lunedì 31 luglio 2006


Il "Corrierone"
Come ti erudisco il lettore...




Domenica 30 luglio 2006. Corriere della Sera: una tranquilla domenica di disinformazione.
Apertura sull'indulto, con qualche dubbio... Si sa, i borghesi hanno paura dei furti ... Si ironizza invece sull'opposizione di Di Pietro. Ma accanto alla vignetta di Giannnelli che lo assimila a "Hez Bollah"(guarda caso...), si annuncia a pagina tre un servizio sui reclusi di Giarre, che invece preferiscono "restare in carcere". Che bravi! Poi magari mandiamo loro gli avanzi del pranzo domenicale (come faceva la brava borghesia del tardo Ottocento con i poveri...).
L' editoriale, è ovviamente scritto dal San Sebastiano dei professori liberisti: Francesco Giavazzi. Che questa volta se la prende con i coltivatori diretti. Ottima scelta, perché i coltivatori che percepiscono i sussidi comunitari sicuramente non leggono il Corriere della Sera. E poi abitano fuori Milano. Mentre i tassisti di cui il professore sarebbe diventato "bersaglio" no. Intanto, l'altro ieri, Pierluigi Battista, in qualità di "Commissario Politico del Partito Unico Liberale - sezione di Via Solferino", ha scomunicato proprio i tassisti milanesi, colpevoli di aver criticato le idee iperliberiste di Giavazzi. Per Battista sono tutti futuri brigatisti rossi... Dopo di che verrà il turno dei coltivatori diretti, di note simpatie leniniste...
Al centro della prima pagina, viene data grande evidenza alla Rice che "lavora alla tregua". Voi ci credete? Probabilmente neppure il Corriere della Sera. Ma devono crederlo i lettori. E dunque avanti tutta...
In alto, accanto al titolo di apertura, in buona evidenza, si annuncia a pagina 27 ("Cultura") un articolo di Giuliano Amato su Terzani. L'obiettivo è "normalizzarlo", strappandolo ai pacifisti antiamericani. Titolo, sul confidenziale, che fa molto vippaio accademico-mediatico: "Ma Tiziano non sarà mai un santone"... Notare che anche Aldo Grasso nella sua rubrica a pagina 35, dice più o meno le stesse cose, sul rischio "dell'iconografia pacifista". Evidentemenete dai piani alti di via Solferino è partito l'ordine per l'offensiva estiva contro i movimenti.
Alle pagine 8 e 9 , si tocca il fondo con la seconda e ultima puntata ("Contro le falangi del male"), di un reportage sulla "guerra vista da Israele", vergato - siamo sul Corriere della Sera - da Bernard-Henri Levy. Gli israeliani vengono assimilati ai combattenti repubblicani spagnoli e gli Hezbollah ( più Iran e Siria) ai fascisti di Franco. Guarda caso, Levy fa certe comparazioni storiche, tipo da guerre stellari, proprio quando l'attenzione mediatica sulla guerra civile spagnola, scoppiata proprio settant'anni fa nel luglio del 1936, è massima. Come per dire: la guerra contro il fascismo continua. Ora, è la volta, di quello islamico...
Dopo la notizia cattiva quella buona: non c'è il solito pezzo di Magdi Allam.
A pagina 12 si celebra Joseph Kabila (figlio), come candidato gradito all'Occidente: il solo con il quale combinare buoni affari... Di che tipo non si sa (o non si dice). Mentre più sotto, si ironizza sul "glossario autarchico" introdotto da Ahmadinejad. Scontata la foto di Mussolini (più piccola di quella del presidente iraniano), con richiamo, in perfetto stile Bernard-Henri Levy, alla "campagna" fascista contro i forestierismi" negli anni Trenta.
Invece nelle pagine economiche si inneggia alle fusioni-acquisizioni (leggi concentrazioni). Si veda infatti l'intervista al presidente di Abn-Amro. E liberismo dei professori? Quando fa comodo. E solo in prima pagina, come specchietto per le allodole.
Infine, nelle pagine dedicate agli spettacoli, si presenta il conto a Mel Gibson. Reo di aver guidato in stato di ubriachezza e rivolto insulti antisemti a un poliziotto di Malibù. Il che in effetti è esecrabile. Ma perché affiancare al resoconto dei fatti, un corsivo dove si lascia intendere che Gibson per famiglia, letture, e soprattutto come regista di "The Passion" (orrore!), se fosse nato cinquant'anni prima un tè con Mussolini e Hilter lo avrebbe preso.
Si dirà, è inutile insistere sulla disinformazione. Sono cose per gli addetti ai lavori... Tanto il lettore comune neppure se ne accorge. O comunque legge altro: di Moggi e Biscardi.
Ma il punto è proprio questo: il condizionamento del lettore. Assuefarlo, senza che se ne accorga, alla vulgata occidentalista (chiacchiere liberiste e distintivi militari), somministrandogli, con tocco apparentemente leggero (per gli inesperti), un mix di fatti e commenti tutti orientati a difendere, in primis, la politica americana e israeliana in Medioriente: dalle pagine dedicate alla politica a quelle economiche e culturali, senza tralasciare persino quelle degli spettacoli. Ma anche eliminando ogni remota possibilità di critica o dissenso.
Ad esempio, un fatto minore, ma probabilmente significativo: sarà un caso, ma dopo che Geminello Alvi, ha recensito un buon libro del grande orientalista Giuseppe Tucci (più di un mese fa), pubblicato da una casa editrice romana, sicuramente non filostatunitense, la sua firma è sparita dalle pagine culturali. Scrive solo di economia, e neppure spesso come prima...
Certo, il Corriere della Sera, pur non essendo mai stato antiamericano (neppure ai tempi in cui guardava con favore al compromesso storico e al ruolo del Pci), con la direzione Mieli si è decisamente spostato da posizioni filo a posizioni ultramericane.
E il processo di condizionamento del lettore sembra irreversibile. Anche perché, proprio in questi giorni, il patto di sindacato di Rcs ha tolto di mezzo l'amministratore delegato Vittorio Colao, sostituendolo con Antonello Perricone, più gradito a Mieli. Il quale potrà finalmente disporre di maggiore libertà economica (nella scelta di eventuali collaboratori prestigiosi, e dunque "costosi", ma in linea con le sue idee) . Pare che anche Prodi sia soddisfatto della scelta. Contento lui.

E le ambasciate americana e israeliana ?

Carlo Gambescia 

venerdì 28 luglio 2006


Riflessioni (serie o quasi) sulla politica italiana
Tra il dire e il fare...



Alle riflessioni (semiserie) sulle culture politiche italiane è giusto farne seguire una conclusiva (e seria, o quasi) sulla crisi degli ideali politici in genere. E in particolare sul "divorzio" tra ideali e pratica politica. O se si preferisce tra  il dire e il fare.  Un problema che non riguarda solo l'Italia. Ma l'intero Occidente.
Di solito ci si ricorda o ci si accorge di questa cesura quando scoppia qualche scandalo politico e finanziario. Allora, subito, si ritorna a parlare di questione morale e di ruolo guida della classe politica. Si sostiene, e non a torto, che la politica è soprattutto, senso delle regole e onesta condotta di vita da parte dei politici. Governanti e governati, come si diceva nell’Ottocento liberale, sarebbero legati da un patto di protezione e obbedienza, che trae costante alimento dal richiamo ai grandi ideali morali di giustizia e bene comune, che chi governa deve rispettare e perseguire.
Il patto richiede però un clima di costante fiducia e stima reciproca tra chi protegge (il governante) e chi obbedisce (i governati). Per usare una metafora “matrimoniale”, ai due sposi non è richiesto di amarsi ardentemente per sempre, ma come accade nei matrimoni riusciti, solo di consolidare e sublimare la passione nell’ affetto costante, frutto di stima reciproca e fiducia in un progetto condiviso. Sono questi, in breve, i sentimenti che cementano i patti privati, pubblici e politici.
Purtroppo, il problema delle attuali democrazie liberali, compresa la nostra, è che il rapporto fiduciario tra cittadini e classe politica si è incrinato.
Senza farla troppo lunga, si può dire che il periodo della “passione” risale alle grandi rivoluzioni liberal-nazionali ottocentesche. Quello dell’ ”affetto”, o del primo consolidamento, al periodo che precede la prima guerra mondiale (segnato dal progresso sociale ). Mentre quello del secondo consolidamento, va dal 1945 al crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. Dopo di che si è aperta, e non solo in Italia con Tangentopoli, una fase distinta da scandali politici, finanziari, e dal conseguente “disamore” dei cittadini verso la classe politica: una reazione che i politologi hanno definito “antipolitica”. Dal momento che in Italia, ma anche altrove, ha premiato movimenti politici “populisti”, assai critici verso le istituzioni politiche liberali, così fredde e burocratiche. Del resto già tra le due guerre mondiali, si era avuta una prima crisi di fiducia nei riguardi della democrazia formale e dell’economia liberale. Che sfociò nella democrazia totalitaria, sostanziale, gerarchica e carismatica, poi spazzata via dalla guerra mondiale. E che oggi molti studiosi assimilano sbrigativamente alla democrazia diretta per cui si battono i movimenti populisti contemporanei.
Ma perché la fiducia si è di nuovo incrinata?
In primo luogo, perché è mancato un ricambio sociale effettivo. Le classi politiche continuano tuttora a esprimere una classe dominante o di tipo partitocratico (che proviene dai partiti), o manager-cratico (che proviene dall’ impresa privata e pubblica). La società civile - o comunque, chi non ha rapporti con la politica e l’ economia - è automaticamente esclusa dal potere. E la mancanza di ricambio favorisce corruzione, scandali, e di riflesso quel crescente discredito che rischia di travolgere prima o poi l’intera classe dominante.
In secondo luogo, la caduta dell’Unione Sovietica, ha reso inutile il patto welfarista, che, proteggendo e trasformando le classi inferiori in ceti medi, doveva impedire il temuto contagio rivoluzionario. Tuttavia le politiche liberiste, che sono seguite, stanno provocando, proprio nelle nuove classi medie occidentali, crescente disagio e scontento verso partiti e istituzioni, anche di sinistra, sempre meno attenti verso i bisogni collettivi.
E quanto più si diffondono insicurezza, scontento sociale, e un senso di impotenza individuale, alimentato da scandali di ogni tipo, tanto più cresce tra la gente la tentazione collettiva dell’ antipolitica. Che non è come affermano i politologi liberali una negazione della politica: l’agire politico ha migliaia di anni di vita, e non può nascere e finire con le istituzioni liberali, che hanno appena due secoli di vita. L’antipolitica è anche volontà di partecipazione, cambiamento e bisogno di purezza. E’ un ritorno al momento collettivo della passione e dei grandi ideali. O meglio, rappresenta la domanda di un nuovo genuino patto politico che sappia interpretare il bene comune. E sta ai partiti, mutare rotta e intercettarla.
Ma per quello che riguarda l'Italia, abbiamo già osservato, la frammentarietà delle sue culture politiche (a destra come a sinistra), e quindi l'impossibilità, almeno per il momento di un'inversione di rotta.
Di qui un grande rischio. Quale? Che prima o poi, possa spuntare il solito "buon tiranno"( magari con il beneplacito statunitense) che, con il sorriso sulle labbra e un nodoso bastone nascosto dietro la schiena, promette ai cittadini inquieti pace, sicurezza e benessere...

Sarebbe la fine della politica, la fine della democrazia, la fine di tutto. E chissà per quanto tempo. 

Carlo Gambescia

giovedì 27 luglio 2006


Profili/32 
Georges Gurvitch



Georges Gurvitch (1894-1965) è tuttora considerato una specie di pianeta misterioso. I sociologi, quei pochi che lo ricordano, lo considerano un filosofo, mentre i filosofi, e non sono in tanti a conoscerlo, lo ritengono un sociologo. Un Gurvitch redivivo, non sarebbe d’accordo con gli uni né con gli altri, dal momento che amava definire il suo approccio "dialettico e iperempiristico" al tempo stesso: filosofico e sociologico, senza alcuna soluzione di continuità. Quel che lo interessava era lo studio della dinamica sociale: della società come fenomeno in perenne movimento. Gurvitch non distingueva tra movimento e istituzione (per usare la terminologia di Alberoni) : la società è movimento. Di qui la sua necessità di elaborare un pensiero sociologico “sinuoso” capaci di adattarsi a una realtà sociale in divenire.
George Gurvitch nasce nel 1894 ( per alcuni studiosi nel 1896) a Novorossisk in Russia sul Mar Nero, da una famiglia di ebrei russi. Il padre è un uomo d’affari che viaggia molto, portando con sé la famiglia . Compie i suoi studi a Dorpat (Estonia), e poi all’Università di San Pietroburgo, dove si addottora. Nel 1917 inizia a insegnare sociologia e filosofia del diritto, prima all’Università di San Pietroburgo, poi di Tomsk. Partecipa alla rivoluzione, senza essere membro di alcun partito. E’ su posizione socialiste e libertarie. Nel 1920, prima che la morsa del totalitarismo si stringa intorno a lui, abbandona la Russia. Come altri esuli russi sceglie provvisoriamente l’Università di Praga. E vi insegna fino al 1924. Dopo di che si trasferisce in Francia. Tiene corsi liberi alla Sorbona (1927-1929). Collabora col sindacato francese. Nel 1935 succede al sociologo Halbwachs nella cattedra di sociologia di Strasburgo. Allo scoppio della seconda mondiale si arruola come soldato semplice e va a combattere in prima linea. Ma dopo l’invasione tedesca sceglie la via dell’esilio negli Stati Uniti. Dove tra il 1940 e il 1944 ricopre l’incarico di direttore del French Sociological Institute (Ecole Libre) di New York. Finita la guerra rientra in Francia, e viene chiamato a insegnare alla Sorbona. Fonda i “Cahiers Internationaux de Sociologie” (1946). Riprende a collaborare con il sindacato. Nel 1962, a causa delle sue posizioni anticolonialiste è oggetto di un attentato terroristico da parte dell’OAS. Muore improvvisamente nel 1965.
L’ambito della sua ricerca è vastissimo: dal diritto alla sociologia delle conoscenza, dalle forme di socialità al concetto di classe e di determinismo sociale, dalla storia delle idee sociali ai problemi metodologici. Qui ci limitiamo a un abbozzo del suo " iperempirismo dialettico". Un approccio, non facile da spiegare e capire, Che tuttavia, una volta compreso, resta lo strumento euristico migliore per avvicinarsi alle sue opere.
Secondo Gurvitch la realtà sociale ( il lato empirico) si presenta suddivisa in una serie di piani, dieci per l’esattezza: 1) la superficie morfologica ed ecologica; 2) le organizzazioni sociali e gli apparati; 3) i modelli sociali; 4) le condotte collettive relativamente regolari; 5) le trame dei ruoli sociali; 6) gli atteggiamenti collettivi; 7) i simboli sociali; 8) le condotte collettive innovatrici e creatrici; 9) le idee e i valori collettivi; 10) gli stati e gli atti mentali collettivi. Questa "scomposizione" analitica, che secondo Gurvitch, riflette la realtà in quanto tale, implica una volta elaborata, il ricorso a un pensiero proteiforme (il lato dialettico): capace di cogliere e spiegare l’interazione dialettica tra i dieci piani e al tempo stesso di osservarsi dall’esterno per cogliere meglio il rapporto che si instaura tra dialettica reale e dialettica concettuale. Un duplice rapporto per il quale Gurvitch conia appunto il termine di "iperempirismo dialettico".
Immaginiamo la società, seguendo Gurvitch, come una successione di colate laviche che si sovrappongono le une alle altre: mentre sotto in profondità la lava si solidifica (si pensi agli aspetti ecologici, organizzativi e di condotta e mentalità), sopra in superficie la lava resta sempre allo stato semiliquido, se non liquido (si pensi alle condotte creative e alla veloce circolazione delle idee, fenomeni che spesso favoriscono brusche accelerazioni storiche e sociali). E quel che il sociologo deve cercare di cogliere, capire e spiegare - ecco la lezione di Gurvitch - è la natura vulcanica della società: i tempi, i modi e le ragioni dei successivi passaggi sociali, per mantenere la metafora, dallo stato liquido a quello semiliquido e solido.
Georges Gurvitch ha scritto alcune centinaia di articoli scientifici e una ventina di libri. Qui ricordiamo solo i principali: L’ Idée du droit sociale (1932), Sociology of Law (1942, trad. it. Edizioni di Comunità, Milano, 1957), La déclarations des droits sociaux ( 1944, trad. it. Edizioni di Comunità, Milano 1949) Twentieth Century Sociology (1946, curato con W.E. Moore, trad. it. delle pagine 267-296 sul "controllo sociale", Armando Editore, Roma 1997), La Vocation actuelle de la sociologie (1950, 2 voll., trad. it. del 1° volume, il Mulino, Bologna 1965), Le concept de classes sociales de Marx à nos jours (1954, trad. it. Città Nuova Editrice, Roma 1971), Déterminismes sociaux et liberté humaine (1955, trad. it. Città Nuova Editrice, Roma 1974), Traité de Sociologie ( sotto la direzione di Gurvitch, 1958, 2 voll., trad. it. Il Saggiatore, Milano 1967), Dialectique et Sociologie (1962, trad. it. Città Nuova Editrice, Roma 1968), Proudhon. Sa vie, son œuvre (1965, trad. it. Guida, Napoli 1974), Les cadres sociaux de la connaisance (1966, trad. it. Ave, Roma 1969).
Di Gurvitch va ricordato infine il denso profilo autobiografico, Mon intinéraire intellectuel ou l’exclu de la horde (“Lettres Nouvelles”, 1958). Un "fuoriorda", che dunque, non ha voluto o potuto avere allievi che ne continuassero il pensiero.

Carlo Gambescia

mercoledì 26 luglio 2006



Riflessioni semiserie sulla politica italiana.
Il centrosinistra




Il centrosinistra, ora forza di governo, spesso per bocca di Prodi, incensa a vanvera la cultura riformista. Perché a vanvera? Perché Prodi culturalmente si rifà a Dossetti e alla sinistra democristiana, che riformista non era. Ma piuttosto statalista, nel senso peggiore del termine. Quello dello statalismo cattolico: una specie di “universalismo applicato” attraverso le istituzioni pubbliche. E tuttora pronto a passare come un carro armato sulla testa di chi universalista non sia: forte con i deboli, debole con i forti… Si veda quel che è successo con le liberalizzazioni a danno di categorie, certo, “corporative”, ma che sicuramente non rappresentavano la punta di diamante dei poteri forti: i veri “corporativismi”. Con i quali invece lo statalismo riformista prodiano è sempre pronto a trattare, oggi come ieri: do you remember le rottamazioni Fiat. Il leader del futuro di questo tipo riformismo è probabilmente Rutelli: sai che risate.
Quanto alla sinistra vera e propria, si può parlare di almeno tre culture politiche: una riformista, una massimalista, una alternativa.
In primo luogo, ci sono i riformisti. La sinistra che guarda al centro: i Fassino, gli Amato, D’Alema, eccetera. Una sinistra blairiana (si pensi a quel brodo culturale che inonda le pagine di Repubblica, del Riformista , del Corriere della Sera , della Stampa). Una sinistra più lib che lab, che, almeno a parole, non vuole spaventare i ceti medi né scontentare i padroni del vapore. A grandi linee, anche se i riformisti di sinistra non lo ammetteranno mai, si tratta di liberalismo colorato di rosa, certo più laicista e giustizialista. Ma “economicamente corretto”: memorabile a riguardo, anche perché rinvia alla “rivoluzione” dei Girotondi (una specie di sinistra della sinistra riformista che frullerebbe dalla finestra D’Alema), una frase di Nanni Moretti pronunciata nella storica serata di piazza Navona: “I politici sono i nostri dipendenti, devono rigare dritto altrimenti li licenziamo”. Degna del liberalismo imprenditoriale berlusconiano... Se fossimo nei panni del ceto medio statale che vota centrosinistra (impiegati, insegnanti, dipendenti pubblici) diffideremmo di questa gente. Ovviamente, i riformisti blairiani sono tutti filoamericani. Pilastri culturali, veri e propri, non ce ne sono: si naviga a vista: tra Giddens, Cacciari, Veltroni e l'Adelphi di Galasso. Bobbio l’hanno messo in soffitta. Vittorio Foa lo intervistano quando conviene.
In secondo luogo, ci sono i massimalisti: Sinistra Ds, Verdi, Comunisti italiani, Rifondazionisti, no global in libera uscita (si spera di non aver dimenticato nessuno...). E qui basta sfogliare le pagine del Manifesto e Liberazione. E a giorni alterni L’Unità. E’ la vecchia cultura del Pci, “partito di lotta e di governo”. I nuovi massimalisti vogliono come i vecchi, quelli del socialismo prefascista, tutto e il suo contrario: l’attuazione del “programma massimo” senza soffrire… Aumento dei salari e controllo dei prezzi; stessa quantità di rifiuti ma meno inceneritori, sicurezza del posto di lavoro e flessibilità. Odiano Berlusconi, ma sono disposti a chiudere un occhio, sui “capitalisti di sinistra” (vedi alla voce De Benedetti). A Blair preferiscono Zapatero, chiudendo entrambi gli occhi sulla sua politica economica di destra. Criticano l’America, ma non troppo ( prima dicono sì al ritiro delle truppe italiane dalle zone calde, poi che se ne può discutere…). I massimalisti non piacciono ai padroni duri e puri, né ai ceti medi ricchi o agiati. Ma si prendono i voti di coloro che temono di perdere lavoro e pensione: si spera solo che non li deludano… Di pilastri culturali ne hanno anche troppi. Vecchi leoni sempre ruggenti, e un po’ appartati, come Mario Tronti. Leoni spelacchiati e presenzialisti come Asor Rosa E presenzialisti, tipo vorrei ma non posso, come Toni Negri. Chi ne vuole sapere di più sulla evoluzione del massimalismo più acculturato si legga qualche annata dell’ Ernesto e di Alias.
In terzo e ultimo luogo, c’è una sinistra “alternativa” antiamericana e anticapitalista, che studia e lotta: che non chiude un occhio né su Berlusca, né sul sistema: non fa sconti a nessuno. Ed è rappresentata da tutti quelli che guardano in cagnesco riformisti e massimalisti. E' una cultura di lotta e non di governo: include la parte più tosta dei no global, i gruppi antimperialisti, trotzkisti e movimentisti vari. Molto attiva in Rete. Ha probabilmente come pensatore più rappresentativo Costanzo Preve. Un vero battitore libero, privo di quei legami col mondo accademico, che spesso limitano il pensiero, pur profondo e interessante, di autori come Zolo e Barcellona. Si tratta di una sinistra che può crescere, anche politicamente e rappresentare un punto di riferimento per un ceto medio che rischia di proletarizzarsi, e pagare così di persona  gli errori di politica economica del governo.
Quale sinistra avrà la meglio?
Carlo Gambescia

martedì 25 luglio 2006


Riflessioni semiserie sulla politica italiana
Il centrodestra




Ora che il centrodestra è all’opposizione, si torna a discutere di partito unico e cultura di centrodestra. Vale perciò la pena di provare a capire quale ruolo potrebbe giocare la cultura poliitca di destra all’interno del partito unico (dei moderati) di cui parla Berlusconi. Ma prima va decifrata.
Partiremo dalle diverse anime di An e dintorni. Ci sono i tradizionalisti: quelli duri e puri, gli antimoderni, che si dividono in cattolici e neopagani. Questi ultimi si suddividono in varie sette: chi sta con Evola non sta con Guénon, ma c’è anche chi sta con tutti e due, e così via secondo la logica combinatoria. Quanto ai cattolici c’è chi parteggia per de Maistre e chi, sbagliando strada, per Burke, per poi con una sterzata alla Schumi, ritornare a Pio IX. Poi ci sono quelli che non hanno dimenticato: chi elogia il fascismo-regime, chi il fascismo-movimento, e chi infine ritiene che il fascismo non sia altro che una delle tante incarnazioni della Tradizione, quella con la maiuscola: una specie di essenza eterna che si reincarnerebbe storicamente ogni milione di anni. Oddio, sempre meglio di Guerre Stellari.
Ci sono infine i modernizzatori. Quelli che hanno gettato alle ortiche, quanto sopra, per sposare la causa di un liberalismo conservatore, di tipo americano, a cui non dispiace il capitalismo, sia nella versione hard degli anarcocapitalisti, che in quella soft di Hayek e Mises, o in quella liberalcattolica di un Novak. Tra tradizionalisti e postfascisti rossoneri da un lato, e modernizzatori dall’altro non corre buon sangue: c’è ancora la ferita aperta dell’adesione totus tuus dei modernizzatori a un capitalismo, non più in frac e cilindrone, ma sempre sgradito a socializzatori e ultrà di Odino.
Poi magari c’è pure - e non sono pochi anche tra i cattolici - chi si sforza di studiare in modo creativo e trasversale (magari per andare oltre) le culture delle destra. Attingendo qui e là in modo intelligente: Schmitt, il realismo liberale, la geopolitica, la critica sociologica ed economica della “società del richio”, l'antiamericanismo, eccetera. Ma come al solito ha vita dura. I creativi devono parlare solo se interrogati. Inoltre i creativi non vanno d'accordo tra di loro. Ognuno si ritiene più creativo e bravo dell'altro... E si pongono veti a vicenda.
A questa cultura, a dir poco composita, si deve aggiungere quella ancora più confusa che ruota intorno a Forza Italia e neodemocristiani: un miscuglio di autori e idee, fuoriuscito come Atena dalla testa non di Zeus ma di Adornato, che va da Baget Bozzo a Luigi Sturzo, da Glucksmann a Nolte, da Antiseri a Benedetto XVI. Ferrara fa parte a se stesso: come Quentin Tarantino le spara grosse e diverte... Ma fino a quando?
Quanto alla cultura della Lega, sembra che Maroni e Castelli si siano abbonati al Club del Libro, mentre Calderoli alla Settimana Enigmistica… Mentre Bossi che qualche sana lettura l'aveva fatta ed era riuscito ad affascinare un' intelligenza del calibro di Miglio è stato messo fuori gioco dal cuore ballerino. Fine dei programmi culturali della Lega.
Come finirà? Berlusconi potrebbe anche riuscire a “costruirlo” il partito unico (in fondo ha costruito anche le varie Milano 1, eccetera), ma, se e quando si presenterà l'occasione, a fare i ministri chiamerà i soliti tecnici senza grilli per la testa: tutti commercialisti e fiscalisti in doppiopetto. Tutti ex socialisti, ex repubblicani, ex democristiani eccetera. Riciclati d.o.c. che attueranno il solito programma, più o meno simile, a quello del centrosinistra. Gente affidabile, che “lavura” e non chiacchiera, e che per questo piace al Cavaliere.
In conclusione: partito unico forse. Cultura unica no, anzi boh… E tecnici e professori riciclati a chi? A noi! Anzi a loro…

Carlo Gambescia

sabato 22 luglio 2006


Libano
Perché la situazione sta precipitando




Un consiglio. Nessuno si faccia troppo illusioni sulla conferenza di Roma di mercoledì. I rapporti di forza tra Stati Uniti e Israele da un parte, e Libano, palestinesi , mondo arabo-islamico, Europa dall'altra, sono talmente poco equilibrati, che, se pace vi sarà, sarà a senso unico, e dunque precorritrice di altri conflitti.
La bilancia del potere (e della forza politico-militare), pende solo da un parte: quella statunitense-israeliana, e la "pace", quando verrà, sarà soddisfacente solo per americani e israeliani. Lo squilibrio di potere non facilita mai il compromesso intelligente, in grado di accontentare o comunque non scontentare, e far salva la faccia delle due parti, favorendo così un più o meno lungo periodo di pace.
Non si parla qui di pace definitiva e universale, dal momento che si tratta di un fenomeno che non esiste "in natura". Purtroppo.
Tuttavia, come ha insegnato un grande politologo come Julien Freund, nelle situazioni conflittuali (e dunque anche internazionali), quando manca la figura del Terzo, di un attore (un'istituzione con forza coercitiva, un raggruppamento regionale di stati, una potenza terza, eccetera) che sia in grado di favorire una soluzione di compromesso "pro pace" , il conflitto tende a precipitare verso le forme estreme e feroci.
E nel caso dell'invasione israeliana del Libano, e più in generale della crisi mediorientale, va registrata l'assenza del Terzo - almeno a far tempo dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica. La cosiddetta polemica sull'unilateralismo americano dovrebbe essere condotta teoricamente più a fondo, valorizzando la "Sociologia del Terzo (Attore Internazionale)". Attenzione però: il Terzo Attore, a sua volta, deve essere dotato di una forte capacità di deterrenza politico-militare. La minaccia militare del Terzo, può piacere o meno, resta l'unico strumento capace di "persuadere" i due avversari . E' perciò ovvio che il Terzo metta in conto la possibilità di doversi battere.
In conclusione, resta il fatto che la guerra, come fenomeno essenzialmente dualistico (basato sull'opposizione amico-nemico), rischia sempre di evolvere verso forme di estrema polarizzazione conflittuale. Mentre in presenza di un Terzo, può evolvere verso un rapporto triadico (a tre) e dunque di mediazione. Il Terzo impedisce che il conflitto degeneri. Sociologicamente ( e questa è un' intuizione di Simmel ripresa de Freund) la presenza, del Terzo qualunque sia la sua forma (mediatore, arbitro, Terzo neutrale, Terzo Super Partes) favorisce l'evoluzione dualistico-polemogena del conflitto verso esiti, comunque, meno cruenti.
Il punto politico è che attualmente né l'Onu, né L'Europa, né la Russia, nè la Cina, né tanto meno India e Pakistan, Iran e Siria possono svolgere questo importantissimo ruolo. Perché non hanno, in primis, alcuna credibilità politico-militare, capace di controbilanciare la forza statunitense e israeliana, spostando uno dei due piatti della bilancia in favore di libanesi e palestinesi.
E ciò spiega il nostro pessimismo sull'evoluzione della crisi libanese e mediorientale.

Carlo Gambescia

venerdì 21 luglio 2006



Medio Oriente
E la chiamano democrazia... 




Possono democrazia e pace fiorire sulla punta delle lance, o più modernamente su quella dei cingoli dei carri armati?
Quel che sta accadendo in Medio Oriente dovrebbe far riflettere. Lo stato di Israele, che è presentato come l’ avamposto della democrazia occidentale nel mondo arabo, ha invece invaso il Libano, agendo alla stessa stregua di uno stato totalitario novecentesco.
Ma quel che è più sorprendente è la fede che, purtroppo, destra e sinistra dimostrano nella democrazia dei cingolati. Ci spieghiamo meglio.
Spesso si legge sui grandi giornali di opinione (dal Corriere della Sera a Repubblica e Stampa, per non parlare del Foglio e del Riformista) che in Medio Oriente sta nascendo una “nuova era democratica“. Per non parlare di quel che dichiarano in proposito certi politici...
La marcia della democrazia sarebbe perciò inarrestabile. Molti citano, come esempio, le passate elezioni irachene. Altri la democrazia consolidata israeliana. Altri ancora, almeno fino a un mese fa, la “rinascita” democratica del Libano…
Ora, delle due l’una: se una “marcia” è “inarrestabile” non c’è bisogno del "cingolato", se invece è “arrestabile”, allora sì. Ad esempio, se il popolo iracheno si sta convertendo spontaneamente alla democrazia a che serve l’ "aiutino" del carro armato a stelle e strisce ? Lo stesso discorso può essere valido per il popolo libanese e palestinese.
Al nostro quesito politicamente scorretto, ma logicamente fondato, di solito si risponde sostenendo che il vero problema non è se la democrazia possa fiorire o meno sulla punta delle lance, ma piuttosto se la democrazia possa essere fermata dalla punta delle lance… Dal momento - come sottolineano i seguaci della democrazia introdotta manu militari - che non si può permettere che il mandato del popolo iracheno o libanese possa essere bloccato a mano armata dai terroristi. Di conseguenza – proseguono i "difensori della libertà"- per quanto difficile si possa presentare complessa la situazione in Iraq o in Libano, andrebbe ribadito che è in atto un processo di democratizzazione interna. Un processo che la “comunità internazionale democratica” dovrebbe perciò appoggiare. Non solo: si sostiene pure che le forze di sinistra dei paesi occidentali dovrebbero sostenere la politica della democrazia universale, come punto-chiave del “progetto politico progressista”. E qui, a titolo di esempio, basta leggersi gli articoli di Beck, Giddens, e Timothy Garton Ash, regolarmente pubblicati su Repubblica, la punta di diamante giornalistica del “progetto politico progressista” italiano, per riprendere l’espressione di Giddens. Facendo così però si sorvola su come sia cominciato il processo democratico in Iraq (e ora in Libano), e soprattutto non si chiarisce bene che cosa sia la democrazia. Certo, a parole la si identifica con le antenne paraboliche, i telecomandi, il mercato, il cittadino informato … ma ci si guarda bene dal connetterla con la libertà autentica: quella di dire no a qualsiasi intromissione straniera. Certo, sempre meglio di un rodomonte tipo Saddam. Ma allora è questione di punti di vista, e non di marce inarrestabili…
Infine, se proprio di “nuova era” si deve parlare, va pure detto che l’unico "nuovo" in giro è quello della saldatura ideologica tra una destra pseudoliberale e una sinistra postsocialdemocratica. In fondo, un ex socialdemocratico come Giddens, dice più o meno le stesse cose, del mezzo repubblicano pseudoliberale Fukuyama: tra progetto politico “progressista” e “conservatore” le differenze sono minime, se non proprio inesistenti.
E la chiamano democrazia. Sì, sulla punta delle lance. O dei cingolati. 

Carlo Gambescia

giovedì 20 luglio 2006


Profili/31
Charles Austin Beard 



Charles Austin Beard (1874-1949) resta probabilmente lo storico americano più famoso della prima metà del Novecento. Anche in termini quantitativi: nel corso della sua vita Beard ha infatti venduto 12 milioni di copie dei suoi libri, alcuni in veste di molto diffusi manuali scolastici ( si veda James J. Martin, Charles A. Beard: A Tribute, "The Journal of Historical Review, vol. 3, no. 3, pp. 241, ihr@ihr.org).
Il che, è sicuramente un criterio di giudizio molto americano, che però fa capire in concreto, come Beard sia riuscito a mantenersi indipendente dall'establishment accademico e politico da lui così aspramente e "documentatamente" criticato. Prima pubblicando un'opera come An Economic Intepretation of the Constitution of the United States ( 1913, trad. it. Interpretazione economica della Costituzione degli Sati Uniti d'America, Feltrinelli, Milano 1959), dove rivela in modo storicamente ineccepibile, l'estrazione sociale conservatrice dei Padri Fondatori, smascherando così la natura classista della Costituzione americana. Poi pubblicando una serie di studi metodologici e storici, a cominciare da The idea of National Interest (1934) fino ad American Foreign Policy in the Making 1932-1940. A Study in Responsabilities (1946, trad. it. Storia delle responsabilità. La politica estera degli Stati Uniti, Longanesi, Milano 1948) e The President Roosevelt and the Coming of the War (1948), dove accusa Roosevelt di aver condotto, una guerra imperialistica contro Giappone e Germania, ingannando il popolo americano.
Charles Austin Beard nasce nel 1874 a Knighstown, nell'Indiana rurale, da una ricca famiglia di agricoltori, molto impegnata nella vita pubblica locale. Studia al DePauw College (a Greencastle, nei pressi di Indianapolis) dove si laurea nel 1898. Poi passa alla Columbia University per studiare filosofia e storia. Consegue il dottorato nel 1904. Geniale, iperattivo, addirittura, secondo alcuni, un "uomo elettrico", si reca in quegli stessi anni in Inghilterra, per approfondire i suoi studi di storia, economia e letteratura presso l'Università di Oxford (1899-1902), dove partecipa alla fondazione del Ruskin Hall "Labour College" femminile. Nel 1907 inizia a insegnare storia e scienze politiche alla Columbia. Dalla quale, nel 1917, si dimette per solidarietà con tre professori licenziati per le idee pacifiste. Da quel momento inizia il suo esilio accademico. Nonostante ciò Beard contribuisce alla fondazione della New School for Social Research (1919, primo nucleo della celebre università newyorkese che dal 1933, allargando il suo campo di studi e interessi, accoglierà illustri studiosi tedeschi vittime delle persecuzioni antisemite ); approfondisce i suoi studi sull'organizzazione del governo locale (nel 1923 viene invitato a Tokio, come prezioso consigliere per la ricostruzione amministrativa della città, dopo il disastroso terremoto di quell'anno). E, cosa più importante, prosegue le sue ricerche da storico "indipendente, aiutato dalla moglie, Mary, molto impegnata, a sua volta, nelle battaglie femministe e sindacali. Nel 1926 Beard viene nominato Presidente dell'American Political Association, e nel 1933 dell' American Historical Association. Saranno questi gli ultimi onori elargitigli dall' establishment accademico e politico. Infatti, soprattutto negli anni Quaranta, a causa delle sue dure prese di posizione contro la politica estera di Roosevelt, viene totalmente emarginato. Le accuse che gli vengono rivolte dalla storiografia ufficiale filo rooseveltiana sconfinano nell'attacco personale. Ad esempio Samuel Eliot Morison, storico di Harvard, lo liquida accusandolo di essere solo un "un vecchio pazzo".
Beard muore nel 1949, a settantaquattro anni, ucciso da una grave forma di anemia.
La sua ricerca si è sviluppata lungo tre direttrici: l'interpretazione economica della storia politica americana; la metodologia storica; la pianificazione e sviluppo del governo locale urbano. Qui approfondiremo solo la prima direttrice.
Beard ha sempre rifiutato "l'arruolamento" d'ufficio nella storiografia marxista. E con ragione. La sua analisi è fondata su una specie di materialismo storico e sociale, privo però dell'elemento dialettico-filosofico, e di una qualsiasi adesione alla filosofia politica marxiana. La sua analisi storica è basata sulla contraddizione reale (perché storicamente documentata come nel caso dei Padri fondatori e della politica estera rooseveltiana) tra le grandi dichiarazioni di principio ("libertà per tutti" o "mai in guerra") e il gioco degli interessi economici concreti, prodotto dalla stratificazione di classe e dalla volontà di dominio delle élite politiche ed economiche. Di qui anche la ricchezza e profondità della sua analisi storiografica. Frutto di amore, degno di uno storico autentico, per il documento economico ( si veda ad esempio la tuttora illuminante l'analisi beardiana della condizione professionale dei padri fondatori, tutti ricchi proprietari, o comunque benestanti). Ma va ricordata anche la debolezza politica del suo moralismo storico: certamente nobilissimo, ma sostanzialmente legato all'ideale di una società americana, composta di liberi produttori indipendenti (possibilmente tutti agricoltori e piccoli imprenditori), e soprattutto economicamente e politicamente isolazionista (Beard parla di "Continentalism").
Un'ideale politico, tutto sommato, molto "populist".

Charles Austin Beard è autore di 47 libri (6 scritti con la moglie Mary, e 24 con altri collaboratori), e di circa 150 articoli scientifici. Oltre a quelli citati, ricordiamo i seguenti volumi: The Industrial Revolution (1901), American Government and Politics (1910), The Economic Origins of Jeffersonian Democracy (1914), The Economic Basis of Politics (1922), The Rise of American Civilization(voll. I-II, 1927, con Mary Ritter Beard), The Open Door at Home (1934), America in Midpassage (1939, con Mary Ritter Beard vol. III di The Rise, cit.), The American Spirit (1943, con Mary Ritter Beard vol. IV di The Rise, cit.), The Beards' Basic History of the United States, con Mary e William Beard, 1944, 196o, trad. it. Storia degli Sati Uniti d'America, Cappelli, Bologna 1960). Su Beard si legga la buona biografia di Clyde W. Barrow, More Than a Historian: the Political and Economic Thought of Charles Austin Beard, Transaction Publishers, New Brunswick and London 2000 (www.transactionpub.com).

Carlo Gambescia

mercoledì 19 luglio 2006



Il libro della settimana. Stefano Cavazza ed Emanuela Scarpellini, Il secolo dei consumi, Carocci, Roma 2006, pp. 246, Euroa 17,10

http://www.lafeltrinelli.it/products/9788843036165/Il_secolo_dei_consumi/Stefano_Cavazza.html



Per Marx, il capitalismo ottocentesco era un vampiro che succhiava il sangue dei lavoratori: li sfruttava senza dare nulla in cambio. Invece per Sombart, il capitalismo del primo trentennio del Novecento ricordava un’ape capace di saper succhiare miele da tutti i fiori: ricambiava i sacrifici dei lavoratori con salari più altri e merci a buon mercato, la cui vendita rinvigoriva l’espansione del capitalismo.Come è noto, la metafora di Marx risale al primo libro del Capitale pubblicato nel 1867, quella di Sombart al terzo e ultimo volume di Capitalismo moderno, uscito nel 1927.
In realtà avevano entrambi ragione. Se l’Ottocento ci mostra un capitalismo che accumula senza troppi scrupoli sociali, nel Novecento, al contrario, ne rivela invece anche troppi. Certo, non tutti disinteressati, ma sicuramente frutto di una nuova consapevolezza, che si fa strada, per la prima volta, con Henry Ford. Quale? Che il sistema capitalistico, se vuole prosperare, ha bisogno di produttori e, soprattutto, di consumatori. Convinzione che si rafforzerà dopo la grande crisi economica degli anni Trenta. E troverà compimento nella seconda metà del secolo, in quelle forme fisiologiche (e non patologiche, come in alcuni casi) di individualismo protetto dal welfare. Forme capaci di conciliare alti consumi privati, protezione ed equità sociale, grazie alla costante crescita dell’economia capitalistica e del prelievo fiscale. Ma si tratta di politiche, queste ultime, oggi giudicate sospette, soprattutto dai cosiddetti liberisti.
Sombart, in certo senso, ha mostrato maggiori capacità prospettiche. Ma non in assoluto, dal momento che, come spesso si dice, ride bene chi ride ultimo. E Marx, a sua volta, potrebbe prendersi una bella rivincita…
A chi invece desideri approfondire l’ascesa e il trionfo dell’ homo consumans si consiglia la lettura dell’interessante volume curato da Stefano Cavazza ed Emanuela Scarpellini, Il secolo dei consumi. Dinamiche sociali nell’Europa del Novecento (Carocci, Roma 2006, pp. 246, euro 17,10), due giovani storici: Cavazza insegna a Bologna, la Scarpellini a Milano. Nonostante il taglio accademico del titolo, il libro è avvincente e ben scritto. E, quel che più conta, sostanzialmente privo di quei birignao gergali, che spesso rendono impervia, allo stesso specialista, la lettura di libri dedicati a temi pur intriganti.
Il “secolo dei consumi” viene raccontato e indagato in sette saggi. Una suddivisione, “a incastro” e per argomenti, che permette al lettore di ripercorrere, se non proprio cronologicamente, le modalità principali attraverso cui la società novecentesca si è trasformata in società dei consumatori.
Nel primo saggio, dedicato all’evoluzione dei luoghi di consumo, Emanuela Scarpellini, mostra come il passaggio dalla bottega ottocentesca ai giganteschi centri commerciali di oggi, sia legato a una gigantesca opera di razionalizzazione economica. Rivolta a garantire un migliore controllo delle rete distributiva e, soprattutto, evitare pericolose crisi di sovrapproduzione.
Il tema della razionalizzazione rimanda a quello del consumo, come necessità di prevenire e orientare i bisogni del consumatore. L’ argomento è affrontato da Paolo Capuzzo, il quale evidenzia come la caratteristica principale del capitalismo novecentesco rispetto a quello ottocentesco, così criticato da Marx, sia stata proprio quella di privilegiare il consumo rispetto alla produzione. E dunque di allargare, in modo programmato, la sfera dei consumatori.
Il problema dell’ “allargamento del mercato”, rinvia a quello del “tempo libero”, esaminato da Stefano Cavazza. Lo studioso, partendo dal dato della costante riduzione delle ore di lavoro (passate dalle 70 ore settimanali della fine dell’Ottocento alle 40-35 ore di oggi), spiega come certi diritti sociali, dalla pensione alle ferie pagate, siano stati funzionali allo sviluppo del consumismo di massa. Il necessario corollario sociale di un capitalismo, capace appunto, di suggere nettare da tutti i fiori: di trasformare l’accresciuto tempo libero in nuova e redditizia “industria”, grazie allo sviluppo del turismo e dei divertimenti di massa .
Il saggio di Silvia Salvatici si occupa invece del rovescio della medaglia: dei commessi, di coloro che sono, o meglio erano, al servizio dei consumatori. Un testo ricco di gustosi riferimenti storici (come ad esempio l’accenno all’articolo pubblicato nel 1932 sulla rivista della Rinascente, dove si spiegava alle commesse, il tratto psicologico della “clientela femminile”: la loquace, la laconica, la bisbetica, eccetera). Una vera arte, quella del vendere, oggi non più richiesta, o comunque resa superflua dalla diffusione del self-service.
Roberta Sassatelli affronta il tema dei rapporti tra differenze di genere e consumi. Un dato su tutti: l’ascesa del consumismo sarebbe solo apparentemente segnata dall’attenuazione formale delle diversità tra uomini e donne. Dal momento, come nota l’autrice, che oggi, malgrado la crescente libertà di shopping per entrambi i sessi, il consumo spesso riflette un’emancipazione femminile non qualitativa, fittizia: dove la differenza tra i sessi, si riaffaccia come ostentazione delle rispettive “quantità” di beni acquistati.
Del resto come mostra il saggio di Stephen Gundle, dedicato al rapporto tra consumo e spettacolo, è molto difficile sottrarsi alla pressione dei mass media. Basta accendere la televisione per accorgersi di quanto lo shopping sia legittimato, attraverso la reiterazione di modelli “divistici”. Dove il “fare spese” è presentato come stile di vita brillante e socialmente approvato. Di qui anche l’importanza dell’immagine mediatica delle marche, come evidenzia Adam Arvidsson, il cui studio sull’universo pubblicitario chiude il volume. Non si vende più il prodotto, ma lo stile di vita imposto da una certa marca (o brand) : “con le scarpe Nike, ci si sente attivi ed atletici, ma in un determinato modo (…) con la borsa Prada si è eleganti, in un determinato modo” (p. 215). E così via…
Un volta chiuso il libro, non si può però non pensare, a quanta strada abbiano percorso il capitalismo e i lavoratori dai tempi di Marx. Oggi in Occidente il benessere è diffuso, e le persone comuni programmano tempo libero, vacanze, shopping, come mai prima nella storia. Tuttavia l’imperativo al consumo ha i suoi lati negativi. Come giudicare, ad esempio, quel bisogno, da molti sentito come “dovere morale”, di cambiare automobile una volta all’anno? Oppure alla “necessità”, avvertita spesso dai giovanissimi, di sostituire ogni tre mesi il “vecchio” modello di telefonino con uno “nuovo”? C’è il rischio insomma, già intuito da Sombart, di chiudersi aridamente in se stessi, e valutare l’altro solo in funzione dei beni “esibiti”.
Resta poi un altro problema: la costante crescita dei consumi ha bisogno di stabilità sociale. Il “buon” consumatore necessita di certezze sociali: pensioni, tempo libero retribuito, stipendi e salari decorosi. O se si vuole, di alcune “dosi fisiologiche” di individualismo protetto, da “somministrare” attraverso l’uso accorto della leva fiscale e della spesa pubblica. Tuttavia l’introduzione di una sempre maggiore flessibilità, che i liberisti presentano come necessaria alla crescita del sistema, rischia - se spinta oltre un certo limite - di mettere in discussione la stabilità sociale, e dunque di influire in modo negativo sulla crescita stessa. E pertanto sulla sorte del capitalismo.
E qui, a coloro che hanno l' udito fine , non sarà sfuggita la risata omerica di Marx.

Carlo Gambescia

martedì 18 luglio 2006



Il Governo Prodi e le "grandi" riforme
Moderati e  riformisti, 
una cronistoria 


Le polemiche di questi giorni tra sinistra moderata e radicale possono rappresentare un’occasione per riflettere su “moderatismo” e riformismo come concetti politici e storici.
Basta aprire qualsiasi dizionario di politica per scoprire che nessuna voce è dedicata all’argomento. Grande peso è invece attribuito al riformismo. E ciò non deve stupire, dal momento che il riformismo è di solito giudicato benevolmente dai politologi. E’ visto come una sintesi politica, resa necessaria dalla moderna divisione tra destra e sinistra, scaturita dalla rivoluzione francese e consolidatasi nell’Ottocento: la destra si oppone al cambiamento, la sinistra vuole cambiare tutto, il riformista punta invece sul compromesso tra le idee degli uni e degli altri.
E i moderati? Durante la rivoluzione si assunsero l’onere i girondini, tutti giornalisti e avvocati al servizio di una nascente borghesia provinciale: prima misero sotto accusa il re, perché ne ostacolava l’ascesa, poi tentarono di salvargli la testa, affinché difendesse i privilegi della neoborghesia da cui provenivano. Nessuno li ascoltò e finirono quasi tutti ghigliottinati. Salvo poi tornare - durante il Termidoro (dopo la morte di Robespierre) - i sopravvissuti, sui banchi della Convenzione, ovviamente ancora in cerca di buoni affari. Di qui la cattiva fama del termine. Ma cerchiamo di essere più chiari.
In primo luogo, il riformismo è un compromesso finalizzato alle riforme mentre il moderatismo è un compromesso rivolto alla conservazione dello status quo. Un errore che spesso si commette è quello di identificare da un lato riformismo e democrazia e dall’altro moderatismo e antidemocrazia. In realtà, riformismo e moderatismo non appartengono a un sistema politico particolare: sono fenomeni trasversali e ciclici. Napoleone condusse a termine, con grandi riforme, l’opera della rivoluzione francese (ad esempio la codificazione legislativa). Cavour, grazie all’invenzione del centro politico, pose le basi dell’unificazione. Anche Mussolini, che era un dittatore, mediò per più di vent’anni tra fascismo moderato e radicale, riuscendo così ad attuare alcune riforme (certo in chiave verticistica e autoritaria). De Gasperi, col suo “centrismo riformista”, favorì il successivo sviluppo economico ( i personaggi storici ricordati, possono più o meno piacere, ma dal punto di vista più ampio delle costanti sociologiche - ed è bene ripeterlo - le "riforme" (vere) introdotte restano mentre i regimi politici, democratici o meno, passano). Per contro, il “riformismo” di Napoleone, Cavour, Mussolini, De Gasperi, venne travolto, oltre che da errori, limiti interni e cattiva fortuna, anche da "contro-ondate" più o meno lunghe di moderatismo . La Francia postnapoleonica, esaurita dalle guerre, penserà solo ad arricchirsi. L’Italia del dopo Cavour, piena di debiti, punterà prima sulla “lesina” (con la destra storica), poi su sperperi e corruzione (con la sinistra depretisiana), e infine sul clericalismo (con Giolitti). Ma quella di sprofondare nel moderatismo è una sorte toccata anche l’Italia del dopo Mussolini e De Gasperi. Con Moro Fanfani, Andreotti Craxi, Prodi, Berlusconi, e ora, ancora Prodi, si è avuta e si ha solo una politica segnata da grandi annunci, ma da pochissime riforme. Come prova il pietoso stato in cui tuttora versano ospedali, scuole, università e altri servizi pubblici.
In secondo luogo, va distinto il moderatismo politico, come ideologia, dal moderatismo elettorale o sociologico. In genere la stragrande maggioranza delle persone è sfavorevole a mutamenti troppo radicali: vuole soprattutto sicurezza. E di solito, le rivoluzioni scoppiano solo quando il consenso si è dissolto per ragioni economiche (tassi elevati di disoccupazione e povertà), politiche (costante indebolimento della catena di comando), sociali (crescita di una criminalità diffusa), culturali (progressivo isolamento delle élite). La vera arte, o quintessenza del moderatismo ideologico, è trovare il giusto punto di equilibrio tra promesse non mantenute e conservazione di un minimo di consenso sociale. Oggi si punta sulla paura del ceto medio di impoverirsi, ma anche su aspettative di miglioramento. In questo senso il moderatismo ha bisogno di tassi di sviluppo anche modesti ma costanti. Solo così può consentire ad alcuni di conservare privilegi, anche minimi, e a tutti gli altri di sperare di ottenerne ottenerne, grazie alle promesse di futuro benessere.
Fino a quando? Probabilmente fino alla prossima crisi economica, che i prezzi petroliferi in ascesa preannunciano molto seria. Insomma, il moderatismo vive e muore di economia. Ma se cadono i nostri girondini, dove sono i riformisti, quelli veri, in grado di sostituirli? Purtroppo, come la storia insegna, appaiono, solo dopo che i rivoluzionari hanno tagliato “qualche” testa.

Carlo Gambescia

venerdì 14 luglio 2006



I ragazzi irresistibili: Draghi e Padoa-Schioppa
Che duetto! 



Nessuno è così ingenuo, al punto di credere nell'esistenza di un libero mercato e di una concorrenza perfetta.
I mercati sono in genere oligopolistici, con "tendenza", al monopolio. Quindi i costi vengono scaricati sui consumatori e i ricavi suddivisi tra gli oligopolisti. Parlare perciò di "mercati contendibili", a proposito della "concorrenza" tra un pugno di banche (in Italia le banche importanti si contano sulle dita di una mano: Unicredit, Capitalia, Bnl, Intesa, San Paolo) è semplicemente ridicolo. Di più: è addirittura farsesco far credere ai consumatori, con la complicità dei media, che da nuove fusioni e aggregazioni, il consumatore in futuro avrà tutto da guadagnare. Quando è risaputo - perfino dagli studenti del primo anno di economia - che più il numero delle imprese contendenti si riduce più si va verso una forma di mercato dove l'intera offerta rischia di finire concentrata nelle mani di un solo venditore, il quale, a sua volta, può esercitare un influsso decisivo sull'andamento dei prezzi, manovrando sulle quantità messe in vendita.
Eppure...
Ad esempio, il "duetto" di Draghi e Padoa-Schioppa dinanzi all'assemblea Abi, in favore di ulteriori fusioni bancarie, fa veramente capire quanto il mondo politico e bancario-economico consideri l'Italiano medio un cretino: un mezzo scemo che grida e salta col tricolore in mano. E fa pure capire, come al disprezzo "intellettivo", si aggiunga la presa per i fondelli, come prova la "storica" proposta, condivisa da Draghi e Padoa-Schioppa, di abolire i costi di chiusura dei conti correnti...
Come se il futuro di moltissime famiglie, inchiodate a mutui ventennali a tassi variabili, e dunque crescenti, dipendesse, da tre-quattro-cinquecento euro in meno. Per non parlare di piccoli imprenditori, respinti dalle banche, e finiti nelle sporche mani degli usurai.
Del resto, (riferisce il  "Corriere della Sera"  ), Padoa-Schioppa "si è rivolto ai banchieri come il 'vostro ministro' ". Mentre Draghi, che si sta rivelando una specie di termidoriano, fissava lungamente il Ministro dell'Economia, con la stessa ammirazione che di solito i giovani dipendenti zelanti hanno nei riguardi del capo ufficio: ovviamente, fino al giorno prima del suo pensionamento...
Povera Italia. E poveri pure gli Italiani... O no

Carlo Gambescia

giovedì 13 luglio 2006

Profili/30
Robert Alexander Nisbet



Robert Alexander Nisbet (1913-1996) è una delle figure più interessanti della sociologia americana della seconda metà del Novecento. E’ difficile ricondurlo a una scuola sociologica precisa: funzionalismo, conflittualismo, eccetera. Tuttavia la sua opera può essere avvicinata a quella di un pensatore sociale della statura di Alexis de Tocqueville. Quel che li unisce è il pluralismo sociale: l’attenzione per i gruppi sociali intermedi (famiglia, scuola, comune, associazioni), e di riflesso, la critica liberale verso l’eccessivo potere di Stato e Mercato. Un interesse risalente alla sua tesi di dottorato, diretta da Frederick Teggart, il suo maestro (un importante storico e filosofo americano), intitolata appunto, The Social Group in French Thought.
Robert Alexander Nisbet nasce nel 1913, a Los Angeles. La sua famiglia è di modeste condizioni sociali. E’ il primo di tre figli. Trascorre però la sua fanciullezza nella cittadina di Maricopa nel deserto californiano, di cui scopre e soffre i rigori. Intelligentissimo, portato allo studio, grazie anche a un famiglia che lo sprona a dare a scuola il meglio di sé, Nisbet, appena adolescente - così almeno narra la leggenda - dopo aver visitato l’ Università della California, pieno di sincero entusiasmo, giura a se stesso, di iscriversi un giorno a Berkeley.
E così sarà. Nel 1932 si iscrive alla Facoltà di Storia e Filosofia. E inizia a correre come un treno: nel 1936, consegue il B.A., nel 1937 il M.A, nel 1939 il Ph.D. Lo stesso anno incomincia a insegnare come “istructor” nella Dipartimento di Istituzioni Sociali, che poi diverrà Dipartimento di Sociologia. Ma solo nel 1953 diventa professore effettivo, a quarant’anni. Nel 1956-57 viene in Italia per insegnare all’Università di Bologna. Nel 1963-64 insegna a Princeton. Nel 1972, lascia l’Università della California, per passare, prima all’ Università dell’Arizona , e poi, appena due anni dopo, alla Columbia, dove diviene, e non solo per i buoni uffici del suo amico Robert K. Merton, "Albert Schweitzer Professor". Nel 1973 diviene membro dell’ American Philosophical Society: questa nomina la dice lunga sulla natura riccamente filosofica delle sua sociologia. Dal 1978 al 1986, dopo aver chiuso in bellezza la sua carriera universitaria, come “Professore Emerito” della Columbia, Nisbet inizia a collabora con l’ American Enterprise Institute for Public Policy Research. Un'istituzione in seguito divenuta una sorta fucina del pensiero conservatore americano.
Muore di cancro nel 1996.
Due sono i principali filoni di ricerca seguiti da Nisbet.
Il primo riguarda, come abbiamo detto, lo studio dei gruppi sociali intermedi.
Il testo di riferimento è The Quest for Community: A Study in the Ethics of Order and Freedom (1953, trad. it. La Comunità e lo Stato, Edizioni di Comunità, Milano 1957, intr. di Franco Ferrarotti). Nel libro Nisbet illustra la necessità di preservare, tra Stato e Mercato, una sfera di libertà, basata su un tessuto di relazioni comunitarie, dalla scuola alla famiglia, dall’amministrazione locale alla piccola impresa economica. Secondo Nisbet, la vera libertà è soprattutto responsabilità, verso chi dipende, o comunque è in relazione con noi: verso i propri cari, verso i vicini, verso i giovani, verso i propri dipendenti, verso la propria comunità locale, eccetera. E quanto più Stato e Mercato “deresponsabilizzano” l’individuo, tanto più lo rendono schiavo delle grandi istituzioni politiche ed economiche contemporanee: dallo stato welfarista alla “big corporation”.
Il secondo filone concerne la storia della sociologia e quella delle idee. Spicca su tutti The Sociological Tradition (1967, trad. it. La tradizione sociologica, La Nuova Italia, Firenze 1977). E’ probabilmente la migliore storia delle origini otto-novecentesche della sociologia. Attraverso la serrata analisi di cinque idealtipi fondamentali (comunità, autorità, status, sacro, alienazione), Nisbet illustra come la sociologia vada interpretata (e positivamente) alla stregua di un lento processo di individuazione e spontanea ricostituzione (dal basso) di quelle forme pluralistiche di solidarietà, andate perdute a causa dei moderni processi di secolarizzazione culturale, politica ed economica
. Sostanzialmente, per Nisbet, la sociologia deve studiare non quel che cambia nell’uomo, ma quel che resta di storicamente e sociologicamente immutato. In questo senso la sua sociologia può essere definita realista e conservatrice. Ma sarebbe errato e riduttivo, come per Tocqueville, considerarla solo tale. Si veda in proposito di Nisbet, Conservatism. Dream and Reality (1986), Transaction Publishers, New Brunswick (U.S.A) and London (U.K.) 2002, dove insiste sull’aspetto societario e pluralistico (e non monistico: una tradizione, uno stato, eccetera) del suo conservatorismo.
Un autore tutto da scoprire. E soprattutto da non lasciare assolutamente “nelle mani” del cosiddetto pensiero anarcoliberale. Che del sociologo americano non ha capito assolutamente nulla: in Nisbet, il dato sociale prioritario è costituito dal nesso individuo-società, e non dall’individuo in quanto tale. E quanto più politica ed economia recidono tale nesso, tanto più l’ individuo rischia di perdere la sua libertà come prolungamento (ecco il nesso sociale) del suo senso di responsabilità verso l’altro.
Robert A. Nisbet ha scritto una ventina libri e più di centocinquanta articoli scientifici. Tra le sue opere principali, oltre a quelle citate, ricordiamo: Tradition and Revolt (Random House, New York 1968), Social Change and History (1969, trad. it.
Storia e cambiamento sociale, Isedi, Milano 1977), Twilight of Authority (Oxford University Press, New York 1975), Sociology as an Art Form, 1976, trad. it. La sociologia come forma d'arte, Armando Editore, Roma 1981), The Social Bond (Knopf, New York 1977), History of Idea of Progress (Basic Books, New York 1980), Prejudices: A Philosophical Dictionary (Harvard University Press, Cambridge 1983), The Making of Modern Society ( New York University Press, New York 1989). Su Nisbet si veda Brad Lowell Stone, Robert Nisbet: Communitarian Tradizionalist (2000 - www.isi.org/books/ ), testo di orientamento conservatore. 

Carlo Gambescia

mercoledì 12 luglio 2006


Il libro della settimana. Geminello Alvi, Una Repubblica  fondata  sulle rendite, Mondadori, Milano 2006, pp. 135, Euro 16,00 . 

http://www.ibs.it/code/9788804557227/alvi-geminello/una-repubblica-fondata.html

La parola rendita non ha perso forza evocatrice. Certo, risale agli economisti classici della prima metà dell’ Ottocento, che la usavano per additare i guadagni più o meno leciti dei proprietari terrieri. Se la si pronuncia oggi fa subito pensare ai film anni Settanta dei fratelli Taviani, di Vancini e Lorenzini sul Risorgimento tradito. E davanti agli occhi, subito scorrono i volti arcigni dei latifondisti e quelli smarriti dei soldati costretti a far fuoco su bianche folle di eroici contadini inermi. Immagini accompagnate dal suono assordante dei tamburelli di una Taranta: un ritmo ripetitivo e travolgente, che nel buio del cinema, rimbomba nelle orecchie dello spettatore. Ah! “Quanto è bello lu murire acciso”…
Chissà se Geminello Alvi aveva in mente le stesse infuocate colonne sonore, mentre scriveva Una Repubblica fondata sulle Rendite, Mondadori , Milano 2006, pp. 135, euro 16)… Probabilmente sì. Perché il suo libro - un bel saggio di economia con tanto di dotte tabelle - man mano che lo si legge, risuscita potentemente nel lettore, la stessa voglia di “murire acciso” per una giusta causa. Funziona insomma come uno di quei film. Evoca, istruisce e risveglia. Anche i nemici.
Con una differenza di fondo però. Secondo Alvi, oggi, i signori delle rendite non sono più i proprietari terrieri ma coloro che fruiscono di “interessi sui titoli di stato, gli affitti degli immobili, e le pensioni” (p.10) . Il che può a prima vista lasciare perplessi… Passi per il bot-people, quasi estinto, e per gli chi lucra sugli affitti, ma perché includere i pensionati che non sempre navigano nell’oro…
Ma riassumiamo per concetti il libro di Alvi, sorvolando sugli impegnativi elenchi di cifre.
Secondo l’ autore negli ultimi trentacinque anni in Italia il peso della quota di reddito spettante ai lavoratori dipendenti si sarebbe ridotta di circa un dieci per cento. Per contro sarebbe cresciuto di un importo più o meno pari quella delle rendite e dei profitti. E questo nonostante che il rapporto tra lavoratori dipendenti e indipendenti sia addirittura cresciuto a favore dei dipendenti. Si dirà, ma come può sopravvivere un’Italia senza il reddito prodotto dai lavoratori dipendenti? E soprattutto come fanno questi ultimi a vivere, visto che sono diventati addirittura di più? Grazie alle rendite.
E qui il discorso di Alvi si fa più sottile. L’Italia riesce a tirare avanti perché la sua ricchezza si è “patrimonializzata”. Le famiglie sono diventate più ricche, in particolare negli ultimi quindici anni: si possiedono più immobili e titoli azionari. E soprattutto, c’è sempre, anche se ridotta, la pensione percepita da uno dei membri della famiglia.
E qui è giusto ascoltare l’autore: “ Ci sono sì in Italia, 13 milioni e mezzo circa di salariati nel settore privato la cui parte di prodotto cala e i cui redditi unitari pure. Vanno però ricompresi nel totale di 23 milioni di famiglie italiane che seguitano a incassare soprappiù di affitti, interessi, pensioni, stipendi statali. In Italia il criterio sociale per distinguere e capire, non è la classe ma la famiglia. E il problema è dunque valutare il flusso che continua, di rendite, posticini da professoressa o ai ministeri” (p. 26).
Certo, statali e professori qui insorgeranno, dal momento che stipendio e soddisfazioni lasciano a desiderare. Come i possessori di case vessati da Ici e altre tasse locali. Così pure i titolari di bot, sempre meno redditizi, come ammette lo stesso autore. E non hanno torto. Ma neanche Alvi lo ha. E quel che è rimarchevole della sua analisi è il dato macroeconomico: scende il lavoro produttivo, sale quello improduttivo, appesantito da rendite erogate a pensionati ancora cinquantenni ( circa cinque milioni di pensionati su sedici ). Ogni lavoratore mantiene quasi un pensionato e mezzo. E la forbice è destinata a crescere a danno dei lavoratori.
L’Italia, insomma, pur restando in qualche modo a galla, rischia di non crescere più e soprattutto di favorire forme parassitarie di consumo e lavoro improduttivo: un mix di pub, servizi legali e commerciali, turismo di massa e comparsate televisive, come sottolinea con steineiriano ribrezzo morale Alvi. Attività facilitate anche dalla ricerca imprenditoriale di profitti crescenti, in ambiti spesso speculativi. E non più nei settori manifatturiero e della ricerca: in calo il primo e in ritirata il secondo. Inoltre, la crescita dei profitti societari sarebbe stata favorita negli anni Novanta dai proventi delle privatizzazioni, finiti nelle tasche dei grandi oligopoli privati italiani. Profitti, definiti “post-sovietici”, per analogia con le privatizzazioni sovietiche, che con un colpo di bacchetta magica trasformarono i monopoli statali a quelli privati.
La “Repubblica delle Rendite”, così almeno pare di capire, durerà fin quando reggerà il precario equilibrio tra gli italiani che riescono a vivere individualmente e un’ Italia che collettivamente riesce sopravvivere, ma sempre più fiaccamente… Anche perché la crescente globalizzazione rischia prima poi di mettere in crisi un accoppiamento così poco giudizioso.
Chi sono i colpevoli? Qui la Taranta assume un andamento indiavolato. Al ritmo frenetico di una “pizzicata” alla Vinicio Capossela, Alvi martella i rentier e chiama in correo mezzo Stivale.
Le “sinistre e le consorterie sindacali”, colpevoli di aver fatto salire tra il 1996 e il 2001 la pressione fiscale su un lavoro, già impoverito; l’imprenditoria priva di coraggio e idee; la Banca Centrale Europea, che con i suoi bassi tassi di interesse ha favorito la speculazione mobiliare, e dunque il rafforzamento della rendita; l’ Euro, frutto di un cambio con la lira fuori proporzione, che ha ulteriormente impoverito il magro reddito del lavoro; i governi che non hanno tagliato le pensioni. E che dopo l’Euro hanno sprecato i proventi della riduzione dei tassi di interesse in rendite e costruzioni di cimiteri, parcheggi e stadi (il quarantasei per cento degli investimenti: un’ironia più che fondata…). Invece di trasferirle a salari e lavoro.
Che dire? E’ un libro scomodo, ma sul serio. Le sue sferzanti critiche non faranno guadagnare molti amici all’autore. Non tutti amano ballare la taranta, e per giunta sulla graticola di dati e cifre.
Inoltre quel che probabilmente può dar fastidio è proprio la filosofia che anima il libro. Frutto di un liberalismo sociale e intelligente, che non ha nulla a che vedere col liberismo volgare di certi professori al servizio dei poteri forti. Un liberismo antico, quello di Alvi, alla Tocqueville, che spicca per originalità in un mondo intellettuale dove è fin troppo facile dichiararsi liberali e quel che è peggio liberisti...
Perciò, la taranta di Alvi, ad acuni potrà pure non piacere, ma merita di essere ascoltata. In religioso silenzio e sino in fondo. 

Carlo Gambescia

martedì 11 luglio 2006


I miracoli del calcio
Italiani per una sola  notte 



Chi dice cinquecentomila, chi un milione di persone. Ma è difficile dire quanti, e non solo nell’appiccicoso polverone del Circo Massimo, siano tornati a sentirsi italiani, davanti agli “eroi” di Berlino, gonfiando il petto, magari solo per una notte. Miracoli di uno sport che non è più sport, ma solo “affari”. E soprattutto miserie...
Non è facile parlare in modo neutrale di calcio e tifo sportivo, quando, come è noto, un italiano su due si dichiara tifoso, e uno su tre, fra gli “appassionati”, tifa Juventus. Il che implica, come dire, una certa osservazione partecipante… Comunque sia, è bene tentare. Anche per fare qualche previsione sull’esito del processo sportivo in corso.
Di solito si ritiene che lo sport riverberi i pregi e i difetti della società dove lo si pratica. Se un secolo fa, affari e calcio (ma fino a un certo punto) seguivano strade separate. Oggi, di fatto, procedono insieme. E non solo in Italia. La svolta, segnata dal più stretto rapporto tra affari e calcio, risale agli anni Ottanta-Novanta, quando l’ ascesa dei profitti speculativi borsistici, spinse molte società calcistiche a spiccare il grande salto, trasformandosi in società per azioni. Di lì provengono le lucrose sponsorizzazioni pubblicitarie e la necessità di vincere per far salire il titolo in Borsa. Ma anche gli scandali: ultimo quello che rischia di travolgere non solo Moggi.
Questa “ privatizzazione”, che ha visto imprenditori e finanzieri, da Berlusconi e Cragnotti, legare il proprio nome a società calcistiche, come è stata presa dai tifosi? E di solito, quali sono le loro reazioni davanti ai ricorrenti scandali.
Innanzitutto, va ricordato un dato sociologico “duro” (si veda l’interessante ricerca Demos, pubblicata sul Quaderno speciale di “Limes”, n. 2-2005, “La palla non è rotonda”- www.limesonline.com/): l’80% degli italiani ritiene il campionato di calcio poco credibile, perché viziato da interessi economici e politici. Solo il rimanente 20 %, sostiene che il calcio sia ancora uno sport autentico. Ma nonostante ciò, come si è già anticipato, il 50% continua a dichiararsi tifoso di una squadra.
Facciamo il punto: c’è uno zoccolo duro di tifosi, anche economicamente parlando, sul quale l’apparato economico-sportivo-mediatico, può assolutamente fare affidamento. Ciò però non significa che al tifo per la squadra del cuore corrisponda pari fiducia nel sistema: di quei cinque tifosi su dieci che continuano a “soffrire-gioire” per la propria squadra, almeno tre non nutrono alcuna stima verso il mondo del calcio. Il che vuol dire che sono inclini “tipologicamente” a ritenere vera la tesi ricorrente del complotto occulto contro squadra amata.
E qui il discorso si farebbe interessante sotto l’aspetto sociologico, ma purtroppo mancano dati precisi. Perché il tifoso “disincantato”, quello che vede complotti ovunque ma continua a tifare, applica il criterio della doppia verità, soprattutto nei riguardi dei dirigenti vincenti, o comunque legati alle cosiddette “epoche d’oro”. Ad esempio Cragnotti rimasto invischiato in vicende poco edificanti, è tuttora apprezzato dai tifosi laziali. Lo stesso si potrebbe dire di un ex uomo-squadra come Chinaglia. E il discorso potrebbe valere anche per altre società calcistiche.
Il tifoso disincantato, che spesso è anche giustizialista (difficile però stabilire se lo sia pure sul piano politico generale…), di solito difende l’alto dirigente, magari disonesto, ma capace di far vincere lo scudetto alla squadra del cuore. Applica una specie di criterio della doppia verità morale: l’imprenditore che “ruba” e basta, è disonesto, soprattutto se presidente di una squadra avversaria, mentre l’imprenditore che “ruba”, ma porta la squadra per cui si tifa in “Champion League” viene difeso a spada tratta.
Ecco, probabilmente, il criterio delle doppia verità riflette certe caratteristiche della società italiana. Ai tempi di Tangentopoli, molti commentatori, applicando lo stesso criterio, giustificavano, se non proprio assolvevano, il politico che avesse “rubato”, non per se stesso ma per il partito. E’ una forma di “comunitarismo amorale”, tipicamente italiano, o comunque di società dove l’individuo si identifica immediatamente nei gruppi a lui più vicini: famiglia, amici, campanile. E che c’è di più campanilistico del tifo per una squadra di calcio?
Criterio, che sull'onda emotiva della vittoria berlinese, potrebbe essere esteso, grazie a complicità politiche e mediatiche, all’intero “Campanile Italia”.
Con prevedibili conseguenze assolutorie o semiassolutorie, per coloro che avrebbero difeso l’onore del "Campanile Italia" all’estero: Cannavaro, Lippi, eccetera.
Se ci si passa la quasi battuta: la giustizia sportiva potrebbe morire tra le "onde".

Emotive.
Carlo Gambescia