giovedì 30 novembre 2006


(Meta) political comics
Nostro Ferrara dei Turchi


Ma Il Foglio di Ferrara da che parte sta? Lui Giulianone, dice di stare col Papa. Però - c’è sempre un però nella vita - questo viaggio in Turchia, pare, gli sia piuttosto difficile da digerire, come una di quelle cene pantagrueliche alle quale talvolta non sa rinunciare. E invece con Papa Benedetto XVI, ogni tanto, deve andare di magro…
Prendiamo il titolo d’apertura di lunedì scorso: “L’ostinata colomba che vola verso i lupi”. Catenaccio: “Benedetto XVI va in Turchia: ad accoglierlo nessun politico, pochi fedeli e tante manifestazioni ostili. Perché lo fa?”. Segue il solito collage di frasi, tratte da articoli, presi un po’ qui e po’ lì, ma non a casaccio. I testi ripresi, come diceva un mio professore di liceo, fine dicitore, “avvalorano” quel che recita il titolo. Ed è inutile fare un elenco di nomi e pubblicazioni. Ferrara non ti vende mai merce di contrabbando. La quantità (e qualità) di prodotto contenuta negli articoli del Foglio riflette quella indicata sul fondo della scatola. Ammesso però che piaccia quel prodotto…
Tuttavia il taglio del pastone d’apertura, chiamiamolo così, ricorda il ritornello-tormentone della celebre Gianna di Rino Gaetano, quello con l’occhio furbo, che cantava in cilindro, frac e maglietta a rigoni: “Ma dove vai, vieni qua, ma che fai, dove vai, con chi vai, con chi ce l’hai, vieni qui”. Vi ricordate, no… Ebbene, secondo Il Foglio, anche il Papa, come Gianna, sosterrebbe “tesi e illusioni”… Insomma Benedetto XV, andando in Turchia, si esporrebbe, nelle migliore delle ipotesi a una cattiva figura, nella peggiore, a qualche grave attentato.. Di conseguenza: “Ma dove vai, vieni qua, eccetera” .
Stessa musica nei giorni successivi… E figuriamoci, oggi, dopo le minacce fresche-fresche di Al- Qaeda, rimbalzate col telegiornale fin dentro milioni di famiglie Bonduelle di quell’enorme Mulino Bianco, chiamato Italia. Quasi bianco… Chiedere a Bertinotti e Diliberto. Nonché al piano di sopra: famiglia Prodi.
Ora uno si dovrebbe chiedere: ma un teocon come Ferrara, oltre al famoso Lucano della pubblicità, che vuole di più dalla vita? Che il Papa vada a ripetizioni di politica estera da lui. Che Il Foglio sostituisca ufficialmente l’Osservatore Romano? Qui però Ferrara dovrebbe rinunciare a quel colonnino sfizioso e licenziosetto, sempre del lunedì: “Amori”. Come a quello, un po’ guardone e iettatorio, dedicato a delitti e suicidi… Oppure sogna di essere nominato Primo Camerlengo addetto alla lettura e alla spiegazione dei giornali mattino a Sua Santità? Auguri.
In realtà, il Papa è il Papa e fa quel che vuole… Non sarà più il Papa-Re col baldacchino, ma non può neppure essere il cappellano dei teocon all’amatriciana… Se va in Turchia, evidentemente ha ricevuto ordini dall’Alto, anzi dall’Altissimo… Da uno, che probabilmente, è molto più alto di Ferrara e del sottoscritto.
E poi scusate, la storia non sta in piedi: immaginate un Giuliano Ferrara, direttore duemila anni fa del Foglio della Galilea, sconsigliare Gesù di recarsi all’Ultima Cena, perché in certe occasioni, magari si beve troppo e poi non si sa quello che si dice… Meglio evitare brutte figure…
Ma mi “facci” il piacere, diceva il grande Totò, che - va ricordato - era pure Principe di Bisanzio…
Carlo Gambescia

mercoledì 29 novembre 2006


Il libro della settimana. Edward Shils, Tradition, University Chicago Press, Chicag 2006, pp. 334,  $ 20.



http://www.press.uchicago.edu/ucp/books/book/chicago/T/bo5959433.html

Il problema non è la tradizione ma i tradizionalisti. Non è un battuta, ma la fotografia del bel libro di Edward Shils, appena riedito, Tradition (University Chicago Press, Chicago 2006, pp. 334, 20 dollari - www.press.uchicago.edu/ ). Che per l’ampiezza e ricchezza delle sue argomentazioni merita di essere segnalato al lettore italiano, soprattutto se attento a queste tematiche.
Shils, scomparso nel 1995, alla venerabile età di ottantacinque anni, ha insegnato sociologia negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Di origine russo-ebraica, naturalizzato americano, attento studioso di Max Weber e Karl Mannheim, e per un certo periodo collaboratore di Talcott Parsons, figura carismatica della sociologia americana, la cui teoria delle funzioni sociali, in pratica, riproponeva, modernizzandolo, il famoso apologo di Menenio Agrippa.
Shils ha goduto di un momento di celebrità in Italia. Nel 1983, infatti, ricevette il premio Balzan, e sempre nello stesso periodo su invito di Giovanni Paolo II, partecipò agli incontri estivi di Castel Gandolfo, tra il Papa e importanti uomini di cultura. Dopo di che scivolò in una specie di limbo intellettuale. Del resto uno studioso, non cattolico, ma apprezzato dal Papa, non poteva incontrare il favore di una sociologia, come l’italiana, che in quegli anni, pendeva ancora dalla labbra di Marx. E così l’ unico suo libro tradotto resta Centro e Periferia. Elementi di macrosociologia (Morcelliana 1984) dove svolge alcune degli argomenti sviluppati in Tradition . Un testo esaurito da anni. Ed è un peccato, perché Shils è stato l’unico sociologo, della seconda metà del Novecento, a occuparsi esplicitamente di tradizione.
Ora, che gli ambienti progressisti, lo abbiamo snobbato non deve stupire più di tanto, mentre è non è strano che un libro come Tradition, tra l’altro uscito in prima edizione nel 1981, sia sfuggito anche ai tradizionalisti, non dico statunitensi (alla cui parrocchia Shils non aderì mai ), ma italiani.
Però, in effetti, una ragione c’è. Shils “analizza” la tradizione freddamente. Non è interessato a nessuna concezione ab aterno . Insomma, non cerca di giustificare visioni metastoriche di qualsiasi tipo, o ancora peggio, di risuscitare, come uno sciamano, istituzioni storiche, morte e sepolte. Mentre distingue, ottimamente, fra la tradizione in quanto tale (la “tradizionalità“, “substantive traditionality”), che obiettivamente garantisce la continuità sociale attraverso la trasmissione dei valori, e i contenuti delle tradizioni, sui quali di solito si appuntano gli strali delle critiche ideologiche “tradizionaliste” e “antitradizionaliste”. Critiche che, spesso per partito preso, finiscono per gettar via il bambino (la “tradizionalità") con l’acqua sporca, del “tradizionalismo” o dell’ ”antitradizionalismo”, secondo le rispettive preferenze.
Ma Shils non si ferma al tradere. Infatti il termine tradizione, come è noto, viene dalla voce dotta latina traditione che a sua volta proviene dal verbo tradere nel suo significato di “consegnare” (dare) “oltre” (tra), di qui il termine traditio (“dare oltre”). Ma lasciamo parlare l’autore: “ La tradizionalità è compatibile con qualsiasi contenuto sostanziale. I modelli di pensiero, di credenze e relazioni sociale, le pratiche, le tecniche, gli oggetti, creati o meno dall’uomo, e suscettibili di essere trasmessi, possono diventare una tradizione” (p. 16). Non tutto però “è tradizione”. Provare “un sentimento non è tradizione: è solo qualcosa che avvertiamo all’improvviso. Un giudizio razionale non è tradizione: è un’asserzione di tipo logico (…) . Un processo di produzione industriale non è tradizione: è una pura e semplice organizzazione di alcune azioni individuali (…). L’esercizio dell’autorità non è tradizione: è un insieme di parole scritte e parlate volte a promuovere o meno alcuni adempimenti individuali. L’esecuzione di un rito, sia che si tratti di un atto (…) celebrativo di un anniversario(…), o di lealtà nei riguardi di un sovrano, magari attraverso un banchetto, non è tradizione: è solo un insieme di parole e movimenti fisici espressivi di fugaci credenze e sentimenti (p. 31).
E allora? Per parlare di tradizione serve qualcosa di più, non basta la pura “riproduzione (o trasmissione) sociale” di una certa cerimonia. Occorre che ogni società abbia un “centro”: un “Guiding Pattern”. Un “modello- guida” capace di indirizzare il comportamento che viene reiterato, dando agli uomini la consapevolezza storica, sociale e morale che “quel che stanno facendo sia intrinsecamente giusto” (p. 32). Dal momento che le “tradizioni sono la ‘componente tacita’ delle azioni razionali, morali e cognitive” (p. 33). Senza le quali l’uomo precipita nell’individualismo anomico (privo di regole).
Di qui una serie di analisi molto acute, intorno alle quali si sviluppa il libro. Dall’ esame delle più diverse e opposte tradizioni religiose, politiche, culturali,: dal monoteismo al politeismo, dal liberalismo al socialismo, solo per citarne alcune. Paradossalmente, secondo Shils, la necessità umana di punti riferimento costanti avrebbe addirittura creato nei secoli moderni (antitradizionali per eccellenza), una tradizione dell’antitradizione, fondata sull’idea di progresso infinito e la fine di ogni particolarismo sulla terra, come nel caso del comunismo. Che tuttavia nella Russia sovietica, come fa notare l’autore, “dovette adattarsi ai pregiudizi [nazionalisti, e dunque “passatisti”] dei suoi effettivi aderenti” (p. 238). Per Shils, infatti, fare i conti con la realtà, con quel che realmente pensa la gente, significa fare i conti con le tradizioni, o meglio con la “tradizionalità”: con quelle credenze che mescolando passato e presente nella vita quotidiana delle persone, rendono loro chiara l’altrimenti incerta navigazione nel mondo dei significati sociali.
Particolarmente interessante è la parte dedicata ai modelli di “stabilità e cambiamento”. Secondo Shils una tradizione scompare quando non è più grado di soddisfare il naturale bisogno nell’uomo di regolarità sociale. Il suo “centro” si inaridisce spiritualmente, come fu nel caso delle religioni precristiane, e non riesce più a gratificare moralmente i suoi fedeli e seguaci. Anche se - ecco l’aspetto interessante delle sue tesi - il politeismo in quanto “tradizionalità”, in realtà non è mai scomparso totalmente, anche all’interno dello stesso cristianesimo, quale “centro” di irradiazione, come ad esempio mostrano i culti “periferici” dei santi.
In realtà, Shils mostra che la “tradizionalità” come impasto di passato e presente (i cui ingredienti principali, e per alcuni i migliori, sono sempre i più antichi…), non potrà mai scomparire, perché se ciò accadesse verrebbe meno la stessa socialità umana, e di riflesso ogni forma di vita civile. Pertanto l’uomo, soprattutto se istruito e colto, vive, senza saperlo, immerso nella “tradizionalità”: quando legge l’Iliade di Omero, per poi magari spiegarla agli altri; quando risolve un complesso problema giuridico, usando categorie che derivano dal diritto romano; quando si sposa e mette su famiglia, assentendo tacitamente al valore della monogamia, che ha origini antichissime. E così via.
A questo punto il lettore si chiederà, se al di là della “tradizionalità”, Shils abbia anche una sua tradizione” di riferimento. Certo, ed è quella liberale e moderatamente illuminista. Si tratta di un liberalismo alla Raymond Aron che teme gli eccessi dello stato ma anche quelli del mercato. E di un illuminismo ben temperato dalla conoscenza storica e sociologica, come in Ortega. “Una società - scrive Shils - è un fenomeno “trans-temporale. La sua esistenza non è rappresentata dal vivere in un certo preciso momento. Ma dall’ esistere nel tempo. Ogni società si costituisce temporalmente. ” (p. 327). E chiunque la privi della sua storia la condanna a morte. Sotto questo aspetto un illuminismo liberale che continui in futuro a deificare il progresso e disprezzare le tradizioni “è un errore colossale”. Mentre il suo compito dovrebbe essere quello di aiutarci, iniziando a scoprire storicamente “quel che è vivo o morto nell’illuminismo stesso, visto che si è sviluppato a dismisura, perdendo la sua vitalità fino al punto di divenire ingombrante” (p. 330).
Ecco, quanti tradizionalisti ab aterno, ferocemente antiilluministi e antiliberali, sarebbero disposti a fare autocritica come Shils? Difficile dire.
Carlo Gambescia

martedì 28 novembre 2006


La manifestazione del 2 dicembre
Non è una cosa seria



La polemica tra i partiti sul ruolo della “piazza” è piuttosto interessante, anche se sterile sul piano strettamente politico, come vedremo. Ma che sta succedendo? A sinistra, ad esempio, ci si lamenta per la partecipazione di alcuni esponenti dell’attuale governo a manifestazioni antigovernative, che minerebbero la sua compattezza. Invece, a destra, Berlusconi sogna, a proposito della manifestazione del 2 dicembre, di dare una “spallata” al governo di centrosinistra. A loro volta, Prodi, e persino Casini giudicano poco costituzionale l’atteggiamento del leader di Forza Italia. Inutile qui ricordare che il Cavaliere, da Presidente del Consiglio, sostenne le stesse tesi, per criticare le manifestazioni di piazza del centrosinistra. Corsi e ricorsi della politica politicante…
Ma che cos’è la “piazza”? Quali sono le sue origini? E che tipo ruolo può svolgere oggi?
L’idea della “piazza” moderna , o del popolo che si ribella e si lancia alla conquista vittoriosa dei palazzi del potere, nasce con l’insurrezione parigina del 14 luglio 1789: con l’assalto alla Bastiglia. E si sviluppa per tutto l’Ottocento, raggiungendo il suo culmine con la conquista del Palazzo d’Inverno, nell’ottobre del 1917, da parte dei bolscevichi.
Cosicché per quasi tutto il Novecento, con le ultime fiammate nel 1968 studentesco e operaio, la “piazza” diventa sinonimo della volontà popolare di “spezzare” l’ordine politico esistente (da aristocratico fattosi borghese). Si consolida così nell’immaginario collettivo l’idea-forza della “piazza” di sinistra. Vanno però ricordati altri due aspetti.
In primo luogo, l’idea di rottura dell’ordine costituito ha diviso anche gli uomini: c’è chi ha visto nella “piazza” il momento creativo, che doveva preludere, alla costruzione di un nuovo ordine (edificazione che avrebbe perciò giustificato eventuali violenze…); e chi invece l’ha giudicata, come momento distruttivo, capace di liberare i distruttivi diavoli della violenza anarchica. Di qui la necessità, invocata dal potere borghese, di opporre alla violenza rivoluzionaria, la violenza (difensiva o preventiva) del potere costituito: definita, come è noto, “forza pubblica”.
In secondo luogo, nel Novecento fascismo e nazionalsocialismo hanno rimescolato le carte. Come? “Inquadrando” e “mobilitando” le piazze piccolo-borghesi e spesso anche operaie: mescolando rivoluzione e repressione. A suo tempo, si è parlato di rivoluzione conservatrice, di rivoluzioni nazionali, sociali, eccetera. Negli anni Venti e Trenta del Novecento, comunque sia, nasce l’idea-forza di una piazza di destra: grandi adunate di camicie nere e brune, parole d’ordine, la stessa passione delle piazze di sinistra. E lo stesso odio, soprattutto agli inizi, verso il potere costituito liberale e borghese. Ma anche contro la “piazza” di sinistra.
In terzo luogo, dopo il Sessantotto, le grandi manifestazioni, iniziano a perdere ogni parvenza rivoluzionaria ( di conquista della Bastiglia o del Palazzo d’Inverno), acquisendo un elevato valore simbolico e in certo senso teatrale… Oggi, quando si manifesta, va in scena una specie di pantomima rivoluzionaria: si simula una “rivoluzione” che non verrà più. E tutti sembrano essere soddisfatti, se ci passa l’espressione piuttosto forte, di questo continuo coitus interruptus con la rivoluzione. Per usare altri termini, si è sostituito alla guerra il gioco della guerra: alle spade di acciaio quelle di legno. Il che è molto civile. Con la controindicazione però, che si tratta di un progresso legato al benessere diffuso e al soddisfacimento di tutti i bisogni primari. Ragion per cui, conoscendo la natura ludica e avventurosa dell’uomo, non è detto che lo spararsi a salve, possa durare all’infinito. Speriamo di sbagliarci..,
Per tornare all’attuale polemica sulle manifestazioni, parlare di “spallate” e di rispetto della legalità costituzionale, è fuorviante e ridicolo. Perché il contesto storico attuale, ricorda quello di una rappresentazione teatrale. A destra e sinistra, non ci sono più folle lacere come quelle parigine, russe, o armatissime come quelle fasciste e nazionalsocialiste. Siamo davanti a mediocri professionisti della politica democratica, che al massimo mimano la rivoluzione. E che chiedono a “piazze”, popolate di comparse, di assecondarli, a comando… Perché meravigliarsi? E’ del tutto scontato che una classe politica molto omogenea e legata a doppio filo al potere economico, evochi, secondo le circostanze, il pericolo della “piazza di destra”, come nel caso della manifestazione berlusconiana, o quello della “piazza di sinistra”, come a proposito di quella contro il lavoro precario. Si tratta di un triste un gioco delle parti, come in certe brutte farse.
Il discorso potrebbe cambiare, se il contesto economico e sociale mutasse, e in peggio. Si pensi ad esempio alla fame delle folle francesi e russe nel 1789 e nel 1917. Alla gigantesca crisi economica che travolse la Repubblica di Weimar. O all’ inquieta Italia liberale dei primi anni Venti, incapace di dare risposte sociali a reduci, operai e contadini. Ma soprattutto alla scarsa compattezza delle classi all’epoca dominanti.
Ecco, la “piazza”, solo in situazioni simili, può svolgere un ruolo determinante. Quale? Quello di autentico volano rivoluzionario.
E, tranquilli, questo non è assolutamente il caso del 2 dicembre.

Carlo Gambescia

lunedì 27 novembre 2006


Il malore del Cavaliere
Berlusconi non è immortale...


Il malore che ieri ha colto Silvio Berlusconi ha catturato l’attenzione dei media. Il viaggio del Papa in Turchia e il groviglio mediorientale sono passati subito in secondo piano. Quali riflessioni può suggerire un Berlusconi esanime? Che a braccia viene accompagnato fuori sala, tra lo stupore e la paura del peggio di tutti i presenti?
Due riflessioni.
La prima riguarda il simbolismo della politica. In pratica, l’uomo che ha creato dal nulla la televisione commerciale in Italia, per un attimo, ha dato l’impressione di poter morire, addirittura, in diretta televisiva…. Certo, stando a media, sembra che si sia trattato di un semplice malore. Ma per il telespettatore, la prima impressione è stata quella del distacco dalla vita, con quel senso di vuoto quasi fisico, che travolge tutti, quando la morte sfiora qualcuno a noi vicino ( anche solo “televisivamente”): potrebbe toccare a me… Ecco il primo pensiero. Poi, visto che si tratta di un personaggio pubblico, viene la teatralità: le braccia che lo sostengono in una specie di tragico e finale body surfing, la piccola folla che lo circonda, il medico personale che cerca di blandirlo, quasi con affetto. Sono immagini che non si dimenticano e che entreranno nell’immaginario politico(-televisivo) italiano… Di più: le immagini dell’intervista a Berlusconi, prima di entrare al San Raffaele, fanno pensare a quelle di Mussolini che scende dall’aereo tedesco, dopo la liberazione dalla prigione del Gran Sasso. Anche Berlusconi è pallido, viso smagrito, tirato, e nonostante ciò si sforza di sorridere e salutare. Forse, come Mussolini, Berlusconi sente dentro di sé, che la sua avventura politica rischia di volgere al termine.
La seconda riflessione è politica. L’uscita di scena di Berlusconi, anche solo per ragioni di salute, può provocare due conseguenze.
La prima: la disgregazione del centrodestra, e in particolare di Forza Italia. Dalla conseguente diaspora potrebbe rinascere la Democrazia Cristiana, ma anche lo stesso Partito Socialista, di craxiana memoria. E l’ interessante trasformazione di Alleanza Nazionale in moderna destra democratica, potrebbe subire un rallentamento. Anche la Lega potrebbe subire la stessa sorte. La seconda: nel centrosinistra, potrebbe aumentare il potere di ricatto delle componenti cattoliche e socialiste, attirate dalla possibile rinascita di un grande centro moderato. Sarebbe, insomma, la fine di quel frammento di bipartitismo sviluppatosi, così faticosamente, negli ultimi dieci anni. Si rischia di tornare, all' andreottiana politica dei “due forni”: un grande centro paludoso che di volta in volta, secondo le proprie convenienze, politiche, scelga di allearsi con la destra o con la sinistra.
Pertanto, piaccia o meno: lunga vita a Silvio Berlusconi.
Carlo Gambescia

venerdì 24 novembre 2006


Lo scaffale delle riviste/9



Apriamo questa corposa rassegna segnalando due interessanti fascicoli monografici di “Telos” dedicati al tema della “Germania dopo il totalitarismo” (Germany after the Totalitarianism, nn. 135 e 136, http://www.telospress.com/ ). In particolare, ricordiamo nel fascicolo n. 135 (Summer 2006), i contributi di Jeffrey Herf (Narratives of Totalitarianism: Nazism’s Anti-Semitic Propaganda, pp. 32-60), di Hans Ulrich Gumbrecht (Heidegger’s Two Totalitarianism, pp. 77-83), nonché la nota di Ying Ma su The Hate That Won't Go Away: Anti-Americanism in China, n. 135, pp. 155-161). E nel fascicolo n. 136 (Fall 2006) gli articoli di Sigrid Meuschel e Barbara Könczöl (Sacralization of Politics in the GDR, pp. 26-58, con interessante iconografia), di Julia Hell (Remnants of Totalitarianism: Hannah Arendt, Heiner Müller, Slavoj Žižek, and the Re-Invention of Politics, pp. 76-103), di Andrew Ewitt (Fight Club and the Violence of Neo-fascist Ressentiment, pp. 104-131).
Il nuovo numero della “Revue de Mauss” (n. 28, 2° semestre 2006, http://www.revuedimauss.com/ ) si occupa di “Penser la crise de l’école”. Per l’ampiezza dei temi affrontati il fascicolo va oltre la realtà francese. E dunque può essere letto con profitto da chiunque. Resta però un nodo di fondo: Alain Caillé propone una scuola e un’università che puntino alla relativizzazione non solo delle conoscenze, ma anche delle tradizioni nazionali. Il che in un paese centralizzatore e repubblicano come la Francia, può anche essere giusto. Ma come fare, dove queste tradizioni sono già deboli? Come in Italia, ad esempio? Non è un problema da poco.
Consigliamo ai cultori (e non) del pensiero tradizionalista di abbonarsi agli “Anales de la Fundacìon Francisco Elìas de Tejada” ( José Abascal, 38 - 28003 Madrid - Spagna – tel. 915941913). Per quale ragione? Si tratta di una pubblicazione annuale seria, ricca e documentata, che può far scoprire, anche al lettore solo intellettualmente curioso, le correnti più brillanti del tradizionalismo spagnolo e latinoamericano. Il presidente della Fondazione De Tejada è Juan Vallet de Gotysolo. Sull’ultimo numero (año XI-2005), si veda l’ottimo articolo di Miguel Ayuso - professore di diritto costituzionale e segretario della Fondazione - dedicato alla costituzione europea, come deteriore esempio di costruttivisno sociologico e giuridico (“Constitución” y “Nación”: una relación dialéctica con la tradición” como clave, pp. 115-126).
Sull’ultimo fascicolo, come sempre tutto da leggere, del “Journal of Economic Issues” (vol. XL, n. 3 , September 2006 – radksso@n.msu.edu ), si veda in particolare l’ intrigante articolo di Jim Peach e William M. Dugger, An Intellectual History of Abundance (pp. 693-706), dove è ricostruito il profilo di “abundance economists” come Smith, Marx, Veblen, Keynes e altri “istituzionalisti” nel tentativo (non sempre convincente) di opporli ai teorici della scarsità dell’ “economia ortodossa” di matrice neoclassica.
Rimanendo nell’ambito dell’economia, o meglio dell’alto giornalismo economico, ricordiamo l’uscita dell’ultimo numero di “Finanza Italiana” (numero 9-10, Settembre-Ottobre 2006 - Via Monte Santo, 10/A - 00195 Roma - tel. 06 3701805 - fax 06 3724867 ). Giunta al ventitreesimo anni di vita e diretta dal bravissimo Giorgio Vitangeli, suo fondatore, “Finanza Italiana” è una guida indispensabile per scoprire quel che si muove dietro le quinte dei mercati nazionali e internazionali. Si vedano in particolare l’articolo di Franco Lattanzi ( Il dilemma di Bernanke: alzare o abbassare i tassi?, pp. 2-4) e l’ottima recensione di Giorgio Vitangeli al libro di Giovanni Magnifico, "L’Euro, ragioni e lezioni di un successo sofferto" (Andare oltre Mastricht, pp. 20-23).
Tutto dal leggere anche l’ultimo numero di “Eléments” (n. 122, autunno 2006 - http://www.labyrinthe.fr/). Si segnala in particolare il corposo dossier sugli Stati Uniti posti davanti alle nuove fratture geostrategiche (De Caracas à Beyrout… Sale Temps pour l’Oncle Sam, pp. 22-39): articoli di Michel Lhomme, Ludovic Maubreuil e un lungo e interessante confronto intellettuale tra Alain de Benoist e Alberto Buela, filosofo argentino e specialista di questioni geopolitiche, pp. 30-39). Come non è da perdere, nell’altra sezione della rivista (“Débat”, pp. 44-59), la lunga intervista a Pietro Barcellona: un eccellente filosofo del diritto. Un “greco di Sicilia”, con evidenti frequentazioni marxiane. Ma che non ha preclusioni ideologiche e che ama dipingere. E anche bene… Come mostra l’iconografia che correda l’intervista. Uno dei meriti di Alain de Benoist, è sicuramente quello, di attirare intorno a sé le intelligenze più libero del nostro difficile tempo.
Una lettura da non perdere è quella dell’articolo di Stefan Durand sull’ “islamofascismo”, pubblicato nell’ultimo numero de “Le Monde diplomatique il manifesto” (n. 11, novembre 2006, pp. 8-9, www.ilmanifesto.it/Mondediplo/ ). Secondo lo studioso, si tratta di un concetto puramente strumentale e funzionale all’espansionismo americano, mascherato da “guerra mondiale contro il terrorismo”. Dal momento che “sulla base delle definizioni teoriche tradizionali formulate dagli studiosi del fascismo (Hannah Arendt, Renzo De Felice, Stanley Payne o Robert Paxton, ci si rende conto che nessuno dei movimenti islamici raggruppati dal presidente Bush sotto l’espressione ‘islamo-fascismo’ corrisponde a quei criteri” (p. 8).
Di particolare interesse il focus del fascicolo appena uscito di “Italicum” (Settembre-Ottobre 2006, pp. 3-10 - http://www.centroitalicum.it/ - posta@centroitalicum.it ), dedicato all’ Età delle post-ideologie (articoli di Adriano Segatori, Luca Rimbotti, e interviste a Costanzo Preve e al poliedrico editore Eduardo Zarelli). Ottimi i due editoriali di Enzo Cipriano e Luigi Tedeschi, rispettivamente dedicati agli ultimi fatti e fattacci della politica italiana e alla legge finanziaria.
Si segnala sull’ultimo fascicolo di “Diorama Letterario” (n. 279 - Settembre-Ottobre 2006, pp. 29-32 - http://www.diorama.it/ - posta@diorama.it) la recensione a cura di Emmanuel Levy, al bellissimo libro di Eric Werner, L’anteguerra civile (Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2004 - ordini@libreriaeuropa.ithttp://www.libreriaeuropa.it/).
Ricordiamo infine l’uscita di “Letteratura - Tradizione” (n. 40, Settembre 2006 - info@eliopolisedizioni.it ), che chiude l’argomento “Memoria Storica” della destra. Ben diretto, come il precedente n. 39 da Giano Accame, il fascicolo ospita scritti di Bozzi Sentieri, Siena, de Turris, Anonimo Veneziano, Vaj, Pantano, Bruni, Prizzi, Colla, Vittori, Nistri, Mecenate, Del Ponte, Bichiri, Chiostri, Bernardi Guardi. Si segnala anche l’ampia sezione dedicata alla Fondazione Evola, a cura di Marco Iacona e Giovanni Sessa (pp. 28-29).

Carlo Gambescia

giovedì 23 novembre 2006


(Meta)political comics
Il Feltri-pensiero 
su immigrati e kamikaze....



Che c'entra Vittorio Feltri, col capitalismo, gli immigrati e i kamikaze? Solo un attimo di pazienza...
Basta sfogliare i giornali italiani per capire che ci sono due tipi di amici del capitalismo: quelli che vogliono pagare il conto e quelli che non lo vogliono pagare mai. Mi spiego meglio.
Prima categoria: quelli che vogliono pagarlo, come ad esempio gli Scalfari boys di Repubblica. Ecco come ragionano: il capitalismo, da sempre affamato di manodopera a basso prezzo, provoca migrazioni di massa, qualcuno degli immigrati non ci sta, perché vede minacciata la propria identità e magari reagisce... Per evitare questo c’è un conto da pagare. Che noi paghiamo volentieri trattando umanamente gli immigrati ed “educandoli” al capitalismo. Morale: in ogni kamikaze c’è un consumatore mancato
Seconda categoria: quelli che non vogliono pagarlo mai. E finalmente veniamo a Vittorio Feltri. Il suo ragionamento è questo: il capitalismo è sradicamento. Bene, tanto peggio per gli sradicati.Tu reagisci e metti la bomba. Bene, io ti distruggo e poi ballo sulle macerie di casa tua: il capitalismo è nostro, i cocci e il conto vostri. Ma quale singhiozzo dell’uomo bianco… Appena mi guardi ti fulmino… e non solo in senso figurato. Morale: in ogni immigrato o immigrata col velo c’è un kamikaze.
Insomma, Feltri non solo vuole mangiare a sbafo, ma vuole pure i colonnelli, magari dal grilletto facile. Dopo gli attentati londinesi dell’ 11 luglio dell’anno scorso, in un editoriale di Libero, (religiosamente conservato ) se la prese non solo con i bombaroli: “quattro deficienti imbottiti di tritolo chiamati kamikaze, giovinotti istupiditi dalla religione e da promesse di improbabili paradisi”, ma anche con un Occidente, dalla “faccia pallida e spaventata”, abitato da omiciattoli “molli e decadenti”. Titolone esemplificativo sparato in prima pagina (dallo stesso ritaglio...) : “Noi in ferie, loro in guerra”. Come dire “tutti ar mare, tutti ar mare, a mostra’ le bare chiare”…
Chi voglia fare corsi di aggiornamento in scontro delle civiltà può comprare Libero tutti i giorni. Per una bella abbuffata di insulti all’immigrato maghrebino. Ovviamente, dopo quelli quotidiani indirizzati al governo Prodi. Il quale, va detto, ce la sta mettendo tutta per facilitare il “lavoro” del direttore di Libero.
Del resto lo Spengler di Bergamo Alta, gode anche quando può crocifiggere la sinistra. Accusata di aver introdotto in Italia una pseudocultura garantista per cui, spesso si legge su Libero, che se la Polizia rincorre un immigrato che ha violato le regole, e lo becca e ammanetta bruscamente, invece di encomiarla la accusano di violenza.... Notare la finezza sociologica alla Charles Bronson… Ma spesso Feltri non risparmia neppure gli italiani a Sud di Brembate di Sopra: per lui così egoisti e vigliacchi da fare tifo per la Moschea, come in passato brindavano al comunismo per avere salva la vita… Anche qui, notare la finezza sociologica alla Bush...
Troppo facile… I conti non tornano (proviamo a metterla sullo storico): il garantismo, non è comunista ma liberale, e non risale al 1968, ma almeno alle Rivoluzioni Inglesi del Seicento. Anche l’individualismo, pur nella variante italiana, è un prodotto delle riforme protestanti, o comunque di certo cattolicesimo liberale o "progressivo". E i due addendi (liberalismo + individualismo) sommati insieme danno pure il capitalismo. Un macchinone che porta con sé, certo, progresso e benessere per pochi, ma anche sradicamento e sfruttamento per molti, forse troppi. E quindi, periodicamente, cocci e conti da pagare.
Pertanto, Feltri non può dire questo sì, quello no: per onestà intellettuale dovrebbe cuccarsi tutto il pacchetto, come fanno senza battere ciglio, piaccia o meno, gli Scalfari boys. A meno che Feltri non sia un sostenitore del modello cinese: carri armati e libera impresa… Un bel capitalismo (si far per dire) ad uso e consumo di squali e colonnelli.
Il direttore di Libero dovrebbe capire che i conti vanno pagati, tutti i conti, in particolare quelli dei vetri (solo vetri?) rotti periodicamente dai monelli di Wall Street e dintorni. Non si può fare finta di niente (solo ragazzate…), o dire non li ho rotti io, dare un bel calcio nel sedere all'immigrato nordafricano e metterlo su un aereo. Perché poi quello si butta sul Corano, lo legge in fretta e male… E magari poi combina qualche guaio… Se la mamma non riesce a fermarlo…
Già, ma a Feltri che gliene frega, lui, come John Wayne, va a cavallo.
Carlo Gambescia

mercoledì 22 novembre 2006



Il libro della settimana: Giovanni Di Capua, Gianfranco Miglio scienziato impolitico, Rubbettino. Soveria mannelli 2006, pp. 299, euro

http://www.ibs.it/code/9788849814958/di-capua-giovanni/gianfranco-miglio-scienziato.html


Per parlare di un libro, appena uscito e dedicato a Gianfranco Miglio, scomparso nell’estate del 2001, dobbiamo prima scomodare Niccolò Machiavelli. Per farlo volare in compagnia delle grandi aquile della politica.
C’è una famosa lettera di Machiavelli a Francesco Vettori, in cui il grande pensatore politico, caduto in disgrazia, parla delle sue giornate trascorse all’ osteria, dove, testuale: “m’ingaglioffo per tutto il dì giocando a criccha, a triche-tach”, con “un beccaio, un mugniaio, dua fornaciai”… Ma “venuta la sera”, prosegue, “mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango et di loto et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio”.
E’ una pagina introspettiva dove Machiavelli sfogandosi, mette a nudo le miserie quotidiane dell’ esiliato. Ora, che cosa sarebbe accaduto se gli storici si fossero concentrati solo su questi aspetti minori del suo pensiero? Sugli sfoghi politici del segretario fiorentino, vittima del ritorno dei Medici a Firenze… Oggi ne avremmo un ritratto parziale. Il che indica che le vicende politiche in cui rimase invischiato, “corredano” ma non aiutano a capire la grandezza del suo pensiero.
Ora, dispiace dirlo, ma è proprio questo, il limite principale del libro di Giovanni Di Capua, Gianfranco Miglio scienziato impolitico ( Rubbettino, Soveria Mannelli 2006). L’autore, apprezzato storico e politologo, ricostruisce in modo molto denso l’itinerario partitico di Miglio, ma ne lascia sullo sfondo il pensiero politologico. Come dire, mostra le vesti sporche di “fango et di loto”, ma non il Miglio “rivestito condecentemente” a colloquio con gli “antiqui huomini”, a partire da Machiavelli, Hobbes, Weber e Schmitt, suoi autori elettivi. Ci sono interi capitoli dedicati al rapporto tra Miglio la Democrazia cristiana lombarda (neppure nazionale), e addirittura un capitolo intero sul non-rapporto (pare di capire) con De Mita, e infine con la Lega. Ma nessuna approfondita analisi della sua teoria politica. Peccato perché si tratta della prima monografia scientifica ( o comunque con pretesa di scientificità), dedicata al professore della Cattolica di Milano: il preside per antonomasia della Facoltà di Scienze Politiche.
Ma c’è anche una tesi che non convince: quella dello “scienziato impolitico”. Secondo Di Capua il rapporto di amore-odio con la democrazia cristiana e poi con la Lega riflette due caratteristiche di Miglio: “una libertà di giudizio totale, sovente poco conciliabile con le regole, spesso non scritte, della militanza nei partiti (…); ed il rispetto del rigore metodologico in sé e da parte del prossimo suo”. Cosicché “il professore Miglio era, per sua stessa scelta, un politologo impolitico, ideatore di progetti astrattamente delineati compiutamente, ma difficili a realizzarsi concretamente col consenso largo di altri uomini liberi come lui” (p. 44).Ora, nulla da eccepire sulla libertà di giudizio e il rigore di Miglio. Ma se per “impoliticità” s’intende utopismo politico, Miglio sicuramente non era “impolitico”, e resta a testimoniarlo il famoso progetto di riforma costituzionale, elaborato nel 1983, insieme al gruppo di Milano. Che non fu preso in considerazione, non perché astratto, ma solo perché mancarono l’interesse e il consenso, non di uomini liberi, ma di politici schiavi di altri interessi. Ma anche per un’altra ragione: Miglio invitava a studiare costituzioni e stati, non sulla carta ma nel loro reale funzionamento. A lui interessava non solo quel che un grande pensatore avesse scritto sul concetto di stato, ma come se ne servivano concretamente un cancelliere, un funzionario, un giudice. Di qui il suo interesse, tutt’altro che utopistico, per il reale funzionamento delle istituzioni. Se poi, infine, per impoliticità, s’intende la sua capacità previsionale di andare oltre l’oggi (capacità spesso sgradita a certi politici appiattiti sul presente), allora Miglio può essere definito impolitico, Ma come lo furono anche Machiavelli, Hobbes, Weber e Schmitt.
C’è a riguardo un passo di Miglio che chiarisce bene la sua “presbiopia” storica: “Il mio maestro Alessandro Passerin d’Entrèves quando lavoravamo insieme, prendeva in giro me e se stesso, osservando che avevamo almeno una cosa in comune coi dittatori allora in auge (e che odiavamo): l’inclinazione a proiettare la politica quotidiana sulla scala di una escatologia mondiale, e quindi a ‘ragionare per millenni’. In verità egli insegnava a me ed alla sua scuola che uno studioso serio dei fenomeni politici non deve perdersi nell’esegesi delle miserie personali, e quindi trasformare la storiografia in un triste pettegolezzo” (Gianfranco Miglio risponde, in Multiformità e unità della politica, a cura di L. Ornaghi e A. Vitale, Giuffrè Editore 1992, p. 410). Insomma quel che è impolitico per l’agenda politica di oggi, può essere politico per quella di domani. E guai, inoltre, a mescolare “fango et loto” con “antiqui huomini”.
per capire l’approccio di Miglio alla politica va tenuto presente il suo essere abituato a pensare “per millennî”. A volare alto come un’aquila reale. Una “buona” abitudine, oggi in parte scomparsa tra i politologi, che ha determinato nel suo pensiero due conseguenze. Sostituiamoci perciò a Di Capua e vediamo quali.
In primo luogo, lo ha spinto a studiare le strutture invariabili della politica (“regolarità”). Ad esempio la ricerca di un dominio esterno (Tucidide); il competere degli egoismi umani (Machiavelli); la presenza nel gruppo politico di un “capo decisivo” (Bodin); la natura fittizia, ma altrettanto necessaria, al fine della rappresentanza, dello scambio protezione-obbedienza tra cittadini e potere politico (Hobbes)); la natura ciclica e minoritaria della classe politica (Mosca e Pareto); l’antitesi comunità-società (Tönnies); il ruolo delle ideologie politiche nei processi di legittimazione (M.Weber); la contrapposizione amicus-hostis (Schmitt).In secondo luogo, nel quadro di queste regolarità, Miglio colloca anche il rapporto tra uomo e potere, o se si preferisce, tra libertà, autorità e protezione, in termini di logica concreta delle istituzioni: non indaga le istituzioni dal punto vista formale come fa certo liberalismo giuridico ma ne analizza il funzionamento effettivo, come abbiamo già accennato. Il nodo teorico che Miglio si propone di sciogliere è questo: le istituzioni politiche e sociali nascono per proteggere la libertà dell’uomo, ma purtroppo nel tempo finiscono per rispondere a una propria logica interna di tipo utilitaristico e funzionale: per un verso l’obbedienza finisce per avere la meglio su protezione e libertà, e per l’altro la percezione di rendite politiche finisce per prevalere sul buongoverno. Si tratta di un processo, o ciclo, che rende le istituzioni politiche, al tempo stesso, coercitive e superate, perché non più adeguate alla realtà storica, o, ancora peggio, incapaci di tutelare le libertà concrete, a cominciare da quella economica. Di qui la necessità di istituzioni, anche di tipo federale, capaci di riflettere politicamente, quella fluidità sociale ed economica, che nel tardo Novecento, sembra segnare, secondo Miglio, la fine del ciclo politico dello stato moderno.
Probabilmente sulla questione del federalismo post-statuale il pensiero di Miglio era ed è troppo avanti. Anche perché forse sottovalutava - cosa strana per un attento lettore di Schmitt - il problema dei grandi blocchi geopolitici. Quale destino assegnare a un’Europa divisa in cantoni e regioni nell’attuale conflitto di civiltà? Un destino, sicuramente, misero… E qui appare anche il limite, non solo di Miglio, ma di certa politologia realista. Quale? Quello di ridurre lo stato moderno a un puro “complesso” di prestazioni e servizi concreti, e per contro le idealità, che incarna, a volgare ideologia. Il che non è del tutto falso: spesso gli uomini usano le idee e per mascherare gli interessi. Tuttavia l’uomo non è solo “calcoli”, ma anche passione e spesso “disinteresse”. Ma questa è un’altra storia.
Ma anche su questo nodo teorico Di Capua non si sofferma affatto, o comunque non a sufficienza, perché troppo preso a descrivere il dibattito a distanza tra Miglio e De Mita… Che, potrà pure interessare qualche lettore, ma che nulla toglie e nulla aggiunge alla comprensione della teoria politica di Gianfranco Miglio.
Carlo Gambescia

martedì 21 novembre 2006


La stretta di mano tra Alberto Franceschini e Agnese Moro 
 Un nuovo inizio


La stretta di mano tra Alberto Franceschini e Agnese Moro dovrebbe far riflettere sulla grande capacità di perdono che hanno gli esseri umani. Ma anche su un fatto molto importante: quando si potrà finalmente parlare in modo imparziale degli “anni di piombo? Probabilmente tra qualche secolo. Oggi probabilmente, al di là dei bel gesto tra persone ragionevoli e culturalmente predisposte al perdono, manca ancora la necessaria distanza storica. Si può comunque provare a chiarire almeno alcuni punti, come dire, “metodologici”.
Va subito ammesso che il terrorismo è una questione complessa. In primo luogo perché è un fenomeno sfuggente: l’etichetta di terrorista, per limitarsi ai moderni, fu usata per Mazzini, strenuo difensore della proprietà privata e dell’esistenza di Dio, e per Stalin, comunista e ateo militante. Il primo organizzava moti insurrezionali, spesso finiti nel sangue, il secondo assaltava i treni per autofinanziarsi. In secondo luogo, il giudizio sull’uso della violenza, può mutare secondo i risultati: nel 1870, il Mazzini, sconfitto da Cavour, venne di nuovo arrestato dalla polizia italiana e rinchiuso a Gaeta. Mentre Stalin, una volta giunto al potere, e soppressi i suoi avversari, assurse a padre dei popoli, buono e generoso. Ciò, ovviamente non significa giustificare o favorire qualsiasi tipo di violenza. In terzo luogo, le vittime del terrorismo e i terroristi sconfitti, vengono automaticamente rimossi dalla storia. A riguardo è esemplare il caso dei vandeani e di Robespierre: vittime e carnefice furono costretti a subire la stessa congiura del silenzio, perché entrambi sgraditi all’ affarismo borghese degli anni Trenta dell’ Ottocento, che voleva tenersi le terre confiscate alla Chiesa e temeva il ritorno del moralismo giacobino. Luigi Filippo il re borghese, Casimir Périer il suo banchiere, e Guizot l’occhiuto ministro liberale dell’interno, ritenevano infatti che la verità dovesse sempre essere funzionale ai buoni affari.
Sorvolando sulla distinzione tra terrorismo di stato e terrorismo contro lo stato, che porterebbe troppo lontano (spesso il primo, come nel caso dei regimi di “socialismo reale”, non è che una continuazione del secondo…), si può ipotizzare che dietro il terrorismo vi sia la progressiva “radicalizzazione” dei movimenti sociali, spesso causata dalla crescente incapacità istituzionale di risolvere i problemi reali della gente. Un gruppo si trasforma in movimento sociale (una specie di microsocietà che aspira a farsi “macro” attraverso il proselitismo), quando non può o non vuole esprimersi, rischiando però di commettere errori di valutazione storica, attraverso i canali istituzionali: sindacati, partiti, gruppi di pressione, istituzioni politiche. Di qui il riaccendersi del conflitto che può assumere, tra le varie forme extra-istituzionali, anche quella più sbrigativa e sanguinaria, della lotta armata e del proselitismo terroristico .
All’inizio degli anni Settanta, la sinistra radicale, si proponeva come interprete e veicolo di una “nuova società”, una specie di mondo nuovo da edificare. Perché criticarla? Era ed è sempre giusto sognare… Ma alcuni movimenti scelsero le armi e designarono come propri nemici, oltre alle istituzioni, quelle forze politiche che per tradizione erano considerate “non progressive“, come il Movimento Sociale. Di qui quella pratica delle rose “rivoluzionarie” e del piombo che provocò la morte di molti giovani di destra. Di qui anche quelle reazioni mimetiche, tipiche di certe situazioni limite e generazionali (a destra e sinistra l‘età media dei “soldatini” politici era molto bassa), che portarono a loro volta, molti ragazzi di destra a scegliere la strada delle armi.. Ovviamente, altri sostengono, con pari dignità interpretativa e attenta documentazione, che fu la destra a cominciare, puntando sul piombo e sul ferro di un colpo di stato alla cilena. E qui si ritorna alla domanda iniziale… Chissà quando si riuscirà a parlare di quegli anni con l’imparzialità dello storico…
Chi vinse? Chi perse? Vinse sicuramente lo stato (com'è e com'era giusto che fosse), ma in particolare il fronte politico moderato: l’Italia non era assolutamente in una situazione pre-rivoluzionaria, né sull‘orlo di un nuovo 1922, come invece riteneva la sinistra radicale; né sul punto di essere invasa (e dunque “salvata”) dai carri armati sovietici, come pretendeva certa destra. Così il terrorismo per reazione rinforzò le forze riformiste (il Psi e il Pci) e conservatrici (la Dc), aiutate pure dall’eccezionale crescita economica degli anni Ottanta. Persero perciò tutti quei giovani, a sinistra e destra, che si erano, volenti o nolenti, combattuti. Le rose dei grandi e spesso fraintesi ideali appassirono, e rimasero solo il piombo e il carcere. Ma per molti di quei giovani si aprì anche la strada del pentimento sincero, e della restituzione a una nuova vita.
Consideriamo perciò quella stretta di mano tra Franceschini e Agnese Moro come un nuovo inizio… E cerchiamo di apprezzarla.
Da uomini di buona volontà.

Carlo Gambescia

lunedì 20 novembre 2006


La sentenza di Milano
E' giusto punire i genitori?



Si può combattere la violenza giovanile a colpi di provvedimenti economici restrittivi nei riguardi dei genitori? Pretendere che adulti spesso deprivati socialmente, si facciano carico della “crescita sociale dei ragazzi” perché obbligati da un giudice? O magari, come auspicava su Repubblica Michele Serra, di “spiegare ai figli “la gradualità del successo”? No, perché il problema è più generale e riguarda la nostra “società del rischio”, dove ormai è impossibile fare programmi a lunga se non a media scadenza: come scegliersi un lavoro che piace, comprare una casa, sposarsi, mettere a mondo dei figli.
Ma perché parlare di società del rischio? Un “rischio” lo si accetta liberamente. Mentre la “precarietà” che oggi pervade i rapporti sociali, a cominciare da quelli lavorativi, è imposta da un sistema economico che valorizza solo il profitto e corre a una velocità ben superiore a quella sociale e culturale. Pertanto il vero problema, non è insegnare ai figli “ la gradualità del successo”, ma ben altro. Probabilmente solo a sopravvivere… Almeno per il momento.
Certo, ogni violenza, giovanile o meno, va sempre condannata. Ma quali sono i valori di riferimento dei giovani? In particolare di quelli tra i 15 e i 17 anni ? Secondo l’ultimo rapporto quadriennale Iard sulla condizione giovanile in Italia (2006), la sfiducia nei riguardi delle istituzioni politiche, militari, scolastiche e mediatiche è elevatissima (quasi 1 giovane su 2). Anche la solidarietà è un valore in calo: rispetto a otto anni fa è passato dal 59% al 42% dei consensi. I valori più apprezzati sono nell’ordine: la salute 92%, la famiglia 87%, la pace 80 %, l’amore il 76%, l’amicizia il 74 %. Insomma, tutti valori “privatistici” . Inoltre, ecco il dato più interessante, 2 giovani su 3 respingono qualsiasi impegno o progetto a lunga scadenza. Mentre l’ “uscita di casa” avviene di media dopo i venticinque anni (più tardi rispetto ad altri paesi europei). Infine i giovani che mostrano tendenze alla devianza, sono circa l’8 % del totale (per questo aspetto si veda A. Cavalli e A. De Lillo, Giovani anni ’90, il Mulino, Bologna 1993).
Ora, se già di per sé, i giovani nati negli ultimi trent’anni tendono ad avere una dimensione indeterminata del tempo (il futuro, quello delle scelte, è percepito come lontano o comunque non vincolabile), attualmente la situazione è decisamente peggiorata. Per un verso, l’inorientamento dei genitori (appartenenti anch’essi alla generazione di cui sopra, che certe scelte, come lavoro e famiglia, le ha fatte obtorto collo, se le ha fatte…), rende difficile ogni ragionata progettazione familiare del futuro dei figli; per l’altro, la pressione sulle famiglie (e di riflesso sui giovani) delle istituzioni economiche (il lavoro, il consumo, il “successo”, il guadagno), provoca un atteggiamento eccessivamente protettivo nei riguardi dei figli. Il rischio verso il mondo esterno, viene così assunto, fin dove possibile, dai genitori. Si tratta di un atteggiamento protettivo, al di là del bene e del male, frutto di un riflesso quasi animalesco. Ma del resto le cose non potrebbero andare diversamente: la “società del rischio” ha necessità di uomini “flessibili” incapaci di scelte nette. Ogni opzione forte è giudicata socialmente controproducente. Di qui però proviene la deresponsabilizzazione, e spesso la deriva criminale, dei giovani: 1 giovane su 10 finisce per scoprire - all’inizio quasi per gioco - il richiamo della violenza verso se stessi (si pensi alle tossicodipendenze, circa l’80 % dei tossicodipendenti è sotto i trent’anni, ma anche all’alto tasso di suicidi), e contro i coetanei e le istituzioni sociali (si pensi al fenomeno della violenza giovanile negli stadi e nelle scuole).
Pertanto alla base dell’inorientamento giovanile c’è un eccesso di protezione da parte della famiglia (che, come abbiamo visto, è apprezzata dall’87 % dei giovani), commisurato, ovviamente al reddito familiare e ad altre variabili psicologiche. All’iperprotettività vanno poi a sommarsi, nel giovane deviante (che spesso proviene anche da famiglie incomplete, genitori separati o assenti), gli insuccessi scolastici, la dispersione, le frequentazioni sbagliate, eccetera. E ogni esperienza negativa aumenta la probabilità che sia negativa anche la successiva, e così via, lungo quella che viene chiamata “carriera deviante”.
Ora, il caso dei cinque minorenni milanesi accusati di aver abusato sessualmente di una bambina di 11 anni, indica che quei giovani sono al principio di una “carriera deviante”. Un “percorso” che, malgrado le gravi colpe di cui si sono macchiati, può ancora essere invertito, considerata appunto la giovane età. Tuttavia il vero problema non è rappresentato dai figli, e neppure dai genitori puniti dal giudice, ma dal conflitto interno a una società sempre più precaria che provoca l’iperprotettività delle famiglie.
Ciò non significa assolvere genitori e figli, o sorvolare sulle responsabilità individuali, ma solo indicare un pericolo: più la vita sociale si farà precaria, più le famiglie, fin dove possibile, assumeranno un atteggiamento protettivo nei riguardi dei figli.
E continuare a condannarle, in sede giudiziaria, non servirà a nulla. E’ la società che deve cambiare. E diventare più stabile e meno schiava del profitto economico. Ma come?
Carlo Gambescia

giovedì 16 novembre 2006


(Meta)political comics
Mario Merola, 
eroe per caso



Solo in Italia ormai si può discutere di certe scemenze… Tipo? Se piangere ai funerali di Merola sia di destra o sinistra. Perché è questo l’interrogativo che Giuseppe D’Avanzo si pone tra le righe di un suo lungo articolo su Repubblica di mercoledì scorso. Dove bacchetta Bassolino, Mastella e la Russo Iervolino che ne hanno tessuto pubblicamente le lodi post mortem .
E le migliaia di persone che hanno partecipato e pianto ai funerali, pure quello sono di destra? D’Avanzo non risponde. Lui se la prende in particolare con le “élites napoletane”. Probabilmente perché crede che il pesce inizi a puzzare dalla testa. Il che non è del tutto sbagliato.
Ma diciamola tutta: la bella Italia di oggi (si fa per dire…) che punti di riferimento ha? Con quali valori le “élites politiche e dirigenti” (per usare un parolone) edificano gli italiani? Il “Telethon”… Che certo aiuta, ma non guarisce, come certi prodotti farmaceutici da banco… E che tipo di programmi ci propinano le televisioni private e pubbliche? Cosce allegre, quiz, vanzinate, finti dibattiti alla Vespa, processi pseudopopolari alla Santoro, risse a comando, lacrime in diretta, calcio fino alla nausea, l’ ”Anna Maria Franzoni Channel” (poverina, pure lei). E, infine “vai col tango”: in senso letterale, visto che ormai lo mettono ovunque, pure nell’insalata.
E, allora, che differenza c’è tra la “sceneggiata” di Merola e tormentoni come “Centovetrine”? Tra “Napoli… Serenata calibro 9” e i tanti serial polizieschi, molto pulp, che vedono scornarsi tra di loro squadre, commissariati, e delinquenti? Tra Zappatore ed Elisa di Rivombrosa? Nessuna.
Diciamo la verità, un popolo di intronati televisivi, imbevuto di “cultura moderna” , e che insegue con l’acquolina in bocca pacchi miliardari, si esprime come può o come capita. Non è di destra né di sinistra. Come non lo sono quei politici di cui sopra, che corrono dietro a Merola, come potrebbero inseguire la popolarità di un Mammucari… Quel che conta per loro è conservare la poltrona. Meglio se comoda e di lusso…
Il vero problema è che in Italia regna il menefreghismo totale… Ormai si vive alla giornata. Oggi, l’italiano sceglie il partito per cui votare con gli stessi criteri con cui acquista un detersivo al supermercato: qualità, convenienza, prezzo. Poi se ci scappa la raccomandazione per figli e nipoti tanto meglio. Salvo poi tuonare, quando si è in fila alla posta o in banca (mica davanti al forno del pane…), contro l’Italia del “magna-magna” e dei raccomandati. Insomma, si è di destra, se fa comodo, di sinistra, se torna utile, e viceversa… E la cultura? Il popolo s’arrangia con quel che trova. A Napoli hanno Merola e piangono Merola. Conferendogli sul campo la medaglia di eroe (ma per caso…). E lui dal Cielo ringrazia.
Già sento piovere la solita accusa. Ma allora vuoi i Talebani, quelli incazzosi, che poi fanno a pezzi le televisioni?
No. Però qualche giacobino, di quelli tosti. Quasi quasi…
Carlo Gambescia

mercoledì 15 novembre 2006

Il libro della settimana: Margrit Kennedy, La  moneta libera da inflazione e da interesse, Arianna Editrice, Casalecchio (Bo), 2006 pp. 112, Euro 12,00.


Diciamo subito che il bel libro di Margrit Kennedy, La moneta libera da inflazione e da interesse (Arianna Editrice 2006) è un’utile guida ai problemi del moneta. Ne spiega funzioni e limiti con grande chiarezza e semplicità. Un libro che tutti dovrebbero leggere.
Ovviamente, visto che l’autrice è un’esperta di “sistemi monetari regionali sostenibili”, il libro si occupa soprattutto di come riformare il sistema monetario europeo ed internazionale, per impedire quel famoso crollo generalizzato, di cui si parla da anni, e che sembra sempre più vicino.
La Kennedy è sostanzialmente sulle posizioni di Gesell. E perciò vuole colpire il possesso continuativo e speculativo della moneta. Il male non è nella moneta, come strumento per acquistare beni reali e utili, ma come strumento per accumulare una ricchezza socialmente inutile. Finché la moneta passa velocemente di mano in mano, il sistema non presenta alcun problema, ma appena si ferma nelle mani di qualcuno in particolare, ecco che la moneta diventa un valore in sé, e dunque uno strumento di illegittima ricchezza, perché finisce nelle tasche di pochissimi “fortunati”. I quali per giunta usano quel denaro, solo per fare altro denaro, magari prestandolo a tassi altissimi di interesse, e così diventare sempre più ricchi.
Come spezzare le catene di una ricchezza fondata sul potere di pochi ricchi e delle banche? E dunque su quel debito crescente che rovina la vita di tanti cittadini privi mezzi economici ? In primo luogo, impedendo alle persone, in particolare quelle più ricche, di conservare a lungo il denaro (e dunque di specularvi sopra). In secondo luogo, regionalizzando (e localizzando) i percorsi del denaro. E così distruggere il circolo vizioso legato ai mercantilismi di banchieri e governanti, spesso uniti da comuni intenti speculativi, per meglio dominare i cittadini .
Di qui un serie di proposte della Kennedy, che vanno dal denaro a tempo (ideato da Gesell) alla creazione di strutture regionali di scambio, sottoposte al controllo diretto dei cittadini. Purtroppo siamo costretti a semplificare le tesi di un libro molto ricco di spunti e stimoli.
Quel che però guasta, e questo è un problema non della Kennedy, ma un po’ di tutti i riformatori, è certo eccessivo ottimismo nei riguardi del “politico”. Cosa intendiamo dire? Semplicissimo: le trasformazioni sociali non sono mai automatiche… Hanno sempre natura politica, e la politica è decisione, e la decisione è fonte di conflitto. Di riflesso, come convincere i “ricchi” ad essere espropriati delle loro ricchezze monetarie? E come comportarsi con i “renitenti”. Non è un problema da poco, perché riguarda le radici stesse della democrazia. La Kennedy parla di un “percorso morbido” che aiuti i ricchi a comprendere il valore di una moneta priva di interessi, e al tempo stesso, capace di introdurre per gradi le riforme “giuste”, senza dover innalzare la bandiera rossa della “rivoluzione sociale”. D’accordo. Ma siamo sicuri che i ricchi si lascino convincere senza reagire? E che i politici, oggi legati a doppio filo alla ricchezza, riescano a difendere i valori democratici?
Auguriamoci di sì.
Carlo Gambescia

martedì 14 novembre 2006


Che sia la volta buona?
Il patto di solidarietà 
tra giovani e anziani



L’idea del governo del patto di solidarietà tra lavoratori giovani e anziani, non è sbagliata in sé. Vediamo per quali ragioni.
In primo luogo, cerca di rispondere a un problema urgente, come quello della disoccupazione e del lavoro precario giovanile.
In secondo luogo accetta una filosofia del lavoro innovativa, quella del lavorare meno lavorare tutti, e non quella del lavorare di più, e a ogni costo (anche di essere pagati di meno), oggi molto in voga...
Insomma, si tratta di un’idea che prova a rispondere a una contraddizione sistemica fondamentale. Quale? Per un verso c'è la necessità di far crescere consumo e consumatori, e per l’altro quella di dover ridurre i costi per crescere, e perciò di far decrescere anche il costo del lavoro, tagliando il reddito dei consumatori. E’ un vecchio problema del capitalismo.
Ora, bisognerà vedere, che tipo di parametri fisserà il governo.
Se, come si legge, si tratterà di un provvedimento volto a favorire i figli dei dipendenti anziani assunti, allora siamo davanti al solito assistenzialismo feudale (e non democratico) di vecchia marca democristiana.
Se, inoltre, riguarderà solo il settore pubblico (dove in effetti in numero dei giovani precari è elevato), siamo davanti alla solita redistribuzione di lavoro inutile… Dispiace dirlo, perché nel settore pubblico lavorano persone di qualità, ma senza una razionalizzazione del pubblico impiego, che preceda il patto di soldarietà, si redistribuirà ( per un posto su quattro) lavoro inutile.
Se, inoltre, le assunzioni dei giovani, come ci sembra di intuire, sono a tempo parziale, come risultato si avrà la crescita del lavoro precario. E dunque invece di “stabilizzare” il consumo (dando certezze e redditi) si otterrà il risultato contrario, quello di farlo diminuire. E di riflesso di non sciogliere ( o comunque almeno iniziare) quel nodo di cui sopra.
Se però fosse così, per dirla tutta, l’idea del patto di solidarietà sarebbe una bella presa in giro per giovani, anziani, e per lo stesso sistema produttivo.
Auguriamoci di aver torto.

Carlo Gambescia

lunedì 13 novembre 2006


La sinistra  e l'ex manager pubblico
Un matrimonio finito




Vilfredo Pareto, riprendendo un’intuizione di Machiavelli, distingueva i politici in volpi e leoni . Ora, Romano Prodi non appartiene a nessuna di queste categorie.
Non è volpe come Andreotti, perché finora ha mostrato di non saper lavorare tra le quinte, per indebolire avversari interni ed esterni. Non è leone come Craxi, perché le sue dichiarazioni creano sempre sconcerto e dissapori tra gli alleati e ricompattano l’opposizione. In sei mesi di governo, non ne ha azzeccata una sul piano della comunicazione politica… Ed è inutile qui elencare i suoi principali errori in materia, già abbondantemente rievocati sui giornali di ieri.
Ma, purtroppo, non è solo una questione di immagine. Dal momento che dichiarare, tanto per riferirsi all’ultima esternazione pubblica, che “ormai siamo in un paese impazzito, che non pensa più al domani”, suona come un insulto nei riguardi di tutti: maggioranza, opposizione, pubblica opinione e gente comune, a destra come a sinistra. Ma si tratta anche di un errore politico gravissimo, soprattutto per un Presidente del Consiglio, privo di una consistente maggioranza al Senato.
Perché Prodi fa certe figure? Cerchiamo di capire.
In primo luogo, perché di mestiere era e resta un alto manager pubblico. Il che significa che la politica l’ha sempre vista da “tecnico”: più come un male che come un bene. Inoltre, il lavoro manageriale ad alto livello, facilita lo sviluppo di un’attitudine al comando. Una disposizione che in politica può essere utile, solo se unita alla capacità di mediazione. O, comunque, a quell’ astuzia delle “volpi” politiche di razza, così abili nel dosare l' uso del bastone e della carota, valutando, appunto, risorse e forze proprie e dell’avversario.
In secondo luogo, Prodi avrebbe un pessimo carattere (stando almeno ai cronisti parlamentari…). Si dice che veda nemici e complotti ovunque, e che sia permaloso, se non proprio iroso e vendicativo: un comportamento da leone propotente e bacchettante , ben noto all’interno della conventicola ulivista… A parte, ovviamente, certe rabbiose, esternazioni pubbliche, dove la finta bonomia sparisce di colpo. E in pochi mesi, il carattere bilioso e le ridotte capacità oratorie gli hanno fatto perdere, secondo i sondaggi, la simpatia degli italiani (che non basta ma aiuta…). E, sicuramente, pure di coloro che lo hanno votato, pur di liberarsi da Berlusconi.
In terzo luogo, all’impoliticità di derivazione professionale e caratteriale, si unisce l’assenza di una consistente forza politica propria. Un deficit che costringe Prodi a barcamenarsi tra riformisti e radicali. Finendo però per scontentare tutti, a causa dell'impoliticità di cui sopra. Cosicché il governo di centrosinistra finisce per non avere una linea politica precisa: né riformista né radicale.
Si dirà che non è solo colpa di Prodi, ma anche della legge elettorale. In parte è vero. Però vanno sottolineati due aspetti importanti.
Il primo è politologico: la dialettica tra destra, centro, sinistra, persino all’interno di un governo “monocolore” è un fatto empiricamente acquisito Certo c’è un livello fisiologico e patologico (che può essere determinato dal metodo elettorale), ma la coesistenza (e spesso il conflitto) tra prospettive politiche diverse nello stesso partito, è un problema ricorrente all’interno delle democrazie pluripartitiche come bipartitiche. Perciò è inutile insistere più del dovuto sui contrasti (che nessuno nega…) all’interno del centrosinistra.
Il secondo aspetto riguarda la finanziaria del centrosinistra: i tagli alla spesa pubblica e in particolare alle grandi opere, alla ricerca, alla sanità e alla scuola, sono semplicemente un atto di autolesionismo economico: condannano a morte lo sviluppo di lungo periodo. Ci spieghiamo meglio: un vero governo riformista, invece di mettersi sugli attenti e tagliare, dovrebbe proporsi di premere sull' Unione Europea per ottenere - fermi restando i vincoli contabili sul rapporto Pil/disavanzo pubblico annuale - una revisione qualitativa (per voci) della spesa pubblica degli stati nazionali, in sede di bilancio comunitario. Come? Puntando sullo scorporo delle voci di spesa riguardanti lo sviluppo infrastrutturale. Infatti, gli investimenti pubblici riguardanti la crescita reale (ad esempio reti di trasporto delle persone, delle merci dell’energia, ma anche ricerca e l’università,) sono investimenti sul nostro futuro e in quanto tali, in sede europea andrebbero conteggiati extrabilancio. Lo stesso approccio andrebbe esteso ai cosiddetti lavori precari. Sul piano contabile comunitario non si dovrebbe computare la spesa pubblica volta a ridurre il lavoro flessibile (con soluzioni nazionali ad hoc, ma concordate con l' Unione Europea).
Abbiamo qui formulato, a grandi linee, solo due ipotesi di lavoro. Idee sulle quali ogni serio governo riformista dovrebbe almeno riflettere. E invece Prodi è addirittura passato agli insulti. Anche se, pur di restare a galla, continuerà nei prossimi giorni a strizzare l’occhio sia all’ala radicale, spingendo sull’acceleratore della lotta all’evasione fiscale, sia a quella semiriformista promettendo le liberalizzazioni. Ma non dei grandi monopoli…
Ma senza investimenti produttivi, e praticando sadici e autolesionistici tagli di bilancio, la situazione economica non potrà non peggiorare. Soprattutto, se nel tempo, alla lotta all’evasione fiscale (tecnicamente più difficile) andrà a sostituirsi la crescita della pressione fiscale (più semplice da attuarsi). Insomma, si possono far crescere i consumi se si aumentano le tasse e si tagliano gli investimenti produttivi?
Perché il centrosinistra non si libera di Prodi? Un uomo, ormai, sull’orlo di una crisi di nervi.

Carlo Gambescia

venerdì 10 novembre 2006



Saddam, Irti, Kantorowicz
Diritto del più forte? 



In un interessante elzeviro ( i lettori non si spaventino), sulla “Terza” del Corriere della Sera il giurista Natalino Irti, pone un problema non solo giuridico ma sociologico, che malgrado possa apparire a prima vista astratto, è invece di grande attualità politica.
Partendo da un libro di Hermann U. Kantorowicz, La lotta per la scienza del diritto, filosofo del diritto polacco, pubblicato giusto un secolo fa, Irti pone una questione fondamentale: il diritto (le leggi che regolano le nostre vite) può essere rinnovato dall’ interno (in via legislativa, ma anche politica, si pensi alle “leggi eccezionali”)? Oppure dall’esterno (dai giudici, come prolungamento di un sentire sociale in perpetuo movimento e rinnovamento)?
Kantorowicz si affidava ai giudici, Irti mostra invece di apprezzare (certo, moderatamente, da relativista...) le presenti istituzioni dello stato di diritto liberale, e dunque lo stesso principio della “soggezione di giudici indipendenti alla legge”.
Ma, ad esempio, nelle situazioni di transizione sociologica e politica quale principio applicare? Si prenda come esempio - e qui veniamo all’oggi - il processo a Saddam Hussein. Il giudice che ha condannato a morte l’ex rais, applica le leggi dello stato di diritto liberale o riflette un sentire sociale che ne impone la condanna a morte? Nel primo caso si può seriamente ritenere che oggi esista in Iraq uno stato di diritto? E nel secondo caso, siamo certi che il popolo iracheno, (o comunque la sua maggioranza) voglia la morte di Saddam.
Come giustamente fa notare Irti, in definitiva, l’interazione tra i due diritti si traduce sempre in uno scontro di volontà. Da una parte la volontà del legislatore dall’altra la volontà dei giudici. Due forze di origine sociologica (ma che in realtà innervano la politica), che poco o nulla hanno a che fare con le raffinate costruzioni giuridiche dello stato di diritto liberale, teso a privilegiare la forma delle leggi ai loro contenuti sociali...
Ma allora perché non accettare realisticamente il fatto che il diritto sia sempre espressione della “volontà” del più forte in un dato momento storico ( e non è detto che questa volontà sia sempre rivolta al male…)? E che infine lo stesso criterio si possa applicare anche alle istituzioni giuridiche liberali ?
Quanto all'Iraq, tutti sanno perfettamente chi oggi sia il più forte. O no?

Carlo Gambescia

giovedì 9 novembre 2006



Elezioni Usa 2006 , la sconfitta di Bush
La politica estera 
americana cambierà ?




Bush ha perso.  Ma quali sono le possibilità di un radicale cambiamento della politica estera americana? Attenzione, non ci riferiamo alle “sfumature” (ad esempio al ritiro del grosso delle truppe dall’Iraq) ma a mutamenti sostanziali, come al ritiro totale ( anche dalle basi in costruzione) e alla concessione di una reale indipendenza politica all’Iraq “democratico”. Per non parlare poi della politica fortemente filoisraeliana.
Il problema del radicale cambiamento della politica estera Usa è un interessante problema di scienze politiche e sociali. Per quale ragione? Perché richiede un’analisi, almeno a grandi linee, dei rapporti tra strutture politiche, sociali ed economiche che ne sono alla base.
Il rapporto tra forze politiche ed economiche, intese queste ultime come grandi strutture, rinvia ai pesanti condizionamenti che le grandi imprese monopolistiche hanno esercitato sulla politica americana, in misura crescente, dalla Prima guerra mondiale. Si tratta di un dato storico. Queste forze, che al tempo delle profonde analisi di Tocqueville (1831-1832) erano minoritarie, impongono da quasi un secolo, una sola politica estera: quella dell’ espandersi fino dove possibile. Il che è provato da un serie di colossali imprese militari: Prima guerra mondiale, Seconda guerra mondiale, guerra di Corea, guerra in Vietnam, Prima guerra del Golfo, guerra del Kosovo, guerra in Afghanistan, Seconda guerra del Golfo ( e trascuriamo gli interventi “minori” in America Latina e altrove). Si tratta di un rapporto squilibrato: l’economia americana ordina la politica esegue. A causa di questo processo, e soprattutto nella seconda metà del Novecento, si è determinato un complesso industriale-militare: un blocco di interessi che si appropria, grosso modo, del sessanta per cento del Pil americano (per alcuni studiosi anche di più), il cui strapotere non può (né potrà) essere contrastato dalla politica. E qui sorge anche un interessante problema di quadri dirigenti politici. Il 90 % degli alti funzionari, che collaborano con i presidenti degli Stati Uniti, provengono da stesse élite militari ed economiche che detengono le leve del comando. Perciò presentare la sostituzione di Rumsfeld come una svolta è errato e ridicolo. Tra l’altro anche Nancy Pelosi, nuovo speaker democratico, proviene dagli stessi ambienti.
Non bisogna però ricadere nell’economicismo. Il complesso industriale-militare, ha una sua ideologia giustificatrice, che nel tempo ha assunto forza propria. Si tratta di un’ ideologia di tipo imperiale. Fondata sull’idea della assoluta supremazia del popolo americano: popolo eletto per eccellenza. Che avrebbe una sua missione da compiere, quella di “donare” al mondo intero il suo modello di vita. Si tratta di un rapporto circolare: l’ideologia rafforza gli interessi e viceversa…Per correttezza va fatta però una distinzione: per i democratici, contano gli ideali di felicità individuale, per i repubblicani gli ideali di libertà economica. Si tratta di un differenza sottile, spesso enfatizzata dai media, che in realtà rinvia a una stessa ideologia imperiale, declinata però in forme politiche differenti (attenzione, non ideologiche). Quanto all’isolazionismo, spesso invocato dai commentatori, si tratta di un’ideologia, di tipo agrario-individualistico, precedente la Prima Guerra Mondiale, ormai fuori gioco perché priva di basi economiche e sociali reali. Infatti i pochi politici che invocano l’isolazionismo sono in genere dei “fuoriusciti” sociali, non più legati al complesso militare-industriale, e che spesso vengono subito emarginati. Si pensi ad esempio a un Ross Perrot. Oppure si tratta di gruppi estremisti, se non terroristi, completamente isolati sotto l'aspetto sociale.
Pertanto, blocco industriale-militare e ideologia imperiale, sovrastano e guidano le scelte politiche individuali, sia dei politici in senso stretto, che del popolo americano. E qui c’è un dato elettorale da tenere presente. Vediamo quale.
In America, al di là di occasionali impennate, chi vince le elezioni, deve accontentarsi di meno della metà dei voti espressi (in media vota il 50 % degli aventi diritto). Insomma il partito che vince deve accontentarsi di meno della metà dei voti espressi. Un presidente degli Stati Uniti, ad esempio, finisce per rappresentare a mala pena un 25 % di quel 50 % che vota. Insomma raccoglie il voto favorevole di una minoranza di cittadini: circa ¼.
Insomma, nei risultati, ogni elezione riflette la struttura oligarchica del potere di cui sopra. Una struttura che non incoraggia il voto (a cominciare dalle procedure di registrazione), ma favorisce la disuguaglianza sociale, educativa e il quietismo: se sei in fondo alla scala sociale, evidentemente lo meriti, così ammonisce l’ideologia americana. E stando alle statistiche, chi non vota appartiene proprio alle fasce più povere: quelle dei “perdenti” della vita, soprattutto perché privi di titolo di studio. Del resto la distribuzione sociale della partecipazione elettorale americana riflette la scala dei redditi, e in particolare l’istruzione: più si è in alto, perché si è istruiti, più si va a votare. Il 92 % di coloro che hanno istruzione universitaria vota. Mentre non vota il 90 % di coloro che hanno un' istruzione elementare. Secondo alcune statistiche, gli alti livelli di analfabetismo e la scarsa capacità di comprendere comunicazioni scritte (problemi che riguardano quasi la metà della popolazione adulta) impedirebbero addirittura a molti cittadini di votare ( su questi aspetti si vedano i siti http://.www.electoralgeography.com/ e www.lib.uchicago.edu/e/su/govdocs/politics.html ).
Si tratta di un meccanismo infernale: più aumentano povertà e deprivazione intellettuale, meno la gente va a votare (perché non capisce, perché l’istruzione costa, perché è rassegnata, perché è abituata a ubbidire), e più cresce il potere, privo di mandato democratico delle ricche classi dominanti.
Perciò, su queste basi , sperare che gli Stati Uniti mutino la propria politica estera espansionistica, solo perché i repubblicani sono stati sconfitti nelle elezioni di midterm è molto improbabile, se non del tutto impossibile.

Carlo Gambescia