martedì 25 aprile 2006


L'idea di patria e i suoi amici
L'Anniversario  della Liberazione preso da lontano




Ancora in pieno Settecento, più o meno tre secoli fa, in Europa esistevano la Franca Contea, il Regno di Napoli, il Brabante, ma non la Francia, l'Italia, il Belgio e l'Olanda come li conosciamo oggi. E si potrebbero indicare altri esempi. Ancora nell' Ottocento, con gli stati nazionali, in pieno sviluppo, si tendeva a interpretare la nazione in termini di lingua e tradizioni. Ma spesso, come nell'Italia preunitaria, le lingue o dialetti dividevano e la tradizione cattolica univa. Mentre altrove, come in Germania, il cattolicesimo separava gente che parlava la stessa lingua.
A grandi linee, si può perciò dire che le moderne nazioni europee (quelle nate nell'Ottocento romantico e sulla scia della Rivoluzione francese, portatrice dell'idea di "nazione armata") erano, sono e saranno una specie di sintesi culturale, sempre provvisoria, di lingua e tradizioni nazionali. Certo, si tratta di qualcosa di artefatto, e fin dall'inizio costruito in funzione dello stato-nazione. Perciò non è sbagliato dire che in particolare le tradizioni nazionali sono spesso il prodotto di una costruzione politica successiva. E a maggior ragione lo sono le costituzioni. Dal momento che cercano di dar forma a quel che è impossibile "fermare" per sempre: l'evoluzione storica delle idee e delle tradizioni. Ma questo non significa che le tradizioni nazionali non siano poi riuscite a risvegliare e accendere realmente lo spirito dei popoli. L'idea di nazione, a differenza del nazionalismo, è un fatto più psicologico e sociologico che di puro istinto e "viscere". E in questo senso aveva ragione Renan, quando sosteneva, sul finire dell'Ottocento, che la nazione è una specie di plebiscito individuale quotidiano. Frutto di una religione civile, psicologica, come convincimento interiore, che ha però bisogno di essere confermata attraverso i suoi riti particolari e sociologici: sfilate, sventolio di bandiere, canti collettivi, eccetera. La patria è sentirsi parte di una tradizione, che non è imbalsamata ma farsi quotidiano. Ad esempio, per quel che riguarda l'Italia, questo sentire può essere ritrovato, per l'ultima volta genuinamente (o ingenuamente) inteso e ricostruito , nel famoso Cuore di Edmondo De Amicis: per i maestri e le maestrine della scuola elementare, frequentata da Enrico Bottini - il giovanissimo protagonista del libro - essere italiani ed educatori era la stessa cosa. Ecco che significava e significa "plebiscito quotidiano".
Si può dire, che il nazionalpopolarismo "buono" di De Amicis, che univa socialismo democratico e nazione, presente anche in altri stati europei, venne spazzato via dalla Prima Guerra Mondiale: la grande ubriacatura nazionalistica che segnò la fine dell'Europa e delle sue nazioni romantiche. Dopo di che vennero i freddi totalitarismi (che infatti si richiamavano al classicismo), la guerra e la nuova Europa americanizzata, che trasformerà in risorse turistiche a basso prezzo quel che restava delle tradizioni nazionali europee.
Oggi è perciò difficile parlare di tradizioni nazionali che in effetti in Europa non esistono più, se non negli stadi e in qualche riunione bandistica. Restano però le costituzioni. Il quasi azzeramento delle tradizioni è dovuto in parte al terribile lascito bellico di rovine e lutti, e in parte alla progressiva americanizzazione della politica, dei costumi e stessa storia europea. Gli americani, da subito, pretesero di far iniziare, la storia della "Nuova Europa" dal 1945, relegando il periodo tra il 1815 e il 1945, in una specie di limbo medievale, nazionalistico e tribale.
In questo modo il patriottismo delle tradizioni nazionali si è così trasformato in patriottismo costituzionale di tipo americano. In certo le senso le costituzioni europee postbelliche hanno captato e "costituzionalizzato" solo alcuni dei precedenti valori nazionali e azzerato tutti altri. Non solo. Se si studia la costituzione americana, si scoprono analogie di impostazione: viene respinto, come è giusto, ogni forma di totalitarismo, si esalta l'individuo, ma al tempo stesso il plebiscito quotidiano è ridotto al rispetto puramente formale della costituzione. Anche se probabilmente la costituzione italiana, in particolare, è di sicuro più laica di quella americana. Ma se i nostri costituenti hanno selezionato solo alcuni valori (ad esempio i valori repubblicani), va anche accettato il fatto che poi non tutti li abbiamo "introiettati", condivisi e amati. Soprattutto chi proveniva da altre, se non opposte, tradizioni politiche e nazionali (conservatorismo, liberalismo, federalismo, operaismo, radicalismo), che si è sentito escluso. E' mancata nel 1946 un'autentica costruzione politica della Costituzione. Ma anche la necessaria elaborazione di un lutto: quello di una guerra, sanguinosa e ingiusta, non voluta dal popolo italiano e culminata nella sconfitta e nella lotta fratricida. Ad esempio, ancora oggi tutti inneggiano alla Liberazione, il che è giustissimo, ma poi ogni italiano la interpreta in modo del tutto personale: liberazione dal fascismo e dal nazismo, liberazione solo dal nazismo, liberazione dalla guerra, liberazione dalla fame, liberazione dalla paura ma non dagli americani,, liberazione dalla guerra civile... Tuttavia la Liberazione finisce così per non essere mai, come invece dovrebbe, tutte queste queste cose insieme. Infatti quando si interrogano le persone (i vecchi ma anche i giovani, spesso di un'ignoranza , spiace dirlo, abissale), si scopre ad esempio che alcuni attribuiscono le cause della paura ai fascisti, altri ai partigiani, altri ancora alle bombe americane, eccetera. Un disastro.
La Liberazione finisce sempre per essere agitata come un spada contro (qualcuno) e mai come un ramoscello di ulivo per (qualcuno). E la sua annuale celebrazione, dispiace riconoscerlo perché dovrebbe essere la festa di tutti, si trasforma in rito privo, soprattutto nei singoli, di qualsiasi forma di plebiscito interiore.
In questo senso, e sia detto con il massimo rispetto per le ragioni di tutti, è necessario cominciare a riflettere su due aspetti fondamentali. Il primo: come riannodare i fili di una possibile tradizione nazionale italiana e di un costituzionalismo vivente e non imbalsamato. Il secondo: come recuperare quel senso della nazione come plebiscito interiore e quotidiano, cui si è accennato.
Il primo aspetto include il secondo. E tutti e due rinviano a un'espressione, oggi non più tanto di moda, ma con la quale sarà necessario, prima o poi, tornare a fare i conti: identità nazionale.
Carlo Gambescia 

Nessun commento:

Posta un commento