venerdì 29 settembre 2006




Capitalismo e riforme 
 Le ricette di Prodi e  Tremonti 



Ieri alla Camera dei Deputati, il professor Prodi ha dichiarato che il capitalismo andrebbe riformato. Senza però spiegare come. Inoltre, ha fatto anche notare, ma tra le righe, che le Authorities sarebbero in balìa dei monopoli. A suo parere i cosiddetti “controllori” concedono troppo spazio ai poteri forti .. .
Per contro un altro professore, Tremonti, duro critico di Prodi, nel libro Rischi Fatali (Mondadori) sostiene l’esatto contrario: troppe autorità di controllo e “troppe regole”. Per giunta Europa e Italia, manovrerebbero “male” i propri poteri di controllo. Dal momento che “è suicida” proibire ogni “incentivo pubblico alle concentrazioni, mirato ad aiutare l’industria europea ad assumere una dimensione maggiore, necessaria per competere su scala globale” (p. 24).
Chi ha ragione? Nessuno dei due.
Dal momento che al consumatore, di cui entrambi si dichiarano difensori, vanno sempre le briciole e per giunta a caro prezzo. Certo, tutti hanno telefonino, automobile, energia elettrica a iosa, intrattenimenti televisivi a volontà, ma in realtà tutto questo “splendore” privato viene pagato in termini di “squallore” pubblico, per riprendere la terminologia di Galbraith. Detto brutalmente: si possono anche possedere dieci telefonini, ma se ti ammali o se hai figli che vanno a scuola, sono guai, visto che scuole ed ospedali non funzionano… E spieghiamo subito perché.
Se i grandi monopoli, fagocitano tutti gli investimenti, destinandoli ai consumi privati, per i consumi pubblici resta ben poco. Soprattutto se lo Stato si gira, guarda dall’altra parte, e lascia fare. Perciò il problema non è se potenziare o meno i controlli formali, in una situazione già compromessa, dove i grandi monopoli si sono spartiti da un pezzo la Torta-Paese, grazie alle finte privatizzazioni anni Novanta. Ma di puntare sul recupero delle funzioni di indirizzo politico e programmazione dell’economia da parte dello Stato.
So benissimo che un’ affermazione del genere, in tempi dove solo “privato è bello”, può suonare blasfema. Quasi come negare davanti al Papa il dogma dell’Immacolata Concezione. Oggi comandano i liberisti, e guai a mettere in dubbio il Sacro Dogma della Libera Concorrenza. Al massimo è consentito proporre qualche piccola modifica: che so, cambiare un aggettivo o introdurre qualche punto e virgola nei regolamenti dell’Antitrust, come propose a suo tempo Prodi, già professore di Economia Industriale. Roba da ridere.
Certo, è anche vero, come afferma Tremonti, che le imprese più sono grosse, più sono competitive sul piano mondiale. Ma allora, a maggior ragione, sarebbero necessari controlli non formali o di tipo giuridico-economico (su tariffe e posizioni predominanti) ma controlli sostanziali di tipo politico-economico sulle strategie di impresa e sulla provenienza e destinazione delle risorse aziendali. Verifiche che andrebbero fatte da organismi pubblici e non parapubblici o ibridi come le Autorità di Controllo, sempre pronte a chiudere un occhio sugli amici degli amici politici.
E già questo, professor Prodi, sarebbe un buon modo di “riformare” (almeno in parte) il capitalismo.
Va tuttavia ammesso che la cosiddetta economia mista non sempre ha dato buona prova di sé. Tutti ricordano casi di ruberie, sprechi e corruzione. Perciò anche l’intervento pubblico non va giudicato come un rimedio miracoloso. Soprattutto se gli appetiti partitocratici crescono a dismisura e se la formazione dei dirigenti pubblici e privati rimane la stessa per interessi, studi e formazione, ambienti di provenienza, famiglie politiche e frequentazioni.
Resta però il fatto che la scelta non può essere tra maggiori o minori controlli formali, ma tra un governo politico dell’economia, capace di introdurre controlli sostanziali o una finta concorrenza che di fatto premia i consumi privati a danno di quelli pubblici. 
Insomma, non fra Prodi o Tremonti, ma fra telefonini ultramoderni o sanità e scuole funzionanti.

Carlo Gambescia

giovedì 28 settembre 2006


Profili/35
Maurice Halbwachs 



Maurice Halbwachs (1877-1945) è probabilmente il sociologo che per primo ha studiato in modo originale la natura sociale della memoria collettiva. Formatosi, come del resto tutta la corrente sociologica francese, alla scuola di Durkheim, ne perfeziona l’approccio realistico (oggi si direbbe olistico) ai fatti sociali. Per sintetizzare il suo pensiero, si potrebbe dire, che per Halbawacs, l’uomo "guarda" mentre la società "vede".
Maurice Halbwachs, nasce a Reims nel 1877. Proviene da una famiglia borghese, il padre è un insegnante di tedesco. Dopo il liceo si iscrive all’università, dedicandosi agli studi filosofici giuridici e sociali. Appena conseguito l’ Agrégé de Philosophie, viene nominato Maître de Conférences presso l’università di Caen. Nel 1919, diviene professore di sociologia a Strasburgo. Nel 1935 viene chiamato alla Sorbona per insegnare la stessa disciplina. Viaggia molto. Nel 1938 viene nominato presidente dell Institut Français de Sociologie. Nel 1944 passa al Collège de France, come titolate della cattedra di Psicologia collettiva. Nel luglio dello stesso anno viene arrestato dalla Gestapo, insieme al figlio. Halbwachs viene prima internato a Fresnes e poi deportato a Buchenwald, dove muore nel 1945. Sulla sua morte, causata dalle durissime privazioni della prigionia, si veda la struggente testimonianza, di Jorge Semprun, suo allievo a Parigi, e sfortunato compagno di prigionia ( L’écriture ou la vie, Gallimard, Paris 1994, trad. it. Guanda, Parma 1996, pp. 23-29).
Due sono i concetti fondamentali sviluppati da Halbwachs : "quadro sociale" » e " memoria sociale ".
Per quadro sociale Halbwachs intende il ricordo in sé, come insieme di nozioni che in qualsiasi momento l’individuo può richiamare, ma anche i punti di riferimenti collettivi esterni. Ad esempio il ricordo di una persona è sempre legato a un evento : e il nostro giudizio sulla persona e sull’evento è condizionato, se non determinato, da quello che è il giudizio sociale diffuso, da noi interiorizzato nel tempo, sull’evento e dunque sulla persona (che può essere un matrimonio, una chiamata alle armi, eccetera). Il quadro sociale è una forma di memoria sociale stereotipata) : il giudizio, che è dietro il ricordo individuale, cambia perciò nel tempo, seguendo il flusso dei giudizi sociali diffusi. In questo senso un matrimonio o una chiamata alle armi possono essere vissuti, a secondo del diverso, giusdizio sociale diffuso. Quel che era giusto ieri, oggi può essere ingiusto, e così via.
Per memoria collettiva Halbwachs intende l’insieme dei quadri sociali, così come si sviluppano nel tempo. La memoria collettiva è collegata agli effetti sociali di un avvenimento. E fino quando questi perdurano difficilmente un gruppo sociale dimentica un certo avvenimento. Ad esempio, una guerra, può segnare la memoria collettiva di generazioni successive, anche dopo che si è spenta, per ragioni anagrafiche, la memoria individuale della perdita in guerra di un proprio caro. Si tratta però di un " prolugamento " della memoria sociale, che dipende anche dall’importanza sociale che viene data al ricordo collettivo del conflitto. In questo senso la memoria collettiva individuale " guarda" mentre quella sociale " vede". E si potrebbe anche dire "provvede" : nel senso che la società perpetua, trasformandoli in collettivi, i nostri ricordi individuali. Seguendo, ovviamente, il filo dell’interazione tra collettivo e individuale. Dove però, secondo Halbwachs, l’ultima parola finisce per essere, sempre quella, « pronunciata » dal gruppo sociale .
Maurice Halbwachs è autore di una ventina di libri e di alcune centinaia di articoli scientifici. Tra le sue opere principali ricordiamo : La classe ouvriére et le nives de vie (Alcan, Paris 1913), Le cadres sociaux de la mémoire (Alcan, Parisi 1925, trad. it. Napoli- Los Angeles, Ipermedium 1997 ; trad. it. del solo cap. V : Memorie di famiglia, Armando, Roma 1996), Les causes du suicide (Alcan Paris 1930), L’évolution des besoins dans le classes ouvrières, Alcan, Paris 1933), Esquisse d’un psychologie des classes sociales (1938, 1952 2° ed., Rivière, Paris 1955, trad. it. Feltrinelli, Milano 1966), La topographie légendaire des Evangiles en Terre Sainte.
Etude de Mémoire collective, Presses Universitaires de France, Paris 1941, trad. it. Arsenale, Venezia 1988, con una bella prefazione di Franco Cardini : il titolo italiano è diverso : Memorie di Terrasanta), La mémoire collective (postumo, Presses Universitaires de France, Paris 1950, ed. postuma, trad. it. Unicopli, Milano 1987). Si segnala, infine, nella quasi assoluta mancanza di contributi italiani adeguati allo spessore teorico di Halbwachs, l’interessante saggio di Francesco Saverio Nisio, La sociologia ethica di Maurice Halbwachs [Mille sguardi], in " Rassegna Italiana di Sociologia", 3/2000, pp. 323-362, alla cui ricca bibliografia di e su Halbawchs, si rinvia il lettore. 

Carlo Gambescia

mercoledì 27 settembre 2006



Lo scaffale delle riviste/9



E’ nata un nuova rivista: “Incursioni di un pensiero non conformista” , diretta da Giovanni Nicois (direttore responsabile) e Fabio Pagano (direttore editoriale), giovane studioso di filosofia politica. Ma anche i redattori sono molto giovani (Ernesto Rao Limata, Danilo Massa, Nando Dicé, Giangiacomo Vale, Gianluca Capone). Ogni fascicolo, circa cento pagine, ruota intorno a un questione centrale, seguono rubriche varie (colloqui, temi, letture, profili, eccetera). L’impianto, in certo senso, è piuttosto tradizionale, come del resto la grafica di copertina. Mentre i contenuti sono meno convenzionali e indubbiamente di “attualità storica”, in senso delnociano Anche, se a dirla tutta, da giovani così preparati ci saremmo aspettati, come dire, un colpo d’ala. Dal momento che sussiste sempre (per tutti) il rischio, di incappare nel conformismo del nonconformismo. Anche se per “incursioni” il pericolo sembra ancora lontano. Il nostro, ovviamente, è solo un invito a fare sempre meglio… Il primo fascicolo (n. 1 - Gennaio 2006), ha come tema centrale il come “sopravvivere” (in termini filosofici e culturali) all’interno della società massificata. Ospita articoli di Claudio Bonvecchio, Giulio Maria Chiodi, Alain de Benoist, Adriano Segatori e Sergio Terzagni. E' abbastanza indicativo, per intuire il clima culturale in cui si muove la rivista, il testo pubblicato, come dire, in calce, di Friedrich Georg Junger, tratto dalla Perfezione della tecnica (Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2000 – www.libreriaeuropa.it ). Il secondo fascicolo (n. 2 – luglio 2006) affronta invece la “questione dell’identità”. Con articoli in argomento di Massimo Fini, Claudio Bonvecchio, Giulio Maria Chiodi, Alain de Benoist. Da segnalare anche due interviste, a cura di Fabio Pagano, a Ernst Nolte (Ma la storia non è finita, pp. 47-54) e Pietro Barcellona (“L’identità va pensata insieme alla differenza”, pp. 55-66). La rivista è pubblicata dall’Associazione Culturale “Centro Studi Meridie” (http://www.centrostudimeridie.it/incursioni@centrostudimeridie.it ).
L’ ultimo fascicolo de “Le Monde diplomatique il manifesto” ( n. 8-9, anno XIII, settembre 2006 – www.ilmanifesto.itMondediplo/ ) pubblica un interessante articolo di Franck Michel sul turismo sessuale (Voli charter per il turismo sessuale?, p. 28). Il quadro tracciato è realistico e privo di compiacimenti moralistici: “Il turismo sessuale di massa - scrive Franck Michel – (…), si sviluppa di pari passo all’universo della mobilità del turismo. Per molti occidentali rappresenta una nuova forma di colonizzazione adatta alla nostra epoca”. Si segnala anche l’interessante articolo di Denis Duclos (Riflessioni sulla grande rivolta delle periferie francesi, pp. 22-23).
Questo mese dobbiamo segnalare addirittura quattro fascicoli de “L’Officina” (officina@inazionalpopolari.or ), il mensile nazionalpopolare, diretto da Claudio Pescatore e coordinato da Cosimo Schinaia. I primi due fascicoli ( n. 1 – 2006 e n. 2 - 2006 ) offrono una lunga e interessante indagine politica e culturale sul concetto di nazionalpopolare. Con articoli di Luca Leonello Rimbotti, Luciano Arcella, Nicola Tullo, Arturo Cavallini, Andrea Marcigliano, Stefano Taddei, Stefano de Rosa, Antonio Landolfi, Sabrina Rosci e interviste a Stefano Zecchi. Gianni Alemanno, Luciano Canfora e Costanzo Preve. I successivi due fascicoli (n. 5 – 2006 e n. 6 – 2006) si occupano rispettivamente del Conflitto, sottotitolo: La guerra e la sue ragioni, (articoli di Aldo Di Lello, Salvatore Santangelo, Luciano Arcella, Andrea Marcigliano, Roberto Masiero e Marco Cochi), e di Paganesimo (come riscoprilo). La scelta di questo tema, fa però sorgere qualche dubbio sulla linea editoriale della rivista. Infatti "L'Officina", in precedenza si era occupata, con altrettanto “calore” di cristianesimo e dell’ auspicabile centralità della Chiesa Cattolica. Comunque sia, si occupano di “paganesimo” secondo ottiche differenti ed erudite, tra gli altri, Emiliano Di Terlizzi, Giovanni Sessa, Luca Leonello Rimbotti, Luciano Pirrotta. Molto interessanti le interviste a Maurizio Blondet (a cura di Salvatore Santangelo), Alain de Benoist (Manlio Triggiani), Franco Cardini (Francesco Petrone).
Si segnala infine su “Filosofia Politica” (n. 2 – agosto 2006 – www.mulino.it/rivisteweb ) il saggio di Girolamo Cotroneo Le avventure del concetto di Stato. Per gli ottant'anni di Nicola Matteucci (181-196). Un’interessante messa punto, che ruotando appunto intorno ad alcune importanti riflessioni in argomento di Nicola Matteucci, coglie l’occasione per spaziare, con leggerezza ma sempre in termini di alta filosofia politica, da Norberto Bobbio a Capograssi, da Habermas a Croce. 

Carlo Gambescia

lunedì 25 settembre 2006


Eutanasia
Banalità del bene?




In qualsiasi vocabolario alla voce "eutanasia", si può leggere, più o meno, la seguente spiegazione: "Morte non dolorosa provocata o accelerata con mezzi che interrompono l'agonia degli ammalati incurabili (dal greco euthanasia comp. di eu 'buono' + thanatos, 'morte'; 'buona morte')".
Ora, il suicidio, che per chi lo compie, se non proprio è la "buona morte", perché spesso le sue "metodiche" non sono "indolori", resta comunque una "buona", nel senso di brusca, quanto immediata, uscita da una vita che si ritiene "cattiva", perché non offre più nulla di buono dal punto di vista soggettivo. Tuttavia, e questo va detto, il suicidio, sotto l'aspetto sociologico, per quante classificazioni, si possano fare, resta un mistero. Soprattutto perché rimane un atto soggettivo, tipicamente soggettivo: una libertà estrema, che viene usata contro se stessi. E, come è noto, la libertà (come vita e morte) resta un mistero. Un enigma di cui si può disquisire filosoficamente o religiosamente, ma sempre sulla base delle differenti sensibilità e culture. Il dibattito può perciò anche essere appassionante, ma non può offrire soluzioni definitive, accettate da tutti.
I comportamenti dell'uomo possono però essere socialmente regolati, dall'esterno. Nelle nostre società, governate da processi di razionalizzazione e di ricerca dell'efficienza sociale, la libertà non viene forse regolata legislativamente ? Pertanto era quasi scontato, che prima o poi, si sarebbe giunti alla "regolazione sociale" della morte. Come infatti sta avvenendo in molti paesi... E qui va tratta una prima conclusione. L'eutanasia per legge, non è un fatto di libertà, ma rappresenta la traduzione in dettato legislativo, di una necessità del sistema sociale: quella di razionalizzare, rendendola socialmente "accettabile" e gestibile, la morte dei singolo.
La regolazione sociale, e qui veniamo al secondo punto, implica però la presenza di burocrazie composte di esperti, in grado di "perfezionare" , o più spesso di sostituirsi, alle decisioni dei singoli. Con il corollario, classico, dei processi di razionalizzazione: quello del "controllo dei controllori" e dunque della possibilità di valutazioni diverse e perciò talvolta contraddittorie. Aspetti, ai quali vanno ad aggiungersi, certe inefficienze tipiche dei processi burocratici (legate alla cosiddetta "mentalità di routine"), oltre che alla difesa di rendite parassitarie, "difesa" che spesso sconfina nell'illegalità e nella corruzione. Insomma, come insegna Max Weber, e prima di lui altri studiosi e filosofi, spesso i processi sociali subiscono l'eterogenesi dei fini: il bene (perseguito) si trasforma in male (realizzato). Questo per spiegare che il perseguimento della razionalità sociale (dal punto di vista sistemico-oggettivo) può tradursi in dannosa irrazionalità individuale (dal punto di vista individuale-soggettivo). Insomma, spesso il risultato delle azioni sociali non dipende dall'obiettivo prefissato ma dal modo in cui le condizioni istituzionali esterne rischiano di modificarlo, o trasformarlo completamente. In peggio.
Sono tutte riflessioni che dovrebbero pacatamente fare coloro che si battono oggi per il "testamento biologico", che in sé è un supremo atto di libertà - dando per scontata l'accettazione del punto di vista oggi prevalente - , ma che in realtà rischia di trasformarsi in una libertà, come già accade in altri campi, burocratizzata, e dunque nociva per l'individuo, e di ritorno per la stessa società. Si pensi solo alla difficoltà di trasformare certi parametri soggettivi in oggettivi: ad esempio come stabilire una soglia di sopportabilità dolore? (Che varia da individuo a individuo).
Certo, non neghiamo che si possano stabilire "standard". I quali, però, proprio perché riflettono valori medi, farebbero scomparire le tanto celebrate differenze individuali. Un ragionamento, questo, che può essere esteso agli altri problemi "tecnici" o medici che riguardano l'eutanasia.
Certo, tutto si può fare. La nostra è una società che finora, nel bene e nel male, non si è mai fermata davanti a nulla. Ma l'eutanasia, la "morte dolce", come scrivono quasi tutti i giornali, può essere ridotta a un problema legislativo di "regolazione della libertà"? O di puro e semplice uso burocratico di risorse economiche? O, per dirla tutta, trasformarla in un' ennesima manifestazione di "banalità del bene"?

Carlo Gambescia

giovedì 21 settembre 2006


Americani e antimericani
Una fenomenologia




Purtroppo dobbiamo prenderla un pochino da lontano.
Vi sono due approcci alla realtà: uno di tipo ideologico (formale, nel senso della "forma ideologica" di un fenomeno)), uno di tipo storico (contenutistico, che può anche essere economico, sociologico, eccetera). Ovviamente ogni approccio contenutistico, ha un suo nucleo ideologico-disciplinare interno (e dunque abbiamo una "logica" economica, sociologica: l'homo oeconomicus, l'homo sociologicus, eccetera). Quindi i due approcci sono complementari.
Ora, quando si esamina un fenomeno sociale, lo si esamina perciò sempre sotto questi due aspetti: formale e contenutistico. Ad esempio, se esiste un homo sociologicus, a quali principi fa appello la sua "logica" ideologica giustificativa interna, e in quali contenuti sociali concreti si manifesta? Quali sono i principi ideologici ( la forma) di ogni azione sociale (contenuto). Infine, va detto, che forma e contenuto dei rapporti sociali possono essere analizzati da due punti di osservazione: quello interno, di chi compie l'azione, e quello esterno dell'osservatore. Pertanto, quel che può essere logico-giustificativo dal punto di vista del soggetto che compie l'azione può non esserlo da quello dell'osservatore, e viceversa, proprio perché le conseguenze sociali (i contenuti dell'azione sociale) possono essere giudicate positive o meno, sia dal punto di vista soggettivo che oggettivo. I livelli sociali di soggettività e oggettività devono essere fissati storicamente e sociologicamente (in relazione alle caratteristiche storico-sociali) . Dal momento che se vogliamo fare analisi storica e sociologica seria non possiamo invocare alcun principio metastorico o superiore. E' il prezzo da pagare. E una volta fatta questa (l'analisi seria) ogni lettore, ovviamente potrà trarre le sue, personali, conclusioni politiche.
Ora, quali principi vengono invocati, diciamo così, da chi oggi ha sposato la causa degli Stati Uniti (l' homo philoamericanus) e più in generale dell'Occidente?
In primo luogo, si identifica, a grandi linee, sulla base di una comune tradizione ( Atene, Gerusalemme, Roma) l' Europa con gli Stati Uniti.
In secondo luogo, si fanno collimare gli interessi geopolitici tra Europa e Stati Uniti.
In terzo luogo, si fa dipendere il futuro dell'intero pianeta, dalla coesione di tale alleanza
E su queste basi, gli Stati Uniti, con l'aiuto dell'alleato europeo, si sono "concretamente" (ecco i contenuti) sempre più trasformati in quello che i media chiamano, forse con termine improprio, "polizia mondiale" o "imperiale". Può piacere o meno ma cosi è: da una parte ormai ci sono i poliziotti e dall'altra i ladri...
Ora, che il potere debba essere esercitato nella storia, di volta in volta, dalla potenza più forte è un dato di fatto: una costante della "fisica" socio-politica, che non ammette vuoto di potere... Come lo sono (costanti) le motivazioni ideologiche, i "principi" che di volta in volta vengono invocati in difesa di un certo progetto politico. E' ovvio che sulla bontà di tale principi, dal punto di vista oggettivo, è difficile giudicare. Perché chi osserva dovrebbe possedere capacità predittive, o se si preferisce essere a conoscenza del senso finale della storia, e soprattutto della sua durata definitiva. E quindi, visto che non disponiamo di tali conoscenze finalistiche, dobbiamo porre sullo stesso piano sia le tesi difese da coloro che sostengono la causa dell'Occidente, sia le tesi difese da chi non è d'accordo.
Ma fino a un certo punto. Vediamo perché.
Come abbiamo detto i livelli di soggettività e oggettività vanno fissati storicamente. Ma su quali basi? Quelle "ricavate" dai precedenti storici, tenendo però realisticamente conto, ripetiamo, che in conseguenza di quel che "teoricamente" potrebbe essere la durata del corso futuro della storia umana, la nostra base osservativa è piuttosto limitata nel tempo . Quindi nulla di definitivo.
Tuttavia, sulla base (molto parziale) dell'osservazione storica e sociologica, si può ritenere, che siamo appena all'inizio della costruzione di una nuova fase imperiale (apertasi con la dissoluzione dell'Unione Sovietica), o comunque la si voglia chiamare. Una fase magmatica, complicata, conflittuale, eccetera. Ma di questo si tratta. E come ogni fase allo stato nascente le élite al comando hanno la necessità di una preciso rinforzo ideologico, in grado di invocare, provare e perorare la causa della pace universale, della giustizia del nuovo diritto universale, dei diritti umani, eccetera. Insomma, di una "autogiustificazione", come è del resto accaduto altre volte nella storia. Ideologia giustificativa, che nel nostro caso, è ben rappresentata dall'occidentalismo di cui sopra. Pertanto è più che naturale e comprensibile, che vi siano suoi oppositori e sostenitori, tutti molto motivati.
La battaglia è in corso. Basta aprire i giornali.
E, anche se la storia insegna, che in certe situazioni, le terze vie difficilmente si impongono da sole, sarebbe giusto ( e qui introduciamo anche noi una categoria giustificativa...) riuscire a costruire, e imporre all'interno del dibattito, non solo culturale, una terza figura: un uomo né "philoamericanus" né "antiamericanus".
Ecco probabilmente la vera sfida. Assai diversa da quella segnata da insulti reciproci tra filoamericani e antiamericani, tra occidentalisti e antioccidentalisti...

Carlo Gambescia

mercoledì 20 settembre 2006

Il libro della settimana. M. Ignatieff, Il male minore. L'etica politica nell'era del terrorismo globale, Vita & Pensiero, Milano  2006, pp. 240, euro 18,00 


http://www.inmondadori.it/male-minore-etica-politica-Michael-Ignatieff/eai978883431247/

E’ sufficiente il diritto penale di pace per affrontare il terrorismo internazionale? Nella “guerra”, in corso, contro il fondamentalismo islamico, può essere necessaria una sospensione dello stato di diritto? Un terrorista, “che sa” e non vuole parlare, può essere torturato? Si tratta di interrogativi non da poco. Che Angelo Panebianco, favorevole alla linea dura (ma non alle torture), si è posto sulle pagine del "Corriere della Sera" nel cuore di agosto, attirando più dissensi che consensi. Solo per fare qualche nome, tra i più critici, ricordiamo Scalfari, Cordero, Caselli, Robecchi, ma anche Magris e Filippo Andreatta.
Quel che ne viene fuori è una poco ricomponibile controversia tra realisti e moralisti della politica. Da un lato il realismo di Panebianco, che scorge nei terroristi non dei gangster (come invece ritengono i suoi critici) ma soldati di un esercito transnazionale. Di qui la necessità di replicare colpo su colpo, affidandosi alle forze armate e ai servizi segreti. Dall’altro lato, l’irrealismo morale dei grandi principi, che rischia di tradursi nell’eccesso di garantismo e nel primato della magistratura. Se, ci si passa la battuta: il brillante politologo liberale vuole combattere il terrorismo a colpi di cannone, i suoi critici a colpi di pandette.
Panebianco, insomma, ritiene che la democrazia occidentale, debba essere difesa, a ogni costo, anche a prezzo di ricorrere, allo stato di eccezione: alla sospensione per alcuni individui, particolarmente pericolosi, e in determinate circostanze (come una guerra appunto), dell’applicazione regole dello stato di diritto. Per i suo avversari, vale invece il contrario, la democrazia occidentale può essere difesa, solo rivendicando, le regole dello stato di diritto, proprio contro coloro, che come i terroristi, vogliono distruggerle, o usarle strumentalmente contro le istituzioni democratiche.
Ma a dire il vero, questo dibattito ha pure evidenziato un convitato di pietra: Carl Schmitt. Il grande giurista tedesco riteneva infatti che “sovrano è colui che decide [lo stato di] eccezione”. Ma, chi deve decidere lo stato di eccezione nell’attuale guerra al terrorismo? La politica (nel senso del governo in carica) o la magistratura? Schmitt e Panebianco risponderebbero, di getto, la politica. Scalfari invece, la magistratura. E qui lasciamo libero il lettore di riflettere e rispondere, secondo sensibilità…
Comunque sia, una buona guida in argomento è rappresentata dal libro di Michael Ignatieff, Il male minore. L’etica politica nell’era del terrorismo globale (Vita & Pensiero, Milano 2006, pp. 240, euro 18,00). Il suo autore, largamente tradotto e commentato in Italia, è direttore del Carr Center for Human Rights Policy alla Kennedy School of Government di Harvard. Il volume esce nella prestigiosa collana “Relazioni Internazionali e Scienza Politica”, dell’ASERI (presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano), diretta da Vittorio Emanuele Parsi.
Diciamo subito, che questo volume si colloca, rispetto alle polemiche italiane, a un livello filosofico-politico più elevato, e per questo è interessante leggerlo. Ignatieff introduce subito il concetto di “male minore”. Non si interroga, insomma, sul chi ( debba decidere) ma sul come e perché si debba decidere lo stato di eccezione. Iniziamo dal perché.
“Nella guerra contro il terrore, scrive l’autore, il punto essenziale non è se noi possiamo evitare atti malvagi in quanto tali, ma se siamo capaci di scegliere i mali minori evitando che diventino maggiori” (p. 45). E in questo senso, per Ignatieff, lo stato di eccezione rappresenta il male minore perché il terrorismo è il male maggiore, dal momento che minaccia il nostro sistema democratico di vita: “Il terrorismo non è solo un crimine contro la vita e la libertà delle sue vittime, ma anche contro la politica in sé, contro la pratica della deliberazione pubblica, del compromesso e della ricerca di strumenti non violenti e di soluzioni ragionevoli” (p. 167). Con una avvertenza: “La mia tesi è che dovremmo farlo ponendoci alcuni obiettivi di base - il principio di conservazione (mantenere libere le nostre istituzioni) e il principio di dignità (tutelare gli individui dai danni irreparabili) - per poi ragionare sulle conseguenze delle diverse strategie d’azione prevedendo, per quanto possibile i danni e giungendo a formulare un giudizio razionale su quale sia la linea di condotta capace di produrre i danni minori ai due principi di cui sopra” (45-46).
Quanto al come decidere lo stato di eccezione, Ignatieff propende per il “massimo della pubblicità”. Ogni decisione deve essere presa pubblicamente e nelle sedi politiche preposte: “Prima di procedere con le misure più estreme, sono state battute senza successo tutte le altre? Vi è poi, - aggiunge - l’importante questione dell’esame della pubblicità, legato al fatto che le politiche intraprese abbiano passato una revisione dibattimentale pubblica presso le assemblee legislative o a cura delle autorità giudiziarie (…). Infine un ‘conveniente rispetto per le opinioni dell’umanità’, insieme alla necessità più pragmatica di assicurarsi l’appoggio di altre nazioni nella guerra contro il terrorismo globale, richiede che tutti gli stati che combattono il terrorismo passino gli “esami degli obblighi internazionali (…), rispettando gli impegni assunti e tributando la necessaria attenzione ai propri alleati e amici. Se tutto questo, conclude Ignatieff, si concretizza in una serie di limiti che legano le mani ai nostri governi, così sia. E’ nella natura stessa della democrazia, che essa debba combattere con un braccio legato dietro la schiena. Ma è altrettanto nella natura della democrazia che vinca contro i propri nemici precisamente per questa ragione” (pp. 52-53).
Il che include, ovviamente, il rifiuto di qualsiasi forma di pressione psicologia e fisica nei riguardi di eventuali “terroristi” catturati (le famigerate torture…). In quanto titolari, anche questi ultimi, di “indivisibili” diritti umani. Il cui godimento deve accomunare, nel rispetto dell’habeas corpus, tutti i combattenti in campo.
Su quest’ultimo punto, proprio a cause delle tragedie provocate dal mancato rispetti dei diritti umani nelle due terribili guerre novecentesche (per non parlare di quelle venute dopo…), non si può non essere d’accordo.
Tuttavia il discorso di Ignatieff non convince fino in fondo. Per due ragioni.
In primo luogo, il concetto di “male minore”, non è concretamente misurabile. Certo, la distruzione di un piccolo stato (magari “canaglia”) rispetto alla scomparsa dell’intero pianeta, può essere giudicata un male minore. Ma come valutare i casi intermedi? Tra due potenze regionali in conflitto, il “male minore” può essere rappresentato dalla distruzione di quella più piccola (magari civili inclusi)? Soprattutto se a deciderlo è qualche superpotenza che si schiera, per ragioni non sempre limpide, a fianco di uno dei due paesi contendenti?
In secondo luogo, il problema delle pubblicità delle procedure, viene trattato da Ignatieff, in termini troppo astratti. Di solito le guerre moderne, come la sociologia insegna, producono un colossale accentramento di potere politico ed economico nelle mani dello stato. Di qui la difficoltà di garantire quella pubblicità delle decisioni, sui cui Ignatieff, fa filosoficamente, grande affidamento. Si pensi solo, e per citare un caso minore, alla figura del giornalista “embedded”, molto criticata per il suo conformismo politico durante l’ultimo conflitto in Iraq.
Come si può notare, non sono questioni di secondaria importanza. Probabilmente irrisolvibili, o comunque che vanno affrontate nella concretezza degli eventi reali, caso per caso.
Ma, oggi, c’è in Europa, la volontà politica di affrontarli? 

Carlo Gambescia

martedì 19 settembre 2006


Il Papa è in grado difendersi da solo
Crociati a metà prezzo


Vittorio Feltri: Presente! Paolo Guzzanti: Presente! Giuliano Ferrara: Presente! Paolo Mieli: Presente! Ezio Mauro: Presente! E l’appello potrebbe continuare… Come azzimati ufficialetti della Belle Epoque (forse solo l’uniforme di Ferrara avrebbe bisogno di una allargatina…), direttori ed editorialisti dei principali quotidiani moderati (moderati?) hanno deciso di prendere le difese del Papa. Il quale però è perfettamente in grado di difendersi da solo… Oggi, ai farneticanti proclami, di un gruppo estremistico, sulle cui origini e finalità si discute e indaga ancora, la stampa moderata  ha risposto con titoli ed editoriali, scritti a dir poco con l’elmetto. Il Papa chiamò (non è vero): parà-parà-parà-parà…parà-parà-parà-papà (sulle note dell'inno d'Italia). E giù con massicce vendite di "oppio" politico. Per combattere e morire senza accorgersi di nulla.  Ora, il “terrorismo” va combattuto. Uccidere persone inermi è un crimine che non ha alcuna attenuante: su questo non si discute. Ma, a nostra volta, uccidere civili e bambini con le bombe a grappolo e invadere in armi l’intero Medio Oriente, che cos’è? Un atto di bontà. In un quadro del genere, dove i cattivi non sono solo da una parte, non convince proprio l’ “Addio mia bella addio – L’Armata se ne va – Se non partissi anch’io, sarebbe una viltà” cantato a squarciagola con la mano destra sul cuore e l’occhio lucido, dagli ufficialetti di cui sopra  La situazione è talmente grave, al punto di aver assunto forza propria. E chi conosce la storia sa benissimo quel che diciamo: cresce il rischio dell’assoluta incontrollabilità del quadro politico internazionale. Ma allora che senso ha criminalizzare tutto il mondo islamico? Dov’è la proverbiale capacità liberale di ragionare e dialogare? Al Quaeda vuole conquistare Roma? Così almeno riferiscono i media. Ma vi ricordate sul "Corriere della Sera", le paginate pubblicitarie dedicate a quel gioiello di obiettività che è la Trilogia della Fallaci. Proprio un libro da consigliare a chi non conosca l’ Islam: Fallaci e moschetto, occidentalista perfetto. Un appello al dialogo. La scrittrice e grande giornalista è morta, dispiace, ma certe cose vanno dette. Basta, insomma con i  Crociati a metà prezzo... Magari della Lego...
Ancora due osservazioni.In primo luogo, questa pericolosa e pilotata faziosità: alle scuse del Papa doveva seguire un diplomatico silenzio da parte europea, e invece ecco spuntare, "piano piano" e sempre più numerosi, i suoi difensori… Guarda caso, gli stessi che a suo tempo hanno rifiutato di inserire qualsiasi riferimento al cristianesimo nella Costituzione europea. I conti non tornano… 
In secondo luogo, questa incapacità politica di capire che il colpo su colpo invocato dalla stampa moderata (moderata?) - e da chi c’è dietro - e messo in pratica dagli eserciti dell’Occidente, può solo accelerare la velocità di quella macchina acefala che si chiama guerra asimmetrica: noi vi colpiamo in America, voi ci colpite in Afghanistan e Iraq, e noi rispondiamo colpendo Madrid, Londra…. E così via: senza vinti né vincitori. Insomma, invece di comprendere che è giunto il momento di dissociarsi da ogni inutile bellicismo e di inaugurare una politica europea, capace di dialogare con l’Islam e isolare gli estremisti, ci si appiattisce su una scelta filo-Usa, che porterà solo altre bombe e sangue e vittime innocenti. E allora, ecco, che si difende il Papa - che ripetiamo non lo ha assolutamente chiesto perché sa difendersi da solo - soltanto per saldare in modo strumentale la causa della politica (di potenza) a quella “religiosa”.
E se la stampa, la grande stampa moderata (moderata?) europea invece di ragionare, continuerà a invocare guerre sante e vendere "oppio politico" oltre a perdere la faccia, contribuirà moralmente, all’estensione del conflitto con l’ Islam tout court e purtroppo alla perdita di altre vite umane.
Si spera solo che la Chiesa Cattolica non cada nell’inganno e non dia alcun avallo. Che l'oppio, certi  pseudo difensori dell'Occidente,  se lo vendano da soli...
Carlo Gambescia

lunedì 18 settembre 2006


Dopo Ratisbona
Che mestiere difficile fare il Papa!



Come commentare la tanto discussa Lectio magistralis tenuta dal Papa alll'Università di Ratisbona e soprattutto le dure proteste islamiche che ne sono seguite?
Innanzitutto, va detto, che per dare un giudizio definitivo di merito, si dovrà leggere il testo integrale del suo intervento. Tuttavia, le “quasi scuse”( “Benedetto XVI [è] dispiaciuto”), come le hanno chiamate i media, e il “rammarico espresso dal Papa stesso, durante l’Angelus di ieri indicano, come si dice, che dietro il fumo mediatico… Daremmo perciò per scontato che il Papa, nella stesura del suo testo non abbia potuto o voluto sottolineare a sufficienza la distanza tra la sua posizione ( e quella della Chiesa) sull’Islam, che è di dialogo e apertura, e quella esemplificata dalla frase incriminata di Manuele II, sovrano bizantino, citata dal Papa. Passo che stando al "Corriere della Sera" (17/9/06), può essere così riassunto: ([In Maometto] … troverai sole delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere la fede per mezzo della spada”]). E qui ci fermiamo, ritenendo inutile insistere sulle altre implicazioni di tipo teologico emerse durante l' infuocato dibattito mediatico e politico di questi giorni... Ci limitiamo a segnalare il “capo di imputazione” più grave.
La frase citata dal Papa è oggettivamente forte. E in una situazione di guerra, come l’attuale, dove ormai basta un non nulla perché l’incendio si propaghi e sviluppi rischiando di travolgere anche quel poco di civiltà e tolleranza che è ancora in piedi, non andava pronunciata. E quindi giusto, doveroso, o comunque opportuno in uno scenario politico così grave, che Benedetto XVI si sia scusato.
Non amiamo la dietrologia. Probabilmente si è trattato di una gaffe. Dovuta al fatto, e sia detto con tutto il rispetto, che il “mestiere” di Papa è difficile e non si impara in un giorno. Anche ( o forse proprio) se si è dotti professori di teologia. E le scuse sono a lì a testimoniare la buona fede del Papa. Siamo prontissimi a scommettere che non ci sarà nessun cambiamento di “linea politica” nei riguardi del mondo islamico. Il Papa continuerà a schierarsi per la pace e per il dialogo (culturale) interreligioso. E, purtroppo, nessuno, proprio nessuno (come in occasione della ripetuta condanna dell’invasione israeliana del Libano) continuerà ad ascoltarlo… E questo, sicuramente, non dispiacerà ai fondamentalisti dei due schieramenti.
Quel che invece è (volutamente?) sfuggito a occidentalisti e antioccidentalisti è la sua condanna del “cinismo” che oggi pervade e avvelena l’Occidente. E che costituisce un vero ostacolo al dialogo, non solo religioso, con gli altri popoli Ci riferiamo all’omelia letta a Monaco all’inizio della visita in Germania, di fronte a duecentocinquantamila persone. Eccone un passo, tratto dal "Corriere della Sera" (11/9/06): “Le popolazioni dell’Africa e dell’Asia ammirano le nostre prestazioni tecniche e la nostra scienza, ma al contempo si spaventano di fronte a un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da imporre anche alle altre culture”.
Ovviamente, al non credente l’accenno a Dio, può non essere gradito, come è naturale che sia. Ma la critica a una ragione strumentale che divora implacabilmente l’anima degli uomini non può essere ignorata a va meditata. Da tutti, credenti o meno.
Ma il vero punto è un altro. Come mai le durissime espressioni del Papa nel riguardi di un mondo completamente secolarizzato, materialista e utilitarista, non hanno ricevuto la stessa attenzione dai “teocon” dei due schieramenti? Come mai Galli della Loggia, che sul "Corriere della Sera" (17-9-06), mescolando confusamente sacro e profano (il papa e “l’atea cristiana” Oriana Fallaci), ha invitato lettori occidentalisti “a non mollare”, si è invece ben guardato dal dedicare una sola riga di commento all’omelia di Monaco? Come mai i gruppi di “arrabbiati” antioccidentalisti, presenti nel mondo arabo e soprattutto islamico, si sono comportati esattamente come Galli della Loggia? Probabilmente, gli estremi si toccano… Ma, in questo caso, per quali ragioni ?
Ecco un buon argomento di riflessione.

Carlo Gambescia

venerdì 15 settembre 2006

Il re dello "spezzatino"
 Marco Tronchetti Provera



La questione dello scorporo Telecom dovrebbe essere motivo di riflessione non tanto sulle cosiddette "debolezze" del capitalismo familiare italiano, ma sulla natura stessa del capitalismo contemporaneo, che è essenzialmente finanziario e punta su pericolose forme di monopolismo o "concentrazione orizzontale plurisettoriale senza integrazione fra settori" ( il concetto risale all'economista Francesco Forte, Il controllo del potere economico, Sugarco 1989, p. 27 ).
Il vero problema, insomma, non è se Prodi sapesse o meno, ma la natura profondamente onnivora e antisociale di certo capitalismo, rappresentato da uomini come Tronchetti Provera, per i quali l'unico obiettivo è il potere economico e finannziario e mai, assolutamente mai, l'interesse collettivo.
Ma che c'è di male nella concentrazione economica "orizzontale" e plurisettoriale senza integrazione rispetto a quella verticale, settoriale e integrata ? Ci spieghiamo subito.
La concentrazione verticale e settoriale, o comunque volta all'integrazione tra settori, ha ancora un senso economico e sociale, seppure ovviamente criticabile dal punto di vista della dottrina liberale: coordina i costi fissi, favorisce l'innovazione, elimina la sovrapposizione tra uffici acquisti e vendita ai vari stadi produttivi, eccetera. La grande industria automobilistica novecentesca ne è il migliore esempio (o peggiore dal punto di vista ecologico e delle opinioni politiche individuali). Comunque sia, economicamente e socialmente "funziona": favorisce l'occupazione e la produzione standardizzata di massa. E, ovviamente, anche se si può non essere d'accordo, garantisce rendite di posizione a chi ne è alla guida.
La concentrazione orizzontale plurisettoriale, senza integrazione fra settori, oltre a non favorire un'allocazione economica efficiente, distrugge l'occupazione, si lega profondamente al potere finanziario perché produce e vende "liquidità" e non beni materiali; e punta a conquistare il potere politico e mediatico, per ottenere un bene immateriale e sociologico fondamentale: la credibilità economica e sociale. Mentre in realtà è una piovra: "concentra" tra settori diversi, senza assolutamente preoccuparsi di integrarli, dal momento che non rientra fra i suoi scopi. Il solo obiettivo è quello di godere di rendite di posizione poltiiche ed economiche senza dare nulla in cambio alla comunità. E qui veniamo a Tronchetti Provera.
Tronchetti Provera diviene amministratore delegato della Pirelli (core business: pneumatici e cavi) agli inizi del 1992. Tre anni dopo (1995) diventa primo azionista della Pirelli. Nel 1999 acquista la Unim ( la più grande società immobiliare quotata in Borsa, nata dalla scissione con l'Ina) e si lancia sul mercato del mattone, acquisendo la Edilnord. Nel 2000 cede i sistemi ottici alla Cisco e i componenti ottici alla Corning. Vince con Benetton la gara per la privatizzazione di Grandi Stazioni, ma perde quella per gli Areoporti di Roma. Dalla vendita di Optical Technologies (componenti ottici) all'americana Corning (che i media definiscono l'affare del secolo; si veda Marco Liera, Re di denari, Sperling Kupfer 2001, pp. 57-74) realizza le gigantesche plusvalenze che gli consentiranno di acquistare Telecom nel 2001 (piena di debiti ma vendibile lucrosamente a "pezzi", o spezzatino), e poi inglobare pure Olivetti ( o quel che ne restava), per ripetere l'esperienza Pirelli (di cui oggi rimangono solo il nome e un pugno di dipendenti), e lanciarsi probabilmente nel settore dei media per garantirsi finalmente il passaporto mediatico, per successive e sempre più spericolate operazioni di concentrazione orizzontale plurisettoriale. E così inzia a vendere, l' una dopo l'altra, le partecipazioni europee alla telefonia mobile e non: Seat, Tim Hellas, Auna, Mobilkom, Bouygues . Finché non viene il turno di Tim.
Qui, però, Tronchetti Provera pesta i piedi a qualcuno. Dal momento che l'atteggiamento dei media cambia nel corso di una settimana: dall' "attesa positiva" alla critica, più o meno aperta. Probabilmente i suoi amici banchieri (le principali banche italiane e soci stranieri difficili da individuare, ) non lo ritengono più all'altezza della situazione. E stanno per abbandonarlo. Le polemiche con Prodi e i sussulti (a comando) di italianità della stampa indicano che la posizione attuale di Tronchetti Provera non è molto salda. E potrebbe peggiorare. Il che può essere importante fino un certo punto. Perché il sistema economico è in grado di clonare in qualsiasi momento personaggi come lui. Il vero punto è che occorre una legge, ferrea, capace di controllare le formazioni monopolistiche (anche verticali, dunque) e vietare in qualsiasi caso la nascita di concentrazioni orizzontali plurisettoriali, senza integrazione fra settori.
Il problema è il sistema e non le sue "rotelle", grandi o piccole, come Tronchetti Provera. Ma dov'è la politica?
In Cina.

Carlo Gambescia 

giovedì 14 settembre 2006




Le ferie degli italiani secondo Rutelli 

Uozzamerica!




Per fortuna è sceso il silenzio, ormai da giorni, sulla proposta rutelliana di “riorganizzazione delle ferie degli italiani”, seguendo un modello americano.
Ma che cosa che cosa c’era (e c’è) di serio nel progetto? Poco, molto poco… Vediamo perché. Innanzitutto negli Stati Uniti dove si lavora di più (una media di cinquanta ore settimanali contro le trentacinque-quaranta europee) e si fanno meno ferie (sette giorni annui contro trenta) si guadagna meno che in Europa. Negli Usa salari e stipendi medio-bassi sono fermi da almeno una decina di anni. Nell’ultimo decennio un operaio americano ha infatti guadagnato (in termini di potere d’acquisto) meno di quello che percepiva negli Sessanta. Di più: la distanza tra gli stipendi medio-bassi (alcune decine di migliaia di dollari) e gli stipendi medio-alti (alcune centinaia di migliaia di dollari) è cresciuta e cresce a velocità esponenziale. Un quadro-dirigente (medio alto) guadagna almeno cento volte in più di quel che percepisce un impiegato di basso livello (per non parlare di un operaio). Mentre un alto dirigente mille volte di più. Per i top manager, infine, si parla di cifre quasi incalcolabili. E, soprattutto, di distanze economiche e sociali praticamente incolmabili, nonostante la persistenza del mito del self-made man.
Quel che però qui interessa è che le ferie ridotte, e l’ alta produttività americana non corrispondono a una qualità di vita europea. In America, la distinzione tra ricchi e poveri è lampante, e la si scopre appena si prende la metropolitana… Pertanto, agli orari di lavoro massacranti non corrisponde alcuna riduzione delle distanze sociali. Come è noto, secondo alcuni studiosi marxisti, l’elevata produttività del capitalismo, non solo americano, implica automaticamente un durissimo sfruttamento, più o meno mascherato, del lavoratore. Di qui la famigerata richiesta di “lavorare meno lavorare tutti”…. Probabilmente esagerano, ma in certe analisi, a partire da quelle classiche di Marx, c’è del vero, soprattutto se pensiamo che il venticinque per cento della popolazione americana vive oggi in condizione di povertà e semipovertà. Per non parlare della situazione in cui versa larga parte della popolazione mondiale.
Gli Stati Uniti non sono perciò un buon esempio. Ma gli americani di Europa come Rutelli sembrano ignorarlo e parlano di riorganizzazione “lavorista” delle ferie, coprendosi così di ridicolo.
Va poi precisato un aspetto: l’americano e l’europeo ( o l’italiano) medio giudicano il lavoro secondo modalità profondamente differenti.
Negli Stati Uniti, è ancora piuttosto diffusa, soprattutto tra le classi medie, la mentalità di derivazione calvinista e puritana che scorge nel lavoro uno strumento per realizzarsi agli occhi di Dio, o molto più realisticamente dei vicini… E si tratta di un atteggiamento, più comune di quanto si creda, presente anche nella borghesia multiculturale di origine nera e ispanica, e ovviamente in quella di più antica immigrazione.
Invece in Europa, soprattutto quella cattolica, vale ancora oggi, l’antico principio del lavoro come “mezzo” per guadagnarsi la vita e non come “fine” in sé. Fortunatamente l’ Europa risente di un antico cattolicesimo spirituale e sociale: con i suoi tempi dedicati al rito, alla pratica di elevazione, e non di puro aiuto del povero, alla vita interiore (l’ora et labora, è assai diverso dal labora e basta della tradizione protestante…). Ma ha la sua importanza anche una tradizione precristiana segnata dall’ idea di otium , dai tempi di vita “lenti” , e dal gusto dionisiaco della festa; tradizione ancora viva nel Mezzogiorno europeo.
Si tratta insomma di mentalità profondamente diverse. Per dirla tutta, la proposta rutelliana nasconde una volontà, non sappiamo quanto consapevolmente motivata, di “americanizzare” massicciamente l’ Italia e l’Europa. Come se non lo fossero già abbastanza…
Infine, quel che più infastidisce, è che il modello lavorista americano, venga presentato da una stampa compiacente, come “libertà dal calendario e [dalla] gabbia delle abitudini (La Repubblica, 3 settembre).
Certo, il “lavoro rende liberi”… 

Carlo Gambescia

mercoledì 13 settembre 2006



Il libro della settimana. Werner Sombart, Perché negli Stati UNiti non c'è il socialismo, Bruno Mondadori, milano 2006, pp. XXX-153, Euro 15,00.

http://www.ibs.it/code/9788842492894/sombart-werner/perche-negli-stati.html


Leggere un libro di Werner Sombart è come degustare quei vini, che più invecchiano più si fanno apprezzare. E’ perciò sicuramente meritoria l’idea di ripubblicare Perché negli Stati Uniti non c’è il socialismo? ( Bruno Mondadori, Milano 2006, pp. XXXVIII-153, euro 15,00, con prefazione di Guido Martinotti e traduzione dal tedesco di Giuliano Geri, entrambe nuove di zecca).
Quando uscì per la prima volta in Italia nel 1975 (Edizioni Etas), con una prefazione di Alessandro Cavalli, ci si interrogava ancora positivamente sulle potenzialità del socialismo nel mondo, e in particolare, sulla “anomalia americana”. Un questione che aveva così incuriosito Sombart, reduce nel 1905 da un viaggio negli Stati Uniti, fino al punto di scrivervi sopra un libro, uscito nel 1906.
Se le date, e soprattutto le accelerazioni della storia, hanno un senso, si può dire, che quello che è accaduto tra il 1905 (anno della prima rivoluzione russa) e il 1975 (anno in cui gli Stati Uniti escono, e con le ossa rotte, dalla guerra vietnamita), non è ancora niente rispetto a quel che accadrà tra 1976 e il 2006: dalla caduta del comunismo all’ascesa degli Stati Uniti a unica potenza mondiale.
Perciò se oggi Sombart miracolosamente tornasse in vita non potrebbe più considerare il socialismo, come una specie di orizzonte obbligato: come il naturale prolungamento del capitalismo. Perciò la sua domanda non potrebbe più essere la stessa: perché non c’è il socialismo negli Stati Uniti, dal momento che non c’è più socialismo nel resto del mondo…
In tal senso, mentre trent’anni fa, il testo sombartiano doveva essere letto avidamente dal socialista “inquieto” per tracciare il rapido identikit, di un capitalismo pericoloso, ma comunque battibile, oggi lo stesso libro deve essere divorato dal capitalista “quieto”, sicuro di sé, perché vittorioso. E che come Narciso, gode immensamente, nel guardarsi allo specchio, fornitogli un secolo fa da Sombart.
Insomma, il grande sociologo tedesco - di qui la classicità del suo studio - ci spiega, in modo indiretto, perché il capitalismo ha vinto… Anche se, si può aggiungere, per il famoso principio delle accelerazioni storiche di cui sopra, solo per il momento…
Ma veniamo al libro.
Per Sombart il capitalismo americano è una specie di spugna, capace di assorbire le menti di uomini e donne di ogni razza e cultura. In che modo? Dando a tutti la possibilità di arricchirsi. Detta così l’affermazione sombartiana può sembrare banale. Ma si deve prestare attenzione all’idea di “possibilità” : nel senso dell’essere possibile che una cosa avvenga. Ma anche, proprio perché si tratta di una possibilità, che un certa cosa non avvenga. Di più: il continuare a credervi, anche dopo un certo numero di fallimenti personali, implica una fede nel successo quasi religiosa.
Ma ascoltiamo Sombart: “Se il successo è il dio davanti al quale l’americano recita le sue preghiere, allora la sua massima aspirazione sarà quella di condurre una vita gradita al suo dio. Così, in ogni americano - a cominciare dallo strillone che vende i giornali per strada - cogliamo un’irrequietezza, una brama e una smaniosa proiezione verso l’alto e al di sopra degli altri. Non è il piacere di godere appieno della vita, non è la bella armonia di una personalità equilibrata possono dunque essere l’ideale di vita dell’americano, piuttosto questo continuo ‘andare avanti’. E di conseguenza la foga, l’incessante aspirazione, la sfrenata concorrenza in ogni campo. Infatti, quando un individuo insegue il successo deve costantemente tendere al superamento degli altri; inizia così una steeple chase, una corsa a ostacoli (…). Questa psicologia agonistica genera al suo interno il bisogno di totale libertà di movimento. Non si può individuare nella gara il proprio ideale di vita e desiderare di avere mani e piedi legati: L’esigenza del laissez faire fa parte perciò di quei dogmi o massime che (…) si incontrano inevitabilmente ‘quando si scava in profondità nello spirito del popolo americano’ ” (p. 17).
Ovviamente, Sombart colloca queste costanti psicologiche e culturali nell’alveo di una società ricca di risorse naturali lontana anni luce dal feudalesimo europeo, e le cui élite sono almeno formalmente aperte a tutti. Una società, ricca e libera, dove ogni rapporto economico e politico è affrontato in termini di interessi individuali e mai di classe. Da questo punto di vista sono molto interessanti e attuali le pagine dedicate alla posizione politica, sociale ed economica dell’operaio americano, il cui tenore di vita, già a quei tempi, nota Sombart, “lo rend[e] più simile al nostro ceto medio borghese, anziché al nostro ceto operaio” (p. 125).
Come del resto è significativo quel che viene osservato a proposito dell’appartenenza politica ai due grandi partiti “tradizionali”, il repubblicano e il democratico. Scrive Sombart: “ La natura e le caratteristiche dei grandi partiti (…), tanto la loro organizzazione esterna, quanto la loro assenza di principi, quanto ancora la loro panmixie sociale (…) influenzano nettamente le relazioni tra i partiti tradizionali e il proletariato. Innanzitutto nel senso che agevolano oltremodo l’appartenenza del proletariato a quei partiti tradizionali. Perché in essi non va vista un’organizzazione classista, un organismo che antepone specifici interessi di classe, ma un’associazione sostanzialmente indifferente che persegue fini condivisibili anche, come abbiamo potuto vedere, dai rappresentanti del proletariato (la caccia alle cariche pubbliche!)” (p. 69).
E lo stesso discorso, può essere esteso ai sindacati e alle associazioni professionali, dal momento, nota Sombart, che “ mentre da noi [in Germania] gli individui migliori e più dinamici finiscono in politica, in America, i migliori e più dinamici si dedicano alla sfera economica e nella stessa massa prevale, per la medesima ragione, una “supervalutazione dell’elemento economico: perché è seguendo questo principio che si pensa di poter raggiungere in forma piena l’obiettivo al quale si aspira”: il successo sociale. Non c’è alcun Paese, conclude Sombart, “nel quale il godimento del frutto capitalistico da parte della popolazione sia così diffuso” (p. 18).
Perciò, una volta chiuso il libro, non possono non essere chiare le ragioni della vittoria del capitalismo made in Usa su quasi tutti i fronti: ideologia del successo e individualismo concorrenziale, ma anche “fame” di consumi sociali. Curioso, su quest’ultimo punto, il vezzoso ritratto sombartiano delle operaie americane dell’epoca: “Qui l’abbigliamento, in particolare tra le ragazze, diventa semplicemente elegante: in più di una fabbrica ho visto operaie in camicette chiare, addirittura di seta bianca; quasi mai si recano in fabbrica senza il cappello” (p.126).
Siamo davanti all’ idealizzazione del capitalismo americano? Un Sombart che come Gozzano sembra rinascere non nel 1850 ma nel 1905… Non tanto, se pensiamo alle segrete cure che oggi hanno nel vestire, le impiegate e le operaie. Il modello non è più solo americano.
Allora, tutto bene quel che finisce bene? Sombart, nonostante tutto, pensava che il socialismo (magari in veste socialdemocratica) si sarebbe comunque imposto anche negli Stati Uniti. Soprattutto una volta spariti “gli spazi aperti”, come disponibilità di terre libere (il Grande Ovest), sui quali far sciamare, come liberi agricoltori, i “soldati-operai” dell’ “esercito industriale di riserva”. Infatti, secondo il sociologo tedesco, la “consapevolezza di poter diventare in qualsiasi momento un libero agricoltore” riusciva a trasformare “da attiva in passiva ogni opposizione emergente a questo sistema economico”, troncando “sul nascere ogni agitazione anticapitalistica” (p.151).
Tuttavia le terre libere sono state occupate, e il capitalismo Usa è ancora lì, più forte che mai. A meno che l’attuale frontiera americana in realtà non racchiuda ben più vasti territori. E che perciò la crescente espansione economica degli Stati Uniti (gli alti tassi di sviluppo e l’elevato tenore di vita dei suoi ceti medi) sia attualmente pagata in dollari sonanti dai paesi più deboli politicamente, ma ricchi di risorse naturali. Si pensi all’America Latina, e alle cosiddette economie “dollarodipendenti”.
Se così fosse, l’ ottimo vino sombartiano avrebbe un retrogusto amarognolo.

Carlo Gambescia 

martedì 12 settembre 2006


Moggi & Co. dalla Ventura
Quei bravi ragazzi...


Domenica pomeriggio dalla Ventura mancavano solo Joe Li Causi dal Bronx, i fratelli Miccipicci da Malibù, Jimmy Occhibelli da Saint Louis. Comunque c’era Lucky Moggi da Civitavecchia. Scherziamo: nessuno è colpevole fino a condanna penale definitiva. Per carità…
Ma il clima dalla Ventura era proprio quello delle grandi occasioni. Non dico da Padrino… Anche perché c’era il ministro della Giustizia Clemente Joe Mastella come rappresentante dell’ordine costituito. Insomma c’erano proprio tutti: chiacchiere e... distintivi.
Il povero Lucky Moggi si è subito dichiarato un perseguitato, quasi a reti unificate, visto che lo share doveva in quel momento essere altissimo. E poi, si è subito rivolto al popolo: “Ho scoperto che la gente mi vuole bene”. E qui Gene Gnocchi, di solito così pungente e ironico, è scivolato sotto la sedia, addentando una di quelle micropolpette cui fa pubblicità. Ci prova anche Andrea Vianello, quello di “ Mi manda Rai Tre”, ma viene subito scomunicato e messo e cuccia. La Ventura non fa testo. Mentre il ministro della Giustizia, scioglie addirittura un peana all’indirizzo di Moggi, la cui amicizia dichiara di non avere “ mai rinnegato”... Mi viene in mente un battuta, mi pare, di un film dedicato a certi italo-americani un po’ particolari, Quei bravi ragazzi di Scorsese. “ Ehi Lucky, ti ricordi quei due tipi a Reno, nel deserto? “Certo Joe, li abbiamo inscatolati…” E giù pacche sulle spalle e risate. Un clima non proprio da domenica italiana per famiglie-tipo,sognate da Ciampi.
E la gente? La Nuova Italia ? Invece di intasare i centralini si è gustata il Moggi. Probabilmente lo ama davvero… Invece di precipitarsi in massa sotto gli uffici della Bastiglia-Rai e fare un macello. Che so almeno un girotondo…L’elettroencefalogramma del ceto medio riflessivo è piatto.
La Meandri, che evidentemente ancora non si è ripresa dal furto del telefonino, mentre mangiava in un ristorante romano: opera prima di due giovanissimi zingarelli “armati” di cartoni, ha dichiarato “che non c’è stato assolutamente contraddittorio”. Anche Curzi, il comunista all’amatriciana, ha detto più o meno le stesse cose. E sì perché il problema è dialettico… Perché è giusto in linea di principio, che uno come Moggi, che si è salvato per un pelo dalla radiazione, sia poi chiamato a intervenire nel programma sportivo più importante della Rai. E in che occasione? Alla prima di campionato. Che coincidenze…
E poi dice che uno, magari da solo, si incavola, (visto che agli italiani il pacchetto Moggi pare piaccia…). E che deve fare? Votare a sinistra, così si becca il doppiopacco di Mastella. Votare a destra? Mah… Berlusconi già si starà mangiando le mani, perché televisivamente ha perso un colpo: Moggi lo doveva invitare Mediaset. Insomma, pacco, doppiopacco e contropaccotto.
E' pure inutile buttarla, questa volta, sul sociologico-morale: sulla mancanza di valori nei giovani e nello sport. Insomma, ripetere quelle cose da discorso presidenziale di Capodanno. Qui, nonostante le chiacchiere, è sempre Otto Settembre. Morte della Patria? Sicuramente quella televisiva e sportiva. Ma se agli italiani piace così? E allora si cucchino Moggi, la Ventura, Curzi, Mastella, Gnocchi e compagnia cantante. Ve lo ricordate Alberto Sordi in Tutti a casa: “Pronto comandante i tedeschi si sono alleati con gli americani”. Si sbagliava, e gli spettatori ridevano, per fortuna si sbagliava. Bene, qui pare invece che Moggi si sia alleato televisivamente proprio con gli italiani. Delle due l’una: o è vero e allora è marcia l’Italia (sportiva e non solo…) , oppure è falso e allora sono marce televisione e politica.
Per quel che mi riguarda, comunque sia, questa volta c’è poco da ridere... 

Carlo Gambescia

lunedì 11 settembre 2006



Bilanci
11 settembre 2001/11 settembre 2006



Dal punto di vista storico cinque anni sono quasi niente. Siamo appena all'inizio di una nuova fase storica, apertasi con la caduta dell'Unione Sovietica (1989-1991): tra contraddizioni morali, incoerenze politiche, contraccolpi economici e militari sta nascendo una nuova formazione imperiale ( o comunque macropolitica) , guidata dall'America. Non è un impero classico, ma non è neppure qualcosa di completamente nuovo... Comunque sia, le prime conseguenze potranno essere tratte solo da qui a qualche decennio.
Potrebbe perciò essere più interessante una breve rassegna dei numerosi significati sociali attribuiti a caldo all'11 settembre. Per poi analizzare quel che oggi ne è restato di significativo.
11 Settembre 2001.
Per i parenti delle vittime è principalmente un lutto familiare. Una tragedia che sconvolge la vita normale di migliaia di persone.
Per i vigili del fuoco, poliziotti, medici, e primi soccorritori è un evento psicologicamente incancellabile, qualcosa che non dimenticheranno mai.
Per l'America della gente comune è l'improvvisa scoperta della guerra in casa. Una sensazione che il cittadino americano non aveva in passato mai provato in modo così bruciante.
Per le alte sfere della politica americana è una sfida militare alla quale rispondere, indipendentemente dall'appartenenza politica.
Per l'Europa politica è un avvenimento inspiegabile, considerati (egoisticamente) i buoni rapporti tra Europa e mondo islamico.
Per l' "europeo medio" è un evento da rimuovere.
La Chiesa Cattolica e le altre fedi religiose , condannano l'attentato e invocano la pace. Come del resto fanno i movimenti pacifisti laici.
Per il mondo islamico o comunque non occidentale è un avvenimento terribile. E solo alcuni gruppi estremisti ne gioiscono. Va pure ricordato un certo atteggiamento, precedente all'attacco alle Torri Gemelle, di critica (popolare e spontanea) verso l'arroganza degli Stati Uniti. Arroganza che, secondo alcuni, andrebbe posta alle origini dell'attentato,
Per Israele, l'evento serve ad accrescere il sentimento popolare di accerchiamento. Subito sfruttato dall'ala militarista della sua classe politica per allargare le attività di repressione interna.
11 settembre 2006.
L'America politica e non, al di là di temporanee fluttuazioni di opinione, è tutta per la guerra. O comunque, per il mantenimento di forze di occupazione nel mondo.
L'Europa politica, tutta presa dai problemi della crescita economica, non si è ancora resa conto dell'importante ruolo di mediazione che potrebbe svolgere. E che non consiste solo nell'inviare truppe. Mentre l'atteggiamento dell' "europeo medio" nei riguardi dei non occidentali e degli immigrati di religione islamica è cambiato in peggio: per ora, hanno la meglio paura e l'intolleranza. Sentimenti che non portano mai nulla di buono.
La Chiesa cattolica e le altre fedi religiose continuano, inascoltate, a invocare la pace tra gli uomini. E lo stesso silenzio circonda anche i movimenti pacifisti laici.
Nel mondo non occidentale è invece cresciuta la voglia di rivalsa verso gli Stati Uniti. Alla quale si accompagna  certo  antiamericanismo  anche "pratico". Purtroppo.
Israele è sempre più solo e "arrabbiato". E politicamente punta, ormai, solo sull'aiuto militare americano.

Ci sono dunque tutte le premesse per un peggioramento della situazione internazionale.

Carlo Gambescia 

venerdì 8 settembre 2006


Pensioni
La ricetta di Nerone



A Roma, quando un vecchietto, “rompe”, si dice “faceva bene Nerone che li ammazzava tutti…”. La battuta è pesante. E forse non risale neppure a Nerone. Ma il concetto piace, e non solo a Roma. Una prova? Sul Corriere Economia, da un po’ di tempo in qua, Maurizio Ferrera, sociologo esperto di welfare, caldeggia l’introduzione di un contributo di anzianità per i non autosufficienti. Il ragionamento di Ferrera è questo: stando alle previsioni Ocse, fra il 2005 e il 2050 la spesa sanitaria, inclusa quella per il long-term care, ossia le prestazioni per le persone anziane “non autonome” , passerà dal 6.6 per cento al 13,2 per cento del Pil. Di qui la necessità di finanziarla ricorrendo a schemi di assicurazione obbligatoria per quando si sarà anziani non autosufficienti. Certo, per ora, è solo un’idea. Ma spesso le parole degli esperti, specie se autorevoli, sono pietre…
Ora, chi avrà ottant’anni nel 2044, visto che oggi fa un lavoro flessibile, o comunque discontinuo sotto il profilo contributivo, avrà una pensione da fame, grazie anche alle riforme pensionistiche dei due poli. E a quel punto l’idea di non autosufficienza fisica fa ridere o piangere… Fate voi. Perché di ottantenni allettati, ce ne potrebbero essere pochini. Mentre di “intombati”, causa-stress-per-arrivare-a- fine- mese-dopo-i-sessanta, parecchi.
E poi c’è un’altra questione, quella che appariglia Ferrera a Nerone: ammesso pure che l’Ocse abbia ragione, ma con stipendi medi di 1200 euro, dove li trovano i lavoratori dipendenti, per non parlare del co.co.co, i soldi per pagarsi il contributo di vecchiaia non autosufficiente? Visto che la spesa pubblica non deve crescere, li tira fuori Ferrera di tasca sua? Oppure il suo è un trucco ipocrita, per spingere gli anziani privi di mezzi, dopo i sessant’anni, a togliersi di mezzo… Come appunto, si dice, facesse Nerone, che però li suicidava senza fare tante chiacchiere…
E qui, per contrastare la “soluzione finale” di Ferrera, si potrebbe utilizzare il testamento biologico, proposto dal professor Veronesi, e subito accolto dal Consiglio nazionale del notariato: la “Biocard” (?) - come riferiva sempre il Corriere della Sera, a fine giugno - è una breve dichiarazione depositata presso un notaio, dove ogni cittadino che abbia superato i diciotto anni, può asserire di rifiutare in futuro qualsiasi forma di accanimento terapeutico. Se ne potrebbe eventualmente aggiungere una, per vietare qualsiasi forma di accanimento pensionistico (come le assicurazioni obbligatorie per la non autosufficienza…). Anche perché a ottant’anni con questi chiari di luna sarà comunque difficile arrivare.
A rifletterci bene però, oggi come oggi, invecchiare non è proprio bello… Se ti costringono a pagare i contributi per la non autosufficienza fisica, non mangi, se non li paghi, e poi diventi vecchio, rischi di finire legato a un letto.
Che brutta età, la vecchia età… Ma forse, è ancora più brutta, questa società di ipocriti. 

Carlo Gambescia

giovedì 7 settembre 2006


Profli/34
Roger Bastide



In un clima generale, sempre più opprimente, dove sembra prevalere l'incomprensione, se non proprio l'odio verso il diverso e lo straniero, va sicuramente riscoperta e studiata da cima a fondo l'opera di Roger Bastide (1898-1974), sociologo ed etnologo francese. Al quale dobbiamo gli studi più interessanti e originali sul problema del rapporto tra civiltà e culture differenti.
Roger Bastide nasce a Nimes nel 1898. I genitori sono istitutori scolastici. Riceve un'educazione religiosa di tipo protestante. Dopo il liceo, ottiene una borsa di studio per l'Ecole Normale Supérieure (1915). Ma a causa delle guerra è costretto a interrompere gli studi. Nonostante tutto riesce a preparare una "Licence de Philosophie" (1916). Dopo di che parte per il fronte come telegrafista (1917) . Finita la guerra ottiene una borsa di studio per l'Università di Bordeaux (1919). Scopre la sociologia (legge avidamente le opere di Durkheim e Mauss). Supera l'Agrégation e inizia a insegnare filosofia nei licei: prima a Clamency, poi a Cahors (1924) e infine a Valence (1927-1937). Svolge anche un'intensa attività politica nel partito socialista. Nel 1938 si trasferisce, grazie ai buoni uffici di G. Dumas, all'Università di San Paolo, in Brasile, per insegnare sociologia. Vi resta fino al 1951. Poi per altri due anni si divide tra San Paolo e Parigi ( 1952-1953) richiamatovi da Lucien Febvre, per ricoprire l'incarico di direttore degli studi all'Ecole Pratique des Hautes Etudes. Si stabilisce definitivamente in Francia nel 1954. In seguito ritornerà in Brasile solo per brevi periodi nel 1962 e nel 1973. Nel 1957, Bastide, che già aveva ricevuto nel 1953 la "Légion d'Honneur" e scritto durante il periodo brasiliano libri significativi, presenta, con grande spirito di umiltà, le sue due tesi di dottorato (quella "maggiore" è sulle religioni afro-brasiliane). Tra gli esaminatori ci sono studiosi che in larga parte lo conoscono e apprezzano da numerosi anni (Gurvitch, R. Aron, Piaget, Leroi-Gourhan, quest'ultimo probabilmente un po' meno...). Passa a pieni voti. E così, nel 1958, al non più giovane "Docteur es Lettres" (sessant'anni), viene finalmente conferita la cattedra di Etnologia sociale e religiosa alla Sorbona. Nel 1959 Bastide crea il Centre de Psychiatrie Sociale ( CREDA). Nel 1962 diviene uno dei responsabili dell' "Année sociologique". Nei primi anni Sessanta, Bastide assiste, senza alcun compiacimento, e pur non nascondendo la sua simpatia per i "decolonizzati, alla caduta finale dell'Impero coloniale francese in Algeria. Nel 1965, sostituisce Gurvitch, scomparso quell'anno, nella direzione del Laboratoire du sociologie de la connaisance. Nel 1968 si ritira dall'insegnamento per raggiunti limiti di età. Sarebbe qui troppo lungo elencare i riconoscimenti da lui ricevuti, da università e istituti di cultura francesi e stranieri. Come è inutile sottolineare la sua "popolarità", non solo accademica, in Brasile: paese che aveva girato in lungo e in largo per motivi di studio, ma anche di sincero amore verso quella terra. Che, a sua volta, non lo dimenticherà mai: nel 1974, anno in cui muore, i suoi funerali, vedranno la partecipazione di un' orchestra brasiliana...
Bastide studia i problemi della diversità e dell'integrazione culturale da un punto di vista non individualistico, ma culturale-strutturale: oggi si direbbe olistico. Il fatto culturale, non viene mai ricondotto al "culturalismo" individuale, come reazione spontanea del singolo. Ma ai "fatti" di coscienza collettiva e culturale. Le civiltà, come gli individui, si incontrano e si scontrano sulla base dei "fatti della coscienza collettiva". I fatti culturali, sono per un verso strutturali, ma per l'altro sono sempre reinterpretati dagli attori sociali. Di qui il giusto riconoscimento metodologico, da parte di Bastide, dell'attività reinterpretativa del singolo. Tuttavia, quando un individuo, che comunque è parte di un gruppo sociale, accetta o respinge certi aspetti culturali provenienti dall' esterno, o da fasi culturali precedenti, li reintepreta, più o meno consapevolmente, attraverso la gerarchia culturale e mentale che distingue il suo gruppo di appartenenza; un mondo con il quale l'individuo, ovviamente, interagisce. Ma da quale non può prescindere. L'etnologo e il sociologo delle religioni devono perciò lavorare non tanto sulle interpretazioni, quanto sulle reintepretazioni: autentiche strutture ( le reinterpretazioni) di strutture (le interpretazioni): come dire, stutture di strutture, che probabilmente rinviano a una sorta di inconscio sociale; un aspetto, quello del rapporto tra inconscio e società, che Bastide indaga avvalendosi della collaborazione di G. Devereux, studioso di etnopischiatria.
Un tipico esempio di strutture di strutture è costituito dalla poligamia africana (interpretazione), che nel "Nuovo Mondo", viene poi praticata dai discendenti (ecco la "reintepretazione") sotto la forma della molteplicità di amanti, ognuna delle quali vive in un quartiere diverso, talvolta nella stessa casa senza che mai vi sia gelosia (come invece avviene tra i bianchi). Di qui la necessità, prima di lasciarsi andare a giudizi moralistici e imporre forme di esclusione sociale, di comprendere quanto siano profondi e sentiti certi comportamenti, in apparenza moralmente criticabili.

Roger Bastide ha scritto 30 libri e circa 1300 articoli scientifici (tra brevi monografie e recensioni). Tra sue sue opere principali ricordiamo: Le problèmes de la vie mystique (1931, Puf, Paris 1996 trad. it. Newton Compton, Roma 1975), Eléments de sociologie religieuse (1935, Stock, Paris 1995), Psycanalyse du Cafuné ( 1941, Bastidiana 1996) Initiation aux recherches sur les intérpénétrations de civilisations (1948, Bastidiana 1998), Sociologie et psychanalyse (1948, Puf, Paris 1995, trad. it. Dedalo, Bari 1972), Le candomblé de Bahia, rite nagò (1958, Plon Paris 2000), Le religion africaines au Brésil (1960. Puf, Paris 1995), Sens et usages du terme structure (a cura di, Mouton & Co., Paris 1962, trad. it. Bompiani 1966), Sociologies des maladies mentales (Flammarion, Paris 1965), Les Amériques noires (1967, L'Harmattan, Paris 1996, trad. it. Sansoni, Firenze 1970), Le prochain et le lointain (1970, L'Harmattan, Paris 2001, trad. it. Jaca Book 1971), Anthropologie appliquée (1971, Stock, Paris 1998), Le reve, la transe et la follie (Flammarion, Paris 1972, trad. it. Jaca Book 1972), La femme de couleur en Amérique Latine (Anthropos, Paris 1974, trad. it. Mazzotta, Milano 1977). Vanno infine ricordati i tre importanti capitoli scritti da Roger Bastide per il Traité de sociologie (1960, trad. it. Il Saggiatore, Milano 1967), , diretto da Georges Gurvitch: Sociologia e psicologia ( vol. I, parte prima, cap. 3°), Probemi dell'incrocio delle civiltà e delle loro opere (vol. II, parte ottava, cap. 5°), Socologia e psicanalisi (vol.II, parte nona, cap. 6°). 

Carlo Gambescia