per molti (il saluto come riconoscimento di una comune "fede" liberatrice da ogni angoscia). Si creò così uno "spazio comunicativo" in certo senso egualitario, fermo restando il ruolo decisivo del "capo" rispetto alla comunità.
Curiosamente il saluto “Heil Hitler”, nei suoi due significati (“A te Hitler, auguro la salvezza” e “Hitler ti salvi”), rinviava a una modernità livellatrice ma segnata dalla forza messianica, e perciò semireligiosa, sgorgante dalla figura di Hitler, quale suprema divinità politica. Scrive Allert:

“Nonostante la sua stilizzata forma arcaica, il saluto hitleriano- considerato nel contesto della storia delle forme di saluto - rappresenta la modernità radicale dell’ordine nazista. Era l’equivalente sul piano degli incontri individuali di ciò che i raduni del partito erano per le masse: l’offerta dell’illusione di un potere magico. Introduceva lo straordinario nell’esistenza di ogni giorno […]. Fu questo a far sì che lo scambio di saluti si trasformasse nel trasferimento da una persona all’altra della fede nel potere messianico dei Führer e dell’attestazione di fedeltà verso di lui. Introdotto tra le pratiche comuni della vita quotidiana, come una sorta di carta di identità verbale e gestuale, il saluto nazista definisce e determina la percezione della realtà che hanno i tedeschi in modo così potente che l’espressione di un dubbio in proposito arriva ad essere vista come una posizione inaccettabile, in qualche modo inverosimile. Così il saluto esercita un’azione continua, automatica, che porta alla soppressione di ogni dubbio, diffonde l’indifferenza verso le implicazioni del saluto stesso” (p. 55).

Forza del gesto politico? Bisogno di identificazione sociale? Potenza della mimesi collettiva? O del conformismo di massa nei riguardi del "capo". Difficile dire. Di sicuro dietro la diffusione di massa del saluto hitleriano vi era il rifiuto di relazionarsi gli uni agli altri secondo modalità normali (fin dal “Buongiorno”, “Buonasera”, eccetera). Certo frutto di tempi difficili. Ma di riflesso, come in tutte le fasi di crisi, esito di una necessità di abbandonarsi a una sorta di Fratello Maggiore, onnipresente e sostitutivo di un Altro-da-Sé giudicato (hobbesianamente) come pericoloso e perciò fonte di insicurezza. Fenomeno tipicamente moderno, legato al ricorrente rifiuto del diverso, quale fonte di angoscia politica. Che alcuni fanno iniziare con l'egualitarismo giacobino, imposto dall'alto, ma gradito in basso, a colpi di deità "civili", cittadinanza e calendari repubblicani, leva di massa e ghigliottina come suprema regolatrice dell'invidia sociale dei molti verso i pochi.

In conclusione, si tratta di un fenomeno, e non parliamo solo del "saluto", che potrebbe ripetersi. Magari assumendo altre forme, apparentemente più morbide.

Carlo Gambescia 

giovedì 8 maggio 2008

Un giorno di silenzio


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Su questo governo Berlusconi, composto di uomini e donne "di fiducia" del magnate della televisione privata italiana, riteniamo inutile spendere parole. C'è di che rimpiangere Prodi. Veramente.
Pertanto, anche come segno di protesta, oggi osserveremo un giorno di silenzio.

Carlo Gambescia